Mangialibri (Lisa Pulzella, 23 gennaio 2019)3′ di lettura

Il matto di Piazza della Libertà

È l’inizio del 2006, quan­do il silen­zio dell’alba in una deso­la­ta Bagh­dad vie­ne rot­to dal­le sire­ne: sei cada­ve­ri sen­za testa sono sta­ti rin­ve­nu­ti sul­le spon­de del Tigri. L’ambulanza che tra­spor­ta il sac­co con le sei teste pro­ce­de len­ta­men­te tra le stra­de deser­te, l’autista filo­so­feg­gia del­la natu­ra uma­na con il suo col­le­ga, det­to il Pro­fes­so­re, quan­do un com­man­do di uomi­ni masche­ra­ti la affian­ca e por­ta via l’autista insie­me al maca­bro sac­co. All’arrivo nel­la pri­gio­ne, gli impon­go­no di gira­re un video, leg­ge­re un comu­ni­ca­to. Rimar­rà con loro per tre mesi pri­ma che lo ven­da­no ad un altro grup­po. La sepa­ra­zio­ne dai rapi­to­ri sarà cor­dia­le, con­vi­via­le, con­di­ta da lacri­me di com­mo­zio­ne e un lau­to ban­chet­to la cui gene­ro­si­tà fa intui­re al seque­stra­to la cospi­cui­tà del­la som­ma rice­vu­ta per il cam­bio di mano, a cui segui­rà un nuo­vo video e un nuo­vo comu­ni­ca­to e così via, fino all’ultimo scam­bio… Nes­su­no cre­de­rà mai alla sto­ria di Jan­klo­vic, l’anziano poli­ziot­to ser­bo che ha aper­to i por­tel­lo­ni del camion par­ti­to da Istan­bul per Ber­li­no con a bor­do tren­ta­sei gio­va­ni sogna­to­ri che il ter­ro­re ha tra­sfor­ma­to in avvol­toi dai bec­chi aguz­zi… La vita di un redat­to­re di una rivi­sta mili­ta­re toc­ca un pun­to di svol­ta quan­do in reda­zio­ne arri­va­no cin­que qua­der­ni, cia­scu­no con­ten­te un roman­zo che un sol­da­to sostie­ne di aver scrit­to in un mese… Chi ha chiu­so quel­la por­ta? Quan­do un grup­po di ispet­to­ri dell’Onu fa irru­zio­ne nel­la fab­bri­ca di uni­for­mi rima­sta chiu­sa per quin­di­ci gior­ni, imbat­ten­do­si nel cada­ve­re di una gio­va­ne don­na, il sol­da­to Hamid al Sayyd sostie­ne di aver sen­ti­to un rumo­re e di esser­si nasco­sto con la sar­ti­na Fatin sot­to un muc­chio di strac­ci… Un uomo arma­to mon­ta la guar­dia a due sta­tue nel­la piaz­za del­la cit­tà dopo che il quar­tie­re ha deci­so di oppor­si all’ordine del nuo­vo gover­no di rimuo­ve­re tut­te le sta­tue in quan­to simu­la­cri incom­pa­ti­bi­li con la sha­rìa isla­mi­ca. Quel­le sta­tue han­no un valo­re par­ti­co­la­re per il “rio­ne del Buio, uno dei più mise­ri del­la cit­tà, sono sta­te scol­pi­te da una mano poco sapien­te per immor­ta­la­re il pas­sag­gio di due ragaz­zi bion­di e la luce che ogni mat­ti­na attra­ver­sa­va il quar­tie­re insie­me a loro”. Ora non è rima­sto che “il mat­to” a rac­con­tar­ne la sto­ria…

Has­san Bla­sim, clas­se 1973, fug­gi­to da Bagh­dad nel 1998, ha tro­va­to dap­pri­ma rifu­gio nel Kur­di­stan ira­che­no, poi in Fin­lan­dia. È un auto­re corag­gio­so, che ha mes­so su car­ta tre­di­ci rac­con­ti vio­len­ti e maca­bri che sono altret­tan­te denun­ce del lato oscu­ro del­la “demo­cra­tiz­za­zio­ne” ira­che­na e del­la vio­len­za cie­ca ver­so i migran­ti. Un testo che ha il retro­gu­sto fer­ro­so del san­gue e del­le can­ne di fuci­le, quel­lo del­la rac­col­ta Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà , non adat­to ai debo­li di sto­ma­co ma soprat­tut­to con­tro­in­di­ca­to per le coscien­ze sopi­te, che mal sop­por­te­reb­be­ro la denun­cia vibran­te del­le col­lu­sio­ni tra Occi­den­te e Orien­te, dell’ipocrisia che per­met­te a mol­ti dei gover­ni euro­pei di fin­ge­re di igno­ra­re come la cata­stro­fe uma­ni­ta­ria che li coglie oggi impre­pa­ra­ti sia figlia di trent’anni di cie­ca mani­po­la­zio­ne e inge­ren­ze inde­bi­te. Quel­la di Has­san Bla­sim è una voce poli­ti­ca tonan­te, l’autore met­te in cam­po tre­di­ci per­so­nag­gi che nar­ra­no epi­so­di “infer­na­li” nel sen­so più dan­te­sco del ter­mi­ne. Si potreb­be defi­ni­re que­sta rac­col­ta un cam­pio­na­rio del­la cru­del­tà uma­na, ma è in real­tà un’analisi accu­ra­ta, qua­si da micro­bio­lo­go, degli abis­si in cui l’animo uma­no può spro­fon­da­re se pri­va­to del­le carat­te­ri­sti­che ambien­ta­li, socia­li che defi­ni­sco­no i con­fi­ni dei con­ses­si di civi­le con­vi­ven­za. Non c’è con­dan­na pos­si­bi­le per i pro­ta­go­ni­sti dei rac­con­ti, qual­sia­si giu­di­zio mora­le non può che sospen­der­si, sem­bra dir­ci la pen­na intri­sa di uma­na pie­tas dell’autore, dinan­zi alle con­di­zio­ni in cui le azio­ni aber­ran­ti che ven­go­no nar­ra­te, sono sta­te com­mes­se. Sono voci, le loro, che inca­te­na­no gli occhi alle pagi­ne, che li feri­sco­no fino a far­li san­gui­na­re, che tatua­no sul­la reti­na imma­gi­ni di un’umanità fero­ce e irre­di­mi­bi­le e che non con­sen­to­no al let­to­re alcu­na via di fuga sdol­ci­na­ta. Solo orro­re e deso­la­zio­ne.

Man­gia­li­bri (Lisa Pul­zel­la, 23 gen­na­io 2019)

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