Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi3′ di lettura

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

Il mon­do di Alge­ri è un pic­co­lo mon­do, una taz­zi­na di caf­fè.” Ama­ro aggiungerei. 

Alge­ri come un mon­do chiu­so, come la descri­zio­ne di una qual­sia­si nostra pro­vin­cia in cui tut­ti si cono­sco­no, o cre­do­no di cono­scer­si, si salu­ta­no e spes­so si disprez­za­no. A met­te­re in luce que­sto stra­no sen­ti­men­to di comu­ni­tà è una fami­glia mol­to chiac­chie­ra­ta nel quar­tie­re per i com­por­ta­men­ti di alcu­ni dei mem­bri, e altri per­so­nag­gi alla fami­glia in qual­che modo lega­ti. Cono­scia­mo Adel, il figlio bel­lo e male­det­to, odia­to dai suoi coe­ta­ni, e la bel­la Yasmi­ne: due per­so­nag­gi che ricor­da­no un po’ quel­li di Mapo­cho, come se la loro sof­fe­ren­za sia dovu­ta alle gran­di con­trad­di­zio­ni del­la città. Della madre non cono­scia­mo il nome, il padre è mor­to già da diver­si anni e poi c’è la figlia mag­gio­re, una bel­lis­si­ma don­na che ama la pit­tu­ra e che è costret­ta a bada­re il mari­to usci­to fuor di sen­no. Fac­cia­mo la cono­scen­za di Mou­na, la bam­bi­na con le bal­le­ri­ne di papi­cha, l’unica che anco­ra non cono­sce le avver­si­tà del­la vita e che vol­teg­gia sere­na e spen­sie­ra­ta nel­le sue scar­pet­te rosa. E poi ci sono gio­va­ni che si riem­pio­no la boc­ca di gran­di discor­si sul cam­bia­re il pae­se o anda­re via, mostran­do una vio­len­za inau­di­ta che mostra quan­to sia radi­ca­to nel­la socie­tà un cer­to idea­le e un con­for­mi­smo sen­za eguali.

Chiu­do gli occhi per non vede­re la cit­tà sfi­la­re davan­ti a me, per non vede­re più le stra­de di Alge­ri la Bian­ca. Sol­tan­to gli stra­nie­ri pos­so­no rima­ne­re esta­sia­ti davan­ti al suo bian­co­re. Io, che sono nata qui, che sono sem­pre vis­su­ta in que­sta cit­tà, in cui cer­ta­men­te mori­rò, non ne vedo più il can­do­re, la bel­lez­za o la gio­ia di vive­re, ma sol­tan­to le buche che mi fan­no sob­bal­za­re sul sedi­le, i pic­cio­ni che mi lan­cia­no gli escre­men­ti sul­la testa e i gio­va­ni disoc­cu­pa­ti che che cer­ca­no di rimor­chiar­mi quan­do pas­so. Ah, dimen­ti­ca­vo: le vec­chie! Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no la mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta o di rosa che ti si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si innervosiscono.
Schi­fez­za di vec­chie. Schi­fez­za di città!”

Leg­ge­re que­sto libro è come pro­fa­na­re un dia­rio segre­to o ascol­ta­re di nasco­sto con­fes­sio­ni costret­te a rima­ne­re nel cuo­re e nel­la men­te. Signi­fi­ca sco­pri­re i segre­ti di una fami­glia e le gran­di dif­fi­col­tà di una cit­tà che tan­ta guer­ra ha dovu­to subi­re, con­ti­nua­men­te con­te­sa tra volon­tà di eman­ci­pa­zio­ne e un pas­sa­to di vio­len­za e pre­giu­di­zi. Sono pro­prio que­sti temi a pren­de­re vita con tan­ta for­za nel­le paro­le di Yasmi­ne, nel suo desi­de­rio di esse­re libe­ra di vive­re la sua gio­vi­nez­za sen­za impo­si­zio­ni di alcun tipo da par­te non solo del pote­re, ma del­la stes­sa popo­la­zio­ne ormai com­ple­ta­men­te in balia del­le altrui deci­sio­ni, in una cit­tà che di bian­co ha solo il colo­re dei palaz­zi, ma non ha nes­sun signi­fi­ca­to di purezza.

Ma a col­pi­re for­te è anche la madre, la cui assen­za di nome pro­prio mi dà l’idea di un volu­to distac­co nei con­fron­ti del sen­ti­men­to di fami­glia che dovreb­be esser­ci, in un mono­lo­go furio­so e sprez­zan­te. Ritro­via­mo qui la volon­tà di omo­lo­ga­zio­ne che qua­lun­que gover­no non demo­cra­ti­co vor­reb­be per i pro­pri cit­ta­di­ni, un sen­ti­men­to così gran­de e pro­fon­do di ver­go­gna nei con­fron­ti dei figli così diver­si dagli altri, tan­to da por­tar­la a fare il test del DNA per ben due vol­te per assi­cu­rar­si che non ci sia­no sta­ti erro­ri, da far­ne pro­va­re altret­tan­ta a me di ver­go­gna nei suoi con­fron­ti e in ciò che causerà.

Sono pro­prio figli miei. Tut­ti e tre. Nutri­vo la segre­ta spe­ran­za che uno di loro fos­se sta­to malau­gu­ra­ta­men­te scam­bia­to in cul­la, ma non è così.”

da Emo­zio­ni in font di Vivia­na Calabria

0
  ARTICOLI RECENTI

Aggiungi un commento