Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5-6-7 Maggio)

In concomitanza con l’uscita del libro “Un uomo non piange mai” l’autrice parteciperà ad un incontro di presentazione il 6 maggio all’interno del Festival Mediterraneo Downtown

Mediterraneo Downtown: dialoghi, culture e società si terrà il primo week end di maggio (5-6 e 7 maggio) e, questa volta, si tratterà di una pacifica e animata invasione del centro storico di Prato.

Il quartier generale dell’evento sarà il complesso della Ex Campolmi, tra il Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini, ma saranno le strade, le piazze, i teatri, i cinema, i musei e le librerie di tutta la città ad essere protagonisti di una manifestazione che assumerà i connotati di un festival popolare, di una operazione culturale e divulgativa, con una offerta che spazierà tra incontri pubblici con testimonial autorevoli, arte contemporanea, concerti, libri, cinema, attività per bambini, incontri di giovani studenti, attività sportive.

Al centro dei dibattiti del talk show e delle presentazioni di libri, ci saranno come al solito i diritti, declinati sui “femminismi”, diritti delle donne ed Lgbti nel Mediterraneo, le economie e le relazioni economiche sostenibili, giovani e innovative, la libertà di espressione vista attraverso i fumetti e la graphic novel e, naturalmente, le migrazioni: affrontate questa volta da una prospettiva particolare ovvero, “quando la migrazioni bussano alla tua porta”.

Al Festival presso ex fabbrica Campolmi, di fronte al Museo del Tessuto troverete anche la libreria con tutti i titoli delle collane Altriarabi e Altriarabi Migrante dell’editrice il Sirente. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaïza Guène pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo del nuovo romanzo “sociale” francese. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro e quello a cui è più affezionata.

Racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

«Tradotta in 26 lingue, 400.000 copie vendute, Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

 

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Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

di Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

Muhammad Dibo“Il regime siriano uccide il popolo nelle carceri e con la guerra, lo uccide con gli assedi e con la fame, e queste cose avvengono tutti i giorni, non solo oggi con la strage legata all’uso di armi chimiche. E’ paradossale che ogni volta che le armi chimiche vengono usate in Siria, ci sia clamore sui media, ma poi il mondo torna al suo abituale silenzio pur sapendo che Assad ha continuato a uccidere senza fermarsi un solo giorno per sei anni. Le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute in carcere o con altri metodi? Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire ad Assad: uccidi, ma non con le armi chimiche! Fallo con i carri armati, i bombardamenti aerei, ma non con le armi chimiche”. Muhammad Dibo è uno scrittore siriano. Partecipò nel 2011 alla rivolta contro il regime. Dopo l’arresto e le torture in carcere, nel 2014 ha lasciato il Paese. Vive in esilio a Berlino e dirige “Syria Untold“, testata web di attivismo civile. Il 20 maggio sarà al Salone del Libro di Torino per parlare del romanzo “E se fossi morto?” (il Sirente), nel quale racconta che “se vivi in Siria, la fine può arrivare in ogni momento: sotto le bombe o in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti”.

 

L’America di Trump ha detto che rimuovere Assad non è una priorità: pensa che questo abbia dato carta bianca al regime?
“La posizione dell’America Trump non è diversa da quella dell’amministrazione Obama. L’unica differenza è che Trump dice apertamente ciò che Obama faceva tacitamente. Obama è stato più pericolo e insidioso per i siriani, li illudeva di essere contro Assad, ma in pratica gli ha fornito tutte le carte per sopravvivere: non ha aperto bocca sull’intervento di Hezbollah e dell’Iran, ha spianato la strada alla Russia e si rimangiato le dichiarazioni sulla “linea rossa” delle armi chimiche.

Lei crede che, sei anni dopo, siano rimaste solo due opzioni: il regime o i jihadisti?
“In Siria c’è ancora un popolo che vuole uno Stato libero e giusto, ma è tra le grinfie dei jihadisti e di Assad, due facce della stessa medaglia. Ci sarebbe una terza via: sconfiggere gli uni e l’altro. L’America e l’Europa credono di fare i loro interessi. Il rischio è che ne pagheranno il prezzo: le dittature sono terreno fertile per il terrorismo”.

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«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Corriere della Sera di Viviana Mazza

Sono il primo scrittore a finire in manette per un romanzo nella storia del sistema giudiziario egiziano», dice Ahmed Nàgi con voce pacata al telefono dal Cairo. Il 20 febbraio 2016 l’autore trentunenne di “Vita: istruzioni per l’uso“, edito in Italia da Il Sirente, è stato condannato a due anni di prigione per «oltraggio al pudore» a causa del «contenuto sessuale osceno» del libro. La vicenda ha fatto scalpore in tutto il mondo, gli è stato conferito il Premio Pen per la libertà di espressione. Poi, a dicembre, la Corte di Cassazione ha ordinato la sua scarcerazione provvisoria, ma il caso è ancora aperto. Il 2 aprile saprà se deve tornare in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tuttora in vendita in Egitto, descrive il Cairo in un futuro distopico, in cui la metropoli è stata distrutta — piramidi incluse — da una catastrofe naturale. Nel degrado della città il protagonista non può sorridere né esprimersi, e alcol, sesso, hashish sono rifugi illusori. «È un romanzo sulla vita dei giovani, sotto le pressioni delle autorità e della città», spiega l’autore nella prima intervista a un giornale italiano dopo il rilascio. Scritta durante la «stagnazione» dell’era Mubarak, prima della rivoluzione del 2011, l’opera è stata pubblicata nel 2014, dopo il golpe militare con cui Al-Sisi ha rovesciato il presidente Mohammed Morsi. Ma il libro aveva le carte in regola: era stato approvato dalla censura.

Perché è stato arrestato?

«Onestamente non lo so. Quando alcuni estratti del libro sono usciti sul giornale letterario “Akhbar Al-Adab”, un avvocato di nome Hani Salah Tawfik si è presentato alla polizia, accusandomi di avergli procurato alta pressione e dolori al petto turbando la sua idea di pudore. Il procuratore ha presentato il caso in tribunale. Nel primo processo sono stato giudicato innocente, ma il procuratore ha fatto ricorso: la Corte d’appello mi ha condannato. Adesso la Corte di Cassazione mi ha scarcerato, ma mi hanno vietato di viaggiare. Spero che l’udienza del 2 aprile sia l’ultima. Ci sono tre possibilità: che il giudice mi reputi innocente; che mi rimandi in prigione a scontare il resto della condanna; o che riduca la pena e, poiché ho già passato 11 mesi dentro, mi liberi. Gli avvocati sono ottimisti, ma io sono stanco, voglio che tutto questo abbia fine».

Lei è stato condannato per oltraggio al pudore sulla base dell’articolo 178 del codice penale. Non c’era mai stata una sentenza simile in Egitto?

«Non era mai successo. Nel 2009 lo scrittore e fumettista Magdi Shafiei è stato accusato di oscenità per la graphic novel Metro (ma si dice che la sua vera colpa fosse aver criticato Mubarak perché voleva trasmettere il potere al figlio, ndr): il giudice lo ha multato. Una multa era la cosa peggiore che poteva succederti».

Perché a lei è andata diversamente?

«Perché l’Egitto oggi è un Paese in fluttuazione, che galleggia appena. La situazione legale non è chiara: la nuova Costi- tuzione, approvata dal popolo nel 2014, vieta di incarcerare qualcuno per ciò che scrive o dice, ma ci sono molte leggi che la contraddicono, come quella per cui sono stato incriminato, e i giudici hanno enorme discrezionalità. Intanto, le autorità — il presidente, l’esercito, la polizia — si fanno la guerra per conquistare più potere. Quando la mia vicenda è iniziata, tre anni fa, c’era uno scontro feroce tra il sindacato della stampa e la procura generale, che ha ordinato di aprire tutti i casi contro i giornalisti, anche quelli come il mio, che di solito non arrivano mai in tribunale. Infatti oggi ci sono almeno 25 reporter in prigione. L’idea che mi sono fatto è che il procuratore abbia visto un’opportunità per presentarsi come custode della morale. Quando se la prendono con chi scrive di politica, le autorità sanno che l’opinione pubblica si schiererà con gli imputati. Ma hanno usato il mio caso per suggerire che i giornalisti vogliono corrompere la morale, i bambini».

Nella prigione di Tora, al Cairo, come è stato trattato?

«Ci permettevano di uscire dalla cella solo per un’ora al giorno, ma negli ultimi cinque mesi per niente. Per cinque mesi non ho visto il sole, potete immaginare come influisca sulla salute. Non ci sono regole, sei nelle mani delle guardie carcerarie e dei loro umori: un giorno accettano di farti arrivare dei libri, il giorno dopo no. Tora è una specie di città carceraria, contiene 25 prigioni. Nella mia sezione c’erano alti funzionari condannati per corruzione: tre giudici, un ex poliziotto, un ex ufficiale dell’esercito… In 60 in una cella di 6 metri per 30. E c’erano anche persone sotto inchiesta ma non condannate: la legge lo consente. Ho conosciuto un uomo che, dopo 24 mesi dentro, è stato dichiarato innocente. Anche alcuni criminali avevano letto il mio libro: non è un bestseller, sono rimasto colpito».

In quegli 11 mesi lei ha scritto un libro, nascondendo le pagine per non farsele sequestrare. Di cosa si tratta?

«È un romanzo storico, ambientato nel XIX secolo, all’epoca della costruzione del Canale di Suez. Scavare il canale era un’impresa basata sul sogno di sposare lo spirito dell’Est e il corpo dell’Ovest. Doveva essere un modo per controllare l’eco- nomia e il mercato e diffondere i valori del progresso».

Lo scrive in un momento in cui la situazione economica in Egitto è drammatica. Si aspetta nuove proteste?

«Secondo i dati ufficiali, l’inflazione è al 29%. Quattro mesi fa, la Banca mondiale ha chiesto all’Egitto di smetterla di con- trollare il prezzo della sterlina egiziana e il valore è crollato. Non abbiamo il welfare come voi italiani, ma c’è un sistema di sussidi governativi per beni essenziali come lo zucchero e il pane, che hanno prezzi controllati. Ora l’Egitto è costretto ad applicare i prezzi di mercato, ma gli stipendi non sono aumentati. Lo zucchero non si trova, in un Paese in cui dipendiamo da tre tazze di tè dolcissimo al giorno per l’energia fisica quotidiana. Di recente ci sono state proteste, ma non spero che continuino, sarebbe un disastro perché la gente arrabbiata non manifesta, va a prendersi il cibo nei negozi. Io non sono contrario al mercato libero, ma i cambiamenti troppo rapidi stanno distruggendo la vita delle persone. Non è solo un problema legato al regime, ma anche alle istituzioni occidentali che impongono questa agenda economica. Ai leader europei sta bene un Egitto che galleggi, perché vogliono trasformarlo in un posto di blocco per i migranti. Ai tempi di Mubarak compravamo tutte le armi dagli Usa, adesso abbiamo acquistato due aerei dalla Francia, due sottomarini dalla Germania. Perciò i leader europei adorano Al- Sisi, e gli daranno soldi e armi qualunque cosa faccia, purché controlli i migranti».

Lei conosceva Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso al Cairo?

«Voglio esprimere le mie condoglianze alla famiglia di Giulio. L’ho incontrato una volta, a una festa, non abbiamo parlato a lungo, ma ho avuto la sensazione che fosse nobile e gentile. Io sono un po’ cinico, nichilista, ma ho provato ammirazione per quello che faceva. Era un accademico, ma non ambiva solo a scrivere una tesi, voleva aiutare le persone che studiava a migliorare la loro vita».

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“La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cristiana Missori, ANSAmed, 13/02/2017

”L’ascensore era spesso in panne ma i chiacchiericci trovavano sempre il modo di gironzolare da un piano all’altro. Di me dicevano che ero una sfrontata, di mia sorella che era una ragazza per bene e di mia madre che lasciava troppo grasso nel tajine di montone. Mio padre, tutto sommato, lo risparmiavano, anche se era l’unico di tutto il palazzo a non essere ancora hajj, il che lo tormentava. Perché i miei genitori avevano un’unica ossessione: fare il pellegrinaggio alla Mecca”. Il palazzo è quello di una banlieue parigina, il racconto, è quello di Fairouz, figlia di immigrati marocchini in Francia, che combatte ostinatamente contro se stessa per emanciparsi dalle sue origini.

Insieme a una delle sue sorelle minori, Kalsoum, decide di raggranellare la somma necessaria per regalare ai suoi genitori devoti il sogno di una vita: il hajj. A narrare la sua storia, è Saphia Azzeddine – giovane autrice franco-marocchina – che in La Mecca-Phuket (in uscita a fine febbraio nelle librerie per la collana Altriarabi Migrante de Il Sirente, pp. 130 Euro 15), compie un affresco molto ironico, a tratti irriverente e divertente, di quel che accade nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stretta fra la voglia di vivere laicamente le sue origini arabo-musulmane: ”ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno”, annuncia Fairouz in una delle prime pagine del libro. ”Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”.

Altrettanto lucida quando descrive i difetti della sua comunità di origine: ”Sembra che. Ho sentito dire che. Poi la gente dirà che. Ecco più o meno quello che rovina le società arabo-musulmane in generale e il mio palazzo in particolare. Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello (…). La megera del nono aveva riferito a mia madre (per il suo bene) quel che si diceva nelle alte sfere del palazzo. Una macchina nuova era proprio necessaria prima di adempiere a un dovere islamico? Quelle maldicenze tormentavano i miei poveri genitori che fingevano di fregarsene”.

Saphia Azzeddine, nata ad Agadir nel 1979, ha all’attivo sei romanzi. Da quello di esordio, Confidences à Allah (2008) sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto.

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Lo scrittore Rodaan al Galidi dal 16 al 20 marzo in Italia

Lo scrittore olandese Rodaan al Galidi, vincitore dello European Union Prize for Literature, dal 16 al 20 marzo sarà in Italia per presentare il suo libro “L’autistico e il piccione viaggiatore”

Secondo titolo della collana Altriarabi Migrante sostenuta dall’Unione Europea,  “L’autistico e il piccione viaggiatore” narra la storia di Geert, un bambino geniale dalla mente infaticabile, che tuttavia instaura un legame più profondo con gli oggetti del negozio dell’usato dove lavora sua madre, che con il mondo esterno. Geert passa le serate smontando gli oggetti e ricombinandoli tra loro, finché al negozio non arriva un vecchio Stradivari: è l’inizio di una strana epopea che vedrà Geert diventare un celeberrimo costruttore di violini. Tra i personaggi di questa storia, un papà a forma di cannuccia, un maiale di nome Sinatra, una ragazza perennemente bagnata come le strade olandesi e un ostinatissimo piccione viaggiatore che aiuterà Geert a uscire dal suo guscio.

Vincitore con questo titolo del European Union Prize for LiteratureRodaan al Galidi ha una biografia particolare. Nato in Iraq è fuggito dal suo paese natale ed è arrivato in Europa come clandestino, quindi richiedente asilo, l’Olanda gli aveva negato l’accesso ai corsi ufficiali di lingua che ha quindi appreso come autodidatta diventando un autore noto e vincitore di vari premi.

Incontri con l’autore:

Mercoledì 16 Marzo 2016 ore 18 – Reale Istituto Neerlandese – Via Omero 12, Roma Intervengono: l’autore, il direttore del KNIR prof. Harald Hendrix, il traduttore del libro Stefano Musilli, l’editore, modera Francesca Bellino. Letture dal libro in italiano e olandese a cura dell’autore. A seguire buffet offerto dal Knir.

Giovedì 17 Marzo 2016 ore 19Libreria Griot – Via di Santa Cecilia, 1a Roma Intervengono: l’autore, il traduttore del libro Stefano Musilli, l’editore, modera Chiara Comito. Letture dal libro in italiano a cura di Donatella Vincenti.

Venerdì 18 Marzo 2016 ore 18CIES onlus – Via delle Carine, 4 Roma  Intervengono: l’autore, Maria Cristina Fernandez (responsabile CIES), il traduttore del libro Stefano Musilli e l’editore. Letture dal libro in italiano.

Sabato 19 Marzo 2016 ore 18,30Libreria Les Mots –  Via Carmagnola, 4, Milano Intervengono: l’autore e l’editore, modera Shady Hamady (Il Fatto Quotidiano). Letture dal libro in italiano.

Domenica 20 Marzo 2016 ore 18,00Bellissima Fiera di Libri e cultura indipendente Sala S2 – Palazzo del Ghiaccio, via di Piranesi, 10  Milano Intervengono: l’autore e l’editore, modera prof. Jolanda Guardi (esperta di Letteratura araba). Letture dal libro in italiano.

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Immigrazione a Fumetti

Recensione di “Se ti chiami Mohamed” Jérôme Ruillier La Freccia – Novembre 2015 – Silvia Del Vecchio “Sono padre di una bambina portatrice di trisomia 21, sindrome di Down. Andava in una scuola frequentata prevalentemente da figli di migranti, ogni giorno incontravo i genitori all’uscita e mi rendevo conto che questi padri utilizzavano esattamente le stesse parole che usavo io per la situazione della nostra bambina. Lì ho capito che la paura dell’altro e del diverso non è un problema di razzismo ma di difficoltà di integrazione.” Così l’autore di Se ti chiami Mohamed, Jérôme Ruillier, racconta di vite precarie umiliazioni e relazioni complesse che in tanti portano con sé dal paese d’origine e quello d’accoglienza. Reportage lontani dai cliché che abbracciano con forza vari temi, dalla ricerca identitaria all’esclusione sociale, e sollevano quei dubbi e interrogativi che oggi più che mai interessano il cittadino europeo. Un graphic novel sull’immigrazione maghrebina in Francia dal 1950 ai nostri giorni. Jérôme Ruillier sarà a Cagliari venerdì 13 per parlare del suo libro Se ti chiami Mohamed  ore 17,00 Festival Nues – Nuvole dal Fronte (Fumetti e Cartoni nel Mediterraneo, VI Festival Internazionale), nella sezione “Storie Migranti, le ragioni degli altri” giornata di approfondimento sui fenomeni migratori    

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Jérôme Ruillier il 13 Novembre al Festival Nues – Nuvole dal Fronte

«Se ti chiami Mohamed» di Jérôme Ruillier

Confronti, ottobre 2015, articolo di Michele Lipori

Se ti chiami Mohamed è un fumetto edito dalla casa editrice Il Sirente (collana «Altriarabi») con il patrocinio di Amnesty international Italia. L’opera, nello stile di un reportage, racconta la storia dell’immigrazione maghrebina in Francia dal 1950 fino ai giorni nostri. Una storia fatta di vite che si intrecciano, di racconti di giovani uomini che – da soli, all’inizio degli anni ’50 – hanno lasciato i propri paesi d’origine (perlopiù Algeria, Marocco e Tunisia) per trovare fortuna in Francia. Uomini semianalfabeti, ma abbastanza robusti ed in salute per lavorare alla catena di montaggio della Renault e per far girare gli ingranaggi della fiorente industria automobilistica francese. Nonostante le difficoltà di integrazione, che hanno costretto questa prima generazione di immigrati a vivere in lugubri dormitori e sempre sotto stretta osservanza, è stato possibile fare della Francia una nuova patria, dove costruire una famiglia.

Nel fumetto la realtà viene affrontata nella sua complessità, ed infatti si evince come anche le nuove generazioni non siano affatto esenti dalla discriminazione razziale, e – d’altra parte – si descrivono anche i delicati processi di ripensamento e adattamento della propria identità culturale, specialmente sui temi dei diritti di genere. Nato nel 1966 a Fort-Dauphin in Madagascar, Jérôme Ruillier ha studiato all’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgo e ha scritto perlopiù libri per ragazzi. Si è basato, per la creazione di quest’opera, sulla raccolta di testimonianze del documentario e del libro Mémoires d’immigrés di Yamina Benguigui.

Ruillier, che è padre di una bambina portatrice di trisomia 21 (conosciuta comunemente come «sindrome di Down») ha esplicitato il modo in cui la sua esperienza di padre sia stata fondamentale per guardare la vicenda dell’immigrazione in modo critico: «Mia figlia – ha detto Ruillier – fa la stessa esperienza degli immigrati: ha difficoltà di integrazione e si sente differente. La differenza è il vero tema del mio libro. Quello che mi interessava raccontare era la paura dell’Altro, del diverso da sé». Se ti chiami Mohamed ha vinto il dBD Award 2012 per il miglior fumetto reportage.

 

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