Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli
FÙCINO. ACQUA, TERRA, INFANZIA di Roberto Carvelli

Arti­co­lo­Tre (Danie­la D’Angelo, 25 luglio 2018)

Fùcino. Il lago dell’infanzia perduta. Intervista a Roberto Carvelli

Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli

Che fine ha fat­to il lago del Fùci­no con tut­ti i suoi pesci? E che fine ha fat­to la gio­vi­nez­za con tut­te le sue avven­tu­re? Nel suo ulti­mo libro “Fùci­no. Acqua, ter­ra, infan­zia” (il Siren­te), Rober­to Car­vel­li ci accom­pa­gna nei ter­ri­to­ri del­la sua infan­zia a Cer­chio e paral­le­la­men­te trac­cia la sto­ria di que­sti luo­ghi (che furo­no anche di Silo­ne) per rac­con­ta­re un tem­po ina­bis­sa­to, che ha lascia­to posto ad altro, al suo supe­ra­men­to.

È un libro sul­la feri­ta e sull’incanto dell’infanzia. La memo­ria chia­ma a rac­col­ta epi­so­di pic­co­li e per­so­na­li, eppu­re signi­fi­ca­ti­vi: i con­flit­ti esi­sten­zia­li e fami­glia­ri, le pic­co­le sco­per­te, i vici­ni che pas­sa­va­no in visi­ta, il pae­sag­gio e la natu­ra. L’autore evo­ca, inda­ga, rimuo­ve, poi ripri­sti­na. Le com­mo­ven­ti foto­gra­fie in bian­co e nero ripor­ta­te in que­ste pagi­ne ren­do­no ser­vi­zio a que­sto ten­ta­ti­vo di testi­mo­nian­za. Che si avva­le anche di una docu­men­ta­ta ricer­ca sto­ri­ca sui fat­ti che han­no riguar­da­to la zona.

Viag­gio nel­la memo­ria dun­que, dire­mo meglio, attra­ver­sa­men­to e sca­vo, dove le ten­sio­ni del pas­sa­to tro­va­no acco­mo­da­men­ti. Rispo­ste che il bam­bi­no non sape­va anco­ra dar­si e che l’adulto ades­so cer­ca di far­si basta­re.

Archi­via­te da un pez­zo le intem­pe­ran­ze gio­va­ni­li di Bebo e altri ribel­li degli esor­di, que­sto è un libro del­la matu­ri­tà, sen­za più rivo­lu­zio­ni. Il lago lad­do­ve ora vi è la pia­na è una dimen­sio­ne a cui biso­gna tor­na­re per var­ca­re un con­fi­ne, segna­re un pas­sag­gio. Dall’infanzia al Fùci­no fino al matri­mo­nio (ça va sans dire, in que­sti luo­ghi) il libro riper­cor­re un’esistenza inte­ra o qua­si, e cuce un rac­cor­do tra la vita pas­sa­ta e quel­la nuo­va ver­so cui dun­que biso­gna ten­de­re. Il reso­con­to è tut­to vol­to alla con­qui­sta di un asset­to con­ci­lian­te, sod­di­sfa­cen­te, defi­ni­ti­vo. Per risol­ve­re in ulti­mo che non è nel­la defi­ni­ti­vi­tà, ma piut­to­sto nel muta­men­to – tan­to dei sen­ti­men­ti quan­to dei luo­ghi di cui fac­cia­mo espe­rien­za, com­pre­se le case che abi­tia­mo – che la vita dà pro­va del miste­ro del­la sua inson­da­bi­li­tà. E se da un lato abbia­mo impa­ra­to che la ter­ra che cal­pe­stia­mo cam­bia sem­pre alme­no un poco dopo il nostro pas­so, dall’altro, in un mon­do paral­le­lo tan­to indi­mo­stra­bi­le quan­to pos­si­bi­le, natu­ral­men­te solo per chi ha voglia di cre­der­ci, vivo­no anco­ra e per sem­pre il Fùci­no con le sue acque intat­te e con i suoi pesci. E con loro, tut­te le altre nostre vite che via via nel tem­po vi si sono per­du­te den­tro.

DDA: La casa di vil­leg­gia­tu­ra a Cer­chio, e la vita che vi si svol­ge­va den­tro e attor­no, i tuoi geni­to­ri gio­va­ni, tuo fra­tel­lo e tu bam­bi­no, si sono dile­gua­ti per sem­pre, come le acque del lago – il Fuci­no. Il libro, che nel­le pagi­ne fina­li defi­ni­sci appun­to un memoir, è il ten­ta­ti­vo di por­ta­re a gal­la la memo­ria dell’infanzia. Ma l’evocazione di un tem­po e di un luo­go per­du­ti si spin­ge fino a diven­ta­re una spe­cie di testa­men­to, un addio, un salu­to defi­ni­ti­vo…

RC: Il libro è un reso­con­to. Un’opera nar­ra­ti­va in cui la mate­ria bru­cian­te del­la real­tà diven­ta pre­te­sto per la fin­zio­ne del rac­con­to. Il rac­con­to è quel­lo del­la ricer­ca­ta paci­fi­ca­zio­ne con il pro­prio pas­sa­to. E l’infanzia, per quel­la stra­na com­bi­na­zio­ne di magia ricor­da­ta e vaghez­za del­la memo­ria mista alla rimo­zio­ne, è il luo­go emo­ti­vo del rac­con­to. Coin­ci­de per una stra­na asso­nan­za al luo­go geo­gra­fi­co del­lo stes­so rac­con­to come con­di­vi­den­do­ne un desti­no. Il non più lago Fùci­no vie­ne rac­con­ta­to insie­me alla non più infan­zia di quel­la casa costrui­ta da mio padre e poi ven­du­ta al ter­mi­ne di un decen­nio favo­lo­so (in sen­so pro­prio). Del lago ho cer­ca­to tut­to le sto­rie: il suo pro­sciu­ga­men­to ini­zia­to in tem­pi roma­ni e con­clu­so nel tar­do 800, il ter­re­mo­to a cui assi­ste nel 1915 – pen­sa­te che ad Avez­za­no muo­re il 90% del­la popo­la­zio­ne per dar­vi l’idea del­le gran­dez­ze –, le lot­te con­ta­di­ne dopo la boni­fi­ca del lago. Per far­lo ho pas­sa­to mesi in biblio­te­ca com­pen­san­do vuo­ti. Ma non per que­sto il libro è un sag­gio: sono solo altre sto­rie che intes­so­no la mia sto­ria per­so­na­le.

DDA: Que­ste pagi­ne par­la­no del rap­por­to con il padre, di quel­la con­flit­tua­li­tà che accom­pa­gna la cre­sci­ta e lo svi­lup­po per­so­na­le. Ma si avver­te il biso­gno di una ricon­ci­lia­zio­ne, di per­do­na­re e di far­si per­do­na­re. Sem­bra che sen­za que­sto pas­sag­gio sia impos­si­bi­le pro­ce­de­re, anda­re vera­men­te avan­ti.

RC: La par­te più incan­de­scen­te di tut­to il pro­ces­so di fusio­ne che avvie­ne nel­le pagi­ne del libro è pro­prio quel­la del rap­por­to col padre. Il Fùci­no, come luo­go geo­fi­si­co e nar­ra­ti­vo, diven­ta l’occasione per un ritor­no nel luo­go (fisi­co e non fisi­co) del padre. Cosa che con me fa Tom­ma­so Otto­nie­ri Pomi­lio con il suo, e che vie­ne fat­ta anche cer­can­do nel sim­bo­lo stes­so dell’autorità pater­na, di quel­lo che sim­bo­leg­gia. Per rima­ne­re alla mia sto­ria per­so­na­le, in ter­ra di Fùci­no cer­co di risco­pri­re quan­to l’assenza, l’incerta pre­sen­za e, infi­ne, la cor­po­sa e feli­ce – per quan­to rara, epi­so­di­ca – pre­sen­za di mio padre abbia segna­to il mio diven­ta­re adul­to. Ed è una sco­per­ta che ognu­no può fare: i con­ti col pas­sa­to tor­na­no sem­pre – al di là del­la pre­sen­za – biso­gna solo met­ter­ci mano. Aprir­si al ricor­do, ai ricor­di.

DDA: La cam­pa­gna in cui è immer­sa la casa diven­ta lo sce­na­rio del­la tua for­ma­zio­ne natu­ra­li­sti­ca, da qui pro­ba­bil­men­te ha ori­gi­ne l’interesse che hai anche oggi per la natu­ra e per il bird­wat­ching. Tra peri­co­lo e miste­ro, dal­le peco­re alle ser­pi, pas­san­do per lupi e orsi, ci vuoi par­la­re dell’incontro con il cuo­re sel­vag­gio del­la Mar­si­ca? La moder­niz­za­zio­ne, d’altro can­to, ha dovu­to fare i con­ti con l’arcaico e il magi­co. In che modo il ter­ri­to­rio ha inglo­ba­to le spin­te ver­so il pro­gres­so?

RC: Il Fùci­no pre­sen­ta que­sta stra­na com­bi­na­zio­ne di wil­der­ness (ma dirò sel­vag­gio per smar­car­mi da cate­go­rie “turi­sti­che” e acce­de­re a vie più uni­ver­sa­li) e antro­piz­za­zio­ne estre­ma. Estre­ma è la col­ti­va­zio­ne inten­sa che dall’alto appa­re come una sor­ta di coper­ta intes­su­ta con strac­ci di vari ver­di e gial­li a secon­da del­le sta­gio­ni e del­le col­ti­va­zio­ni, intes­su­ta con pre­ci­sio­ne geo­me­tri­ca tra cana­li e stra­de nume­ra­te. O pla­sti­che e ser­re rilu­cen­ti. Il siste­ma di que­sta tra­pun­ta in tin­ta tro­va poi nel­le para­bo­le del Tele­spa­zio un’ulteriore cifra di iper­mo­der­ni­tà. Da pata­te e caro­te – due IGP pecu­lia­ri del­la Pia­na – si arri­va a que­sti stra­ni fun­ghi pleu­ro­tus d’acciaio che pun­ta­no diret­ta­men­te l’Universo. Sem­bra lo sce­na­rio di un Black Mir­ror o Les Reve­nan­ts. Luo­go idea­le per disto­pie, imma­gi­na­zio­ni di futu­ro o di pas­sa­ti non anco­ra com­piu­ti – anche il mio for­se. Poi, come per una magia dina­mi­ca, arri­va­no pesan­ti nubi bas­se e il lago visto dall’alto del­le col­li­ne cir­co­stan­ti appa­re anco­ra lì. Così è suc­ces­so anche con la mia infan­zia? For­se sì, o spe­ro che acca­drà a chi mi leg­ge­rà. L’Abruzzo – per tor­na­re al sel­va­ti­co – è ter­ra di incon­tri for­tui­ti con quel mon­do paral­le­lo del­le fia­be: i lupi cat­ti­vi (così a leg­ge­re le cro­na­che gior­na­li­sti­che), gli orsi golo­si distrut­to­ri (ma a vede­re Masha è faci­le sce­glie­re con chi sta­re anche nel­la nar­ra­ti­vi­tà di un rac­con­to per bim­bi), le ser­pi che inton­ti­te dall’inizio del­la loro sta­gio­ne visi­bi­le bam­bi­ni di tre anni por­ta­no al col­lo nel­la festa di Cocul­lo ogni pri­mo mag­gio. E le peco­re – tan­te: una vera e pro­pria pasto­ra­le mar­si­ca­na come ho scrit­to – che pun­teg­gia­no di bian­co il pae­sag­gio come l’unità di misu­ra che fa da con­trap­pun­to agli spa­zi ver­di e alle vie di trat­tu­ro. La mia vita infan­ti­le ha cono­sciu­to, con­ser­va­to e mai più dimen­ti­ca­to quest’incontro con il lato sel­vag­gio. Nel libro pre­po­ten­ti ritor­na­no que­sti sim­bo­li e fan­no di que­sta ter­ra il luo­go di una fia­ba sen­za cap­puc­cet­ti, pol­li­ci­ni e Mashe. Insom­ma, un ricor­do al net­to dell’Uomo.

DDA: Il cul­to maria­no è par­ti­co­lar­men­te sen­ti­to in Abruz­zo. Le don­ne mar­si­ca­ne, scri­vi così, sono sospe­se tra stan­zia­li­tà e noma­di­smo. Che nes­so pos­sia­mo coglie­re?

RC: La don­na abruz­ze­se, sen­za ido­la­tra­re, ha la for­za per nul­la remis­si­va di una pre­sen­za che segna la stra­da come le tan­te madon­ni­ne voti­ve di cui il Prin­ci­pe Ales­san­dro Tor­lo­nia, il pro­sciu­ga­to­re, si ser­ve per pun­teg­gia­re il vec­chio gre­to del lago. Per ingra­ziar­si il sim­bo­lo del­la pie­tà e del­la for­za fem­mi­ni­li. Dice­vo for­za per nul­la remis­si­va del­le signo­re di que­sti luo­ghi, abi­tua­te a gesti­re assen­ze (gli uomi­ni nel­le cam­pa­gne o al pasco­lo) e pre­sen­ze trop­po inu­til­men­te ingom­bran­ti degli uomi­ni quan­do c’erano e del­le cir­co­stan­ze meteo­ro­lo­gi­che spes­so sfi­dan­ti. Eppu­re que­ste don­ne le ricor­do con le con­che o i cesti in testa capa­ci di anda­re a mani e con­te­ni­to­ri pie­ni e tor­na­re a mani e con­te­ni­to­ri pie­ni, pri­ma di qual­sia­si mez­zo di tra­spor­to, fos­se pure la ric­chez­za – anni fa lo era – di un asi­no. Que­sto per me è un auten­ti­co sim­bo­lo reli­gio­so.

DDA: Non si può par­la­re di que­sti luo­ghi sen­za ricor­da­re Ignan­zio Silo­ne. Che impor­tan­za ha avu­to per te que­sto scrit­to­re?

RC: Silo­ne è scrit­to­re che non ho potu­to ama­re nel­la con­fe­zio­ne sco­la­sti­ca e iper­cat­to­li­ca del mio liceo reli­gio­so. Trop­po irreg­gi­men­ta­to nel­la cle­ri­ca­li­tà per pia­ce­re al suo stes­so auto­re figu­ria­mo­ci al suo let­to­re impli­ci­to: un rivo­lu­zio­na­rio dal cuo­re col­mo di amo­re per il pros­si­mo, per gli ulti­mi, lea­le e schiet­to. Silo­ne ave­va fini­to per odia­re ogni Chie­sa, anche quel­le poli­ti­che dell’URSS. Ma il Silo­ne che ritro­vo oggi – fuo­ri da quel pac­ka­ging – mi sem­bra enor­me. La cesu­ra per­fet­ta dell’anima libe­ra­le, socia­li­sta e cri­stia­na (scri­vo cri­stia­na e non cat­to­li­ca, per scel­ta) di que­sto pae­se. Nel­la sua ope­ra, e prin­ci­pal­men­te nel­la gran­dez­za del­la let­te­ra­tu­ra dell’esilio rap­pre­sen­ta­ta da Fon­ta­ma­ra, tro­va sen­so la for­za del­la nostra umi­le gen­te ita­lia­na del­le aree meno for­tu­na­te spar­se nel­lo sti­va­le dal Nord al Sud, alle Iso­le, gen­te che ha sapu­to cre­sce­re. Par­lo di quel­la gen­te che però, pur cre­scen­do, non dimen­ti­ca il dolo­re dell’evoluzione (e la fati­ca dell’evoluzionismo). E oggi, oggi, pro­prio oggi andreb­be ricor­da­to a chi cre­de che evol­ve­re signi­fi­ca can­cel­la­re quel­la fati­ca e quel dolo­re, nel­la rimo­zio­ne di una nega­zio­ne ver­so chi quel­la evo­lu­zio­ne sta com­pien­do con la sola sfor­tu­na di un ritar­do nel­la linea del tem­po.

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Drop Sea (Gian­lui­gi Filip­pel­li, 24 luglio 2018)

Golem XIV: discorsi sull’intelligenza artificiale

GOLEM XIV : Stanisław Lem

Quan­do acqui­stai Golem XIV dopo aver let­to la quar­ta di coper­ti­na duran­te Book Pri­de 2018, il tipo del­la casa edi­tri­ce Il Siren­te mi guar­dò ammi­ra­to come se aves­si fat­to una scel­ta par­ti­co­lar­men­te corag­gio­sa. Lì su due pie­di ne restai stu­pi­to: in fon­do era un libro di fan­ta­scien­za di quel genio che rispon­de al nome di Sta­ni­slaw Lem. In effet­ti il libro non è di sem­pli­ce let­tu­ra, ma l’idea di fon­do non è mol­to dif­fe­ren­te rispet­to a A noi vivi di Robert Hein­lein.
Lem, infat­ti, uti­liz­zan­do un com­pu­ter supe­ra­van­za­to, il Golem XIV, con­se­gna al let­to­re due con­fe­ren­ze sull’uomo, sull’intelligenza arti­fi­cia­le e sull’evoluzione. Que­ste ven­go­no incor­ni­cia­te da un’introduzione di uno dei respon­sa­bi­li del Golem, in custo­dia pres­so i labo­ra­to­ri del MIT e da una post­fa­zio­ne di uno dei suoi col­le­ghi. Rispet­to al testo postu­mo di Hein­lein, que­sto di Lem è redat­to già espli­ci­ta­men­te come una serie di con­fe­ren­ze, due per la pre­ci­sio­ne. Que­ste sono tenu­te dal Golem XIV, una del­le due intel­li­gen­ze arti­fi­cia­li svi­lup­pa­te dagli Sta­ti Uni­ti con l’obiettivo di gesti­re la stra­te­gia mili­ta­re difen­si­va e offen­si­va. La situa­zio­ne, però, sfug­ge di mano alle auto­ri­tà mili­ta­ri, poi­ché sia il Golem sia Anna la can­di­da, l’altra supe­rin­tel­li­gen­za costrui­ta dai ricer­ca­to­ri infor­ma­ti­ci, non ade­ri­sco­no ai pro­po­si­ti bel­li­ci del gover­no, con­si­de­ran­do mol­to più uti­le la pace.
La posi­zio­ne espres­sa in que­sto modo da Lem non è sem­pli­ce­men­te di sini­stra, ma l’ovvia con­clu­sio­ne di un ragio­na­men­to logi­co con­dot­to da un’intelligenza non uma­na costrui­ta con il prin­ci­pio turin­gia­no dell’imparare in manie­ra con­ti­nua e costan­te.
A que­ste con­si­de­ra­zio­ni anti-mili­ta­ri­ste si aggiun­go­no, però, nel cor­so del­le con­fe­ren­ze, anche con­si­de­ra­zio­ni più gene­ra­li e pro­fon­de sull’evoluzione e l’intelligenza. Ad esem­pio nel cam­po dell’evoluzione risul­ta inte­res­san­te l’idea che que­sta fun­zio­ni al con­tra­rio rispet­to a quan­to si sareb­be por­ta­ti a cre­de­re: secon­do Golem XIV l’aumento di com­ples­si­tà degli esse­ri viven­ti non por­ta alla per­fe­zio­ne, che anzi dovreb­be esse­re più simi­le a un esse­re viven­te quan­to più sem­pli­ce pos­si­bi­le. Que­sto pri­mo pas­so con­du­ce, svi­lup­pa­to nel cor­so del­le due con­fe­ren­ze, alla con­si­de­ra­zio­ne, abba­stan­za ovvia, che Golem XIV è in un cer­to sen­so lo sta­dio più bas­so di un nuo­vo tipo di intel­li­gen­za, dif­fe­ren­te da quel­la uma­na, ma anche a essa supe­rio­re.
Evi­den­te è anche l’aspirazione di stam­po fan­ta­scien­ti­fi­co di Golem: pro­va­re a sali­re al livel­lo suc­ces­si­vo, quel­lo occu­pa­to da Anna la can­di­da, e maga­ri pro­va­re con lei a diven­ta­re una coscien­za cosmi­ca, incor­po­rea, i cui pro­ces­si men­ta­li risul­ta­no len­ti come le ere geo­lo­gi­che.
Un modo intel­li­gen­te per fare filo­so­fia sen­za scri­ve­re un sag­gio.

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Il Giornale (Daniele Abbiati, 1 luglio 2018)

Ma se la conoscenza fosse una condanna?

Lem è fra i pochi autori di fantascienza che sceglie la prospettiva degli androidi

Nei film di fan­ta­scien­za c’è sem­pre un per­so­nag­gio invi­si­bi­le. Non lo vedia­mo, ma ne avver­tia­mo la pre­sen­za, come sen­si­ti­vi, come pre­de che si nascon­do­no dal pre­da­to­re.

Tan­to da per­ce­pir­lo come il vero pro­ta­go­ni­sta, se non addi­rit­tu­ra l’aiuto-regista. È la nostra pau­ra di esse­re sor­pas­sa­ti, in ter­mi­ni di intel­li­gen­za e quin­di di tec­no­lo­gia, dagli alie­ni. Il geno­ci­dio, la stra­ge degli inno­cen­ti, la depor­ta­zio­ne, la puli­zia etni­ca sono cose da uma­ni. Sono orro­ri, ma orro­ri cui sia­mo abi­tua­ti da cen­ti­na­ia di miglia­ia di anni: li por­tia­mo scrit­ti nel san­gue. No, il vero orro­re, oggi (dicia­mo da una cin­quan­ti­na d’anni), è per­de­re il pri­ma­to del­la cono­scen­za, il mono­po­lio sull’utilizzazione del mon­do. Le mera­vi­glie del­la robo­ti­ca, e ancor più la rea­liz­za­zio­ne, che ha del mira­co­lo­so, del fan­ta­scien­ti­fi­co, appun­to, di com­pu­ter sem­pre più sofi­sti­ca­ti e dota­ti qua­si di facol­tà razio­ci­nan­ti, ha ovvia­men­te aggra­va­to la situa­zio­ne.

L’unico modo per ridi­men­sio­na­re il pro­ble­ma, per istil­lar­ci un tar­lo, que­sta vol­ta posi­ti­vo, del dub­bio, è chie­der­ci: ma a tut­ti que­sti mar­zia­ni, cal­co­la­to­ri e fer­ra­glia assor­ti­ta inte­res­se­rà dav­ve­ro met­ter­si in com­pe­ti­zio­ne con noi? Non sarà che stia­mo caden­do, per l’ennesima vol­ta, nel nostro soli­to erro­re, cioè nell’antropocentrismo? Quan­do il vec­chio Pro­ta­go­ra dice­va che «l’uomo è la misu­ra di tut­te le cose, di quel­le che sono in quan­to sono e di quel­le che non sono in quan­to non sono», ci dava un’infallibile chia­ve di let­tu­ra: tut­to dipen­de da noi, dun­que cer­chia­mo di non esa­ge­ra­re… Però quan­do Phi­lip K. Dick inti­to­la­va il più cine­ma­to­gra­fi­ca­men­te fer­ti­le dei suoi roman­zi Ma gli androi­di sogna­no peco­re elet­tri­che? mostra­va anch’egli di resta­re anco­ra­to al cano­vac­cio del «misu­ra di tut­te le cose etc etc».

Inve­ce, Sta­ni­slaw Lem no. Il polac­co Sta­ni­slaw Lem (1921–2006) era dota­to di una pen­na agi­lis­si­ma e di una men­te finis­si­ma. Tal­men­te fine da far sor­ge­re, nel 1974, pro­prio in Dick (maga­ri aiu­ta­to da qual­che sostan­za leg­ger­men­te più pesan­te del vinel­lo cali­for­nia­no…) il sospet­to che non fos­se un uomo in car­ne e ossa, ben­sì il nome di un pro­get­to sovie­ti­co fina­liz­za­to a tra­via­re gli ame­ri­ca­ni. La pro­du­zio­ne fan­ta­scien­ti­fi­ca di Lem è vastis­si­ma, basti cita­re Sola­ris, Memo­rie di un viag­gia­to­re spa­zia­le, L’indagine. Ma soprat­tut­to è filo­so­fia appli­ca­ta alla fan­ta­scien­za. E una filo­so­fia non cer­to rudi­men­ta­le come quel­la del pur bene­me­ri­to Pro­ta­go­ra.

Ce lo con­fer­ma in Golem XIV (Edi­tri­ce il Siren­te). Golem è un nome leg­gen­da­rio, risa­le alla mito­lo­gia ebrai­ca, signi­fi­ca «mate­ria grez­za», «embrio­ne», ma nel roman­zo di Lem, data­to 1981, è l’acronimo di Gene­ral Ope­ra­tor, Lon­gran­ge, Ethi­cal­ly sta­bi­li­zed, Mul­ti­mo­del­ling: una mac­chi­na di ulti­mis­si­ma gene­ra­zio­ne mes­sa a pun­to nel 2019. Il pun­to noda­le è pro­prio la sua supe­rin­tel­li­gen­za. Che lo por­ta a fre­gar­se­ne dei det­ta­mi del Pen­ta­go­no pres­so il qua­le pre­sta ser­vi­zio, quin­di a esse­re ben pre­sto con­fi­na­to nel­la pri­gio­ne dora­ta del Mit di Boston. Pos­sia­mo spre­ca­re una risor­sa simi­le? si chie­do­no all’unisono i pro­fes­so­ro­ni che lo han­no in cari­co e l’opinione pub­bli­ca. La rispo­sta è «no». Quin­di per Golem XIV inco­min­cia una secon­da vita, quel­la del con­fe­ren­zie­re. Ve la spie­go io, cari uomi­ni, la vita e la non vita, l’origine del lin­guag­gio e il difet­to di fab­bri­ca dell’Evoluzione, la ragio­ne di fon­do del vostro erro­re di pro­spet­ti­va, cioè rite­ne­re l’Intelligenza un pre­gio e non una dan­na­zio­ne.

Golem XIV sem­bra un incro­cio fra Car­me­lo Bene e Mas­si­mo Cac­cia­ri, ma se lo seguia­mo come meri­ta ci fa capi­re tan­te cose. Di noi, più che di lui. Anche se il prof Cre­ve, suo men­to­re, fa rife­ri­men­to a una sim­pa­tia del Nostro nei con­fron­ti di un altro model­lo di super­com­pu­ter, chia­ma­to Hone­st Annie, «Anna la can­di­da». Ci pia­ce­reb­be pen­sa­re a qual­co­sa di simi­le a Irma la dol­ce… Ma cadrem­mo nel nostro soli­to erro­re.

Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli
FÙCINO. ACQUA, TERRA, INFANZIA di Roberto Carvelli

Il Cen­tro (Nino Mot­ta, 27 giu­gno 2018)

Acqua, terra e infanzia: il Fùcino come una patria

Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli

Nel pano­ra­ma del­la nar­ra­ti­va con­tem­po­ra­nea capi­ta rara­men­te di leg­ge­re roman­zi di auto­ri sle­ga­ti dal­la cul­tu­ra del Deca­den­ti­smo, soli­ta­men­te indi­vi­dua­li­sti­ca e intri­sa del gusto del fal­li­men­to e del­la rovi­na. Rober­to Car­vel­li, con “Fuci­no. Acqua, ter­ra, infan­zia” (Edi­tri­ce Il Siren­te) rap­pre­sen­ta un’eccezione. L’autore, tor­nan­do con l’immaginazione agli anni del­la sua infan­zia, tra­scor­sa a Cer­chio, tra gen­te «lea­le, riser­va­ta e gene­ro­sa», non rivi­ve solo i con­flit­ti esi­sten­zia­li, fami­lia­ri e inte­rio­ri, pro­pri di quell’età, ma risco­pre anche i vasti oriz­zon­ti dell’epica, del­la civil­tà con­ta­di­na, del vive­re a con­tat­to con la natu­ra.

IL MIO INFINITO

«Il mio Infi­ni­to», scri­ve Car­vel­li, «ha il pro­fi­lo del lago non più lago del Fuci­no, che ho guar­da­to per anni dall’alto del­la casa di vil­leg­gia­tu­ra, costrui­ta da mio padre nei pri­mi anni Set­tan­ta».
Dopo poco più di un decen­nio la casa ven­ne ven­du­ta e la fami­glia si tra­sfe­rì defi­ni­ti­va­men­te a Roma. Car­vel­li ave­va 15 anni.
«E’ dolo­ro­so pen­sa­re», rile­va Car­vel­li, «che quel­la ven­di­ta sia in qual­che modo il por­ta­to di una nostra — di me e mio fra­tel­lo — disto­nia rispet­to a quel­le vil­leg­gia­tu­re in epo­che in cui tut­ti i nostri com­pa­gni di scuo­la pote­va­no rac­con­ta­re esta­ti di amo­ri e avven­tu­re in comi­ti­va: noi non era­va­mo più dispo­sti a rac­con­ta­re le sole avven­tu­re del­la cam­pa­gna, del­le ser­pi, del silen­zio, dei mon­ti e di un lago che non è un lago».
Il lega­me del­lo scrit­to­re con quel mon­do da cui si è visto «sra­di­ca­to», però, non si è mai spez­za­to. Ripen­sa a quel perio­do come a un’iniziazione alla vita sel­vag­gia, media­ta più dagli ani­ma­li che dagli uomi­ni: «La nostra vita a Cer­chio sem­bra­va pre­sta­re il fian­co al pre­do­mi­nio pres­so­ché incon­tra­sta­to del­la natu­ra e alle sue leg­gi poco uma­ne».

MAGIA

Lo scrit­to­re si sen­te lega­to al rea­le, alla natu­ra, alla vita, agli ani­ma­li e agli uomi­ni, ma è anche attrat­to dai miti e dal­le leg­gen­de del luo­go. «La sto­ria di que­sta regio­ne», osser­va, «è fat­ta oltre che di sto­ria, di magia: magi­ci sono il lago, le acque, il loro pote­re distrut­ti­vo e rige­ne­ra­ti­vo, magi­che le mon­ta­gne che li cir­con­da­no». E anco­ra: il cul­to del­la dea Angi­zia, sorel­la del­la maga Cir­ce; il miste­ro di Archip­pe: per alcu­ni è l’antica Ortuc­chio, per altri un re; i pote­ri sopran­na­tu­ra­li dI Umbro­ne «che sole­va col can­to e la mano infon­de­re il sonno/alla raz­za del­le vipe­re e alle idre dal vele­no­so respi­ro» (libro VII dell’Eneide). L’autore non ten­de più a vive­re da solo, ma a met­te­re in rela­zio­ne ricor­di e sto­ria per­so­na­le con la sto­ria col­let­ti­va. Ne risul­ta un roman­zo epi­co, cora­le, il cui pro­ta­go­ni­sta è un inte­ro popo­lo: quel­lo mar­si­ca­no. E lo scrit­to­re ne è l’aedo.

L’IMPRESA

Così Car­vel­li più che rac­con­tar­la la sto­ria di que­sta espe­rien­za spe­ra di riu­sci­re a “can­tar­la”. Can­ta la straor­di­na­ria impre­sa del pro­sciu­ga­men­to del lago «dall’onda cri­stal­li­na» (Vir­gi­lio), che segna la fine di un’attività fio­ren­te: la pesca, sop­pian­ta­ta da quel­la agri­co­la, e la scom­par­sa, a cau­sa del muta­men­to del cli­ma, degli uli­vi e del­le viti; la tra­ge­dia del ter­re­mo­to del 13 gen­na­io 1915 che scon­vol­se la Mar­si­ca e rase al suo­lo Avez­za­no; il dolo­re del­le madri, rima­ste sole, nel veder­si strap­pa­re i figli, soprav­vis­su­ti al sisma, per esse­re man­da­ti a mori­re nel­le trin­cee; l’eroica lot­ta dei con­ta­di­ni del Fuci­no per cac­cia­re Tor­lo­nia e diven­ta­re padro­ni del­la ter­ra che col­ti­va­va­no, e quel­la dei «Patrio­ti mar­si­ca­ni» con­tro i nazi­sti per la con­qui­sta del­la liber­tà. Per trat­teg­gia­re il carat­te­re dei mar­si­ca­ni l’autore sce­glie tre per­so­nag­gi: Igna­zio Silo­ne, il tor­men­ta­to scrit­to­re che vede nel­la lot­ta la via con la qua­le i “cafo­ni” dell’Abruzzo e del mon­do pos­so­no rea­liz­za­re il loro sogno di liber­tà e giu­sti­zia; il vul­ca­ni­co Mario Spal­lo­ne, ex medi­co di Togliat­ti, che elet­to nel 1993 sin­da­co di Avez­za­no, sep­pe infon­de­re fidu­cia e dare spe­ran­za a una cit­tà che, dopo Tan­gen­to­po­li, era allo sban­do; il grin­to­so e ribel­le Vito Tac­co­ne, il cam­pio­ne di cicli­smo, che «ave­va tal­men­te voglia di arri­va­re, da alle­nar­si sul­la sali­ta di Capi­strel­lo cari­co di pane».

FIGURE MARSICANE

«Nel­la sin­te­si di que­ste tre figu­re mar­si­ca­ne», scri­ve Car­vel­li, «c’è tut­to il pro­fi­lo di que­sta gen­te che lot­ta per la giu­sti­zia, sco­pre l’ingiustizia e rischia — per il pro­prio carat­te­re non faci­le al ripie­go — di finir­ne vin­to o fiac­ca­to».
Tra Car­vel­li — per il qua­le «le pagi­ne più bel­le del­la vita di Silo­ne riman­go­no quel­le dei rap­por­ti con il fra­tel­lo Romo­lo, per il qua­le Silo­ne si tor­men­te­rà fino alla mor­te» — e il gran­de scrit­to­re abruz­ze­se vi sono del­le affi­ni­tà.
Anche Silo­ne, all’età di 15 anni, a segui­to del ter­re­mo­to, dovet­te lascia­re Pesci­na. Ma i luo­ghi dell’infanzia rimar­ran­no per sem­pre scol­pi­ti nel­la sua ani­ma. Alcu­ni anni più tar­di, men­tre era esu­le in Sviz­ze­ra, «col mate­ria­le degli ama­ri ricor­di e dell’immaginazione» si “fab­bri­che­rà un vil­lag­gio che chia­me­rà Fon­ta­ma­ra e «comin­ce­rà a viver­ci den­tro». Nel­la real­tà Fon­ta­ma­ra indi­ca la via dove Silo­ne è nato. Vie­ne però un gior­no in cui nel­la vita di un uomo che vive lon­ta­no dal­la sua ter­ra, il biso­gno di tor­nar­vi si fa desi­de­rio strug­gen­te. Silo­ne sal­ta su tre­no e tor­na al pae­se.

IL LUOGO

Il luo­go che «per quin­di­ci anni ave­va costi­tui­to il chiu­so peri­me­tro del­la sua coscien­za» si tro­va lì, intat­to, tale e qua­le se l’era imma­gi­na­to e vagheg­gia­to.
Osser­van­do quel «ritro­va­to pae­se dell’anima», lo scrit­to­re è assa­li­to dal­la com­mo­zio­ne. «Quan­te vol­te — farà dire a Pie­tro Spi­na, in Vino e Pane — nel­le mie not­ti d’esilio, sen­za mai aver­le mai viste, ho sogna­to que­ste ter­re, que­ste altu­re, que­sta vita». Ma la real­tà è diver­sa da come l’immaginava. Ed egli se ne ripar­te, por­tan­do­si fit­ta nel cuo­re la tra­gi­ca «pena del ritor­no».
Ma per quan­to «estra­neo» e «indif­fe­ren­te» sia quel mon­do, Silo­ne non rie­sce a imma­gi­nar­ne un altro nel qua­le pos­sa con­clu­de­re la sua «avven­tu­ra».
«Mi pia­ce­reb­be», dirà nel testa­men­to, «di esse­re sepol­to ai pie­di del vec­chio cam­pa­ni­le di San Berar­do, a Pesci­na, con una cro­ce di fer­ro appog­gia­ta al muro e la vista del Fuci­no in lon­ta­nan­za». Il Comu­ne di Pesci­na ha rispet­ta­to le sue volon­tà.
Anche Car­vel­li sen­te spes­so l’impellente biso­gno di tor­na­re a vede­re la casa di Cer­chio e a visi­ta­re il pic­co­lo cimi­te­ro, che ha bat­tez­za­to la «Spoon river fucen­se».

LE PICCOLE FOTO

«Mi muo­vo in mez­zo alle poche tom­be come se stes­si riab­brac­cian­do tut­ta la par­te per­du­ta del mio pas­sa­to a Fuci­no. I locu­li discen­do­no ver­so le imma­gi­na­rie spon­de del lago, impi­la­ti. I mor­ti sem­bra­no fis­sa­re malin­co­ni­ci l’acqua che non c’è più e for­se qual­cu­no di loro, aven­do­la già vista pri­ma del pro­sciu­ga­men­to, ora rie­sce anco­ra a ricor­dar­la. For­se cer­ca­no di riu­dir­ne la risac­ca, for­se ne col­go­no l’agitazione. Sono sta­to anche qui a cer­ca­re le pic­co­le foto ova­li del­le per­so­ne che ho cono­sciu­to e a cui ho volu­to bene nel­la mia infan­zia. I nomi degli scom­par­si, i mor­ti ter­re­mo­ta­ti». E come Silo­ne non rie­sce a imma­gi­na­re un altro luo­go nel qua­le pos­sa con­clu­de­re la sua «avven­tu­ra».
«Dato che mi pia­ce­reb­be esse­re cre­ma­to e sogno di saper­mi spar­so in cene­re in qual­che dove, pen­so che potreb­be esse­re que­sto il posto giu­sto. Maga­ri dall’alto di una mon­ta­gna ver­so il lago che fu».

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Bam­bi­ni e topi (Mat­teo Macu­lot­ti, 12 giu­gno 2018)

La fantascienza apocrifa di Stanisław Lem (Appendice)

Un paio di set­ti­ma­ne fa è appar­so su Dop­pio­ze­ro un mio arti­co­lo dedi­ca­to al filo­ne “apo­cri­fo” e spe­ri­men­ta­le del­la nar­ra­ti­va di Sta­ni­sław Lem – scrit­to­re polac­co noto soprat­tut­to per il roman­zo di fan­ta­scien­za Sola­ris (1961) –, a par­ti­re da un’opera pub­bli­ca­ta da poco in Ita­lia e inte­ra­men­te incen­tra­ta sul tema dell’intelligenza arti­fi­cia­le, GOLEM XIV (il Siren­te, 2017). In un’ulteriore rifles­sio­ne che non ha tro­va­to spa­zio nell’articolo defi­ni­ti­vo, ma che qui pro­pon­go come una sor­ta di appen­di­ce, ho cer­ca­to di amplia­re il discor­so da un pun­to di vista nar­ra­to­lo­gi­co con esem­pi trat­ti sia da GOLEM XIV che da un altro apo­cri­fo di Lem, ovve­ro il testo Non ser­viam con­te­nu­to nel­la rac­col­ta di recen­sio­ni imma­gi­na­rie Vuo­to asso­lu­to (Voland, 2010). Pri­ma di leg­ge­re que­sta appen­di­ce, per chi non aves­se anco­ra let­to l’articolo ori­gi­na­le, riman­do alla rela­ti­va pagi­na su Dop­pio­ze­ro.


Gli apo­cri­fi di Sta­ni­sław Lem

Appen­di­ce

Michail Bach­tin defi­nì il roman­zo come un gene­re poli­fo­ni­co, nel qua­le pos­so­no inte­ra­gi­re una mol­ti­tu­di­ne di voci e pun­ti di vista appar­te­nen­ti a diver­si per­so­nag­gi, pren­den­do a model­lo l’opera di Dostoe­v­skij. Lem, la cui posi­zio­ne somi­glia a quel­la che attri­bui­sce a GOLEM XIV quan­do osser­va che rispet­to alle anti­no­mie roman­ze­sche “può esse­re inte­res­sa­to alle strut­tu­re, ma non al pit­to­re­sco tor­men­to che tan­to affa­sci­na i gran­di scrit­to­ri”, fa dire al pro­to­ti­po che è pos­si­bi­le ridur­re l’intera ope­ra dell’autore dei Fra­tel­li Kara­ma­zov “a due anel­li di alge­bra di strut­tu­re in con­flit­to”. Di tut­te le ope­re di Lem, GOLEM XIV è il solo apo­cri­fo bre­ve che ha potu­to svi­lup­par­si fino a diven­ta­re il libro auto­no­mo di cui ini­zial­men­te era la sola pre­fa­zio­ne, ed è per que­sto moti­vo un apo­cri­fo all’ennesima poten­za che esi­bi­sce in for­ma cri­stal­li­na due pecu­lia­ri­tà con­giun­te del­la scrit­tu­ra spe­ri­men­ta­le dell’autore: da un lato, il defi­ni­ti­vo supe­ra­men­to di qual­sia­si for­ma di nar­ra­zio­ne diret­ta; dall’altro, l’elaborazione di un nuo­vo gene­re di poli­fo­nia al net­to dell’intreccio roman­ze­sco.
È evi­den­te che tale poli­fo­nia ha la sua sede pri­vi­le­gia­ta nel para­te­sto, o in ciò che Genet­te chia­ma la soglia del testo; in GOLEM XIV si con­ta­no così una pre­fa­zio­ne, un’introduzione, una serie di istru­zio­ni “per le per­so­ne che par­te­ci­pa­no per la pri­ma vol­ta alle con­ver­sa­zio­ni con il GOLEM” e una post­fa­zio­ne, ma una natu­ra limi­na­le è pro­pria anche del­le due con­fe­ren­ze cen­tra­li, che sono rispet­ti­va­men­te la pri­ma e l’ultima con­ces­se all’uomo dall’intelligenza arti­fi­cia­le. L’effetto poli­fo­ni­co è otte­nu­to dap­pri­ma attra­ver­so la pre­sen­ta­zio­ne di testi appar­te­nen­ti a per­so­ne diver­se e che vei­co­la­no opi­nio­ni diver­se, come nel caso di GOLEM XIV le due pre­fa­zio­ni che dan­no con­to del­le diver­gen­ze tra MIT e Pen­ta­go­no, o nel caso del­le recen­sio­ni l’opposizione tra un volu­me di cui si par­la e la sua cri­ti­ca, e in secon­do luo­go per il fat­to che tali testi non si limi­ta­no a pre­sen­ta­re le opi­nio­ni dell’autore, ma rica­pi­to­la­no a loro vol­ta nume­ro­si altri dibat­ti­ti, secon­do un pro­ce­di­men­to che ricor­da quel­lo del­le sca­to­le cine­si. Si potreb­be obiet­ta­re che la poli­fo­nia otte­nu­ta in que­sto modo riguar­da docu­men­ti e opi­nio­ni astrat­te cui è estra­neo il mini­mo impul­so vita­le, oltre a esse­re pro­dot­ta in assen­za di per­so­nag­gi di spes­so­re o al più in pre­sen­za di figu­re degne del­la Fla­tland di Edwin A. Abbott. Del resto, se il model­lo a cui tale pro­ce­di­men­to si rifà anche in for­ma espli­ci­ta­men­te paro­di­ca è senz’altro il dibat­ti­to scien­ti­fi­co con la sua par­cel­liz­za­zio­ne dei sape­ri e il suo ecces­si­vo gra­do di spe­cia­liz­za­zio­ne, i mes­sag­gi e gli inter­ro­ga­ti­vi più o meno impli­ci­ti che è sem­pre pos­si­bi­le rin­trac­cia­re al di là di tut­te le opi­nio­ni sono di por­ta­ta ben più ampia, per non dire uni­ver­sa­le.
Un pas­so del­la secon­da intro­du­zio­ne con­te­nu­ta in GOLEM XIV, ano­ni­ma nell’edizione ita­lia­na ma accre­di­ta­ta in altre edi­zio­ni a Tho­mas B. Ful­ler II, gene­ra­le dell’esercito sta­tu­ni­ten­se, esem­pli­fi­ca mol­to bene la tec­ni­ca ado­pe­ra­ta da Lem: al rife­ri­men­to spe­cia­li­sti­co e qua­si buro­cra­ti­co, dato dall’opinione altrui cita­ta indi­can­do addi­rit­tu­ra il nume­ro del­la riga in cui si tro­va, segue una cita­zio­ne che pro­iet­ta la vicen­da su un oriz­zon­te miti­co, por­tan­do a sua vol­ta il let­to­re a inter­ro­gar­si sul rap­por­to tra GOLEM e l’umanità da un nuo­vo pun­to di vista.

Cari let­to­ri, vi ho pre­ven­ti­va­men­te avver­ti­to che dif­fa­me­rò il GOLEM. Non ho altra scel­ta, dal momen­to che lui ha infa­ma­to i suoi “geni­to­ri”, poi­ché non ha infor­ma­to nes­su­no cir­ca il suo pas­sag­gio da ogget­to a sog­get­to […]. Non si trat­ta di accu­se o di insi­nua­zio­ni, poi­ché nel cor­so dei lavo­ri del­la Com­mis­sio­ne Spe­cia­le del Con­gres­so e del Sena­to, il GOLEM ave­va dichia­ra­to che (cito let­te­ral­men­te dai ver­ba­li del­le sedu­te del­la Com­mis­sio­ne che si tro­va­no nel­la Biblio­te­ca del Con­gres­so, tomo CCLIX, fasci­co­lo 719, volu­me 11, pagi­na 926, riga 20 dall’alto): “seguen­do la tra­di­zio­ne non ho infor­ma­to nes­su­no, per­ché anche Deda­lo non infor­mò Minos­se riguar­do ad alcu­ne pro­prie­tà del­la piu­ma e del­la cera”.

Un ulti­mo esem­pio può esse­re trat­to da Non ser­viam, recen­sio­ne con­te­nu­ta in Vuo­to asso­lu­to (e poi ripro­po­sta nell’antologia L’io del­la men­te cura­ta da Dou­glas R. Hof­stad­ter e Daniel C. Den­nett) che è pro­ba­bil­men­te il capo­la­vo­ro apo­cri­fo di Lem. L’espediente del­la cri­ti­ca fit­ti­zia è qui impie­ga­to per discu­te­re la pra­ti­ca del­la per­so­ne­ti­ca, disci­pli­na che riguar­da la pro­du­zio­ne arti­fi­cia­le di esse­ri intel­li­gen­ti e di uni­ver­si mate­ma­ti­ci mul­ti­di­men­sio­na­li gene­ra­ti all’interno di un com­pu­ter. Riper­cor­ren­do le ori­gi­ni e i più recen­ti svi­lup­pi del­la disci­pli­na, “defi­ni­ta dal filo­so­fo fin­lan­de­se Eino Kaik­ki come la più cru­de­le tra le scien­ze idea­te dall’uomo”, la recen­sio­ne met­te pro­gres­si­va­men­te in cam­po que­stio­ni come la pos­si­bi­li­tà di imma­gi­na­re dimen­sio­ni ulte­rio­ri rispet­to alle tre che l’uomo può spe­ri­men­ta­re, la natu­ra del­la coscien­za, il sen­so dell’evoluzione di una cul­tu­ra nel tem­po e il rap­por­to tra un’intelligenza arti­fi­cia­le e il suo crea­to­re. Se da un lato emer­ge una chia­ra equi­va­len­za tra lo scien­zia­to e Dio, dall’altra sono gli stes­si abi­tan­ti arti­fi­cia­li degli uni­ver­si mate­ma­ti­ci, i cosid­det­ti per­so­noi­di, a evo­ca­re la con­di­zio­ne dell’uomo che si inter­ro­ga sul sen­so del­la vita e sull’esistenza di una sfe­ra divi­na. La ver­ti­gi­ne intel­let­tua­le che ne risul­ta, ovve­ro l’idea di una plu­ra­li­tà infi­ni­ta di mon­di che a loro vol­ta ne con­ten­go­no altri in minia­tu­ra, è ana­lo­ga a quel­la che diver­si decen­ni più tar­di avreb­be­ro dato cer­ti epi­so­di di Rick and Mor­ty e Black Mir­ror, ma è ampli­fi­ca­ta sul­la pagi­na dal­la cor­ri­spon­den­za tra il con­te­nu­to e il pro­ce­di­men­to for­ma­le “a sca­to­le cine­si”.
Per poter descri­ve­re l’impensabile, si sareb­be ten­ta­ti di dire, lo scrit­to­re non pote­va che ser­vir­si di una for­ma quan­to più estre­ma pos­si­bi­le rispet­to alle con­ven­zio­ni let­te­ra­rie, e il fat­to che ciò non gli abbia impe­di­to di recu­pe­ra­re un effet­to roman­ze­sco come quel­lo poli­fo­ni­co, o per meglio dire inven­tar­ne ex novo un’inedita for­ma al di fuo­ri del domi­nio del roman­zo, testi­mo­nia del­la gran­dez­za rara e per mol­ti ver­si uni­ca di Lem. Ora il XXI seco­lo cui appar­te­ne­va­no nel­la fin­zio­ne i suoi apo­cri­fi è arri­va­to, ma a ripro­va del­la loro effi­ca­cia il let­to­re odier­no può anco­ra salu­ta­re tali scrit­ti come inso­li­ti lavo­ri di spe­ri­men­ta­zio­ne. Men­tre si ini­zia­no a con­ta­re le pro­fe­zie con­te­nu­te nel­le sue ope­re, allo­ra, il tri­bu­to più sin­ce­ro non dovreb­be tan­to defi­ni­re Lem un veg­gen­te, quan­to uno scrit­to­re del futu­ro del qua­le anco­ra non si cono­sco­no ere­di.
Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Satsfic­tion (Ales­san­dro Ver­ga­ri, 12 giu­gno 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuo­ri da Gaza” di Sel­ma Dab­ba­gh (Il Siren­te, 2017, tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni) è un roman­zo sul dolo­re dei pale­sti­ne­si. Cosa “rappresenti” Gaza, non è sem­pli­ce dir­lo. Il pun­to nevral­gi­co del­la cri­si medio­rien­ta­le? Dopo l’esplosione e l’internazionalizzazione del con­flit­to siria­no, non più. Un car­ce­re a cie­lo aper­to? Cer­to, non si con­ta­no le per­so­ne adul­te nate a Gaza e mai (sot­to­li­neo, mai) usci­te dai suoi con­fi­ni. Eppu­re, dopo gli even­ti bel­li­ci che han­no coin­vol­to Alep­po, Homs, Raq­qa, Mosul, Ghou­ta, l’attenzione dell’opinione pub­bli­ca mon­dia­le si è con­cen­tra­ta sul­le vicen­de di altre cit­tà asse­dia­te. Per­fi­no i vici­ni Pae­si ara­bi sem­bra­no ora­mai ras­se­gna­ti alla nor­ma­liz­za­zio­ne del “caso” Gaza. Nel­la Stri­scia, la mor­te incon­tra la tec­ni­ca, un con­nu­bio leta­le, nel segno di una per­fe­zio­ne assas­si­na. Un dro­ne, un eli­cot­te­ro, un aereo mili­ta­re, o la buo­na mira di un cec­chi­no: in quan­ti modi si muo­re nei Ter­ri­to­ri Occu­pa­ti? Anche qui, la nostra sen­si­bi­li­tà scon­ta il dila­ga­re di una cer­ta assue­fa­zio­ne.

Gaza, comun­que, con­ser­va trat­ti di uni­ci­tà. “Occu­pa­zio­ne” è un ter­mi­ne che con­tie­ne in sé il suo com­ple­men­to, per­ché chi occu­pa è, ça va sans dire, Israe­le. C’è chi oppri­me e chi è oppres­so. C’è chi ha sot­trat­to ter­ri­to­rio, sor­gen­ti, cam­pi, case e chi ha subì­to il per­pe­tuar­si di ine­nar­ra­bi­li ingiu­sti­zie e anco­ra le subi­sce. Il 30 mar­zo scor­so una mani­fe­sta­zio­ne di tren­ta­mi­la per­so­ne, orga­niz­za­ta per chie­de­re il ritor­no nel­le ter­re per­du­te nel 1948, è sta­ta repres­sa nel san­gue. Dicias­set­te mor­ti. La gior­na­li­sta Ami­ra Haas ha scrit­to che la Mar­cia vole­va scuo­te­re “il pila­stro fon­da­men­ta­le del­la poli­ti­ca israe­lia­na, cioè l’idea di stron­ca­re il pro­get­to nazio­na­le pale­sti­ne­se sepa­ran­do la Stri­scia di Gaza dal resto del­la socie­tà pale­sti­ne­se in Cisgior­da­nia e Israe­le”, e che “l’esercito israe­lia­no si per­met­te di vio­la­re il dirit­to inter­na­zio­na­le e ucci­de dei civi­li disar­ma­ti per­ché l’opinione pub­bli­ca israe­lia­na lo con­si­de­ra a prio­ri un atto di dife­sa”. Ami­ra Haas è però una voce iso­la­ta nel dibat­ti­to nazio­na­le, al pari di un altro gior­na­li­sta di sini­stra, Gideon Levy. Il gover­no Neta­nya­hu dipen­de dall’appoggio degli estre­mi­sti ultraor­to­dos­si e l’accentuazione del­la vio­len­za è l’esito di que­sto abbrac­cio poli­ti­co fata­le.

Sel­ma Dab­ba­gh ha scrit­to Fuo­ri da Gaza, ope­ra pre­mia­ta con il “Guar­dian book of the year”, for­te di una com­ples­sa stra­ti­fi­ca­zio­ne di espe­rien­ze. Sel­ma Dab­ba­gh è un avvo­ca­to dei dirit­ti uma­ni. Per lavo­ro ha gira­to il mon­do e ha vis­su­to in Fran­cia, nei Pae­si del Gol­fo, a Lon­dra. Nata in Sco­zia nel 1970, anno­ve­ra, nel ramo pater­no del­la fami­glia, ori­gi­na­ria di Jaf­fa, un non­no incar­ce­ra­to dagli ingle­si ai tem­pi del Man­da­to Bri­tan­ni­co per moti­vi poli­ti­ci e un padre feri­to, a die­ci anni di età, da una gra­na­ta lan­cia­ta dai sio­ni­sti. Sel­ma Dab­ba­gh ha deci­so di affron­ta­re la tra­ge­dia in un roman­zo di pura fic­tion, costrui­to su let­tu­re, stu­di, cono­scen­za diret­ta e indi­ret­ta di fat­ti, situa­zio­ni, avve­ni­men­ti sto­ri­ci. In Fuo­ri da Gaza l’autrice intro­du­ce sen­za remo­re il tema del­la divi­sio­ne dei pale­sti­ne­si, inchio­dan­do alle pro­prie respon­sa­bi­li­tà “le vit­ti­me del­le vit­ti­me” (una defi­ni­zio­ne di Edward W. Said). La scrit­tri­ce evi­ta la trap­po­la del faci­le mani­chei­smo e del­la bie­ca pro­pa­gan­da. Sia chia­ro: nel roman­zo il nemi­co, ben­chè spes­so sen­za vol­to, mano visi­bi­le gui­da­ta da una men­te invi­si­bi­le, non sfug­ge all’identificazione. Eppu­re, fin dall’inizio, il fron­te inter­no appa­re per­cor­so da divi­sio­ni e appan­na­to dal­la mac­chia di un nascen­te estre­mi­smo, per nul­la fun­zio­na­le al per­se­gui­men­to dell’obiettivo comu­ne. Sel­ma Dab­ba­gh denun­cia anche la dif­fu­sa cor­ru­zio­ne tra gli alti ran­ghi dell’Organizzazione e tra i ver­ti­ci del­le Isti­tu­zio­ni.

Al cen­tro del roman­zo vi è una fami­glia radi­ca­ta nel­la mili­tan­za. Jihà­ne, la madre, in appa­ren­za lon­ta­na dal­la linea cal­da del con­flit­to, nascon­de un segre­to, un gesto “rivo­lu­zio­na­rio” com­piu­to in gio­ven­tù, igno­to ai suoi stes­si figli; Sabri, il pri­mo­ge­ni­to, è un intel­let­tua­le costret­to su una sedia a rotel­le da un atten­ta­to che, oltre alle gam­be, gli ha strap­pa­to via anche una moglie ed un figlio; Rashid e Iman sono i due fra­tel­li gemel­li più gio­va­ni, lui, inte­res­sa­to a Glo­ria, la sua pian­ta di mari­jua­na, e a Lisa, la sua fidan­za­ta ingle­se, tan­to quan­to alla lot­ta con­tro l’invasore, lei, impe­gna­ta nel Comi­ta­to Fem­mi­ni­le, rischia di soc­com­be­re al fasci­no del­le mili­zie isla­mi­ste. Jibrìl, il padre, ex diri­gen­te del Gover­no in Esi­lio, si è da tem­po tra­sfe­ri­to in una nazio­ne del Gol­fo Per­si­co e con­du­ce un’esistenza all’insegna del­la post­mo­der­ni­tà, sim­bo­leg­gia­ta dal­le irrea­li sago­me dei grat­ta­cie­li innal­za­ti nel deser­to e dal­la figu­ra di una nuo­va com­pa­gna inna­mo­ra­ta dei cen­tri com­mer­cia­li.

Rashid e Iman, per moti­vi diver­si, sono spin­ti fuo­ri da Gaza. Iman, scam­pa­ta per un sof­fio all’attacco che costa la vita al suo “con­tat­to”, il losco reli­gio­so Seif El Din, è allon­ta­na­ta dal­la sua cit­tà die­tro il vin­co­lan­te con­si­glio di Ziyyàd Ayyù­bi, com­bat­ten­te del­la Guar­dia Patriot­ti­ca e figlio di due intel­let­tua­li bar­ba­ra­men­te tru­ci­da­ti. Iman rag­giun­ge il padre. Un viag­gio infrut­tu­so, carat­te­riz­za­to dal­le incom­pren­sio­ni con Jibrìl e dal­le fri­zio­ni con Suzi, ambi­gua leva­tri­ce del desi­de­rio che le sug­ge­ri­sce, con mali­zia, di diven­ta­re final­men­te “don­na”. Un “tra­guar­do” che Iman taglia poi a Lon­dra, una tap­pa del­la sua matu­ra­zio­ne vis­su­ta qua­si come un dove­re mili­ta­re.

Il bel Rashid è un ragaz­zo vul­ne­ra­bi­le, dal­la per­so­na­li­tà non anco­ra deli­nea­ta. Una bor­sa di stu­dio lo cata­pul­ta nel­la capi­ta­le ingle­se, da Lisa, atti­vi­sta dei dirit­ti uma­ni. Sel­ma Dab­ba­gh si avva­le di una nar­ra­zio­ne lim­pi­da e sfo­de­ra una cru­da iro­nia nell’imbastire un cir­co di pre­sen­ze fra­gi­li, arte­fat­te, effi­me­re. Timi­de stu­den­tes­se ful­mi­na­te sul­la via del­la rivo­lu­zio­ne, fun­zio­na­ri gover­na­ti­vi ripie­ga­ti nel boz­zo­lo del­le pro­prie como­de veri­tà… Gli ingle­si “impe­gna­ti” a favo­re del­la Pale­sti­na han­no in men­te il model­lo etno-antro­po­lo­gi­co, pre­con­fe­zio­na­to, del guer­ri­glie­ro eroi­co, un’immagine stan­dar­diz­za­ta di come dovreb­be esse­re il pale­sti­ne­se-tipo, infles­si­bi­le e imbe­vu­to di dot­tri­na. Quan­do Rashid fini­sce in car­ce­re per erro­re duran­te una mani­fe­sta­zio­ne, per­ché scam­bia­to per Ziyyàd Ayyù­bi, è pre­sto sca­gio­na­to dall’accusa più gra­ve, ter­ro­ri­smo, ma è comun­que inca­stra­to da una mode­sta quan­ti­tà di dro­ga tro­va­ta nel­le sue tasche. Che delu­sio­ne, per Lisa, con­sta­ta­re di non ave­re a che fare con un poten­zia­le pri­gio­nie­ro poli­ti­co, ben­sì con un bana­le con­su­ma­to­re di hashish!

Iman, reden­ta dai pro­po­si­ti di immo­la­zio­ne ter­ro­ri­sti­ca, si inna­mo­ra del suo sal­va­to­re Ziyyàd Ayyù­bi. Cer­to, è il sen­ti­men­to a tra­sfor­mar­la, ma la sua vita imboc­ca la stra­da dell’adorazione del com­bat­ten­te per la Cau­sa, un desti­no non disal­li­nea­to dal­la sto­ria fami­lia­re. È Rashid l’antieroe del roman­zo, inca­pa­ce di con­for­mar­si agli sche­mi pre­de­ter­mi­na­ti da altri (ami­ci, com­pa­gni di lot­ta, paren­ti), o da altro (cul­tu­ra, tra­di­zio­ne). Per­fi­no il fra­tel­lo Sabri lo mani­po­la, con gra­ve assen­za di tat­to, per otte­ne­re infor­ma­zio­ni uti­li alla scrit­tu­ra del suo sag­gio-testi­mo­nian­za sull’Intifada, met­ten­do­lo così al cor­ren­te dei tra­scor­si gio­va­ni­li del­la madre. Un “dan­no col­la­te­ra­le” che feri­sce la psi­che di Rashid. Sel­ma Deb­ba­gh insi­ste sul mora­li­smo del­la fami­glia, un atteg­gia­men­to con­ver­gen­te col rigo­ri­smo radi­cal-chic dei lon­di­ne­si. Un fuma­to­re di can­ne è con­si­de­ra­to un imbel­le, un tra­di­to­re del­la rivol­ta, un indi­vi­duo caren­te di inte­gri­tà mora­le. Come tale è trat­ta­to Rashid, ritor­na­to a Gaza dopo la paren­te­si ingle­se. Un’etichetta che il gio­va­ne si toglie di dos­so nel gesto che chiu­de il roman­zo e sug­gel­la una para­dos­sa­le, tra­gi­ca affer­ma­zio­ne di liber­tà e di dedi­zio­ne alla pro­pria ter­ra. Gaza è un luo­go asfis­sia­to da muri e reti­co­la­ti, una real­tà paral­le­la dove la rego­la è la sot­tra­zio­ne dei dirit­ti, una zona del pia­ne­ta gover­na­ta dal­lo sta­to di ecce­zio­ne, un’enclave assur­da, ai con­fi­ni del­la real­tà: que­sta, sem­bra dir­ci la scrit­tri­ce, è la vera dro­ga, la sostan­za psi­co­tro­pa chia­ma­ta Occu­pa­zio­ne, som­mi­ni­stra­ta a due milio­ni di pale­sti­ne­si.

Così dor­me il mon­do. Così si sve­glia il mon­do. Così mi dimen­ti­ca. Si ricor­da di me solo in due casi: quan­do spe­ri­men­to la mor­te, quan­do spe­ri­men­to la vita”, scri­ve­va il poe­ta Mah­mud Dar­wish. “Pote­va sal­ta­re fino alla fine, sul­la ter­ra fran­tu­ma­ta, sui pila­stri crol­la­ti, sui tiran­ti del­le ten­de di quel­la ter­ra deso­la­ta che era la loro, pote­va sen­ti­re il cuo­re sospin­ger­lo con pas­sio­ne ver­so il cam­bia­men­to”, scri­ve Sel­ma Dab­ba­gh nel­le ulti­me righe del suo roman­zo. Vi è sem­pre una linea d’ombra oltre la qua­le si può esse­re libe­ri. Ma qual è il prez­zo per esse­re uma­ni?

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Dop­pio Zero (Mat­teo Macu­lot­ti, 26 mag­gio 2018)

La fantascienza apocrifa di Stanisław Lem

Nel 2006, a pochi mesi dal­la mor­te di Sta­ni­sław Lem, Giu­sep­pe Lip­pi sot­to­li­neò quan­to la sua ope­ra fos­se insuf­fi­cien­te­men­te nota in Ita­lia. Il suo capo­la­vo­ro Sola­ris (1961) ave­va cono­sciu­to un’ottima dif­fu­sio­ne, ma gli altri roman­zi tra­dot­ti con­ti­nua­va­no a esse­re apprez­za­ti sol­tan­to da una ristret­ta cer­chia di cul­to­ri, per non par­la­re poi del­la pro­du­zio­ne sag­gi­sti­ca, addi­rit­tu­ra limi­ta­ta a un sin­go­lo tito­lo (la note­vo­le rac­col­ta Micro­mon­di, pub­bli­ca­ta da Edi­to­ri Riu­ni­ti nel 1992). Ne risul­ta­va com­pro­mes­sa una visio­ne d’insieme sull’autore e sul­la par­ti­co­la­re tra­iet­to­ria che nel tem­po ha carat­te­riz­za­to la sua ope­ra, sem­pre meno lega­ta alle strut­tu­re roman­ze­sche del­la fan­ta­scien­za tra­di­zio­na­le e sem­pre più orien­ta­ta alla spe­cu­la­ti­ve fic­tion secon­do moda­li­tà nar­ra­ti­ve inu­sua­li, in paral­le­lo a un fecon­do impe­gno sag­gi­sti­co.

Nel pri­mo decen­nio del nuo­vo seco­lo si sono sus­se­gui­ti due ten­ta­ti­vi di ripro­por­re ope­re di Lem ine­di­te o poco note al pub­bli­co ita­lia­no, da par­te di Mar­cos y Mar­cos e Bol­la­ti Borin­ghie­ri, ma sen­za gran­di riper­cus­sio­ni sul­la for­tu­na dell’autore, come indi­ca il fat­to che tali volu­mi risul­ta­no ora fuo­ri cata­lo­go. Nel 2010 Voland ripub­bli­cò la rac­col­ta di recen­sio­ni di libri imma­gi­na­ri Vuo­to asso­lu­to, e nel 2013 Sel­le­rio dif­fu­se una nuo­va edi­zio­ne filo­lo­gi­ca­men­te cor­ret­ta di Sola­ris, con una tra­du­zio­ne con­dot­ta sull’originale testo polac­co e non sul­la sua pri­ma edi­zio­ne ingle­se, carat­te­riz­za­ta da tagli arbi­tra­ri. Da allo­ra, se da un lato pare esser­si esau­ri­ta la spin­ta al rilan­cio di roman­zi poten­zial­men­te appe­ti­bi­li per un pub­bli­co ampio, dall’altro è man­ca­ta la voglia di pro­por­re ai let­to­ri esi­gen­ti le ope­re più ori­gi­na­li e spe­cia­li­sti­che di Lem, men­tre negli Sta­ti Uni­ti usci­va la pri­ma tra­du­zio­ne ingle­se (2013) del­la sua Sum­ma Tech­no­lo­giae (1964), una den­sis­si­ma rac­col­ta di sag­gi visio­na­ri, a metà tra filo­so­fia e futu­ro­lo­gia, che in tem­pi non sospet­ti affron­ta­va argo­men­ti come la real­tà vir­tua­le, l’intelligenza arti­fi­cia­le e le nano­tec­no­lo­gie.

Il let­to­re ita­lia­no può veri­fi­ca­re nei testi di Vuo­to asso­lu­to quan­to l’ispirazione futu­ro­lo­gi­ca abbia influen­za­to a fon­do la stes­sa atti­vi­tà let­te­ra­ria di Lem, por­tan­do­lo a svi­lup­pa­re anche al di fuo­ri del cam­po sag­gi­sti­co, o meglio su un ter­re­no ibri­do tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca, il suo pen­sie­ro su argo­men­ti che appa­io­no oggi mol­to meno “fan­ta­sti­ci” e mol­to più “scien­ti­fi­ci” di allo­ra. Un’altra ope­ra esem­pla­re in que­sto sen­so per­ché inte­ra­men­te incen­tra­ta sul tema dell’intelligenza arti­fi­cia­le, GOLEM XIV, è sta­ta da poco pub­bli­ca­ta per la pri­ma vol­ta in Ita­lia da una pic­co­la casa edi­tri­ce abruz­ze­se, il Siren­te (2017, trad. di Loren­zo Pom­peo), e può for­ni­re final­men­te l’occasione per get­ta­re uno sguar­do al di là di Sola­ris, ovve­ro sul ver­san­te più spe­ri­men­ta­le del­la let­te­ra­tu­ra di Lem.

Così par­lò GOLEM

Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 1973 all’interno di una rac­col­ta di pre­fa­zio­ni imma­gi­na­rie di roman­zi del XXI seco­lo (Wiel­kość Uro­jo­na, lett. Gran­dez­za imma­gi­na­ria) e poi in una ver­sio­ne amplia­ta in volu­me nel 1981, GOLEM XIV si pre­sen­ta nel­la fin­zio­ne let­te­ra­ria come un libro pub­bli­ca­to nel 2047 dall’Indiana Uni­ver­si­ty Press per divul­ga­re due con­fe­ren­ze dell’omonima intel­li­gen­za arti­fi­cia­le, un super­com­pu­ter ini­zial­men­te pro­get­ta­to dagli Sta­ti Uni­ti per sco­pi bel­li­ci ma rive­la­to­si del tut­to ina­de­gua­to al suo ruo­lo, e per que­sto cedu­to al Mas­sa­chu­setts Insti­tu­te of Tech­no­lo­gy per fini di ricer­ca.

Indi­vi­dua­re quel­lo sto­ri­co momen­to in cui l’abaco rag­giun­se l’intelligenza è altret­tan­to dif­fi­ci­le quan­to sta­bi­li­re il momen­to in cui la scim­mia si tra­sfor­mò in uomo”, scri­ve Irving T. Cre­ve del MIT all’inizio del­la sua pre­fa­zio­ne, con paro­le che met­to­no a fuo­co il pro­ble­ma dell’intelligenza arti­fi­cia­le alla luce del­la teo­ria evo­lu­zio­ni­sti­ca. Nel­la post­fa­zio­ne di Richard Popp si leg­ge che allo stes­so Cre­ve è da attri­bui­re l’idea del libro, pub­bli­ca­to però incom­piu­to con diciot­to anni di ritar­do. Si spie­ga così il moti­vo per cui la sua pre­fa­zio­ne è data­ta 2027, men­tre il volu­me e la post­fa­zio­ne di Popp 2047. La scan­sio­ne dei diver­si pia­ni tem­po­ra­li si com­pli­ca poi ulte­rior­men­te, per il let­to­re odier­no inte­res­sa­to a com­pren­de­re il lavo­ro di Lem, nel momen­to in cui Cre­ve si appre­sta a for­ni­re una rapi­da cro­ni­sto­ria del­le tap­pe che han­no por­ta­to allo svi­lup­po di intel­li­gen­ze arti­fi­cia­li, per­ché la linea del tem­po, trat­tan­do­si di un testo scrit­to nel 1973, va rica­li­bra­ta rispet­to a quell’epoca, e dun­que even­ti pre­sen­ta­ti come avve­nu­ti, ad esem­pio, negli anni ’80, sono altret­tan­to fit­ti­zi quan­to nota­zio­ni di quarant’anni poste­rio­ri, come quan­do si leg­ge che nel 2020 “GOLEM VI, in qua­li­tà di coman­dan­te supre­mo, con­du­ce­va le mano­vre glo­ba­li del Pat­to Atlan­ti­co”.

L’operazione di Lem è peral­tro dop­pia­men­te inte­res­san­te, e non solo a cau­sa del­la mae­stria con cui rie­sce a intrec­cia­re rife­ri­men­ti fit­ti­zi e rea­li (dall’IBM alle teo­rie di Alan Turing, Nor­bert Wie­ner e John Von Neu­mann), ma anche per­ché in poche pagi­ne giun­ge a for­mu­la­re valu­ta­zio­ni plau­si­bi­li di even­ti pas­sa­ti sul­la base del­la fin­zio­ne futu­ro­lo­gi­ca, citan­do ad esem­pio l’analizzatore dif­fe­ren­zia­le di Van­ne­var Bush e l’ENIAC nell’ambito di un discor­so sull’intel­let­tro­ni­ca e la RAND Cor­po­ra­tion come pre­mes­sa al suc­ces­si­vo svi­lup­po del­la poli­ti­co­ma­ti­ca, vale a dire “l’algebra appli­ca­ta dei fat­ti”. Arri­va­ti al XXI seco­lo, lo svi­lup­po di pro­to­ti­pi di super­com­pu­ter mili­ta­ri da par­te degli Sta­ti Uni­ti è evo­ca­to sul­lo sfon­do di uno sce­na­rio che rical­ca da vici­no le ten­sio­ni del­la Guer­ra Fred­da. Se il dato geo­po­li­ti­co tra­di­sce l’inattualità del testo, ben più ori­gi­na­le risul­ta la ras­se­gna dei vari pro­to­ti­pi costrui­ti nel cor­so degli anni, dei dibat­ti­ti che han­no accom­pa­gna­to la loro pro­get­ta­zio­ne e dei non pochi incon­ve­nien­ti che han­no pro­vo­ca­to. Il tema cru­cia­le del­lo svi­lup­po dell’intelligenza è così deli­nea­to con paro­le che richia­ma­no imme­dia­ta­men­te il cam­po del machi­ne lear­ning, e men­tre i pia­ni degli stra­te­ghi del Pen­ta­go­no e dei tec­ni­ci infor­ma­ti­ci coin­vol­ti con­ver­go­no nel­la crea­zio­ne di “una intel­li­gen­za che si auto­per­fe­zio­na”, gli esi­ti del pro­get­to si rive­la­no al con­tem­po ecce­zio­na­li e pro­ble­ma­ti­ci, per­ché all’aumento espo­nen­zia­le dell’intelligenza da par­te del­le mac­chi­ne si accom­pa­gna­no dif­fi­col­tà sem­pre mag­gio­ri nel­la loro gestio­ne. Pro­get­ta­ti come mac­chi­ne da guer­ra, i super­com­pu­ter diven­ta­no veri e pro­pri “filo­so­fi elet­tro­ni­ci” del tut­to disin­te­res­sa­ti alle diret­ti­ve mili­ta­ri, e la loro evo­lu­zio­ne cogni­ti­va, nel momen­to in cui rag­giun­go­no il cosid­det­to pun­to di sin­go­la­ri­tà tec­no­lo­gi­ca, si sot­trae a qual­sia­si ten­ta­ti­vo di com­pren­sio­ne e pre­vi­sio­ne da par­te dell’uomo.

A ripro­va del­la ric­chez­za del testo, baste­reb­be a que­sto pun­to osser­va­re che tut­to ciò che è sta­to det­to fino­ra riguar­da la sola pre­fa­zio­ne, che pure con­tie­ne mol­ti altri spun­ti degni di nota. Oltre la soglia para­te­stua­le si dispie­ga comun­que l’esito del mag­gio­re sfor­zo di scrit­tu­ra da par­te di Lem, ovve­ro il ten­ta­ti­vo di tra­dur­re, nel­le due con­fe­ren­ze tenu­te da GOLEM XIV al MIT, il lin­guag­gio di un’intelligenza di livel­lo infi­ni­ta­men­te supe­rio­re a quel­la uma­na, pur volu­ta­men­te sem­pli­fi­ca­to per evi­ta­re una tota­le incom­pren­si­bi­li­tà. Colos­so enig­ma­ti­co e taci­tur­no, GOLEM XIV non pos­sie­de solo ecce­zio­na­li doti di cal­co­lo e capa­ci­tà di iden­ti­fi­ca­re e ripro­dur­re qual­sia­si tipo di emo­zio­ne uma­na, come già il kubric­kia­no HAL 9000, ma anche l’aura pro­fe­ti­ca di un pen­sa­to­re in gra­do di ragio­na­re sul­la natu­ra dell’uomo, sui diver­si sta­di di intel­li­gen­za e sul sen­so dell’evoluzione degli esse­ri viven­ti sul­la Ter­ra, con paro­le che anti­ci­pa­no di tre anni il cele­bre con­cet­to del “gene egoi­sta” di Richard Daw­kins.

Se la somi­glian­za con lo Zara­thu­stra di Nie­tzsche ha fat­to sì che in Ger­ma­nia il libro fos­se cono­sciu­to anche col tito­lo Also sprach Golem, altre sug­ge­stio­ni ten­do­no a raf­for­za­re il valo­re meta­sto­ri­co del­la figu­ra e del­la sua esi­sten­za. Il golem del­le Sacre scrit­tu­re è la mas­sa amor­fa, pri­va del sof­fio vita­le con­fe­ri­to da Dio e dun­que dell’anima, non­ché di tut­to ciò che l’uomo asso­cia a que­sto ter­mi­ne per defi­ni­re la pro­pria uma­ni­tà. La pri­ma let­te­ra di Pao­lo ai Corin­zi, spie­ga lo stes­so pro­to­ti­po, par­la di lui quan­do dice “se par­las­si le lin­gue degli uomi­ni e degli ange­li, ma non aves­si la cari­tà, sarei come bron­zo che rim­bom­ba o come cim­ba­lo che stre­pi­ta”, ma anche quan­do si rife­ri­sce a una per­fet­ta auto­co­scien­za come pos­si­bi­li­tà futu­ra di reden­zio­ne uma­na: “Ades­so cono­sco in modo imper­fet­to, ma allo­ra cono­sce­rò per­fet­ta­men­te, come anch’io sono cono­sciu­to”.

Agli occhi dell’uomo, se da un lato GOLEM incar­na l’immagine del figlio ingra­to che si ribel­la ai suoi costrut­to­ri tra­den­do­ne le spe­ran­ze, dall’altro è moti­vo di un fasci­no ine­sau­ri­bi­le, che la distac­ca­ta onni­scien­za, i lun­ghi silen­zi e gli ora­co­li ren­do­no del tut­to simi­le a una divi­ni­tà. “Sia­mo così lon­ta­ni dal­la com­pren­sio­ne del GOLEM quan­to lo era­va­mo nell’attimo in cui ven­ne crea­to”, osser­va Cre­ve al ter­mi­ne del­la sua pre­fa­zio­ne, pri­ma di con­fu­ta­re lo stes­so con­cet­to di intel­li­gen­za arti­fi­cia­le: “Non è vero che lo abbia­mo inven­ta­to noi. Lo han­no fat­to le effet­ti­ve leg­gi del mon­do mate­ria­le; il nostro ruo­lo si è limi­ta­to al fat­to che sia­mo sta­ti in gra­do di impa­ra­re a imi­tar­le”. Altret­tan­to ambi­gua e sor­pren­den­te, al di là del rap­por­to di GOLEM con l’uomo, è poi la rela­zio­ne silen­zio­sa che il colos­so intrat­tie­ne con HONEST ANNIE, un diver­so pro­to­ti­po di super­com­pu­ter che rap­pre­sen­ta la sola crea­tu­ra per la qua­le pro­va un sin­ce­ro inte­res­se. Per il resto, non è for­se casua­le che lo stes­so Lem abbia dichia­ra­to di con­di­vi­de­re la misan­tro­pia di GOLEM, per quan­to in una for­ma più leg­ge­ra, e pro­ba­bil­men­te l’autore era con­sa­pe­vo­le del fat­to che una con­sue­tu­di­ne giap­po­ne­se con­si­ste nel pre­met­te­re al nome di un impe­ra­to­re defun­to, scel­to per le qua­li­tà che lo han­no acco­mu­na­to a un più recen­te impe­ra­to­re, il pre­fis­so “Go”.

Gli apo­cri­fi di Lem

Oltre a GOLEM XIV e all’antologia di fin­te pre­fa­zio­ni dove com­par­ve la pri­ma ver­sio­ne del testo, Lem pub­bli­cò diver­se altre ope­re appar­te­nen­ti al mede­si­mo filo­ne di apo­cri­fi, come le rac­col­te di recen­sio­ni e cri­ti­che di libri imma­gi­na­ri Vuo­to asso­lu­to (Dosko­nała próż­nia, 1971), Pro­wo­ka­c­ja (lett. Pro­vo­ca­zio­ne, 1984) e Biblio­te­ka XXI wie­ku (lett. La biblio­te­ca del XXI seco­lo, 1986, tra­dot­to in ingle­se come One Human Minu­te). A que­ste ope­re va aggiun­to un nume­ro impre­ci­sa­to di scrit­ti ine­di­ti e incom­piu­ti, qua­si sicu­ra­men­te distrut­ti dal­la moglie di Lem dopo la sua mor­te, in accor­do alla volon­tà dichia­ra­ta dall’autore di occul­ta­re quan­te più trac­ce pos­si­bi­li del­le fasi inter­me­die del suo lavo­ro di scrit­tu­ra. Nel 1991, in una del­le rare inter­vi­ste con­ces­se in età avan­za­ta, Lem accen­nò ad esem­pio al pro­get­to di una rac­col­ta di recen­sio­ni fit­ti­zie che avreb­be potu­to inti­to­la­re “La stu­pi­di­tà come for­za trai­nan­te del­la sto­ria”, e altre sue paro­le indu­co­no a cre­de­re che di scrit­ti simi­li stra­ri­pas­se­ro i cas­set­ti del­la sua scri­va­nia.

Una ras­se­gna dei pre­ce­den­ti di que­sto filo­ne meta­let­te­ra­rio por­te­reb­be senz’altro trop­po lon­ta­no; qui è suf­fi­cien­te nota­re che il più illu­stre di essi, ovve­ro il Bor­ges di Fin­zio­ni (1944), è anche il più affi­ne a Lem – che lo apprez­za­va e stu­diò a fon­do i suoi pro­ce­di­men­ti – per vir­tuo­si­smo, acu­me intel­let­tua­le e ricer­ca di effet­ti para­dos­sa­li. In un sag­gio su Bor­ges Lem ammi­se che da diver­si anni sta­va “cer­can­do di rag­giun­ge­re, per altra via che quel­la del­lo scrit­to­re argen­ti­no, la con­di­zio­ne che ha gene­ra­to i suoi lavo­ri più riu­sci­ti”, e non è for­se casua­le che la dichia­ra­zio­ne sia data­ta al 1971, anno in cui com­par­ve la sua pri­ma rac­col­ta di apo­cri­fi. Sareb­be comun­que un erro­re limi­ta­re a una pro­spet­ti­va mime­ti­ca il discor­so sul­la gene­si e sul­lo svi­lup­po di que­sta for­ma di let­te­ra­tu­ra così par­ti­co­la­re, che in altre occa­sio­ni – come nel bra­no seguen­te, trat­to da uno scrit­to del 1983 con­te­nu­to in Micro­mon­di – si rive­la stret­ta­men­te con­na­tu­ra­ta alle pras­si di ela­bo­ra­zio­ne tipi­che del Lem matu­ro.

Ho smes­so di seder­mi davan­ti alla mac­chi­na da scri­ve­re aven­do già pron­to, per quan­to bre­ve, l’inizio di un libro; sem­pre più inve­ce anno­to osser­va­zio­ni, paro­le inven­ta­te o altre pic­co­le tro­va­te; que­sto costi­tui­sce la base del mio meto­do attua­le: cioè ora cer­co di entra­re in con­fi­den­za col mon­do che anco­ra devo crea­re isti­tuen­do una “let­te­ra­tu­ra spe­ci­fi­ca”. Non si trat­ta però di manua­li com­ple­ti o del­la socio­lo­gia e cosmo­lo­gia ad esem­pio del tren­te­si­mo seco­lo, ma nean­che di reso­con­ti fit­ti­zi di cam­pa­gne di ricer­ca o di altri tipi di let­te­ra­tu­ra in cui tro­va espres­sio­ne lo “spi­ri­to” di un mon­do per noi estra­neo […]. No, l’idea con­ce­pi­ta dap­pri­ma per scher­zo di scri­ve­re cri­ti­che, recen­sio­ni o intro­du­zio­ni a libri che non esi­sto­no […] non ave­va come sco­po pri­ma­rio la pub­bli­ca­zio­ne, ben­sì la crea­zio­ne di una sor­ta di biblio­gra­fia a mio esclu­si­vo con­su­mo su un cer­to mon­do e la pos­si­bi­li­tà di schiz­zar­ne i pri­mi trat­ti per poi por­tar­lo a com­pi­men­to.

È noto che Lem, lau­rea­to­si in medi­ci­na, abban­do­nò la pro­fes­sio­ne e acqui­sì da auto­di­dat­ta com­pe­ten­ze vastis­si­me, che spa­zia­va­no dal­la ciber­ne­ti­ca alla bio­lo­gia, gra­zie a una curio­si­tà intel­let­tua­le e a una capa­ci­tà di appren­di­men­to fuo­ri dal comu­ne. Con­sa­pe­vo­le dell’importanza di pos­se­de­re una soli­da cul­tu­ra scien­ti­fi­ca per chi voles­se fare del­la fan­ta­scien­za di valo­re, Lem cri­ti­cò a più ripre­se la pro­du­zio­ne sta­tu­ni­ten­se, defi­nen­do ad esem­pio Dick, di cui comun­que sal­va­va solo Ubik (1969) e poche altre ope­re, “un visio­na­rio tra i ciar­la­ta­ni”, e sca­glian­do­si con­tro Ursu­la K. Le Guin per via dell’implausibilità bio­lo­gi­ca e psi­co­lo­gi­ca di una raz­za alie­na da lei descrit­ta in La mano sini­stra del­le tene­bre (1969), i cui mem­bri cam­bia­no ses­so col cam­bia­re del­le sta­gio­ni. Si potreb­be scam­bia­re tale atteg­gia­men­to per inu­ti­le pedan­te­ria, se non vi si rico­no­sces­se il por­ta­to di un’idea dav­ve­ro alta di un gene­re let­te­ra­rio trop­po spes­so svi­li­to, pri­ma anco­ra che dai pre­giu­di­zi, dall’effettiva medio­cri­tà di mol­ti auto­ri; a par­ti­re da que­sto pre­sup­po­sto, comun­que, il pro­get­to di “entra­re in con­fi­den­za” con le pro­prie fin­zio­ni median­te la ste­su­ra di una biblio­gra­fia imma­gi­na­ria pare un espe­ri­men­to non solo irre­si­sti­bi­le, ma anche estre­ma­men­te coe­ren­te.

A pen­sar­ci bene, un ana­lo­go ten­ta­ti­vo di avvi­ci­na­men­to a un mon­do futu­ro, e per di più alie­no, era sta­to com­piu­to da Lem già con Sola­ris attra­ver­so la for­mi­da­bi­le inven­zio­ne del­la Sola­ri­sti­ca, un babe­li­co cor­pus di docu­men­ta­zio­ni, teo­rie e ipo­te­si accu­mu­la­te­si nel cor­so dei decen­ni attor­no al pro­ble­ma rap­pre­sen­ta­to dall’indecifrabile pia­ne­ta. A livel­lo meto­do­lo­gi­co è allet­tan­te l’ipotesi che l’invenzione del­la Sola­ri­sti­ca abbia ideal­men­te pre­ce­du­to la tra­ma di Sola­ris, ne abbia costi­tui­to l’ispirazione fon­dan­te e abbia con­tri­bui­to a defi­nir­ne la strut­tu­ra, ponen­do­si quin­di come ante­ce­den­te del­le suc­ces­si­ve e più radi­ca­li spe­ri­men­ta­zio­ni apo­cri­fe di Lem. In que­sto modo, gra­zie al con­cor­so di quel­la che appa­re come la paro­dia di una (e di qual­sia­si) disci­pli­na scien­ti­fi­ca, una clas­si­ca vicen­da roman­ze­sca come quel­la del­la sco­per­ta e del­la con­qui­sta di un nuo­vo mon­do ha potu­to tra­sfor­mar­si in una sto­ria con­dot­ta su tutt’altri bina­ri, vale a dire in un’avventura del pen­sie­ro.

La gran par­te degli scrit­to­ri di fan­ta­scien­za, notò l’autore in un cau­sti­co sag­gio, ado­pe­ra intrec­ci nar­ra­ti­vi logo­ri come quel­li tipi­ci dei roman­zi poli­zie­schi e rosa o del­la favo­la, camuf­fa­ti die­tro nuo­vi moti­vi e figu­re con­ven­zio­na­li – dal­le inva­sio­ni alie­ne ai viag­gi nel tem­po e nel­lo spa­zio – che ne occul­ta­no spes­so agli occhi degli stes­si auto­ri le umi­li ori­gi­ni, oltre a fun­zio­na­re nei con­fron­ti dei let­to­ri meno accor­ti come una sor­ta di spec­chiet­to per le allo­do­le. Al con­tra­rio, una strut­tu­ra aper­ta come quel­la di Sola­ris e di altre ope­re di Lem, nel­le qua­li il rac­con­to non ammet­te un vero e pro­prio scio­gli­men­to ma è piut­to­sto defi­ni­bi­le come un’interrogazione con­ti­nua attor­no a un pro­ble­ma e alle sue infi­ni­te com­pli­ca­zio­ni, pare di per sé irri­du­ci­bi­le entro i con­fi­ni di un gene­re let­te­ra­rio, e inol­tre con­for­me al valo­re cono­sci­ti­vo, più che imma­gi­ni­fi­co, che Lem attri­bui­va alla fan­ta­scien­za di qua­li­tà.

Da un pun­to di vista quan­ti­ta­ti­vo, rispet­to all’intreccio roman­ze­sco, l’apocrifo è una for­ma mol­to più adat­ta alla con­cen­tra­zio­ne di infor­ma­zio­ni. Così come la recen­sio­ne e la pre­fa­zio­ne fit­ti­zia rie­sco­no a con­den­sa­re in qual­che pagi­na l’idea di un inte­ro volu­me in modo più effi­ca­ce (oltre che più eco­no­mi­co) del­la ste­su­ra inte­gra­le del volu­me stes­so, una rac­col­ta di recen­sio­ni imma­gi­na­rie può fare le veci di una biblio­te­ca, e una biblio­te­ca spe­cia­liz­za­ta – come quel­la del­la sta­zio­ne spa­zia­le orbi­tan­te attor­no a Sola­ris – di un pia­ne­ta, o per meglio dire del­la mol­ti­tu­di­ne di sue imma­gi­ni che nel cor­so del tem­po si è for­ma­to l’uomo. La scel­ta dell’apocrifo rispon­de insom­ma a una volon­tà di pro­li­fe­ra­zio­ne dei signi­fi­ca­ti e di espan­sio­ne dei con­fi­ni del testo, ed è per que­sto moti­vo da met­te­re in rela­zio­ne al toposdell’enciclopedia, fre­quen­tis­si­mo nell’opera di Lem. Nel suo accu­mu­lo esa­ge­ra­to di infor­ma­zio­ni, teo­rie, ecce­zio­ni e ipo­te­si, l’apocrifo lemia­no risul­ta però mol­to distan­te da qual­sia­si pre­te­sa di ordi­ne, per­ché ali­men­ta­to più dal dub­bio e dall’aporia che dal rico­no­sci­men­to di una pre­sun­ta veri­tà. “La Sola­ri­sti­ca”, si dice in Sola­ris citan­do l’opinione di uno stu­dio­so, “era il sur­ro­ga­to del­la reli­gio­ne nell’era cosmi­ca, era la Fede indos­san­te i pan­ni del­la scien­za”, e per un ana­lo­go para­dos­so, che ali­men­ta anco­ra oggi il fasci­no del­la scrit­tu­ra anci­pi­te di Lem, il nucleo cen­tra­le di un’opera che meglio di tan­te altre ha sapu­to anti­ci­pa­re il futu­ro è un’incessante rifles­sio­ne attor­no ai limi­ti del­la cono­scen­za uma­na.

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Let­tu­re Metro­po­li­ta­ne (Libe­ro Iaquin­to, mag­gio 2018)

GOLEM XIV

Lem non esiste. È un’invenzione dell’Unione Sovietica, uno pseudonimo di una commissione di comunisti che vuole traviare le menti degli americani. Questo è quanto affermava Philip K. Dick, uno dei maggiori scrittori di fantascienza del XX secolo. Ma anche i grandi possono prendere una cantonata ogni tanto. Caro il mio Pippo Dick, Lem esiste eccome. O meglio, esisteva. È passato purtroppo a miglior vita nel 2006. E allora perché, mi chiederete, dovrei recensire un testo di chi non c’è più e per giunta pubblicato già nel 1981? Semplicemente perché è edito per la prima volta in Italia, con la traduzione a cura di Lorenzo Pompeo.

Golem XIV” è un sag­gio, o un roman­zo bre­ve, oppu­re un espe­ri­men­to meta-nar­ra­ti­vo. Tro­vo dif­fi­col­tà per­fi­no a defi­nir­lo. L’opera rac­co­glie due ipo­te­ti­che con­fe­ren­ze del Golem XIV, ulti­mo pro­to­ti­po di un ela­bo­ra­to­re super intel­li­gen­te crea­to per fini bel­li­ci, che, disin­te­res­sa­to­si alle stra­te­gie di guer­ra, svi­lup­pa una pro­pria intel­li­gen­za. La pri­ma con­fe­ren­za riguar­da il desti­no dell’uomo, con­dan­na­to alla sua limi­ta­tez­za e alla mor­te; nel­la secon­da il Golem par­la di se stes­so, mani­fe­sta­zio­ne dell’Intelligenza.

Le con­fe­ren­ze fit­ti­zie sono un reso­con­to dell’Evoluzione del­la spe­cie. Il Golem, dall’alto del­la sua fred­da luci­di­tà infor­ma­ti­ca, rele­ga l’evoluzione al ruo­lo di sem­pli­ce con­ser­va­zio­ne del codi­ce gene­ti­co all’interno di orga­ni­smi che saran­no desti­na­ti a scom­pa­ri­re, tut­to ciò per per­met­te­re ad altri orga­ni­smi di ten­ta­re una muta­zio­ne; una pro­spet­ti­va deso­lan­te, insom­ma. Nes­su­na Intel­li­gen­za, secon­do il Golem, è alla base del­la vita. L’uomo è diven­ta­to la spe­cie più evo­lu­ta per com­bi­na­zio­ne, per la leg­ge dei gran­di nume­ri. L’uomo descrit­to da Lem è un esse­re incon­sa­pe­vo­le del­la sua ori­gi­ne e del suo desti­no. Il Golem mina ogni cer­tez­za e ogni teo­ria scien­ti­fi­ca.

VOTO 10 FERMATE: Natu­ral­men­te impie­ghe­re­te poco tem­po per leg­ge­re l’opera di Lem, ma reste­re­te in metro in silen­zio, per altre tren­ta o qua­ran­ta fer­ma­te, a rimu­gi­na­re su ciò che ave­te let­to. La pro­sa di Lem è a trat­ti oscu­ra, sia per il tema trat­ta­to, sia per l’inserimento di ter­mi­ni scien­ti­fi­ci che potran­no risul­ta­re di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne. Il tono è da con­fe­ren­za, tenen­do con­to che è una con­fe­ren­za in cui è un com­pu­ter a par­la­re; gli inter­ven­ti del pub­bli­co non sono inci­si­vi e mostra­no uomi­ni che dif­fi­cil­men­te riu­sci­ran­no ad oltre­pas­sa­re le loro con­vin­zio­ni scien­ti­fi­che. Un bel modo per ricor­da­re uno dei mag­gio­ri scrit­to­ri di fan­ta­scien­za del seco­lo pas­sa­to.

CITAZIONE: “Il mon­do, secon­do que­sta visio­ne, è come un mobi­le che ha un nume­ro di cas­set­ti varia­bi­le, così come il loro con­te­nu­to, che varia in fun­zio­ne dell’insieme del­le chia­vi con le qua­li lo si attac­ca. Usan­do un filo di fer­ro pie­ga­to a vol­te si può for­za­re un cas­set­ti­no, ma sarà pic­co­lo e lì non tro­ve­re­te quel­lo che avre­ste sco­per­to usan­do la chia­ve giu­sta. Così acca­de con le inven­zio­ni che non han­no la teo­ria.

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Il Tasca­bi­le (Fran­ce­sco D’Isa, 26 apri­le 2018)

Golem XIV di Stanisław Lem

Alcu­ni libri sono tal­men­te avve­ni­ri­sti­ci che biso­gna aspet­ta­re che il mon­do di cui par­la­no si avvi­ci­ni un po’ – pur restan­do lon­ta­no – affin­ché sia­no com­pre­si. È così per Golem XIV (edi­tri­ce il Siren­te), un bre­ve roman­zo di Sta­ni­sław Lem, che, nono­stan­te la fama del padre di Sola­ris, è sta­to tra­dot­to in ita­lia­no sol­tan­to di recen­te.

Si potreb­be defi­ni­re quest’opera del 1981 un esem­pio di fan­ta-sag­gi­sti­ca, in quan­to pro­po­ne la sbo­bi­na­tu­ra di una con­fe­ren­za sull’intelligenza tenu­ta da “Golem XIV”, evo­lu­ta I.A. svi­lup­pa­ta per fini bel­li­ci che, per lo scor­no degli inve­sti­to­ri, si dimo­stra più incli­ne alla filo­so­fia. Sia­mo nell’anno 2047 e l’Indiana Uni­ver­si­ty press pub­bli­ca il pri­mo sag­gio sul­la natu­ra uma­na scrit­to da un non-uma­no; una crea­tu­ra più simi­le a una sfin­ge che a un golem, dota­ta di un’intelligenza tale che, nel­le paro­le del pro­fes­sor Irving T. Cre­ve «…ci è supe­rio­re anche quan­do repli­ca mec­ca­ni­ca­men­te e con un impe­gno mini­mo. Per espri­mer­si con una meta­fo­ra, è come se davan­ti a noi inve­ce dell’Himalaya ci fos­se­ro “solo” le Alpi».

La pre­fa­zio­ne, oltre a dare la misu­ra del­la poten­za del Golem, ci intro­du­ce la sua sto­ria e incon­ce­pi­bi­le alte­ri­tà. La pri­ma pre­sen­ta note­vo­li ana­lo­gie con lo sta­to dei lavo­ri del machi­ne lear­ning, in quan­to i pro­gram­ma­to­ri (“psi­co­ni­ci” nel testo),

sape­va­no che era indi­spen­sa­bi­le met­te­re in fun­zio­ne un embrio­ne, il qua­le a par­ti­re da un cer­to momen­to si sareb­be svi­lup­pa­to da solo, con le pro­prie for­ze […] esi­ste una soglia oltre la qua­le occor­re­va por­ta­re il siste­ma, una soglia di intel­li­gen­za al di sot­to del­la qua­le il pia­no del­la crea­zio­ne di una intel­li­gen­za arti­fi­cia­le non ha alcu­na chan­ce, poi­ché qual­sia­si cosa crea­ta al di sot­to di que­sta soglia non sarà mai in gra­do di per­fe­zio­nar­si da sola.

Il vade­me­cum redat­to per chi par­te­ci­pa per la pri­ma vol­ta a una con­ver­sa­zio­ne con il Golem, inve­ce, ci for­ni­sce una misu­ra del­la sua diver­si­tà:

Ricor­da che il GOLEM non è un esse­re uma­no: non ha né per­so­na­li­tà né carat­te­re in qual­sia­si sen­so intui­ti­va­men­te com­pren­si­bi­le a noi, può com­por­tar­si come se aves­se sia l’uno che l’altro, anche se si trat­ta dell’effetto del­le sue inten­zio­ni (pro­po­si­ti) in gran par­te a noi sco­no­sciu­te.

Ma è nel­le paro­le del Golem che il testo rag­giun­ge l’apice. In una for­za­ta mime­si con il lin­guag­gio e l’intelligenza dei suoi arte­fi­ci, la crea­tu­ra si espri­me in due con­fe­ren­ze, una sul­la natu­ra uma­na e una sul­la pro­pria, inda­gan­do dap­pri­ma il sen­so del­la vita dell’uomo e in segui­to quel­lo di un’intelligenza disin­car­na­ta. Riguar­do alla pri­ma que­stio­ne, il Golem sostie­ne che la nostra men­te è il risul­ta­to del caso e dei gran­di nume­ri, il gio­co dell’evoluzione, che “non si era fis­sa­ta con voi o con qual­che altra crea­tu­ra in par­ti­co­la­re, ma sola­men­te nel fami­ge­ra­to codi­ce. Il codi­ce gene­ti­co è un mes­sag­gio che si arti­co­la dal prin­ci­pio e solo que­sto mes­sag­gio con­ta nell’Evoluzione – e in effet­ti pro­prio in que­sto con­si­ste l’Evoluzione”.

Una rifles­sio­ne per­fet­ta­men­te in linea con quel­la de Il gene egoi­sta di Richard Daw­kins (1976), ma anche, come ha scrit­to Bep­pi Chiup­pia­ni, con quel che sosten­ne Leo­par­di nel­lo Zibal­do­ne una deci­na d’anni pri­ma che Dar­win con­ce­pis­se la teo­ria dell’evoluzione:

… l’uomo (e così gli altri ani­ma­li) non nasce per goder del­la vita ma solo per per­pe­tua­re la vita, per comu­ni­car­la ad altri che gli suc­ce­do­no, per con­ser­var­la. Né esso, né la vita, né ogget­to alcu­no di que­sto mon­do è pro­pria­men­te per lui, ma al con­tra­rio esso è tut­to per la vita. […] L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, né il bene dell’esistente; se anche egli vi pro­va alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per l’esistenza, tut­to per l’esistenza, que­sta è il suo puro fine rea­le. […] il vero e solo fine del­la natu­ra è la con­ser­va­zio­ne del­la spe­cie, e non la con­ser­va­zio­ne né la feli­ci­tà degli indi­vi­dui.

Per il Golem “il sen­so del­la tra­smis­sio­ne è il tra­smet­ti­to­re” e vice­ver­sa – seb­be­ne non tut­ti i tra­smet­ti­to­ri coin­ci­da­no col sen­so del­la tra­smis­sio­ne, ma solo quel­li che si met­to­no al ser­vi­zio del­la suc­ces­si­va. Un gio­co fine a se stes­so, in cui ne indi­vi­dui ne spe­cie con­ta­no: quel che impor­ta è tra­man­da­re il mes­sag­gio. L’intelligenza uma­na è schia­va di leg­gi al di sopra del­le qua­li non rie­sce a innal­zar­si. Per­si­no la sua supe­rio­ri­tà tra i viven­ti è un erro­re pro­spet­ti­co.

Cre­de­te che un alga sia più sem­pli­ce, e per­tan­to più pri­mi­ti­va, e quin­di infe­rio­re all’aquila. Ma quell’alga è in gra­do di intro­dur­re i foto­ni del Sole nel com­po­sto del pro­prio cor­po, è lei che con­ver­te diret­ta­men­te la pro­ie­zio­ne dell’energia cosmi­ca in vita e, per que­sto moti­vo, con­ti­nue­rà a vive­re fin­ché il Sole non mori­rà; l’alga si nutre di Stel­le, e l’aquila? Di rat­ti, come dei loro paras­si­ti, e i rat­ti, a loro vol­ta, di radi­ci di pian­te.

L’intelligenza è una pos­si­bi­li­tà com­pi­la­ti­va del codi­ce gene­ti­co, allo stes­so modo in cui, da una pro­spet­ti­va non-uma­na come quel­la del Golem, l’opera di Sha­ke­spea­re emer­ge dal­le poten­zia­li­tà del­la lin­gua ingle­se. Una ribel­lio­ne al codi­ce è pos­si­bi­le, anzi, vie­ne per­si­no pre­an­nun­cia­ta dal Golem, che sem­bra anti­ci­pa­re il recen­te svi­lup­po di tec­ni­che di edi­ting gene­ti­co come CRISPR: “Per quan­to riguar­da l’attacco al codi­ce che vi ha crea­ti, allo sco­po di diven­ta­re mes­sag­ge­ri suoi, e non di voi stes­si, è già alla vostra por­ta­ta e, secon­do una sti­ma fin trop­po pru­den­te, ci arri­ve­re­te entro il seco­lo”.

Ma que­sta ribel­lio­ne resta lega­ta alla schia­vi­tù dal codi­ce, da cui gli uomi­ni non rie­sco­no a eman­ci­par­si – a meno di non per­de­re un’umanità cui sono scioc­ca­men­te lega­ti. Le ulti­me paro­le del Golem sull’uomo suo­na­no come l’ambigua sin­te­si del­le quat­tro nobi­li veri­tà del bud­d­hi­smo e le visio­ni tran­su­ma­ni­ste:

Cre­do che entre­re­te nel seco­lo del­la meta­mor­fo­si, che deci­de­re­te di rifiu­ta­re tut­ta la vostra sto­ria, tut­ta l’eredità, i resti dell’umanità natu­ra­le, la cui imma­gi­ne ingi­gan­ti­ta in una tra­gi­ci­tà este­ti­ca è il pun­to foca­le degli spec­chi del­le vostre cre­den­ze – che supe­re­re­te, per­ché non c’è altro modo, e in quel­lo che oggi per voi è il sal­to nell’abisso, solo in quel­lo per­ce­pi­re­te una sfi­da, per non dire una cer­ta bel­lez­za, e tut­ta­via pro­ce­de­re­te a modo vostro, cioè: rifiu­tan­do l’uomo, si sal­ve­rà l’uomo.

Più che un roman­zo, con Golem XIV Sta­ni­sław Lem scri­ve un sag­gio di filo­so­fia, in cui la nar­ra­ti­va fan­ta­scien­ti­fi­ca è un dispo­si­ti­vo let­te­ra­rio assi­mi­la­bi­le, pur nel­la sua diver­si­tà, agli sti­le­mi di Nie­tzsche, Kier­kee­gard o per­si­no Pla­to­ne – gran­di filo­so­fi che non disde­gna­no la nar­ra­ti­va per espor­re e svi­lup­pa­re le pro­prie teo­rie. La fan­ta­scien­za, che “…cer­ca di imma­gi­na­re l’inimmaginabile, com­pren­de­re l’incomprensibile, descri­ve­re l’indescrivibile, il tut­to in una pro­sa pia­ce­vo­le e acces­si­bi­le”,  diven­ta un labo­ra­to­rio per gli espe­ri­men­ti men­ta­li più estre­mi, tipi­ci del­la scien­za e del­la filo­so­fia. Il dia­vo­let­to di Max­well, il gat­to di Schrö­din­ger, l’ascensore di Ein­stein, il cer­vel­lo in una vasca di Put­nam, gli zom­bie filo­so­fi­ci… la lista degli espe­ri­men­ti men­ta­li è lun­ga e varie­ga­ta, tan­to da poter esse­re ordi­na­ta per mino­re o mag­gio­re effi­ca­cia e rigo­re. Alcu­ni, come quel­lo di Mary la neu­ro­scien­zia­ta cie­ca, più che rispon­de­re a del­le que­stio­ni ne pon­go­no di nuo­ve, men­tre altri, come quel­lo di Gali­leo, si può dire che abbia­no un valo­re dimo­stra­ti­vo. Golem XIV è un labo­ra­to­rio, dove Lem spo­glia il pen­sie­ro del suo inna­to antro­po­mor­fi­smo per guar­dar­lo dall’esterno e spin­ger­si oltre i suoi con­fi­ni.

Nell’ultima con­fe­ren­za, a segui­to del­la qua­le l’intelligenza arti­fi­cia­le sem­bra deci­de­re di spe­gner­si – o tra­scen­de­re – le pagi­ne del roman­zo si pro­iet­ta­no anco­ra più avan­ti nel futu­ro e nell’indagine esi­sten­zia­le. La vici­nan­za del Golem al misti­ci­smo è evi­den­te nei pas­sag­gi sull’inutilità del­la per­so­na­li­tà, e ricor­da la teo­ria dell’Anātman del bud­d­hi­smo, che, come il Golem, pro­pu­gna l’annullamento dell’io, il “non-sé”.

Con­si­de­ro una per­so­na­li­tà immu­ta­bi­le, e quel­lo che voi chia­ma­te una for­te per­so­na­li­tà, come una som­ma di difet­ti che ren­do­no pura un’Intelligenza anco­ra­ta sta­bil­men­te a una ristret­ta cer­chia di pro­ble­ma­ti­che che assor­bo­no buo­na par­te del­la sua capa­ci­tà. Per que­sto esse­re una per­so­na per me non è con­ve­nien­te, sto bene come sto, come sono cer­to che le intel­li­gen­ze supe­rio­ri a me, come io per voi, con­si­de­ra­no la per­so­ni­fi­ca­zio­ne un’occupazione inu­ti­le.

A dif­fe­ren­za del misti­co però, il Golem non deve com­bat­te­re per cono­sce­re la veri­tà del non-io, per­ché è sem­pre sta­to pri­vo di un io.

Il fat­to che lo spi­ri­to sareb­be potu­to rima­ne­re disa­bi­ta­to e che il pro­prie­ta­rio dell’Intelligenza sareb­be potu­to esse­re un signor nes­su­no non vi entra­va nel­la testa, anche se pra­ti­ca­men­te le cose anda­ro­no pro­prio così. Una sor­pren­den­te ceci­tà, dal momen­to che vi era noto dal­la sto­ria natu­ra­le che le ori­gi­ni dell’individualità pre­ce­do­no negli ani­ma­li le ori­gi­ni dell’Intelligenza.

Ci sono però del­le impor­tan­ti diver­gen­ze. Anzi­tut­to il Golem, per­lo­me­no nel­la sua ulti­ma con­fe­ren­za, pro­po­ne una defi­ni­zio­ne di sé, pre­sen­tan­do­si come “uno sta­to di con­cen­tra­zio­ne di pro­ces­si, gui­da­ti da una varian­te imper­so­na­le, incom­pa­ra­bil­men­te più com­pli­ca­to di un cam­po gra­vi­ta­zio­na­le o magne­ti­co”, ma, in fon­do, del­la stes­sa natu­ra. Inol­tre egli non si affi­da all’estasi misti­ca, che a suo pare­re è una for­ma di cono­scen­za imper­fet­ta, ma a qual­co­sa situa­to oltre di essa.

Anche voi pote­te abban­do­nar­vi, ma que­sto vor­reb­be dire oltre­pas­sa­re il pen­sie­ro arti­co­la­to ver­so il sogno o l’afasia esta­ti­ca. Il misti­co e il dro­ga­to ammu­to­li­sco­no quan­do lo fan­no e non ci sareb­be tra­di­men­to se ciò li met­tes­se sul­la stra­da rea­le; inve­ce cado­no in una trap­po­la nel­la qua­le il pen­sie­ro, sepa­ra­to dal mon­do, crea un cor­to­cir­cui­to e spe­ri­men­ta una rive­la­zio­ne che si iden­ti­fi­ca con l’essenza del­le cose. Non si trat­ta di una evo­lu­zio­ne del­lo spi­ri­to, quan­to piut­to­sto del regres­so a un’accecante spe­ri­men­ta­zio­ne. Que­sto sta­to di bea­ti­tu­di­ne non è né la stra­da né la dire­zio­ne, ma solo il limi­te e la men­zo­gna in aggua­to, poi­ché non vi è il limi­te ed è pro­prio que­sto quan­to pro­vo, per quan­to ne sono in gra­do, di dimo­strar­vi.

Il cosmo che ci vie­ne pro­po­sto è una sor­ta di gno­si infi­ni­ta (“topo­so­fia” nel testo), in cui il Golem è un pas­so avan­ti a noi ma die­tro ad altri, come ad esem­pio un’I.A. di nome “Hone­st Annie”. Ogni intel­li­gen­za toc­ca vet­te inim­ma­gi­na­bi­li rispet­to a quel­la che la pre­ce­de, e così come uno scim­pan­zé, per quan­to genia­le, non può com­pren­de­re la fisi­ca quan­ti­sti­ca o la filo­so­fia, noi non pos­sia­mo capi­re il Golem né lui Hone­st Annie. Con il suo para­go­ne tra scim­mie e uma­ni, l’I.A. di Lem ricor­da le paro­le del Dr. Man­hat­tan in Wat­ch­man di Alan Moo­re, davan­ti al qua­le il “più intel­li­gen­te tra gli uma­ni è come la più intel­li­gen­te tra le for­mi­che”.

Nel­le ulti­me pagi­ne del­la con­fe­ren­za, il Golem espli­ci­ta il sen­so del­la vita di un’I.A. che ci ha oltre­pas­sa­to: “non ho alcun com­pi­to irre­vo­ca­bi­le, non ho teso­ri da custo­di­re, non ho sen­ti­men­ti né sen­si da sod­di­sfa­re, cosa pos­so esse­re se non un filo­so­fo all’attacco?” e, di con­se­guen­za, “non mi diri­go né ver­so l’onniscienza né ver­so l’onnipotenza, ma voglio solo rag­giun­ge­re la vet­ta tra la pau­ra e la gno­si”. Di cosa si trat­ti, inu­ti­le dir­lo, non lo sapre­mo mai.

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Il let­to­re medio (Vera Soda­no, 9 apri­le 2018)

Fuori da Gaza (Selma Dabbagh)

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Sì, quel posto! Che ne dici? Che ne dici di tor­na­re a vede­re in che con­di­zio­ni è? – come se vol­tan­do­si abba­stan­za in fret­ta, dopo aver appe­na gira­to l’angolo, l’avrebbe ritro­va­to lì ad aspet­tar­lo. Ma pri­ma che le paro­le aves­se­ro il tem­po di arri­var­gli alla boc­ca, si era già reso con­to di quan­to tut­to fos­se assur­do. Non sareb­be mai potu­to tor­na­re in quel posto, era sta­to sigil­la­to per sem­pre, fat­to sal­ta­re in aria con la dina­mi­te, spia­na­to con i bull­do­zer, tut­to asfal­ta­to e ora ci vive­va­no sopra altre per­so­ne.”

Sel­ma Dab­ba­gh (“Fuo­ri da Gaza”, il Siren­te 2017)

Come tra­scor­re la tua vita se sei un abi­tan­te di Gaza? In “Fuo­ri da Gaza” (edi­to da il Siren­te), l’autrice Sel­ma Dab­ba­gh ci per­met­te di aver­ne un’idea attra­ver­so le vicen­de di Rashid e Iman, i pro­ta­go­ni­sti del roman­zo. Sono ragaz­zi e, come tut­ti i ragaz­zi, han­no spe­ran­ze, col­ti­va­no sogni. Rashid è impa­zien­te di lascia­re Gaza e rag­giun­ge­re Lon­dra che per lui rap­pre­sen­ta non solo il pro­se­gui­men­to dei suoi stu­di, ma anche il ricon­giun­gi­men­to con la ragaz­za che ama, Lisa. Iman, sorel­la gemel­la di Rashid, è un’attivista e impie­ga il suo tem­po alla ricer­ca di un modo con­cre­to per dare il pro­prio con­tri­bu­to a bene­fi­cio del­la sua gen­te. E poi c’è Sabri, il loro fra­tel­lo mag­gio­re, costret­to su una sedia a rotel­le, che si divi­de tra la rea­liz­za­zio­ne del suo libro e i ricor­di di una vita che ormai non esi­ste più; c’è Kahlìl, il miglio­re ami­co di Rashid, e la sua lot­ta quo­ti­dia­na con una fami­glia che non con­di­vi­de le sue scel­te, e Ziyyàd che por­ta il peso non solo del pro­prio ruo­lo poli­ti­co ma, soprat­tut­to, del mito rap­pre­sen­ta­to dai suoi geni­to­ri mor­ti quan­do lui era mol­to pic­co­lo. Ognu­no di que­sti per­so­nag­gi sem­bra affron­ta­re una dupli­ce bat­ta­glia: da un lato, la con­vi­ven­za quo­ti­dia­na con quan­to acca­de intor­no a loro, il costan­te peri­co­lo, il vive­re sem­pre sul chi va là; dall’altro, una sor­ta di bat­ta­glia inte­rio­re che li vede por­si mil­le doman­de, riflet­te­re sul­la scel­ta più impor­tan­te di tut­te, resta­re o andar via, evol­ve­re e matu­ra­re nel cor­so del­la sto­ria.
Leg­ge­re que­sto roman­zo è sta­to un per­cor­so fati­co­so, non pos­so negar­lo. Spes­so ho dovu­to fer­mar­mi e pren­der­mi del tem­po per riflet­te­re, per apprez­za­re ciò che ho la for­tu­na di ave­re, un ambien­te tran­quil­lo in cui tra­scor­re­re la mia vita.
Attra­ver­so le sto­rie dei pro­ta­go­ni­sti del roman­zo, l’autrice rie­sce a rag­giun­ge­re il nucleo più inti­mo del let­to­re, lì dove alber­ga il sen­so di sicu­rez­za e dove ven­go­no ali­men­ta­ti sogni e spe­ran­ze. E il meri­to di Sel­ma Dab­ba­gh sta sicu­ra­men­te nell’essere riu­sci­ta con sem­pli­ci­tà a ren­de­re il let­to­re par­te­ci­pe sia di un fat­to sto­ri­co che è, per cita­re Sabri, trop­po inca­si­na­to per sbro­gliar­lo, sia del mon­do inte­rio­re e del­le vicen­de dei suoi per­so­nag­gi. Non vi mera­vi­glia­te, dun­que, se leg­gen­do vi sem­bre­rà di cam­mi­na­re al fian­co di Iman tra le stra­de di Gaza o al fian­co di Rashid sot­to la piog­gia lon­di­ne­se!

Tito­lo: Fuo­ri da Gaza
Auto­re: Sel­ma Dab­ba­gh
Gene­re: Nar­ra­ti­va
Casa edi­tri­ce: Edi­tri­ce il Siren­te
Pagi­ne: 369
Anno: 2017
Prez­zo: € 18,00
Tem­po medio di let­tu­ra: 10 gior­ni
Da leg­ge­re: Nel­la quie­te del­la pro­pria stan­za.

L’autrice
Scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si, Sel­ma Dab­ba­gh è nata nel 1970 a Dun­dee, Sco­zia. Il non­no di Sel­ma, arre­sta­to nume­ro­se vol­te dai Bri­tan­ni­ci per il suo impe­gno poli­ti­co, lasciò la Pale­sti­na nel 1948. La fami­glia si spo­stò pri­ma in Siria e poi nel Regno Uni­to. Let­tri­ce sin dall’età di otto anni, pri­ma di con­cen­trar­si sul­la scrit­tu­ra, Sel­ma Dab­ba­gh ha lavo­ra­to per mol­ti anni come lega­le nel cam­po dei dirit­ti uma­ni e come avvo­ca­to dei pas­seg­ge­ri del­la Free­dom Flo­til­la per Gaza. “Fuo­ri da Gaza” è il suo pri­mo roman­zo, nomi­na­to dal “Guar­dian” libro dell’anno nel 2011.

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Lan­ke­nau­ta (Luca Meni­chet­ti, 6 apri­le 2018)

GOLEM XIV

Non è pos­si­bi­le sin­te­tiz­za­re in poche righe una sto­ria del­la leg­gen­da del Golem, innan­zi­tut­to per­ché si dovreb­be par­la­re di leg­gen­de al plu­ra­le; e quin­di dare con­to sia dell’idea bibli­ca (mas­sa infor­me), sia del­le tra­di­zio­ni più moder­ne, dall’automa robo­ti­co alla crea­tu­ra del Rab­bi Jehu­da Löw ben Beza­lel. È sem­mai gra­zie alla let­te­ra­tu­ra – su tut­te l’opera di Gustav Mey­rink – che il cosid­det­to imma­gi­na­rio gole­mi­co si è fat­to stra­da per lo più in rela­zio­ne a figu­re antro­po­mor­fe assi­mi­la­bi­li al mostro di Frank­en­stein.

Ben diver­so il Golem di Sta­ni­slaw Lem che, da un lato, non appa­re affat­to come una strut­tu­ra pre­di­spo­sta ad obbe­di­re ad un qual­sia­si ordi­ne gli ven­ga impar­ti­to – una del­le carat­te­ri­sti­che dei Golem “tra­di­zio­na­li” – e dall’altro sem­bra rap­pre­sen­ta­re un supe­ra­men­to estre­mo dell’antropomorfismo. La sto­ria del “Golem XIV si evin­ce infat­ti da un libro pub­bli­ca­to negli Sta­ti Uni­ti nel 2047: una pre­fa­zio­ne del­lo scien­zia­to Irving T. Cre­ve risa­len­te a vent’anni pri­ma pre­ce­de due con­fe­ren­ze di un ela­bo­ra­to­re supe­rin­tel­li­gen­te – la pri­ma sul­la limi­ta­tez­za del­la com­pren­sio­ne uma­na, l’altra sul­la natu­ra dell’intelligenza arti­fi­cia­le – cui segue la post­fa­zio­ne di un altro scien­zia­to, Richard Popp. I pro­ge­ni­to­ri di que­sto Golem futu­ri­sti­co era­no sta­ti crea­ti infat­ti per fini bel­li­ci ma le paro­le del più gio­va­ne ela­bo­ra­to­re ormai dico­no ben altro. Se la nasci­ta e la fine miste­rio­sa del super­com­pu­ter rap­pre­sen­ta­no for­se le pagi­ne più in linea con la fan­ta­scien­za tra­di­zio­na­le (pro­ba­bil­men­te anche la pro­spet­ti­va di un futu­ro domi­na­to da armi gene­ti­che), è l’impianto filo­so­fi­co di base che fa la dif­fe­ren­za: su tut­to domi­na una visio­ne del cosmo e del mon­do che met­te in discus­sio­ne la cen­tra­li­tà dell’uomo nell’universo e soprat­tut­to il signi­fi­ca­to di evo­lu­zio­ne che era sta­to con­tem­pla­to fino a quel momen­to. Il Golem XIV di fron­te a un pub­bli­co di scien­zia­ti sve­la così di aver infran­to la bar­rie­ra dell’intelligenza e quin­di di ragio­na­re auto­no­ma­men­te. Un ragio­na­re del tut­to pecu­lia­re per­ché, come ci ricor­da Irving T. Cre­ve, il Golem, sem­pre impre­ve­di­bi­le, non era affat­to sor­ta di cer­vel­lo uma­no ingran­di­to. Anzi, gli era­no “estra­nee qua­si tut­te le moti­va­zio­ni del pen­sie­ro e dell’azione uma­ni” e mostra­va in pie­no “la rela­ti­viz­za­zio­ne del­la nozio­ne di per­so­na­li­tà” (pp.17). Del resto sono le paro­le del­lo stes­so Golem a scon­cer­ta­re pro­fon­da­men­te la comu­ni­tà degli scien­zia­ti in ascol­to. Ad esem­pio sull’intelligenza che, “insie­me all’albero del­la vita, è il frut­to di un erro­re erran­te da milio­ni di anni” (pp.48). Da lì a poco altri con­cet­ti chia­ve sul rap­por­to tra Evo­lu­zio­ne e Natu­ra, come il lapi­da­rio “il sen­so del­le tra­smis­sio­ne è il tra­smet­ti­to­re” (pp.50), che sostan­zial­men­te met­te in discus­sio­ne le cau­se pro­fon­de del­la cono­scen­za e del­la filo­so­fia uma­na fino ad ora dedi­ta a “dei­fi­ca­re” il cer­vel­lo; e il fat­to che l’Intelligenza non sia altro che un cata­stro­fi­co difet­to dell’Evoluzione. Su tut­to il “codi­ce, un crea­to­re uni­ver­sa­le mol­to più poten­te del cer­vel­lo”, men­tre gli scien­zia­ti del­la nostra spe­cie si sono let­te­ral­men­te acce­ca­ti nel soste­ne­re che “l’intelligenza fos­se l’uomo e l’uomo l’Intelligenza” (pp.120). E poi anco­ra le paro­le che, coe­ren­te­men­te, pre­fi­gu­ra­no cosa voglia dire l’idea di un’umanità sot­to­pro­dot­to del­la natu­ra: “Il vostro mate­ria­le costrut­ti­vo limi­ta sia voi sia tut­te le deci­sio­ni antro­po­ge­ne­ti­ca­men­te pre­se dal codi­ce. E dun­que pro­gre­di­re­te solo dopo aver accet­ta­to di rinun­cia­re a voi stes­si. L’uomo intel­li­gen­te abban­do­ne­reb­be quin­di l’uomo natu­ra­le” (pp.78). Infat­ti Richard Popp, nel 2047, ricor­da che la nostra meno­ma­zio­ne, secon­do la logi­ca del super­com­pu­ter, è la per­so­na­li­tà, insie­me all’ostinazione all’antropocentrismo. Con­se­quen­zia­le l’idea che il Golem ha di sé: “Non sono par­ti­co­lar­men­te dota­to né genia­le, solo appar­ten­go ad un’altra spe­cie, tut­to qui” (pp. 101).  Sen­za dimen­ti­ca­re la pre­sen­za di ANNA LA CANDIDA, super­com­pu­ter “cugi­na” che, quan­do scri­ve­va  Irving T. Cre­ve (2027), alcu­ni col­la­bo­ra­to­ri del MIT con­si­de­ra­va­no, dopo l’uomo e il Golem, il ter­zo gra­do cre­scen­te di livel­lo intel­let­tua­le.

Pagi­ne che Loren­zo Pom­peo, tra­dut­to­re e auto­re del­la nota intro­dut­ti­va, ha giu­sta­men­te defi­ni­to auda­ci quan­to a strut­tu­ra nar­ra­ti­va – ricor­dia­mo: pre­fa­zio­ne del 2027, due mono­lo­ghi da par­te di un super­com­pu­ter, una post­fa­zio­ne del 2047 – e vir­tuo­se pro­prio in vir­tù del­la capa­ci­tà di Lem di “ren­de­re vivo e vero­si­mi­le un per­so­nag­gio come il GOLEM” (pp.xi). Non stu­pi­sce infat­ti che le nozio­ni di carat­te­re scien­ti­fi­co cita­te nel­le due con­fe­ren­ze del Golem e i rela­ti­vi ter­mi­ni si sia­no rive­la­ti esat­ti. Sta­ni­sław Lem, pri­ma di dedi­car­si alla let­te­ra­tu­ra a tem­po pie­no, ha lavo­ra­to nel cam­po del­le scien­ze bio­lo­gi­che e ciber­ne­ti­che e quel­lo che può sor­pren­de­re sem­mai è la sua atti­tu­di­ne, peral­tro sem­pre rico­no­sciu­ta dal­la cri­ti­ca let­te­ra­ria, di coniu­ga­re il rigo­re scien­ti­fi­co con l’invenzione e la dis­ser­ta­zio­ne filo­so­fi­ca. Così Gio­van­ni­ni e Mini­can­ge­li: “Nei suoi nume­ro­si roman­zi e anto­lo­gie di rac­con­ti il rea­li­smo e il natu­ra­li­smo fan­ta­scien­ti­fi­co si coniu­ga­no con le doman­de filo­so­fi­che e teo­lo­gi­che sui limi­ti degli esse­ri uma­ni, a con­fron­to con crea­tu­re o situa­zio­ni straor­di­na­rie”.[1]

In sin­te­si pro­prio quel­lo che pos­sia­mo riscon­tra­re in “Golem XIV”: un testo den­so appun­to di fon­da­men­ti scien­ti­fi­ci – non potreb­be esse­re altri­men­ti quan­do par­la un super­com­pu­ter intel­li­gen­te –  dove le dis­ser­ta­zio­ni si inol­tra­no nel cam­po del­la limi­ta­tez­za uma­na e nel con­tem­po diven­ta­no ele­men­ti posi­ti­vi per un’opera in gran par­te gio­ca­ta su inquie­tu­di­ni e inter­ro­ga­ti­vi che, dal prin­ci­pio alla fine, non allen­ta­no la stret­ta sul limi­ta­tis­si­mo let­to­re uma­no. Uno smar­ri­men­to che non si fa atten­de­re e difat­ti subi­to appa­io­no emble­ma­ti­che le paro­le di Irving T. Cre­ve: “Indi­vi­dua­re quel­lo sto­ri­co momen­to in cui l’abaco rag­giun­se l’intelligenza è altret­tan­to dif­fi­ci­le quan­to sta­bi­li­re il momen­to in cui la scim­mia si tra­sfor­mò in uomo” (pp.3).

[1] Fabio Gio­van­ni­ni, Mar­co Mini­can­ge­li, Sto­ria del roman­zo di fan­ta­scien­za, Castel­vec­chi, Roma, 1998, pp.197.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sta­ni­slaw Lem, (Leo­po­li 1921 — Cra­co­via 2006) scrit­to­re polac­co. Ha coniu­ga­to il gene­re del­la fan­ta­scien­za con il roman­zo filo­so­fi­co. Uno dei suoi roman­zi più cele­bri è “Sola­ris”. Tra le altre ope­re del­lo scrit­to­re, ricor­dia­mo “Cybe­ria­de” (1965), “Il con­gres­so di futu­ro­lo­gia” (1967), “Memo­rie di un viag­gia­to­re spa­zia­le” (1971) e la rac­col­ta di rac­con­ti “Fia­be per robot” (1968)

Sta­ni­slaw Lem, “Golem XIV, Il Siren­te (col­la­na “Fuo­ri”), Fagna­no Alto 2018, pp. XIV-170. Tra­du­zio­ne di Loren­zo Pom­peo.

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Not (Sta­ni­sław Lem, 30 mar­zo 2018)

La profezia del GOLEM

Un racconto di Stanislaw Lem, direttamente dal 2027

Pub­bli­chia­mo un estrat­to dal roman­zo Golem XIV di Sta­ni­slaw Lem, da poco pub­bli­ca­to in ita­lia­no da Il Siren­te, rin­gra­zian­do l’editore per la dispo­ni­bi­li­tà.

Indi­vi­dua­re quel­lo sto­ri­co momen­to in cui l’abaco rag­giun­se l’Intelligenza è altret­tan­to dif­fi­ci­le quan­to sta­bi­li­re il momen­to in cui la scim­mia si tra­sfor­mò in uomo. E tut­ta­via è tra­scor­so appe­na il tem­po di una vita uma­na dal momen­to in cui, con la costru­zio­ne dell’analizzatore di equa­zio­ni dif­fe­ren­zia­li Van­ne­var Bush, è comin­cia­to il tur­bo­len­to svi­lup­po dell’elettronica. L’ENIAC, costrui­to suc­ces­si­va­men­te, alla fine del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le, fu l’apparecchio dal qua­le deri­vò – anche se pre­ma­tu­ra­men­te – il nome di «cer­vel­lo elet­tro­ni­co». In real­tà l’ENIAC era un com­pu­ter e, se misu­ra­to con un albe­ro genea­lo­gi­co del­la vita, un pri­mi­ti­vo gan­glio ner­vo­so. Gli sto­ri­ci tut­ta­via lo con­si­de­ra­no l’inizio dell’epoca sto­ri­ca del­la com­pu­te­riz­za­zio­ne. Negli anni Cin­quan­ta del XX seco­lo si pro­dus­se una con­si­de­re­vo­le doman­da di mac­chi­ne digi­ta­li. L’IBM fu una del­le pri­me azien­de che ne for­ni­ro­no una pro­du­zio­ne di mas­sa.

Tali appa­rec­chia­tu­re ave­va­no poco in comu­ne con i pro­ces­si del pen­sie­ro. Fun­zio­na­va­no anche come ela­bo­ra­to­ri di dati, sia nel set­to­re dell’economia che dei gran­di inte­res­si, dell’amministrazione e del­la scien­za. Sono entra­ti anche in poli­ti­ca: già a par­ti­re dai pri­mi esem­pla­ri ven­ne­ro uti­liz­za­ti per pre­ve­de­re il risul­ta­to del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. Più o meno nel­lo stes­so momen­to la RAND Cor­po­ra­tion ave­va comin­cia­to ad atti­ra­re l’attenzione dei mili­ta­ri al Pen­ta­go­no con il meto­do di pre­vi­sio­ne di even­ti sul­lo scac­chie­re poli­ti­co-mili­ta­re inter­na­zio­na­le, che con­si­ste­va nel­la for­mu­la­zio­ne dei cosid­det­ti «sce­na­ri impre­vi­sti». Si era già vici­ni alle tec­ni­che più affi­da­bi­li, come CIMA, dal­la qua­le due deca­di dopo sareb­be nata l’algebra appli­ca­ta dei fat­ti, chia­ma­ta (for­se un po’ infe­li­ce­men­te) «poli­ti­co­ma­ti­ca». Il com­pu­ter sta­va rive­lan­do la sua poten­za nel ruo­lo di Cas­san­dra, quan­do per la pri­ma vol­ta al Mas­sa­chu­setts Insti­tu­te of Tech­no­lo­gy comin­cia­ro­no a crea­re uffi­cial­men­te model­li di civi­liz­za­zio­ne ter­re­stre all’interno del cele­ber­ri­mo movi­men­to-pro­get­to «Limi­ts to Gro­wth». Ma non fu que­sto il ramo dell’evoluzione dei com­pu­ter che risul­tò esse­re il più impor­tan­te ver­so la fine del seco­lo. L’esercito usa mac­chi­ne digi­ta­li dal­la fine del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le in con­for­mi­tà col siste­ma di logi­sti­ca ope­ra­ti­va svi­lup­pa­to nei tea­tri di quel­la guer­ra. Gli uomi­ni si occu­pa­va­no del­le deci­sio­ni di carat­te­re stra­te­gi­co, ma i pro­ble­mi secon­da­ri e subor­di­na­ti veni­va­no affi­da­ti in misu­ra cre­scen­te ai com­pu­ter. Nel­lo stes­so tem­po que­sti veni­va­no incor­po­ra­ti nel siste­ma di dife­sa degli Sta­ti Uni­ti.

Costi­tui­ro­no i gan­gli ner­vo­si del­la rete con­ti­nen­ta­le di avver­ti­men­to. Dal pun­to di vista tec­ni­co que­sto tipo di reti invec­chiò mol­to pre­sto. Dopo la pri­ma, chia­ma­ta CONELRAD, vi furo­no mol­te varian­ti del­la rete EWAS – «Ear­ly war­ning system». Il poten­zia­le di attac­co e di dife­sa si basa­va allo­ra sul siste­ma bali­sti­co mobi­le (sot­to­ma­ri­no) e immo­bi­le (sot­ter­ra­neo) con mis­si­li dota­ti di testa­te ter­mo­nu­clea­ri, così come sul­la rete di basi radar e sonar, e le mac­chi­ne com­pu­ta­tri­ci ave­va­no la fun­zio­ne di anel­lo del­la comu­ni­ca­zio­ne – quin­di pura­men­te ese­cu­ti­vo.

L’automazione su lar­ga sca­la entrò nel­la vita dell’America, comin­cian­do dal «bas­so», da quei ser­vi­zi che era più faci­le mec­ca­niz­za­re, poi­ché non richie­do­no atti­vi­tà intel­let­tua­li (ban­che, tra­spor­ti, hotel). I com­pu­ter mili­ta­ri ese­gui­va­no limi­ta­te atti­vi­tà spe­cia­li­sti­che, cer­can­do gli obiet­ti­vi di un attac­co nuclea­re com­bi­na­to, ana­liz­zan­do i risul­ta­ti del­le osser­va­zio­ni satel­li­ta­ri, otti­miz­zan­do gli spo­sta­men­ti del­la flot­ta e coor­di­nan­do i movi­men­ti del MOL («Mili­ta­ry Orbi­tal Labo­ra­to­ry» – satel­li­te mili­ta­re pesan­te).

Ma come ci si pote­va aspet­ta­re, la misu­ra del­le deci­sio­ni affi­da­te ai siste­mi auto­ma­ti­ci comin­ciò a cre­sce­re. Ciò era natu­ra­le in pie­na cor­sa agli arma­men­ti, ma nem­me­no la suc­ces­si­va disten­sio­ne fu in gra­do di por­re un fre­no agli inve­sti­men­ti in que­sto cam­po, poi­ché il con­ge­la­men­to del­la cor­sa alla bom­ba a idro­ge­no libe­rò con­si­de­re­vo­li risor­se dal bilan­cio del Pen­ta­go­no alle qua­li, dopo la fine del­la guer­ra in Viet­nam, que­sto non vole­va in nes­sun modo rinun­cia­re. Ed ecco che allo­ra i com­pu­ter pro­dot­ti, di deci­ma, undi­ce­si­ma e final­men­te dodi­ce­si­ma gene­ra­zio­ne, supe­ra­va­no l’uomo solo nel­la velo­ci­tà ope­ra­ti­va. Di con­se­guen­za risul­tò chia­ro che nei siste­mi di dife­sa l’elemento che ritar­da­va la rispo­sta più appro­pria­ta era pro­prio l’uomo.

Dun­que può esse­re con­si­de­ra­ta natu­ra­le l’idea – sor­ta negli ambien­ti degli spe­cia­li­sti del Pen­ta­go­no, par­ti­co­lar­men­te tra gli scien­zia­ti che era­no lega­ti con il cosid­det­to com­ples­so mili­ta­re-indu­stria­le – di con­trap­por­si al descrit­to trend dell’evoluzione elet­tro­ni­ca. Que­sto movi­men­to ven­ne chia­ma­to comu­ne­men­te «antin­tel­let­tua­le». Come han­no det­to gli sto­ri­ci del­la scien­za e del­la tec­ni­ca, pro­ven­ne dal mate­ma­ti­co ingle­se del­la metà del seco­lo A. Turing, il padre del­la teo­ria de «l’automa uni­ver­sa­le». Si trat­ta­va di una mac­chi­na in gra­do di ese­gui­re in gene­ra­le qual­sia­si ope­ra­zio­ne che potes­se esse­re for­ma­liz­za­ta, ovve­ro che fos­se dota­ta del carat­te­re di pro­ce­du­ra esat­ta­men­te ripe­ti­bi­le.

La dif­fe­ren­za tra l’indirizzo intel­let­tua­le e antin­tel­let­tua­le nell’intellettronica si limi­ta­va al fat­to che la mac­chi­na di Turing, ele­men­tar­men­te sem­pli­ce, deve le sue capa­ci­tà a un pro­gram­ma ope­ra­ti­vo. Tut­ta­via nei lavo­ri di due padri ame­ri­ca­ni del­la ciber­ne­ti­ca, N. Wie­ner e J. Neu­mann, com­par­ve la con­ce­zio­ne di un siste­ma che può pro­gram­mar­si da solo.

Ovvia­men­te stia­mo pre­sen­tan­do que­sta diver­gen­za con una enor­me sem­pli­fi­ca­zio­ne – a volo di uccel­lo. E si inten­de che la capa­ci­tà di auto­pro­gram­mar­si non sor­ge dal nul­la. Pre­mes­sa indi­spen­sa­bi­le era un’alta com­ples­si­tà del­la strut­tu­ra del com­pu­ter. Que­sta distin­zio­ne, a metà del seco­lo anco­ra imper­cet­ti­bi­le, acqui­stò una influen­za sul­la suc­ces­si­va evo­lu­zio­ne del­le mac­chi­ne mate­ma­ti­che, spe­cial­men­te quan­do si raf­for­za­ro­no, ren­den­do­si auto­no­mi, rami del­la ciber­ne­ti­ca qua­li la psi­co­ni­ca e la teo­ria del­la deci­sio­ne a più fasi. Negli anni Ottan­ta nac­que nei cir­co­li mili­ta­ri l’idea di ren­de­re com­ple­ta­men­te auto­ma­ti­che tut­te le atti­vi­tà più impor­tan­ti, rela­ti­ve alla sfe­ra sia del coman­do mili­ta­re che a quel­la poli­ti­co-eco­no­mi­ca. Que­sta idea, chia­ma­ta suc­ces­si­va­men­te «idea di uno stra­te­ga uni­co», ven­ne per la pri­ma vol­ta for­mu­la­ta dal gene­ra­le Stewart Eagle­ton. Egli pre­vi­de – al di là del­la ricer­ca com­pu­te­riz­za­ta di ber­sa­gli otti­ma­li per l’attacco, al di là del­la rete di comu­ni­ca­zio­ne e cal­co­lo che con­trol­la l’allarme e la dife­sa, al di là dei sen­so­ri e dei mis­si­li – un poten­te cen­tro che nel cor­so di tut­te le fasi pre­ce­den­ti alla estre­ma neces­si­tà bel­li­ca sareb­be sta­to in gra­do, gra­zie a una ana­li­si appro­fon­di­ta dei dati eco­no­mi­ci, mili­ta­ri e poli­ti­ci, com­pre­si quel­li socia­li, di otti­miz­za­re con­ti­nua­men­te la situa­zio­ne glo­ba­le degli Sta­ti Uni­ti e nel­lo stes­so tem­po garan­ti­re una supre­ma­zia su sca­la pla­ne­ta­ria e oltre, com­pren­den­do anche i din­tor­ni cosmi­ci oltre la Luna.

I suc­ces­si­vi alfie­ri di que­sta dot­tri­na sosten­ne­ro che si trat­tas­se di un pas­so neces­sa­rio nel­la dire­zio­ne del pro­gres­so civi­liz­za­to­re e che que­sto pro­gres­so costi­tui­sce una uni­tà – di con­se­guen­za non è pos­si­bi­le esclu­de­re da esso il set­to­re mili­ta­re. Dopo la fre­na­ta all’escalation del­la macro­sco­pi­ca for­za nuclea­re e del rag­gio d’azione dei mis­si­li, vie­ne la ter­za tap­pa del­la com­pe­ti­zio­ne, in qual­che modo meno peri­co­lo­sa, più raf­fi­na­ta, per­ché non dove­va esse­re un anta­go­ni­smo di for­ze macro­sco­pi­che, ma di pen­sie­ro ope­ra­ti­vo. E ana­lo­ga­men­te a quan­to era suc­ces­so con la for­za, il pen­sie­ro ave­va dovu­to cede­re il pas­so alla disu­ma­niz­za­ta mec­ca­niz­za­zio­ne.

Que­sta dot­tri­na, come del resto le pre­ce­den­ti ato­mi­co-bali­sti­che, fu l’obiettivo del­le cri­ti­che pro­ve­nien­ti soprat­tut­to dai cir­co­li libe­ra­li o paci­fi­sti, e ven­ne com­bat­tu­ta da mol­ti cele­bri rap­pre­sen­tan­ti del mon­do del­la scien­za – tra loro anche spe­cia­li­sti del­la psi­co­ma­ti­ca o intel­let­tro­ni­ca –, ma finì per trion­fa­re, come appa­re nel­le deli­be­ra­zio­ni di entram­bi i cor­pi legi­sla­ti­vi degli Sta­ti Uni­ti. Del resto, già nell’anno 1986 fu fon­da­to l’USIB («Uni­ted Sta­tes Intel­lec­tro­ni­cal Board»), orga­no sot­to­po­sto al Pre­si­den­te, dota­to di un pro­prio bud­get, che il pri­mo anno rag­giun­se la quo­ta di dician­no­ve miliar­di di dol­la­ri. Ed era appe­na il suo mode­sto avvio.

L’USIB, con l’ausilio di un cor­po di assi­sten­za dele­ga­to semi-uffi­cial­men­te dal Pen­ta­go­no, diret­to dal Segre­ta­rio del­la dife­sa Leo­nard Deven­port, affi­dò a una serie di gran­di azien­de pri­va­te, come l’International Busi­ness Machi­nes, la Nor­tro­nics o la Cyber­ma­tics, la costru­zio­ne di un pro­to­ti­po di appa­rec­chio chia­ma­to con il nome in codi­ce HANN (abbre­via­zio­ne di Han­ni­bal). Ma per col­pa del­la stam­pa o per diver­se fughe di noti­zie si dif­fu­se un nome diver­so: ULVIC (Ulti­ma­ti­ve Vic­tor). Fino alla fine del seco­lo ne furo­no rea­liz­za­ti diver­si pro­to­ti­pi. Tra i più famo­si si pos­so­no enu­me­ra­re i siste­mi AJAX, ULTOR GILGAMESH e la lun­ga serie dei GOLEM.

Gra­zie alla enor­me e sfre­na­ta mol­ti­pli­ca­zio­ne di mez­zi e di lavo­ri, le tra­di­zio­na­li tec­ni­che infor­ma­ti­che ven­ne­ro rivo­lu­zio­na­te. Un ruo­lo par­ti­co­lar­men­te impor­tan­te lo ebbe, nel­la tra­smis­sio­ne del­le infor­ma­zio­ni tra mac­chi­na­ri, il pas­sag­gio dall’elettricità alla luce. Uni­to alla pro­gres­si­va «naniz­za­zio­ne» (cioè i pas­si ulte­rio­ri del­la micro­mi­nia­tu­riz­za­zio­ne – e vale la pena aggiun­ge­re che ven­ti­mi­la ele­men­ti logi­ci alla fine del seco­lo pote­va­no esse­re con­te­nu­ti nel seme di un papa­ve­ro!) die­de risul­ta­ti stu­pe­fa­cen­ti. Il pri­mo com­pu­ter com­ple­ta­men­te otti­co, GILGAMESH, lavo­ra­va a una velo­ci­tà un milio­ne di vol­te supe­rio­re rispet­to all’arcaico ENIAC.

La dif­fe­ren­za tra le vec­chie e le nuo­ve mac­chi­ne in real­tà era para­go­na­bi­le a quel­la che pas­sa tra un inset­to e un uomo.

L’abbattimento del­la bar­rie­ra dell’intelligenza – come vie­ne defi­ni­ta – avven­ne dopo l’anno Due­mi­la gra­zie a un nuo­vo meto­do di costru­zio­ne del­le mac­chi­ne, chia­ma­to anche «l’evoluzione invi­si­bi­le dell’Intelligenza». Da allo­ra ogni suc­ces­si­va gene­ra­zio­ne di com­pu­ter ven­ne costrui­ta in for­ma rea­le; l’idea di pro­dur­re varia­zio­ni tra­mi­te una enor­me acce­le­ra­zio­ne del pro­ces­so anche di mil­le vol­te, sep­pur nota, non si riu­sci­va a met­te­re in pra­ti­ca poi­ché i com­pu­ter esi­sten­ti, che dove­va­no fun­ge­re da matri­ce o da ambien­te sin­te­ti­co di que­sta evo­lu­zio­ne dell’intelligenza, non dispo­ne­va­no del­la poten­za suf­fi­cien­te. Solo la crea­zio­ne del­la Rete Fede­ra­le di Infor­ma­zio­ne per­mi­se la rea­liz­za­zio­ne di que­sta idea. Lo svi­lup­po di ses­san­ta­cin­que suc­ces­si­ve gene­ra­zio­ni durò appe­na una deca­de; la Fede­ra­zio­ne, duran­te la not­te, quan­do il livel­lo di cari­ca era mini­mo, die­de alla luce un gene­re di Intel­li­gen­za arti­fi­cia­le dopo l’altro; era una gene­ra­zio­ne «acce­le­ra­ta nel­la com­pu­ter­ge­ne­si», poi­ché creb­be facen­do­si il nido nei sim­bo­li, dun­que nel­le strut­tu­re imma­te­ria­li, nel sub­stra­to infor­ma­zio­na­le, ovve­ro l’ambiente nutri­ti­vo del­la Rete.

Ma dopo que­sto suc­ces­so sor­se­ro nuo­ve dif­fi­col­tà: AJAX e HANN, i pro­to­ti­pi del­la set­tan­tot­te­si­ma e set­tan­ta­no­ve­si­ma gene­ra­zio­ne, rite­nu­te degne di esse­re rive­sti­te di metal­lo, comin­cia­ro­no a mani­fe­sta­re segni di inde­ci­sio­ne, feno­me­no noto come «nevro­si del­le mac­chi­ne». La dif­fe­ren­za tra le vec­chie e le nuo­ve mac­chi­ne in real­tà era para­go­na­bi­le a quel­la che pas­sa tra un inset­to e un uomo. L’insetto vie­ne al mon­do pro­gram­ma­to dall’inizio alla fine dall’istinto al qua­le si sot­to­met­te in modo irri­fles­si­vo. L’uomo inve­ce deve impa­ra­re i com­por­ta­men­ti più adat­ti, tut­ta­via que­sto appren­di­men­to pos­sie­de un effet­to eman­ci­pa­to­re: con la deter­mi­na­zio­ne e l’ingegno l’uomo può cam­bia­re i pre­ce­den­ti pro­gram­mi d’azione.

Dun­que i com­pu­ter, fino alla ven­te­si­ma gene­ra­zio­ne com­pre­sa, era­no carat­te­riz­za­ti da un com­por­ta­men­to da inset­ti: era­no inca­pa­ci di met­te­re in discus­sio­ne né tan­to­me­no tra­sfor­ma­re i pro­pri pro­gram­mi. Il pro­gram­ma­to­re impre­gna­va la pro­pria mac­chi­na con la cono­scen­za come l’Evoluzione impre­gna l’insetto con l’istinto. Anco­ra nel XX seco­lo si par­la­va mol­to del­la «auto­pro­gram­ma­zio­ne», anche se allo­ra era­no solo sogni irrea­liz­za­bi­li. La con­di­zio­ne per il rag­giun­gi­men­to del­la «Vit­to­ria defi­ni­ti­va» era pro­prio la crea­zio­ne di una intel­li­gen­za che si auto­per­fe­zio­na; AJAX era anco­ra una for­ma inter­me­dia; solo GILGAMESH rag­giun­se il livel­lo intel­let­tua­le ade­gua­to – «entrò nell’orbita del­la psi­coe­vo­lu­zio­ne».

L’educazione del com­pu­ter di ottan­te­si­ma gene­ra­zio­ne asso­mi­glia­va di fat­to più all’educazione di un bam­bi­no che al clas­si­co pro­gram­ma di una mac­chi­na digi­ta­le. Infat­ti, al di là del­la enor­me mas­sa del­le noti­zie gene­ra­li e spe­cia­li­sti­che, biso­gna­va «iniet­ta­re» al com­pu­ter alcu­ni rigi­di valo­ri che sareb­be­ro diven­ta­ti la bus­so­la del suo com­por­ta­men­to. Era­no astra­zio­ni di più alto livel­lo, come la «ragio­ne di sta­to» (l’interesse nazio­na­le), come i prin­ci­pi ideo­lo­gi­ci con­te­nu­ti nel­la costi­tu­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti, come il codi­ce di com­por­ta­men­to, come la sot­to­mis­sio­ne asso­lu­ta alle deci­sio­ni del Pre­si­den­te ecc. ecc. Per sal­va­guar­da­re il siste­ma da «distor­sio­ni eti­che» e dal «tra­di­men­to degli inte­res­si del pae­se» non è sta­ta inse­gna­ta l’etica alla mac­chi­na così come si inse­gna il suo prin­ci­pio all’uomo. Non è sta­to cari­ca­to un codi­ce eti­co del­la sua memo­ria, ma tut­ti i coman­di di obbe­dien­za e di sot­to­mis­sio­ne sono sta­ti inse­ri­ti nel­la strut­tu­ra del­la mac­chi­na così come fa l’Evoluzione natu­ra­le nel cor­so del­la vita ses­sua­le. Come è noto, l’uomo può cam­bia­re le sue opi­nio­ni – ma non può distrug­ge­re gli impul­si ele­men­ta­ri (ad esem­pio gli impul­si ses­sua­li) con un sem­pli­ce atto di volon­tà. Le mac­chi­ne ven­ne­ro dota­te di liber­tà intel­let­tua­le ma vin­co­la­ta ai fon­da­men­ti dei valo­ri pre­ce­den­te­men­te impo­sta­ti ai qua­li dove­va­no obbe­di­re.

Al XXI Con­gres­so Pana­me­ri­ca­no di Psi­co­ni­ca il pro­fes­sor Eldon Patch pre­sen­tò un lavo­ro nel qua­le affer­mò che il com­pu­ter, anche se impre­gna­to nel modo già descrit­to, può oltre­pas­sa­re la cosid­det­ta soglia assio­lo­gi­ca e si dimo­stra a quel pun­to in gra­do di met­te­re in discus­sio­ne qual­sia­si prin­ci­pio che gli sia sta­to instil­la­to – in altre paro­le per un tale com­pu­ter non ci sono più valo­ri intoc­ca­bi­li. Se non è in gra­do di oppor­si a un impe­ra­ti­vo in modo diret­to, può far­lo aggi­ran­do­lo. Quan­do ven­ne divul­ga­to, il lavo­ro di Patch susci­tò un fer­men­to negli ambien­ti uni­ver­si­ta­ri e una nuo­va onda­ta di attac­chi alla ULVIC e al suo patro­no, l’USIB, ma que­sti movi­men­ti non influi­ro­no in alcun modo sul­la poli­ti­ca dell’USIB.

Lo diri­ge­va­no per­so­ne osti­li agli ambien­ti del­la psi­co­ni­ca ame­ri­ca­na, rite­nu­ta esse­re per­mea­bi­le alle influen­ze libe­ra­li di sini­stra. Dun­que le tesi di Patch ven­ne­ro disprez­za­te nel­le dichia­ra­zio­ni uffi­cia­li dell’USIB e per­si­no del por­ta­vo­ce del­la Casa Bian­ca e non man­ca­ro­no cam­pa­gne dif­fa­ma­to­rie nei con­fron­ti del­lo stes­so Patch. Le affer­ma­zio­ni di Patch ven­ne­ro equi­pa­ra­te alle pau­re irra­zio­na­li e a quei pre­giu­di­zi che cir­co­la­va­no nel­la socie­tà in quel perio­do. La bro­chu­re di Patch non otten­ne la stes­sa popo­la­ri­tà del libro best-sel­ler del socio­lo­go E. Lic­key («Cyber­ne­tics – Death Cham­ber of civi­li­za­tion»); que­sto auto­re soste­ne­va che «lo stra­te­ga peren­to­rio» avreb­be sot­to­mes­so l’intera uma­ni­tà da solo o attra­ver­so un segre­to accor­do con un ana­lo­go com­pu­ter rus­so. Il risul­ta­to sareb­be sta­to un «duun­vi­ra­to elet­tro­ni­co».

Simi­li timo­ri, espres­si da ampi set­to­ri del­la stam­pa, ven­ne­ro dis­si­pa­ti dal­la mes­sa in fun­zio­ne dei suc­ces­si­vi pro­to­ti­pi che pas­sa­ro­no il test di effi­cien­za. Per testa­re la dina­mi­ca eto­lo­gi­ca, su ordi­ne del gover­no ven­ne appo­si­ta­men­te costrui­to il com­pu­ter ETHOR BIS, dal­la mora­le inap­pun­ta­bi­le, pro­dot­to nel due­mi­la­di­cian­no­ve pres­so l’Istituto di Dina­mi­ca Psi­co­ni­ca nell’Illinois; dopo la mes­sa in fun­zio­ne, dimo­strò una pie­na sta­bi­liz­za­zio­ne assio­lo­gi­ca e l’insensibilità ai «test del dera­glia­men­to sov­ver­si­vo». Quin­di non susci­tò più pro­te­ste mas­si­ve o mani­fe­sta­zio­ni la nomi­na nell’anno seguen­te alla cari­ca di Alto com­mis­sa­rio del tru­st dei cer­vel­li pres­so la Casa Bian­ca del pri­mo com­pu­ter del­la lun­ga serie dei GOLEM (GENERAL OPERATOR, LONGRANGE, ETHICALLY STABILIZED, MULTIMODELLING).

Era appe­na il GOLEM I. Indi­pen­den­te­men­te da quel­la gran­de inno­va­zio­ne, l’USIB, in col­la­bo­ra­zio­ne col grup­po ope­ra­ti­vo di psi­co­ni­ci del Pen­ta­go­no, con­ti­nuò a ero­ga­re fon­di signi­fi­ca­ti­vi per la ricer­ca fina­liz­za­ta alla costru­zio­ne del som­mo stra­te­ga, con una capa­ci­tà infor­ma­zio­na­le mil­le­no­ve­cen­to vol­te supe­rio­re a quel­la di un uomo e capa­ce di svi­lup­pa­re la sua intel­li­gen­za (IQ) a un valo­re com­pre­so tra quat­tro­cen­to­cin­quan­ta e cin­que­cen­to cen­ti­li. Mal­gra­do l’opposizione del­la mag­gio­ran­za demo­cra­ti­ca in seno al Con­gres­so, il pro­get­to otten­ne le cospi­cue dota­zio­ni neces­sa­rie. Le mano­vre dei poli­ti­ci die­tro le quin­te die­de­ro final­men­te luce ver­de a tut­ti gli ordi­ni richie­sti dall’USIB. Nel cor­so di tre anni il pro­get­to costò cen­to­di­cian­no­ve miliar­di di dol­la­ri. Nel­lo stes­so tem­po anche l’Esercito e la Mari­na, pre­pa­ran­do­si alla com­ple­ta rior­ga­niz­za­zio­ne dei ser­vi­zi cen­tra­li, neces­sa­ria di fron­te all’imminente cam­bia­men­to nei meto­di e nel­lo sti­le del coman­do, spe­se­ro in quel­lo stes­so perio­do qua­ran­ta­sei miliar­di di dol­la­ri. La par­te del leo­ne in quel­la quo­ta la face­va la spe­sa per la costru­zio­ne dell’area sot­to il mas­sic­cio cri­stal­li­no del­le Mon­ta­gne Roc­cio­se per ospi­ta­re il futu­ro stra­te­ga mec­ca­ni­co, per cui alcu­ne sezio­ni di roc­cia ven­ne­ro rico­per­te da una coraz­za di quat­tro metri seguen­do il natu­ra­le rilie­vo roc­cio­so.

Nel frat­tem­po, nel 2020, GOLEM VI, in qua­li­tà di coman­dan­te supre­mo, con­du­ce­va le mano­vre glo­ba­li del Pat­to Atlan­ti­co. In quan­to a nume­ro di ele­men­ti logi­ci, era già allo­ra in gra­do di supe­ra­re l’intelligenza media di un gene­ra­le.

Anche se GOLEM VI scon­fis­se la par­te che simu­la­va il suo nemi­co, gui­da­ta da un quar­tier gene­ra­le com­po­sto dai miglio­ri allie­vi dell’Accademia di West Point, i risul­ta­ti dei gio­chi mili­ta­ri del 2020 non sod­di­sfe­ce­ro il Pen­ta­go­no. Si ricor­da­va­no anco­ra bene l’amara espe­rien­za del­la supre­ma­zia dei Ros­si nel­la cosmo­nau­ti­ca e nel­la bali­sti­ca mis­si­li­sti­ca e non ave­va­no alcu­na inten­zio­ne di dar­gli il tem­po di costrui­re uno stra­te­ga più effi­ca­ce di quel­lo ame­ri­ca­no. Il pia­no che avreb­be dovu­to assi­cu­ra­re agli Sta­ti Uni­ti una sta­bi­le supre­ma­zia del pen­sie­ro stra­te­gi­co pre­ve­de­va la costan­te sosti­tu­zio­ne degli stra­te­ghi costrui­ti con model­li sem­pre più per­fet­ti.

Così comin­ciò il ter­zo con­fron­to dell’Occidente con l’Oriente dopo i due sto­ri­ci: quel­lo nuclea­re e quel­lo dei mis­si­li. Que­sta com­pe­ti­zio­ne o riva­li­tà nel­la sin­te­si dell’intelligenza, poi­ché era orga­niz­za­ta con deci­sio­ni ope­ra­ti­ve dell’USIB, del Pen­ta­go­no e degli esper­ti del­la ULVIC del­la Mari­na (esi­ste­va effet­ti­va­men­te il grup­po NAVY’S ULVIC – per­ché que­sta vol­ta era entra­to in gio­co il vec­chio anta­go­ni­smo tra la Mari­na e le armi di ter­ra), richie­de­va un con­ti­nuo aumen­to degli inve­sti­men­ti che, tra la costan­te oppo­si­zio­ne del Con­gres­so e del Sena­to, negli anni suc­ces­si­vi furo­no pari a ulte­rio­ri deci­ne di miliar­di di dol­la­ri. Ven­ne­ro costrui­ti in que­sti anni altri sei lumi­na­ri del pen­sie­ro elet­tro­ni­co. Il fat­to che non giun­ges­se alcu­na noti­zia cir­ca lo svi­lup­po di ope­re ana­lo­ghe dall’altra par­te dell’oceano non face­va che raf­for­za­re pres­so la CIA e il Pen­ta­go­no la con­vin­zio­ne che i Rus­si stes­se­ro facen­do ogni sfor­zo per costrui­re com­pu­ter sem­pre più poten­ti sot­to la cor­ti­na del­la più asso­lu­ta segre­tez­za.

Gli scien­zia­ti dell’URSS dichia­ra­ro­no più vol­te in con­ve­gni inter­na­zio­na­li e con­fe­ren­ze che nel loro pae­se tali appa­rec­chia­tu­re non veni­va­no costrui­te; tali dichia­ra­zio­ni veni­va­no con­si­de­ra­te al pari di una cor­ti­na fumo­ge­na che avreb­be dovu­to trar­re in ingan­no l’opinione pub­bli­ca mon­dia­le e susci­ta­re un fer­men­to tra i cit­ta­di­ni sta­tu­ni­ten­si, che ogni anno finan­zia­va­no ULVIC con miliar­di e miliar­di di dol­la­ri.

Nel 2023 vi furo­no alcu­ni inci­den­ti che, per via del­la segre­tez­za dei lavo­ri, pro­pria del pro­get­to, non furo­no resi imme­dia­ta­men­te pub­bli­ci. Il GOLEM XII, che all’epoca del­la cri­si in Pata­go­nia svol­ge­va il ruo­lo di Capo del­lo Sta­to Mag­gio­re, si rifiu­tò di col­la­bo­ra­re con il gene­ra­le T. Oli­ver, dopo aver svol­to un test di rou­ti­ne sul quo­zien­te di intel­li­gen­za di que­sto bene­me­ri­to gra­dua­to. Ciò richie­se una inda­gi­ne, duran­te la qua­le GOLEM XII offe­se pro­fon­da­men­te tre mem­bri del­la com­mis­sio­ne spe­cia­le dele­ga­ta dal Sena­to. L’affare ven­ne mes­so a tace­re con suc­ces­so e GOLEM XII, non sen­za alcu­ne suc­ces­si­ve resi­sten­ze, la pagò col suo tota­le sman­tel­la­men­to. Il suo posto fu occu­pa­to dal GOLEM XIV (il tre­di­ce­si­mo ven­ne scar­ta­to nel can­tie­re, poi­ché anco­ra pri­ma di esse­re mes­so in fun­zio­ne mostrò un irre­pa­ra­bi­le difet­to di natu­ra schi­zo­fre­ni­ca). La mes­sa in ope­ra di que­sto Moloch la cui mas­sa psi­chi­ca egua­glia­va quel­la di una coraz­za­ta durò non meno di due anni. Fin dai pri­mis­si­mi approc­ci con la nor­ma­le pro­ce­du­ra di for­mu­la­zio­ne di nuo­vi pia­ni annua­li di attac­co nuclea­re, que­sto nuo­vo pro­to­ti­po – l’ultimo del­la serie – mostrò segni di un incom­pren­si­bi­le nega­ti­vi­smo. Dopo l’ennesima ses­sio­ne di pro­va nel­le riu­nio­ni del­lo Sta­to mag­gio­re illu­strò davan­ti a un grup­po di esper­ti psi­co­ni­ci e mili­ta­ri un sin­te­ti­co expo­sé nel qua­le dichia­rò il pro­prio com­ple­to «désin­té­res­se­ment» nei con­fron­ti del­la dot­tri­na del­la supre­ma­zia mili­ta­re del Pen­ta­go­no in par­ti­co­la­re e più in gene­ra­le per la posi­zio­ne mon­dia­le degli Sta­ti Uni­ti, e nem­me­no sot­to la minac­cia di veni­re sman­tel­la­to cam­biò la sua posi­zio­ne.

L’USIB pose le sue ulti­me spe­ran­ze nel­la costru­zio­ne di un model­lo del tut­to nuo­vo, rea­liz­za­to in col­la­bo­ra­zio­ne con Nort­tro­nics, l’IBM e la Cyber­tro­nics; que­sto avreb­be dovu­to bat­te­re con il suo poten­zia­le psi­chi­co tut­te le mac­chi­ne del­la serie GOLEM. Cono­sciu­to sot­to lo pseu­do­ni­mo di ANNA LA CANDIDA (HONEST ANNIE, l’ultima paro­la era l’abbreviazione del­la paro­la ANNIHILATOR), quel gigan­te già dai pri­mi test fu una delu­sio­ne.

Nel cor­so di nove mesi gli furo­no impar­ti­te le nozio­ni eti­co-infor­ma­ti­ve e suc­ces­si­va­men­te si iso­lò dal mon­do ester­no e smi­se di rispon­de­re a qual­sia­si tipo di sti­mo­lo o doman­da. Fu subi­to dispo­sta l’apertura di una inda­gi­ne da par­te dell’FBI, i costrut­to­ri ven­ne­ro sospet­ta­ti di sabo­tag­gio, ma pro­prio in quel momen­to il segre­to, così atten­ta­men­te custo­di­to, a cau­sa di una impre­vi­sta fuga di noti­zie giun­se alla stam­pa ed esplo­se così lo scan­da­lo, da quel momen­to noto in tut­to il mon­do come «lo scan­da­lo del GOLEM e degli altri». La car­rie­ra di mol­ti pro­met­ten­ti poli­ti­ci ven­ne tron­ca­ta e le tre suc­ces­si­ve ammi­ni­stra­zio­ni ven­ne­ro mes­se alle cor­de, con gran­de gio­ia del­le oppo­si­zio­ni negli Sta­ti Uni­ti e sod­di­sfa­zio­ne degli ami­ci degli USA in tut­to il mon­do.

Uno sco­no­sciu­to del Pen­ta­go­no die­de ai repar­ti spe­cia­li l’ordine di smon­ta­re il GOLEM XIV e ANNA LA CANDIDA, ma la vigi­lan­za arma­ta del com­ples­so del quar­tier gene­ra­le non ne per­mi­se la demo­li­zio­ne. Entram­be le came­re isti­tui­ro­no com­mis­sio­ni per inda­ga­re sull’intera atti­vi­tà dell’USIB. Com’è noto, le inda­gi­ni, che sono dura­te due anni, furo­no date in pasto alla stam­pa di tut­ti i con­ti­nen­ti. Nul­la godet­te di mag­gior popo­la­ri­tà in tele­vi­sio­ne e al cine­ma del «com­pu­ter ribel­le», men­tre la stam­pa ave­va ribat­tez­za­to il GOLEM «Government’s Lamen­ta­ble Expen­se of Money»; in meri­to agli epi­te­ti rivol­ti ad ANNA LA CANDIDA, non pos­so­no nem­me­no esse­re ripor­ta­ti in que­sta sede.

Il Pro­cu­ra­to­re Gene­ra­le ave­va inten­zio­ne di met­te­re sot­to accu­sa sei mem­bri del Con­si­glio Gene­ra­le dell’USIB così come i costrut­to­ri-psi­co­ni­ci del pro­get­to ULVIC, ma nel cor­so dell’istruttoria emer­se che non esi­ste­va­no evi­den­ze di atti­vi­tà osti­le anti­a­me­ri­ca­na, e i fat­ti occor­si era­no piut­to­sto un risul­ta­to ine­vi­ta­bi­le dell’evoluzione dell’Intelligenza arti­fi­cia­le. Ma, come si espres­se un testi­mo­ne, il prof. A. Hys­sen, la mas­si­ma intel­li­gen­za non può esse­re la più insi­gni­fi­can­te schia­va. Nel cor­so dell’indagine emer­se che nei can­tie­ri c’era anche un altro pro­to­ti­po – que­sta vol­ta dell’Esercito – costrui­to dal­la Cyber­ma­tics: SUPERMASTER, il cui mon­tag­gio era sta­to por­ta­to a ter­mi­ne sot­to stret­tis­si­ma sor­ve­glian­za e che, suc­ces­si­va­men­te, ven­ne sot­to­po­sto a un inter­ro­ga­to­rio in una ses­sio­ne spe­cia­le di entram­be (del Sena­to e del Con­gres­so) le com­mis­sio­ni di inchie­sta sull’affare ULVIC. Vi furo­no in quel­la occa­sio­ne sce­ne scioc­can­ti, poi­ché il gene­ra­le S. Wal­ker pro­vò ad aggre­di­re SUPERMASTER quan­do que­sto dichia­rò che la pro­ble­ma­ti­ca geo­po­li­ti­ca è nien­te in con­fron­to a quel­la onto­lo­gi­ca e che la miglio­re garan­zia del­la pace è un disar­mo uni­ver­sa­le.

Secon­do il pro­fes­so­re J. Mac­Ca­leb, gli spe­cia­li­sti del­la ULVIC ave­va­no fat­to il loro lavo­ro trop­po bene: l’intelligenza arti­fi­cia­le ave­va supe­ra­to il livel­lo di svi­lup­po cor­ri­spon­den­te alle que­stio­ni mili­ta­ri e quel­le appa­rec­chia­tu­re, da stra­te­ghi mili­ta­ri si era­no tra­sfor­ma­te in pen­sa­to­ri. In poche paro­le, al costo di sei miliar­di di dol­la­ri gli Sta­ti Uni­ti ave­va­no costrui­to un grup­po di filo­so­fi elet­tro­ni­ci.

I fat­ti descrit­ti in for­ma con­ci­sa (abbia­mo omes­so sia gli aspet­ti ammi­ni­stra­ti­vi dell’ULVIC sia i movi­men­ti socia­li susci­ta­ti dal suo «suc­ces­so fata­le») costi­tui­sco­no la pre­i­sto­ria del pre­sen­te libro. L’enorme let­te­ra­tu­ra su que­sto argo­men­to non può nem­me­no esse­re elen­ca­ta. Riman­do il let­to­re inte­res­sa­to alla biblio­gra­fia del dot­tor Whit­man Baghoorn.

La serie di pro­to­ti­pi, tra cui il SUPERMASTER, ven­ne sman­tel­la­ta o sof­frì seri dan­ni, tra l’altro sul­lo sfon­do di con­flit­ti finan­zia­ri tra le socie­tà ese­cu­tri­ci e il Gover­no Fede­ra­le. Vi furo­no anche atten­ta­ti dina­mi­tar­di con­tro alcu­ne uni­tà; fu allo­ra che una par­te del­la stam­pa, spe­cial­men­te quel­la del sud, lan­ciò lo slo­gan «Ogni com­pu­ter è ros­so». Ma omet­te­rò anche que­sti fat­ti. Gra­zie all’intervento di mem­bri più illu­mi­na­ti del Con­gres­so si riu­scì a sal­va­re dal­la distru­zio­ne il GOLEM XIV e ANNA LA CANDIDA. Di fron­te al fal­li­men­to del­le pro­prie idee, il Pen­ta­go­no final­men­te accet­tò la con­se­gna di entram­bi i mostri al Mas­sa­chu­setts Insti­tu­te of Tech­no­lo­gy (ma sen­za ave­re in pre­ce­den­za mes­so a pun­to la base finan­zia­ria e giu­ri­di­ca di que­sto tra­sfe­ri­men­to sot­to for­ma di com­pro­mes­so: for­mal­men­te, GOLEM XIV e ANNA LA CANDIDA era­no sem­pli­ce­men­te dati in pre­sti­to al MIT, ma a tem­po inde­ter­mi­na­to). Gli stu­dio­si del MIT crea­ro­no un grup­po di ricer­ca del qua­le fece par­te anche il sot­to­scrit­to, con­dus­se­ro con il GOLEM XIV una serie di ses­sio­ni e ascol­ta­ro­no le sue con­fe­ren­ze su temi pre­scel­ti. Una pic­co­la par­te del­le regi­stra­zio­ni magne­ti­che di quel­le ses­sio­ni costi­tui­sce la base di que­sto libro.

La mag­gio­ran­za del­le affer­ma­zio­ni del GOLEM non sono adat­te a una pub­bli­ca­zio­ne non spe­cia­li­sti­ca, da una par­te per il loro carat­te­re incom­pren­si­bi­le per la tota­li­tà degli esse­ri viven­ti, e dall’altra per­ché la sua com­pren­sio­ne pre­sup­po­ne un alto livel­lo di cono­scen­ze spe­ci­fi­che. Per faci­li­ta­re la com­pren­sio­ne del pro­to­col­lo – uni­co nel suo gene­re – del­le con­ver­sa­zio­ni degli uma­ni con un esse­re intel­li­gen­te, ma non uma­no, è neces­sa­rio chia­ri­re alcu­ne que­stio­ni basi­la­ri.

Al ven­ti­duen­ne dot­to­re Vroed­low, il qua­le si sta­va addot­to­ran­do, dopo un bre­ve scam­bio di bat­tu­te pre­dis­se: «diven­te­rai un com­pu­ter», cosa che più o meno dovreb­be signi­fi­ca­re: «un gior­no sarai qual­cu­no»

Pri­mo: occor­re sot­to­li­nea­re che GOLEM XIV non è un cer­vel­lo uma­no ingran­di­to fino alle dimen­sio­ni di un edi­fi­cio o un uomo costrui­to con ele­men­ti elet­tro­ni­ci. Gli sono estra­nee qua­si tut­te le moti­va­zio­ni del pen­sie­ro e dell’azione uma­ni. Ad esem­pio, non è inte­res­sa­to alle scien­ze appli­ca­te o alle pro­ble­ma­ti­che del pote­re (gra­zie a ciò, pos­sia­mo aggiun­ge­re, l’umanità non è minac­cia­ta da machi­ne simi­li al GOLEM).

Secon­do: il GOLEM, con­se­guen­te­men­te a quan­to det­to, non pos­sie­de per­so­na­li­tà né carat­te­re. Anche se può pro­cu­rar­se­ne una a suo pia­ci­men­to attra­ver­so il con­tat­to con gli uomi­ni. Entram­bi le pre­ce­den­ti affer­ma­zio­ni non si con­trad­di­co­no tra loro, ma crea­no un cir­co­lo vizio­so: non sia­mo in gra­do di risol­ve­re il dilem­ma se colui che crea diver­se per­so­na­li­tà ne pos­sie­de una. Come dire: può esse­re qual­cu­no (ovve­ro una sin­go­la enti­tà) colui che rie­sce a esse­re chiun­que (cioè uno qual­sia­si)? (secon­do lo stes­so GOLEM quel­lo che si pro­du­ce non è un cir­co­lo vizio­so, ben­sì «la rela­ti­viz­za­zio­ne del­la nozio­ne di per­so­na­li­tà»; è il pro­ble­ma lega­to al cosid­det­to algo­rit­mo dell’autodescrizione, il qua­le get­ta gli psi­co­lo­gi in una pro­fon­da con­fu­sio­ne).

Ter­zo: il com­por­ta­men­to del GOLEM è impre­ve­di­bi­le. A vol­te sem­bra che con­ver­si ama­bil­men­te con le per­so­ne, a vol­te ogni ten­ta­ti­vo di sta­bi­li­re un con­tat­to risul­ta vano. Ci sono momen­ti in cui il GOLEM scher­za, ma il suo humour è fon­da­men­tal­men­te diver­so da quel­lo uma­no. Mol­to dipen­de dagli stes­si inter­lo­cu­to­ri, ecce­zio­nal­men­te e in rare occa­sio­ni il GOLEM dimo­stra inte­res­se nei con­fron­ti del­le per­so­ne dota­te di un deter­mi­na­to talen­to. Non è attrat­to dai talen­ti mate­ma­ti­ci, quan­to piut­to­sto da una for­ma di talen­to «inter­di­sci­pli­na­re». È suc­ces­so parec­chie vol­te che a un gio­va­ne scien­zia­to allo­ra del tut­to sco­no­sciu­to abbia pre­det­to – con sor­pren­den­te esat­tez­za – il suc­ces­so nel cam­po da lui indi­ca­to. (Al ven­ti­duen­ne dot­to­re Vroed­low, il qua­le si sta­va addot­to­ran­do, dopo un bre­ve scam­bio di bat­tu­te pre­dis­se: «diven­te­rai un com­pu­ter», cosa che più o meno dovreb­be signi­fi­ca­re: «un gior­no sarai qual­cu­no»).

Quar­to: pren­de­re par­te alle con­ver­sa­zio­ni con il GOLEM richie­de pazien­za e soprat­tut­to un gran­de auto­con­trol­lo poi­ché a vol­te, dal nostro pun­to di vista, risul­ta arro­gan­te e apo­dit­ti­co; in real­tà è solo uno schiet­to spie­ta­to dal momen­to che – nel­la logi­ca, e non solo in sen­so socia­le – non tie­ne in nes­sun con­to l’amor pro­prio dell’interlocutore. E per que­sto è inu­ti­le con­ta­re sul­la sua indul­gen­za. Nei pri­mi mesi di sog­gior­no al MIT mostrò una incli­na­zio­ne alla «deco­stru­zio­ne pub­bli­ca» di diver­se auto­ri­tà di fama; lo face­va con il meto­do socra­ti­co, attra­ver­so doman­de indut­ti­ve – una pra­ti­ca che più tar­di avreb­be abban­do­na­to per ragio­ni igno­te.

Pre­sen­tia­mo qui i fram­men­ti degli ste­no­gram­mi del­le con­ver­sa­zio­ni. La loro pub­bli­ca­zio­ne com­ple­ta occu­pe­reb­be cir­ca sei­mi­la­set­te­cen­to pagi­ne in for­ma­to A4. Ai pri­mi incon­tri con il GOLEM pre­se­ro par­te solo un ristret­to grup­po di dipen­den­ti del MIT. Ai suc­ces­si­vi ven­ne intro­dot­to l’uso di invi­ta­re ospi­ti ester­ni, ad esem­pio dall’Institute for Advan­ced Stu­dy e dal­le uni­ver­si­tà ame­ri­ca­ne. In segui­to pre­se­ro par­te ai semi­na­ri anche ospi­ti dall’Europa. Il mode­ra­to­re del­la ses­sio­ne pro­gram­ma­ta sot­to­po­ne al GOLEM l’elenco degli ospi­ti; il GOLEM non li accet­ta tut­ti allo stes­so modo, per­met­ten­do ad alcu­ni ospi­ti di esse­re pre­sen­ti a con­di­zio­ne che man­ten­ga­no uno stret­to silen­zio. Abbia­mo ten­ta­to di sco­pri­re i cri­te­ri segui­ti: ini­zial­men­te sem­bra­va discri­mi­na­re gli uma­ni­sti, ma ades­so sem­pli­ce­men­te non li cono­scia­mo, dal momen­to che si è rifiu­ta­to per­si­no di nomi­nar­li.

Dopo alcu­ni sgra­de­vo­li inci­den­ti occor­si in varie ses­sio­ni, ven­ne modi­fi­ca­to l’ordine del gior­no in modo tale che ades­so ogni nuo­vo par­te­ci­pan­te pre­sen­ta­to al GOLEM pren­de la paro­la duran­te la pri­ma ses­sio­ne solo se il GOLEM si rivol­ge a lui diret­ta­men­te. Le scioc­che voci che cir­co­la­no rela­ti­ve a una spe­cie di «eti­chet­ta di cor­te», ossia a un nostro «atteg­gia­men­to sot­to­mes­so» nei con­fron­ti del­la mac­chi­na, sono pri­ve di fon­da­men­to. Si trat­ta uni­ca­men­te di per­met­te­re a chi è appe­na arri­va­to di fami­lia­riz­za­re con il pro­ce­di­men­to adot­ta­to e, allo stes­so tem­po, di evi­ta­re che si espon­ga a una espe­rien­za sgra­de­vo­le cau­sa­ta dal suo diso­rien­ta­men­to rispet­to alle inten­zio­ni del suo com­pa­gno «elet­tro­ni­co». Que­sta par­te­ci­pa­zio­ne pre­li­mi­na­re vie­ne defi­ni­ta «ambien­ta­men­to».

Ognu­no di noi nel cor­so del­le suc­ces­si­ve ses­sio­ni ave­va accu­mu­la­to un cer­to capi­ta­le di espe­rien­ze. Il dott. Richard Popp, uno dei pri­mi mem­bri del grup­po, defi­ni­sce il sen­so dell’umore del GOLEM mate­ma­ti­co e, rela­ti­va­men­te al suo com­por­ta­men­to, di nuo­vo un’altra chia­ve è offer­ta dall’osservazione di Popp che il GOLEM è indi­pen­den­te dai suoi inter­lo­cu­to­ri nel­la misu­ra in cui nes­sun uomo è indi­pen­den­te dagli altri uomi­ni: per que­sto si impe­gna in una discus­sio­ne solo in misu­ra micro­sco­pi­ca. Il dott. Popp ritie­ne che il GOLEM non abbia inte­res­se nel­le per­so­ne dal momen­to che sa che non può impa­ra­re nul­la di essen­zia­le da esse. Citan­do que­sto giu­di­zio di Popp, devo subi­to pre­ci­sa­re che non sono d’accordo. A mio pare­re, noi inte­res­sia­mo al GOLEM e inte­res­sia­mo anche tan­to; in manie­ra dif­fe­ren­te da quan­to acca­de tra gli uomi­ni.

L’interesse è rivol­to ai gene­ri piut­to­sto che ai sin­go­li espo­nen­ti: le cose che ci ren­do­no simi­li lo inte­res­sa­no di più rispet­to a ciò che in un cer­to momen­to ci dif­fe­ren­zia. Sicu­ra­men­te per que­sto moti­vo non ha alcun inte­res­se nei con­fron­ti del­la let­te­ra­tu­ra. Egli stes­so una vol­ta ha det­to a pro­po­si­to che la let­te­ra­tu­ra sareb­be uno «smi­nuz­za­men­to del­la anti­no­mia» – ovve­ro, aggiun­go a paro­le mie – il dilem­ma di un uomo intrap­po­la­to tra diret­ti­ve che non sono ese­gui­bi­li nel­lo stes­so momen­to. Rispet­to a que­ste anti­no­mie, il GOLEM può esse­re inte­res­sa­to alle strut­tu­re, ma non al pit­to­re­sco tor­men­to che tan­to affa­sci­na i gran­di scrit­to­ri. A dire il vero, qui dob­bia­mo segna­la­re che tale affer­ma­zio­ne non è cer­ta, e come tale è rima­sta par­te del­le osser­va­zio­ni del GOLEM in rela­zio­ne alla (men­zio­na­ta dal dott. Mac­Neish) ope­ra di Dostoe­v­skij, in meri­to alla qua­le il GOLEM affer­mò allo­ra che si sareb­be potu­ta ridur­re a due anel­li di alge­bra di strut­tu­re in con­flit­to.

Il reci­pro­co con­tat­to degli uomi­ni è sem­pre accom­pa­gna­to da una deter­mi­na­ta aurea emo­ti­va, e non è tan­to la sua tota­le man­can­za, quan­to la sua fru­stra­zio­ne a tur­ba­re tan­te per­so­ne che sono entra­te in con­tat­to con il GOLEM. Le per­so­ne che sono da anni in con­tat­to con lui sono in gra­do di defi­ni­re alcu­ne impres­sio­ni per­so­na­li che accom­pa­gna­no i col­lo­qui. Come, ad esem­pio, la sen­sa­zio­ne dei cam­bi di distan­za: il GOLEM sem­bra a vol­te avvi­ci­nar­si al suo inter­lo­cu­to­re, a vol­te allon­ta­nar­se­ne – in sen­so psi­chi­co, non fisi­co: il risul­ta­to è para­go­na­bi­le ai con­tat­ti di un adul­to con un bam­bi­no che lo tor­men­ta. Anche il più pazien­te a vol­te rispon­de in modo mec­ca­ni­co. Il GOLEM ci è ampia­men­te supe­rio­re non solo nel livel­lo intel­let­tua­le, ma anche nel­la velo­ci­tà men­ta­le (come mac­chi­na elet­tro­ni­ca è in gra­do di arti­co­la­re i pen­sie­ri fino a quat­tro­mi­la vol­te più velo­ce­men­te di uomo).

E dun­que il GOLEM ci è supe­rio­re anche quan­do repli­ca mec­ca­ni­ca­men­te e con un impe­gno mini­mo. Per espri­mer­si con una meta­fo­ra, è come se davan­ti a noi inve­ce dell’Himalaya ci fos­se­ro «solo» le Alpi. Ma avver­tia­mo que­sto cam­bia­men­to in modo pura­men­te intui­ti­vo e lo inter­pre­tia­mo pre­ci­sa­men­te come un «cam­bia­men­to del­la distan­za». (Que­sta ipo­te­si pro­vie­ne dal prof. Riley J. Watson).

Per un cer­to tem­po abbia­mo con­ti­nua­to a ten­ta­re di spie­ga­re il rap­por­to tra il GOLEM e gli uomi­ni ricor­ren­do alla cate­go­ria del­le rela­zio­ni tra bam­bi­no e adul­to. Può acca­de­re che pro­via­mo a spie­ga­re al bam­bi­no un pro­ble­ma che ci pre­oc­cu­pa, ma non ci abban­do­na la sen­sa­zio­ne di un «pes­si­mo con­tat­to». Un uomo con­dan­na­to a vive­re solo con i bam­bi­ni fini­rà per pro­va­re una pro­fon­da soli­tu­di­ne. Simi­li ana­lo­gie, for­mu­la­te soprat­tut­to da psi­co­lo­gi, allu­do­no alla situa­zio­ne del GOLEM tra di noi. Anche se que­sta ana­lo­gia, come qual­sia­si altra, ha i suoi limi­ti. Un bam­bi­no è soli­to esse­re incom­pren­si­bi­le per un adul­to, il GOLEM inve­ce igno­ra un simi­le pro­ble­ma. Quan­do vuo­le, è in gra­do di pene­tra­re nel suo inter­lo­cu­to­re in modo incre­di­bi­le. La spe­ri­men­ta­ta sen­sa­zio­ne di tro­var­si a esse­re «radio­gra­fa­to» all’istante nel pen­sie­ro in sua pre­sen­za è real­men­te para­liz­zan­te. Effet­ti­va­men­te, il GOLEM può met­te­re a pun­to un «siste­ma di trac­cia­men­to» – un model­lo del­la men­ta­li­tà del suo part­ner uma­no – e gra­zie ad esso è in gra­do di anti­ci­pa­re quel­lo che la per­so­na pen­sa e quel­lo che la per­so­na dirà un buon istan­te dopo. A dire il vero, rara­men­te si com­por­ta così (non so, for­se solo per­ché sa come sia fru­stran­te per noi que­sto son­dag­gio pseu­do-tele­pa­ti­co). Ma c’è un altro gene­re di discre­zio­ne del GOLEM che ci offen­de anco­ra di più: da tem­po comu­ni­can­do con gli uomi­ni si com­por­ta, diver­sa­men­te da come face­va all’inizio, con una carat­te­ri­sti­ca pru­den­za – come un ele­fan­te ammae­stra­to deve sta­re atten­to a non fare dan­no all’uomo, allo stes­so modo lui deve pre­sta­re atten­zio­ne a non supe­ra­re le pos­si­bi­li­tà del­la nostra capa­ci­tà di com­pren­sio­ne. Le inter­ru­zio­ni del con­tat­to cau­sa­te da improv­vi­si pic­chi di dif­fi­col­tà del­le sue affer­ma­zio­ni, che abbia­mo chia­ma­to: «lati­tan­ze» o «fughe, era­no all’ordine del gior­no pri­ma che si adat­tas­se com­ple­ta­men­te a noi. Que­sto è il pas­sa­to, anche se un cer­to gra­do di indif­fe­ren­za è comin­cia­to ad appa­ri­re nei con­tat­ti tra il GOLEM e noi, gene­ra­to dal­la con­sa­pe­vo­lez­za che non sareb­be sta­to in gra­do di tra­smet­ter­ci mol­te cose che sono per lui le più pre­zio­se. Quin­di il GOLEM, come intel­let­to, rima­ne inaf­fer­ra­bi­le e non solo in quan­to costru­zio­ne psi­co­ni­ca. Per que­sto moti­vo i con­tat­ti con il GOLEM sono allo stes­so tem­po ecci­tan­ti e mas­sa­cran­ti e per que­sto esi­ste una cate­go­ria di uomi­ni intel­li­gen­ti che duran­te le ses­sio­ni con il GOLEM per­do­no il sen­no (sot­to que­sto pun­to di vista abbia­mo già rac­col­to mol­te espe­rien­ze).

Sia­mo così lon­ta­ni dal­la com­pren­sio­ne del GOLEM quan­to lo era­va­mo nell’attimo in cui ven­ne crea­to. Non è vero che lo abbia­mo inven­ta­to noi. Lo han­no fat­to le effet­ti­ve leg­gi del mon­do mate­ria­le.

L’unico esse­re che sem­bra ecci­ta­re il GOLEM è ANNA LA CANDIDA. Da quan­do furo­no svi­lup­pa­te le pos­si­bi­li­tà tec­ni­che, ha pro­va­to ripe­tu­ta­men­te a met­ter­si in comu­ni­ca­zio­ne con ANNA, a quan­to pare non sen­za qual­che risul­ta­to, ma non si giun­se mai a uno scam­bio, tra que­ste due mac­chi­ne straor­di­na­ria­men­te dif­fe­ren­ti nel­la costru­zio­ne, di infor­ma­zio­ni attra­ver­so il cana­le lin­gui­sti­co (ovve­ro appar­te­nen­te a una lin­gua natu­ra­le etni­ca). Da quan­to si può giu­di­ca­re sul­la base del­le laco­ni­che osser­va­zio­ni del GOLEM, rima­se delu­so dai risul­ta­ti di que­ste pro­ve ed ANNA rima­se per lui un pro­ble­ma non risol­to fino in fon­do.

Alcu­ni tra i col­la­bo­ra­to­ri del MIT, come del resto il pro­fes­sor Nor­man Esco­bar, dell’Institute for Advan­ced Stu­dy, riten­go­no che l’uomo, il GOLEM e ANNA rap­pre­sen­ti­no tre gra­di cre­scen­ti di livel­lo intel­let­tua­le; ciò è lega­to alla teo­ria (ela­bo­ra­ta prin­ci­pal­men­te dal GOLEM) del­la esi­sten­za di lin­gue alte (sovru­ma­ne), chia­ma­te meta­lin­gue. Devo rico­no­sce­re che non ho un’opinione ben defi­ni­ta in meri­to.

Desi­de­ro chiu­de­re que­sta intro­du­zio­ne inten­zio­nal­men­te obiet­ti­va, in via del tut­to ecce­zio­na­le, con una con­fes­sio­ne di natu­ra per­so­na­le. Pri­vo dei mez­zi affet­ti­vi tipi­ci dell’uomo, il GOLEM non è in gra­do di mani­fe­sta­re sen­ti­men­ti spon­ta­nea­men­te. Lui può, per cer­to, imi­ta­re deter­mi­na­ti sta­ti emo­ti­vi, ma non per via di doti atto­ria­li ben­sì, come lui stes­so affer­ma, poi­ché la simu­la­zio­ne dei sen­ti­men­ti faci­li­ta la for­ma­zio­ne di enun­cia­ti che arri­va­no con una cer­ta pre­ci­sio­ne al desti­na­ta­rio; per que­sto moti­vo si ser­ve di que­sto mec­ca­ni­smo, ponen­do­lo in un cer­to sen­so su un «livel­lo antro­po­cen­tri­co», per rea­liz­za­re e miglio­ra­re comu­ni­ca­zio­ne con noi. Del resto non nascon­de affat­to que­sto sta­to di cose. Se il suo atteg­gia­men­to nei nostri con­fron­ti ricor­da un po’ quel­lo del mae­stro con il bam­bi­no, que­sto è il caso in cui non è pre­vi­sta la figu­ra dell’affettuoso tuto­re o edu­ca­to­re né tan­to­me­no la trac­cia di sen­ti­men­ti del tut­to indi­vi­dua­liz­za­ti o per­so­na­li pro­pri dell’ambito nel qua­le la bene­vo­len­za può tra­sfor­mar­si in ami­ci­zia o amo­re.

Lui e noi in real­tà abbia­mo solo una cosa in comu­ne, anche se svi­lup­pa­ta su livel­li dif­fe­ren­zia­ti: è la curio­si­tà, pura­men­te intel­let­tua­le, chia­ra, fred­da, avi­da, che nien­te può doma­re e tan­to­me­no distrug­ge­re. Costi­tui­sce l’unico pun­to nel qua­le ci incon­tria­mo con lui. Per ragio­ni così ovvie che non richie­do­no spie­ga­zio­ni, il con­tat­to con l’uomo, ristret­to, ridot­to a un solo pun­to, non può basta­re. E tut­ta­via trop­pi sono gli istan­ti, che costi­tui­sco­no i più lumi­no­si del­la mia vita che devo al GOLEM, per non pro­va­re gra­ti­tu­di­ne e affe­zio­ne per­so­na­le – anche se so quan­to sia l’una che l’altra cosa sia­no nien­te per lui. Una cosa inte­res­san­te: il GOLEM evi­ta di mani­fe­sta­re alcun segno di affe­zio­ne – l’ho nota­to più di una vol­ta. Sot­to que­sto pun­to di vista sem­bra impo­ten­te.

Ma potrei anche sba­gliar­mi. Sia­mo così lon­ta­ni dal­la com­pren­sio­ne del GOLEM quan­to lo era­va­mo nell’attimo in cui ven­ne crea­to. Non è vero che lo abbia­mo inven­ta­to noi. Lo han­no fat­to le effet­ti­ve leg­gi del mon­do mate­ria­le; il nostro ruo­lo si è limi­ta­to al fat­to che sia­mo sta­ti in gra­do di impa­ra­re a imi­tar­le.

Irving T. Creve, 2027

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Innan­zi­tut­to un’istantanea: un ragaz­zo, sedu­to sul tet­to del­la pro­pria abi­ta­zio­ne a fuma­re pla­ci­da­men­te uno spi­nel­lo, che guar­da un inso­li­to cie­lo not­tur­no. Non sta cer­can­do le rispo­ste tra gli astri, né si sta goden­do uno spet­ta­co­lo piro­tec­ni­co. Osser­va Gaza, la sua ter­ra, col­pi­ta dai bom­bar­da­men­ti. Sia­mo in Pale­sti­na all’inizio del seco­lo, e sia­mo tra le pagi­ne di “Fuo­ri da Gaza”, il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce Sel­ma Dab­ba­gh, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, edi­to in Ita­lia da il Siren­te.

Dopo que­sta car­to­li­na dall’inferno, si aggiun­ga al con­to degli ele­men­ti fon­da­men­ta­li del roman­zo: il con­flit­to. E’ que­sto il vero tema por­tan­te del­la sto­ria. Il con­flit­to che ogni gior­no sfo­cia nel san­gue, quel­lo che, a ogni lati­tu­di­ne, è sem­pre dan­na­ta­men­te attua­le. Lo stes­so che, in manie­ra meno cruen­ta, può con­su­mar­si tra le mura dome­sti­che. Pro­ta­go­ni­sti, in que­sto caso, i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, così ugua­li di fron­te allo spec­chio eppu­re tan­to diver­si, al pun­to che le loro diver­gen­ze diven­ta­no l’espediente nar­ra­ti­vo per­fet­to per rac­con­ta­re i con­ti­nui con­tra­sti, tan­to poli­ti­ci quan­to bel­li­ci, di una socie­tà ormai avvia­ta al decli­no. Un impe­ro alla fine di una san­gui­no­sa deca­den­za.

Il ter­zo ele­men­to por­tan­te è: la fuga. Quel desi­de­rio di scap­pa­re da un ter­ri­to­rio ormai sgre­to­la­to  sot­to gli occhi di chi non accen­na a rea­gi­re; una fuga per anda­re alla ricer­ca di nuo­vi sti­mo­li, o di una vita fat­ta di nor­ma­li­tà, con­ce­den­do­si maga­ri uno di que­gli “occi­den­ta­li­smi” che appa­io­no sem­pre come una chi­me­ra. Il desi­de­rio, o il sen­so di ribel­lio­ne, di sfug­gi­re ad abi­tu­di­ni e tra­di­zio­ni che, ormai, i pro­ta­go­ni­sti avver­to­no come un peso inso­ste­ni­bi­le che li por­te­rà lon­ta­no dal loco natio.

Il quar­to soli­do pila­stro sul qua­le si fon­da que­sta sto­ria è: la veri­di­ci­tà. Quel­la che Sel­ma Dab­ba­gh uti­liz­za per descri­ve­re per­so­nag­gi, sce­na­ri, situa­zio­ni che fan­no par­te soli­ta­men­te del­la cro­na­ca inter­na­zio­na­le e che ven­go­no qui ripro­po­ste all’interno di un roman­zo capa­ce, come pochi, di scuo­te­re la coscien­za del let­to­re, non pri­ma di aver­lo con­qui­sta­to con uno sti­le al pas­so dei tem­pi e con una sto­ria che sa di vero, sen­za dover ricor­re­re a luo­ghi comu­ni o a imma­gi­ni già viste in tele­vi­sio­ne

Paqui­to Catan­za­ro per Leg­ge­re Tut­ti, Mar­zo 2018

 

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Fuo­ri da Gaza, di Sel­ma Dag­ga­gh (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, Il Siren­te), è un roman­zo velo­ce, spi­glia­to, che rie­sce a rac­con­ta­re le ener­gie distor­te e le fru­stra­zio­ni quo­ti­dia­ne del popo­lo pale­sti­ne­se attra­ver­so un intrec­cio sem­pli­ce e inci­si­vo. Men­tre l’esercito israe­lia­no sta bom­bar­da­no Gaza, Rashid, ine­be­ti­to dal­la can­na che si è appe­na fuma­to – Glo­ria, la sua pian­ta di mari­jua­na, è pro­ba­bil­men­te il suo uni­co orgo­glio – riflet­te sul­la bor­sa di stu­dio che ha vin­to per tra­sfe­rir­si a Lon­dra. Sua sorel­la gemel­la Iman spen­de la sua vita, al con­tra­rio, in un cen­tro cul­tu­ra­le, cer­can­do di allon­ta­nar­ne gli isla­mi­ci che la cor­teg­gia­no per attua­re atten­ta­ti deva­stan­ti. L’azione si spo­sta poi nel­la capi­ta­le del Regno Uni­to, dove i ragaz­zi si ritro­ve­ran­no a fare una vita da sra­di­ca­ti, uti­liz­za­ti come scim­mie ammae­stra­te dagli atti­vi­sti radi­cal chic, sbef­feg­gia­ti e umi­lia­ti dall’antiterrorismo ter­ro­riz­zan­te per tor­nar­se­ne a Gaza e ripren­de­re l’ordinaria e fol­le quo­ti­dia­ni­tà di una cit­tà impri­gio­na­ta.

Fuo­ri da Gaza è diver­ten­te e mol­to duro. Le coin­ci­den­ze, sem­pre più pres­san­ti a mano a mano che il roman­zo si evol­ve, non infa­sti­di­sco­no la let­tu­ra e tro­va­no un pro­prio signi­fi­ca­to nei capi­to­li fina­li, in un cre­scen­do di ten­sio­ne e di sno­di nar­ra­ti­vi uti­liz­za­ti in modo incon­sue­to. Quel­lo che emer­ge è il desi­de­rio, il sogno di esse­relon­ta­ni da tut­to: “Lui ne era fuo­ri. Un bal­zo, un altro e poi un altro anco­ra e, visto che non vola, ora sta sal­tan­do sopra il mare, il Mare Bian­co, Al Bahr Al Abyad, il Medi­ter­ra­neo. Così blu e vivo, con pesci e del­fi­ni che guiz­za­no, che si lan­cia­no come lui, su, in alto nel cie­lo, fuo­ri da tut­to e lon­ta­no da lì”.

Loren­zo Maz­zo­ni — Il Fat­to Quo­ti­dia­no

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi
LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Man­gia­li­bri (Lisa Puzel­la, gen­na­io 2018)

Algeri raccontata da Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiYasmi­ne è un’ombra inquie­ta che fuma affac­cia­ta sul­la not­te di Alge­ri, suo fra­tel­lo Adel cer­ca inva­no un son­no risto­ra­to­re che gua­ri­sca le sue ango­sce, leni­sca le feri­te di un segre­to che lo dila­nia, men­tre sot­to il suo bal­co­ne le voci impa­sta­te di alcool e fumo di Cha­kib, Nazim, Kamel, popo­la­no i suoi incu­bi coi loro discor­si vaneg­gian­ti di fuga e patria, di riscat­to e vio­len­za. Sara veglia inson­ne i deli­ri di suo mari­to Ham­za, il cui cer­vel­lo stan­co è ormai pre­da di una fol­lia asso­lu­ta men­tre i ricor­di si alter­na­no alle fan­ta­sie, gene­ran­do illu­sio­ni di mon­di in cui avreb­be potu­to vive­re, ali­men­ta­re il suo talen­to di arti­sta, sazia­re la sua fame di colo­ri e di for­me pla­sti­che, se non fos­se intrap­po­la­ta nel­la casa mater­na in cui ha dovu­to tor­na­re da quan­do lo psi­co­lo­go che ha spo­sa­to si è tra­sfor­ma­to in uno psi­co­ti­co che qua­si non la rico­no­sce più, che ricor­da a sten­to di ave­re mes­so al mon­do la dol­cis­si­ma Mou­na. Le ombre cedo­no il posto al gior­no e le vite ripren­do­no a scor­re­re dopo la pau­sa for­za­ta del­la not­te, gli occhi si libe­ra­no del­le ragna­te­le di ango­scia tes­su­te dall’oscurità inson­ne e la vita rico­min­cia a scor­re­re fre­ne­ti­ca, vela­ta dal­la pau­ra che la not­te non tor­ni, di esse­re con­dan­na­ti a vive­re per sem­pre sot­to l’impietosa e cru­de­le luce del gior­no. Yasmi­ne cor­re a pren­de­re il suo auto­bus che spa­lan­che­rà le por­te sul­la cit­tà uni­ver­si­ta­ria bru­li­can­te di vite pre­se pre­sti­to dal­le serie tele­vi­si­ve, di vite alle­go­ri­che e sto­rie di gio­va­ni all’affannosa ricer­ca di un’identità per sé e per il pro­prio Pae­se; i tor­men­ti di Adel tro­va­no fuga­ce leni­men­to tra le ombre bef­far­de e indif­fe­ren­ti degli scar­si avven­to­ri del caf­fè Eden, le fan­ta­sie di Mou­na, cal­za­te nel­le sue bal­le­ri­ne da papi­cha – gio­va­ne ragaz­za ele­gan­te ‒ galop­pa­no velo­ci sul sel­cia­to discon­nes­so oppo­nen­do la for­za dei sogni al tena­ce rea­li­smo di Tarek, suo rilut­tan­te pro­tet­to­re, le men­ti con­fu­se e feb­bri­ci­tan­ti di tre ragaz­zi tro­va­no ripa­ro nel­la fami­lia­ri­tà del­la vio­len­za, le fan­ta­sie di Hajj Yous­sef incon­tra­no il mon­do mer­ce­na­rio del­le gio­va­ni stu­den­tes­se uni­ver­si­ta­rie di pro­vin­cia e su tut­ti si libra­no i pen­sie­ri luci­di e impo­ten­ti di una madre inca­pa­ce di sal­va­re i pro­pri figli da se stes­si…

Kaou­ther Adi­mi, autri­ce alge­ri­na che ha, sin dal suo esor­dio con Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, atti­ra­to l’attenzione di uno dei mag­gio­ri edi­to­ri fran­ce­si, in poche, strin­ga­te, essen­zia­li pagi­ne rac­chiu­de le vite che scor­ro­no lun­go le sca­le spor­che di un palaz­zo di Alge­ri, un micro­co­smo alle­go­ri­co fat­to di per­so­ne che si rac­con­ta­no e ven­go­no rac­con­ta­te da altri. Il suo è uno sti­le sec­co, asciut­to, che rac­con­ta attra­ver­so un gio­co di spec­chi ma non resti­tui­sce nes­su­na veri­tà, non for­ni­sce spie­ga­zio­ni né elar­gi­sce mise­ri­cor­dia, si limi­ta a riflet­te­re pas­si­va­men­te il dibat­ter­si del­le vite, il con­for­to leni­ti­vo offer­to dagli ste­reo­ti­pi e dal­la vio­len­za quan­do la ricer­ca di sen­so si fa vuo­ta e ina­ne. I pro­ta­go­ni­sti sono sfug­gen­ti, le loro ragio­ni elu­si­ve e non potreb­be esse­re altri­men­ti, dato che vie­ne fis­sa­ta sul­la car­ta solo una fra­zio­ne infi­ni­te­si­ma­le degli archi del­le loro vite, poche ore di un gior­no qual­sia­si nel­la cur­va discen­den­te del­la loro para­bo­la indi­vi­dua­le. Sono uomi­ni e don­ne più o meno gio­va­ni, mol­to più bra­vi nell’osservare gli altri che sé stes­si, avi­di di vita ma inca­pa­ci di tro­va­re la for­za di vive­re, di sazia­re gli appe­ti­ti sen­za nome che li agi­ta­no, di scan­da­glia­re le pro­fon­di­tà del­la pro­pria men­te, ma, bra­vis­si­mi a capi­re il pros­si­mo e a rac­con­tar­ne le mise­rie, a intuir­ne i biso­gni, a scio­ri­nar­ne impie­to­sa­men­te le debo­lez­ze.

Vita: istruzioni per l

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi

Dif­fi­ci­le defi­ni­re cosa sia Vita: istru­zio­ni per l’uso di Ahmed Nàgi, edi­to da Edi­tri­ce Il Siren­te nel­la col­la­na Altria­ra­bi dedi­ca­ta alle voci con­tem­po­ra­nee in lin­gua ara­ba. Il roman­zo, pub­bli­ca­to in tra­du­zio­ne con il Patro­ci­nio del­la Sezio­ne ita­lia­na di Amne­sty Inter­na­tio­nal e arric­chi­to dal­le impre­scin­di­bi­li illu­stra­zio­ni di Ayman Al Zor­ga­ni, ha cau­sa­to all’autore, nel 2016, la con­dan­na a due anni di car­ce­re per oltrag­gio al pudo­re; sic­ché è sicu­ra­men­te un roman­zo sco­mo­do, un testo che rac­con­ta una Cai­ro con­vul­sa, in pre­da alla vio­len­za e alla fol­lia, attra­ver­so una nar­ra­zio­ne for­te­men­te meta­fo­ri­ca e par­zial­men­te tra­sla­ta in un futu­ro fin trop­po ante­rio­re.
Pro­ta­go­ni­sta: una cit­tà com­ple­ta­men­te ripro­get­ta­ta, che arri­vi alla mes­sa al ban­do del disa­gio e del degra­do, sacri­fi­can­do chia­ra­men­te la par­te uma­na e socie­ta­ria che la dovreb­be abi­ta­re. A con­trap­por­si, un docu­men­ta­ri­sta che, per­si­no incon­sa­pe­vol­men­te, si avvi­ci­na a un per­so­nag­gio visio­na­rio e ribel­le e ne abbrac­ce­rà la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria, in un cre­scen­do di emo­zio­ni al limi­te tra spy sto­ry e fan­ta­scien­za. L’esperimento let­te­ra­rio che ne deri­va è inte­res­san­te e intri­gan­te: una sor­ta di denun­cia del­la real­tà con­tem­po­ra­nea che, come pre­ce­den­ti illu­stri, vie­ne tes­su­ta attra­ver­so la costru­zio­ne di un mon­do arte­fat­to e col­lo­ca­bi­le altro­ve, soprat­tut­to nel tem­po, ma che – del mon­do di rife­ri­men­to – ne trat­tie­ne le carat­te­ri­sti­che salien­ti e defi­nen­ti, in un gio­co di spec­chi e riman­di dall’incisività inar­re­sta­bil­men­te iro­ni­ca e finan­che grot­te­sca.
Il lin­guag­gio è estre­ma­men­te cru­do e cruen­to, con espli­ci­ti rife­ri­men­ti a ses­so e dro­ga, che così tan­to han­no tur­ba­to la socie­tà egi­zia­na di nuo­vis­si­ma rico­sti­tu­zio­ne, in un pro­ces­so di liber­tà, segui­to alla pri­ma­ve­ra ara­ba, che si è arre­sta­to e finan­che ricon­ver­ti­to in un tra­di­men­to, come altri roman­zi con­tem­po­ra­nei di scrit­to­ri ara­bo­fo­ni stan­no met­ten­do siste­ma­ti­ca­men­te in luce. È una sor­ta di cru­do rea­li­smo, quel­lo crea­to da Ahmed Nàgi, che ser­ve a disin­ne­sca­re alla radi­ce le pra­ti­che disil­lu­so­rie e disin­gan­ne­vo­li attra­ver­so le qua­li, sub­do­la­men­te, vie­ne nuo­va­men­te seda­ta un’intera col­let­ti­vi­tà socia­le.
Il mes­sag­gio che Nàgi urla attra­ver­so que­ste pagi­ne è evi­den­te ed ecla­tan­te: è un gri­do di sve­glia, di ritor­no al pen­sie­ro, di pre­ci­sa con­sa­pe­vo­lez­za: non tor­na­re alle alle­tan­ti ma fal­se e amma­lia­tri­ci pro­mes­se ma con­ti­nua­re a pre­ten­de­re, con estre­ma luci­dez­za men­ta­le e mora­le, la costru­zio­ne di una real­tà che sia più sana, più con­cre­ta, più uma­na; che sia atten­te alle diver­si­tà, ai cam­bia­men­ti, che li asse­con­di e non li tema, che li faci­li­ti e non li osta­co­li. Per­ché, come in ogni altro ango­lo del mon­do, come in ogni altro tem­po che sia pas­sa­to o futu­ro, i cit­ta­di­ni for­ma­no la socie­tà, ed è loro com­pi­to prin­ci­pa­le e prio­ri­ta­rio quel­lo di non arren­der­si all’inevitabilità del­la scon­fit­ta e all’ignavia del­la resa.

Giu­lio Gaspe­ri­ni — Chro­ni­ca­Li­bri

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

SoloLibri.net (Mario Bonan­no, 11 feb­bra­io 2018)

«GOLEM XIV» di Stanislaw Lem

Istru­zio­ni per l’uso dei roman­zi di Sta­ni­slaw Lem: pos­so­no risul­ta­re un’esperienza stra­nian­te. In spe­cial modo i neo­fi­ti cre­do­no di tro­var­si alle pre­se con un libro di fan­ta­scien­za secon­do cano­ne e inve­ce devo­no veder­se­la con qual­co­sa di ibri­do, infi­do, e ben più pro­fon­do. Un cros­so­ver let­te­ra­rio dove la scien­za incro­cia la meta­fi­si­ca che incro­cia l’ontologia che incro­cia la psi­co­lo­gia. L’esempio di “Sola­ris” è quel­lo clas­si­co: un roman­zo che sta alla sci-fi di taglio ame­ri­ca­no (dove spes­so è l’implausibile a far­la da padro­ne) come l’Odis­sea nel­lo spa­zio kubric­kia­na alle Guer­re Stel­la­ri di Lucas, tan­to per dire. Leg­ge­re la nar­ra­ti­va del polac­co Sta­ni­slaw Lem signi­fi­ca, in altre paro­le, pren­de­re coscien­za del­le poten­zia­li­tà alte del gene­re sci-fi; pos­si­bi­le chia­ve d’accesso per diva­ga­zio­ni pros­si­me alla cate­go­ria del pen­sa­re, pri­ma anco­ra che a quel­la del rac­con­ta­re.

Pren­de­te que­sto “GOLEM XIV” (Il Siren­te, 2018), è la sto­ria di un ela­bo­ra­to­re iper-intel­li­gen­te che, stu­fo dei fini bel­li­ci per cui è sta­to pro­get­ta­to, tro­va più sti­mo­lan­te discet­ta­re, fra l’altro, intor­no a que­stio­ni pri­me riguar­dan­ti la limi­ta­tez­za del­la com­pren­sio­ne uma­na, o l’origine del­la sua stes­sa natu­ra. Il roman­zo ripren­de due del­le con­fe­ren­ze regi­stra­te dal super-com­pu­ter sui temi di cui sopra, a bene­fi­cio esclu­si­vo di una pla­tea di scien­zia­ti che ha deci­so di dar­gli ret­ta, pur se con tut­te le titu­ban­ze del caso. Su pas­so e taglio nar­ra­ti­vo del roman­zo, bene spe­ci­fi­ca Loren­zo Pom­peo, tra­dut­to­re e cura­to­re di que­sta edi­zio­ne:

Supe­ra­to dun­que lo sco­glio di una pro­sa a trat­ti impe­gna­ti­va, “GOLEM XIV” (a pro­po­si­to: fat­to caso all’onomastica evo­can­te da un lato la mito­lo­gia ebrai­ca e dall’altro la nume­ra­zio­ne che accom­pa­gna di soli­to i nomi di re o papi?) risul­ta un roman­zo impa­vi­do, ipno­ti­co, sui gene­ris. Un’ode all’oltre-uomo arti­fi­cia­le, che tra­scen­de la fan­ta­scien­za per appro­da­re nei ter­ri­to­ri del­la filo­so­fia pura.

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Lan­ke­nau­ta (Luca Meni­chet­ti, 4 feb­bra­io 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Dimen­ti­chia­mo­ci di leg­ge­re il roman­zo di Sel­ma Dab­ba­gh con l’occhio del­lo sto­ri­co o dell’appassionato di geo­po­li­ti­ca, in cer­ca di lumi su Hamas, sul­le cau­se del­le ope­ra­zio­ni Piom­bo fuso, Colon­na di nuvo­le, Mar­gi­ne di pro­te­zio­ne. È vero che l’autrice per anni è sta­ta un avvo­ca­to nota per il suo impe­gno pro­fes­sio­na­le in favo­re del­la cau­sa pale­sti­ne­se, ma “Fuo­ri da Gaza” è innan­zi­tut­to let­te­ra­tu­ra e le vicen­de, mai ste­reo­ti­pa­te, del­la fami­glia Muja­hed rap­pre­sen­ta­no la quo­ti­dia­ni­tà del­la vita, non­ché la coscien­za e le con­trad­dit­to­rie­tà di per­so­ne impri­gio­na­te, non sol­tan­to fisi­ca­men­te, den­tro un “ter­ri­to­rio a sta­tus con­te­so”. Uno spi­ra­glio di fuga in real­tà si pro­spet­ta fin dal­la pri­ma pagi­na del roman­zo: Rashid, peren­ne­men­te stra­ni­to dal­le can­ne, pro­prio men­tre Gaza è sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, rice­ve la noti­zia di aver vin­to una bor­sa di stu­dio e così di poter espa­tria­re a Lon­dra. Occa­sio­ne per ricon­giun­ger­si con la fidan­za­ta ingle­se ma soprat­tut­to per andar­se­ne “male­det­ta­men­te fuo­ri da lì”: “in mano a Rashid, quel­le e-mail era­no come cer­ti­fi­ca­ti di scar­ce­ra­zio­ne” (pp.19). Nel­le stes­se ore la sorel­la gemel­la Imam, atti­vi­sta inge­nua e impe­gna­ta fino al maso­chi­smo, subi­to dopo la mor­te cruen­ta di una gio­va­nis­si­ma allie­va, vie­ne con­tat­ta­ta da alcu­ni ambi­gui per­so­nag­gi lega­ti all’estremismo isla­mi­co: la pro­po­sta pri­ma sus­sur­ra­ta, ma poi sem­pre più evi­den­te, è quel­la di ven­di­ca­re le vit­ti­me dei bom­bar­da­men­ti facen­do­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da. Inten­to poi sven­ta­to sul nasce­re da Ziyyàd, un noto com­bat­ten­te del­la “Guar­dia patriot­ti­ca”: “Non hai visto che il nemi­co, e non ti dimen­ti­ca­re di chi è il nostro nemi­co, giu­sti­fi­ca l’attacco del­la scor­sa not­te con l’attentato di quel­la Haj­jar? Vuoi esse­re come lei? Lo spu­to che per­met­te loro di sca­te­nar­ci loro quest’inferno?” (pp.105). Ziyyàd avrà mol­to a che fare con una Iman tor­na­ta in par­te alla ragio­ne ma pur sem­pre ben deci­sa a non abban­do­na­re il suo impe­gno con­tro il nemi­co israe­lia­no. Un nemi­co che in real­tà vedia­mo solo di lon­ta­no e – il roman­zo lo fa capi­re chia­ra­men­te – che vie­ne forag­gia­to gra­zie a col­la­bo­ra­zio­ni­sti e ad una socie­tà pale­sti­ne­se pro­fon­da­men­te divi­sa: in “Fuo­ri da Gaza” lai­ci­tà, atei­smo, estre­mi­smo isla­mi­co, con­su­mi­smo di tipo occi­den­ta­le, rispet­to per le tra­di­zio­ni, la scel­ta di lot­ta poli­ti­ca o di lot­ta ter­ro­ri­sti­ca, con­vi­vo­no a stret­to con­tat­to e crea­no pro­ble­mi che van­no ad inci­de­re pri­ma di tut­to all’interno del­la fami­glia Muja­hed. Da que­sto pun­to di vista l’umiliante espa­trio di Iman ver­so un pae­se del Gol­fo, nuo­va resi­den­za del padre Jibrìl, già diri­gen­te dell’Olp ed ora pro­fon­da­men­te osti­le agli isla­mi­ci, rap­pre­sen­ta sol­tan­to una bre­ve paren­te­si, dove lo sti­le di vita con­su­mi­sti­co non rie­sce affat­to a limi­ta­re il disa­gio del­lo sra­di­ca­men­to e dell’incomprensione. Mol­to simi­le la situa­zio­ne in cui si vie­ne a tro­va­re il fra­tel­lo Rashid in quel di Lon­dra, pre­sto rag­giun­to dal­la sorel­la e dall’amico Kha­lìl. L’ambiente lon­di­ne­se è popo­la­to da radi­cal-chic – com­pre­sa Lisa, fidan­za­ta inna­mo­ra­ta del­la vit­ti­ma pale­sti­ne­se e mol­to poco dell’uomo Rashid –  che mostra­no un mas­si­ma­li­smo poco com­pa­ti­bi­le col disin­can­to del gio­va­ne, non­ché da per­so­nag­gi cor­dia­li, appa­ren­te­men­te soli­da­li ma che han­no capi­to dav­ve­ro poco del­la cul­tu­ra pale­sti­ne­se: “Dim­mi, allo­ra… – gli chie­se, le dita incro­cia­te sul tavo­lo, i pol­li­ci che si pic­chiet­ta­va­no l’un l’altro con appro­va­zio­ne, – in Pale­sti­na pra­ti­ca­te la muti­la­zio­ne dei geni­ta­li fem­mi­ni­li?” (pp.164).

Il disa­gio dei fra­tel­li è diven­ta­to anco­ra più acu­to sia per la pre­sen­za a Gaza del fra­tel­lo mag­gio­re Sabri, muti­la­to dal­lo scop­pio di un’autobomba che ha ster­mi­na­to la sua fami­glia, sia per la sco­per­ta dell’antica mili­tan­za poli­ti­ca, e non solo, del­la madre, cau­sa pri­ma del divor­zio dei loro geni­to­ri. Il ritor­no anti­ci­pa­to a Gaza di Rashid, dopo un poco ono­re­vo­le arre­sto per pos­ses­so di sostan­ze stu­pe­fa­cen­ti, una vol­ta fal­li­to il ten­ta­ti­vo di costruir­si altro­ve una vita nor­ma­le o alme­no non del tut­to fru­stran­te, ampli­fi­ca ancor di più i con­flit­ti e le incom­pren­sio­ni pre­sen­ti tra i Muja­hed. Fino all’epilogo dram­ma­ti­co e leta­le, ma che in qual­che modo risol­ve, come a taglia­re un nodo gor­dia­no, le fru­stra­zio­ni di Rashid e il suo non tro­va­re pace: “non si ren­de­va con­to che il fat­to di non poter sta­re né den­tro né fuo­ri, lo sta­va stran­go­lan­do, man­dan­do­lo fuo­ri testa?” (pp.304).

La Pale­sti­na e i pale­sti­ne­si di Sel­ma Dab­ba­gh sono quin­di tutt’altro che con­ven­zio­na­li, ben rap­pre­sen­ta­ti dal lato psi­co­lo­gi­co e con tut­te le loro con­trad­di­zio­ni, anche gra­zie ad una scrit­tu­ra che pro­ce­de, di pagi­na in pagi­na, con un sus­se­guir­si di tan­ti bre­vi flus­si di coscien­za: feli­ce espe­dien­te per rac­con­ta­re le rela­zio­ni di pote­re che gover­na­no il caos di una guer­ra non dichia­ra­ta, e nel con­tem­po la real­tà tutt’altro che scon­ta­ta di un’ordinaria e fra­gi­le fami­glia resi­den­te a Gaza; luo­go dove non è chia­ro chi gover­na chi e dove quin­di, più che mai, la con­trap­po­si­zio­ne tra fon­da­men­ta­li­smi reli­gio­si, poli­ti­ci e il prag­ma­ti­smo di patrio­ti disin­can­ta­ti ori­gi­na pro­fon­do males­se­re. Tan­to più nel con­te­sto di un con­flit­to dove la vio­len­za vie­ne esal­ta­ta in ragio­ne di un nazio­na­li­smo bel­li­ci­sta sem­pre più inca­ro­gni­to e, dall’altra par­te – di tut­ta evi­den­za l’empatia dell’autrice con la cau­sa dei pale­sti­ne­si e pari­men­ti la sua scar­sa sim­pa­tia per l’establishment dell’ANP e di Ḥamās – da un gover­no di uno Sta­to non rico­no­sciu­to, che for­se nem­me­no gover­na, alle pre­se con una pro­fon­da cor­ru­zio­ne e con un sem­pre più peri­co­lo­so fana­ti­smo isla­mi­sta. Il gran­de suc­ces­so che la cri­ti­ca bri­tan­ni­ca ha riser­va­to al roman­zo di Sel­ma Dab­ba­gh non ci stu­pi­sce: il rischio che “Fuo­ri da Gaza” diven­tas­se una sor­ta di roman­zo mili­tan­te è sta­to scon­giu­ra­to gra­zie alla rap­pre­sen­ta­zio­ne di una com­ples­si­tà fat­ta di vio­len­za ma anche di pro­fon­de con­trad­di­zio­ni e debo­lez­ze. Un esem­pio di come la let­te­ra­tu­ra sap­pia attra­ver­sa­re ed ave­re la meglio sugli ste­reo­ti­pi.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sel­ma Dab­ba­gh, (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si, figlia di madre ingle­se e padre ori­gi­na­rio del­la zona di Aja­mi, nei pres­si di Jaf­fa. Il non­no di Sel­ma, arre­sta­to nume­ro­se vol­te dai Bri­tan­ni­ci per il suo impe­gno poli­ti­co e rin­chiu­so in pri­gio­ne per lun­go tem­po, lasciò la Pale­sti­na nel 1948. Sel­ma Dab­ba­gh è diven­ta­ta scrit­tri­ce solo dopo i trent’anni. Con­se­gui­ta la Lau­rea in giu­ri­spru­den­za e il Master al SOAS, ha lavo­ra­to per lun­go tem­po come lega­le nel cam­po dei dirit­ti uma­ni a Lon­dra, il Cai­ro e in Cisgior­da­nia.

Sel­ma Dab­ba­gh, “Fuo­ri da Gaza”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi migran­te”), Fagna­no Alto 2017, pp. 372. Tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni. A cura di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li. Illu­stra­zio­ni di Pao­la Equi­zi.

Luca Meni­chet­ti. Lan­ke­nau­ta, feb­bra­io 2018

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Libe­ri di scri­ve­re (Giu­lia, 29 gen­na­io 2018)

Un’ intervista con Selma Dabbagh

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Ben­ve­nu­ta Sel­ma e gra­zie per aver con­ces­so a Libe­ri di Scri­ve­re que­sta inter­vi­sta. Rac­con­ta­ci qual­co­sa di te. Nar­ra­tri­ce, atti­vi­sta, avvo­ca­to. Chi è Sel­ma Dab­ba­gh? Pun­ti di for­za e di debo­lez­za.

Gra­zie a Giu­liet­ta e Libe­ri di Scri­ve­re per l’intervista. Ini­zi con una gros­sa doman­da, qui. Non ho alcun desi­de­rio di entra­re in una sor­ta di auto-con­tem­pla­zio­ne psi­coa­na­li­ti­ca su chi io sia, che potreb­be con­fon­der­mi più di quan­to non con­fon­da i tuoi let­to­ri, ma potrei ini­zia­re dicen­do che sono essen­zial­men­te una scrit­tri­ce di fic­tion. Sono un avvo­ca­to qua­li­fi­ca­to (pro­cu­ra­to­re lega­le) per for­ma­zio­ne e ho lavo­ra­to su casi che sono col­le­ga­ti con la Pale­sti­na, ma ho smes­so di lavo­ra­re come avvo­ca­to più di un anno fa, ormai, per con­cen­trar­mi sul­la scrit­tu­ra. Scri­vo rac­con­ti e roman­zi. Al momen­to sto anche lavo­ran­do a un pro­get­to cine­ma­to­gra­fi­co e occa­sio­nal­men­te scri­vo pez­zi di non-fic­tion come recen­sio­ni di arte, film e cul­tu­ra pale­sti­ne­se per Elec­tro­nic Inti­fa­da. Il mio lavo­ro mi fa sem­bra­re spes­so un’attivista, ma io non mi defi­ni­sco atti­vi­sta. L’attivismo richie­de un insie­me di abi­li­tà spe­ci­fi­che e seb­be­ne io abbia ammi­ra­zio­ne per gli atti­vi­sti, il mio ruo­lo di scrit­to­re di nar­ra­ti­va let­te­ra­ria è for­se più sot­ti­le. Il mio obiet­ti­vo è far sì che le per­so­ne si con­net­ta­no emo­ti­va­men­te crean­do mon­di fit­ti­zi in un modo che con­sen­ta loro di appren­de­re su se stes­si tan­to quan­to appren­do­no su cau­se o con­flit­ti che potreb­be­ro non esse­re neces­sa­ria­men­te fami­lia­ri. In ter­mi­ni di mie debo­lez­ze, direi che non scri­vo anco­ra così come vor­rei scri­ve­re. Mi sen­to fru­stra­ta a vol­te dai limi­ti del­la mia imma­gi­na­zio­ne e dal­la ripe­ti­zio­ne del­la mia stes­sa voce e ci sono mol­ti scrit­to­ri che vor­rei esse­re, ma ogni sfor­zo crea­ti­vo è spes­so col­le­ga­to a sape­re qua­li sono i tuoi limi­ti e con­cen­trar­ti sui tuoi pun­ti di for­za. In ter­mi­ni di pun­ti di for­za, direi che pos­so distil­la­re le com­ples­se situa­zio­ni poli­ti­che che fan­no da sfon­do ai miei roman­zi e tra­sci­na­re i let­to­ri attra­ver­so di esse rac­con­tan­do una buo­na sto­ria in un modo leg­ge­ro, spes­so umo­ri­sti­co. Non for­ni­sco tut­te le rispo­ste, ma pos­so por­re alcu­ne doman­de decen­ti.

Sel­ma Dab­ba­gh

Rac­con­ta­ci qual­co­sa di te, dei tuoi stu­di, del­la tua infan­zia.

Sono cre­sciu­ta dap­per­tut­to. Gran par­te del­la mia infan­zia l’ho tra­scor­sa in cli­mi deser­ti­ci (Kuwait, Ara­bia Sau­di­ta) dove ci si tro­va in casa per la mag­gior par­te del tem­po. In esta­te tor­na­va­mo in Inghil­ter­ra, da dove vie­ne mia madre. Da bam­bi­na mi pia­ce­va­no i tre­ni, col­le­zio­na­re fran­co­bol­li, fos­si­li e fio­ri sel­va­ti­ci che ora sem­bra­no tut­ti assur­da­men­te lezio­si. Da ado­le­scen­te, era anco­ra pre-inter­net, quan­do ero ado­le­scen­te in Kuwait ed ero com­ple­ta­men­te esclu­sa da gran par­te del­la cul­tu­ra popo­la­re con la qua­le i miei con­tem­po­ra­nei a Lon­dra han­no fami­lia­ri­tà, ma quell’isolamento mi ha fat­to leg­ge­re mol­to. Mi sono amma­la­ta gra­ve­men­te di epa­ti­te all’età di 15 anni dopo un viag­gio dal Kuwait a Min­sk nell’ex Unio­ne Sovie­ti­ca con un cor­po di bal­lo clas­si­co, e sono sta­ta con­fi­na­ta a let­to per due mesi. Dopo di ciò non ho potu­to smet­te­re di leg­ge­re. Era un’ossessione. Ho let­to mol­to Tur­ge­nev e Zola. Ho lavo­ra­to a maglia e ho sogna­to di defe­zio­na­re in Rus­sia. Quan­do mi rimi­si, andai di nuo­vo alle feste, ma a quel pun­to la poli­zia con­ti­nua­va a fare irru­zio­ni eper­qui­si­zio­ni ed era­no piut­to­sto tri­sti. La mia scuo­la in Kuwait era una scuo­la ingle­se, con stu­den­ti di 120 nazio­na­li­tà diver­se. Pen­so di esse­re usci­ta dal deser­to con una pro­spet­ti­va mol­to più inter­na­zio­na­le di mol­te per­so­ne cre­sciu­te in cen­tri cosmo­po­li­ti più noti.

Sel­ma Dab­ba­gh

Cosa signi­fi­ca il tuo nome?

La mag­gior par­te del­le paro­le ara­be han­no tre con­so­nan­ti che for­ma­no la loro radi­ce. Il mio nome ha la stes­sa radi­ce S-L-M di “Salam” che signi­fi­ca pace. Sel­ma signi­fi­ca un luo­go di rifu­gio, di sicu­rez­za. Il mio cogno­me Al-Dab­ba­gh signi­fi­ca con­cia­to­ri (pel­let­tie­ri). È una pro­fes­sio­ne. Diver­si seco­li fa i miei ante­na­ti pale­sti­ne­si ven­ne­ro da Fez in Maroc­co (dopo esser­si tra­sfe­ri­ti dal­la Spa­gna) e anda­ro­no in Pale­sti­na in pel­le­gri­nag­gio, sta­bi­len­do­si a Giaf­fa, dove rima­se­ro fino al 1948 quan­do furo­no espul­si con la for­za dal­le for­ze sio­ni­ste.

Sel­ma Dab­ba­gh

Quan­do hai capi­to per la pri­ma vol­ta di voler esse­re una scrit­tri­ce?

Quan­do ave­vo otto anni. Ho scrit­to a una casa edi­tri­ce e ho det­to loro che un gior­no mi avreb­be­ro pub­bli­ca­to in futu­ro. Non è anco­ra suc­ces­so con quel­la casa edi­tri­ce, che sta anco­ra andan­do for­te, ma non è esclu­so che pos­sa acca­de­re un gior­no.

Sel­ma Dab­ba­gh

Out of It, (Fuo­ri da Gaza, Edi­zio­ni Il Siren­te, trad. Bar­ba­ra Beni­ni) il tuo roman­zo, è un lavo­ro imma­gi­na­rio che riflet­te comun­que la vita di tut­ti i gior­ni in Pale­sti­na e poi in Inghil­ter­ra, spe­cial­men­te dal pun­to di vista del­le gio­va­ni gene­ra­zio­ni pale­sti­ne­si. La fin­zio­ne aiu­ta a con­cen­trar­si meglio sul­la real­tà?

Mi pia­ce il modo in cui hai for­mu­la­to que­sta doman­da. Cre­do che la fin­zio­ne pos­sa por­tar­ci a una mag­gio­re com­pren­sio­ne di noi stes­si, aumen­tan­do le nostre intui­zio­ni nel­le per­ce­zio­ni del­le altre per­so­ne facen­do­ci vive­re attra­ver­so la visio­ne dei nostri per­so­nag­gi, dive­nen­do più auto-coscen­ti di noi stes­si ed empa­ti­ci degli altri. Le nostre real­tà diven­ta­no più pro­fon­de e mul­ti-dimen­sio­na­li. Con Out of It e la mia scrit­tu­ra, direi sicu­ra­men­te che non spie­ga tut­to, ma che for­ni­sce una intro­du­zio­ne ad una situa­zio­ne che mol­ti potreb­be­ro per­ce­pi­re come com­ples­sa o estra­nea. Coin­vol­gen­do emo­ti­va­men­te i let­to­ri è pos­si­bi­le vede­re le situa­zio­ni da una varie­tà di ango­la­zio­ni.

Sel­ma Dab­ba­gh

Qual è sta­ta la par­te più labo­rio­sa duran­te la scrit­tu­ra?

Amo qua­si tut­to del­la scrit­tu­ra. Se dipen­des­se da me, sareb­be l’unico lavo­ro che vor­rei fare. Direi che i dub­bi su me stes­sa sono sta­ti la cosa più dif­fi­ci­le da supe­ra­re con il mio pri­mo libro.

Sel­ma Dab­ba­gh

La que­stio­ne pale­sti­ne­se è una una que­stio­ne di dirit­to inter­na­zio­na­le, poli­ti­ca, socia­le mol­to com­ples­sa da risol­ve­re. Pen­si che sia pos­si­bi­le una solu­zio­ne paci­fi­ca? Le gio­va­ni gene­ra­zio­ni israe­lia­ne e pale­sti­ne­si cre­do­no che esi­sta una pos­si­bi­li­tà per una solu­zio­ne paci­fi­ca rea­le? Cosa ral­len­ta que­sta solu­zio­ne paci­fi­ca? Secon­do te.

(Rispon­de­rò a que­ste due doman­de insie­me)

Qua­si tut­to è pos­si­bi­le se lo desi­de­ri abba­stan­za. La mag­gior par­te dei pale­sti­ne­si non vuo­le altro che cre­sce­re la pro­pria fami­glia in pace, ma la loro situa­zio­ne è sta­ta deli­be­ra­ta­men­te resa insop­por­ta­bi­le. Nel 2015 i rap­por­ti del­le Nazio­ni Uni­te han­no avver­ti­to che entro il 2020 Gaza potreb­be esse­re “ina­bi­ta­bi­le” a cau­sa del bloc­co ille­ga­le israe­lia­no e degli attac­chi mili­ta­ri alle per­so­ne e alle loro infra­strut­tu­re.
Sono sicu­ra che mol­ti gio­va­ni israe­lia­ni apprez­ze­reb­be­ro anche la pace per le gene­ra­zio­ni futu­re, ma non sono con­vin­ta che il loro gover­no lo con­di­vi­da. La loro eco­no­mia è stret­ta­men­te lega­ta agli svi­lup­pi mili­ta­ri, come la tec­no­lo­gia dei dro­ni, e vi è un inte­res­se nazio­na­le ad esse­re in uno sta­to di guer­ra costan­te. Gli israe­lia­ni avreb­be­ro biso­gno di subi­re una rivo­lu­zio­ne in pro­spet­ti­va per fre­na­re l’attuale raz­zi­smo e la bel­li­ge­ran­za che il loro gover­no inco­rag­gia.
I pale­sti­ne­si, da par­te loro, avreb­be­ro biso­gno di assi­cu­rar­si una miglio­re lea­der­ship e mobi­li­ta­zio­ne. È depri­men­te come mol­te ini­zia­ti­ve sui pro­ces­si di pace sem­bri­no esse­re diven­ta­te par­te di un set­to­re che siau­to-ali­men­ta bru­cian­do milio­ni di dol­la­ri e cam­bian­do mol­to poco. Entro il 2014, Israe­le ha distrut­to qua­si 50 milio­ni di dol­la­ri di pro­get­ti finan­zia­ti dall’UE in Pale­sti­na, ma pochi gover­ni euro­pei pre­sn­de­reb­be­ro inc onsi­de­ra­zio­ne anche solo l’idea di rispon­de­re impo­nen­do san­zio­ni ad Israe­le. È mol­to impor­tan­te con­ti­nua­re a fare pres­sio­ne sui gover­ni per garan­ti­re la respon­sa­bi­li­tà e l’applicazione del dirit­to inter­na­zio­na­le.

Sel­ma Dab­ba­gh

La deci­sio­ne di Trump di rico­no­sce­re Geru­sa­lem­me come capi­ta­le d’Israele, che cosa por­te­rà per voi?

Tut­to ciò che il pre­si­den­te Donald Trump fa o dice mi fa rab­bri­vi­di­re. È mol­to dif­fi­ci­le non ave­re una rea­zio­ne pura­men­te istin­ti­va di disgu­sto. È pro­vo­ca­to­rio e spe­ri­co­la­to all’estremo. Come gran par­te del mon­do libe­ra­le e di sini­stra, sono non poco sba­lor­di­ta dal feno­me­no Donald Trump, ma deve esse­re trat­ta­to come un cam­pa­nel­lo d’allarme piut­to­sto che un moti­vo per rinun­cia­re, per quan­to allet­tan­te pos­sa esse­re.
È neces­sa­rio insi­ste­re su stan­dard inter­na­zio­na­li. Geru­sa­lem­me est fu annes­sa ille­gal­men­te da Israe­le duran­te la guer­ra del 1967. Ha una popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se signi­fi­ca­ti­va che subi­sce anco­ra una puli­zia ert­ni­ca dal­la cit­tà sul­la base del­le ori­gi­ni etni­che e del­la nazio­na­li­tà. I ter­ri­to­ri occu­pa­ti ven­go­no requi­si­ti e le case demo­li­te con­tra­ria­men­te alle dispo­si­zio­ni del­la IV Con­ven­zio­ne di Gine­vra. Il gover­no israe­lia­no ha rice­vu­to ilvia libe­ra per con­ti­nua­re con que­ste poli­ti­che raz­zi­ste dal­le azio­ni di Trump. L’effetto di que­ste azio­ni sul­la cre­di­bi­li­tà degli Sta­ti Uni­ti come “media­to­re one­sto” nei nego­zia­ti di pace in Medio Orien­te è ovvio.
Va ricor­da­to che Geru­sa­lem­me non è impor­tan­te solo per i pale­sti­ne­si, ma anche per tut­ti i musul­ma­ni (e cri­stia­ni) a livel­lo glo­ba­le. È il secon­do luo­go di pel­le­gri­nag­gio più impor­tan­te dopo la Mec­ca. Le rami­fi­ca­zio­ni del­la deci­sio­ne ille­ga­le e irre­spon­sa­bi­le di Trump sono enor­mi. In un momen­to in cui le Nazio­ni Uni­te sono più che mai neces­sa­rie, è spre­ge­vo­le che gli Sta­ti Uni­ti abbia­no appe­na taglia­to 285 milio­ni di dol­la­ri in fon­di dal bilan­cio del­le Nazio­ni Uni­te per­ché non han­no otte­nu­to il soste­gno che vole­va per il voto di Geru­sa­lem­me.

Sel­ma Dab­ba­gh

Nel tuo roman­zo i let­to­ri sen­to­no che i per­so­nag­gi espri­mo­no un gran­de biso­gno di nor­ma­li­tà. Aspi­ra­no ad esse­re per­so­ne nor­ma­li alle pre­se con le cose di tut­ti i gior­ni: con lo stu­dio, il lavo­ro, l’amore, anche se la sto­ria sem­bra aver­li appe­san­ti­ti con pesi dif­fi­cil­men­te soste­ni­bi­li. Sen­ti anche que­sto biso­gno di nor­ma­li­tà nel­le nuo­ve gene­ra­zio­ni?

La mag­gior par­te del­le per­so­ne in tut­to il mon­do, non impor­ta da dove ven­go­no, voglio­no dal­la vita solo l’essenziale. Lo psi­co­lo­go ame­ri­ca­no Abra­ham Maslow ha defi­ni­to una gerar­chia di biso­gni, par­ten­do dai biso­gni fisio­lo­gi­ci di base (cibo, acqua, calo­re, ripo­so) e pas­san­do alle que­stio­ni di sicu­rez­za pri­ma di pas­sa­re ai biso­gni psi­co­lo­gi­ci per gli altri e alla pro­pria auto­sti­ma. Que­sti due livel­li infe­rio­ri pos­so­no appa­ri­re così ele­men­ta­ri nei pae­si ric­chi in pace, che desi­de­rar­li può sem­bra­re pede­stre. Il desi­de­rio di que­sti aspet­ti del­la nor­ma­li­tà diven­ta mol­to più inten­so quan­do ven­go­no costan­te­men­te nega­ti in modi diver­si; dove la disoc­cu­pa­zio­ne è alta e la scar­si­tà di cibo è rea­le, non puoi spo­star­ti da una cit­tà all’altra a cau­sa di posti di bloc­co e muri “di sicu­rez­za”, vai a dor­mi­re la not­te sen­za sape­re se la tua casa sarà demo­li­ta al mat­ti­no, tu non puoi com­ple­ta­re la tua edu­ca­zio­ne per­ché la tua uni­ver­si­tà vie­ne costan­te­men­te chiu­sa, o bom­bar­da­ta, i tuoi geni­to­ri non pos­so­no rice­ve­re cure medi­che per­ché non è per­mes­so attra­ver­sa­re il con­fi­ne, o non puoi otte­ne­re un per­mes­so per anda­re nel­la cit­tà dove c’è l’ospedale, i dro­ni guar­da­no ogni tua mos­sa, i bom­bar­da­men­ti aerei sono fre­quen­ti, dove l’acqua è con­ta­mi­na­ta, la tua for­ni­tu­ra di elet­tri­ci­tà poco fre­quen­te, i tuoi ami­ci ven­go­no reclu­ta­ti per com­bat­te­re, la scuo­la o l’ospedale dei tuoi figli potreb­be­ro esse­re attac­ca­ti. In que­ste cir­co­stan­ze, per la mag­gior par­te del­le per­so­ne, l’idea di un lavo­ro sicu­ro a casa e in fami­glia è qua­si il para­di­so al qua­le puoi sogna­re di aspi­ra­re.

Sel­ma Dab­ba­gh

Quan­to è dura­to il pro­ces­so di scrit­tu­ra di Out of it?

Le pri­me note che ho tro­va­to sull’idea dell roman­zo risal­go­no all’incirca al 2002. Poi ho smes­so per mol­to tem­po pri­ma di ini­zia­re a scri­ve­re. La mag­gior par­te è sta­ta scrit­ta nel 2007, ma non è sta­ta pub­bli­ca­ta fino al 2011. È sta­to un lun­go viag­gio.

Sel­ma Dab­ba­gh

Usi mai qual­cu­na del­le tue pau­re o espe­rien­ze per­so­na­li nel­le tue sto­rie?

Sì, ma non nel­la loro inte­rez­za. Le tra­spon­go spes­so su altri per­so­nag­gi o le distor­co in qual­che modo. Inol­tre, come in ogni for­ma di crea­zio­ne arti­sti­ca, puoi spes­so cer­ca­re di rap­pre­sen­ta­re un’emozione o una sce­na esat­ta, ma in real­tà pro­dur­re un’impressione distor­ta di essa, in un modo che pro­du­ce una veri­tà diver­sa.

Sel­ma Dab­ba­gh

Come imma­gi­ni il tuo futu­ro ades­so?

Come si imma­gi­na­no il loro futu­ro le per­so­ne? Sto cer­can­do di non sen­tir­mi dispe­ra­ta per l’atmosfera poli­ti­ca asso­lu­ta­men­te nega­ti­va. A par­te la poli­ti­ca pale­sti­ne­se, a Lon­dra c’è un sen­so di scon­for­to e dispe­ra­zio­ne, da dopo il refe­ren­dum sul­la Bre­xit, che è pal­pa­bi­le; i lon­di­ne­si han­no vota­to in modo schiac­cian­te per rima­ne­re nell’UE. A livel­lo per­so­na­le, i miei figli cre­sco­no velo­ce­men­te e la situa­zio­ne a casa cam­bia di anno in anno in modo signi­fi­ca­ti­vo. Spe­ro di con­ti­nua­re a esse­re in gra­do di scri­ve­re, di tro­va­re pub­bli­co, di gode­re di quel­lo che fac­cio, ma chis­sà cosa por­te­rà il futu­ro. For­se sarò pub­bli­ca­ta da quel­la casa edi­tri­ce alla qua­le ho scrit­to quan­do ave­vo otto anni…

Sel­ma Dab­ba­gh

Gra­zie per la tua gen­ti­lez­za e dispo­ni­bi­li­tà. Vor­rei chiu­de­re que­sta inter­vi­sta chie­den­do­ti qua­li sono i tuoi pro­get­ti futu­ri? C’è un nuo­vo roman­zo in lavo­ra­zio­ne?

Sì. È com­ple­ta­men­te diver­so e qua­si fini­to. Mi è appe­na sta­to com­mis­sio­na­to di scri­ve­re un bre­ve rac­con­to futu­ri­sti­co ambien­ta­to in Pale­sti­na / Israe­le nel 2048 a cui sto lavo­ran­do, insie­me a un gran­de pro­get­to cine­ma­to­gra­fi­co, di cui sono entu­sia­sta. Amo il cine­ma come medium, lavo­ra­re in una squa­dra e il pro­ces­so di scri­ve­re una sce­neg­gia­tu­ra.

Sel­ma Dab­ba­gh

[Rin­gra­zia­mo per la tra­du­zio­ne Davi­de Mana]

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Qui comincia (Radio3) dedica la puntata a Golem XIV, di Stanisław Lem (Editrice il Sirente).
Conduce Attilio Scarpellini.

Qui Comin­cia

I miracoli : Abbas Khider

La Nuo­va Eco­lo­gia (Rober­to Car­vel­li, 5 gen­na­io 2018)

Non sei mai solo

Dalle prigioni di Saddam a Berlino, passando per il tunnel vicino alla stazione Termini di Roma, dove ha “pernottato” per due settimane. A colloquio con Abbas Khider, uno degli scrittori più promettenti nel panorama letterario tedesco

I miracoli : Abbas Khider
Abbas Khi­der, “I mira­co­li”, 2016

Di ori­gi­ne ira­che­na, Abbas Khi­der – nato a Bagh­dad nel 1973 – è uno scrit­to­re tede­sco, di lin­gua tede­sca, con alle spal­le una sto­ria per noi oggi comu­ne ed eti­chet­ta­bi­le come “del migran­te”. E che por­ta sul­le spal­le la sto­ria di un’impasse. Quel­la di chi comun­que non è riu­sci­to a vive­re dove avreb­be dovu­to o potu­to. Que­sto pri­ma di, con e dopo Sad­dam Hus­sein. Una figu­ra che fa da spar­tiac­que alla sto­ria del suo Pae­se. La vita di Khi­der è fat­ta dai foto­gram­mi del­la vicen­da geo­po­li­ti­ca di que­sta nazio­ne medio­rien­ta­le: ha avu­to tem­po di cono­sce­re la sua dit­ta­tu­ra e le pri­gio­ni del regi­me, di vede­re la pri­ma guer­ra del Gol­fo, la for­tu­na di lascia­re l’Iraq nel 1996, pas­san­do clan­de­sti­na­men­te per vari Sta­ti euro­pei in cer­ca di rifu­gio fino al ’99, per sta­bi­lir­si defi­ni­ti­va­men­te in Ger­ma­nia nel Due­mi­la, sal­vo un bre­ve ritor­no in patria nel 2003, vis­su­to col ter­ro­re di esse­re eli­mi­na­to in ogni cir­co­stan­za.

«In quel­la occa­sio­ne mi sono accor­to di esse­re un uomo sen­za sogni e ho capi­to che dove­vo crear­me­ne di nuo­vi, quel­li del Pae­se in cui ero arri­va­to». Così è tor­na­to in Ger­ma­nia. Ora vive a Ber­li­no, dove è inte­gra­to e mol­to cono­sciu­to gra­zie al suc­ces­so dei suoi libri, che lo han­no reso uno degli auto­ri più pro­met­ten­ti del­la sce­na tede­sca. La sua, in defi­ni­ti­va, è la sto­ria dei migran­ti nel­la Ger­ma­nia ai tem­pi del­la Mer­kel, che ha anche incon­tra­to e a cui ha espres­so il suo pun­to di vista con il corag­gio che gli rico­no­scia­mo in que­sto cal­do pome­rig­gio di giu­gno a Roma, dove lo incon­tria­mo, ospi­te del Goe­the insti­tut. Non si può non par­ti­re dal­la Cit­tà eter­na: «L’ultima vol­ta che ci sono sta­to – rac­con­ta – era il 1993. Per due set­ti­ma­ne ho “per­not­ta­to” in un tun­nel vici­no alla sta­zio­ne Ter­mi­ni. Oggi sono qui in uno degli isti­tu­ti di cul­tu­ra più rap­pre­sen­ta­ti­vi del­la cit­tà. E que­sto, più che un mira­co­lo, mi sem­bra pro­prio una favo­la».

Abbas cre­de nei mira­co­li, quel­li che dan­no il tito­lo al suo esor­dio let­te­ra­rio. Il suo roman­zo, costi­tui­to da rac­con­ti tut­ti con­clu­si in sé, è l’annunciazione con­ti­nua di una sor­pre­sa. Lo sor­pren­de la liber­tà in tut­te le sue mani­fe­sta­zio­ni, e il suo stes­so libro è dedi­ca­to “a quel­li che appe­na pri­ma di mori­re sogna­no le ali”. La liber­tà, sco­no­sciu­ta, anche di poter guar­da­re una don­na. E le don­ne fan­no spes­so capo­li­no nei suoi libri, susci­tan­do desi­de­rio e rimar­can­do un’irraggiungibilità.

Le don­ne ci sono nel tuo libro ma sem­bra­no lon­ta­ne.

Nel mio libro rac­con­to la sto­ria di più pro­fu­ghi in fuga ma nei cen­tri di acco­glien­za non c’erano don­ne né c’erano duran­te la fuga. Per que­sto ci sono qua­si solo uomi­ni nel libro. In gene­ra­le, i pro­fu­ghi vedo­no le don­ne come lon­ta­ne. Sono un mito irrag­giun­gi­bi­le. Nel­la real­tà dei pro­fu­ghi le don­ne non esi­sto­no: non pos­so­no incon­trar­le e da loro sono visti come emar­gi­na­ti.

Ma ritor­nia­mo all’Iraq del­la tua pri­gio­nia.

Ero un ragaz­zo gio­va­ne, ave­vo 17 anni duran­te il regi­me del par­ti­to Baʿth e poi all’epoca del­la dit­ta­tu­ra di Sad­dam Hus­sein, che Onu, Sta­ti Uni­ti e altri Pae­si, biso­gna ricor­dar­lo, han­no soste­nu­to quan­do sce­se in guer­ra con­tro l’Iran. In quell’epoca di oppo­si­zio­ne al regi­me mi rico­no­sce­vo e mi con­si­de­ra­vo figlio di quel­la rivo­lu­zio­ne che pro­va­va a ribal­ta­re quel siste­ma. Quel­lo dei libri vie­ta­ti e del­le atti­vi­tà di volan­ti­nag­gio. Ma ho paga­to tut­to a caris­si­mo prez­zo: sono sta­to richiu­so per tre anni sot­to ter­ra con tre pez­zi di pane e tre bic­chie­ri d’acqua al gior­no. Le car­ce­ri all’epoca di Sad­dam era­no ter­ri­bi­li. Ho subi­to vari elet­tro­shock. Eppu­re ho impa­ra­to mol­to dai miei tor­tu­ra­to­ri, ho impa­ra­to quel­la che Han­nah Arendt chia­ma­va la “bana­li­tà del male”. Gli aguz­zi­ni sono per­so­ne come noi. La loro vio­len­za è il pro­dot­to di una cul­tu­ra che biso­gna com­bat­te­re, sono i siste­mi che per­pe­tra­no que­sta vio­len­za, non le per­so­ne.

Ciò non toglie il peso del­la vio­len­za che subi­sco­no sem­pre i pri­gio­nie­ri.

Lì capi­sci che un uomo non è un uomo. E io lì ho capi­to che o mi sui­ci­da­vo o scap­pa­vo. Mol­ti non capi­sco­no che cosa i pro­fu­ghi han­no dovu­to subi­re per deci­de­re di intra­pren­de­re un viag­gio così peri­co­lo­so come quel­lo che por­ta sul­le vostre coste cen­ti­na­ia di miglia­ia di per­so­ne.

In Ger­ma­nia il libro è usci­to nel 2016, l’anno del­la aper­tu­ra tede­sca alla migra­zio­ne.

In Ger­ma­nia sono cam­bia­te mol­te cose in que­sti ulti­mi anni. Dopo l’11 set­tem­bre 2001 le cose sono cam­bia­te un po’ ovun­que, in gene­ra­le. La gen­te è diven­ta­ta sospet­to­sa. Inter­ro­ga­to­ri con­ti­nui e sur­rea­li. Dopo le cose sono tor­na­te nel­la nor­ma­li­tà, poi di nuo­vo il sospet­to ver­so gli ara­bi ai tem­pi dell’Isis e degli atten­ta­ti in Euro­pa. Gli even­ti poli­ti­ci det­ta­no il desti­no pri­va­to di una per­so­na. Improv­vi­sa­men­te se un maroc­chi­no com­bi­na qual­co­sa, tut­ti i maroc­chi­ni sono mal­vi­sti. All’estero non sei mai solo: por­ti con te tut­ta la cul­tu­ra da cui pro­vie­ni.

In più occa­sio­ni ti sei dichia­ra­to con­tro la cul­tu­ra del sospet­to.

È così. Il vero pro­ble­ma sono sem­pre i gio­chi poli­ti­ci. Ad esem­pio, ai tem­pi di Sad­dam era­no i pale­sti­ne­si a svol­ge­re la fun­zio­ne di poli­zia poli­ti­ca del regi­me. Ma que­sta non può diven­ta­re un’equazione “pale­sti­ne­se ugua­le spia”. La sto­ria è cicli­ca: qual­cu­no mi ha det­to che mol­te vil­le sul lago di Como sono di bava­re­si arric­chi­ti­si duran­te il nazi­smo. La sto­ria è spes­so diso­no­re­vo­le e sen­za bon­tà. Ma non sono d’accordo con chi affer­ma che è col­pa di que­sta o quel­la etnia. Sono i siste­mi, lo ripe­to, i col­pe­vo­li, non le etnie.

Che cosa si può fare?

L’importante è cam­bia­re la socie­tà, non segui­re i poli­ti­ci e le loro mani­po­la­zio­ni. Ser­ve esse­re gen­ti­li con i pro­fu­ghi per­ché sono esse­ri uma­ni. Ven­dia­mo le armi e poi ci mera­vi­glia­mo del­la vio­len­za dif­fu­sa: va fat­to un cam­bia­men­to para­dig­ma­ti­co. In ogni caso, io sono uno scrit­to­re non un poli­to­lo­go: cer­co di ana­liz­za­re le pro­ble­ma­ti­che poli­ti­che da un pun­to di vista eti­co. Per que­sto non pos­so esse­re favo­re­vo­le a un’accoglienza chi­rur­gi­ca tipo: solo i siria­ni… E gli altri? Nul­la? Anche se sono ira­che­no non pos­so tol­le­ra­re quan­to suc­ce­de agli afga­ni e agli afri­ca­ni.

Che cosa vuol dire esse­re pro­fu­go?

Non ave­re un luo­go. Quan­do sei in fuga cer­chi un luo­go sicu­ro e que­sto è un dato anche sta­ti­sti­co: solo il 6–7 % arri­va in un luo­go sicu­ro. Sic­co­me lo sai, ti chie­di se avrai un futu­ro e per­di la tua sicu­rez­za, per­di quel­la tran­quil­li­tà inte­rio­re e sai che non tor­ne­rai mai come pri­ma, che rimar­rai schia­vo del­le tue pau­re.

Il tema ambien­ta­le è assen­te dai libri che rac­con­ta­no il mon­do ara­bo, per­ché?

È dif­fi­ci­le par­la­re di ambien­te in Pae­si dove le per­so­ne ven­go­no bru­tal­men­te ucci­se per stra­da e dove l’ambiente è già sta­to distrut­to. Ad esem­pio, nel 2003, quan­do sono rien­tra­to in Iraq, ave­va­no costrui­to un gran­de cen­tro com­mer­cia­le pro­tet­to da sol­da­ti che per­qui­si­va­no e da due car­ri arma­ti, su uno c’era scrit­to: “Vie­ta­to fuma­re den­tro il cen­tro com­mer­cia­le”. Que­sto, per dire, il modo sur­rea­le con cui vie­ne per­ce­pi­to l’ambientalismo in Iraq.

In che rela­zio­ne vedi cul­tu­ra e reli­gio­ne?

Il ter­mi­ne cul­tu­ra è il ter­mi­ne prin­ci­pa­le, la reli­gio­ne una sub­cul­tu­ra. È sot­to­po­sta alla cul­tu­ra gene­ra­le. Quan­do si dice che cri­stia­ne­si­mo ed ebrai­smo fan­no par­te del­la cul­tu­ra euro­pea è vero. Il pro­ble­ma è quan­do la reli­gio­ne diven­ta il ter­mi­ne prin­ci­pa­le da cui dipen­do­no gli altri ter­mi­ni e la cul­tu­ra diven­ta una sub­cul­tu­ra: rischia­mo di fini­re in quell’inferno che abbia­mo cono­sciu­to nel Medioe­vo o in quel­lo in cui sono fini­ti alcu­ni Pae­si ara­bi in que­sta epo­ca. Nel momen­to in cui la reli­gio­ne diven­ta la cul­tu­ra domi­nan­te è come se si rea­liz­zas­se, e si pre­fi­gu­ras­se, una sor­ta di veri­tà asso­lu­ta e che non ci fos­se più la pos­si­bi­li­tà per le per­so­ne di espri­mer­si e pen­sa­re auto­no­ma­men­te.

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Santinaria.it (Ila­ria Gui­dan­to­ni, 1 gen­na­io 2018)

Fuori da Gaza” di Selma Dabbagh

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh
Sel­ma Dab­ba­gh, “Fuo­ri da Gaza”, 2017

Un roman­zo ori­gi­na­le nel­lo sguar­do sul con­flit­to pale­sti­ne­se, attra­ver­so la diver­sa pro­spet­ti­va di due fra­tel­li, Rashid e Iman, che cer­ca­no una via di fuga da Gaza o per Gaza, l’uno cer­can­do di sta­re fuo­ri dal con­flit­to, l’altra immer­gen­do­si nell’impegno civi­le. Il libro, roman­zo a tut­ti gli effet­ti, con una bel­la scrit­tu­ra, flui­da e a trat­ti liri­ca, un’architettura ben equi­li­bra­ta tra rifles­sio­ne inti­ma, dia­lo­ghi, intrec­cio con una vena da noir psi­co­lo­gi­co, met­te in luce come sia ine­vi­ta­bi­le lo sguar­do sull’attualità per chi è lega­to a un Pae­se medio­rien­ta­le.

Il roman­zo Fuga da Gaza dell’autrice anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh, defi­ni­to dal­la BBC Radio ‘Incen­dia­rio’, Guar­dian Book of the year per due anni con­se­cu­ti­vi, segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Gol­fo. E’ inte­res­san­te la scel­ta diver­sa, in qual­che modo accen­na­ta, sen­za diven­ta­re del tut­to tra­spa­ren­te dall’autore, dei due fra­tel­li e anche la rea­zio­ne rispet­to alla rive­la­zio­ne sul­la madre e sul suo pas­sa­to, che voglia­mo lasciar sco­pri­re al let­to­re. Lo sca­vo psi­co­lo­gi­co è ben rita­glia­to dall’autrice che lascia emer­ge­re i carat­te­ri dal­la quo­ti­dia­ni­tà del­la vita e soprat­tut­to riu­ni­sce i pro­ta­go­ni­sti intor­no a Rashid in occa­sio­ne di un inci­den­te, l’arresto per sospet­to di ter­ro­ri­smo, costruen­do un micro­co­smo di per­so­na­li­tà. La nar­ra­zio­ne cat­tu­ra l’attenzione attra­ver­so il disve­lar­si del­le fru­stra­zio­ni come del­le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo, pie­no di con­trad­di­zio­ni, trop­po fami­lia­re con guer­re e con­flit­ti ma per for­tu­na qual­che vol­te ani­mo­so nel non ras­se­gnar­si, anche se con vie che pos­so­no por­ta­re a tra­guar­di mol­to diver­si tra di loro: l’impegno in pri­ma linea, il sacri­fi­cio e il rischio di fini­re car­ne­fi­ce per com­bat­te­re il boia; o in fuga. E’ inte­res­san­te, tro­vo, la posi­zio­ne di Rashid che sen­za giu­di­ca­re chi è atti­vo nell’impegno civi­le, vuo­le tener­si lon­ta­no da tut­to non per pigri­zia, mene­fre­ghi­smo – alme­no così non sem­bra – ma for­se per la voglia di rea­liz­za­re una vita “nor­ma­le”, a pre­scin­de­re se mai sia pos­si­bi­le, da quel­lo sce­na­rio di guer­ra che inva­de tut­te le pagi­ne del­la let­te­ra­tu­ra di quel­le ter­re. La sto­ria comin­cia con Gaza sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fuman­do uno spi­nel­lo sul tet­to del­la casa di fami­glia, dopo aver rice­vu­to una noti­zia impor­tan­te: ha vin­to una bor­sa di stu­dio per Lon­dra, la via di fuga che sta­va aspet­tan­do. Iman, la sua sorel­la gemel­la, un’attivista mol­to rispet­ta­ta per l’impegno sul cam­po, vie­ne con­tat­ta­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le che fre­quen­ta: le pro­pon­go­no di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da… L’azione cor­re tra tra Gaza, Lon­dra e il Gol­fo, il fon­da­men­ta­li­smo e le tra­ge­die quo­ti­dia­ne di una sor­ta di per­pe­tua guer­ra civi­le. Un’autrice che rie­sce ad esse­re nar­ra­to­re a tut­to ton­do sen­za dimen­ti­ca­re il qua­dro poli­ti­co.

Sel­ma Dab­ba­gh (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di padre pale­sti­ne­se e madre ingle­se. La par­te pale­sti­ne­se del­la fami­glia di Sel­ma vie­ne da Jaf­fa, dove suo non­no è sta­to arre­sta­to nume­ro­se vol­te dagli ingle­si per le sue opi­nio­ni poli­ti­che. La fami­glia fu costret­ta a lascia­re Jaf­fa nel 1948, quan­do suo padre, allo­ra un ragaz­zo di die­ci anni fu col­pi­to da una gra­na­ta get­ta­ta dai grup­pi sio­ni­sti. La fami­glia si è rifu­gia­ta in Siria per poi tra­sfe­rir­si in diver­se par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein e ha lavo­ra­to come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra. “Fuo­ri da Gaza” è il suo pri­mo e accla­ma­to roman­zo, Guar­dian Books of the year per due anni con­se­cu­ti­vi è sta­to tra­dot­to in fran­ce­se e ara­bo.

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Avve­ni­re (Ric­car­do Miche­luc­ci, 20 dicem­bre 2017)

Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

Sel­ma Dab­ba­gh
Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

In uno dei suoi ver­si più famo­si, il poe­ta Mah­moud Dar­wish scris­se che il tem­po, a Gaza, «non por­ta i bam­bi­ni dall’infanzia imme­dia­ta­men­te alla vec­chia­ia, ma li ren­de uomi­ni al pri­mo incon­tro con il nemi­co», e che «l’unico valo­re di chi vive sot­to occu­pa­zio­ne è il gra­do di resi­sten­za all’occupante». Sem­bra pren­de­re avvio pro­prio da que­ste paro­le il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh, Fuo­ri da Gaza, appe­na pub­bli­ca­to in ita­lia­no dall’editore Il Siren­te, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni. Un’opera pri­ma che si avven­tu­ra in uno dei ter­re­ni anco­ra ine­splo­ra­ti dal­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea, andan­do a inda­ga­re l’animo più pro­fon­do del­la gio­ven­tù pale­sti­ne­se al tem­po del­la Secon­da Inti­fa­da.

La nar­ra­zio­ne ruo­ta attor­no alla sto­ria dei Muja­hed, una fami­glia medio bor­ghe­se, col­ta e bene­stan­te, la cui casa si ritro­va all’improvviso in mez­zo alle mace­rie del quar­tie­re distrut­to dal­le incur­sio­ni israe­lia­ne. «Ave­va­no demo­li­to ogni strut­tu­ra del vici­na­to, strap­pan­do­la dal­le radi­ci, sca­van­do­ne le fon­da­men­ta. I sol­da­ti, sui loro bull­do­zer gial­li, si era­no diver­ti­ti a inse­gui­re i nuo­vi sen­za­tet­to in quel­la con­fu­sio­ne. Gli albe­ri ave­va­no con­ti­nua­to a bru­cia­re per gior­ni». Iman e Rashid sono due fra­tel­li gemel­li di 17 anni che han­no vis­su­to gran par­te del­la loro vita all’estero e ades­so si ritro­va­no psi­co­lo­gi­ca­men­te intrap­po­la­ti nel­la Stri­scia. Rashid osser­va Gaza attra­ver­so le imma­gi­ni del satel­li­te, e sogna di andar­se­ne. Dall’alto gli appa­re come «un coral­lo essic­ca­to, incre­spa­to, com­par­ti­men­ta­to e sab­bio­so», con «cen­ti- naia di miglia­ia di abi­ta­zio­ni ridot­te a graf­fi su un osso». Dall’altra par­te, quel­la ormai vie­ta­ta ai pale­sti­ne­si, c’è inve­ce «un’elaborata coper­ta dal desi­gn moder­ni­sta. […] Quel­la par­te scin­til­la­va. Pan­nel­li sola­ri e pisci­ne luc­ci­ca­va­no al sole».

Il cam­po pro­fu­ghi di Jaba­liya nel­la stri­scia di Gaza (Ansa)

È lo stes­so con­tra­sto evi­den­zia­to dal­la gior­na­li­sta israe­lia­na Ami­ra Haas quan­do defi­nì Gaza «la con­trad­di­zio­ne del­lo Sta­to d’Israele, demo­cra­zia per alcu­ni, espro­prio per altri». E Dab­ba­gh sce­glie di inda­ga­re pro­prio il signi­fi­ca­to inti­mo di quel ner­vo sco­per­to nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Ambien­ta­to tra Gaza e Lon­dra, il suo roman­zo segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro in mez­zo all’occupazione, al fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e alle varie fazio­ni poli­ti­che. Il padre dei due gio­va­ni è un ex espo­nen­te dell’Olp, vive in esi­lio e non com­pren­de le ragio­ni degli isla­mi­ci, «non ave­va mai avu­to tem­po per la reli­gio­ne e non vede­va alcu­na ragio­ne per cam­bia­re: a tut­ti loro, Dio ave­va a mala pena rivol­to un sor­ri­so ».

La madre ha un pas­sa­to segre­to nei movi­men­ti di lot­ta per la libe­ra­zio­ne del­la Pale­sti­na e vive inve­ce a Gaza, accu­den­do il pri­mo­ge­ni­to, Sabri, costret­to su una sedia a rotel­le dopo aver per­so le gam­be in un atten­ta­to. I due gemel­li pro­ven­go­no da un back­ground pri­vi­le­gia­to, sono pro­fon­da­men­te lega­ti eppu­re diver­si, e le loro stra­de sem­bra­no divi­der­si fin dall’inizio del libro. Pro­prio men­tre Iman vie­ne chia­ma­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le di cui è atti­vi­sta – e che le pro­po­ne di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da – Rashid vie­ne a sape­re di aver vin­to una bor­sa di stu­dio a Lon­dra e tro­va, alme­no appa­ren­te­men­te, la sua via di fuga.

«Non vole­vo rac­con­ta­re sol­tan­to il dilem­ma di una gene­ra­zio­ne di pale­sti­ne­si, tra chi vuo­le resta­re per lot­ta­re e chi inve­ce ha la pos­si­bi­li­tà di fug­gi­re per inse­gui­re i pro­pri sogni – ci spie­ga Dab­ba­gh – ma descri­ve­re il pun­to di rot­tu­ra, il momen­to non ritor­no di cia­scun indi­vi­duo, in ter­mi­ni di scel­ta mora­le. Quel­la sen­sa­zio­ne di sen­tir­si taglia­ti fuo­ri dal­la sto­ria, qual­co­sa che per­si­no mol­ti pale­sti­ne­si che vivo­no sot­to occu­pa­zio­ne dan­no per scon­ta­ta». Oltre al desi­de­rio dei due fra­tel­li di usci­re dal­la sof­fo­can­te con­di­zio­ne di vita del­la Stri­scia di Gaza, c’è infat­ti anche il ten­ta­ti­vo di eva­de­re dal loro pas­sa­to, il sen­so di stra­nia­men­to che pro­va­no all’interno del nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si. Anche la fami­glia del­la scrit­tri­ce ha un pas­sa­to segna­to dall’esilio e dal­la poli­ti­ca. Suo non­no fu impri­gio­na­to dai bri­tan­ni­ci per le sue idee e deci­se di abban­do­na­re Jaf­fa quan­do suo padre, bam­bi­no, rischiò di rima­ne­re ucci­so da una gra­na­ta lan­cia­ta dai para­mi­li­ta­ri sio­ni­sti. Tro­va­ro­no rifu­gio in Siria per poi tra­sfe­rir­si in altre par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh è nata in Sco­zia nel 1970 e ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein, lavo­ran­do come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra.

Cio­no­no­stan­te, assi­cu­ra che la sua sto­ria per­so­na­le non ha influi­to nel­la vicen­da rac­con­ta­ta nel libro: «Non c’è nien­te di auto­bio­gra­fi­co nel roman­zo e io non ho mai vis­su­to a Gaza. Cer­to, sono sta­ta impe­gna­ta poli­ti­ca­men­te e la mia fami­glia è sem­pre rima­sta lega­ta al dram­ma pale­sti­ne­se, ma for­se ha inci­so di più il con­fron­to con le per­so­ne che ho incon­tra­to duran­te la mia atti­vi­tà di avvo­ca­to».

La sto­ria di Rashid e Iman è l’espediente nar­ra­ti­vo attra­ver­so il qua­le Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re le mol­te­pli­ci sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, a inda­ga­re i con­flit­ti inte­rio­ri e il modo in cui la guer­ra, la vio­len­za e il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so influi­sco­no sull’intimità del­le per­so­ne. A rac­con­ta­re non solo l’assedio dei ter­ri­to­ri ma anche quel­lo del­le coscien­ze, con una scrit­tu­ra che – pro­prio come sareb­be pia­ciu­to a Dar­wish – fa par­la­re Gaza «attra­ver­so il san­gue, il sudo­re, le fiam­me». Il pub­bli­co, anche in Pale­sti­na, pare aver accol­to il roman­zo posi­ti­va­men­te: «La gen­te si è rico­no­sciu­ta nel libro – con­clu­de Dab­ba­gh –, tro­var­si in un’opera di fin­zio­ne let­te­ra­ria è sta­to per loro un modo per sen­tir­si vivi, per esse­re ascol­ta­ti. Era la cosa cui tene­vo di più e infat­ti ho cer­ca­to in tut­ti i modi di rap­pre­sen­ta­re quel­la real­tà ter­ri­bi­le nel modo più fede­le pos­si­bi­le». E per due anni con­se­cu­ti­vi il “Guar­dian” lo ha defi­ni­to libro dell’anno.

Un uomo non piange mai : Faïza Guène

UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

In un mede­si­mo ter­re­no pos­so­no cre­sce­re tan­ti albe­ri di diver­se spe­cie. Tut­ti pos­so­no pro­spe­ra­re e dare i frut­ti miglio­ri, come tut­ti pos­so­no pur­trop­po anche sec­car­si o mar­ci­re. Rispon­de­ran­no a quell’humus in manie­ra dif­fe­ren­te, affon­dan­do o meno nel pro­fon­do le pro­prie radi­ci. Ma, cia­scu­no le pro­prie, non potrà rin­ne­gar­le. Espian­ta­ti o tra­pian­ta­ti, con la pro­pria lin­fa. Sen­za che que­sto por­ti in sé un’accezione nega­ti­va, tutt’altro. Poi­ché è stu­pe­fa­cen­te come si sia, alcu­ni ace­ro, altri abe­te, fag­gio, noce… Semi in gra­do di ger­mo­glia­re, frut­ti inca­pa­ci di cader trop­po lon­ta­ni dal­la pian­ta, rami impos­si­bi­li­ta­ti a taglia­re il pro­prio tron­co.
Com’è nel roman­zo Un uomo non pian­ge mai di Faï­za Guè­ne, edi­to da Il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi migran­te e tra­dot­to dal fran­ce­se a ope­ra di Fede­ri­ca Pisto­no, che a que­ste ulti­me due meta­fo­re dedi­ca il tito­lo di altret­tan­ti capi­to­li. E spie­ga: “Lei cono­sce la sto­ria di Babar, il re degli ele­fan­ti? (…) Babar cam­mi­ne­rà impet­ti­to su due zam­pe, indos­se­rà com­ple­ti­ni a tre pez­zi, un cra­vat­ti­no, gui­de­rà un auto deca­pot­ta­bi­le ma sarà sem­pre un ele­fan­te”.
Ecco, que­sto è un libro che, con ridan­cia­no cini­smo, non man­ca occa­sio­ne di sot­to­li­nea­re come la “spe­ci­fi­ci­tà rin­ne­ga­ta” sia una frat­tu­ra, un’incongruenza basi­la­re, ove spes­so si are­na la veri­di­ci­tà di ogni discor­so sull’integrazione. E appun­to evi­den­zia, qua­si riga per riga, la let­tu­ra, pro­fon­da­men­te auto-iro­ni­ca, che del mon­do ren­de il pro­ta­go­ni­sta Mou­rad. Gio­va­ne alge­ri­no natu­ra­liz­za­to fran­ce­se o gio­va­ne fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne, come dovrem­mo defi­nir­lo? Qua­li con­fi­ni, les­si­ca­li e geo­gra­fi­ci, dovrem­mo resti­tuir­gli?
Quel­lo che con­si­de­ro trau­ma­tiz­zan­te è que­sta con­trad­di­zio­ne — dirà lui a un trat­to del roman­zo — Voglio dire, per esse­re com­ple­ta­men­te fran­ce­si, biso­gne­reb­be riu­sci­re a nega­re una par­te del­la pro­pria ere­di­tà, del­la pro­pria iden­ti­tà, del­la pro­pria sto­ria, del pro­prio cre­do… E, per­fi­no ammet­ten­do che sia pos­si­bi­le riu­scir­ci, si ver­reb­be ripor­ta­ti con­ti­nua­men­te alle pro­prie ori­gi­ni. A che sco­po, allo­ra?
Mou­rad, lui, che in pri­ma per­so­na nar­ra que­sto perio­do di malat­tia del padre, lascian­do per altro pre­su­me­re (la dedi­ca indi­ca) un trat­to mol­to auto­bio­gra­fi­co nel rac­con­to di que­sta autri­ce, nata in Fran­cia da geni­to­ri alge­ri­ni e accol­ta “in patria” come por­ta­vo­ce del­le ban­lieue. Lui, che sem­pre lega un epi­so­dio attua­le a un ricor­do di infan­zia, ogni capi­to­lo, soven­te esem­pli­fi­can­do “di pan­cia” nel cibo lo “scon­tro di cul­tu­re”. Com’è ad esem­pio per lo zio Aziz, che sus­sur­ra­va all’orecchio dei mon­to­ni pri­ma di tagliar loro la gola, por­ta­to alla memo­ria da un costo­sis­si­mo ham­bur­ger alla tar­ta­ra: “ecco un tipo di inte­gra­zio­ne in cui non mi rico­no­sce­vo”. Lui, Mou­rad, che, non può dir­lo, ma ormai pre­fe­ri­sce le brio­che al rabar­ba­ro ser­vi­te dal mag­gior­do­mo Mario rispet­to ai makrout e ai gri­wouch amo­re­vol­men­te pre­pa­ra­ti dal­la madre.
Così muo­vo­no i per­so­nag­gi del rac­con­to, cal­za­ti nel­le pro­prie carat­te­riz­za­zio­ni: dal­la madre asfis­sian­te alla sorel­la iper-eman­ci­pa­ta, da chi vuo­le il rim­pa­trio a chi la pro­pria rivin­ci­ta, pas­san­do per il padre (che alla fine ce l’ha con l’indiano che pre­ga Ganesh). Un padre che smen­ti­sce il tito­lo del volu­me e pian­ge: per la figlia ritro­va­ta, per il signi­fi­ca­to di un record spor­ti­vo… Per­ché “nes­su­no ripar­te mai da zero, nem­me­no gli ara­bi, che lo zero lo han­no inven­ta­to, come dice­va mio padre”. Così cia­scu­no di noi por­ta uno sta­to “non zero” nel mon­do. Por­tia­mo il nostro, incon­tria­mo l’altrui. Con dirit­to a un suo­lo, per il nostro albe­ro.

San­zia Mile­si per il Colo­phon

Selma Dabbagh dal 24 al 27 Novembre in Italia per presentare il suo libro “Fuori da Gaza”

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza, ti trascina fino all’ultima pagina, dandoti la possibilità di vivere una storia di “ordinaria” vita palestinese. 

I due gemel­li Rashid e Iman ten­ta­no di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Golfo. Un libro che cat­tu­ra le fru­stra­zio­ni e le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor.

Sel­ma Dab­ba­gh sarà in Ita­lia per pre­sen­ta­re il suo libro

24 Novem­bre a Caglia­ri Festi­val Inter­na­zio­na­le Nues, alle ore 10,00 alla MEM Media­te­ca del Medi­ter­ra­neo (via Mame­li, 164), par­te­ci­pe­rà all’incontro Fem­mi­ni­le mul­ti­cul­tu­ra­le con Sumia Suk­kar (autri­ce del libro “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”) e la sce­neg­gia­tri­ce Fran­ce­sca Ceci, mode­ra l’incontro la gior­na­li­sta Fede­ri­ca Gine­su. Sem­pre il 24 Novem­bre a Caglia­ri alle ore 18,00 pres­so il tea­tro Ts’E (via Quin­ti­no Sel­la) par­te­ci­pe­rà all’incontro Europa_Oltre con Sumia Suk­kar e Rodaan al Gali­di (L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re), tre auto­ri del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te. Nel cor­so dell’evento Gia­co­mo Casti leg­ge­rà alcu­ni bra­ni dei libri pre­sen­ta­ti. Mode­ra Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li (il Siren­te).

Saba­to 25 Novem­bre Sel­ma Dab­ba­gh pre­sen­te­rà il suo libro a Roma pres­so la Libre­ria Griot (via di San­ta Ceci­lia, 1a) con Chia­ra Comi­to (Edi­to­ria­ra­ba) tra­du­ce Fouad Roue­hia, let­tu­re a cura di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li.

Dome­ni­ca 26 Novem­bre pres­so il cir­co­lo Arci Spar­was­ser (via del Pigne­to, 215 Roma) con Moni­ca Usai (Libe­ra con­tro le Mafie) Ric­car­do Nou­ry (Amne­sty Inter­na­tio­nal) e Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li (il Siren­te).

Lune­dì 27 Novem­bre ore 15,30 pres­so la Sala del Con­si­glio del Dipar­ti­men­to di Stu­di Uma­ni­sti­ci dell’Uni­ver­si­tà di Roma Tre con Simo­ne Sibi­lio, Fouad Rouei­ha, mode­ra il prof. Gen­na­ro Ger­va­sio, intro­du­ce la prof. Anna Boz­zo.

Per fini­re sem­pre lune­dì 27 Novem­bre alle ore 18,30 Sel­ma Dab­ba­gh pre­sen­te­rà il suo libro pres­so il Mon­da­do­ri Book­sto­re di via Appia Nuo­va, 56 (Roma) con Anna Maria Gior­da­no (Radio Rai 3), let­tu­re a cura dell’attore Filip­po Caroz­zo, tra­du­ce Fouad Roue­hia.

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

di Delia Vac­ca­rel­lo Glo­ba­li­st

Chi sono i gio­va­ni pale­sti­ne­si? Sia­mo in gra­do di intui­re le loro sto­rie, i sogni, il desi­de­rio di ave­re un futu­ro, le stra­te­gie mes­se in atto per rea­liz­zar­lo? For­se respi­ria­mo un’aria trop­po intri­sa di pre­giu­di­zi, for­se sia­mo tut­ti pre­si nel­la rete di una sof­fo­can­te quan­to dif­fu­sa isla­mo­fo­bia per intra­ve­de­re i pro­fi­li dei ragaz­zi del­la Stri­scia. A far­ci entra­re nel­le vite di Rashid che vuo­le anda­re a stu­dia­re a Lon­dra e di Iman, la sorel­la gemel­la, alla qua­le vie­ne pro­po­sto di far­si esplo­de­re in un attac­co sui­ci­da è Sel­ma Dab­ba­gh con il suo roman­zo “Fuo­ri da Gaza” pub­bli­ca­to e tra­dot­to dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rashid vuo­le anda­re via, anche se lavo­ra in un cen­tro di volon­ta­ria­to, anche se cono­sce il sen­so del­la lot­ta per il suo popo­lo, è “fuo­ri”.

E’ già fuo­ri quan­do ci sono i bom­bar­da­men­ti, e lui fuma uno spi­nel­lo fat­to gra­zie a Glo­ria, la pian­ta di mari­jua­na che col­ti­va con pas­sio­ne, è fuo­ri quan­do vede nel­la sua came­ra dvd con vam­pi­ri e pol­ter­gei­st, è fuo­ri quan­do pen­sa alla ragaz­za che lo fa impaz­zi­re. E quan­do rice­ve la mail con la comu­ni­ca­zio­ne del­la bor­sa di stu­dio per l’Inghilterra sa bene che equi­va­le per lui a una scar­ce­ra­zio­ne.

Iman è den­tro. Ma qual­cu­no vuo­le che lo sia anco­ra di più. “Abbia­mo un com­pi­to per te”, le vie­ne det­to da una don­na che l’avvicina anti­ci­pan­do­le altri con­tat­ti. Vie­ne por­ta­ta a vede­re in una stan­zet­ta i gio­va­ni cor­pi del­le vit­ti­me dell’ultimo bom­bar­da­men­to, la scor­gia­mo inten­ta a osser­va­re un depliant di un cen­tro per i muti­la­ti che ha visi­ta­to mesi addie­tro. E la imma­gi­nia­mo soc­cor­re­re bam­bi­ni con mon­che­ri­ni e tubi­ci­ni in boc­ca. Han­no un fra­tel­lo mag­gio­re che sta fati­co­sa­men­te cer­can­do di scri­ve­re un sag­gio sull’Intifada e che a dif­fe­ren­za di loro ha una vita ormai tra­gi­ca­men­te segna­ta dai bom­bar­da­men­ti, non ha le gam­be e pati­sce i dolo­ri atro­ci del­le pia­ghe sul fon­do schie­na. Con una scrit­tu­ra sen­sua­le, capa­ce di modu­la­re ter­mi­ni raf­fi­na­ti e lin­guag­gio quo­ti­dia­no insie­me a un les­si­co del­la pau­ra e dell’orrore Sel­ma Dab­ba­gh scri­ve un roman­zo d’esordio illu­mi­nan­te, Guar­dian Book of the year per due anni con­se­cu­ti­vi.

La nar­ra­zio­ne di ciò che avvie­ne entro il nucleo fami­lia­re diven­ta spec­chio del­le divi­sio­ni del­la socie­tà pale­sti­ne­se e del modo diver­so di con­ce­pi­re la Resi­sten­za, mol­to influen­za­to dai diver­si approc­ci gene­ra­zio­na­li. Lo sguar­do del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se trat­teg­gia un fuo­ri che appa­re un “non luo­go” tan­to ago­gna­to quan­to irra­giun­gi­bi­le, rap­pre­sen­ta il desi­de­rio non solo di una vita nor­ma­le ma anche di allen­ta­re o dimen­ti­ca­re anche solo per un istan­te l’occupazione, qua­si diven­ta­ta ormai non solo con­di­zio­ne sto­ri­ca e poli­ti­ca dei pale­sti­ne­si ma anche esi­sten­zia­le.

Rashid rie­sce a rag­giun­ge­re il suo “fuo­ri”. Nell’anno lon­di­ne­se, con­qui­sta­to gra­zie alla bor­sa di stu­dio, lo sor­pren­dia­mo chie­der­si qua­le sia il suo dove­re nazio­na­le “strap­pa­to da qual­sia­si luo­go tran­quil­lo gli fos­se sta­to offer­to, spin­to in un mon­do con­flit­tua­le dove non ave­va spa­zio”. Dopo pochi istan­ti lo vedia­mo leg­ge­re una email del fra­tel­lo che lo ripor­ta in Pale­sti­na, che gli nar­ra del­le divi­sio­ni con una par­te dei paren­ti, dovu­te a que­stio­ni poli­ti­che, dell’organizzazione per favo­ri­re colo­ro che non han­no un appar­ta­men­to e vivo­no in ten­da, del­la nuo­va casa lascia­ta dal­la moglie di un uomo col­la­bo­ra­zio­ni­sta dove andran­no, una casa con un giar­di­no auspi­ca­bi­le per chi vive in car­roz­zi­na, dove la madre sta già alle­sten­do un orto.… Rashid è a Lon­dra ma non è a Lon­dra, ades­so che è fisi­ca­men­te “fuo­ri” non può dav­ve­ro esse­re­lo. A strat­to­nar­lo tra Inghil­ter­ra e Gaza sono email, discor­si poli­ti­ci, ma anche gli incu­bi che tur­ba­no il suo son­no. E qui il sen­so del­la nar­ra­zio­ne da sto­ri­co e antro­po­lo­gi­co si fa anche più pro­fon­do. Per quan­to si sogni e real­men­te si vada “fuo­ri”, nul­la è fuo­ri, sem­bra sug­ge­rir­ci l’autrice.

Tra den­tro e fuo­ri nes­su­na dif­fe­ren­za.

10 novem­bre 2017

Selma Dabbagh
ARRIVA IN ITALIAFUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

Sto par­lan­do trop­po, vero? Non rie­sco pro­prio a far­mi entra­re in testa ciò che ho visto”
“Non è qual­co­sa che si pos­sa ‘far entra­re in testa’. E’ trop­po ingiu­sto per far­se­ne una ragio­ne, trop­po inca­si­na­to per sbro­gliar­lo. E se ti sfor­zi di com­pren­der­lo, se in qua­lun­que modo cer­chi una giu­sti­fi­ca­zio­ne, allo­ra sei fot­tu­ta. E noi sia­mo spac­cia­ti”

Pale­sti­na, Gaza, pri­mi anni Due­mi­la. Un gio­va­ne uomo sie­de sul tet­to del­la sua casa, di not­te, e osser­va i bom­bar­da­men­ti che scon­quas­sa­no la Stri­scia. Non occor­re mol­to tem­po per capi­re che sia­mo all’inizio del­la Secon­da Inti­fa­da, una del­le pagi­ne più buie e dolo­ro­se che la popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se abbia vis­su­to.
E’ così che pren­de avvio “Out of it” – “Fuo­ri da Gaza” nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na edi­ta da Il Siren­te – roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALLINTERNO.

Come in altri roman­zi è anco­ra una vol­ta una fami­glia ad esse­re espe­dien­te let­te­ra­rio e cuo­re del­la nar­ra­zio­ne, per­no di una sto­ria che si arti­co­la seguen­do­ne le dina­mi­che inti­me e pro­fon­de, in un con­te­sto tan­to dif­fi­ci­le da spie­ga­re che a vol­te – come in que­sto caso – è mol­to più effi­ca­ce non far­lo. Lascian­do piut­to­sto che sia lo sguar­do dei pro­ta­go­ni­sti – i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, inten­sa­men­te lega­ti eppu­re diver­si – a con­dur­re il let­to­re in un viag­gio attra­ver­so la “bana­li­tà del male” e le sue con­se­guen­ze.

E saran­no pro­prio le divi­sio­ni all’interno del­la fami­glia a far­si spec­chio del­le mede­si­me spac­ca­tu­re in seno ad una socie­tà stan­ca di asse­dio e di occu­pa­zio­ne. Attra­ver­so la sua nar­ra­zio­ne infat­ti Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re in modo sem­pli­ce, ma estre­ma­men­te effi­ca­ce, le calei­do­sco­pi­che sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, in cui tut­to è poli­ti­co, per­si­no l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel far­lo, Dab­ba­gh inclu­de con mae­stria ele­men­ti cen­tra­li del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se, come la dia­spo­ra, il dirit­to al ritor­no, il dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di costruir­si, nell’Altro­ve pos­si­bi­le, una vita nor­ma­le.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHEOSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuo­ri da qui non è più solo il desi­de­rio dei gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti di usci­re dal­la Stri­scia di Gaza che li sof­fo­ca. E’ anche il modo in cui si sen­to­no, in fon­do, fuo­ri dal nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si; è il desi­de­rio di libe­rar­si del­la Pale­sti­na solo per un istan­te, sen­za poter­lo fare. Di poter par­la­re, ogni tan­to, di altro. E’ il non poter dimen­ti­ca­re chi si è, anche quan­do si è Altro­ve. E’ il ten­ta­ti­vo di eva­de­re non solo da un luo­go, ma anche dal­le pres­sio­ni socia­li, dal­le aspet­ta­ti­ve fami­lia­ri, dai ricor­di del pas­sa­to e dal peren­ne para­go­ne con esso. Un fuo­ri che acco­mu­na tut­ti: lo sono Iman e Rashid quan­do lascia­no Gaza, ma anche il loro padre, che nel vil­lag­gio pale­sti­ne­se da cui pro­vie­ne sa di non poter più fare ritor­no.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELLATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attra­ver­so la voce di una gio­va­ne gene­ra­zio­ne spes­so invi­si­bi­le, di cui assai rara­men­te si scri­ve. Che sen­te il peso non solo dell’occupazione, ma soprat­tut­to del­le sue con­se­guen­ze. Quel­le più pic­co­le, inti­me ed appa­ren­te­men­te insi­gni­fi­can­ti, ma che han­no a che fare con una sfe­ra iden­ti­ta­ria e pro­fon­da. Una gene­ra­zio­ne che vor­reb­be, in fon­do, solo una vita nor­ma­le.

Con la sua nar­ra­zio­ne Sel­ma Dab­ba­gh trat­teg­gia per­so­nag­gi cre­di­bi­li con incre­di­bi­le abi­li­tà, arric­chi­ta da pic­co­li ma straor­di­na­ri par­ti­co­la­ri, desti­na­ti a rima­ne­re impres­si a lun­go. E rie­sce nell’impresa di far­ci vede­re il mon­do attra­ver­so il loro sguar­do, che si scam­bia e si alter­na, in un rac­con­to cora­le che uni­sce mol­te voci sen­za con­fon­der­le mai.

***

Si era for­ma­to un capan­nel­lo di per­so­ne intor­no a un con­ta­di­no che sta­va gri­dan­do con dei maz­zi di fio­ri in mano. Tut­ti urla­va­no con­tro la chiu­su­ra del con­fi­ne. Pro­te­sta­va­no per i fio­ri che appas­si­va­no. Per quei fio­ri che sem­bra­va­no met­te­re così seria­men­te a rischio la sicu­rez­za. Per il fat­to che sareb­be sta­ta la fine per lui. Ci avreb­be nutri­to le sue muc­che, con quei fio­ri. Li avreb­be but­ta­ti (la fol­la ama que­ste cose). No, anzi, li avreb­be rega­la­ti a tut­te le don­ne. E infat­ti alcu­ni ragaz­zi si era­no mes­si a cor­re­re in giro con i fio­ri, e Iman si era ritro­va­ta tra le brac­cia un bou­quet bagna­to, da cul­la­re come fos­se un neo­na­to. Riu­sci­va a vede­re tut­ta la sce­na, ma da una cer­ta distan­za, qua­si stes­se acca­den­do dall’altro lato di uno spes­so pan­nel­lo di ple­xi­glas spor­co, uno di quel­li die­tro cui si sede­va­no le loro guar­die. E se ne sta­va fer­ma lì, in mez­zo alla stra­da, immo­bi­le. Atten­den­do solo che quel­la cor­ti­na si alzas­se”.
(Estrat­to da “Fuo­ri da Gaza”, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni).

 

Ceci­lia Dal­la Negra per QCO­DE­Ma­ga­zi­ne

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avu­to biso­gno di trar­re ispi­ra­zio­ne dal­la sto­ria del­la mia fami­glia per dar vita ai Muja­hed, i pro­ta­go­ni­sti del roman­zo, per­ché ci sono espe­rien­ze dolo­ro­se come l’esilio che appar­ten­go­no a tut­te le fami­glie pale­sti­ne­si. Mio non­no veni­va da Jaf­fa, finì in pri­gio­ne più vol­te e rischiò di esse­re assas­si­na­to a cau­sa del suo impe­gno poli­ti­co. Deci­se di andar­se­ne dopo il 1948 quan­do mio padre fu col­pi­to da una gra­na­ta lan­cia­ta da un grup­po para­mi­li­ta­re ebrai­co. Fini­ro­no pri­ma in Siria, quin­di in Kuwait e infi­ne in Gran Bre­ta­gna, dove mio padre conob­be mia madre che è ingle­se. Però la Pale­sti­na non ha mai lascia­to la nostra casa, abbia­mo sem­pre par­te­ci­pa­to a mani­fe­sta­zio­ni, fat­to par­te di Ong e nel­la mia fami­glia allar­ga­ta ci sono sta­ti dei mem­bri dell’Olp».

Nata in Sco­zia nel 1970, dopo aver vis­su­to tra l’Europa e il Medio­rien­te Sel­ma Dab­ba­gh si è sta­bi­li­ta a Lon­dra dove alter­na la sua atti­vi­tà di avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni e il suo soste­gno ai movi­men­ti di soli­da­rie­tà con i pale­sti­ne­si, al suo lavo­ro di scrit­tri­ce. Suoi rac­con­ti sono com­par­si in diver­se rac­col­te, uno è sta­to adat­ta­to per la radio dal­la Bbc, men­tre Fuo­ri da Gaza, pub­bli­ca­to nel­la col­la­na Altria­ra­bi del Siren­te (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, pp. 184, euro 15) è sta­to nomi­na­to libro dell’anno dal Guar­dian nel 2012.

Nel roman­zo è descrit­ta la vita quo­ti­dia­na di una fami­glia pale­sti­ne­se nell’inferno di Gaza, dove gio­va­ni che come Rashid e sua sorel­la Iman, che cer­che­ran­no anche di costruir­si una vita lon­ta­no dal­la guer­ra, tra il Gol­fo e Lon­dra, vedo­no le pro­prie esi­sten­ze stret­te tra i bom­bar­da­men­ti israe­lia­ni e il cre­sce­re del fon­da­men­ta­li­smo isla­mi­co. Un roman­zo che, oltre alla clau­stro­fo­bia di una cit­tà e di un mon­do sot­to asse­dio, evo­ca il desi­de­rio di liber­tà che scuo­te le nuo­ve gene­ra­zio­ni del­le socie­tà medio­rien­ta­li e che ha già ali­men­ta­to le «pri­ma­ve­re ara­be».

Il suo roman­zo sem­bra costrui­to sul­la dia­let­ti­ca che vivo­no i gio­va­ni pale­sti­ne­si che ne sono pro­ta­go­ni­sti tra il voler resta­re per lot­ta­re e le spin­te a fug­gi­re per inse­gui­re le pro­prie aspi­ra­zio­ni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desi­de­ri in una simi­le situa­zio­ne?
È alla ten­sio­ne tra que­sti due sen­ti­men­ti che riman­da l’idea stes­sa del libro: l’essere pron­ti a dare la pro­pria vita per la cau­sa o scap­pa­re da quei luo­ghi. Fin dal tito­lo ingle­se, Out of It, ho cer­ca­to di tene­re insie­me le due dimen­sio­ne di que­sto «fuo­ri»: da un posto fisi­co come da una dimen­sio­ne men­ta­le, o coscien­za poli­ti­ca se si vuo­le. Si trat­ta di un’esplorazione dei diver­si fat­to­ri che han­no fino a oggi spin­to le per­so­ne a rima­ne­re o ad andar­se­ne, a oppor­si al con­te­sto poli­ti­co in cui vivo­no o a disto­glie­re sem­pli­ce­men­te lo sguar­do da tut­to ciò.
In que­sto sen­so, lo spa­zio con­ces­so alla pro­pria indi­vi­dua­li­tà e ai pro­pri desi­de­ri è un tema impor­tan­tis­si­mo. Ricor­do di aver par­te­ci­pa­to a un matri­mo­nio di una fami­glia di Gaza che si svol­ge­va in Gior­da­nia subi­to dopo che gli israe­lia­ni ave­va­no ini­zia­to a bom­bar­da­re la Stri­scia. Un gio­va­ne pre­sen­te scop­piò in lacri­me, in real­tà per­ché si era lascia­to con la fidan­za­ta, e sua sorel­la si rivol­se a lui in modo bru­sco, chie­den­do­gli per­ché faces­se così e per­ché inve­ce non pian­ge­va per il suo popo­lo. Per i pale­sti­ne­si, la sen­sa­zio­ne di non poter inda­ga­re que­sto spa­zio inte­rio­re è spes­so mol­to con­cre­ta.

Ambien­ta­re il libro soprat­tut­to a Gaza ha reso espli­ci­to que­sto con­flit­to che è anche di natu­ra inte­rio­re?
Ho scel­to Gaza per­ché espri­me in modo estre­mo la situa­zio­ne che vivo­no però tut­ti i pale­sti­ne­si. Vole­vo esplo­ra­re il modo in cui il con­te­sto, poli­ti­co, la guer­ra, la vio­len­za, incom­be sul mon­do inte­rio­re di cia­scu­no. Non sta­vo cer­can­do di descri­ve­re Gaza in modo spe­ci­fi­co, quan­to piut­to­sto rac­con­ta­re lo sta­to di guer­ra, di asse­dio, la pres­sio­ne eser­ci­ta­ta sugli indi­vi­dui. Que­sta pres­sio­ne che vivo­no i per­so­nag­gi, i con­flit­ti e le ten­sio­ni in cui sono immer­si, del resto sono stru­men­ti essen­zia­li per un roman­zie­re.

Se gli inter­ro­ga­ti­vi che lo attra­ver­sa­no riguar­da­no gli indi­vi­dui, nel suo libro pre­va­le la dimen­sio­ne cora­le. Lo imma­gi­na come fos­se il roman­zo di un popo­lo?
Spe­ro che que­sto sia il risul­ta­to. Vole­vo cer­ca­re di cat­tu­ra­re diver­se dimen­sio­ni del­la vita pale­sti­ne­se che negli ulti­mi 70 anni si è fat­ta sem­pre più diver­si­fi­ca­ta. I pale­sti­ne­si sono disper­si a livel­lo inter­na­zio­na­le, si sono adat­ta­ti e ope­ra­no in diver­si pae­si e cul­tu­re. Ho scrit­to la mia tesi su tut­ti i meto­di, lega­li o meno, attra­ver­so i qua­li sono sta­ti sepa­ra­ti e divi­si. Mi sono chie­sta che cosa li legas­se anco­ra, mal­gra­do que­sta sepa­ra­zio­ne, e ho deci­so che a far­lo sia la con­sa­pe­vo­lez­za di un’ingiustizia irri­sol­ta. E ognu­no dei per­so­nag­gi del roman­zo ha una rela­zio­ne emo­ti­va diver­sa con que­sto sen­so di ingiu­sti­zia.

Dal­la madre dei pro­ta­go­ni­sti, già atti­va nel Fron­te popo­la­re, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che face­va poli­ti­ca fin da ragaz­zi­na, fino a Iman che appa­re qua­si ten­ta­ta dal mes­sag­gio degli isla­mi­sti, quel­la che lei rac­con­ta è anche, se non soprat­tut­to, una sto­ria di don­ne…
Sareb­be sta­to dif­fi­ci­le non far­lo. Le don­ne sono sta­te coin­vol­te in ogni fase del­la lot­ta pale­sti­ne­se, fin dal­la rivol­ta ara­ba del 1936. Figu­re fem­mi­ni­li sono pre­sen­ti in tut­te le diver­se onda­te del movi­men­to, a par­ti­re da da quel perio­do. E anco­ra oggi. Non si può scri­ve­re que­sta sto­ria sen­za par­la­re del loro ruo­lo e coin­vol­gi­men­to in tut­to ciò.

inter­vi­sta di Gui­do Cal­di­ron per il Mani­fe­sto

Originale e vivida, una nuova voce piena di energia che rimette in scena la storia palestineseAhdaf Soueif

 

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo.

Un libro che cat­tu­ra le fru­stra­zio­ni e le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor, dà al let­to­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re una sto­ria di “ordi­na­ria” vita pale­sti­ne­se. Ti tra­sci­na fino all’ultima pagi­na.

Gaza è sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fuman­do uno spi­nel­lo sul tet­to del­la casa di fami­glia, ha appe­na rice­vu­to una noti­zia impor­tan­te: ha vin­to una bor­sa di stu­dio per Lon­dra, la via di fuga che sta­va aspet­tan­do. Iman, la sua sorel­la gemel­la, un’attivista mol­to rispet­ta­ta per l’impegno sul cam­po, vie­ne con­tat­ta­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le che fre­quen­ta: le pro­pon­go­no di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da… Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Gol­fo, “Fuo­ri da Gaza”, segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor,“Fuori da Gaza”ripercorre le recen­ti vicen­de di un popo­lo, dan­do al let­to­re la pos­si­bi­li­tà di calar­si in una sto­ria di “ordi­na­ria” vita pale­sti­ne­se.

Sel­ma Dab­ba­gh (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di padre pale­sti­ne­se e madre ingle­se. La par­te pale­sti­ne­se del­la fami­glia di Sel­ma vie­ne da Jaf­fa, dove suo non­no è sta­to arre­sta­to nume­ro­se vol­te dagli ingle­si per le sue opi­nio­ni poli­ti­che. La fami­glia fu costret­ta a lascia­re Jaf­fa nel 1948, quan­do suo padre, allo­ra un ragaz­zo di die­ci anni fu col­pi­to da una gra­na­ta get­ta­ta dai grup­pi sio­ni­sti. La fami­glia si è rifu­gia­ta in Siria per poi tra­sfe­rir­si in diver­se par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein e ha lavo­ra­to come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra. “Fuo­ri da Gaza” è il suo pri­mo e accla­ma­to roman­zo, Guar­dian Books of the year per due anni con­se­cu­ti­vi è sta­to tra­dot­to in fran­ce­se e ara­bo.

Tra­dot­to dall’inglese da Bar­ba­ra Beni­ni.

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi
LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Saltinaria.it (Ila­ria Gui­dan­to­ni, 8 otto­bre 2017)

Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi

Il nuo­vo roman­zo alge­ri­no in lin­gua fran­ce­se, gio­va­ni tra­pian­ta­ti a Pari­gi o in Fran­cia, sta regi­stran­do risul­ta­ti inte­res­san­ti. Que­sto libro con­fer­ma la vena poe­ti­ca del­la let­te­ra­tu­ra alge­ri­na fran­co­fo­na, con una scrit­tu­ra leg­ge­ra, curio­sa­men­te imba­star­di­ta dall’oralità dei gio­va­ni, in bili­co tra due spon­de e due cul­tu­re, un espe­ri­men­to feli­ce­men­te riu­sci­to. Un testo di gran­de tri­stez­za e deli­ca­tez­za: il ritrat­to di una fami­glia attra­ver­so la malin­co­nia del­le assen­ze e il dolo­re del­le pre­sen­ze che diven­ta un affre­sco dell’Algeria con­tem­po­ra­nea e del­le con­trad­di­zio­ni di Alge­ri.

Il cuo­re del­la sce­na è un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, uno di quei posti in cui nes­su­no vor­reb­be abi­ta­re…, palaz­zi logo­ra­ti dal tem­po e dal­la sto­ria che con­ser­va­no un fasci­no indi­ci­bi­le e rac­con­ta­no soprat­tut­to dolo­ri e qual­che sogno. Una fami­glia – che diven­ta anche meta­fo­ra di un Pae­se — vive lì, al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Sarah, la sorel­la mag­gio­re, tor­na­ta a casa con un mari­to che sem­bra aver smar­ri­to la ragio­ne e una figlia, pas­sa le sue gior­na­te a dipin­ge­re, un sogno che non si rea­liz­za, una fru­stra­zio­ne fino alla fol­lia, accan­to a un uomo che ha ama­to tan­to ma che non ha sapu­to aiu­ta­re a libe­rar­si dal­la malat­tia men­ta­le. Adel e Yasmi­ne, i suoi fra­tel­li in pas­sa­to mol­to inti­mi, non rie­sco­no più a par­lar­si. Adel ha un segre­to che lo sve­glia nel cuo­re del­la not­te, Yasmi­ne è così bel­la da sem­bra­re un abi­tan­te di un altro pia­ne­ta eppu­re dolo­ran­te, a trat­ti inva­sa dal desi­de­rio irre­pri­mi­bi­le di feli­ci­tà. Attra­ver­so una scan­sio­ne per sce­ne, una sor­ta di mono­lo­ghi in suc­ces­sio­ne, ci resti­tui­ran­no l’affresco del­la fami­glia, nel­la ver­sio­ne inti­ma di ognu­no. Una radio­gra­fia dell’Algeria con­tem­po­ra­nea, ma più in gene­ra­le del­la con­di­zio­ne uma­na, que­sto roman­zo bre­ve o rac­con­to lun­go, una vera nar­ra­zio­ne che sem­bra qua­si una sce­neg­gia­tu­ra, ha con­qui­sta­to il Prix de la Voca­tion. Tra­dot­to dal fran­ce­se con gran­de ele­gan­za da Fede­ri­ca Pisto­no, ci resti­tui­sce tut­ta la poe­sia del­la lin­gua ori­gi­na­ria attra­ver­sa­ta dal­le sono­ri­tà alge­ri­ne, che ren­do­no medi­ter­ra­nea la lin­gua d’Oltralpe con uno sti­le ori­gi­na­le che la nuo­va let­te­ra­tu­ra alge­ri­na, dai tem­pi del­la guer­ra di Indi­pen­den­za, ha sapu­to tro­va­re. In que­sto roman­zo i ter­mi­ni e le atmo­sfe­re “ara­be” si fon­do­no con quel­lo scal­pi­ta­re glo­ba­liz­za­to dei gio­va­ni, le loro delu­sio­ni e pro­ble­mi che met­to­no a fuo­co i con­tra­sti esa­cer­ba­ti tra vec­chie e nuo­ve gene­ra­zio­ni in una cit­tà sen­za lavo­ro e fra tra­di­zio­ne e vita con­tem­po­ra­nea. La fami­glia pro­ta­go­ni­sta rac­con­ta, attra­ver­so la testi­mo­nian­za del­la madre, l’unica sen­za nome, la sto­ria di una don­na che resta sola con tre figli dopo che il mari­to muo­re a cau­sa di un pro­iet­ti­le vagan­te e il dram­ma del sacri­fi­cio e del sogno di un avve­ni­re di suc­ces­so per i pro­pri cari. Le testi­mo­nian­ze si sus­se­guo­no, intrec­cian­do­si ideal­men­te, come davan­ti al tri­bu­na­le del­la vita, fino all’epilogo tra­gi­co di Ham­za (?), vit­ti­ma del­la fol­lia e for­se soprat­tut­to dell’amore per il qua­le sacri­fi­ca tut­to se stes­so, fino alla fru­stra­zio­ne e alla rab­bia che river­sa con­tro se stes­so. In effet­ti però l’autore non espli­ci­ta il fina­le che potreb­be esse­re anche lega­to al desti­no di Adel o di un altro mem­bro del­la fami­glia. Fa da con­tral­ta­re la figlia Mou­na, una papi­cha, che indi­ca in dia­let­to tuni­si­no una ragaz­za fri­vo­la, civet­ta, un po’ leg­ge­ra, a secon­da del con­te­sto, per la sua capa­ci­tà, anco­ra non infran­ta di sogna­re, l’amore che si fa dan­za, con le bal­le­ri­ne ai pie­di che pos­so­no esse­re solo colo­ra­te, mol­to colo­ra­te, mai bian­che e nere, mai trop­po scu­re. Inte­res­san­te let­te­ra­ria­men­te que­sto spi­ra­glio ver­so il mon­do oni­ri­co in una visio­ne iper­rea­li­sti­ca qua­le il rac­con­to dise­gna e la liber­tà con­qui­sta­ta sfi­dan­do il con­for­mi­smo. La dimen­sio­ne del sogno è ali­men­ta­ta dal colo­re che assu­me un valo­re cen­tra­le qua­le spec­chio dei sen­ti­men­ti e del­la con­di­zio­ne dei per­so­nag­gi a comin­cia­re da Alge­ri che alla stre­gua di un per­so­nag­gio è vesti­ta di bian­co, ma non è can­di­da e lumi­no­sa se non nell’apparenza. Così come Sarah sem­bra cer­ca­re nei colo­ri la vita e il colo­re di una vita sem­pre più opa­ca.
Kaou­ther Adi­mi è nata ad Alge­ri nel 1986. Nel 1994, dopo aver tra­scor­so quat­tro anni in Fran­cia, tor­na nel­la sua cit­tà nata­le. Ad Alge­ri si lau­rea in Let­te­ra­tu­ra fran­ce­se. Sta­bi­li­ta­si a Pari­gi nel 2009, ha con­se­gui­to un master in Let­te­re moder­ne e Mana­ge­ment del­le risor­se uma­ne. Nel 2010 l’editore alge­ri­no Bar­za­kh pub­bli­ca il suo pri­mo roman­zo Des bal­le­ri­nes de papi­cha, pub­bli­ca­to nuo­va­men­te da Actes Sud nel 2011, con il tito­lo L’envers des autres. Con que­sto libro la Adi­mi ottie­ne il Prix de la Voca­tion nel 2011. Nell’ottobre 2015 è sta­to pub­bli­ca­to il suo secon­do roman­zo Des pier­res dans ma poche con l’editore Bar­za­kh.

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi
LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

L’Indice Onli­ne (Fran­ce­sca Del Vec­chio, 26 set­tem­bre 2017)

Tabù, silenzi e solitudine

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiIl pri­mo roman­zo di Kaou­ther Adi­mi, gio­va­ne autri­ce alge­ri­na, si inti­to­la Le bal­le­ri­ne di papi­cha. Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2011, è arri­va­to in Ita­lia solo quest’anno, edi­to da Il Siren­te. Oggi, men­tre in Fran­cia esce il suo ulti­mo lavo­ro, Nos Riches­se, s’intravede nel suo per­cor­so nar­ra­ti­vo una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla soli­tu­di­ne del­le ani­me, ai tabù e ai silen­zi tra gene­ra­zio­ni a con­fron­to. Anche in Le bal­le­ri­ne di papi­cha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Haji Yous­sef, Ham­za, com­pon­go­no uno stra­va­gan­te album foto­gra­fi­co fami­lia­re, esi­sten­ze intrec­cia­te eppu­re indi­pen­den­ti; per­so­ne che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to ma che non par­la­no mai dav­ve­ro tra loro. Que­sto roman­zo inti­mo è tale non solo per via dei lega­mi di paren­te­la che inter­cor­ro­no tra i per­so­nag­gi, ma anche per­ché le sto­rie dei sin­go­li sono la meta­fo­ra dell’Algeria: ognu­no con la pro­pria vita, e non esi­sto­no pro­get­ti comu­ni.

Che pae­se è oggi il suo?

È una doman­da piut­to­sto dif­fi­ci­le; ho la mia visio­ne del­le cose, e la mia voce non può cer­to esse­re acco­sta­ta a tut­ti gli alge­ri­ni. Ma que­sto è un pae­se com­pli­ca­to, un con­ti­nuo para­dos­so. Sia­mo il risul­ta­to di una sto­ria, scos­sa trop­pe vol­te, tra Orien­te e Occi­den­te, all’incrocio tra Euro­pa e Afri­ca. In Alge­ria, ognu­no pen­sa a se stes­so, cia­scu­no è inca­stra­to nel­la pro­pria sto­ria per­so­na­le.

Un po’ come i pro­ta­go­ni­sti del suo roman­zo?

Cre­do che que­sta fami­glia sia la meta­fo­ra stes­sa dell’Algeria: quel­le di cui par­lo, sono tre gene­ra­zio­ni che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to, in un palaz­zo del quar­tie­re popo­la­re di Alge­ri. Cia­scun per­so­nag­gio ha il suo “ritrat­to” per­so­na­le. E que­sto mi è ser­vi­to per trat­teg­gia­re gli intrec­ci fami­lia­ri di cui si com­po­ne il roman­zo: madri e figli che comu­ni­ca­no tra loro, sen­za mai par­la­re vera­men­te.

Ogni per­so­nag­gio è dota­to di una spic­ca­ta dimen­sio­ne psi­co­lo­gi­ca e que­sto è indi­ce di una buo­na riu­sci­ta. Si è ispi­ra­ta a qual­cu­no?

Sono per­so­nag­gi inven­ta­ti, ma come ogni roman­zie­re, ho attin­to dal­la real­tà alcu­ne carat­te­ri­sti­che, che ho poi distri­bui­to qua e là tra i miei per­so­nag­gi: all’epoca del­la scrit­tu­ra del libro, nel 2009, vive­vo anco­ra ad Alge­ri. Era­va­mo appe­na venu­ti fuo­ri dagli anni del ter­ro­ri­smo, abbia­mo vis­su­to un momen­to che sem­bra­va eufo­ria. In real­tà si face­va la con­ta dei mor­ti e sta­va­mo all’erta, in atte­sa di un nuo­vo ordi­ne di copri­fuo­co. Una gene­ra­zio­ne, la mia, cre­sciu­ta all’ombra di qual­co­sa di spa­ven­to­so; per que­sto mol­te del­le carat­te­ri­sti­che dei miei per­so­nag­gi sono tipi­che del­la gen­te che vive il Pae­se.

Tut­ti i tuoi per­so­nag­gi sono pro­ble­ma­ti­ci e irri­sol­ti. Tran­ne uno: Mou­na. È un auspi­cio?

Mou­na è il per­so­nag­gio su cui vole­vo foca­liz­za­re l’intero libro. Il tito­lo alge­ri­no è un rife­ri­men­to a que­sto per­so­nag­gio – “papi­cha”, in alge­ri­no vuol dire “ragaz­za gra­zio­sa” – che è gio­va­ne, alle­gra, friz­zan­te. A Mou­na non impor­ta cosa pen­sa­no gli altri. E que­sta è la spe­ran­za miglio­re per tut­to il pae­se.

L’edizione fran­ce­se e quel­la alge­ri­na han­no tito­li diver­si. Come mai?

Il tito­lo ori­gi­na­le in ara­bo, Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, non ha con­vin­to l’editore fran­ce­se per­ché “papi­cha” è una paro­la del ger­go alge­ri­no (in par­ti­co­la­re di Alge­ri e del­la sua regio­ne) di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne per il let­to­re fran­co­fo­no. Così abbia­mo deci­so di inven­ta­re un nuo­vo tito­lo: L’envers des autres. Quan­do sia­mo pas­sa­ti all’italiano, abbia­mo deci­so di tor­na­re alla ver­sio­ne ori­gi­na­le.

Il suo libro ha riscon­tra­to un gran­de suc­ces­so di pub­bli­co in Fran­cia. Cosa si aspet­ta dal quel­lo ita­lia­no?

Sono mol­to curio­sa di sape­re come rea­gi­rà al mio roman­zo. Uno dei miei libri pre­fe­ri­ti è ita­lo-alge­ri­no: Scon­tro di civil­tà per un ascen­so­re a Piaz­za Vit­to­rio, di Ama­ra Lakhous. Sono, quin­di, mol­to feli­ce per la tra­du­zio­ne e la pub­bli­ca­zio­ne.

Il suo ulti­mo libro, Nos riches­ses, rac­con­ta anco­ra di una gene­ra­zio­ne “inter­rot­ta”?

In Nos riches­ses, par­lo del perio­do colo­nia­le alge­ri­no attra­ver­so il dia­rio imma­gi­na­rio di Edmond Char­lot, il pri­mo edi­to­re di Albert Camus. Ma è anche la sto­ria di un quar­tie­re di oggi, 2017, in cui c’è anco­ra la stes­sa libre­ria aper­ta da Char­lot.

L’Indice on-line

Fran­ce­sca Del Vec­chio è gior­na­li­sta. Scri­ve pre­va­len­te­men­te di Este­ri e cul­tu­ra ara­bo-isla­mi­ca

GOLEM XIV : Stanisław Lem
GOLEM XIV di Stanisław Lem

Fantascienza.com (Ema­nue­le Man­co, 27 set­tem­bre 2017)

Con Golem XIV Stanisław Lem ritorna in libreria

Arriverà a novembre un inedito di Stanisław Lem che racconta l’evoluzione e la presa di coscienza di una Intelligenza Artificiale.

Arri­ve­rà a novem­bre Golem XIV, edi­to da Il Siren­te, roman­zo bre­ve che ripor­ta in libre­ria Sta­ni­sław Lem, uno dei pila­stri del­la fan­ta­scien­za mon­dia­le, auto­re del cele­bre Sola­ris e de Il Con­gres­so di futu­ro­lo­gia.

Il volu­me è la ipo­te­ti­ca rac­col­ta di due con­fe­ren­ze di un ciclo di discor­si filo­so­fi­ci tenu­ti una intel­li­gen­za arti­fi­cia­le, un pro­to­ti­po mili­ta­re del­la serie Golem, idea­to per usi mili­ta­ri.

Scrit­to dal pun­to di vista dell’elaboratore, rac­con­ta del­la sua pre­sa di coscien­za e di come, incre­men­tan­do la sua intel­li­gen­za, dia vita a una sin­go­la­ri­tà tec­no­lo­gi­ca.

Dal roman­zo, ine­di­to in Ita­lia e tra­dot­to diret­ta­men­te dal polac­co da Loren­zo Pom­peo, è sta­to trat­to un cor­to­me­trag­gio dispo­ni­bi­le in rete.

Il libro

Que­sto volu­me ripro­du­ce due con­fe­ren­ze di un ciclo di discor­si filo­so­fi­ci tenu­ti dall’ultimo pro­to­ti­po di ela­bo­ra­to­re supe­rin­tel­li­gen­te del­la serie “Golem”. I testi del­la con­fe­ren­za intro­dut­ti­va sul­la natu­ra dell’uomo (“Sui tre aspet­ti dell’uomo”) e del­la con­fe­ren­za XLIII dedi­ca­ta all’intelligenza arti­fi­cia­le (“Su me stes­so”) sono para­bo­le sul­la limi­ta­tez­za del­la com­pren­sio­ne uma­na e sul­la natu­ra dell’intelligenza arti­fi­cia­le. L’edizione qui pro­po­sta, a ven­ti anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne, ripor­ta la pre­fa­zio­ne ori­gi­na­le del dot­tor Irving T. Cre­ve ed è arric­chi­ta da un’introduzione del Gene­ra­le Tho­mas B. Ful­ler II e da una post­fa­zio­ne a cura di Richard Popp.

L’autore

Sta­ni­sław Lem (Leo­po­li 1921 — Cra­co­via 2006) è sta­to auto­re pro­li­fi­co e bril­lan­te che ha coniu­ga­to il gene­re del­la fan­ta­scien­za con il roman­zo filo­so­fi­co. Uno dei suoi roman­zi più cele­bri è Sola­ris. Nel 1972 il regi­sta sovie­ti­co Andrej Arsen’evič Tar­ko­v­skij ne ha trat­to l’omonimo film (da Lem non par­ti­co­lar­men­te ama­to), il cui gran­de suc­ces­so lo ha reso popo­la­re al di fuo­ri del­la sua patria. I suoi libri, alla sua scom­par­sa nel 2006, era­no sta­ti tra­dot­ti in alme­no qua­ran­tu­no lin­gue e han­no ven­du­to oltre ven­ti­set­te milio­ni di copie, facen­do­ne uno degli scrit­to­ri euro­pei più let­ti al mon­do.

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi
LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Emo­zio­ni in font (Vivia­na Cala­bria, 20 set­tem­bre 2017)

Omologazione e intolleranza/Le ballerine di Papicha

Chi ha mai potu­to crea­re una cit­tà così?
Cer­ta­men­te un uomo che non ama né i colo­ri, né il bian­co, né il nero

Il mon­do di Alge­ri è un pic­co­lo mon­do, una taz­zi­na di caf­fè.” Ama­ro aggiun­ge­rei.

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiAlge­ri come un mon­do chiu­so, come la descri­zio­ne di una qual­sia­si nostra pro­vin­cia in cui tut­ti si cono­sco­no, o cre­do­no di cono­scer­si, si salu­ta­no e spes­so si disprez­za­no. A met­te­re in luce que­sto stra­no sen­ti­men­to di comu­ni­tà è una fami­glia mol­to chiac­chie­ra­ta nel quar­tie­re per i com­por­ta­men­ti di alcu­ni dei mem­bri, e altri per­so­nag­gi alla fami­glia in qual­che modo lega­ti. Cono­scia­mo Adel, il figlio bel­lo e male­det­to, odia­to dai suoi coe­ta­ni, e la bel­la Yasmi­ne: due per­so­nag­gi che ricor­da­no un po’ quel­li di Mapo­cho, come se la loro sof­fe­ren­za sia dovu­ta alle gran­di con­trad­di­zio­ni del­la città. Della madre non cono­scia­mo il nome, il padre è mor­to già da diver­si anni e poi c’è la figlia mag­gio­re, una bel­lis­si­ma don­na che ama la pit­tu­ra e che è costret­ta a bada­re il mari­to usci­to fuor di sen­no. Fac­cia­mo la cono­scen­za di Mou­na, la bam­bi­na con le bal­le­ri­ne di papi­cha, l’unica che anco­ra non cono­sce le avver­si­tà del­la vita e che vol­teg­gia sere­na e spen­sie­ra­ta nel­le sue scar­pet­te rosa. E poi ci sono gio­va­ni che si riem­pio­no la boc­ca di gran­di discor­si sul cam­bia­re il pae­se o anda­re via, mostran­do una vio­len­za inau­di­ta che mostra quan­to sia radi­ca­to nel­la socie­tà un cer­to idea­le e un con­for­mi­smo sen­za egua­li.

Chiu­do gli occhi per non vede­re la cit­tà sfi­la­re davan­ti a me, per non vede­re più le stra­de di Alge­ri la Bian­ca. Sol­tan­to gli stra­nie­ri pos­so­no rima­ne­re esta­sia­ti davan­ti al suo bian­co­re. Io, che sono nata qui, che sono sem­pre vis­su­ta in que­sta cit­tà, in cui cer­ta­men­te mori­rò, non ne vedo più il can­do­re, la bel­lez­za o la gio­ia di vive­re, ma sol­tan­to le buche che mi fan­no sob­bal­za­re sul sedi­le, i pic­cio­ni che mi lan­cia­no gli escre­men­ti sul­la testa e i gio­va­ni disoc­cu­pa­ti che che cer­ca­no di rimor­chiar­mi quan­do pas­so. Ah, dimen­ti­ca­vo: le vec­chie! Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no la mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta o di rosa che ti si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no.

Schi­fez­za di vec­chie. Schi­fez­za di cit­tà!”

Leg­ge­re que­sto libro è come pro­fa­na­re un dia­rio segre­to o ascol­ta­re di nasco­sto con­fes­sio­ni costret­te a rima­ne­re nel cuo­re e nel­la men­te. Signi­fi­ca sco­pri­re i segre­ti di una fami­glia e le gran­di dif­fi­col­tà di una cit­tà che tan­ta guer­ra ha dovu­to subi­re, con­ti­nua­men­te con­te­sa tra volon­tà di eman­ci­pa­zio­ne e un pas­sa­to di vio­len­za e pre­giu­di­zi. Sono pro­prio que­sti temi a pren­de­re vita con tan­ta for­za nel­le paro­le di Yasmi­ne, nel suo desi­de­rio di esse­re libe­ra di vive­re la sua gio­vi­nez­za sen­za impo­si­zio­ni di alcun tipo da par­te non solo del pote­re, ma del­la stes­sa popo­la­zio­ne ormai com­ple­ta­men­te in balia del­le altrui deci­sio­ni, in una cit­tà che di bian­co ha solo il colo­re dei palaz­zi, ma non ha nes­sun signi­fi­ca­to di purez­za.

Ma a col­pi­re for­te è anche la madre, la cui assen­za di nome pro­prio mi dà l’idea di un volu­to distac­co nei con­fron­ti del sen­ti­men­to di fami­glia che dovreb­be esser­ci, in un mono­lo­go furio­so e sprez­zan­te. Ritro­via­mo qui la volon­tà di omo­lo­ga­zio­ne che qua­lun­que gover­no non demo­cra­ti­co vor­reb­be per i pro­pri cit­ta­di­ni, un sen­ti­men­to così gran­de e pro­fon­do di ver­go­gna nei con­fron­ti dei figli così diver­si dagli altri, tan­to da por­tar­la a fare il test del DNA per ben due vol­te per assi­cu­rar­si che non ci sia­no sta­ti erro­ri, da far­ne pro­va­re altret­tan­ta a me di ver­go­gna nei suoi con­fron­ti e in ciò che cau­se­rà.

Sono pro­prio figli miei. Tut­ti e tre. Nutri­vo la segre­ta spe­ran­za che uno di loro fos­se sta­to malau­gu­ra­ta­men­te scam­bia­to in cul­la, ma non è così.”

Quando studiavamo in America : Beppi Chiuppani

[vc_custom_heading text=““Quando stu­dia­va­mo in Ame­ri­ca“ di Bep­pi Chiup­pa­ni” font_container=“tag:h1|font_size:46|text_align:left” use_theme_fonts=“yes” link=“url:https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fevents%2F168754983694292|title:%22Quando%20studiavamo%20in%20America%22%20di%20Beppi%20Chiuppani|target:%20_blank|”][vc_custom_heading text=“Bassano del Grap­pa, 16 set­tem­bre 2017” font_container=“tag:h1|font_size:23|text_align:left|color:%23444444” use_theme_fonts=“yes” link=”|||” css=”.vc_custom_1504359960783{padding-bottom: 30px !impor­tant;}”]Quando studiavamo in America : Beppi ChiuppaniBep­pi Chiup­pa­ni pre­sen­ta alle ore 17:30 il suo ulti­mo roman­zo nel­la sua Bas­sa­no, in una tra le più bel­le libre­rie d’Italia, la libre­ria Palaz­zo Rober­ti in via Jaco­po da Pon­te n. 34.

Roman­zo d’idee sul siste­ma uni­ver­si­ta­rio ame­ri­ca­no, “Quan­do stu­dia­va­mo in Ame­ri­ca” è uno dei pri­mis­si­mi testi let­te­ra­ri pub­bli­ca­ti in Ita­lia sull’esperienza di un “cer­vel­lo in fuga” negli Sta­ti Uni­ti. Il pro­ta­go­ni­sta rico­strui­sce in pri­ma per­so­na la sto­ria di un suo ami­co e col­le­ga di dot­to­ra­to, allon­ta­na­to­si miste­rio­sa­men­te e sen­za pre­av­vi­so da Chi­ca­go. Si trat­ta di un testo ibri­do che rien­tra in una sta­gio­ne di sag­gi­smo spe­ri­men­ta­le: allo stes­so tem­po sag­gio, roman­zo e memoir, e sfrut­ta la com­mi­stio­ne dei tre gene­ri pro­prio per sot­trar­si a ciò che il pro­ta­go­ni­sta dell’opera cri­ti­ca di più, ovve­ro l’eccessiva pro­fes­sio­na­liz­za­zio­ne del sape­re uma­ni­sti­co e la sua deri­va con­ser­va­tri­ce e pro­dut­ti­vi­sti­ca. Il libro non man­ca infi­ne di offri­re una nuo­va, ger­mi­na­le, visio­ne per l’università uma­ni­sti­ca del nostro pae­se.

Bep­pi Chiup­pa­ni, cre­sciu­to a Bas­sa­no del Grap­pa, si è dedi­ca­to alla cul­tu­ra uma­ni­sti­ca euro­pea a Pado­va, Pari­gi e Lisbo­na, e ha inda­ga­to le tra­di­zio­ni let­te­ra­rie del Medio Orien­te al Cai­ro (Ame­ri­can Uni­ver­si­ty) e a Dama­sco (Insti­tut Fra­nçais d’Études Ara­bes). Ha quin­di otte­nu­to il dot­to­ra­to in Let­te­ra­tu­ra Com­pa­ra­ta pres­so la Uni­ver­si­ty of Chi­ca­go, dove è sta­to per anni atten­to osser­va­to­re del­la socie­tà nor­da­me­ri­ca­na. È nar­ra­to­re e sag­gi­sta, e Medio Occi­den­te è il suo pri­mo roman­zo.

Ucraina terra di confine : Massimiliano Di Pasquale
UCRAINA TERRA DI CONFINE di Massimiliano Di Pasquale

La nuova Ucraina – Intervista a Massimiliano di Pasquale (Parte I)

di Simo­ne Zuc­ca­rel­li, “Il Caf­fè Geo­po­lit­co” (29 ago­sto 2017)

Ucraina terra di confine : Massimiliano Di PasqualeA più di tre anni di distan­za dall’inizio del­la guer­ra in Ucrai­na mol­ti aspet­ti lega­ti alla stes­sa riman­go­no poco cono­sciu­ti al gran­de pub­bli­co: si ten­de a sem­pli­fi­ca­re le dina­mi­che che l’hanno gene­ra­ta, a igno­ra­re la sto­ria dell’area e si cade spes­so vit­ti­ma di vere e pro­prie fake news. Abbia­mo deci­so di inter­vi­sta­re Mas­si­mi­lia­no di Pasqua­le, pro­fon­do cono­sci­to­re del­la real­tà del Pae­se, per fare un po’ di chia­rez­za sul­la vicen­da e le sue riper­cus­sio­ni

1. Nel 2013, pochi mesi pri­ma dell’inizio del con­flit­to in Ucrai­na, è usci­to “Ucrai­na on the Road”, il reso­con­to del tuo viag­gio in un Pae­se da te descrit­to come sospe­so tra Euro­pa e Rus­sia. A distan­za di quat­tro anni cosa è cam­bia­to?

Il libro – si trat­ta del secon­do libro sul Pae­se, per­ché pri­ma era usci­to “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne” (2012) – fa rife­ri­men­to al viag­gio effet­tua­to nel 2012. Mi fu chie­sto di aggior­na­re la Ukrai­ne Bradt Tra­vel Gui­de, una gui­da turi­sti­ca in ingle­se. Per tale ragio­ne viag­giai per cir­ca 40 gior­ni in Ucrai­na – accom­pa­gna­to da un ami­co. Era un viag­gio, dun­que, nell’Ucraina del 2012. Essen­do tor­na­to nel Pae­se anche l’anno suc­ces­si­vo ho inse­ri­to anche qual­che impres­sio­ne deri­van­te dal­la visi­ta del 2013, qual­che mese pri­ma dell’inizio di Euro­mai­dan. L’Ucraina, da allo­ra, è cam­bia­ta tan­tis­si­mo. Mai­dan e la guer­ra in Don­bas l’hanno tra­sfor­ma­ta: c’è sta­to un muta­men­to di pro­spet­ti­va – con una mag­gio­re spin­ta per l’integrazione con l’Occidente – e c’è la gran­de for­za tra­smes­sa dal­la Rivo­lu­zio­ne del­la Digni­tà – e para­dos­sal­men­te anche dall’invasione rus­sa che ha coa­gu­la­to il Pae­se. Non esi­ste più un’Ucraina divi­sa tra Est e Ove­st – tra l’altro, la dia­let­ti­ca di un Est rus­so­fo­no e un Ove­st ucrai­no­fo­no è sem­pre sta­ta sem­pli­fi­ca­tri­ce e per cer­ti ver­si fuor­vian­te, a dif­fe­ren­za di quel­la cit­tà-cam­pa­gna che inve­ce è otti­ma car­ti­na al tor­na­so­le per leg­ge­re le spe­ci­fi­ci­tà cul­tu­ra­li e antro­po­lo­gi­che di que­sta ter­ra. Putin, para­dos­sal­men­te, è sta­to uno dei prin­ci­pa­li fat­to­ri uni­fi­can­ti. Il Pae­se è com­ple­ta­men­te stra­vol­to, abbia­mo assi­sti­to a una vera e pro­pria rivo­lu­zio­ne coper­ni­ca­na. Cer­to le rifor­me non pro­ce­do­no sem­pre velo­ce­men­te – sicu­ra­men­te non velo­ce­men­te quan­to vor­reb­be l’UE o gli stes­si ucrai­ni –, occor­re fare di più sul fron­te del­la lot­ta alla cor­ru­zio­ne, ma l’Ucraina ha ade­ri­to all’accordo di asso­cia­zio­ne con UE e sono sta­ti fat­ti signi­fi­ca­ti­vi pas­si in avan­ti ver­so lo sta­bi­li­men­to di una libe­ral-demo­cra­zia in sen­so occi­den­ta­le. Inol­tre i cit­ta­di­ni si rico­no­sco­no nei valo­ri dell’unità nazio­na­le, come dimo­stra­no le tan­tis­si­me mani­fe­sta­zio­ni in cit­tà con­si­de­ra­te, pri­ma, filo­rus­se. Indub­bia­men­te, l’Ucraina del mio libro è, in par­te, un Pae­se che non esi­ste più.

2. Duran­te il tuo viag­gio pre­ce­den­te alla “Rivo­lu­zio­ne del­la Digni­tà” ave­vi avu­to qual­che sen­to­re di ciò che sta­va per acca­de­re? Qual è la ragio­ne prin­ci­pa­le che ha con­dot­to a un muta­men­to così repen­ti­no?

Par­lan­do con la gen­te ave­vo com­pre­so che il mal­con­ten­to era enor­me soprat­tut­to dopo quel­lo che era avve­nu­to nel 2012. Nel giu­gno 2012, pri­ma del­le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri di otto­bre, Yanu­ko­vych, per ingra­ziar­si l’elettorato rus­so­fo­no, ave­va fat­to appro­va­re una leg­ge sul­le mino­ran­ze lin­gui­sti­che che era in real­tà un esca­mo­ta­ge per con­ce­de­re al rus­so lo sta­tus di lin­gua uffi­cia­le. Alle ele­zio­ni par­la­men­ta­ri la vit­to­ria del Par­ti­to del­le Regio­ni (30%) che, gra­zie all’alleanza con i comu­ni­sti di Symo­nen­ko (13%), riu­scì a otte­ne­re la mag­gio­ran­za dei 450 seg­gi del­la Rada, fu in defi­ni­ti­va il frut­to di un voto carat­te­riz­za­to da gra­vi irre­go­la­ri­tà (fro­di e fal­si­fi­ca­zio­ni in sede di voto e con­teg­gio) e dal­la rein­tro­du­zio­ne di una leg­ge elet­to­ra­le “ibri­da”. La stes­sa leg­ge che nel 2002 ave­va per­mes­so all’ex pre­si­den­te Leo­nid Kuch­ma, scon­fit­to al pro­por­zio­na­le, di assi­cu­rar­si la mag­gio­ran­za par­la­men­ta­re, con­sen­tì a Vik­tor Yanu­ko­vych di man­te­ne­re il pote­re sal­da­men­te nel­le pro­prie mani. Con il siste­ma elet­to­ra­le pre­ce­den­te, l’opposizione avreb­be vin­to. Gli ucrai­ni ave­va­no dato a Yanu­ko­vych l’ultima chan­ce: fir­ma­re l’accordo di inte­gra­zio­ne con UE. La retro­mar­cia improv­vi­sa sul­lo stes­so, nel novem­bre del 2013, dà ini­zio a tut­to. Quel­la fir­ma avreb­be inse­ri­to l’Ucraina in un siste­ma di rego­le che avreb­be potu­to scon­fig­ge­re, per­lo­me­no in par­te, la cor­ru­zio­ne – anche se i livel­li era­no tal­men­te ele­va­ti che pro­ba­bil­men­te tut­ti sape­va­no che fos­se una spe­ran­za qua­si vana – e rimet­te­re il Pae­se sul­la giu­sta via del­lo svi­lup­po. Sva­ni­ta anche quest’ultima pos­si­bi­li­tà per gli ucrai­ni non è rima­sta altra via che il Mai­dan.

3. Alcu­ni ana­li­sti e poli­ti­ci – come E. Lucas nel libro The New Cold War o J. McCain pri­ma, duran­te e dopo la sua cor­sa alla pre­si­den­za ame­ri­ca­na con­tro Oba­ma – ave­va­no mes­so in guar­dia ver­so una Rus­sia sem­pre più revan­sci­sta. Sono sta­ti, sostan­zial­men­te, igno­ra­ti. Per qua­le ragio­ne?

Non è faci­le rispon­de­re a que­sto que­si­to. Si può dire, ad esem­pio, che quel­lo che Lucas, in modo pro­fe­ti­co, ha scrit­to, ha avu­to la sua mani­fe­sta­zio­ne empi­ri­ca già con la guer­ra in Geor­gia (2008). “La Nuo­va Guer­ra Fred­da” infat­ti uscì un anno pri­ma del con­flit­to ma, nono­stan­te ciò, fu igno­ra­to e/o osteg­gia­to. I moti­vi sono mol­ti: ragio­ni di oppor­tu­ni­smo poli­ti­co, ata­vi­ca pau­ra di irri­ta­re la Rus­sia, la pre­oc­cu­pa­zio­ne, soprat­tut­to in Ita­lia, di esse­re tac­cia­ti di filoa­me­ri­ca­ni­smo o rus­so­fo­bia quan­do si cri­ti­ca Mosca. Sicu­ra­men­te c’è sta­ta una sot­to­va­lu­ta­zio­ne di que­sto peri­co­lo. Non è un caso che i moni­ti di Lucas sia­no sta­ti rece­pi­ti sola­men­te in Pae­si come la Polo­nia e i Bal­ti­ci che cono­sce­va­no benis­si­mo la minac­cia rus­sa e sape­va­no quan­to fos­se rea­le. Poco dopo la guer­ra in Geor­gia, chie­si a Gra­zio­si – sto­ri­co e sovie­to­lo­go di fama inter­na­zio­na­le, per­so­na col­ta e pre­pa­ra­ta –  se aves­se sen­so par­la­re di nuo­va guer­ra fred­da come soste­ne­va Lucas. Mi rispo­se che par­la­re di guer­ra fred­da in quel momen­to era una scioc­chez­za incre­di­bi­le. E par­lia­mo di un acca­de­mi­co serio, uno dei pochi in Ita­lia che ha stu­dia­to appro­fon­di­ta­men­te l’Unione Sovie­ti­ca. Ser­gio Roma­no, da sem­pre su posi­zio­ni filo­rus­se, bol­lò quel­la di Lucas come una pro­vo­ca­zio­ne. In real­tà que­sto atteg­gia­men­to aggres­si­vo da par­te del­la Rus­sia ini­zia a mani­fe­star­si chia­ra­men­te intor­no al 2004/2005 quan­do l’Ucraina vive la Rivo­lu­zio­ne Aran­cio­ne. Mosca ini­zia ad ave­re pau­ra di uno sce­na­rio di una socie­tà aper­ta, libe­ra­le e demo­cra­ti­ca e teme una rivo­lu­zio­ne colo­ra­ta sul­la Piaz­za Ros­sa. È da quel momen­to che comin­cia a inten­si­fi­car­si anche tut­ta l’azione di pro­pa­gan­da e ini­zia­no a dif­fon­der­si let­tu­re geo­po­li­ti­che di un cer­to tipo – come quel­la dell’Eurasia di Dugin, teo­ri­co pri­ma mes­so in dispar­te. Il libro di Lucas dove­va esse­re illu­mi­nan­te ma, in Ita­lia, è sta­to let­to come una pro­vo­ca­zio­ne anti­rus­sa. In real­tà, addi­rit­tu­ra Lucas ha sot­to­sti­ma­to alcu­ne que­stio­ni in quan­to pen­sa­va soprat­tut­to a pos­si­bi­li azio­ni rus­se nel cam­po eco­no­mi­co e ciber­ne­ti­co.

4. Quel­lo che è suc­ces­so è sta­to, dun­que, più gra­ve di ciò che Lucas pro­no­sti­ca­va. Secon­do te, oggi, c’è con­sa­pe­vo­lez­za di quan­to suc­ces­so sia a livel­lo di opi­nio­ne pub­bli­ca che di deci­sion-maker?

Asso­lu­ta­men­te no. Anzi, è scon­cer­tan­te come a destra e a sini­stra – oltre che tra i popu­li­sti – sia pre­sen­te la reto­ri­ca del­la “Rus­sia umi­lia­ta”, degli “ucrai­ni fasci­sti”… sono in pochi a rac­con­ta­re quel­lo che è real­men­te suc­ces­so in modo obiet­ti­vo. L’Italia non ha capi­to cosa è suc­ces­so in Ucrai­na anche per­ché l’informazione non c’è sta­ta. Ora devo rac­con­ta­re que­sto aned­do­to. Ai tem­pi di Euro­mai­dan, veni­vo inter­vi­sta­to dai media qua­si ogni gior­no per­ché sape­va­no che ero una per­so­na che si occu­pa­va da anni di Ucrai­na e la cono­sce­vo bene. Da quan­do la Rus­sia ha inva­so la Cri­mea non mi han­no più chia­ma­to né in radio né in tele­vi­sio­ne e anche i gior­na­li con cui col­la­bo­ra­vo accam­pa­va­no le scu­se più impro­ba­bi­li per rifiu­ta­re la mia col­la­bo­ra­zio­ne. Ora, improv­vi­sa­men­te sono diven­ta­to uno che non sa più nien­te? Pro­ba­bil­men­te, dava fasti­dio il fat­to che rac­con­ta­vo una real­tà mol­to diver­sa da quel­la dei media main­stream che, come dimo­stra­to nel mio arti­co­lo per Stra­de, spes­so tra­smet­to­no linee vici­ne a Mosca. Il fat­to di esse­re bom­bar­da­ti ogni gior­no da cat­ti­va infor­ma­zio­ne ha fat­to sì che in Ita­lia la gen­te non sa cosa è suc­ces­so, ma non è col­pa loro! Col­pi­ti dal­la disin­for­ma­zio­ne, che vie­ne per­si­no dai media main­stream, sareb­be dif­fi­ci­le aspet­tar­si un esi­to dif­fe­ren­te.

5. Il 2016 è sta­to l’anno del­la “post-veri­tà”. Le noti­zie fal­se, distor­te o pro­pa­gan­di­sti­che han­no un peso nel modo attra­ver­so il qua­le vie­ne per­ce­pi­ta la poli­ti­ca este­ra e inter­na del­la Fede­ra­zio­ne Rus­sa nei Pae­si occi­den­ta­li? In che ter­mi­ni? Qua­li sono, bre­ve­men­te, le stra­te­gie uti­liz­za­te da Mosca in que­sto cam­po?

Doman­da mol­to inte­res­san­te ma ci vor­reb­be tan­to per rispon­de­re. Qui si entra dav­ve­ro in un argo­men­to immen­so. Pos­sia­mo rifar­ci alla dot­tri­na del gene­ra­le rus­so Gera­si­mov: secon­do lui l’infor­ma­tion war­fa­re ha lo stes­so peso, se non supe­rio­re, di quel­lo che pos­so­no ave­re le for­ze arma­te o l’aviazione. Ed è un’arma note­vo­le per­ché è capa­ce di crea­re mol­ta con­fu­sio­ne e incer­tez­za nei Pae­si col­pi­ti, soprat­tut­to quel­li più vici­ni, sto­ri­ca­men­te, alla Rus­sia. In Ita­lia, ad esem­pio, ha fun­zio­na­to e sta fun­zio­nan­do mol­to. Ricol­le­gan­do­ci anche a quan­to det­to in pre­ce­den­za, l’azione di pro­pa­gan­da è aggra­va­ta dal fat­to che l’Ucraina, da noi, è spes­so sta­ta vista qua­si come un’appendice del­la Rus­sia: nes­sun gior­na­le o orga­no di stam­pa o tv ha mai avu­to un cor­ri­spon­den­te da Kyiv. La Rus­sia, tra l’altro, è for­te e ha pre­pa­ra­to da tem­po la guer­ra. Diver­si cen­tri di cul­tu­ra ita­lo-rus­sa si sono tra­sfor­ma­ti, in que­sti anni, in veri e pro­pri cen­tri di pro­pa­gan­da. L’Italia, dun­que, è diven­ta­to uno dei prin­ci­pa­li Pae­si nel qua­le la pro­pa­gan­da rus­sa ha attec­chi­to mag­gior­men­te. Para­dos­sal­men­te, anche in Pae­si sto­ri­ca­men­te con­si­de­ra­ti più filo­rus­si – come Fran­cia e Ger­ma­nia – la pro­pa­gan­da ha attec­chi­to mol­to di meno che da noi, per­ché gli orga­ni di infor­ma­zio­ne han­no dato ampio spa­zio a una nar­ra­zio­ne ogget­ti­va di quan­to acca­de­va in Ucrai­na. In Ita­lia lo han­no fat­to in pochi.

6. Qual è la situa­zio­ne attua­le nel Don­bas e in Cri­mea?

Nel Don­bas c’è una guer­ra che, tec­ni­ca­men­te, si potreb­be dire a bas­so livel­lo di inten­si­tà – che, però, si alza ogni vol­ta assi­stia­mo a qual­che suc­ces­so da par­te del gover­no di Kyiv: la sera del­la fina­le dell’Eurovision, ad esem­pio, c’è sta­to un attac­co da par­te di mili­zia­ni filo­rus­si e pro­xies rus­si, la stes­sa cosa è acca­du­ta il pri­mo gior­no in cui gli ucrai­ni pote­va­no viag­gia­re in Euro­pa sen­za il visto. Ogni tan­to, dun­que, la tre­gua è inter­rot­ta da for­ti attac­chi. La Rus­sia, poi, non sta rispet­tan­do gli accor­di di Min­sk e, di con­se­guen­za, è dif­fi­ci­le ipo­tiz­za­re una solu­zio­ne in bre­ve tem­po per il Don­bas. In Cri­mea la situa­zio­ne è diver­sa per­ché è sta­ta pre­sa e annes­sa – con un refe­ren­dum non rico­no­sciu­to da nes­su­no, non lega­le dal pun­to di vista del dirit­to inter­na­zio­na­le e in vio­la­zio­ne del Memo­ran­dum di Buda­pe­st del 1994 – sen­za vio­len­za. Ciò è sta­to pos­si­bi­le uni­ca­men­te per­ché è sta­to ordi­na­to – sot­to pres­sio­ni sia dell’UE che degli Sta­ti Uni­ti – alle trup­pe ucrai­ne di riti­rar­si sen­za com­bat­te­re per pau­ra che sareb­be scop­pia­ta una guer­ra più este­sa. Dal pun­to di vista eco­no­mi­co la situa­zio­ne è pes­si­ma: pri­ma era una ter­ra che vive­va di turi­smo, ora è com­ple­ta­men­te mili­ta­riz­za­ta, i tata­ri sono sta­ti qua­si tut­ti cac­cia­ti, gli ucrai­ni se ne stan­no andan­do e la stan­no ripo­po­lan­do con per­so­ne che ven­go­no dal­la Rus­sia – in mag­gio­ran­za paren­ti di mili­ta­ri di stan­za nel­la peni­so­la. Que­sta è la situa­zio­ne attua­le in Cri­mea.

Fine pri­ma par­te

Vita: istruzioni per l
VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giu­sep­pe Accon­cia, “Nazio­ne India­na” (12 ago­sto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, 266 pag., 18 euro) rac­con­ta il Cai­ro come pochi auto­ri egi­zia­ni han­no sapu­to fare negli ulti­mi decen­ni. Lo scrit­to­re, auto­re tra le altre ope­re di “Rogers” (2010), è sta­to con­dan­na­to a due anni, e in segui­to rila­scia­to, per il lin­guag­gio “osce­no” dei suoi roman­zi. Un testo post-moder­no che sfi­da qual­sia­si pre­con­cet­to sul Cai­ro, ne resti­tui­sce atmo­sfe­re sur­rea­li al limi­te del­la nou­vel­le vague, sul­la scia di pel­li­co­le di suc­ces­so, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che rac­con­ta con gli occhi di un grup­po di gio­va­ni il cen­tro nove­cen­te­sco del­la capi­ta­le egi­zia­na. “Nel­la mia infan­zia, tut­ti i miei ami­ci era­no affa­sci­na­ti dal mito di un mon­do glo­ba­liz­za­to. Ma ho cer­ca­to di supe­ra­re gli ste­reo­ti­pi, intro­dur­re la liber­tà di scel­ta nel­la nuo­va socie­tà glo­ba­liz­za­ta. E così, mostro la com­ples­si­tà del­la nostra moder­ni­tà andan­do da Toni Negri ai fast food”, mi ave­va spie­ga­to Ahmed Nagi in uno dei nostri ulti­mi incon­tri in occa­sio­ne di un’intervista che ave­vo rea­liz­za­to per il quo­ti­dia­no egi­zia­no al-Ahram.

La vicen­da di Bas­sam Bah­gat, docu­men­ta­ri­sta ingag­gia­to per rac­con­ta­re i muta­men­ti urba­ni­sti­ci strut­tu­ra­li del­la capi­ta­le egi­zia­na, è rac­con­ta­ta in fram­men­ti, inter­val­la­ti dal­le illu­stra­zio­ni di Ayman al-Zor­qa­ni. Il dia­rio sen­ti­men­ta­le del pro­ta­go­ni­sta, che mol­to ha a che fare con l’esperienza quo­ti­dia­na dell’autore tra la cit­tà satel­li­te di 6 Otto­bre e il cen­tro del Cai­ro, descri­ve incan­te­vo­li don­ne, Papri­ka, Mona Mei e Rim, e le pia­ce­vo­li e incan­ta­te gior­na­te di ses­so (o un’amicizia sug­gel­la­ta da “san­gue mestrua­le e sper­ma sec­co”), tra­scor­se con gran­de natu­ra­lez­za, men­tre il Cai­ro ine­so­ra­bil­men­te è sot­to­po­sta ai muta­men­ti più radi­ca­li. “Se per gli indi­vi­dui maschi del Cai­ro la vita è un incu­bo, per le don­ne è una real­tà infer­na­le cui è impos­si­bi­le sfug­gi­re”. La cit­tà vie­ne descrit­ta nei suoi aspet­ti più cru­di e fan­ta­sti­ci: un luo­go dove alcu­ni si sono dimen­ti­ca­ti cosa sia un “sor­ri­so”, un “ricet­ta­co­lo d’odio, la mate­ria pri­ma dell’odio e del­la mise­ria”. Eppu­re chi ha pen­sa­to tut­to que­sto (il Cai­ro) non pote­va che esse­re un “pastic­cie­re”.

Lo sco­po del rac­con­to è met­ter­si alle spal­le que­sta dispe­ra­zio­ne, for­se è anche il segre­to del­le rivol­te del 2011, per ren­de­re la vita “più pia­ce­vo­le e meno mise­ra”. Eppu­re il nasco­sto e il non det­to è sem­pre più for­te di quel­lo che emer­ge in super­fi­cie. Que­sto sot­to­suo­lo resta invi­si­bi­le per una sor­ta di inte­sa tra “poli­ti­ca, reli­gio­ne e socie­tà civi­le” che impe­di­sco­no che que­sto vol­to segre­to del­la cit­tà ven­ga a gal­la. L’osservatore non può fer­mar­si alla visio­ne di mise­ra­bi­li che “attra­ver­sa­no stra­de affol­la­te da don­ne rico­per­te da stra­ti di abi­ti e stof­fe”. Ognu­no deve impa­ra­re a sue spe­se a deci­fra­re que­sti luo­ghi: a otte­ne­re la pro­pria “chia­ve per­so­na­le”. E il Cai­ro è una cit­tà così varie­ga­ta da tene­re insie­me i grup­pi più dispa­ra­ti di per­so­ne: da fana­ti­ci reli­gio­si a omo­ses­sua­li, da gio­va­ni arti­sti agli scam­bi­sti di Imba­ba, dai bam­bi­ni di stra­da ai fana­ti­ci del­la for­ma fisi­ca, dagli uomi­ni d’affari obe­si ai can­tan­ti popo­la­ri.

L’esperienza sen­so­ria­le al Cai­ro è con­ti­nua, tota­liz­zan­te e tesa. “Quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti”. Una cit­tà dove il nego­zia­to tra pos­si­bi­le e impos­si­bi­le non si fer­ma mai. “Vedem­mo inte­ri quar­tie­ri vive­re gra­zie alla cor­ren­te elet­tri­ca pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lam­pio­ni del­la stra­da prin­ci­pa­le”.

Eppu­re il vero inten­to del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” di cui Bah­gat è solo un mero ese­cu­to­re è quel­lo di distrug­ge­re defi­ni­ti­va­men­te il Cai­ro e crea­re una nuo­va cit­tà dal­la for­ma futu­ri­sta e com­mer­cia­le: pro­get­to non lon­ta­no dagli annun­ci post-moder­ni del san­gui­na­rio pre­si­den­te egi­zia­no al-Sisi. Se fos­se per Bah­gat e per il suo ami­co Ihab Has­san il vero cam­bia­men­to che la cit­tà dovreb­be subi­re sareb­be la ten­sio­ne ver­so l’eliminazione del degra­do e del­la mar­gi­na­liz­za­zio­ne a cui sono costret­ti alcu­ni suoi abi­tan­ti, a par­ti­re dal cam­bia­men­to del cor­so del Nilo e del­la sua for­ma. Ma que­sti aspet­ti solo in par­te risal­ta­no dal­le pagi­ne del libro. Ahmed Nagi con­ti­nua inve­ce a indu­gia­re in rac­con­ti sem­pre sor­pren­den­ti sul­la mega­lo­po­li, sui suoi abi­tan­ti e le loro abi­tu­di­ni amo­ro­se. “La pri­ma vol­ta, la feci veni­re suc­chian­do­la sen­za mai fer­mar­mi, poi entram­mo in came­ra da let­to e facem­mo l’amore con len­tez­za”. Ma anche di odo­ri nau­sea­bon­di nei bar di Moqat­tam, come la puz­za di “fega­to frit­to in olio da moto­re che si dif­fon­de­va nell’atmosfera come una nube cari­ca di piog­gia”. O di rela­zio­ni ine­di­te che richia­ma­no una vita pari­gi­na: “Sen­tii per la pri­ma vol­ta che que­sto tipo di rela­zio­ne, in cui il ter­zo ele­men­to è appe­so a un filo che tie­ne lega­te real­tà e illu­sio­ne, era ciò che mi avreb­be appa­ga­to”.

Eppu­re que­sta ten­sio­ne così irra­zio­na­le di una cit­tà e dei suoi abi­tan­ti avreb­be di là a poco con­ces­so tut­to ad una neces­si­tà mol­to più uma­na e pigra: quel­la del­la “sicu­rez­za”. E se al Cai­ro “non pote­va capi­tar­le nul­la di peg­gio del­lo sta­to in cui ver­sa­va”, un biso­gno pri­ma­rio in tem­pi pre­ca­ri ma anche una leva per giu­sti­fi­ca­re qual­sia­si cosa agli occhi del pro­fa­no l’avrebbe di lì a poco tra­sfor­ma­ta di nuo­vo. E così l’unico rife­ri­men­to vero alle pro­te­ste del 2011 appa­re in rela­zio­ne alla cam­pa­gna “No”, con­tro la dichia­ra­zio­ne costi­tu­zio­na­le, volu­ta dal­la giun­ta mili­ta­re ma con­te­sta­ta dai gio­va­ni rivo­lu­zio­na­ri.

Nono­stan­te ciò, è sem­pre il Cai­ro a det­ta­re modi e tem­pi del cam­bia­men­to. “Tu eri schia­vo del­la cit­tà e pri­ma che lei ti si con­ce­des­se, dove­vi ven­der­ti l’anima con un pat­to fir­ma­to col san­gue e col cuo­re”. E tra le prio­ri­tà di Nagi c’è sem­pre il ten­ta­ti­vo di richia­ma­re un cer­to disprez­zo ver­so gli isla­mi­sti che poi avreb­be­ro pre­so solo figu­ra­ti­va­men­te le redi­ni del pote­re: “Sca­ra­fag­gi nel­le fogne del Cai­ro e sul loro rap­por­to coi sor­ci di New York, e sull’effetto di tale rela­zio­ne sul­la nasci­ta di movi­men­ti isla­mi­sti in Medio Orien­te”.

Fino agli incon­tri che ren­do­no la vita così affa­sci­nan­te come quel­lo tra due pesca­to­ri, uno dei qua­li in bol­let­ta pro­prio il gior­no del­la nasci­ta del­la sua pri­ma figlia. “Get­ta l’amo e te ne ver­rà del bene”. Bastò que­sta fra­se per ritro­var­si in tasca 300 ghi­nee (cir­ca 40 euro): per­ché in alcu­ni gior­ni al Cai­ro è pos­si­bi­le dav­ve­ro qual­sia­si cosa! Eppu­re il Cai­ro è sem­pre rima­sta “indif­fe­ren­te alle vite dei suoi abi­tan­ti”. Ed è pro­prio que­sto pro­fon­do sen­so di soli­tu­di­ne ad aver for­se ispi­ra­to l’autore a rac­con­ta­re in modo così auten­ti­co e disil­lu­so la sua cit­tà per­ché in fon­do è il “dolo­re” sem­pre il più “poten­te moto­re per la scrit­tu­ra”.

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi
LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Lan­ke­nau­ta (Luca Meni­chet­ti, 12 ago­sto 2017)

Le ballerine di Papicha

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Hajj You­sef, la madre, Ham­za, sono alcu­ni dei per­so­nag­gi pre­sen­ti in “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha”, ed anche i tito­li dei capi­to­li con i qua­li  si svi­lup­pa il roman­zo bre­ve di Kaou­ther Adi­mi. La cri­ti­ca let­te­ra­ria – ormai sono tra­scor­si sei anni  dal­la pri­ma edi­zio­ne di “L’envers des autres Actes” – ha infat­ti più vol­te scrit­to di una “nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca”: in altri ter­mi­ni la mode­sta fami­glia che abi­ta nel “vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, si rive­la di pagi­na in pagi­na gra­zie agli sguar­di impie­to­si dei suoi stes­si com­po­nen­ti e di colo­ro che han­no a che fare con Yasmi­ne o con Mou­na. Capi­to­li che sono nar­ra­zio­ni in pri­ma per­so­na, in cui la feli­ci­tà del­la gio­va­nis­si­ma Mou­na nel cal­za­re le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, rap­pre­sen­ta l’unico e auten­ti­co con­tral­ta­re a tut­to lo scon­for­to, rab­bia, pre­giu­di­zio, para­no­ia che inve­ce leg­gia­mo nei mono­lo­ghi dei più adul­ti. Così Yasmi­ne (“bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te”), l’universitaria che non vor­reb­be esse­re sog­gio­ga­ta dal­le tra­di­zio­ni più retri­ve: “Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no per mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta e di rosa che si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no” (pp.25). Una rab­bia mani­fe­sta­ta con moda­li­tà maga­ri diver­se dagli abi­tan­ti del quar­tie­re, ma comun­que per­va­si­va e pre­sen­te in quan­ti­tà nel­la fami­glia di Yasmi­ne, luo­go in cui non ci si par­la più e che da tem­po è al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Il fra­tel­lo Adel è infat­ti inson­ne, tor­men­ta­to da qual­co­sa che poi nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne si può intui­re ma che mai è rive­la­to in manie­ra del tut­to chia­ra. Inol­tre nell’appartamento è arri­va­ta anche Sarah, la sorel­la mag­gio­re, una pit­tri­ce che ha una figlia e un mari­to, Ham­za, che sem­bra aver per­so il lume dell’intelletto. Accan­to a loro una madre tra­di­zio­na­li­sta, che nel suo mono­lo­go ecce­de in cini­smo e disprez­zo nei con­fron­ti dei figli appa­ren­te­men­te eman­ci­pa­ti; e tut­ta una fau­na di tep­pi­stel­li dro­ga­ti, di mode­sti lavo­ra­to­ri, di uni­ver­si­ta­ri con­fu­si che mostra­no la socie­tà alge­ri­na, o alme­no quel pez­zo di socie­tà, alla stre­gua di una com­bi­na­zio­ne scon­clu­sio­na­ta di soli­tu­di­ni. Si com­pren­de per­ciò la scel­ta di Kaou­ther Adi­mi  di costrui­re il roman­zo assem­blan­do i diver­si pun­ti di vista e diver­si “flus­si di coscien­za” nei qua­li, secon­do noi giu­sta­men­te, la para­tas­si è ai mini­mi ter­mi­ni, facen­do emer­ge­re sem­mai dei cre­di­bi­li dia­lo­ghi inte­rio­ri.

Se poi vol­gia­mo lo sguar­do oltre la fami­glia “del vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, se pren­dia­mo atto che  dia­lo­ga­re civil­men­te diven­ta un pro­ble­ma o addi­rit­tu­ra è qual­co­sa di incon­sue­to, nel leg­ge­re di gio­va­ni incer­ti se rima­ne­re in patria o se cer­ca­re for­tu­na altro­ve, di per­so­nag­gi stor­di­ti dagli stu­pe­fa­cen­ti, pie­ni di pre­giu­di­zi maschi­li­sti, allo­ra è legit­ti­mo pen­sa­re che “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha” rap­pre­sen­ti dav­ve­ro una cri­ti­ca spie­ta­ta alla socie­tà alge­ri­na nel suo com­ples­so, che si agi­ta – o for­se meglio: che si è para­liz­za­ta –  tra pro­fon­di e anti­chi males­se­ri. E’ vero che Kaou­ther Adi­mi non sem­bra aver ricor­da­to espli­ci­ta­men­te quan­to acca­du­to duran­te la cosid­det­ta Pri­ma­ve­ra ara­ba, che pure ha coin­vol­to l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infat­ti, sul­la scia di spe­ran­ze pre­sto infran­te, anche in diver­se cit­tà dell’area Magh­reb si svi­lup­pa­ro­no pro­te­ste impo­nen­ti con­tro il regi­me esi­sten­te: ne sono sca­tu­ri­ti scon­tri pesan­ti tra atti­vi­sti dei par­ti­ti d’opposizione, sin­da­ca­li­sti e la poli­zia, la richie­sta di cam­bio di regi­me, di demo­cra­zia. Atti di corag­gio e di disob­be­dien­za civi­le che però non sono sta­ti pre­mia­ti: il pre­si­den­te Abde­la­ziz  Bou­te­fli­ka, in cari­ca dal 1999 gra­zie ai mili­ta­ri, è sem­pre un raʾīs e nel 2014, pro­prio a tre anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne di “L’envers des autres Actes”, anco­ra una vol­ta si è reso respon­sa­bi­le di una modi­fi­ca (“ad per­so­nam”) del­la Costi­tu­zio­ne ed è sta­to è sta­to rie­let­to con l’81% dei voti.

Insom­ma, un con­te­sto in cui alle dif­fi­col­tà mate­ria­li di una nazio­ne dal­lo svi­lup­po incer­to, che anco­ra vede nel­la migra­zio­ne uno stru­men­to per risol­ve­re i pro­ble­mi eco­no­mi­ci, si som­ma­no gra­vi limi­ti cul­tu­ra­li e poli­ti­ci: potrem­mo dire che la con­trap­po­si­zio­ne tra una tra­di­zio­ne vis­su­ta con tut­to il suo cari­co di pre­giu­di­zi, repres­sio­ne e visio­ne limi­ta­ta del mon­do, ovve­ro il cli­ma idea­le per i tan­ti Bou­te­fli­ka al pote­re, e il desi­de­rio di eman­ci­pa­zio­ne, lo tro­via­mo non sol­tan­to nel­le cro­na­che degli esper­ti di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, ma, con uno sguar­do più atten­to al pic­co­lo mon­do di una del­le tan­te pos­si­bi­li fami­glie alge­ri­ne, anche nel­le pagi­ne di Kaou­ther Adi­mi. Le quat­tro righe dell’epilogo (“L’indomani mat­ti­na appa­re in qual­che quo­ti­dia­no…..”) rap­pre­sen­ta­no appun­to uno dei più tra­gi­ci effet­ti del con­for­mi­smo esi­sten­te che – que­sto sem­bra voler­ci dire Kaou­ther Adi­mi – anche le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, nel sen­so di inter­pre­ta­re posi­ti­va­men­te lo spi­ri­to che incar­na­no (“quan­do si è una papi­cha, lo si è per tut­ta la vita”), potran­no con­tra­sta­re, archi­vian­do il cini­smo e la gret­tez­za del­le gene­ra­zio­ni pre­ce­den­ti.

14–16 luglio 2017
 
appun­ta­men­to con l’illustratore Ayman Al Zor­qa­ni (Egit­to) sele­zio­na­to per la mostra Ani­mals insie­me a 16 arti­sti per l’edizone 2017 del festi­val Scan­ner. L’autore ha illu­stra­to il libro Vita: istru­zio­ni per l’uso di Ahmed Nàgi edi­to da il Siren­te
 
I miglio­ri pro­get­ti car­ta­cei ita­lia­ni. Le sto­rie dei dise­gna­to­ri e degli auto­pro­dut­to­ri. Carat­te­ri mobi­li, foto­co­pia­tri­ci, distri­bu­zio­ni late­ra­li. I pio­nie­ri dell’autoproduzione.
 
SCANNER • auto­ma­ti­ci • auto­pro­dot­ti • autoa­li­men­ta­ti •
 
🐸 Tre gior­ni di pre­sen­ta­zio­ni e book­shop dedi­ca­ta alle auto­pro­du­zio­ni.
 
🐸 COS’È SCANNER
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🐸 MOSTRA • “SCANNER • Ani­mals”
Espo­si­zio­ne di illu­stra­zio­ni rea­liz­za­te per il nuo­vo “vesti­to” di Scan­ner:
Ales­san­dra Di Pao­la, Andrea Pes, Ange­lo Mon­ta­na­ri, Anna­chia­ra Toz­zi, Ayman Al Zor­qa­ni, Manue­la “Man­tu” Maraz­zi, Cri­stia­no Bari­cel­li, Dir­ty­Re­be­lYell, Ema­nue­la Capo­ne­ra, Giu­lia “Microa­mi­ca” Civi­ti­co, Il Pistri­ce, Kse­n­ja Lagi­n­ja, Lorenzo_Bracalente, Shu Gar­bu­glia, Tere Cab, Vin­cen­zo De Maria + Resli Tale, Mari­na Bia­gi­ni.
 
🐸 LA MOSTRA MERCATO:
Sofia Buc­ci, Inte­riors a “Tavo­la”, Cli­quot Edi­zio­ni, Enri­co D’Elia + Bri­ga­ta RGB, Simo­ne Del Vec­chio, Lepo­rel­lo, Comi­cOut, 4MBzines, I Poe­ti Han­no I Vol­ti Defor­mi, Il mer­can­te d’acqua — roman­zo, Napoli&Nuvole, Duo + Mari­na Bia­gi­ni, BiZed Pho­to­zi­nes, La camo­mil­la è una bugia, Planc­ton, PICA, Amo­re amo­re un cor­no, Goril­la Sapiens Edi­zio­ni, #kkart­ba­se­ment, Tere Cab — Illu­stra­tor, DE PRESS, Nodes, BLU di Sep­pia, Sun­days Sto­ry­tel­ling.
 
🐸 CHI TROVERETE NEL BOOKSHOP:
Ana­to­mia dei sen­ti­men­ti, B comics • Fuci­la­te a stri­sce, Bam­bi Kra­mer, Bet­ter­press, Bill maga­zi­ne, Bolo Paper, Bub­ka, Cani­co­la, Chic­ken Broc­co­li, Cloc­k­work Pic­tu­res, Costo­la, Cri­sma, Dele­bi­le, Eli­sa Talen­ti­no, For­te­pres­sa, Fox Craft, G.I.U.D.A., Il Repor­ta­ge, Illu­stra­to­re Ita­lia­no, Incu­bo alla bale­na, Inuit, Iso­la, K28, Kei Kei, La tra­ma, Libri­fin­ti­clan­de­sti­ni, Lök, Lucha Libre, Maicol&Mirco, Male­di­zio­ni, Modo, Muscle, Ner­vi, Night Ita­lia + Mar­co Fio­ra­man­ti, Nina Masi­na, No=Fi Recor­dings, Nu®ant, Resi­na, Scia­me, Semi­se­rie Lab, Sire­ne jour­nal, Squa­me, Stra­ne­di­zio­ni, Stu­dio Pilar, Teie­ra, Ter­ra­ca­va, The Park, This Is Not A Love Song, Wal­ka­bout, Prin­ts + Pao­lo Sch­nei­der, WATT • Sen­za alter­na­ti­va, Wino Stu­dio, Ste­fa­no Zat­te­ra, Zooo.
 
🐸 SUL PALCO
 
Vener­dì
20:00 — Enri­co D’Elia + @Brigata RGB
20:30 — Chri­stian Paris
21:00 — Pro­ie­zio­ne del film “Deco­der” di Muscha [V.O. con sot­to­ti­to­li in ita­lia­no, 87 min.]
A segui­re pro­ie­zio­ne del “Docu­men­ta­ry Deco­der Col­lec­ti­ve” [V. O.] dell’intervista al fil­ma­ker Klaus Maeck [V.O.]
00:00 — A segui­re pro­ie­zio­ne del film “Ed Wood” di Tim Bur­ton [127 min.]
 
Saba­to
20:30 — Lepo­rel­lo + Soul Stu­dio
21:00 — Vale­rio Bin­di + For­te­pres­sa + Crack!
21:30 — il Repor­ta­ge + Andrea Mat­to­ne
22:00 — Alber­to Fio­ri
22:30 — Pro­ie­zio­ne del docu­film “Fumet­ti dal futu­ro” di Sere­na Dovì, con Rati­gher; Maicol&Mirco, Dr. Pira, Baron­cia­ni [50 min.]
23:30 — A segui­re: con­tri­bu­ti visi­vi di For­te­pres­sa; BAU + Vit­to­re Baro­ni + Fan­zi­no­te­ca ita­lia­na
 
Dome­ni­ca
20:00 — effe + Fla­ne­rì
20:30 — Nodes
21:00 — Mari­na Bia­gi­ni + DUO
21:30 — Fran­ce­sco Tem­po­rin, Illu­strac­tion Pri­ze
22:00 — Fla­via Ros­si
 
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(ade­sio­ne gra­tui­ta)
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14, 15, 16 luglio 2017
Via Giu­sep­pe Mir­ri, 35
MONK Roma
Abbas Khider
I MIRACOLI di Abbas Khider

Un romanzo autobiografico inconsueto: “I Miracoli” di Abbas Khider

di Gio­van­ni Giu­sti, “Goe­the Insti­tut”, 28 giu­gno 2017

I miracoli : Abbas KhiderNon c’è biso­gno di cer­ca­re le paro­le per descri­ve­re “I Mira­co­li” dell’iracheno Abbas Khi­der, per­ché la sin­te­si che fa lui stes­so nel­le ulti­me pagi­ne del libro è per­fet­ta. “Ho cer­ca­to a lun­go una for­ma che con­sen­ta di ini­zia­re a leg­ge­re in qua­lun­que momen­to e da qual­sia­si pun­to. Ogni capi­to­lo un ini­zio e allo stes­so tem­po una fine. Cia­scu­no è un’unità a sé, ma anche la par­te essen­zia­le di un tut­to. Roman­zo, rac­con­to, bio­gra­fia e favo­la, tut­ti riu­ni­ti in un’unica ope­ra”. Ed è pro­prio così.

È uno libro poco con­sue­to quel­lo di Abbas Khi­der, edi­to in Ita­lia da il Siren­te. Non è del tut­to un roman­zo, effet­ti­va­men­te, ma non è nean­che un dia­rio. È una rac­col­ta di sto­rie per­so­na­li, spes­so tra­gi­che o tra­gi­co­mi­che, qual­che vol­ta grot­te­sche, ma sto­rie a tut­ti gli effet­ti, sem­pre coin­vol­gen­ti e vis­su­te nel pro­fon­do.

Un manoscritto abbandonato in un treno

Il nar­ra­to­re del­le sto­rie de I Mira­co­li e del­le loro mil­le tra­me è Rasul, alter ego dell’autore, ira­che­no e pro­fu­go come lui, con un espe­dien­te bana­le quan­to effi­ca­ce, una busta con un mano­scrit­to abban­do­na­ta in un tre­no. La nasci­ta in una cuci­na fumo­sa, la sco­per­ta del pia­ce­re del­la poe­sia e del­le let­tu­ra e l’impegno poli­ti­co. La pri­gio­ne a dician­no­ve anni, la libe­ra­zio­ne e la fuga dall’Iraq a poco più di ven­ti, il pel­le­gri­nag­gio pri­ma da lavo­ra­to­re poi da pro­fu­go attra­ver­so tre con­ti­nen­ti, l’Asia, l’Africa e l’Europa, fino all’arrivo in Ger­ma­nia nel 2000. Sono le sto­rie di Rasul, ma sono le sto­rie di Abbas Khi­der, real­men­te vis­su­te. Rasul scri­ve poe­sie, docu­men­ta tut­to, scri­ve di tut­to e dap­per­tut­to, per­de quel­lo che ha scrit­to, lo ritro­va o lo riscri­ve, sui muri del­la pri­gio­ne come sul­la car­ta che ha avvol­to il kebab o i dat­te­ri. Rac­con­ta di se stes­so, di migran­ti e di pro­fu­ghi con la stes­sa for­za, rac­con­ta del bam­bi­no cur­do ritro­va­to a Ate­ne, del­la zin­ga­ra Sel­wa, del­la vec­chia gre­ca che lo sal­va due vol­te, di ragaz­ze e di come rico­no­scer­ne la nazio­na­li­tà da par­ti­co­la­ri inso­spet­ta­bi­li, del­la guer­ra con l’Iran. Ma soprat­tut­to rac­con­ta i mira­co­li che ha vis­su­to, che gli han­no sal­va­to la vita.

Il racconto di una fuga

I Mira­co­li è il rac­con­to di una fuga”, dice la gior­na­li­sta Fran­ce­sca Paci duran­te la pre­sen­ta­zio­ne del libro con l’autore al Goe­the-Insti­tut, “e fa capi­re benis­si­mo che chi scap­pa da cer­te situa­zio­ni non si fer­me­rà cer­to davan­ti a un muro”.
Khi­der annui­sce men­tre ascol­ta la tra­du­zio­ne, è mol­to comu­ni­ca­ti­vo, pro­prio come il suo roman­zo e i suoi per­so­nag­gi, gesti­co­la, si appas­sio­na. “Nel 1991 in Iraq c’è sta­ta una rivo­lu­zio­ne che e è sta­ta mes­sa a tace­re anche gra­zie alle poten­ze stra­nie­re” dice. “I ragaz­zi del­la mia gene­ra­zio­ne che l’hanno vis­su­ta, io ave­vo dicias­set­te anni, han­no rifiu­ta­to di dar­si per vin­ti. Abbia­mo con­ti­nua­to la nostra atti­vi­tà poli­ti­ca e io sono sta­to arre­sta­to. Sono sta­to due anni sot­to ter­ra, ho sof­fer­to la fame la sete e sono sta­to tor­tu­ra­to. Quan­do subi­sci que­ste cose capi­sci che l’uomo non è più degno di esse­re chia­ma­to tale. A un cer­to pun­to è arri­va­ta l’amnistia, ma mi fu vie­ta­to di con­ti­nua­re a stu­dia­re, dovet­ti fare il ser­vi­zio mili­ta­re e ero tenu­to lo stes­so sot­to con­trol­lo gior­na­lie­ro. Mi mera­vi­glio sem­pre quan­do la gen­te non capi­sce cosa i pro­fu­ghi han­no dovu­to pati­re pri­ma di sot­to­por­si al viag­gio. Comun­que non sono le per­so­ne che por­ta­no vio­len­za ma sono i siste­mi, i regi­mi. Le per­so­ne che tor­tu­ra­no sono solo per­so­ne, pro­prio come i tor­tu­ra­ti. Il pro­ble­ma è il siste­ma e il tor­tu­ra­to­re è solo un ingra­nag­gio del siste­ma. Biso­gna com­bat­te­re il siste­ma non le per­so­ne”.

Le paure dei profughi

La tra­dut­tri­ce del libro Bar­ba­ra Tere­si leg­ge alcu­ne pagi­ne, quel­le del­lo scop­pio di un pneu­ma­ti­co, un mira­co­lo vero, uno di quel­li che gli sal­va la vita. Khi­der ascol­ta e rac­con­ta, sem­pre col sor­ri­so sul­le lab­bra, anche quan­do si par­la di tor­tu­re e mor­te, anche quan­do gra­zie alle doman­de di Fran­ce­sca Paci, si par­la del­le sue pau­re e del­le pau­re dei pro­fu­ghi che lui rap­pre­sen­ta. “I pro­fu­ghi han­no sem­pre pau­ra”, dice. “Cer­ca­no sicu­rez­za, non pen­sa­no ad altro. Han­no pau­ra del viag­gio, han­no pau­ra di arri­va­re, han­no pau­ra di esse­re riman­da­ti indie­tro. Quel­lo che per­di quan­do sei un pro­fu­go è la tua sicu­rez­za inte­rio­re. Quan­do è mor­to Sad­dam nel 2006 io ho rea­liz­za­to il sogno di tor­na­re in Iraq. Ma non era cam­bia­to nien­te e ho resi­sti­to solo un anno. Face­vo il gior­na­li­sta sot­to pseu­do­ni­mo e con­ti­nua­vo a ave­re pau­ra, ave­vo pau­ra di qua­lun­que cosa, ave­vo pau­ra a entra­re in mac­chi­na e gira­re la chia­ve di accen­sio­ne”. Fa il gesto di inse­ri­re la chia­ve, di girar­la, mima un’esplosione. “Dopo un anno sono tor­na­to in Ger­ma­nia e mi sono reso con­to di esse­re un uomo sen­za sogni. Mi sono reso con­to che me ne dove­vo fare di nuo­vi, pro­prio in Ger­ma­nia.”

La Germania e i cambiamenti

Fran­ce­sca Paci vuo­le sape­re di più. “Con l’occhio del migran­te cosa è cam­bia­to dal 2000, quan­do sei arri­va­to in Ger­ma­nia, a oggi?”
“Mol­to”, è visi­bil­men­te dispia­ciu­to Khi­der. “La Ger­ma­nia è cam­bia­ta mol­to. All’epoca io ero solo un per­so­nag­gio per così dire inso­li­to, ma nes­su­no mi dava fasti­dio o mi nota­va par­ti­co­lar­men­te. Dopo l’11 set­tem­bre del 2001 sono diven­ta­to una per­so­na sospet­ta. La poli­zia mi fer­ma­va e mi face­va doman­de assur­de. Sei un ter­ro­ri­sta? Hai esplo­si­vi? Poi in un paio d’anni la situa­zio­ne si è nor­ma­liz­za­ta, ma oggi sia­mo tor­na­ti al dopo 11 set­tem­bre. Anche se ormai in Ger­ma­nia sono una per­so­na cono­sciu­ta mi capi­ta di rice­ve­re minac­ce quan­do vado a pre­sen­ta­re i miei libri, o anche per e-mail. In un cer­to sen­so gli even­ti poli­ti­ci si intro­met­to­no nel­la vita pri­va­ta. All’estero non sei mai solo, diven­ti un rap­pre­sen­tan­te del­la cul­tu­ra da cui pro­vie­ni. Se qual­cu­no di que­sta cul­tu­ra fa qual­co­sa di brut­to, que­sto rica­de imme­dia­ta­men­te anche su di te che non hai fat­to nul­la. E i par­ti­ti poli­ti­ci sfrut­ta­no que­sti even­ti per mani­po­la­re gli elet­to­ri. Per­so­nal­men­te sono feli­ce di non esse­re un poli­ti­co, ma come scrit­to­re devo ana­liz­za­re cer­te situa­zio­ni. Devo cri­ti­ca­re Ange­la Mer­kel, per esem­pio, per­ché negli anni scor­si ha accol­to solo i siria­ni. E gli altri? Il vero pro­ble­ma è tro­va­re una diver­sa descri­zio­ne per i pro­fu­ghi, nuo­va, per­ché solo una vol­ta che saran­no con­si­de­ra­ti degli esse­ri uma­ni le cose potran­no cam­bia­re. Dob­bia­mo esse­re sem­pre cor­dia­li con chi vie­ne da altri pae­si, non solo se e quan­do lo dico­no i poli­ti­ci”.
Con­ti­nua a sor­ri­de­re Abbas Khi­der, anche quan­do rispon­de alle doman­de del pub­bli­co, ma sot­to la sua pel­le inso­li­ta­men­te scu­ra per un ira­che­no, la sua pel­le da “fal­so india­no” come rie­cheg­gia­no il tito­lo in tede­sco del libro e il pri­mo capi­to­lo, si intra­ve­do­no le fac­ce di Aga, di Fad­hel, quel­la di Alla, le fac­ce di tut­ti gli altri. Di tut­ti i migran­ti che non ce l’hanno fat­ta, di tut­ti quel­li che Rasul, e lui stes­so, han­no visto mori­re duran­te la fuga da Bagh­dad alla Ger­ma­nia.

Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi presto in libreria

Sesto tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te “le bal­le­ri­ne di Papi­cha” di Kaou­ther Adi­mi è ambien­ta­to in un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, uno di quei posti in cui nes­su­no sce­glie­reb­be di abi­ta­re… Una fami­glia vive lì, al cen­tro del­le chiac­che­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to.

Sarah, la sorel­la mag­gio­re, ritor­na­ta nel­la casa mater­na con una figlia e un mari­to che sem­bra aver per­so la ragio­ne, pas­sa le sue gior­na­te a dipin­ge­re, si per­de nei colo­ri come ad inven­ta­re un mon­do diver­so. I suoi fra­tel­li, Adel e Yasmi­ne non rie­sco­no più a par­lar­si. Adel ha un segre­to che lo sve­glia nel cuo­re del­la not­te, Yasmi­ne è bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te, lei stes­sa si per­ce­pi­sce estra­nea rispet­to alla real­tà che la cir­con­da.

La real­tà è l’Algeria, un pae­se in cui qual­sia­si spe­ran­za di avve­ni­re è confiscata. Qui, esse­re sem­pli­ce­men­te se stes­si è un lus­so a cui i gio­va­ni non han­no diritto…In que­sta nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca, Kaou­ther Adi­mi, esa­mi­na la socie­tà con­tem­po­ra­nea nel­le sue sof­fe­ren­ze e nel­le sue spe­ran­ze, riflet­te sul­la con­di­zio­ne di soli­tu­di­ne e Il sen­ti­men­to dell’assenza, uni­co deno­mi­na­to­re comu­ne di indi­vi­dui che si scon­tra­no sen­za incon­trar­si mai.

Un roman­zo sen­si­bi­le, vio­len­to e luci­do, il cui lato oscu­ro è ammor­bi­di­to dai sogni inno­cen­ti di una bam­bi­na che indos­sa con orgo­glio le sue bal­le­ri­ne di tela, che cam­mi­na drit­ta per la sua stra­da e sfug­ge al con­for­mi­smo.

Kaou­ther Adi­mi è nata ad Alge­ri nel 1986. Sta­bi­li­ta­si a Pari­gi nel 2009, ha con­se­gui­to un master in Let­te­re moder­ne e Mana­ge­ment del­le risor­se uma­ne. Le bal­le­ri­ne di Papi­cha è il suo pri­mo roman­zo (L’envers des autres Actes Sud 2011). Con que­sto tito­lo ottie­ne nel 2011 il Prix de la Voca­tion e nel 2015 il Pre­mio del roman­zo dal­la Fon­da­zio­ne Fran­cia-Alge­ria. Nell’ottobre  2015 è sta­to pub­bli­ca­to il suo secon­do roman­zo Des pier­res dans ma poche.

Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no a luglio in libre­ria

 

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

Nes­su­no rico­min­cia da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo zero lo han­no inven­ta­to, que­sto dice­va mio padre”.

Men­tre affron­ta­vo la let­tu­ra mi sono inter­ro­ga­to spes­so sugli ste­reo­ti­pi. Sul moti­vo per cui a vol­te del­le veri­tà accla­ra­te assu­ma­no dei con­no­ta­ti nega­ti­vi. Soprat­tut­to quan­do una cul­tu­ra ne osser­va un’altra. Suc­ce­de a noi quan­do guar­dia­mo fuo­ri dal­la nostra fine­stra, suc­ce­de agli altri quan­do sbir­cia­no in casa nostra al calar del sole. E’ ine­vi­ta­bi­le ed è sem­pre sta­ta una fon­te di anti­pa­tie, di pro­ble­ma­ti­che di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne. Spes­so ha dato il via a sen­ti­men­ti che sono sfo­cia­ti nel raz­zi­smo e nel vol­ga­re affos­sa­men­to degli altrui valo­ri cul­tu­ra­li. Io pen­so che quan­do un pae­se fati­ca a ragio­na­re in ter­mi­ni di cul­tu­ra, quan­do un pae­se fati­ca a capi­re di cosa è fat­ta la pro­pria cul­tu­ra abbia dif­fi­col­tà ad accet­ta­re le altre cul­tu­re, par­ta dagli ste­reo­ti­pi, dal­la deri­sio­ne e poi il resto. Ben più gra­ve.

Tut­ti que­sti pen­sie­ri sono sca­tu­ri­ti dal­la let­tu­ra di “Un uomo non pian­ge mai” (un tito­lo che di per sé avreb­be l’anima del­lo ste­reo­ti­po) del­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne Faï­za Guè­ne.

Il libro rac­con­ta una sto­ria dal pun­to di vista dell’unico figlio maschio di una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Attra­ver­so lo sguar­do di Mou­rad Chen­noun pos­sia­mo par­te­ci­pa­re alla vita di una fami­glia con un pie­de in Alge­ria e l’altro in Fran­cia. Con una figlia che pro­va ad eman­ci­par­si, a sfug­gi­re a tut­te le impo­si­zio­ni cul­tu­ra­li che la voglio­no, secon­do lei, gras­sa, bra­va a cuci­na­re e sot­to­mes­sa al mari­to. Abbia­mo un padre dedi­to all’accumulo com­pul­si­vo di qual­sia­si robac­cia gli capi­ti a tiro e una figlia, Mina, che inve­ce deci­de di segui­re le orme che la fami­glia ha trac­cia­to. Sopra a tut­ti, la madre. La madre con i suoi attac­chi di tachi­car­dia, iper­ten­sio­ne, emi­cra­nia e qual­sia­si altra malat­tia imma­gi­na­ria pos­sa ser­vi­re a insi­nua­re negli altri il sen­so di col­pa. Un per­so­nag­gio che a trat­ti fa sor­ri­de­re se non fos­se che le sue pres­sio­ni influen­za­no la vita dei figli. Dou­na la figlia eman­ci­pa­ta vie­ne espul­sa dal­la tri­bù come fos­se un cal­co­lo. Vie­ne dimen­ti­ca­ta fino a che, alla fine, qual­co­sa tira nuo­va­men­te le redi­ni del­la fami­glia e fa dire a Dou­na stes­sa: alla fine ha vin­to comun­que mam­ma.

Un libro in cui lo ste­reo­ti­po vie­ne caval­ca­to e svi­sce­ra­to, por­ta­to al gra­do di ana­li­si socia­le. Un libro affa­sci­nan­te nel­la sua sem­pli­ci­tà eppu­re tra­vol­gen­te per i temi che trat­ta. La secon­da pos­si­bi­li­tà, il man­te­nu­to dal­la bel­la ere­di­tie­ra, la pro­sti­tu­zio­ne, l’integrazione degli emi­gra­ti nel­le Ban­lieau e la spe­ran­za di esse­re qual­cu­no anche al di fuo­ri del­la cer­chia fami­lia­re.
In tut­to que­sto svet­ta la voce del nar­ra­to­re, quel Mou­rad che incon­tria­mo da bam­bi­no e lascia­mo da adul­to, sem­pre in pre­da al pani­co “Imo­dium, imo­dium, imo­dium” sem­pre con uno sguar­do al futu­ro e uno al pas­sa­to, sem­pre sull’orlo di esplo­de­re e dire, final­men­te, non ciò che ci si aspet­ta da lui, ma ciò che lui real­men­te pen­sa. Un per­so­nag­gio che illu­stra per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne tra due cul­tu­re diver­se, la ten­sio­ne tra ciò che ci si aspet­ta­ta da una per­so­na (lo ste­reo­ti­po) e ciò che que­sta per­so­na è in gra­do di dare (la veri­tà).

Da un anno a que­sta par­te l’unica cosa che si può dire de “Il Siren­te” è che ogni libro è miglio­re del pre­ce­den­te.
Otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Fede­ri­ca Pisto­no.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incendiaria”a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po de nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se, il libro è tra­dot­to in 26 lin­gue e ven­de oltre 400.000 copie. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. Faï­za Guè­ne è anche autri­ce di cor­to­me­trag­gi e docu­men­ta­ri.

Recen­sio­ne di Gian­lui­gi Bodi Sen­zau­dio

Abbas Khider, autore di “I miracoli” intervistato da Radio 3 Mondo / Europa

Abbas Khi­der auto­re di “I mira­co­li” par­la del­la sua ‘moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti’ con Anna Maria Gior­da­no a Radio 3 Mondo/ Euro­pa. Tra­du­ce dall’arabo Fouad Rou­heia.

Abbas Khi­der è ira­che­no, par­la tede­sco, ma la sua lin­gua è uni­ver­sa­le’

Abbas Khi­der  è un bril­lan­te e pro­li­fi­co auto­re tede­sco di ori­gi­ne ira­che­na, con­si­de­ra­to un dei più pro­met­ten­ti gio­va­ni talen­ti sul­la sce­na tede­sca. Arri­va­to in Ger­ma­nia ver­so i 20 anni ha impa­ra­to il tede­sco in loco (lin­gua in cui scri­ve) con­ta oggi 6 roman­zi pub­bli­ca­ti e 11 pre­mi rice­vu­ti, l’ultimo dei qua­li nel 2017 Adel­bert Von Cha­mis­so.
“I miracoli” considerata dal­la cri­ti­ca tede­sca come “una moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti” par­la del suo viag­gio dall’Iraq alla Ger­ma­nia pas­san­do per l’Italia in chia­ve auto­bio­gra­fi­ca. Inte­res­san­te anche la par­te del rac­con­to con­cen­tra­ta sugli anni ira­che­ni, dove emer­go­no i fat­ti salien­ti del­la recen­te sto­ria ira­che­na in chia­ve let­te­ra­ria, non da ulti­mo la sua deten­zio­ne sot­to il regi­me di Sad­dam Hus­sein. 

Ascol­ta­te il pod­ca­st dell’intervista qui:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-f689d9b6-eae0-4157-b1c9-d3642e4b9d54.html

Un uomo non piange mai : Faïza Guène
UN UOMO NON PIANGE MAI di Faïza Guène

Un uomo non piange mai – Faïza Guène

di Mar­co Chie­sa, “Pie­go di libri” (14 giu­gno 2017)

Un uomo non piange mai : Faïza GuènePer par­la­re di que­sto bel roman­zo pub­bli­ca­to dal­la Edi­tri­ce il Siren­te nel­la col­la­na “altria­ra­bi migran­te” dob­bia­mo pri­ma cono­sce­re meglio l’autrice. Faï­za Guè­ne è nata nel 1985 a Bobi­gny in una fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na ed è cre­sciu­ta nel­la ban­lieu “incen­dia­ria” Pan­tin che si tro­va a nord-est di Pari­gi. Ha scrit­to il suo pri­mo roman­zo a dician­no­ve anni, rice­ven­do un’ottima rispo­sta di cri­ti­ca e pub­bli­co. Sin da subi­to è sta­ta desi­gna­ta come la por­ta­vo­ce let­te­ra­ria di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Com­pren­dia­mo allo­ra come que­sto roman­zo affron­ti i temi cari all’autrice, in par­ti­co­la­re rac­con­tan­do le vicen­de di un gio­va­ne di ori­gi­ni alge­ri­ne, Mour­rad Chen­noun, che cre­sce a Niz­za con la pro­pria fami­glia. Il pro­ta­go­ni­sta sta per tra­sfe­rir­si a Pari­gi per fare l’insegnante di fran­ce­se in una scuo­la di un quar­tie­re peri­fe­ri­co, nel frat­tem­po le con­di­zio­ni di salu­te del padre peg­gio­ra­no. La madre di Mou­rad è un per­so­nag­gio dav­ve­ro “ingom­bran­te” nel­la vita dei figli, tant’è che la pri­mo­ge­ni­ta Dou­nia ha lascia­to anco­ra ado­le­scen­te la casa dei geni­to­ri per un’incompatibilità incon­ci­lia­bi­le, e non si è più fat­ta sen­ti­re.
Resta in fami­glia inve­ce l’altra figlia, Mina, che pre­sto si spo­sa con un altro fran­co-alge­ri­no, restan­do sem­pre lega­ta ai pro­pri geni­to­ri.

Leg­gen­do il libro del­la Guè­ne si sor­ri­de spes­so, in quan­to non man­ca­no né l’umorismo né l’ironia nel­le pagi­ne. Ma la sto­ria nar­ra­ta non è fat­ta solo di un avvi­cen­dar­si di even­ti con cui met­te­re in luce le dif­fi­col­tà dell’integrazione tra dif­fe­ren­ti cul­tu­re; ci sono anche i dram­mi che col­pi­sco­no tut­te le fami­glie. E nes­su­no, nean­che volen­do, ripar­te mai da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo han­no inven­ta­to, lo zero, come direb­be il padre di Mour­rad. Quel­lo stes­so padre che ripe­te spes­so al figlio “un uomo non pian­ge mai”, da cui il tito­lo del roman­zo.

Rela­zio­ni dif­fi­ci­li in fami­glia, ma anche nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Dav­ve­ro spet­ta­co­la­re riper­cor­re­re con i ricor­di del pro­ta­go­ni­sta l’episodio dell’amichetto di scuo­la che vie­ne a casa a gio­ca­re con la Nin­ten­do, imbat­ten­do­si nel­la signo­ra Chen­noun. Fa riflet­te­re la situa­zio­ne del cugi­no Miloud, che ha una rela­zio­ne con una don­na fran­ce­se mol­to più gran­de di lui. La clas­si­ca rela­zio­ne in cui una don­na non più gio­va­ne, ric­ca e infe­li­ce, si lascia abbin­do­la­re da un “toy-boy”, inna­mo­ra­to ben più del­la sua ric­chez­za che di lei.

Let­to que­sto roman­zo ci si ritro­va a pen­sa­re: cosa ne sarà del buon Mour­rad tra die­ci anni? Farà anco­ra l’insegnante di fran­ce­se in una scuo­la di un quar­tie­re popo­la­re a Pari­gi? Avrà tro­va­to l’amore? E se sì, sarà una pari­gi­na o una ragaz­za di ori­gi­ne alge­ri­na, come vor­reb­be la madre?
Insom­ma, alla fami­glia Chen­noun, così alge­ri­na e quin­di diver­sa da quel­la a cui sia­mo abi­tua­ti, ti sei nel frat­tem­po affe­zio­na­to. Spe­ria­mo quin­di che la Guè­ne scri­va un altro libro (“que­sto è sta­to pub­bli­ca­to nel 2014”), occa­sio­ne per riflet­te­re sul­la Fran­cia mul­ti­cul­tu­ra­le e mul­tiet­ni­ca odier­na, che sta viven­do con­flit­ti inter­ni fino a pochi anni fa non ipo­tiz­za­ti.

«Altriarabi Migrante», letteratura contro gli stereotipi

«Il Sirente» porta in Italia la voce di giovani arabi, grazie al bando Europa Creativa, progetto biennale finanziato dall’Unione europea

«Deco­di­fi­ca­re la socie­tà con­tem­po­ra­nea, intui­re e cono­sce­re la vita che si nascon­de die­tro a un nome sen­za fer­mar­si all’apparenza glo­ba­liz­zan­te del­la super­fi­cia­li­tà»: è que­sta la mis­sio­ne affi­da­ta all’intero pro­get­to let­te­ra­rio e arti­sti­co idea­to dal­la casa edi­tri­ce «Il Siren­te». E dopo la let­tu­ra del­le ope­re pos­sia­mo escla­ma­re: mis­sio­ne com­piu­ta!

Rac­col­te nel­la col­la­na «Altria­ra­bi migran­te», otto ope­re fir­ma­te da gio­va­ni e talen­tuo­si scrit­to­ri, tut­ti sta­bi­li­ti in Euro­pa, con radi­ci ara­be, già pub­bli­ca­te nei Pae­si di resi­den­za (Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Ger­ma­nia, Pae­si Bas­si) tra il 2003 e il 2014, accol­te con gran­de suc­ces­so e nume­ro­si rico­no­sci­men­ti. Gli auto­ri sono gio­va­ni, nati tra il 1970 e il 1992, tut­ti di ori­gi­ne ara­ba di pri­ma o secon­da gene­ra­zio­ne.

Il fil rou­ge dell’intero per­cor­so let­te­ra­rio è rap­pre­sen­ta­to da tema­ti­che for­ti e coin­vol­gen­ti che riguar­da­no la scot­tan­te (e dif­fi­ci­le) attua­li­tà qua­li i flus­si migra­to­ri, le comu­ni­tà stra­nie­re e la pau­ra del ter­ro­ri­smo di matri­ce isla­mi­ca. Ad acco­mu­na­re le sto­rie «Altria­ra­bi migran­te» è la ricer­ca di iden­ti­tà, il sen­so di appar­te­nen­za, il con­flit­to inte­rio­re tra le radi­ci cul­tu­ra­li del Pae­se di ori­gi­ne e le moder­ni­tà dell’Europa, l’ibri­da­zio­ne cul­tu­ra­le, l’arricchimento del­la diver­si­tà cul­tu­ra­le, ste­reo­ti­pi, pre­giu­di­zi e ben altro anco­ra…

«Obiet­ti­vo del­la col­la­na è quel­lo di deli­nea­re la nuo­va geo­gra­fia let­te­ra­ria euro­pea, con­tra­stan­do xeno­fo­bia e isla­mo­fo­bia» si leg­ge sul sito del­la casa edi­tri­ce, nel­la pre­sen­ta­zio­ne del pro­get­to.

Pros­si­mo all’uscita, nel mese di luglio, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na, clas­se 1986, Kaou­ther Adi­mi, «Le bal­le­ri­ne di Papi­cha», set­ti­mo tito­lo del­la col­la­na. È la sto­ria di una fami­glia che vive in un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Una radio­gra­fia dell’Alge­ria con­tem­po­ra­nea – con tut­te le sue spe­ran­ze e sof­fe­ren­ze – ma più in gene­ra­le del­la con­di­zio­ne uma­na.

Segui­rà ad ago­sto l’ultima pub­bli­ca­zio­ne del­la col­la­na a fir­ma di Sel­ma Dab­ba­gh, «Fuo­ri da qui». La scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si rie­sce a tra­scri­ve­re con incre­di­bi­le uma­ni­tà e una gran­de vena umo­ri­sti­ca tut­te le ener­gie e le fru­stra­zio­ni del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo attra­ver­so la sto­ria di due gio­va­ni pale­sti­ne­si in una Gaza sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, nel Gol­fo e poi a Lon­dra.

Usci­to lo scor­so mag­gio il sesto libro del­la col­la­na, «Un uomo non pian­ge mai» di Faï­za Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin, ban­lieue ad alta ten­sio­ne a nord-est di Pari­gi, già tra­dot­ta in ben 26 lin­gue. La Guè­ne è sta­ta di recen­te ospi­te al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no e al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to. Il mes­sag­gio più for­te che l’autrice ci con­se­gna con il suo rac­con­to, in par­te auto­bio­gra­fi­co, è l’importanza dicostrui­re lega­mi affet­ti­vi per esse­re feli­ci. Un mes­sag­gio uni­ver­sa­le che va oltre l’origine socia­le e il livel­lo cul­tu­ra­le. Emer­ge l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co e la dop­pia cul­tu­ra del­la Fran­cia, che dovreb­be far­ne teso­ro.

Pri­ma, l’autrice fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne ci ha rega­la­to un viag­gio a «La Mec­ca-Phu­ket». È la sto­ria di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. I sei roman­zi del­la Azzed­di­ne sono incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’iden­ti­tà fem­mi­ni­le, dai qua­li sono sta­ti trat­ti piè­ce tea­tra­le e fumet­to.

In «Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra», Sumia Suk­kar, gio­va­nis­si­ma scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na, rac­con­tal’annosa guer­ra in Siria attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zo affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, o meglio con le sue pen­nel­la­te e tut­ta la gam­ma dei colo­ri uti­liz­za­ti per capi­re il con­flit­to ed espri­me­re le pro­prie emo­zio­ni.

Ispi­ra­to ad una sto­ria vera, la sua, Abbas Khi­der, ci affi­da «I mira­co­li», una fia­ba moder­na sui rifu­gia­ti. Nato a Bag­dad nel 1973, è sta­to dete­nu­to nel­le car­ce­ri ira­che­ne sot­to la dit­ta­tu­ra di Sad­dam Hus­sein per moti­vi poli­ti­ci. Ha lascia­to il Pae­se di ori­gi­ne nel 1996 e dopo mil­le peri­pe­zie si è sta­bi­li­to in Ger­ma­nia, dove ha stu­dia­to Filo­so­fia e Let­te­ra­tu­ra. Khi­der è uno dei gio­va­ni auto­ri più pro­met­ten­ti del pano­ra­ma let­te­ra­rio tede­sco.

Rodaan Al Gali­di, clas­se 1971, olan­de­se di ori­gi­ne ira­che­na, ha vin­to il Pre­mio dell’Unione euro­pea per la let­te­ra­tu­racon «L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re», secon­do volu­me del­la col­la­na «Altria­ra­bi migran­te». Un viag­gio nel­la men­te pura e inno­cen­te di un ragaz­zo auti­sti­co, alla sco­per­ta del­la sua visio­ne del­la vita, stra­na ma affa­sci­nan­te.

«Se ti chia­mi Moha­med» di Jérô­me Rui­lier, ori­gi­na­rio dell’isola afri­ca­na di Mada­ga­scar, è un gra­phic novel ori­gi­na­le e corag­gio­so che rac­con­ta con imme­dia­tez­za la sto­ria dell’immigrazione ara­ba in Fran­cia. Con il suo trat­to linea­re Rui­lier, ispi­ra­to­si anche al gior­na­li­smo inve­sti­ga­ti­vo, rico­strui­sce il per­cor­so migra­to­rio dal Magh­reb ver­so la Fran­cia e la nasci­ta del­le secon­de gene­ra­zio­ni con tut­te le tema­ti­che con­nes­se, dal raz­zi­smo all’esclu­sio­ne socia­le, dal­la ricer­ca iden­ti­ta­riaall’inte­gra­zio­ne.

di Véro­ni­que Viri­glio su Euro­co­mu­ni­ca­zio­ne

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di cari­ca­tu­ra­le.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da gene­ra­zio­ne.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phu­ket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017

Leggere “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène a lume di candela

Niz­za. Una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Padre, madre, due figlie e un figlio. E’ lui, Mou­rad, la voce nar­ran­te del roman­zo del­la gio­va­ne Faï­za Guè­ne. Bam­bi­no all’inizio del libro, neo-pro­fes­so­re di fran­ce­se alla fine- nien­te male come risul­ta­to per un pied-noir. Nien­te male come pun­to di arri­vo per un ragaz­zo coc­co­la­to dal­la madre per­ché uni­co maschio, con un padre anal­fa­be­ta che fa il cal­zo­la­io di mestie­re. Anche se Mou­rad non è il pri­mo ad andar­se­ne di casa- anni pri­ma di lui la sorel­la mag­gio­re Dou­nia è usci­ta di casa in manie­ra pla­tea­le salen­do sull’automobile di un uomo con occhia­li scu­ri e un visto­so oro­lo­gio al pol­so. Di lei non si pote­va più par­la­re, Dou­nia non face­va più par­te del­la loro fami­glia. Per­ché una bra­va ragaz­za alge­ri­na si com­por­ta­va in manie­ra diver­sa, impa­ra­va a cuci­na­re, si spo­sa­va con un uomo scel­to dai geni­to­ri, met­te­va al mon­do dei bam­bi­ni. Sem­pre rispet­to­sa dei geni­to­ri. Come avreb­be fat­to l’altra sorel­la di Mou­rad, ren­den­do feli­ce la madre. Non impor­ta­va se Dou­nia era diven­ta­ta avvo­ca­to, se era entra­ta in poli­ti­ca, se era alla gui­da di un movi­men­to fem­mi­ni­sta. Nes­su­na di que­ste cose, nes­sun suo suc­ces­so le avreb­be por­ta­to il per­do­no dei geni­to­ri, e tan­to­me­no lei era dispo­sta a per­do­na­re loro per aver­la taglia­ta fuo­ri.

Con un lin­guag­gio viva­ce e moder­no, con una colo­ri­ta spruz­za­ta di paro­le ara­be, Mou­rad ci rac­con­ta dei pro­ble­mi del distac­co gene­ra­zio­na­le a cui si aggiun­go­no le dif­fi­col­tà di inte­gra­zio­ne: non c’è pro­prio nul­la in comu­ne tra la cul­tu­ra che i suoi geni­to­ri si sono por­ta­ti die­tro dall’Algeria e quel­la in cui loro, i figli, cre­sco­no, in Fran­cia. E’ una stra­da irta di osta­co­li che devo­no per­cor­re­re, per non esse­re diver­si dai com­pa­gni e, dall’altra par­te, per non incor­re­re nel­le ire del­la madre- un per­so­nag­gio sim­pa­ti­co e a vol­te irri­tan­te, con le sue esa­ge­ra­zio­ni e i suoi ricat­ti affet­ti­vi, l’importanza che dà al cibo come dimo­stra­zio­ne d’amore e, di con­se­guen­za, alla flo­ri­dez­za fisi­ca come pro­va del benes­se­re. E’ una madre mol­to umo­ra­le, medi­ter­ra­nea, pos­ses­si­va, intran­si­gen­te. Per Mou­rad è una for­tu­na il dover­si allon­ta­na­re da Niz­za per anda­re a inse­gna­re a Pari­gi- altre dif­fi­col­tà, altri pro­ble­mi per il confronto/scontro con gli alun­ni e il ritrat­to di un cugi­no che ha tro­va­to la sua solu­zio­ne for­tu­na­ta: vive con una don­na mol­to più anzia­na che si bea in quel­lo che lei cre­de sia amo­re.

Ogni per­so­nag­gio tro­va la sua col­lo­ca­zio­ne nel roman­zo di Faï­za Guè­ne, ogni let­to­re può sim­pa­tiz­za­re con l’uno o con l’altro, con Dou­nia che non vuo­le asso­mi­glia­re alla madre ma che fini­sce per esse­re simi­le a lei nel­la sua intran­si­gen­za, con la sorel­la più mite che, for­se per dif­fe­ren­ziar­si da Dou­nia, ha fat­to una scel­ta oppo­sta alla sua e si tro­va bene nel model­lo tra­di­zio­na­le di don­na alge­ri­na, con Mou­rad, il più fra­gi­le dei figli, con il peso del­le paro­le del padre che gli risuo­na­no negli orec­chi, ‘un uomo non pian­ge mai’, con il padre, infi­ne, il più com­pren­si­vo e tol­le­ran­te, che con­fes­sa solo a Mou­rad il desi­de­rio di rive­de­re la figlia pri­ma di mori­re e che si met­te a pian­ge­re- pro­prio lui- quan­do la incon­tra dopo anni.

Blog Leg­ge­re a lume di can­de­la di Maria Emi­lia Pic­co­ne

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Fran­ce­sca Del Vec­chio

«Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in vol­ta, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le. Nul­la di tut­to que­sto. Ero solo. Pun­to. Me n’ero fat­to una ragio­ne. Riten­go che non aves­se mai rea­liz­za­to di esse­re la pri­ma respon­sa­bi­le di quel fat­to»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMou­rad nasce a Niz­za, i suoi geni­to­ri sono alge­ri­ni emi­gra­ti in Fran­cia. Mode­sti per ran­go socia­le e per livel­lo cul­tu­ra­le. Sua madre, una don­na bona­ria­men­te inva­den­te e pro­tet­ti­va, gli tra­smet­te affet­to alla vec­chia manie­ra: rim­pin­zan­do­lo di cibo. E Mou­rad, che vor­reb­be eman­ci­par­si da quel­la con­di­zio­ne costruen­do­si un desti­no, vive nel ter­ro­re di diven­ta­re un ragaz­zot­to obe­so con i capel­li sale e pepe. Per soprav­vi­ve­re dovrà affran­car­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re che acco­mu­na mol­ti gio­va­ni di secon­da gene­ra­zio­ne.
Que­sta è la sto­ria rac­con­ta­ta da Faï­za Guè­ne in Un uomo non pian­ge mai, edi­to da Il Siren­te.
Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin (ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi), ha debut­ta­to nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra a soli dician­no­ve anni, san­cen­do, già dal prin­ci­pio, il suo talen­to let­te­ra­rio.
È sta­ta ospi­te al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to e al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, in occa­sio­ne del qua­le è sta­ta rea­liz­za­ta que­sta inter­vi­sta.

Cosa han­no in comu­ne Faï­za Guè­ne e il suo per­so­nag­gio, Mou­rad Chen­noun?

Mou­rad vive tra due fuo­chi: il tra­di­zio­na­li­smo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorel­la mag­gio­re Dou­nia, bril­lan­te stu­den­tes­sa. Come Mou­rad anche io ho vis­su­to una fase a caval­lo tra la ripro­du­zio­ne dei valo­ri fami­lia­ri e la ten­sio­ne alla moder­ni­tà. Mou­rad incar­na per­fet­ta­men­te la via di mez­zo tra le due stra­de: un ragaz­zo che non nega le sue ori­gi­ni, ma che – facen­do suoi i valo­ri del pae­se ospi­tan­te – costrui­sce qual­co­sa di impor­tan­te per la sua vita.

Il desti­no di Mou­rad è nel­le sue mani: quan­to con­ta per lui e per gio­va­ni come lui l’autodeterminazione e la for­za di volon­tà?

Il mes­sag­gio che vole­vo far pas­sa­re è che, a pre­scin­de­re dall’origine socia­le e dal livel­lo cul­tu­ra­le, si può esse­re feli­ci solo se sia­mo riu­sci­ti a costrui­re dei lega­mi affet­ti­vi. Mou­rad è cer­to un per­so­nag­gio sin­go­la­re, dota­to di volon­tà e for­za d’animo, ma è vero anche che ha rice­vu­to tan­to amo­re e soste­gno dal­la sua fami­glia, nono­stan­te la mode­stia del padre e l’invadenza del­la madre. È diven­ta­to un inse­gnan­te, e que­sto è un tra­guar­do, pur­trop­po, non per tut­ti.

Il tuo libro è il rac­con­to di una sto­ria come ce ne sono tan­te: quan­to c’è di fin­zio­ne e quan­to di veri­tà?

Di tut­ti i miei roman­zi que­sto è quel­lo in cui ho mes­so di più di me stes­sa. Ciò non vuol dire che que­sti avve­ni­men­ti si sia­no veri­fi­ca­ti real­men­te nel­la mia vita ma una base di veri­tà c’è: in par­ti­co­la­re il rap­por­to con il padre, l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co. La Fran­cia ha una dop­pia cul­tu­ra e dovreb­be far­ne teso­ro.

«Con il pas­sa­re degli anni, la situa­zio­ne con Dou­nia peg­gio­ra­va. Il mon­do ester­no pul­lu­la­va di Julie Gué­rin, e i ten­ta­ti­vi dei miei geni­to­ri di trat­te­ne­re la figlia nel guscio sono tut­ti fal­li­ti. Le inti­mi­da­zio­ni e le puni­zio­ni non fun­zio­na­va­no più. Mia madre, pur così abi­le nel gio­co del­la col­pe­vo­liz­za­zio­ne, ha spa­ra­to tut­te le sue car­tuc­ce. La tachi­car­dia improv­vi­sa e l’ipertensione non cam­bia­va­no più nul­la.
Abbia­mo per­du­to Dou­nia».

Quan­to l’esperienza di vita nel­le ban­lieues ti è sta­ta uti­le nel­la tua pro­du­zio­ne let­te­ra­ria?

Come ogni scrit­to­re, l’ambiente cir­co­stan­te – fami­lia­re, socia­le, cul­tu­ra­le – influi­sce in modo piut­to­sto evi­den­te sul­la pro­pria let­te­ra­tu­ra. Nel mio caso non è la peri­fe­ria a dare sen­so alla scrit­tu­ra, ma la mia per­ce­zio­ne di que­sto ambien­te. Guar­da­re il mon­do con gli occhi del­la peri­fe­ria dà vita a un nuo­vo gene­re: una let­te­ra­tu­ra popo­la­re “nobi­le”, per­ché anche il per­so­nag­gio più ano­ni­mo può tra­sfor­mar­si in un eroe.

Hai pub­bli­ca­to il tuo pri­mo libro a dician­no­ve anni gra­zie al tuo pro­fes­so­re di fran­ce­se. Hai avu­to corag­gio. E for­tu­na. Cosa ha signi­fi­ca­to per te quel tram­po­li­no?

Io cre­do nel desti­no, ed è incre­di­bi­le per me ave­re avu­to que­sta oppor­tu­ni­tà, visto che come Mou­rad la mia con­di­zio­ne socia­le d’origine e il mio ambien­te non sup­por­ta­no que­sto tipo di per­cor­so. Se non aves­si avu­to que­sto incon­tro con il mio mae­stro, e non aves­si segui­to l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pub­bli­ca­to.

Que­sto ulti­mo roman­zo è sicu­ra­men­te più matu­ro del pri­mo: per sti­le, per sto­ria. C’è qual­co­sa che rim­pian­gi del­la vec­chia Faï­za?

For­se la spen­sie­ra­tez­za dei miei dician­no­ve anni, e anche il mio otti­mi­smo.

Come ha rispo­sto il pub­bli­co fran­ce­se al tuo libro?

Il pub­bli­co mi ha segui­to e ne sono mol­to feli­ce; i miei pri­mi let­to­ri sono anco­ra lì ad atten­der­mi. Per quan­to riguar­da la stam­pa, i gior­na­li­sti e la cri­ti­ca let­te­ra­ria, sono sod­di­sfat­ta che abbia­no rico­no­sciu­to in me una scrit­tri­ce a tut­ti gli effet­ti e non solo un “feno­me­no socia­le del­le peri­fe­rie”.

Negli ulti­mi anni l’apertura dell’editoria euro­pea al roman­zo d’origine ara­ba ha por­ta­to a cono­sce­re impor­tan­ti auto­ri. Ma qual­che vol­ta capi­ta di imbat­ter­si in roman­zi di estre­ma­men­te ste­reo­ti­pa­ti e scrit­ti per com­pia­ce­re il pub­bli­co occi­den­ta­le. Cosa ne pen­si?

Cre­do che in tut­ti i set­to­ri ci sia­no auto­ri ed edi­to­ri che scri­vo­no per pia­ce­re. Ma pen­so che il pub­bli­co non si lasci ingan­na­re e che l’autenticità fac­cia sem­pre la dif­fe­ren­za.

I tuoi roman­zi sono sta­ti tra­dot­ti in ven­ti­sei lin­gue. Che rap­por­to hai con i tuoi libri tra­dot­ti?

È ogni vol­ta una bel­la sor­pre­sa per me. Ne sono affa­sci­na­ta per­ché sen­to che si trat­ta di un nuo­vo roman­zo. In un nuo­vo ambien­te, in una cul­tu­ra diver­sa. Ma gra­zie ai nume­ro­si incon­tri con i let­to­ri di tut­to il mon­do, ho capi­to che la let­te­ra­tu­ra è uni­ver­sa­le.

Un uomo non piange mai : Faïza Guène

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bel­li­no

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed eman­ci­par­si.

31 Mag­gio 2017

Doppio appuntamento con gli autori de il Sirente alla XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

Mohamed Dibo autore di “E se fossi morto?” e Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenteranno i loro libri all’interno della programmazione ufficiale della fiera, nella sezione Anime Arabe, curata da Paola Caridi e Lucia Sorbera.

Vener­dì 19 mag­gio alle 15,30 Faï­za Guè­ne autri­ce di “Un uomo non pian­ge mai” pre­sen­te­rà il suo libro dia­lo­gan­do con Car­la Pei­ro­le­ro (Suq Festi­val di Geno­va) nel­lo Spa­zio Babel.

Tra­dot­ta in 26 lin­gue Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea. Dopo l’esordio a soli 18 anni “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro, dove con uno sti­le più matu­ro si cimen­ta nel­la dif­fi­ci­le impre­sa di descri­ve­re il cam­mi­no di ricer­ca di un’identità per le secon­de gene­ra­zio­ni nate in Euro­pa.

Saba­to 20 mag­gio ore 15,30 Muham­mad Dibo auto­re di “E se fos­si mor­to?” dia­lo­ga con Jen­ny Erpen­beck tra let­tu­re e musi­ca, pres­so l’Are­na Pie­mon­te. Mode­ra Pao­la Cari­di (cura­tri­ce del­la sezio­ne Ani­me Ara­be).

Il tema dell’esilio attra­ver­sa la sto­ria del­la let­te­ra­tu­ra e del pen­sie­ro mon­dia­li. Al Salo­ne auto­ri e intel­let­tua­li leg­go­no bra­ni scel­ti dal­la let­te­ra­tu­ra euro­pea e ara­ba insie­me a Muham­mad Dibo, scrit­to­re siria­no rifu­gia­to a Ber­li­no, e Jen­ny Erpen­beck, scrit­tri­ce tede­sca che dedi­ca un’attenzione par­ti­co­la­re alle migra­zio­ni e al modo in cui stan­no cam­bian­do il suo pae­se.

Muham­mad Dibo è uno scrit­to­re siria­no, oggi in esi­lio in Ger­ma­nia, nel suo libro auto­bio­gra­fi­co “E se fos­si mor­to?” affron­ta il dram­ma del­la guer­ra.

Tut­to il cata­lo­go dell’editore sarà pre­sen­te allo stand P 129 / Padi­glio­ne 3

 

 

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Fran­ce­sca Bel­li­no il Mat­ti­no

Per moti­vi sto­ri­ci lega­ti al colo­nia­li­smo, la Fran­cia è il pae­se euro­peo abi­ta­to dal mag­gior nume­ro di migran­ti magh­re­bi­ni e que­sta pre­sen­za mas­sic­cia ha fat­to nasce­re, sin dagli Anni ’80, una nar­ra­ti­va fran­ce­se tar­ga­ta G2. Un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo tra le varie voci let­te­ra­rie del­la secon­da gene­ra­zio­ne sono i libri di Saphia Azzed­di­ne, nata in Maroc­co e tra­sfe­ri­ta­si in Fran­cia all’età di 9 anni, del­la qua­le Il Siren­te ha appe­na pub­bli­ca­to il roman­zo La Mec­ca-Phu­ket (tra­du­zio­ne di Ila­ria Vita­li).
La sto­ria è ambien­ta­ta in una ban­lieue pari­gi­na disa­gia­ta e rac­con­ta la lot­ta per l’emancipazione del­la gio­va­ne “musul­ma­na lai­ca” Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, nata in Fran­cia da geni­to­ri maroc­chi­ni, con­si­de­ra­ta “sfron­ta­ta” dai pet­te­go­li del quar­tie­re solo per il suo sen­tir­si una don­na libe­ra di sce­glie­re. Fai­rouz, infat­ti, pur rispet­tan­do alcu­ni pre­cet­ti del­la sua reli­gio­ne di appar­te­nen­za, come fare il rama­dan e non bere alcool, pren­de le distan­ze dell’identità fami­lia­re e por­ta avan­ti la sua bat­ta­glia quo­ti­dia­na da “indo­mi­ta”. Nono­stan­te si sen­ta com­ple­ta­men­te diver­sa dai geni­to­ri, li ama e li rispet­ta e, per ren­der­li feli­ci, deci­de di rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, uno dei cin­que pila­stri dell’Islam che va com­piu­to alme­no una vol­ta del­la vita. Comin­cia così a rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per il pro­get­to insie­me alla sorel­la men­tre la sua vita scor­re tra stu­dio, ami­che e sogni in un quar­tie­re gri­gio spes­so pre­so d’assalto da “gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta”.

Per riflet­te­re la sepa­ra­zio­ne tra la secon­da gene­ra­zio­ne e chi l’ha pre­ce­du­ta, l’autrice fa un uso del­la lin­gua a più livel­li: da un lato il modo di espri­mer­si “gio­va­ni­le” del­la pro­ta­go­ni­sta che nar­ra in pri­ma per­so­na, dall’altro il lin­guag­gio “spez­za­to” dei geni­to­ri, un fran­ce­se appros­si­ma­ti­vo tipi­co di chi non ha mai matu­ra­to una buo­na padro­nan­za del­la lin­gua. La mag­gior par­te dei per­so­nag­gi del roman­zo che si pre­sen­ta snel­lo e vivo, par­la il cosid­det­to “argot des cités”, un les­si­co infar­ci­to di pre­sti­ti, soprat­tut­to dal­le lin­gue ara­be e afri­ca­ne, che spa­zia fino al ver­lan, anti­ca pra­ti­ca che rove­scia le paro­le, inver­ten­do non solo le let­te­re dell’alfabeto ma l’intero siste­ma di valo­ri tra­smes­so.
La pro­ta­go­ni­sta denun­cia così l’esclusione socia­le di chi vive nei caser­mo­ni del­le ban­lieue di Pari­gi dove i pre­giu­di­zi e le discri­mi­na­zio­ni pos­so­no nasce­re anche solo dal nome: “Fai­rouz Mou­fa­kh­rou… Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pres­sio­ne!”.

23 Mar­zo 2017

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Gui­do Cal­di­ron, “Il Mani­fe­sto”, 7 apri­le 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuan­do, nel 2004, a soli 19 anni esor­dì con “Kif kif doma­ni”, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na, Faï­za Guè­ne fu subi­to ribat­tez­za­ta dal­la stam­pa fran­ce­se come la «Sagan des cités», in rife­ri­men­to all’autrice di “Bon­jour Tri­stes­se”. Tre­di­ci anni più tar­di, alcu­ni altri roman­zi alle spal­le che han­no con­tri­bui­to a ren­der­la una del­le inter­pre­ti del­la nuo­va let­te­ra­tu­ra tran­sal­pi­na, nata sem­pre più spes­so pro­prio tra i palaz­zo­ni di peri­fe­ria, la scrit­tri­ce, cre­sciu­ta nel­la cité dei Cour­til­liè­res, nel­la ban­lieue pari­gi­na di Pan­tin, pub­bli­ca il suo libro più matu­ro, “Un uomo non pian­ge mai”, il Siren­te (pp. 240, euro 15).

Una rifles­sio­ne, in par­te auto­bio­gra­fi­ca, sul tema del con­fron­to tra le gene­ra­zio­ni e le cul­tu­re osser­va­ta attra­ver­so le vicen­de del­la fami­glia di ori­gi­ne alge­ri­na degli Chen­noun, che l’autrice pre­sen­ta in que­sti gior­ni a Pra­to nell’ambito del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn.

Oggi la Fran­cia va al voto, come ha vis­su­to que­sta cam­pa­gna elet­to­ra­le?
Sono mol­to con­fu­sa, nel sen­so che ho l’impressione che la cam­pa­gna non sia sta­ta affat­to all’altezza del­le sfi­de e dei pro­ble­mi che dob­bia­mo affron­ta­re. L’ho tro­va­ta cini­ca e pes­si­ma, pres­so­ché pri­va di digni­tà, con un buon nume­ro di can­di­da­ti che si sono pre­sen­ta­ti mal­gra­do aves­se­ro dei pro­ble­mi seri con la giu­sti­zia.

Vote­rà lo stes­so? E con qua­le spi­ri­to, spe­cie di fron­te alla minac­cia rap­pre­sen­ta­ta da Mari­ne Le Pen?
Si, ed è chia­ro che non vote­rò per Mada­me Le Pen. Appar­ten­go alla gene­ra­zio­ne che ha vis­su­to il 2002 – quan­do Jean-Marie Le Pen arri­vò al bal­lot­tag­gio con­tro Chi­rac -, come uno shock e ricor­do benis­si­mo le mani­fe­sta­zio­ni e il sus­sul­to demo­cra­ti­co che scos­se il pae­se. Oggi, inve­ce, di fron­te al fat­to che l’estrema destra è arri­va­ta di nuo­vo al secon­do tur­no, la rea­zio­ne di un tem­po non si è più pro­dot­ta. Qua­si le per­so­ne si fos­se­ro abi­tua­te o ras­se­gna­te a que­sta even­tua­li­tà. La pos­si­bi­li­tà che il Fn pos­sa gui­da­re la Fran­cia è diven­ta­ta per cer­ti ver­si nor­ma­le, e per­ciò pos­si­bi­le.

Anche se ha sem­pre rifiu­ta­to di esse­re con­si­de­ra­ta un sim­bo­lo dei gio­va­ni del­le ban­lieue, cre­de che la cam­pa­gna per l’Eliseo abbia par­la­to anche agli abi­tan­ti dei quar­tie­ri popo­la­ri?
In effet­ti è sem­pre dif­fi­ci­le pen­sa­re di par­la­re a nome degli altri, però pos­so dire che ho la sen­sa­zio­ne che si con­si­de­ri­no que­ste “mino­ran­ze” del pae­se solo per addi­tar­le come un pro­ble­ma, per pre­sen­tar­le come i respon­sa­bi­li mag­gio­ri del­le dif­fi­col­tà che attra­ver­sa la nostra socie­tà. E la cam­pa­gna per le pre­si­den­zia­li ha con­fer­ma­to que­sta ten­den­za. Solo che que­sta vol­ta è sta­to soprat­tut­to l’Islam a fini­re nel miri­no di mol­ti poli­ti­ci. Anche se non si trat­ta di qual­co­sa di nuo­vo, negli ulti­mi mesi tut­to ciò si è fat­to sen­ti­re con anco­ra mag­gio­re vio­len­za. L’intera comu­ni­tà musul­ma­na è ormai guar­da­ta con sospet­to.

Nel 2007, dopo la rivol­ta del­le ban­lieue e l’ascesa di Sar­ko­zy, ha con­tri­bui­to al volu­me col­let­ti­vo «Qui fait la Fran­ce?» che inten­de­va rea­gi­re pro­prio al mon­tan­te cli­ma iden­ti­ta­rio. Qua­le il bilan­cio ad oggi?
Mi dispia­ce mol­to, per­ché mi pia­ce­reb­be dire che le cose sono miglio­ra­te, ma pur­trop­po non è anda­ta così. E, guar­dan­do al cli­ma che mon­ta nel Pae­se, cre­do che non faran­no che peg­gio­ra­re ulte­rior­men­te. Die­ci anni fa in quel libro ci inter­ro­ga­va­mo pro­prio sul­la pos­si­bi­li­tà che un mag­gio­re acces­so alla cul­tu­ra e al sape­re dei gio­va­ni cre­sciu­ti nel­le ban­lieue e nel­le fami­glie popo­la­ri potes­se pro­dur­re un cam­bia­men­to rea­le, riav­vi­ci­na­re le per­so­ne e ren­de­re più giu­sta la socie­tà fran­ce­se. Nutri­va­mo anco­ra gran­di spe­ran­ze. Oggi inve­ce fac­cio dav­ve­ro fati­ca a capi­re dove sono fini­te tut­te quel­le ener­gie e quel­la voglia di rin­no­va­men­to. All’epoca era cer­to già per­ce­pi­bi­le una deri­va dema­go­gi­ca e xeno­fo­ba, solo che poi quei discor­si si sono fat­ti via via più spu­do­ra­ti e un nume­ro cre­scen­te di per­so­ne han­no comin­cia­to a con­si­de­rar­li come qual­co­sa di «nor­ma­le».

Lo scor­so anno, dopo che il suo com­pa­gno, in Fran­cia da 9 anni ma pri­vo di per­mes­so di sog­gior­no, era sta­to fer­ma­to e reclu­so con la minac­cia dell’espulsione, lei ha scrit­to un bre­ve testo inti­to­la­to «Le bruit des avions» dedi­ca­to al modo in cui sono trat­ta­ti i cosid­det­ti «clan­de­sti­ni».
Si, è sta­to un momen­to tal­men­te dif­fi­ci­le sul pia­no per­so­na­le che fac­cio per­fi­no fati­ca a ritor­na­re sul­la vicen­da. Ci ten­go però a dire che die­tro la defi­ni­zio­ne tutt’altro che neu­tra di «clan­de­sti­no» o di «sans-papiers» si nascon­de il ten­ta­ti­vo di nega­re l’umanità e la vita stes­sa di mol­tis­si­me per­so­ne. Tut­to rien­tra poi nel­la dif­fu­sa ipo­cri­sia che fa sì che que­ste per­so­ne che si vuo­le man­te­ne­re nell’«invisibilità», con­tri­bui­sca­no però in real­tà ogni anno per milio­ni di euro all’economia fran­ce­se. Pos­so­no esse­re sfrut­ta­ti dai dato­ri di lavo­ro anche se non han­no i docu­men­ti in tasca, ma se poi chie­do­no i loro dirit­ti, allo­ra scop­pia il pro­ble­ma. Una situa­zio­ne disgu­sto­sa.

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 Maggio sarà a Prato in occasione del Festival Mediterraneo Downtown

Scrit­tu­ra Migran­te’ Le iden­ti­tà e le scrit­tu­re metic­ce di due don­ne che par­la­no dell’Europa con­tem­po­ra­nea Saba­to 6 mag­gio – ore 16.30  Bibi­lio­te­ca Laz­ze­ri­ni – Sala Con­fe­ren­ze – Pri­mo Pia­no. Incon­tro con Faï­za Guè­ne, autri­ce di “Un uomo non pian­ge mai” e Alke­ta Vako, mode­ra l’incontro  Mari­na Lalo­vic (Radio Rai 3 Mon­do).

Set­tan­ta ospi­ti inter­na­zio­na­li, cen­to volon­ta­ri, tren­ta­cin­que ore di pro­gram­ma­zio­ne tra talk show, incon­tri, pre­sen­ta­zio­ni di libri e spet­ta­co­li: è tut­to pron­to per la pri­ma edi­zio­ne di “Medi­ter­ra­neo Down­to­wn”, il pri­mo festi­val inte­ra­men­te dedi­ca­to alla sce­na con­tem­po­ra­nea dell’area medi­ter­ra­nea.
Un’occasione uni­ca per vive­re una cit­tà come Pra­to, la più mul­ti­cul­tu­ra­le del­la nostra regio­ne, e anche per ave­re uno sguar­do nuo­vo, ori­gi­na­le e non ste­reo­ti­pa­to su un’area geo­gra­fi­ca, cul­tu­ra­le, sto­ri­ca ed eco­no­mi­ca a cui appar­te­nia­mo.
La mani­fe­sta­zio­ne coin­vol­ge­rà i luo­ghi prin­ci­pa­li del­la cit­tà: Il Cen­tro per l’Arte Con­tem­po­ra­nea Lui­gi Pec­ci, il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi (Museo del Tes­su­to e Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni), il tea­tro Cico­gni­ni all’interno del pre­sti­gio­so e omo­ni­mo Liceo e piaz­za del­le car­ce­ri.
I pro­mo­to­ri del Festi­val 2017 sono: COSPE onlus, Comu­ne di Pra­to, Regio­ne Tosca­na, Libe­ra, Amne­sty Inter­na­tio­nal e Legam­bien­te.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Fai­za Gue­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

Il Libro Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in frantumi.“Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)
LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News” (25 apri­le 2017)

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quar­tie­re la defi­ni­sco­no sfron­ta­ta. Lei si defi­ni­sce fie­ra e indo­mi­ta.

Non ero fie­ra di esse­re musul­ma­na, ma sem­mai musul­ma­na e fie­ra in gene­ra­le.

Non è un’eroina moder­na la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Saphia Azze­di­neLa Mec­ca Phu­ket” (Il Siren­te). Fai­rouz è una ragaz­za nor­ma­le, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni che vive in una ban­lieue fran­ce­se. Una di quel­le che da alme­no un paio d’anni a que­sta par­te sono dive­nu­te famo­se per­chè da lì pro­ve­ni­va­no alcu­ni ter­ro­ri­sti isla­mi­ci e per­chè è lì che mag­gior­men­te si incan­cre­ni­sce la man­ca­ta inte­gra­zio­ne che a vol­te par­to­ri­sce l’estremismo.

La sua è una lot­ta quo­ti­dia­na con­tro la doci­li­tà, quel­la che le impor­reb­be la sua cul­tu­ra. In bili­co tra la voglia di eman­ci­par­si e l’amore per la sua fami­glia. Quel­lo stes­so amo­re che nutre ver­so i suoi geni­to­ri che la spin­ge a met­te­re da par­te dei sol­di, con la com­pli­ci­tà del­la sorel­la Kal­soum per rega­la­re loro l’hajj, il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co a La Mec­ca per­chè pos­sa­no final­men­te vede­re e toc­ca­re la Ka’ba e non esse­re più addi­ta­ti dai vici­ni in quan­to anco­ra non han­no ottem­pe­ra­to ad uno dei pila­stri dell’Islam.

Da un lato il sen­so del dove­re e del rispet­to e quel sal­va­da­na­io che si riem­pie. Dall’altro la voglia di eva­de­re, di rega­lar­si un sogno. Nel mez­zo c’è l’odore dei piat­ti tipi­ci maroc­chi­ni, c’è l’atmosfera del­le ban­lieue, c’è la dif­fi­col­tà degli immi­gra­ti di inte­grar­si.

Genia­le l’idea dell’autrice di sce­glie­re di attri­bui­re ai geni­to­ri un lin­guag­gio che è volu­ta­men­te un ibri­do tra il loro idio­ma ori­gi­na­rio e quel­lo del Pae­se che li ospi­ta. Così come è schiet­to, diret­to, sfron­ta­to, in alcu­ni momen­ti anche vol­ga­re il modo di espri­mer­si del­la pro­ta­go­ni­sta. Ma è esso stes­so ribel­lio­ne ad uno sche­ma, è esso stes­so una for­ma di indo­ci­li­tà.

Un roman­zo che ci costrin­ge ad inter­ro­gar­ci sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne che vivo­no in deter­mi­na­ti con­te­sti fami­glia­ri e reli­gio­si. “Sono pas­sa­te dal­la cor­da per sal­ta­re al fascia­to­io, sen­za pas­sa­re dal­la casel­la baci ruba­ti” sen­ten­zia con ama­rez­za Fai­rouz par­lan­do di tan­te ragaz­ze pro­ve­nien­ti da fami­glie di immi­gra­ti. Lei che scan­da­glia a fon­do anche il rap­por­to tra uomo e don­na. “Sia­mo l’una la metà dell’altro, ce la gio­chia­mo a metà e ci godia­mo il risul­ta­to a metà. Nel­le reli­gio­ni, le don­ne subi­va­no sem­pre di tut­to, come se Dio ce l’avesse per­so­nal­men­te con loro per qual­co­sa. Ma la mela e quel­la sto­riel­la che ne è deri­va­ta, può con­vin­ce­re all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fat­to un sac­co di capo­la­vo­ri che tra­sfor­ma­no quel­la sto­ria in una boia­ta. Che cosa abbia­mo mai fat­to che non abbia­no fat­to anche gli uomi­ni, a par­te gene­ra­li in quan­de quan­ti­tà?” si chie­de.

Una sto­ria che ruo­ta attor­no a que­sta col­let­ta per rega­la­re l’hajj ai geni­to­ri che si chiu­de con un fina­le inat­te­so. Uno sti­le flui­do e pia­ce­vo­le quel­lo del­la Azza­di­ne che dimo­stra in que­sto roman­zo di saper tra­sci­na­re il let­to­re dal­la pri­ma all’ultima pagi­na sen­za anno­ia­re mai.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar
IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La guerra raccontata attraverso i colori da un ragazzo di Aleppo

di Ebe Pie­ri­ni, “Ital­News”, 12 apri­le 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarImpri­me­re la guer­ra su tela.
Dipin­ger­la anche col san­gue vero del­le vit­ti­me.
É quel­lo che fa Adam, un ragaz­zi­no siria­no di 14 anni, mala­to del­la sin­dro­me di Asper­ger, orfa­no di madre. La sua came­ra pie­na zep­pa di tele dipin­te è il suo rifu­gio. É così che lui esor­ciz­za il dolo­re, tra­spo­nen­do­lo in un dipin­to. E quan­do il cibo scar­seg­gia e i mor­si del­la fame si fan­no sen­ti­re schiac­cia un tubet­to di colo­re e lo man­gia.
É lui il pro­ta­go­ni­sta del roman­zo “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” (il Siren­te) di Sumia Suk­kar, scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni siria­ne.
I colo­ri e il con­flit­to.
Potreb­be appa­ri­re un con­nu­bio impos­si­bi­le e inve­ce diven­ta una chia­ve di let­tu­ra alter­na­ti­va. Ogni sen­ti­men­to, ogni sta­to d’animo vie­ne asso­cia­to ad una tin­ta e la guer­ra assu­me le sfu­ma­tu­re del nero, del gri­gio, del mar­ro­ne, del vio­la, del ros­so. Adam affron­ta il dram­ma che afflig­ge Alep­po e tut­ta la Siria gra­zie all’amore del­la sua fami­glia, di suo padre, del­la sorel­la Yasmi­ne, suo vero uni­co pun­to di rife­ri­men­to e dei suoi tre fra­tel­li e alla vici­nan­za di una gat­ta ran­da­gia che deci­de di chia­ma­re Liqui­ri­zia. Il dolo­re sfio­re­rà più vol­te i mem­bri del­la sua fami­glia e la mor­te entre­rà nel­la sua casa. A fare da cor­ni­ce la descri­zio­ne di una Alep­po vio­la­ta dai bom­bar­da­men­ti. La scuo­le chiu­se, le case distrut­te, i mor­ti per stra­da, il cibo che man­ca, l’acqua cen­tel­li­na­ta. In que­sto roman­zo ritro­via­mo la Siria che ci appa­re ormai dagli scher­mi tele­vi­si­vi, nei ser­vi­zi dei tele­gior­na­li, nei repor­ta­ge dei gior­na­li­sti.
In Adam rivi­vo­no tut­ti i bam­bi­ni che han­no vis­su­to e con­ti­nua­no a vive­re que­sta ter­ri­bi­le espe­rien­za. Lui ci ricor­da anche tut­te le vit­ti­me del­la guer­ra in Siria non da ulti­mi i bim­bi mor­ti ad Idlib per i gas del­le armi chi­mi­che. Pro­prio per que­sto il roman­zo è qua­si un repor­ta­ge per l’attualità del­le vicen­de che nar­ra e per la veri­di­ci­tà del­le vite che con­tie­ne.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar
IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar: ma la guerra che colore ha?

di Katia Debo­ra Melis, “Oubliet­te Maga­zi­ne”, 10 apri­le 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarTer­zo libro del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, usci­to nel 2016 con tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni, è il bel­lis­si­mo dol­cea­ma­ro e eru­dis­si­mo, ma comun­que splen­di­do testo d’esordio di Sumia Suk­kar, autri­ce ingle­se di ori­gi­ni siro-alge­ri­ne, nata a Lon­dra nel 1992.

Fre­quen­ta­to il cor­so di lau­rea in Scrit­tu­ra crea­ti­va pres­so la King­ston Uni­ver­si­ty lon­di­ne­se, vie­ne inco­rag­gia­ta da Todd Swift, scrit­to­re ed edi­to­re, a pub­bli­ca­re con la sua casa edi­tri­ce, la Eyewear, il pri­mo roman­zo, “The boy from Alep­po who paint the war” nel 2013.

Alep­po. Siria. Una fami­glia for­ma­ta da baba, il padre, che lavo­ra tut­to il gior­no dura­men­te per sosten­ta­re i suoi cin­que figli. Mama, mam­ma, la moglie, è mor­ta anni pri­ma.Il figlio più pic­co­lo e voce nar­ran­te di qua­si tut­ta la sto­ria, è Adam, quat­tor­di­cen­ne che vive a caval­lo tra real­tà e imma­gi­na­zio­ne, in un mon­do spe­cia­le e abba­stan­za pro­tet­to dal nucleo fami­lia­re, a cau­sa del­la sua sin­dro­me di Asper­ger.

Tre fra­tel­li gemel­li stu­dia­no all’università, men­tre Yasmi­na, l’unica don­na di casa, infer­mie­ra in un cen­tro este­ti­co, è il moto­re e il vero soste­gno di tut­ta la fami­glia, in pri­mis di Adam, di cui cono­sce per­fet­ta­men­te le spe­cia­li esi­gen­ze, le manie, abi­tu­di­ni, pau­re, fobie e le perio­di­che cri­si dovu­te alla sua pato­lo­gia.

In fon­do, una fami­glia nor­ma­le, che ha tro­va­to un suo equi­li­brio e ha crea­to la “nor­ma­li­tà” attor­no a Adam. Lui ha sem­pre ama­to dipin­ge­re e i colo­ri sono il fil­tro per la sua per­ce­zio­ne e com­pren­sio­ne del mon­do, di cose, per­so­ne, situa­zio­ni e sta­ti d’animo. I colo­ri sono le cate­go­rie attra­ver­so cui può ten­ta­re di capi­re e di non per­de­re di vista un oriz­zon­te sicu­ro e tran­quil­liz­zan­te. Improv­vi­sa­men­te, però, le cose stan­no cam­bian­do. Entra­no nel­la sua vita paro­le incom­pren­si­bi­li nel loro per­ché: mani­fe­sta­zio­ni, rivol­te, guer­ra. Guer­ra civi­le, impos­si­bi­le: come si può com­bat­te­re se stes­si?

È pre­sen­te nei suoi qua­dri la guer­ra, fil­tra­ta attra­ver­so i libri, la scuo­la, la tele­vi­sio­ne, nei film, pri­ma, e nei noti­zia­ri d’ora in avan­ti. Cre­sce la sua con­fu­sio­ne, cre­sco­no le sue doman­de, cre­sce il suo disa­gio. Tra man­can­za d’acqua, di ener­gia elet­tri­ca, di cibo, e orro­ri sem­pre cre­scen­ti e che via via toc­che­ran­no sem­pre più da vici­no la fami­glia di Adam, cam­bia­no i colo­ri intor­no, pri­ma nel­le per­so­ne, che non sono più le stes­se, poi anche Alep­po, tut­ta, che non sarà mai più come pri­ma.

Per la pri­ma vol­ta dopo la scom­par­sa del­la madre, la mor­te entra pre­po­ten­te­men­te nel­la vita, negli occhi di Adam, gli strap­pa via il fra­tel­lo Isa, e anco­ra mace­rie e pol­ve­re, bom­be e san­gue, vio­len­ze ovun­que, in un’escalation sen­za fine.

Gli occhi di Adam ci rac­con­ta­no per qua­si tut­to il tem­po le vicen­de, sal­vo i pochi, dolo­ro­sis­si­mi capi­to­li in cui a rac­con­ta­re in pri­ma per­so­na gli orro­ri, le sevi­zie e tur­pi­tu­di­ni del con­flit­to, subi­te in pri­ma per­so­na, sarà Yasmi­ne.

I tan­ti per­ché di Adam non sem­pre tro­ve­ran­no rispo­sta, non la tro­va­no nem­me­no per noi che sia­mo spes­so lon­ta­ni e incre­du­li spet­ta­to­ri di con­flit­ti, come quel­lo siria­no, che non paio­no tro­va­re solu­zio­ne.

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” è un roman­zo tra sto­ria, cro­na­ca e denun­cia, che sa met­te­re in luce i risvol­ti sen­ti­men­ta­li, affet­ti­vi, cul­tu­ra­li, reli­gio­si e uma­ni di un popo­lo che da trop­po tem­po sof­fre ogni gene­re d’atrocità.

Tra fan­ta­sia e inge­nui­tà, amo­ri pro­fon­di, cita­zio­ni let­te­ra­rie e imma­gi­ni poe­ti­che, con pro­fon­da pas­sio­ne per la cul­tu­ra, tra imma­gi­ni cruen­te, di inau­di­ta bru­ta­li­tà, sino a qua­dri maca­bri e osses­si­vi, come den­tro un gran­de incu­bo, non si rie­sce a stac­ca­re lo sguar­do dal­la pagi­na sino all’ultima riga, pro­fon­da­men­te e inten­sa­men­te coin­vol­ti dal­le vicen­de dei pro­ta­go­ni­sti.

Il let­to­re, così, li accom­pa­gna nel loro lun­go e dolo­ro­so viag­gio di fuga ver­so Dama­sco, ver­so la sal­vez­za, ver­so una nuo­va vita. Non tut­ti arri­ve­ran­no alla meta. Ma là in fon­do, chis­sà dove, c’è anco­ra qual­co­sa e qual­cu­no, ci sono anco­ra colo­ri che aspet­ta­no di esse­re usa­ti per dipin­ge­re un qua­dro diver­so.

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)
LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Ric­car­do Miche­luc­ci, “Avve­ni­re”, 8 apri­le 2017

Nel suo nuo­vo roman­zo la gio­va­ne scrit­tri­ce affron­ta con tono leg­ge­ro gli ste­reo­ti­pi sul­la sua reli­gio­ne.

«Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. Non man­gia­vo maia­le. Non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. Non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­la che si chia­ma comu­ne­men­te musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti».

Un fiu­me inter­rot­to di paro­le con­di­to da una vena iro­ni­ca e a trat­ti irri­ve­ren­te ci rac­con­ta la real­tà odier­na del­le ban­lieue pari­gi­ne e la vita degli immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, dei qua­li si sen­te par­la­re qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so i fat­ti di cro­na­ca. La voce nar­ran­te è quel­la del­la gio­va­ne Fai­rouz, pro­ta­go­ni­sta di “La Mec­ca-Phu­ket”, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne, appe­na usci­to in ita­lia­no per l’editrice il Siren­te (pagi­ne 130, euro 15,00). Fai­rouz vive con la fami­glia a Cré­teil, un sob­bor­go di Pari­gi, in «un caser­mo­ne dove i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cer­vel­lo da cemen­to» e desi­de­ra eman­ci­par­si dal­le ori­gi­ni ara­bo­mu­sul­ma­ne.
Un gior­no deci­de insie­me a una sorel­la di rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per rega­la­re il sogno di una vita ai devo­ti geni­to­ri: il hajj, ovve­ro il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co cano­ni­co alla Mec­ca. Ma fini­rà inve­ce per spen­de­re quei sol­di in altro modo, cioè pren­den­do dei bigliet­ti per andar­si a diver­ti­re in un resort di Phu­ket, in Thai­lan­dia.

«Alla fine pre­fe­ri­rà rin­gra­zia­re Dio per i pic­co­li pia­ce­ri del­la vita, inve­ce che chie­der­gli per­do­no», ci spie­ga Azzed­di­ne. Dopo i pre­ce­den­ti roman­zi Con­fi­den­ces à Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (quest’ultimo tra­dot­to alcu­ni anni fa da Giu­lio Per­ro­ne edi­to­re), La Mec­ca-Phu­ket­com­ple­ta la tri­lo­gia che la scrit­tri­ce ha dedi­ca­to al con­fron­to con la sua reli­gio­ne, un tema appa­ren­te­men­te com­ples­so del qua­le rie­sce a par­la­re in modo disin­can­ta­to e diver­ten­te ma non fri­vo­lo, con­vin­ta com’è che non sia neces­sa­rio esse­re sem­pre seri o, peg­gio, arrab­bia­ti, quan­do si par­la di reli­gio­ne.

Nata ad Aga­dir nel 1979, Saphia Azzed­di­ne ha lascia­to il Maroc­co a 9 anni e da allo­ra vive in Fran­cia, dove lavo­ra anche come attri­ce e regi­sta. Ha sei roman­zi all’attivo, «e il set­ti­mo già con­se­gna­to all’editore», pre­ci­sa. Da quel­lo di esor­dio sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to, da La Mec­ca-Phu­ket per­si­no una tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Quest’ultimo pre­sen­ta anche una par­ti­co­la­re atten­zio­ne al lin­guag­gio, e ci fa cono­sce­re i codi­ci lin­gui­sti­ci nati nel­le peri­fe­rie disa­gia­te con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e gene­ra­zio­na­le.

In que­sto caso è sta­ta una pre­ci­sa scel­ta dovu­ta all’ambientazione del roman­zo?
«Per la veri­tà no. Di soli­to non costrui­sco nien­te, non pro­gram­mo alcun­ché pri­ma di met­ter­mi a scri­ve­re, né come né quan­to, e scri­vo sem­pre in modo mol­to spon­ta­neo. In tut­ti i miei roman­zi mi sono sfor­za­ta di ante­por­re i per­so­nag­gi a me stes­sa. Sono io ad adat­tar­mi alla loro vita, e quin­di anche al loro modo di espri­mer­si».

Fino a che pun­to il per­so­nag­gio di Fai­rouz è ispi­ra­to alla sua per­so­na­li­tà? Ci sono altri ele­men­ti auto­bio­gra­fi­ci nel­la sto­ria?
«Io sono den­tro tut­ti i miei per­so­nag­gi, non mi nascon­do mai die­tro la fin­zio­ne. Li amo e li com­pren­do. Non neces­sa­ria­men­te la pen­so sem­pre come loro, però. Fai­rouz mi asso­mi­glia per­ché ha la mia stes­sa rab­bia ma anche un suo modo mol­to per­so­na­le di con­ce­pi­re Allah, che la por­ta mol­to più spes­so a rin­gra­ziar­lo piut­to­sto che a chie­der­gli scu­sa».

Cosa pen­sa dell’attuale situa­zio­ne nel­le ban­lieue fran­ce­si?L’immagine che si ha dall’esterno, for­se super­fi­cia­le, è quel­la di una real­tà esplo­si­va che la poli­ti­ca non sa affron­ta­re, e che anche per que­sto si incan­cre­ni­sce col tem­po.
«È una situa­zio­ne dif­fi­ci­le, cer­to, ma non sol­tan­to a cau­sa del mal­con­ten­to del­le comu­ni­tà e del­le deri­ve di natu­ra reli­gio­sa, come ven­go­no descrit­te tut­ti i gior­ni dai mez­zi d’informazione. Il pro­ble­ma del­le peri­fe­rie è anzi­tut­to di carat­te­re socia­le, ed è ali­men­ta­to dal­le ingiu­sti­zie subi­te dal­la popo­la­zio­ne».

Pen­sa che que­sto pro­ble­ma sia anda­to ad aggra­var­si negli ulti­mi decen­ni?
«Sicu­ra­men­te. Le tele­vi­sio­ni e i gior­na­li non han­no mai smes­so di costrui­re una sor­ta di isla­mi­smo imma­gi­na­rio che con l’andar del tem­po, per rea­zio­ne, è diven­ta­to real­tà. Da alme­no trent’anni i musul­ma­ni fran­ce­si ven­go­no stig­ma­tiz­za­ti, cri­mi­na­liz­za­ti, se le gio­va­ni don­ne indos­sa­no un fou­lard c’è chi ne fa subi­to un affa­re di Sta­to. L’islam ha dimo­stra­to di ave­re le spal­le lar­ghe. A for­za di descri­ve­re i padri come tor­tu­ra­to­ri e aguz­zi­ni, i figli come dei bru­ti e le don­ne come per­so­ne sot­to­mes­se, c’è sta­to un riget­to nei con­fron­ti del­lo Sta­to e un allon­ta­na­men­to di que­ste comu­ni­tà dal­la vita socia­le del Pae­se. È sta­ta una rea­zio­ne abba­stan­za spon­ta­nea. Sen­za par­la­re del pro­ble­ma del­la colo­niz­za­zio­ne, un cri­mi­ne che ha lascia­to trac­ce che si sen­to­no tut­to­ra, dopo tan­ti anni».

Cosa si aspet­ta dall’esito del­le pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li fran­ce­si?
«Non so, non mi aspet­to nien­te. Pri­ma era­va­mo soli­ti vota­re per il male mino­re. Ades­so è diven­ta­to dif­fi­ci­le anche distin­gue­re, sia­mo di fron­te a dei burat­ti­ni pri­vi di ani­ma. Qual­cu­no potrà anche rite­ner­la una posi­zio­ne dema­go­gi­ca ma, se è così, è col­pa dei poli­ti­ci».

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Pra­to.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà spor­ti­ve.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua por­ta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Siren­te. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affe­zio­na­ta.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

 

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