Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi3′ di lettura

Algeri raccontata da Kaouther Adimi

Yasmi­ne è un’ombra inquie­ta che fuma affac­cia­ta sul­la not­te di Alge­ri, suo fra­tel­lo Adel cer­ca inva­no un son­no risto­ra­to­re che gua­ri­sca le sue ango­sce, leni­sca le feri­te di un segre­to che lo dila­nia, men­tre sot­to il suo bal­co­ne le voci impa­sta­te di alcool e fumo di Cha­kib, Nazim, Kamel, popo­la­no i suoi incu­bi coi loro discor­si vaneg­gian­ti di fuga e patria, di riscat­to e vio­len­za. Sara veglia inson­ne i deli­ri di suo mari­to Ham­za, il cui cer­vel­lo stan­co è ormai pre­da di una fol­lia asso­lu­ta men­tre i ricor­di si alter­na­no alle fan­ta­sie, gene­ran­do illu­sio­ni di mon­di in cui avreb­be potu­to vive­re, ali­men­ta­re il suo talen­to di arti­sta, sazia­re la sua fame di colo­ri e di for­me pla­sti­che, se non fos­se intrap­po­la­ta nel­la casa mater­na in cui ha dovu­to tor­na­re da quan­do lo psi­co­lo­go che ha spo­sa­to si è tra­sfor­ma­to in uno psi­co­ti­co che qua­si non la rico­no­sce più, che ricor­da a sten­to di ave­re mes­so al mon­do la dol­cis­si­ma Mou­na. Le ombre cedo­no il posto al gior­no e le vite ripren­do­no a scor­re­re dopo la pau­sa for­za­ta del­la not­te, gli occhi si libe­ra­no del­le ragna­te­le di ango­scia tes­su­te dall’oscurità inson­ne e la vita rico­min­cia a scor­re­re fre­ne­ti­ca, vela­ta dal­la pau­ra che la not­te non tor­ni, di esse­re con­dan­na­ti a vive­re per sem­pre sot­to l’impietosa e cru­de­le luce del gior­no. Yasmi­ne cor­re a pren­de­re il suo auto­bus che spa­lan­che­rà le por­te sul­la cit­tà uni­ver­si­ta­ria bru­li­can­te di vite pre­se pre­sti­to dal­le serie tele­vi­si­ve, di vite alle­go­ri­che e sto­rie di gio­va­ni all’affannosa ricer­ca di un’identità per sé e per il pro­prio Pae­se; i tor­men­ti di Adel tro­va­no fuga­ce leni­men­to tra le ombre bef­far­de e indif­fe­ren­ti degli scar­si avven­to­ri del caf­fè Eden, le fan­ta­sie di Mou­na, cal­za­te nel­le sue bal­le­ri­ne da papi­cha – gio­va­ne ragaz­za ele­gan­te ‒ galop­pa­no velo­ci sul sel­cia­to discon­nes­so oppo­nen­do la for­za dei sogni al tena­ce rea­li­smo di Tarek, suo rilut­tan­te pro­tet­to­re, le men­ti con­fu­se e feb­bri­ci­tan­ti di tre ragaz­zi tro­va­no ripa­ro nel­la fami­lia­ri­tà del­la vio­len­za, le fan­ta­sie di Hajj Yous­sef incon­tra­no il mon­do mer­ce­na­rio del­le gio­va­ni stu­den­tes­se uni­ver­si­ta­rie di pro­vin­cia e su tut­ti si libra­no i pen­sie­ri luci­di e impo­ten­ti di una madre inca­pa­ce di sal­va­re i pro­pri figli da se stes­si…

Kaou­ther Adi­mi, autri­ce alge­ri­na che ha, sin dal suo esor­dio con Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, atti­ra­to l’attenzione di uno dei mag­gio­ri edi­to­ri fran­ce­si, in poche, strin­ga­te, essen­zia­li pagi­ne rac­chiu­de le vite che scor­ro­no lun­go le sca­le spor­che di un palaz­zo di Alge­ri, un micro­co­smo alle­go­ri­co fat­to di per­so­ne che si rac­con­ta­no e ven­go­no rac­con­ta­te da altri. Il suo è uno sti­le sec­co, asciut­to, che rac­con­ta attra­ver­so un gio­co di spec­chi ma non resti­tui­sce nes­su­na veri­tà, non for­ni­sce spie­ga­zio­ni né elar­gi­sce mise­ri­cor­dia, si limi­ta a riflet­te­re pas­si­va­men­te il dibat­ter­si del­le vite, il con­for­to leni­ti­vo offer­to dagli ste­reo­ti­pi e dal­la vio­len­za quan­do la ricer­ca di sen­so si fa vuo­ta e ina­ne. I pro­ta­go­ni­sti sono sfug­gen­ti, le loro ragio­ni elu­si­ve e non potreb­be esse­re altri­men­ti, dato che vie­ne fis­sa­ta sul­la car­ta solo una fra­zio­ne infi­ni­te­si­ma­le degli archi del­le loro vite, poche ore di un gior­no qual­sia­si nel­la cur­va discen­den­te del­la loro para­bo­la indi­vi­dua­le. Sono uomi­ni e don­ne più o meno gio­va­ni, mol­to più bra­vi nell’osservare gli altri che sé stes­si, avi­di di vita ma inca­pa­ci di tro­va­re la for­za di vive­re, di sazia­re gli appe­ti­ti sen­za nome che li agi­ta­no, di scan­da­glia­re le pro­fon­di­tà del­la pro­pria men­te, ma, bra­vis­si­mi a capi­re il pros­si­mo e a rac­con­tar­ne le mise­rie, a intuir­ne i biso­gni, a scio­ri­nar­ne impie­to­sa­men­te le debo­lez­ze.

Lisa Puz­zel­la — Man­gia­li­bri

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