Kaouther Adimi e l’eterno paradosso dell’Algeria3′ di lettura

Intervista all’autrice di “le ballerine di Papicha”  di Francesca Del Vecchio

Tabù, silenzi e solitudine

Il pri­mo roman­zo di Kaou­ther Adi­mi, gio­va­ne autri­ce alge­ri­na, si inti­to­la Le bal­le­ri­ne di papi­cha. Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2011, è arri­va­to in Ita­lia solo quest’anno, edi­to da Il Siren­te. Oggi, men­tre in Fran­cia esce il suo ulti­mo lavo­ro, Nos Riches­se, s’intravede nel suo per­cor­so nar­ra­ti­vo una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla soli­tu­di­ne del­le ani­me, ai tabù e ai silen­zi tra gene­ra­zio­ni a con­fron­to. Anche in Le bal­le­ri­ne di papi­cha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Haji Yous­sef, Ham­za, com­pon­go­no uno stra­va­gan­te album foto­gra­fi­co fami­lia­re, esi­sten­ze intrec­cia­te eppu­re indi­pen­den­ti; per­so­ne che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to ma che non par­la­no mai dav­ve­ro tra loro. Que­sto roman­zo inti­mo è tale non solo per via dei lega­mi di paren­te­la che inter­cor­ro­no tra i per­so­nag­gi, ma anche per­ché le sto­rie dei sin­go­li sono la meta­fo­ra dell’Algeria: ognu­no con la pro­pria vita, e non esi­sto­no pro­get­ti comuni.

Che pae­se è oggi il suo?

È una doman­da piut­to­sto dif­fi­ci­le; ho la mia visio­ne del­le cose, e la mia voce non può cer­to esse­re acco­sta­ta a tut­ti gli alge­ri­ni. Ma que­sto è un pae­se com­pli­ca­to, un con­ti­nuo para­dos­so. Sia­mo il risul­ta­to di una sto­ria, scos­sa trop­pe vol­te, tra Orien­te e Occi­den­te, all’incrocio tra Euro­pa e Afri­ca. In Alge­ria, ognu­no pen­sa a se stes­so, cia­scu­no è inca­stra­to nel­la pro­pria sto­ria personale.

Un po’ come i pro­ta­go­ni­sti del suo romanzo?

Cre­do che que­sta fami­glia sia la meta­fo­ra stes­sa dell’Algeria: quel­le di cui par­lo, sono tre gene­ra­zio­ni che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to, in un palaz­zo del quar­tie­re popo­la­re di Alge­ri. Cia­scun per­so­nag­gio ha il suo “ritrat­to” per­so­na­le. E que­sto mi è ser­vi­to per trat­teg­gia­re gli intrec­ci fami­lia­ri di cui si com­po­ne il roman­zo: madri e figli che comu­ni­ca­no tra loro, sen­za mai par­la­re veramente.

Ogni per­so­nag­gio è dota­to di una spic­ca­ta dimen­sio­ne psi­co­lo­gi­ca e que­sto è indi­ce di una buo­na riu­sci­ta. Si è ispi­ra­ta a qualcuno?

Sono per­so­nag­gi inven­ta­ti, ma come ogni roman­zie­re, ho attin­to dal­la real­tà alcu­ne carat­te­ri­sti­che, che ho poi distri­bui­to qua e là tra i miei per­so­nag­gi: all’epoca del­la scrit­tu­ra del libro, nel 2009, vive­vo anco­ra ad Alge­ri. Era­va­mo appe­na venu­ti fuo­ri dagli anni del ter­ro­ri­smo, abbia­mo vis­su­to un momen­to che sem­bra­va eufo­ria. In real­tà si face­va la con­ta dei mor­ti e sta­va­mo all’erta, in atte­sa di un nuo­vo ordi­ne di copri­fuo­co. Una gene­ra­zio­ne, la mia, cre­sciu­ta all’ombra di qual­co­sa di spa­ven­to­so; per que­sto mol­te del­le carat­te­ri­sti­che dei miei per­so­nag­gi sono tipi­che del­la gen­te che vive il Paese.

Tut­ti i tuoi per­so­nag­gi sono pro­ble­ma­ti­ci e irri­sol­ti. Tran­ne uno: Mou­na. È un auspicio?

Mou­na è il per­so­nag­gio su cui vole­vo foca­liz­za­re l’intero libro. Il tito­lo alge­ri­no è un rife­ri­men­to a que­sto per­so­nag­gio – “papi­cha”, in alge­ri­no vuol dire “ragaz­za gra­zio­sa” – che è gio­va­ne, alle­gra, friz­zan­te. A Mou­na non impor­ta cosa pen­sa­no gli altri. E que­sta è la spe­ran­za miglio­re per tut­to il paese.

L’edizione fran­ce­se e quel­la alge­ri­na han­no tito­li diver­si. Come mai?

Il tito­lo ori­gi­na­le in ara­bo, Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, non ha con­vin­to l’editore fran­ce­se per­ché “papi­cha” è una paro­la del ger­go alge­ri­no (in par­ti­co­la­re di Alge­ri e del­la sua regio­ne) di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne per il let­to­re fran­co­fo­no. Così abbia­mo deci­so di inven­ta­re un nuo­vo tito­lo: L’envers des autres. Quan­do sia­mo pas­sa­ti all’italiano, abbia­mo deci­so di tor­na­re alla ver­sio­ne originale.

Il suo libro ha riscon­tra­to un gran­de suc­ces­so di pub­bli­co in Fran­cia. Cosa si aspet­ta dal quel­lo italiano?

Sono mol­to curio­sa di sape­re come rea­gi­rà al mio roman­zo. Uno dei miei libri pre­fe­ri­ti è ita­lo-alge­ri­no: Scon­tro di civil­tà per un ascen­so­re a Piaz­za Vit­to­rio, di Ama­ra Lakhous. Sono, quin­di, mol­to feli­ce per la tra­du­zio­ne e la pubblicazione.

Il suo ulti­mo libro, Nos riches­ses, rac­con­ta anco­ra di una gene­ra­zio­ne “inter­rot­ta”?

In Nos riches­ses, par­lo del perio­do colo­nia­le alge­ri­no attra­ver­so il dia­rio imma­gi­na­rio di Edmond Char­lot, il pri­mo edi­to­re di Albert Camus. Ma è anche la sto­ria di un quar­tie­re di oggi, 2017, in cui c’è anco­ra la stes­sa libre­ria aper­ta da Charlot.

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Fran­ce­sca Del Vec­chio è gior­na­li­sta. Scri­ve pre­va­len­te­men­te di Este­ri e cul­tu­ra arabo-islamica

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