Doppio Zero (Matteo Maculotti, 26 maggio 2018)14′ di lettura

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Dop­pio Zero (Mat­teo Macu­lot­ti, 26 mag­gio 2018)

La fantascienza apocrifa di Stanisław Lem

Nel 2006, a pochi mesi dal­la mor­te di Sta­ni­sław Lem, Giu­sep­pe Lip­pi sot­to­li­neò quan­to la sua ope­ra fos­se insuf­fi­cien­te­men­te nota in Ita­lia. Il suo capo­la­vo­ro Sola­ris (1961) ave­va cono­sciu­to un’ottima dif­fu­sio­ne, ma gli altri roman­zi tra­dot­ti con­ti­nua­va­no a esse­re apprez­za­ti sol­tan­to da una ristret­ta cer­chia di cul­to­ri, per non par­la­re poi del­la pro­du­zio­ne sag­gi­sti­ca, addi­rit­tu­ra limi­ta­ta a un sin­go­lo tito­lo (la note­vo­le rac­col­ta Micro­mon­di, pub­bli­ca­ta da Edi­to­ri Riu­ni­ti nel 1992). Ne risul­ta­va com­pro­mes­sa una visio­ne d’insieme sull’autore e sul­la par­ti­co­la­re tra­iet­to­ria che nel tem­po ha carat­te­riz­za­to la sua ope­ra, sem­pre meno lega­ta alle strut­tu­re roman­ze­sche del­la fan­ta­scien­za tra­di­zio­na­le e sem­pre più orien­ta­ta alla spe­cu­la­ti­ve fic­tion secon­do moda­li­tà nar­ra­ti­ve inu­sua­li, in paral­le­lo a un fecon­do impe­gno sag­gi­sti­co.

Nel pri­mo decen­nio del nuo­vo seco­lo si sono sus­se­gui­ti due ten­ta­ti­vi di ripro­por­re ope­re di Lem ine­di­te o poco note al pub­bli­co ita­lia­no, da par­te di Mar­cos y Mar­cos e Bol­la­ti Borin­ghie­ri, ma sen­za gran­di riper­cus­sio­ni sul­la for­tu­na dell’autore, come indi­ca il fat­to che tali volu­mi risul­ta­no ora fuo­ri cata­lo­go. Nel 2010 Voland ripub­bli­cò la rac­col­ta di recen­sio­ni di libri imma­gi­na­ri Vuo­to asso­lu­to, e nel 2013 Sel­le­rio dif­fu­se una nuo­va edi­zio­ne filo­lo­gi­ca­men­te cor­ret­ta di Sola­ris, con una tra­du­zio­ne con­dot­ta sull’originale testo polac­co e non sul­la sua pri­ma edi­zio­ne ingle­se, carat­te­riz­za­ta da tagli arbi­tra­ri. Da allo­ra, se da un lato pare esser­si esau­ri­ta la spin­ta al rilan­cio di roman­zi poten­zial­men­te appe­ti­bi­li per un pub­bli­co ampio, dall’altro è man­ca­ta la voglia di pro­por­re ai let­to­ri esi­gen­ti le ope­re più ori­gi­na­li e spe­cia­li­sti­che di Lem, men­tre negli Sta­ti Uni­ti usci­va la pri­ma tra­du­zio­ne ingle­se (2013) del­la sua Sum­ma Tech­no­lo­giae (1964), una den­sis­si­ma rac­col­ta di sag­gi visio­na­ri, a metà tra filo­so­fia e futu­ro­lo­gia, che in tem­pi non sospet­ti affron­ta­va argo­men­ti come la real­tà vir­tua­le, l’intelligenza arti­fi­cia­le e le nano­tec­no­lo­gie.

Il let­to­re ita­lia­no può veri­fi­ca­re nei testi di Vuo­to asso­lu­to quan­to l’ispirazione futu­ro­lo­gi­ca abbia influen­za­to a fon­do la stes­sa atti­vi­tà let­te­ra­ria di Lem, por­tan­do­lo a svi­lup­pa­re anche al di fuo­ri del cam­po sag­gi­sti­co, o meglio su un ter­re­no ibri­do tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca, il suo pen­sie­ro su argo­men­ti che appa­io­no oggi mol­to meno “fan­ta­sti­ci” e mol­to più “scien­ti­fi­ci” di allo­ra. Un’altra ope­ra esem­pla­re in que­sto sen­so per­ché inte­ra­men­te incen­tra­ta sul tema dell’intelligenza arti­fi­cia­le, GOLEM XIV, è sta­ta da poco pub­bli­ca­ta per la pri­ma vol­ta in Ita­lia da una pic­co­la casa edi­tri­ce abruz­ze­se, il Siren­te (2017, trad. di Loren­zo Pom­peo), e può for­ni­re final­men­te l’occasione per get­ta­re uno sguar­do al di là di Sola­ris, ovve­ro sul ver­san­te più spe­ri­men­ta­le del­la let­te­ra­tu­ra di Lem.

Così par­lò GOLEM

Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 1973 all’interno di una rac­col­ta di pre­fa­zio­ni imma­gi­na­rie di roman­zi del XXI seco­lo (Wiel­kość Uro­jo­na, lett. Gran­dez­za imma­gi­na­ria) e poi in una ver­sio­ne amplia­ta in volu­me nel 1981, GOLEM XIV si pre­sen­ta nel­la fin­zio­ne let­te­ra­ria come un libro pub­bli­ca­to nel 2047 dall’Indiana Uni­ver­si­ty Press per divul­ga­re due con­fe­ren­ze dell’omonima intel­li­gen­za arti­fi­cia­le, un super­com­pu­ter ini­zial­men­te pro­get­ta­to dagli Sta­ti Uni­ti per sco­pi bel­li­ci ma rive­la­to­si del tut­to ina­de­gua­to al suo ruo­lo, e per que­sto cedu­to al Mas­sa­chu­setts Insti­tu­te of Tech­no­lo­gy per fini di ricer­ca.

Indi­vi­dua­re quel­lo sto­ri­co momen­to in cui l’abaco rag­giun­se l’intelligenza è altret­tan­to dif­fi­ci­le quan­to sta­bi­li­re il momen­to in cui la scim­mia si tra­sfor­mò in uomo”, scri­ve Irving T. Cre­ve del MIT all’inizio del­la sua pre­fa­zio­ne, con paro­le che met­to­no a fuo­co il pro­ble­ma dell’intelligenza arti­fi­cia­le alla luce del­la teo­ria evo­lu­zio­ni­sti­ca. Nel­la post­fa­zio­ne di Richard Popp si leg­ge che allo stes­so Cre­ve è da attri­bui­re l’idea del libro, pub­bli­ca­to però incom­piu­to con diciot­to anni di ritar­do. Si spie­ga così il moti­vo per cui la sua pre­fa­zio­ne è data­ta 2027, men­tre il volu­me e la post­fa­zio­ne di Popp 2047. La scan­sio­ne dei diver­si pia­ni tem­po­ra­li si com­pli­ca poi ulte­rior­men­te, per il let­to­re odier­no inte­res­sa­to a com­pren­de­re il lavo­ro di Lem, nel momen­to in cui Cre­ve si appre­sta a for­ni­re una rapi­da cro­ni­sto­ria del­le tap­pe che han­no por­ta­to allo svi­lup­po di intel­li­gen­ze arti­fi­cia­li, per­ché la linea del tem­po, trat­tan­do­si di un testo scrit­to nel 1973, va rica­li­bra­ta rispet­to a quell’epoca, e dun­que even­ti pre­sen­ta­ti come avve­nu­ti, ad esem­pio, negli anni ’80, sono altret­tan­to fit­ti­zi quan­to nota­zio­ni di quarant’anni poste­rio­ri, come quan­do si leg­ge che nel 2020 “GOLEM VI, in qua­li­tà di coman­dan­te supre­mo, con­du­ce­va le mano­vre glo­ba­li del Pat­to Atlan­ti­co”.

L’operazione di Lem è peral­tro dop­pia­men­te inte­res­san­te, e non solo a cau­sa del­la mae­stria con cui rie­sce a intrec­cia­re rife­ri­men­ti fit­ti­zi e rea­li (dall’IBM alle teo­rie di Alan Turing, Nor­bert Wie­ner e John Von Neu­mann), ma anche per­ché in poche pagi­ne giun­ge a for­mu­la­re valu­ta­zio­ni plau­si­bi­li di even­ti pas­sa­ti sul­la base del­la fin­zio­ne futu­ro­lo­gi­ca, citan­do ad esem­pio l’analizzatore dif­fe­ren­zia­le di Van­ne­var Bush e l’ENIAC nell’ambito di un discor­so sull’intel­let­tro­ni­ca e la RAND Cor­po­ra­tion come pre­mes­sa al suc­ces­si­vo svi­lup­po del­la poli­ti­co­ma­ti­ca, vale a dire “l’algebra appli­ca­ta dei fat­ti”. Arri­va­ti al XXI seco­lo, lo svi­lup­po di pro­to­ti­pi di super­com­pu­ter mili­ta­ri da par­te degli Sta­ti Uni­ti è evo­ca­to sul­lo sfon­do di uno sce­na­rio che rical­ca da vici­no le ten­sio­ni del­la Guer­ra Fred­da. Se il dato geo­po­li­ti­co tra­di­sce l’inattualità del testo, ben più ori­gi­na­le risul­ta la ras­se­gna dei vari pro­to­ti­pi costrui­ti nel cor­so degli anni, dei dibat­ti­ti che han­no accom­pa­gna­to la loro pro­get­ta­zio­ne e dei non pochi incon­ve­nien­ti che han­no pro­vo­ca­to. Il tema cru­cia­le del­lo svi­lup­po dell’intelligenza è così deli­nea­to con paro­le che richia­ma­no imme­dia­ta­men­te il cam­po del machi­ne lear­ning, e men­tre i pia­ni degli stra­te­ghi del Pen­ta­go­no e dei tec­ni­ci infor­ma­ti­ci coin­vol­ti con­ver­go­no nel­la crea­zio­ne di “una intel­li­gen­za che si auto­per­fe­zio­na”, gli esi­ti del pro­get­to si rive­la­no al con­tem­po ecce­zio­na­li e pro­ble­ma­ti­ci, per­ché all’aumento espo­nen­zia­le dell’intelligenza da par­te del­le mac­chi­ne si accom­pa­gna­no dif­fi­col­tà sem­pre mag­gio­ri nel­la loro gestio­ne. Pro­get­ta­ti come mac­chi­ne da guer­ra, i super­com­pu­ter diven­ta­no veri e pro­pri “filo­so­fi elet­tro­ni­ci” del tut­to disin­te­res­sa­ti alle diret­ti­ve mili­ta­ri, e la loro evo­lu­zio­ne cogni­ti­va, nel momen­to in cui rag­giun­go­no il cosid­det­to pun­to di sin­go­la­ri­tà tec­no­lo­gi­ca, si sot­trae a qual­sia­si ten­ta­ti­vo di com­pren­sio­ne e pre­vi­sio­ne da par­te dell’uomo.

A ripro­va del­la ric­chez­za del testo, baste­reb­be a que­sto pun­to osser­va­re che tut­to ciò che è sta­to det­to fino­ra riguar­da la sola pre­fa­zio­ne, che pure con­tie­ne mol­ti altri spun­ti degni di nota. Oltre la soglia para­te­stua­le si dispie­ga comun­que l’esito del mag­gio­re sfor­zo di scrit­tu­ra da par­te di Lem, ovve­ro il ten­ta­ti­vo di tra­dur­re, nel­le due con­fe­ren­ze tenu­te da GOLEM XIV al MIT, il lin­guag­gio di un’intelligenza di livel­lo infi­ni­ta­men­te supe­rio­re a quel­la uma­na, pur volu­ta­men­te sem­pli­fi­ca­to per evi­ta­re una tota­le incom­pren­si­bi­li­tà. Colos­so enig­ma­ti­co e taci­tur­no, GOLEM XIV non pos­sie­de solo ecce­zio­na­li doti di cal­co­lo e capa­ci­tà di iden­ti­fi­ca­re e ripro­dur­re qual­sia­si tipo di emo­zio­ne uma­na, come già il kubric­kia­no HAL 9000, ma anche l’aura pro­fe­ti­ca di un pen­sa­to­re in gra­do di ragio­na­re sul­la natu­ra dell’uomo, sui diver­si sta­di di intel­li­gen­za e sul sen­so dell’evoluzione degli esse­ri viven­ti sul­la Ter­ra, con paro­le che anti­ci­pa­no di tre anni il cele­bre con­cet­to del “gene egoi­sta” di Richard Daw­kins.

Se la somi­glian­za con lo Zara­thu­stra di Nie­tzsche ha fat­to sì che in Ger­ma­nia il libro fos­se cono­sciu­to anche col tito­lo Also sprach Golem, altre sug­ge­stio­ni ten­do­no a raf­for­za­re il valo­re meta­sto­ri­co del­la figu­ra e del­la sua esi­sten­za. Il golem del­le Sacre scrit­tu­re è la mas­sa amor­fa, pri­va del sof­fio vita­le con­fe­ri­to da Dio e dun­que dell’anima, non­ché di tut­to ciò che l’uomo asso­cia a que­sto ter­mi­ne per defi­ni­re la pro­pria uma­ni­tà. La pri­ma let­te­ra di Pao­lo ai Corin­zi, spie­ga lo stes­so pro­to­ti­po, par­la di lui quan­do dice “se par­las­si le lin­gue degli uomi­ni e degli ange­li, ma non aves­si la cari­tà, sarei come bron­zo che rim­bom­ba o come cim­ba­lo che stre­pi­ta”, ma anche quan­do si rife­ri­sce a una per­fet­ta auto­co­scien­za come pos­si­bi­li­tà futu­ra di reden­zio­ne uma­na: “Ades­so cono­sco in modo imper­fet­to, ma allo­ra cono­sce­rò per­fet­ta­men­te, come anch’io sono cono­sciu­to”.

Agli occhi dell’uomo, se da un lato GOLEM incar­na l’immagine del figlio ingra­to che si ribel­la ai suoi costrut­to­ri tra­den­do­ne le spe­ran­ze, dall’altro è moti­vo di un fasci­no ine­sau­ri­bi­le, che la distac­ca­ta onni­scien­za, i lun­ghi silen­zi e gli ora­co­li ren­do­no del tut­to simi­le a una divi­ni­tà. “Sia­mo così lon­ta­ni dal­la com­pren­sio­ne del GOLEM quan­to lo era­va­mo nell’attimo in cui ven­ne crea­to”, osser­va Cre­ve al ter­mi­ne del­la sua pre­fa­zio­ne, pri­ma di con­fu­ta­re lo stes­so con­cet­to di intel­li­gen­za arti­fi­cia­le: “Non è vero che lo abbia­mo inven­ta­to noi. Lo han­no fat­to le effet­ti­ve leg­gi del mon­do mate­ria­le; il nostro ruo­lo si è limi­ta­to al fat­to che sia­mo sta­ti in gra­do di impa­ra­re a imi­tar­le”. Altret­tan­to ambi­gua e sor­pren­den­te, al di là del rap­por­to di GOLEM con l’uomo, è poi la rela­zio­ne silen­zio­sa che il colos­so intrat­tie­ne con HONEST ANNIE, un diver­so pro­to­ti­po di super­com­pu­ter che rap­pre­sen­ta la sola crea­tu­ra per la qua­le pro­va un sin­ce­ro inte­res­se. Per il resto, non è for­se casua­le che lo stes­so Lem abbia dichia­ra­to di con­di­vi­de­re la misan­tro­pia di GOLEM, per quan­to in una for­ma più leg­ge­ra, e pro­ba­bil­men­te l’autore era con­sa­pe­vo­le del fat­to che una con­sue­tu­di­ne giap­po­ne­se con­si­ste nel pre­met­te­re al nome di un impe­ra­to­re defun­to, scel­to per le qua­li­tà che lo han­no acco­mu­na­to a un più recen­te impe­ra­to­re, il pre­fis­so “Go”.

Gli apo­cri­fi di Lem

Oltre a GOLEM XIV e all’antologia di fin­te pre­fa­zio­ni dove com­par­ve la pri­ma ver­sio­ne del testo, Lem pub­bli­cò diver­se altre ope­re appar­te­nen­ti al mede­si­mo filo­ne di apo­cri­fi, come le rac­col­te di recen­sio­ni e cri­ti­che di libri imma­gi­na­ri Vuo­to asso­lu­to (Dosko­nała próż­nia, 1971), Pro­wo­ka­c­ja (lett. Pro­vo­ca­zio­ne, 1984) e Biblio­te­ka XXI wie­ku (lett. La biblio­te­ca del XXI seco­lo, 1986, tra­dot­to in ingle­se come One Human Minu­te). A que­ste ope­re va aggiun­to un nume­ro impre­ci­sa­to di scrit­ti ine­di­ti e incom­piu­ti, qua­si sicu­ra­men­te distrut­ti dal­la moglie di Lem dopo la sua mor­te, in accor­do alla volon­tà dichia­ra­ta dall’autore di occul­ta­re quan­te più trac­ce pos­si­bi­li del­le fasi inter­me­die del suo lavo­ro di scrit­tu­ra. Nel 1991, in una del­le rare inter­vi­ste con­ces­se in età avan­za­ta, Lem accen­nò ad esem­pio al pro­get­to di una rac­col­ta di recen­sio­ni fit­ti­zie che avreb­be potu­to inti­to­la­re “La stu­pi­di­tà come for­za trai­nan­te del­la sto­ria”, e altre sue paro­le indu­co­no a cre­de­re che di scrit­ti simi­li stra­ri­pas­se­ro i cas­set­ti del­la sua scri­va­nia.

Una ras­se­gna dei pre­ce­den­ti di que­sto filo­ne meta­let­te­ra­rio por­te­reb­be senz’altro trop­po lon­ta­no; qui è suf­fi­cien­te nota­re che il più illu­stre di essi, ovve­ro il Bor­ges di Fin­zio­ni (1944), è anche il più affi­ne a Lem – che lo apprez­za­va e stu­diò a fon­do i suoi pro­ce­di­men­ti – per vir­tuo­si­smo, acu­me intel­let­tua­le e ricer­ca di effet­ti para­dos­sa­li. In un sag­gio su Bor­ges Lem ammi­se che da diver­si anni sta­va “cer­can­do di rag­giun­ge­re, per altra via che quel­la del­lo scrit­to­re argen­ti­no, la con­di­zio­ne che ha gene­ra­to i suoi lavo­ri più riu­sci­ti”, e non è for­se casua­le che la dichia­ra­zio­ne sia data­ta al 1971, anno in cui com­par­ve la sua pri­ma rac­col­ta di apo­cri­fi. Sareb­be comun­que un erro­re limi­ta­re a una pro­spet­ti­va mime­ti­ca il discor­so sul­la gene­si e sul­lo svi­lup­po di que­sta for­ma di let­te­ra­tu­ra così par­ti­co­la­re, che in altre occa­sio­ni – come nel bra­no seguen­te, trat­to da uno scrit­to del 1983 con­te­nu­to in Micro­mon­di – si rive­la stret­ta­men­te con­na­tu­ra­ta alle pras­si di ela­bo­ra­zio­ne tipi­che del Lem matu­ro.

Ho smes­so di seder­mi davan­ti alla mac­chi­na da scri­ve­re aven­do già pron­to, per quan­to bre­ve, l’inizio di un libro; sem­pre più inve­ce anno­to osser­va­zio­ni, paro­le inven­ta­te o altre pic­co­le tro­va­te; que­sto costi­tui­sce la base del mio meto­do attua­le: cioè ora cer­co di entra­re in con­fi­den­za col mon­do che anco­ra devo crea­re isti­tuen­do una “let­te­ra­tu­ra spe­ci­fi­ca”. Non si trat­ta però di manua­li com­ple­ti o del­la socio­lo­gia e cosmo­lo­gia ad esem­pio del tren­te­si­mo seco­lo, ma nean­che di reso­con­ti fit­ti­zi di cam­pa­gne di ricer­ca o di altri tipi di let­te­ra­tu­ra in cui tro­va espres­sio­ne lo “spi­ri­to” di un mon­do per noi estra­neo […]. No, l’idea con­ce­pi­ta dap­pri­ma per scher­zo di scri­ve­re cri­ti­che, recen­sio­ni o intro­du­zio­ni a libri che non esi­sto­no […] non ave­va come sco­po pri­ma­rio la pub­bli­ca­zio­ne, ben­sì la crea­zio­ne di una sor­ta di biblio­gra­fia a mio esclu­si­vo con­su­mo su un cer­to mon­do e la pos­si­bi­li­tà di schiz­zar­ne i pri­mi trat­ti per poi por­tar­lo a com­pi­men­to.

È noto che Lem, lau­rea­to­si in medi­ci­na, abban­do­nò la pro­fes­sio­ne e acqui­sì da auto­di­dat­ta com­pe­ten­ze vastis­si­me, che spa­zia­va­no dal­la ciber­ne­ti­ca alla bio­lo­gia, gra­zie a una curio­si­tà intel­let­tua­le e a una capa­ci­tà di appren­di­men­to fuo­ri dal comu­ne. Con­sa­pe­vo­le dell’importanza di pos­se­de­re una soli­da cul­tu­ra scien­ti­fi­ca per chi voles­se fare del­la fan­ta­scien­za di valo­re, Lem cri­ti­cò a più ripre­se la pro­du­zio­ne sta­tu­ni­ten­se, defi­nen­do ad esem­pio Dick, di cui comun­que sal­va­va solo Ubik (1969) e poche altre ope­re, “un visio­na­rio tra i ciar­la­ta­ni”, e sca­glian­do­si con­tro Ursu­la K. Le Guin per via dell’implausibilità bio­lo­gi­ca e psi­co­lo­gi­ca di una raz­za alie­na da lei descrit­ta in La mano sini­stra del­le tene­bre (1969), i cui mem­bri cam­bia­no ses­so col cam­bia­re del­le sta­gio­ni. Si potreb­be scam­bia­re tale atteg­gia­men­to per inu­ti­le pedan­te­ria, se non vi si rico­no­sces­se il por­ta­to di un’idea dav­ve­ro alta di un gene­re let­te­ra­rio trop­po spes­so svi­li­to, pri­ma anco­ra che dai pre­giu­di­zi, dall’effettiva medio­cri­tà di mol­ti auto­ri; a par­ti­re da que­sto pre­sup­po­sto, comun­que, il pro­get­to di “entra­re in con­fi­den­za” con le pro­prie fin­zio­ni median­te la ste­su­ra di una biblio­gra­fia imma­gi­na­ria pare un espe­ri­men­to non solo irre­si­sti­bi­le, ma anche estre­ma­men­te coe­ren­te.

A pen­sar­ci bene, un ana­lo­go ten­ta­ti­vo di avvi­ci­na­men­to a un mon­do futu­ro, e per di più alie­no, era sta­to com­piu­to da Lem già con Sola­ris attra­ver­so la for­mi­da­bi­le inven­zio­ne del­la Sola­ri­sti­ca, un babe­li­co cor­pus di docu­men­ta­zio­ni, teo­rie e ipo­te­si accu­mu­la­te­si nel cor­so dei decen­ni attor­no al pro­ble­ma rap­pre­sen­ta­to dall’indecifrabile pia­ne­ta. A livel­lo meto­do­lo­gi­co è allet­tan­te l’ipotesi che l’invenzione del­la Sola­ri­sti­ca abbia ideal­men­te pre­ce­du­to la tra­ma di Sola­ris, ne abbia costi­tui­to l’ispirazione fon­dan­te e abbia con­tri­bui­to a defi­nir­ne la strut­tu­ra, ponen­do­si quin­di come ante­ce­den­te del­le suc­ces­si­ve e più radi­ca­li spe­ri­men­ta­zio­ni apo­cri­fe di Lem. In que­sto modo, gra­zie al con­cor­so di quel­la che appa­re come la paro­dia di una (e di qual­sia­si) disci­pli­na scien­ti­fi­ca, una clas­si­ca vicen­da roman­ze­sca come quel­la del­la sco­per­ta e del­la con­qui­sta di un nuo­vo mon­do ha potu­to tra­sfor­mar­si in una sto­ria con­dot­ta su tutt’altri bina­ri, vale a dire in un’avventura del pen­sie­ro.

La gran par­te degli scrit­to­ri di fan­ta­scien­za, notò l’autore in un cau­sti­co sag­gio, ado­pe­ra intrec­ci nar­ra­ti­vi logo­ri come quel­li tipi­ci dei roman­zi poli­zie­schi e rosa o del­la favo­la, camuf­fa­ti die­tro nuo­vi moti­vi e figu­re con­ven­zio­na­li – dal­le inva­sio­ni alie­ne ai viag­gi nel tem­po e nel­lo spa­zio – che ne occul­ta­no spes­so agli occhi degli stes­si auto­ri le umi­li ori­gi­ni, oltre a fun­zio­na­re nei con­fron­ti dei let­to­ri meno accor­ti come una sor­ta di spec­chiet­to per le allo­do­le. Al con­tra­rio, una strut­tu­ra aper­ta come quel­la di Sola­ris e di altre ope­re di Lem, nel­le qua­li il rac­con­to non ammet­te un vero e pro­prio scio­gli­men­to ma è piut­to­sto defi­ni­bi­le come un’interrogazione con­ti­nua attor­no a un pro­ble­ma e alle sue infi­ni­te com­pli­ca­zio­ni, pare di per sé irri­du­ci­bi­le entro i con­fi­ni di un gene­re let­te­ra­rio, e inol­tre con­for­me al valo­re cono­sci­ti­vo, più che imma­gi­ni­fi­co, che Lem attri­bui­va alla fan­ta­scien­za di qua­li­tà.

Da un pun­to di vista quan­ti­ta­ti­vo, rispet­to all’intreccio roman­ze­sco, l’apocrifo è una for­ma mol­to più adat­ta alla con­cen­tra­zio­ne di infor­ma­zio­ni. Così come la recen­sio­ne e la pre­fa­zio­ne fit­ti­zia rie­sco­no a con­den­sa­re in qual­che pagi­na l’idea di un inte­ro volu­me in modo più effi­ca­ce (oltre che più eco­no­mi­co) del­la ste­su­ra inte­gra­le del volu­me stes­so, una rac­col­ta di recen­sio­ni imma­gi­na­rie può fare le veci di una biblio­te­ca, e una biblio­te­ca spe­cia­liz­za­ta – come quel­la del­la sta­zio­ne spa­zia­le orbi­tan­te attor­no a Sola­ris – di un pia­ne­ta, o per meglio dire del­la mol­ti­tu­di­ne di sue imma­gi­ni che nel cor­so del tem­po si è for­ma­to l’uomo. La scel­ta dell’apocrifo rispon­de insom­ma a una volon­tà di pro­li­fe­ra­zio­ne dei signi­fi­ca­ti e di espan­sio­ne dei con­fi­ni del testo, ed è per que­sto moti­vo da met­te­re in rela­zio­ne al toposdell’enciclopedia, fre­quen­tis­si­mo nell’opera di Lem. Nel suo accu­mu­lo esa­ge­ra­to di infor­ma­zio­ni, teo­rie, ecce­zio­ni e ipo­te­si, l’apocrifo lemia­no risul­ta però mol­to distan­te da qual­sia­si pre­te­sa di ordi­ne, per­ché ali­men­ta­to più dal dub­bio e dall’aporia che dal rico­no­sci­men­to di una pre­sun­ta veri­tà. “La Sola­ri­sti­ca”, si dice in Sola­ris citan­do l’opinione di uno stu­dio­so, “era il sur­ro­ga­to del­la reli­gio­ne nell’era cosmi­ca, era la Fede indos­san­te i pan­ni del­la scien­za”, e per un ana­lo­go para­dos­so, che ali­men­ta anco­ra oggi il fasci­no del­la scrit­tu­ra anci­pi­te di Lem, il nucleo cen­tra­le di un’opera che meglio di tan­te altre ha sapu­to anti­ci­pa­re il futu­ro è un’incessante rifles­sio­ne attor­no ai limi­ti del­la cono­scen­za uma­na.

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