Pubblichiamo i primi due capitoli del romanzo di uno dei maggiori rappresentanti della letteratura lusofona contemporanea, vincitore del Premio Jabuti e del Premio Saramago: NonnaDiciannove e il segreto del sovietico (Editrice il Sirente, 2015, trad. it. Livia Apa, prefazione di Livia Apa, postfazione di Beppi Chiuppani)

 

Gri­da azzur­re? Non ne ho mai sen­ti­to parlare.
Sono paro­le gri­da­te nel fon­do del mare, i bam­bi­ni lo san­no. E pure gli uccelli.
E i pesci?
I pesci anco­ra non san­no gri­da­re bene. Devo­no esse­re di un altro colo­re le paro­le dei pesci.
Hai già gri­da­to nel fon­do del mare?
Tan­te vol­te. Ci vuoi pro­va­re anche tu? 

 

I

L’esplosione sve­gliò per­si­no gli uccel­li addor­men­ta­ti sugli albe­ri e i len­ti pesci del mare – accad­de­ro colo­ri di un car­ne­va­le mai visto, gial­lo mischia­to con un ros­so a fin­ger­si aran­cio­ne in un ver­de azzur­ra­to, luc­ci­chii che imi­ta­va­no la for­za del­le stel­le diste­se sul cie­lo e un rumo­re tipo guer­ra degli aerei Mig. Era pro­prio una bel­la esplo­sio­ne per­ché con­ti­nua­va nel rumo­re di quei colo­ri che i nostri occhi guar­da­ro­no e non dimen­ti­ca­ro­no mai più.
Noi, i bam­bi­ni, rima­nem­mo a guar­da­re il cie­lo riem­pir­si di mera­vi­glie acce­se come se tut­ti gli arco­ba­le­ni del mon­do fos­se­ro venu­ti a cor­re­re per fare un brin­di­si sul tet­to del­la nostra buia cit­tà di Luanda.
Un’esplosione pote­va esse­re così bel­la, e le nostre boc­che aper­te testi­mo­nia­va­no un silen­zio di per­so­ne che, accan­to ad un rumo­re dise­gna­to nel­le altez­ze di tut­ti gli uccel­li, quel­la not­te impa­ra­ro­no che il mon­do è un posto mol­to stra­no, con per­so­ne di tan­te nazio­na­li­tà e che a Luan­da tut­to pote­va pro­prio acca­de­re all’improvvisamente.
Accad­de a Pra­ia­Do­Bi­spo. Nel lar­go dove c’era la pom­pa di ben­zi­na, vici­no all’entrata del famo­so can­tie­re del Mausoleo.
Per il tan­to guar­da­re quei colo­ri con rumo­ri volan­ti nel cie­lo illu­mi­na­to, pochi nota­ro­no che l’enorme ope­ra, che i gran­di dice­va­no esse­re ver­ti­ca­le, alta e a for­ma di mis­si­le, fat­ta di tan­ta fati­ca pie­na di pol­ve­re e di mil­le lavo­ra­to­ri stan­chi, ave­va comin­cia­to a non esi­ste­re più, rima­ne­va sol­tan­to una pol­ve­re gri­gia che ci mise un sac­co di tem­po ad abbassarsi.
Tut­to suc­ces­se mol­to vici­no a casa di Non­naA­gnet­te, meglio cono­sciu­ta nel­la Pra­ia­Do­Bi­spo come Non­na­Di­cian­no­ve. Accad­de in un’epoca che i gran­di chia­ma­no “anti­ca­men­te”.

II

Di fron­te casa di Non­naA­gnet­te face­va­mo dise­gni in ter­ra per poi fug­gi­re dai camion cister­na che veni­va­no a fine pome­rig­gio per cal­ma­re la polvere.
Era un lar­go gran­de, con una pom­pa di ben­zi­na in mez­zo, che diven­ta­va una roton­da per i camion e le auto­mo­bi­li che dove­va­no fare il giro facen­do fin­ta che la cit­tà fos­se grande.
Il com­pa­gno Ven­di­to­re­Di­Ben­zi­na pote­va dor­mi­re mol­to duran­te il suo lavo­ro per­ché la pom­pa non ave­va mai ben­zi­na. Si sve­glia­va solo alle fra­si del mat­to SpumaDelMare:
— Que­ste stel­le che cado­no all’improvviso han­no un nome, sono stel­le cal­dien­ti, e que­sto non lo dico per­ché ho fuma­to erba, so che sto dicen­do con la mia boc­ca di tan­ti denti…
Dall’altra par­te del­la pom­pa c’erano i gigan­te­schi lavo­ri del Mau­so­leo, un posto che sta­va­no costruen­do per con­ser­va­re il cor­po del com­pa­gno pre­si­den­te Ago­sti­n­ho­Ne­to, che in tut­ti que­sti anni era sta­to ben imbal­sa­ma­to da cer­ti sovie­ti­ci che era­no una bom­ba nell’arte di man­te­ne­re una per­so­na anco­ra con un bell’aspetto a guardarla.
Die­tro i lavo­ri, dall’altra par­te del nostro lar­go, lì dove la pol­ve­re non riu­sci­va mai ad atter­ra­re, c’era quel­la cosa bel­la che tut­ti i gior­ni mi inse­gna­va l’azzurro: il mare gran­de, meglio cono­sciu­to come oceano.
— Voi dite stel­le caden­ti, ma io cono­sco tut­ti i dizio­na­ri di lin­gua ango­la­na e cuba­na, le stel­le cal­dien­ti sono feno­me­ni dei cie­li dell’universo scu­ro, la pol­ve­re cosmi­ca, ecce­te­ra… Stu­pi­di che non sie­te altro, che non sie­te mai sta­ti nel­le scuo­le universitarie!
Noi, i bam­bi­ni, ci face­va­mo gras­se risa­te che qua­si si vede­va­no dise­gna­te nell’aria. Rima­ne­va­mo zit­ti tra spa­ven­to e magia ad ascol­ta­re le fra­si del com­pa­gno pazzo.
— Impa­ra­te ragaz­zi, ci sono due cie­li: il cie­lo azzur­ro che appar­tie­ne ai nostri occhi e alle ali degli aerei e degli uccel­li­ni. Esi­ste un cie­lo nero che è gran­de come il deserto.
Qua­si non ave­va­mo pau­ra di Spu­ma­Del­Ma­re, visto che non ave­va mai fat­to male a nessuno.
— Le stel­le cal­dien­ti si sciol­go­no con il calo­re del sole e per que­sto cado­no in dire­zio­ne del pia­ne­ta mon­do. Il nostro pia­ne­ta è l’unico che tie­ne acqua per raf­fred­dar­le nuo­va­men­te. Sono stel­le cal­dien­ti, e un gior­no, dopo esser­si raf­fred­da­te, giu­ro, que­ste stel­le vor­ran­no vol­ver para casa…
Lui si tra­sci­na­va appres­so i suoi pan­ni e se ne anda­va con una risa­ta ner­vo­sa che pote­va esse­re anche un pian­to, ogni vol­ta più velo­ce, qua­si cor­ren­do, e sol­le­va­va mol­ta pol­ve­re con i suoi pie­di scal­zi, andan­do sem­pre avan­ti come se stes­se entran­do nel mare.
— Vedre­mo anco­ra le stel­le sali­re, dal­la ter­ra ver­so su, nei cie­li che dor­mo­no lon­ta­no vesti­te di luc­ci­chii brillanti…
Nel­la nostra veran­da pol­ve­ro­sa, Non­na­Ca­ta­ri­na, la sorel­la di Non­naA­gnet­te, appa­ri­va len­ta­men­te vesti­ta di nero nel suo lut­to anti­co e con i capel­li bian­chi come zuc­che­ro filato.
— Anco­ra a lut­to Don­na­Ca­ta­ri­na? – chie­de­va la vici­na Don­na­Li­bâ­nia.
— Fin­ché la guer­ra dure­rà in que­sto Pae­se, coma­re mia, tut­ti i mor­ti sono figli miei.
Non­na­N­hé innaf­fia­va le pian­te, gli arbu­sti e gli albe­ri con un filo d’acqua pic­co­lo pic­co­lo che com­pa­ri­va il mar­te­dì e il gio­ve­dì. Innaf­fia­va la gua­va e il fico, l’albero di gra­vio­la, le rose, la pal­ma e il man­go. Poi bagna­va le sca­le e i fio­ri dei vasi.
— Bam­bi­ni! Tut­ti den­tro, è l’ora del­la merenda.
L’ora del­la meren­da era una cosa com­pli­ca­ta per noi: dove­va­mo lavar­ci le ascel­le, le mani e la fac­cia pri­ma di seder­ci a tavo­la. Man­gia­va­mo mez­za fet­ta di pane, mez­za bana­na e pren­de­va­mo un bic­chie­re d’acqua.
— Chi vuo­le può fare pure ngon­gue­n­ha ma con poco zuc­che­ro che sta per finire.
Alle vol­te sul­la stra­da pren­de­va­mo i frut­ti di gua­va o i man­ghi che i pipi­strel­li s’erano dimen­ti­ca­ti di attac­ca­re. Poco dopo le cin­que, il camion cari­co d’acqua dei sovie­ti­ci pas­sa­va per cal­ma­re un po’ la pol­ve­re del­la stra­da e dei marciapiedi.
Uno dei cugi­ni ave­va il com­pi­to di sta­re atten­to ai rumo­ri. Il com­pa­gno Ven­di­to­re­Di­Ben­zi­na si sve­glia­va quan­do den­tro i lavo­ri del Mau­so­leo il con­dut­to­re sovie­ti­co met­te­va in moto il camion cister­na. Era il segna­le. Quel paz­zo di Spu­ma­Del­Ma­re com­pa­ri­va sul­la por­ta di casa con una pic­co­la fru­sta che gli don­do­la­va tra le gambe.
Non­na­Ca­ta­ri­na, è vero che Spu­ma­Del­Ma­re ha un coc­co­dril­lo nasco­sto nel suo giar­di­no, nel­la cuc­cia del cane?
— Può dar­si – e rideva.
— E un coc­co­dril­lo c’entra in una cuc­cia di cane?
— Se è pic­co­lo sì.
Alcu­ni ave­va­no pau­ra di que­sta sto­ria, altri ride­va­no ner­vo­sa­men­te, e man­gia­va­mo velo­ci per poter ritor­na­re rapi­da­men­te in stra­da. La non­na non era in casa, era dovu­ta anda­re ad un fune­ra­le all’ultimo momento.
— Qui a Luan­da le per­so­ne muo­io­no sen­za avvi­sa­re. Che man­can­za di edu­ca­zio­ne! – dice­va NonnaCatarina.
Alcu­ni muli­nel­li sol­le­va­va­no la pol­ve­re di fine pome­rig­gio e le foglie del lar­go del Mau­so­leo dan­za­va­no in aria sen­za voler anda­re mol­to lontano.
Il com­pa­gno Ven­di­to­re­Di­Ben­zi­na comin­cia­va a chiu­de­re, Spu­ma­Del­Ma­re dan­za­va come se il ven­to fos­se una musi­ca da matri­mo­nio e mol­ti lavo­ra­to­ri, vesti­ti in tuta azzur­ra e caschi gial­li, usci­va­no dal­la por­ta prin­ci­pa­le del Mau­so­leo. Uomi­ni che si tene­va­no per mano, ride­va­no, si toglie­va­no i caschi, beve­va­no qual­che bir­ra, e si sfre­ga­va­no gli occhi per le lacri­me che la pol­ve­re inventa.
— Lavo­ra­re deve esse­re un gua­io – dis­se Pi – sono tut­ti con­ten­ti quan­do è il momen­to di anda­re a casa.
Il suo vero nome era Pin­du­ca, ma in casa lo chia­ma­va­no solo Pi, fino a quan­do Spu­ma­Del­Ma­re, che ave­va stu­dia­to mate­ma­ti­ca a Cuba pri­ma di diven­ta­re paz­zo, dis­se che Pi era ugua­le a 3,14. Anche se non capi­va­mo, ci piac­que mol­to que­sto nome con suo­no di nume­ri e tan­to di virgola.
Dice­va­no che i lavo­ri del Mau­so­leo sta­va­no per fini­re. Quel­la par­te lun­ga, gri­gia, fat­ta di un cemen­to mol­to duro per­ché non potes­se mai cade­re, sem­bra­va un raz­zo e pen­so che poi dopo l’avrebbero dipin­to con i colo­ri del­la ban­die­ra dell’Angola, ma pote­va esse­re anche una bugia di Charlita.
— Mio padre ha un bar dove i lavo­ra­to­ri com­pra­no la bir­ra. E lui ascol­ta i discor­si dei com­pa­gni lavoratori.
— Ma il bar di tuo padre non ha mai la bir­ra – la pre­se in giro 3,14, e scap­pam­mo a cor­re­re in mez­zo alla polvere.
Il sovie­ti­co del camion cister­na suo­nò il clac­son e spu­tò le sue paro­le in quel­la lin­gua sovie­ti­ca che era così stra­na che non si capi­va pro­prio nien­te. Il com­pa­gno Ven­di­to­re­Di­Ben­zi­na si cam­biò i vesti­ti e le scar­pe e rima­se lì in atte­sa che il camion bagnas­se tut­to il lar­go. I lavo­ra­to­ri scom­par­ve­ro, comin­cia­ro­no ad arri­va­re miglia­ia di ron­di­ni da tut­te le par­ti del cie­lo. La ter­ra rima­se umi­da con un buon odo­re che imi­ta­va la piog­gia vera quan­do arri­va deci­sa, per irri­ga­re il mondo.
L’ultimo a usci­re dal can­tie­re, che ave­va un casco diver­so e chiu­de­va il luc­chet­to del por­to­ne gran­de, era il sovie­ti­co Com­pa­gno­Bo­tar­dov, che chia­ma­va­mo così per il modo in cui lui dice­va, qua­si par­lan­do sovie­ti­co, “botard”, buo­na­se­ra cioè, anche se era mat­ti­na pre­sto o pie­na not­te. Noi poi imi­ta­va­mo i ritmi.
— Botard, CompagnoBotardov!
— Botard – rispon­de­va lui tut­to serio.
— Com­pa­gno­Bo­tar­dov, è vero che i lavo­ri del Mau­so­leo stan­no qua­si per fini­re? – chie­se 3,14.
— Niet! – dis­se con la fac­cia da cattivo.
Dall’altra par­te del lar­go, il ven­to face­va dise­gni sul mare. Arri­vò anche Char­li­ta con i suoi occhia­li spes­si spessi.
— Tu vedi il sole come noi, Charlita?
— Certo.
— E se ti togli gli occhiali?
— Ah, allo­ra non vedo qua­si nien­te. Solo macchie.
— Io un gior­no di que­sti voglio veder­le que­ste mac­chie, devo­no esse­re tipo acquarelli.
Il sole enor­me, che sem­bra­va pro­prio lì vici­no, si immer­ge­va bol­len­do nell’acqua del mare. For­se è per que­sto che l’acqua qui a Luan­da è così bel­la cal­di­na sul­le spiag­ge. E sem­bra­va pure che il sole des­se ordi­ni al ven­to per far­lo cal­ma­re. Il ven­to smet­te­va di fischia­re e nel­la Pra­ia­Do­Bi­spo rima­ne­va solo ter­ra bagna­ta e un silen­zio che non si sen­ti­va qua­si niente.
— Non­na­N­hé­te è in casa? Chie­se il CompagnoBotardov.
— Niet! – risposi.
— Allo­ra fa pia­ce­re di dire io tor­ne tomani!
— Kaput ies – inven­tò 3,14 – Vat­te­ne via tupariovski!
Le ulti­me era­no paro­le del Signor­Tuar­les, a cui pia­ce­va dire più che pote­va “tupa­riov”.
Il Com­pa­gno­Bo­tar­dov allo­ra si allon­ta­nò cam­mi­nan­do con i pie­di in den­tro e mol­to rapi­da­men­te come se fos­se sem­pre in ritar­do. La sua mac­chi­na, una Niva di un colo­re orri­bi­le, si tro­va­va dall’altra par­te del­la stra­da. Ci met­te­va un sac­co di tem­po a par­ti­re, face­va pic­co­le esplo­sio­ni nel tubo di scap­pa­men­to e poi alla fine partiva.
Spu­ma­Del­Ma­re acca­rez­za­va il suo fru­sti­no. Non­na­Ma­ria ven­ne a chia­ma­re Char­li­ta e le dis­se di entra­re, il com­pa­gno Ven­di­to­re­Di­Ben­zi­na fece ciao ciao e scomparve.
— A doman­ski com­pa­gno – dis­se 3,14 e salutò.
Là, lon­ta­no, in un buio fat­to di ombre il Vec­chio­Pe­sca­to­re era appe­na arri­va­to. Uscì dal­la sua canoa, riav­vol­se la rete pia­no pia­no, mise via le due anco­re e mi salutò.
— Atten­to vec­chio mio, il mare ha l’acqua sala­ta – gri­dò Spu­ma­Del­Ma­re – sono le lacri­me di quel­li che sono mor­ti da poco.

 

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ondjaki