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‘Lacerante resoconto autobiografico-esistenziale, riflessione sul sistema penitenziario, ma anche involontario spaccato di un’Italia, quella dei primissimi 70, formicolante di beatniks e neofascisti, livori proletari e paranoie perbeniste, vecchi malavitosi artigianali e nuovi faccendieri all’avanguardia.’ Marco Cicala, Il Venerdì di Repubblica

‘Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore.’ Franco Capacchione, Rolling Stone Italia

‘Qualcosa di più che un diario o un’autobiografia, un vero racconto del carcere ma soprattutto dei meccanismi che lo strutturano.’ Cristina Piccino, Alias, Il Manifesto

‘Il piccolo, ma solo per dimensioni, libro scritto dall’attore Pierre Clémenti.’ Massimo De Feo, Alias, Il Manifesto

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Regina Coeli

Pensieri dal carcere : Pierre Clémenti : ISBN 9788887847123 © il Sirente Pensieri dal carcere
di Pierre Clémenti

■ Titolo Originale: Quelques messages personnels
■ Traduzione dal francese di Simone Benvenuti
■ Postfazione di Balthazar Clémenti
■ Saggio conclusivo di Danilo Zolo
■ Collana: Fuori
■ Numero di collana: 2
■ Prezzo: € 12,50
■ Data di pubblicazione: 29 novembre 2007
■ Foliazione: 156 pagine, brossura
ISBN-13: 9788887847123
Disponibilità: in catalogo

Recensione su Liberazione di Giuliano Capecelatro
Recensione su Rolling Stone di Franco Capacchione
Recensione su Il Venerdì di Repubblica di Marco Cicala
Recensione su Alias, il manifesto di Cristina Piccino
Recensione su Alias, il manifesto di Massimo De Feo


« Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità. »

IL ROMANZO. « Il mattino del 24 luglio 1971 suonano all’appartamento romano di un’amica di Pierre Clémenti dove l’attore risiede. Suo figlio Balthazar, di cinque anni, apre la porta. È la polizia in borghese che viene a fare una perquisizione, ben sapendo quel che sta cercando: pochi grammi di cocaina e qualche briciola di haschisch. (Suo figlio dirà poi che era stata la polizia stessa a nascondere la cocaina sotto al letto dicendogli: «Non è nulla, riaddormentati»). Tutto porta a credere che il potere voglia creare un esempio clamoroso. L’arresto di Pierre Clémenti, star del cinema e al contempo icona della controcultura, fa grande scalpore. L’attore viene rinchiuso nella prigione di Regina Coeli sulla base di semplici sospetti, mentre nega di essere stato a conoscenza della presenza della droga nell’appartamento. Aspetterà otto mesi prima di essere giudicato. Condannato a due anni di reclusione, ottiene l’archiviazione in appello dopo diciotto mesi di detenzione. Pierre Clémenti ne uscirà segnato a vita. Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità. » [Balthazar Clémenti]

« La giustizia è lenta ed estenuante, e l’innocenza, se anche provata, soltanto ferita uscirà di prigione. » [Pierre Clémenti]

Pubblicato per la prima volta nel 1973 e apparso nuovamente nel 2005 presso le edizioni Gallimard, il libro di Pierre Clémenti ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna.

LA CRITICA. In Pensieri dal carcere Clémenti racconta anche la sua esperienza di attore: dall’incontro con Jean-Pierre Kalfon alle prime esperienze teatrali accanto a Marc’O e Bulle Ogier, dagli esordi cinematografici ne Il gattopardo di Luchino Visconti al rifiuto delle proposte di Federico Fellini fino alla consacrazione in film di registi del calibro di Bernardo Bertolucci e Luis Buñuel. Clémenti traccia attraverso il cinema, “arte della sopravvivenza”, un’idea dell’arte come missione, inconciliabile con le «attrattive» dell’industria dello spettacolo, «prigione dorata», «macchina che produce gli idoli e li getta sul mercato».




Pierre Clémenti

Pierre Clémenti
Pierre Clémenti in una foto d'epoca

Figlio di padre ingnoto e madre còrsa, Pierre Clé l'anarchico-e-il-diavolo-fanno-cabaret-norman-nawrocki.html menti nasce a Parigi il 28 settembre 1942. Attore e regista, ribelle e anticonformista, esordisce nel teatro off parigino. Il suo ruolo in Bella di giorno di Luis Buñuel lo porta alla notorietà e lo lancia nel mondo del cinema sia francese che italiano. Gli anni tra il 1967 e il 1971 sono i più proficui della sua carriera cinematografica: tra i film a cui partecipa, Partner (1968) e Il Conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, I Cannibali di Liliana Cavani (1969), Porcile di Pier Paolo Pasolini (1969), Bella di giorno (1967) e La via lattea di Luis Buñuel (1970), Le lit de la vierge (1969) e La cicatrice intérieure (1971) di Philippe Garrel, Cutting heads di Glauber Rocha (1970). Clémenti, attraverso i suoi personaggi, esprime anni di profondo cambiamento socioculturale e di grande rinnovamento linguistico della scena cinematografica italiana e francese. Parallelamente alla sua passione per la recitazione Clémenti si cimenta anche nella realizzazione di cortometraggi sperimentali: La révolution… (1968), Visa de censure (1967-75), New Old (1978), A l’ombre de la canaille bleu (1978-85), Soleil (1988).
Nell’estate del 1971 viene arrestato per detenzione di droga e incarcerato per più di un anno nelle prigioni di Rebibbia e di Regina Coeli a Roma. Rilasciato per insufficienza di prove, non potrà più far ritorno in Italia. In seguito a questa esperienza scriverà il libro Quelques messages personnels. Pierre Clémenti muore il 27 dicembre 1999 all’età di 57 anni.



Simone Benvenuti

Simone Benvenuti
Simone Benvenuti, sullo sfondo la foresta di Stone Town. Foto di Chiarastella Campanelli.

Nato a Roma, Simone Benvenuti ha studiato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto in Canada, Francia e Roma, dove attualmente vive e lavora. Ha collaborato con la Newton Compton Editori e il Gruppo Espresso. È autore di traduzioni dal francese e pubblicazioni di diritto costituzionale comparato.



Pierre Clémenti in DVD:

Novità: i film sperimentali realizzati da Clémenti escono ora in DVD
(info: www.re-voir.com)

Editions Choes Vues

Pierre Clémenti regista:

DVD1:
- Visa de censure n°X
- New old
- "Révolution..."

DVD2:
- A l'ombre de la canaille bleue
- Soleil

Sottotitoli : français, anglais
DVD interzone



Links:


di Franco Capacchione (da Rolling Stone, marzo 2008)

Nel 1971 Pierre Clémenti, icona perfetta del cinema mitico, firmato Roche, Pasolini, Garrel, Bertolucci, Buñuel, è arrestato a Roma per droga. Viene rilasciato per insufficienza di prove, ma riceve anche un folgio di via. Tornato in Francia scrive questo diario. Magnifici flashback svelano i suoi inizi in teatro a Parigi, ancora goffo nel porgersi allo sguardo dello spettatore. Poi, gli incontri italiani: Visconti che gli dà una piccola parte in Il Gattopardo e quando lo vede per la prima volta gli dice: «Per un giubbotto nero, hai mani da principe…»; Buñuel, con un «volto favoloso, lavorato dalla vita, pesante e scavato»: per lui, Pierre è davanti alla macchina da presa in Bella di giorno e La via lattea. Infine, Fellini: lo vuole nel Satyricon, ma lui rifiuta: «Era come la Fiat, centinaia di attori, migliaia di operai, di figuranti, di artigiani all’opera per mesi, una città intera da costruire e da abitare…». Clémenti, che fu anche regista, è morto nel 1999. Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore.



di Felice Tocco

Non è così frequente che un uomo, che sa esprimere il suo dolore mantenendo il suo grido, e che integra l'esperienza carceraria con una riflessione politica nel senso più ampio della parola, scriva anche di filosofia. In termini molto semplici, in un linguaggio sobrio e allo stesso tempo poetico, mostra ciò che significa la mutilazione imposta dalla "condizione carceraria", come l'industria della punizione è parte di un meccanismo di risposta ai disoccupati del Mezzogiorno, come crea il circolo vizioso della recidiva. Tutto questo lo sapevamo già dalle cifre, non attraverso le sue lettere. Ma c'è di più: l'uomo negativo della prigione, questo uomo rinnegato, alienato, ci fa intravedere per contrasto le enormi risorse di creatività e di libertà che esistono in ognuno di noi... a condizione che noi non ci rendiamo prigionieri di noi stessi. Questo amico di Pasolini aveva perfettamente capito, decisamente, la sfida di tutte le rivolte. Da qui la cupa bellezza di questo testo.



di Simone Benvenuti

Luglio 1971. In Italia per lavoro, Pierre Clémenti – attore anticonformista francese di successo – è arrestato nel suo domicilio romano con l’accusa di detenzione di stupefacenti. Passerà diciotto mesi in carcere, tra Rebibbia e Regina Coeli, in attesa del processo, fino alla sentenza in appello che finalmente lo scagionerà per insufficienza di prove. Scritto di ritorno da quest’esperienza – allontanato dall’Italia, dove non potrà più far ritorno, in quanto ospite non gradito – Pensieri dal carcere (titolo originale Quelques messages personnels) costituisce il racconto per flash e note riflessive di un lungo percorso di privazione fisica e psicologica, della realtà carceraria di quegli anni e dell’umanità castrata che la popola. Queste note si intrecciano con ricordi dell’esperienza teatrale e cinematografica dell’attore, dagli esordi a fianco di Jean-Pierre Kalfon, Marc ‘O e Bulle Ogier alla consacrazione con Luis Buñuel. Ricordi che delineano la concezione artistica di Clémenti, dove teatro e cinema sono arte della sopravvivenza e della libertà.



di Marco Cicala (da Il Venerdì di Repubblica, 21/12/2007)

Così l’angelo nero di Buñuel
a Roma scrisse le sue prigioni

Oltre che con il regista spagnolo, Pierre Clémenti aveva lavorato con Bertolucci e Pasolini. Viveva in Italia da antidivo. Ma un giorno, come raccontò in un libro ora ripubblicato, finì a Regina Coeli per droga. Uscì un anno e mezzo dopo. Ma mai davvero.

SPESSO LE ROGNE arrivano la mattina presto. Come gli uffici giudiziari. O quelli del recupero crediti. O gli sbirri. Che il 24 luglio del 1971 irrompevano nell’abitazione romana dell’attore Pierre Clémenti e, dopo perquisizione, se lo portavano via in manette. Insieme a pochi grammi di cocaina e qualche briciola di hashish trovati, pare, nell’appartamento. È il primo atto di una vicenda non metaforicamente kafkiana che durerà diciotto mesi. Tanti ne passò in galera l’attore-icona della controcultura, faccia d’angelo ribelle che conquistò Buñuel, Bertolucci, Pasolini.

Due anni dopo la scarcerazione e il ritorno coatto in Francia, Pierre Clémenti raccontò quell’esperienza in un piccolo libro, Quelques messages personnels, che adesso viene ripubblicato in italiano col titolo Pensieri dal carcere. Lacerante resoconto autobiografico-esistenziale, riflessione sul sistema penitenziario, ma anche involontario spaccato di un’Italia, quella dei primissimi 70, formicolante di beatniks e neofascisti, livori proletari e paranoie perbeniste, vecchi malavitosi artigianali e nuovi faccendieri all’avanguardia.

Nel ’71 viene svelato il tentato golpe Borghese, s’infiammano i tumulti missini a Reggio Calabria, nasce il quotidiano il manifesto, scoppia lo scandalo degli appalti Anas (una paleo tangentopoli), Cefis espugna i vertici della Montedison, entra in vigore l’Iva, Giovanni Leone è eletto presidente della Repubblica anche grazie ai voti del Msi. Annota Clémenti, candidamente: «Avevo letto da qualche parte che Giovanni Leone, il presidente della Repubblica italiana, era stato avvocato, e mi dicevo: ecco uno che ha potere e conosce la realtà delle carceri. Farà qualcosa…». E invece, imputato si alzi: «Ai sensi della legge numero… lei è accusato di detenzione e uso di stupefacenti, avendo il rapporto di polizia stabilito…». Due anni di reclusione.

Clémenti ama l’Italia «pasoliniana» dei bulletti fragili e spavaldi, delle mamme arcaiche, dei terroni inurbati, delle mogli generose ma vendicative («Sanno bene che qualche volta l’uomo va con una puttana. Ma poi torna. E, se non torna, strappano ciò che difendevano. Impazziscono. Nelle carceri italiane ci sono centinaia di Medee». Ama quanto resta della savia e scollacciata plebe capitolina, quella che per secoli ha cantato il carcerato come un eroe a metà tra Virgilio e Gioacchino Belli («Dal cortile della prigione si scorge una terrazza della città dove ogni sabato le mogli, le fidanzate e le puttane dei detenuti vengono a mostrarsi nude, portando loro un po’ di consolazione»). Ama queste scorie di un’umanità in via di sparizione. E, da dietro le sbarre, gli piacciono ancora di più. Regina Coeli è Roma: «Per quanto spesse ne siano le mura… Essa è attraversata dalla vita della città, dai suoi rumori, dai suoi odori e persino dalle sue visioni».

Ma più toccante è forse la rievocazione dell’universo giudiziario di quegli anni. Immaginatevi una specie di Rimbaud-hippie finito da Parigi dentro un’aula di tribunale romano nel ’71: un suk togato fatto di avvocaticci paraculi col ghigno di Vittorio Gassman, giudici col cipiglio di Gino Cervi rimasti lì dal Ventennio, carabinieri coi baffi di Tiberio Murgia o Vittorio De Sica.

De Sica che, insieme a Fellini, andò a deporre in difesa di Clémenti. Ma niente da fare. Perché il bel Pierre è un tipo strano, troppo strano per un posto come Roma che, malgrado l’atavica noncuranza, resta pur sempre un paesone. Dove la gente mormora. I vicini protestano. Nella casa in cui abita Clémenti fa festa fino all’alba. Si incrociano ragazze nude sul pianerottolo. Grida d’amore risuonano. Poco importa se l’imputato si proclami innocente, occasionale fumatore di hashish ma contrario alle droghe («Non sono un viaggio ma una prigione»): Clémenti Pierre, «nato il 28 settembre 1942 a Parigi, XIV arrondissement, alle sei del mattino» da padre ignoto e madre portiera, ha capelli lunghi e barba, personalità e condotta che «dimostrano una predisposizione fisica e psicologica alla detenzione e al consumo di stupefacenti».

Ha lavorato con registi di fama, ma in film che all’epoca si chiamavano d’essai, perciò non ha un soldo. Il che lo rende massimamente sospetto. In carcere si arrovella, imbastisce teorie cospirazioniste («L’anarchico Valpreda si trovava in galera, da tempo si era certi della sua innocenza e la stampa dava grande rialto a questo scandalo… L’apparato di Stato italiano aveva bisogno di un diversivo»), spera, protesta, si tormenta («Il regime penitenziario è la negazione dell’essere umano… Significa far tornare l’uomo allo stato di feto, perché si riconverta in macchina benpensante… L’individuo che esce di prigione è minuziosamente fabbricato per farvi ritorno»). Considerazioni che riecheggiano il dibattito di quegli anni sul carcere, l’istituzione totale, Goffman, Focault… E che, le si condivida o no, ci ricordano quanto oggi la riflessione sulla prigione sia spaventosamente latitante.

Per Buñuel, Clémenti fu il diavolo-angelo della Via lattea e lo sprezzante amante tutto cuoio della Deneuve in Bella di giorno. Per Bertolucci lo sdoppiato rivoluzionario di Partner e lo chauffeur omosex del Conformista. Per Pasolini il cannibale di Porcile. In Italia iniziò col Gattopardo di Visconti, raccomandato da Alain Delon. Disse no a Fellini per Satyricon. Lavorò con la Cavani, Glauber Rocha, Jancsò, Makavejev, Ivory… Alla fine uscì dal carcere per insufficienza di prove. Ma in fondo non ne venne più fuori. Nemmeno con quel libro, quello sfogo terapeutico. È morto a Parigi nel ’99 per un tumore al fegato.



di Cristina Piccino (da ALIAS N. 6 - il manifesto, 11/02/2006)

La guerra di Pierre

Era il 1971 quando l’attore francese Clémenti, a Roma a girare «Necropoli» di Franco Brocani, venne arrestato per droga. Un blitz per distogliere l’attenzione dal caso valpreda. «Cosa di meglio che quei ragazzi stranieri coi capelli lunghi, sporchi, che non lavorano», scrive il poeta della rivoluzione nel suo diario dal carcere.

Era un mattino d’estate quando i carabinieri arrivarono nella casa dell’amica che ospitava pierre Clémenti a Roma: 24 luglio 1971, decennio a venire di antagonismi liberati dal 68, una rivoluzione di cui l’attore francese era icona e protagonista. In Partner di Bertolucci lo vediamo correre per le strade della capitale, era lui che raccontava qui già il maggio francese, irrequieto, ineffabile, un’insofferenza alle regole sin da piccolo che era il suo magnetismo. Bellezza androgina, potenza d’attore, sensibilità psichedelica che poi ne farà il protagonista «naturale» del magnifico Sweet Movie di Makavejev, aveva incantato oltre a Bertolucci (col quale girerà anche Il conformista, 70) Luis Buñuel (Bella di giorno, 66, La via lattea, 69), Marc’O (Les Idoles, 64), Philippe Garrel (Le lit vierge, 69, La cicatrice interiore, 70), Glauber Rocha (Cabezas scortadas, 70), Liliana Cavani (I cannibali, 69), Pier Paolo Pasolini (Porcili, 69). Il cinema insomma che più distillava immaginario e vita, di cui vissuto e sensibilità dell’attore erano incarnazione e alchimia perfetta. A Roma Clémenti stava girando Necropoli di Franco Brocani, ancora cinema italiano che lui adorava. Pasolini, intanto, «un san Paolo a suo modo che pensa di avere come missione l’affrancamento degli italiani dalle carcasse morali e dalle regole cattoliche che li hanno castrati per secoli rendendoli vergognosi della propria sessualità». Poi Fellini, Visconti (era stato anche nel Gattopardo), De Sica…

Quella mattina Clémenti dormiva, il figlio, Balthazar, un bimbetto di cinque anni, apre la porta. È un attimo. I carabinieri frugano determinati - «i vicini si sono lamentati» diranno a motivare l’irruzione da Anna Maria, così si chiama l’amica di Clémenti, una cosa dove c’era sempre un posto per tutti, cosa che da sola basta a giudicare, a dichiarare colpevolezza. Che cercano è facile immaginarlo: droga. E la trovano, naturalmente, un po’ di hashish, un pizzico di cocaina, roba da niente (e con tutta probabilità messa da loro stessi) che basta però a portare Clémenti e Anna Maria in galera. Un po’ quello che avverrà con la prossima legge Fini. Clémenti resterà in prigione diciotto mesi di cui otto attendendo il processo al quale viene prima condannato a due anni, e poi, in appello, assolto. Ma intanto passano altri dieci mesi, dieci mesi di abbrutimento, violenza, negazione di tutto. È in questo tempo tra regina Coeli – la prigione del popolo come lui la chiama – e Rebibbia, «il carcere modello», che Clémenti scrive Quelques messages personnels, qualcosa di più che un diario o un’autobiografia, un vero racconto del carcere ma soprattutto meccanismi che lo strutturano, e di quella repressione capillare e organizzata messa in atto da carabinieri e fascisti con il supporto degli apparati mediatici. Sono gli anni dei «casi» costruiti con sapienza, delle individualità demolite per colpire il movimento che mette sempre più in crisi la supremazia di una logica politica che è solo repressione a tutto campo. Valpreda accusato di strage anche se innocente, ma anarchico, dunque colpevole. Da Braibanti, primo colpevole di dissenso fino al «caso» del quali hashish e marijuana, e un incredibile clamore mediatico di mala informazione e fanatismo anticomunista. La droga ci dice Clémenti è il pretesto, il simbolo e la sintesi con cui annichilire le figure scomode e non assimilabili alle norme. La sua scrittura ci porta dentro a tutto questo, e lo fa partire da un vissuto (in prima persona) che mai è sovraesposto ma indignato, struggente, rabbioso con la dolcezza gentile di un poeta della rivolta. Che sa bene il paese in cui si trova rinchiuso, non diverso dalla sua Francia e dal resto del mondo che cerca di difendersi da chi mette in discussione sfruttamento, privilegio, negazione della consapevolezza. L’Italia che racconta Clémenti è quella del codice fascista Rocco, delle rivolte carcerarie finite in massacro, dell’istruzione negata in carcere come il lavoro o una qualsiasi specializzazione così che chi poi esce sia costretto a rientrarci. «perché quella mattina d’estate i poliziotti sono venuti a bussare proprio alla porta di Anna Maria?» si chiede più volte nel corso del racconto. E risponde: «ci voleva qualcosa che distogliesse l’attenzione dallo scandalo intorno alla condanna di Valpreda, molto rischioso per il sistema giudiziario e poliziesco (…) Cosa di meglio che dei ragazzi stranieri coi capelli lunghi, sporchi, che non vogliono lavorare e che si drogano, questi hippie…».

A Regina Coeli carcere duro, nessun diritto, letture e posta controllati, il rischio continuo della cella di isolamento (in cui finisce anche lui). Se si risponde si diventa subito elementi pericolosi. Clémenti rifiuta il mondo, smette di parlare, di leggere, di mangiare, non vuole visite. «Dopo il silenzio, e settimane di vita vegetativa, è arrivato il momento della rivolta. La sola arma che un prigioniero ha è il suo corpo» scrive. E ancora: «ho visto cose terribili a Regina Coeli. E uomini sublimi».

Quelques messages personnels, ripubblicato in Francia dalle edizioni folio, l’edizione originale uscita nel 1973 era ormai introvabile (in Italia l’ha pubblicato il Formichiere, ormai scomparso, ora si sta cercando un nuovo editore) si compone per istantanee in cui Pierre Clémenti detenuto incontra Pierre Clémenti attore: brucianti, la stessa incandescenza distillata nei suoi film. Che entrano nello «smascheramento» del carcere insieme a altri appunti di memoria, l’erranza nelle strade di Saint-Germain, l’incontro con Jean-Pierre Kalfon, i set di Buñuel per Bella di giorno… E le donne, «le stelle filanti» come le chiama, anche quelle italiane, «del popolo», incontrate nei vagabondaggi trasteverini, lui per scelta lontano dai salotti di piazza del Popolo e in affinità coi tavolini proletari di un quartiere allora ancora segno vitale di una metropoli non del tutto spossessata di sé. Cinema e vita insomma, cioè immaginario non pianificabile, che produce inquietitudine e per questo va cancellato. Clémenti prigioniero denuda anche i suoi «interlocutori»: i direttori del carcere per tipologie, mellifluo, o «sognatore», o smascherato di gentilezza che ti rovina. I poliziotti reclutati tra poveri e ignoranti, a cui si insegna a leggere e a picchiare, caricati a anfetamina prima delle manifestazioni, stessa tecnica usata dai francesi nella guerra di Algeria. «Il sistema ha paura dell’energia di massa. Bisogna bloccarla o canalizzarla cercando con ogni mezzo di riconvertire la potenziale energia creativa in repressione». Poi c’è la speranza, che è lotta per cambiarla la prigione, e che fa di Quelques messages personnels un libro combattente a ogni passaggio. E di evasione ma dal sistema verso l’utopia, che un giorno le prigioni scompaiano, che i ministri della giustizia siano tormentati da insonnia pensandoci, e che finisca l’ipocrisia. Clémenti non sarà più lo stesso una volta fuori. «Bisogna sapere andare molto lontano» aveva scritto. Resistenza estremista, quasi un’altra sperimentazione.



di Massimo De Feo (da ALIAS N. 6 - il manifesto, 11/02/2006)

Le canne non si spengono
per decreto

Contro ogni evidenza scientifica, e contro il buon senso, il governo ancora in carica ripropone una legge contro le «droghe» che garantisce all’Italia un balzo indietro di mezzo secolo, quando per qualche spinello si poteva finire in galera per anni, come testimonia il piccolo, ma solo per dimensioni, libro scritto dall’attore Pierre Clémenti, rinchiuso agli inizi degli anni Settanta per 18 mesi nei carceri romani di Regina Coeli e Rebibbia. Ormai introvabile nell’edizione italiana, Quelques messages personnels è stato ristampato in Francia pochi mesi fa, e ora è alla ricerca di un editore italiano che lo rimetta in circolo. Vuole proibire, reprimere, punire, incarcerare i «drogati», non ci sono solo bassi calcoli elettorali, quanto il ricordo e la paura di quella «rivoluzione psichedelica» che per qualche tempo mise all’angolo ogni principio di autorità basato sulla forza e sulla prepotenza, affermando invece tolleranza, amore, rispetto per la natura, fiducia negli esseri umani, solidarietà, democrazia comunitaria, spiritualità non fondamentalista, pacifismo… Sono queste «utopie», queste «allucinazioni» a turbare i sonni e a rendere paurosi i tunnel nei quali si sono rinchiusi i reazionari di ogni colore. Ogni anno in Italia il consumo di alcool causa la morte di circa 40.000 persone, mentre altre 80.000 ne fa fuori il tabacco. Tutte le altre droghe messe insieme sono responsabili forse di mille decessi. Dov’è l’«emergenza droga»? Non c’è nessuna emergenza. C’è un problema, ma questo non può essere affrontato con ideologie d’accatto e bugie all’ingrosso. Dire che tra droghe pesanti e leggere non c’è differenza, prima che falso è criminale. Dire che la marijuana fa male alla salute è una balla in malafede, come testimoniano tutti gli studi promossi a più riprese dal governo degli Stati Uniti, come della Gran Bretagna e di altri paesi. Proclamare solenni che «drogarsi non è un diritto!» fa ridere: sono millenni che l’umanità ricorre al mondo vegetale per alterare la propria coscienza, vedere più in là, sperimentare, sognare, crescere, guarire, progredire, evolvere… Un tempo queste sostanze venivano chiamate sacramenti, non droghe, e come tali venivano trattati, con rispetto e timore. Non è solo questione di «riduzione del danno». Si tratta di riscoprire questa loro funzione, educare al loro corretto uso, sottrarle al narcotraffico. Alterare la propria coscienza è un diritto inalienabile di ogni essere umano. E non ci sono tantissime inquisizioni o emendamenti appesi a leggi per i Giochi olimpici invernali approvati con la fiducia in grado di impedirlo.


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