Cenere sotto il tappeto

| PUB | Lune­dì 19 set­tem­bre 2011 | Mad­da­le­na Sofia |

Metro è una gra­phic novel. Pub­bli­ca­ta per la pri­ma vol­ta nel­la pri­ma­ve­ra 2008 dal­la casa edi­tri­ce ara­ba Mela­meh, vie­ne cen­su­ra­ta dopo pochis­si­mo tem­po dal Tri­bu­na­le di Qasr el Nil de Il Cai­ro con l’accusa di con­te­ne­re “imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”.
Un fumet­to, una sto­ria sem­pli­ce, ric­ca di spun­ti di rifles­sio­ne riguar­do al mon­do musul­ma­no, o meglio, riguar­do alla per­ce­zio­ne che si ha di esso in quel che comu­ne­men­te vie­ne defi­ni­to Occi­den­te. Ma la let­tu­ra di Metro rap­pre­sen­ta anche un modo per avvi­ci­nar­si alle pro­ble­ma­ti­che socia­li, eco­no­mi­che e poli­ti­che che atta­na­glia­no i pae­si isla­mi­ci, soprat­tut­to alla luce degli ulti­mi avve­ni­men­ti riguar­dan­ti in par­ti­co­la­re l’Egitto e la Libia.
Metro  è ambien­ta­to pro­prio in Egit­to, al Cai­ro e fin dal­le pri­me pagi­ne l’autore rac­con­ta e met­te in risal­to la dif­fu­sa cor­ru­zio­ne e lo sfrut­ta­men­to dei più debo­li da par­te del­la clas­se poli­ti­ca.
L’incipit del­la sto­ria è la rapi­na a una impor­tan­te ban­ca del­la capi­ta­le, ad ope­ra di Shi­hab, il pro­ta­go­ni­sta, e Musta­fa, suo ami­co e col­le­ga. Sono entram­bi inge­gne­ri, lavo­ra­no in un uffi­cio di pro­gram­ma­zio­ne e han­no pro­get­ta­to un soft­ware per la sicu­rez­za del­la metro e del­le ban­che. I due con­ta­no di rea­liz­zar­lo con l’aiuto di un finan­zia­men­to per poi ven­der­lo e gua­da­gna­re un po’ di sol­di. Ma le ban­che non finan­zia­no il pro­get­to per­ché sono cor­rot­te e con­ni­ven­ti con per­so­nag­gi poli­ti­ci di spic­co che vor­reb­be­ro impos­ses­sar­si del soft­ware sen­za paga­re e abu­san­do del loro pote­re. Chiun­que si offra di aiu­ta­re i due ragaz­zi vie­ne mes­so fuo­ri gio­co con ricat­ti, vio­len­ze o assas­si­nii: per­ciò i due pro­ta­go­ni­sti opta­no per la deci­sio­ne estre­ma di ruba­re, atto qua­si giu­sti­fi­ca­to nel con­te­sto del­la sto­ria, come se fos­se l’unica solu­zio­ne pos­si­bi­le per sfug­gi­re a una dila­gan­te pover­tà.
La chia­ve di vol­ta nel­la sto­ria è la figu­ra di Dina, fidan­za­ta di Shi­hab. È una gior­na­li­sta cui è sta­to “ordi­na­to” di copri­re i misfat­ti del­la clas­se poli­ti­ca e la cor­ru­zio­ne del­lo Sta­to. Si evin­ce che in Egit­to la stam­pa è anco­ra mol­to con­trol­la­ta e mani­po­la­ta dal­la clas­se diri­gen­te, ma la voglia di riscat­to è più for­te e allo­ra lei deci­de di pub­bli­ca­re un arti­co­lo nel qua­le rac­con­ta la veri­tà su quel che c’è die­tro la fac­cen­da del soft­ware, sen­za men­zio­na­re la rapi­na: Shi­hab ini­zial­men­te si oppo­ne a que­sta scel­ta per pau­ra di esse­re sco­per­to, ma poi si ricre­de ed è pro­prio Dina a far­gli capi­re l’importanza di ren­de­re pub­bli­ci i loschi mec­ca­ni­smi sot­te­si ai gio­chi di pote­re. In par­te a cau­sa di que­ste rive­la­zio­ni, scop­pie­rà una rivol­ta a Il Cai­ro, sin­to­mo del mal­con­ten­to dif­fu­so del popo­lo.
Dina è un per­so­nag­gio cen­tra­le nel­la sto­ria e si cari­ca anco­ra di mag­gio­re impor­tan­za per­ché si trat­ta di una don­na; a dispet­to di qual­sia­si ste­reo­ti­po lega­to all’Islam, Dina appa­re eman­ci­pa­ta e impe­gna­ta poli­ti­ca­men­te, al con­tra­rio di quel­lo che si potreb­be pen­sa­re del­le don­ne musul­ma­ne, asso­cia­te mol­to spes­so all’immagine di vit­ti­me impo­ten­ti degli uomi­ni, obbli­ga­te a mor­ti­fi­ca­re il pro­prio cor­po indos­san­do il bur­qa.
L’autore uti­liz­za un approc­cio ori­gi­na­le e mol­to rea­li­sti­co nel­le scel­te edi­to­ria­li: l’uso del­le pian­te metro­po­li­ta­ne, che raf­fi­gu­ra­no lo spa­zio de Il Cai­ro per ren­der­ne meglio l’idea, e l’uso del dia­let­to egi­zia­no, sdo­ga­na­to da Inter­net, sono due ele­men­ti che fan­no pre­sa diret­ta con i let­to­ri. Dan­no un’idea di con­cre­tez­za, ci met­to­no di fron­te a una cit­tà e a un popo­lo come essi sono dav­ve­ro.
L’intenzione edi­to­ria­le è quel­la di allon­ta­na­re il più pos­si­bi­le con­ce­zio­ni anco­ra lega­te all’esotismo: il mon­do ara­bo in gene­ra­le e quel­lo egi­zia­no in par­ti­co­la­re, non è fat­to solo di pira­mi­di, cam­mel­li e cose del gene­re.
Da Metro  si evin­ce, inve­ce, che l’uso del­le tec­no­lo­gie avan­za­te non è più esclu­si­va dell’“uomo bian­co”: l’Egitto è un Pae­se raf­fi­na­to da un pun­to di vista media­ti­co e i per­so­nag­gi sono per­fet­ta­men­te a loro agio nel rap­por­to con la tec­no­lo­gia.
Una cosa che sor­pren­de nel fumet­to è l’assenza del­la reli­gio­ne, con­tra­ria­men­te alla comu­ne con­ce­zio­ne occi­den­ta­le, che vor­reb­be i musul­ma­ni qua­si osses­sio­na­ti dal loro dio fino a spin­ger­li a com­pie­re atti irra­zio­na­li.
Lun­gi dall’essere con­si­de­ra­to pre­cur­so­re del­le rivol­te con­su­ma­te­si in Egit­to e Libia, Metro si pone sol­tan­to come spun­to di rifles­sio­ne per pre­sen­ta­re il mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo sce­vro da qual­sia­si pre­con­cet­to e per ana­liz­za­re più da vici­no una situa­zio­ne socia­le, eco­no­mi­ca e poli­ti­ca a lun­go cova­ta, di cui i disor­di­ni in atto sono solo la pun­ta dell’iceberg. In effet­ti, anche nel rac­con­to, la rivol­ta non cam­bia uno sta­to di cose, che potreb­be esse­re modi­fi­ca­to sol­tan­to con una con­sa­pe­vo­lez­za rea­le e ade­ren­te alla cul­tu­ra di quei pae­si. Alla fine del­la sto­ria resta tut­to ugua­le: la rivol­ta vie­ne pre­ve­di­bil­men­te repres­sa dall’Hagg Kha­der, il par­ti­to egi­zia­no di mag­gio­ran­za, che, in caso di disor­di­ni, paga gen­te per pic­chia­re chi mani­fe­sta con­tro lo Sta­to e l’autore inse­ri­sce un col­po di sce­na fina­le, un enne­si­mo atto di diso­ne­stà, che con­dan­ne­rà Shi­hab ad esse­re abban­do­na­to al pro­prio desti­no.

Mag­dy El Sha­fee nasce in Libia, nel 1961; comin­cia la sua car­rie­ra nel 2001, come illu­stra­to­re e fumet­ti­sta in occa­sio­ne del Comic Work­shop Egypt, tenu­to­si pres­so l’Università Ame­ri­ca­na de Il Cai­ro.
Fin dagli esor­di, le sue ope­re rical­ca­no temi socia­li del­la vita quo­ti­dia­na del­la capi­ta­le egi­zia­na, ma toc­ca­no anche argo­men­ti spic­ca­ta­men­te lega­ti alla poli­ti­ca, all’economia, alla pover­tà.
Metro vie­ne pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2008 in Egit­to; esso pro­cu­ra all’autore un pro­ces­so e una con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie e al paga­men­to di una sala­ta ammen­da. La moti­va­zio­ne uffi­cia­le del seque­stro è quel­la di aver usa­to un lin­guag­gio trop­po spin­to, ma i veri moti­vi sem­bra­no esse­re la cri­ti­ca radi­ca­le al gover­no e alla cor­ru­zio­ne poli­ti­ca.
Il pro­ces­so a Mag­dy El Sha­fee e al suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi, ha avu­to una gran­de riso­nan­za, fino alla pub­bli­ca­zio­ne di Metro in Ita­lia nel 2010 all’interno del­la col­la­na Altria­ra­bi da par­te del­la casa edi­tri­ce Il Siren­te; altre pub­bli­ca­zio­ni sono pre­vi­ste all’inizio del 2012 in Fran­cia e in Inghil­ter­ra.

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Riva Sud

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 28 ago­sto 2011 | Sara Scheg­gia |

Taxi, vico­li, con­do­mi­ni. E il deser­to. Sono i luo­ghi del Magh­reb, quel­li che han­no tenu­to cal­de, sot­to la cene­re, le rivol­te esplo­se quest’anno. Descrit­ti da auto­ri egi­zia­ni ed alge­ri­ni, diven­te­ran­no tea­tro in uno spa­zio che si apre al pub­bli­co per la pri­ma vol­ta: il cor­ti­le del­la comu­ni­tà mino­ri­le di via del Pra­tel­lo. In quel luo­go, dove i ragaz­zi han­no crea­to un giar­di­no «segre­to» di pian­te offi­ci­na­li, ver­rà ospi­ta­to da doma­ni «Riva Sud Medi­ter­ra­neo», ras­se­gna di tea­tro, voci e musi­che che, oltre alla com­pa­gnia del Pra­tel­lo diret­ta da Pao­lo Bili, vedrà pro­ta­go­ni­ste anche altre real­tà cit­ta­di­ne. Si trat­ta di Tra un atto e l’altro, Tea­tri­no Clan­de­sti­no, Lala­ge Tea­tro e Medin­sud, che cure­rà l’accompagnamento musi­ca­le: insie­me ad atto­ri pro­fon­da­men­te diver­si ma tut­ti radi­ca­tia Bolo­gna, come Ange­la Mal­fi­ta­no, Fran­ce­sca Maz­za, Fio­ren­za Men­ni, Lucia­no Man­za­li­ni e Mau­ri­zio Car­dil­lo, met­te­ran­no in sce­na sei spet­ta­co­li per rac­con­ta­re le pri­ma­ve­re ara­be dei mesi scor­si. Ogni sera­ta, inol­tre, sarà intro­dot­ta da un inter­ven­to sul­la situa­zio­ne geo-poli­ti­ca in cor­so, con gli sto­ri­ci Gian­ni Sofri e Luca Ales­san­dri­ni, e lo scrit­to­re alge­ri­no resi­den­te a Raven­na Tahar Lam­ri.

«Il risul­ta­to pro­dot­to da atti­vi­tà come que­ste — spie­ga Giu­sep­pe Cen­to­ma­ni, diri­gen­te del Cen­tro di giu­sti­zia mino­ri­le dell’Emilia Roma­gna — vale il prez­zo da paga­re, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei con­trol­li.

In più, mol­ti ragaz­zi del car­ce­re e del­la comu­ni­tà sono di ori­gi­ne magre­bi­na: è impor­tan­te con­di­vi­de­re rifles­sio­ni sul loro mon­do». Il rife­ri­men­to è a qual­che mese fa, quan­do un dete­nu­to del car­ce­re del­la Doz­za è eva­so duran­te le pro­ve di uno spet­ta­co­lo tea­tra­le.

«I mino­ri che seguia­mo rispon­do­no bene alle mani­fe­sta­zio­ni ester­ne — osser­va Loren­zo Roc­ca­ro, diret­to­re del­la Comu­ni­tà Pub­bli­ca di via del Pra­tel­lo 38, da cui pas­sa­no alme­no 130 ragaz­zi all’anno — Ora apri­ran­no le por­te del­la loro casa al pub­bli­co: li aiu­te­rà a per­ce­pi­re la comu­ni­tà come una vera resi­den­za in cui acco­glie­re ospi­ti». Riva Sud Medi­ter­ra­neo, soste­nu­ta da Lega­coop e Uni­pol e dai con­tri­bu­ti degli osti del­la stra­da, par­ti­rà doma­ni con «Voci dai taxi del Cai­ro. Oggi». Uno spet­ta­co­lo inter­pre­ta­to dai ragaz­zi del­la com­pa­gnia del Pra­tel­lo, trat­to dal roman­zo dell’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si, che mixa mono­lo­ghi e dia­lo­ghi dei tas­si­sti del Cai­ro.

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Magdi El Shafee — Metro (recensione di Giulia De Martino)

Scrit­ti d’Africa | Saba­to 18 giu­gno 2011 | Giu­lia De Mar­ti­no |

Que­sta vol­ta par­lia­mo di un gra­phic novel, un fumet­to insom­ma. Bal­za­to alle cro­na­che, let­te­ra­rie e non, ita­lia­ne per un dop­pio moti­vo. Il pri­mo riguar­da la cen­su­ra e il pro­ces­so affron­ta­ti da auto­re ed edi­to­re, con­dan­na­ti, oltre che ad una ammen­da pecu­nia­ria, alla distru­zio­ne dell’opera che non può più cir­co­la­re in Egit­to. Il secon­do ha a che fare con quan­to sta acca­den­do, in que­sti gior­ni, al popo­lo egi­zia­no: la pre­sa di coscien­za che ha por­ta­to tut­ti per stra­da a recla­ma­re la fine del­la dit­ta­tu­ra di Muba­rak e l’instaurazione di un regi­me demo­cra­ti­co che garan­ti­sca liber­tà, dirit­ti socia­li e poli­ti­ci. Ebbe­ne, que­sto fumet­to, basta sfo­gliar­lo sol­tan­to, sem­bra una anti­ci­pa­zio­ne di que­sti avve­ni­men­ti, con pro­ta­go­ni­sti pro­prio quei gio­va­ni che stan­no riem­pien­do le stra­de del Cai­ro.
Cre­do sia dove­ro­so dire che qual­che altra anti­ci­pa­zio­ne, su che aria tira­va al Cai­ro, l’avevamo già avu­ta in due libri. Taxi di Al-Kha­mis­siEsse­re Abbas al- Abd di Ahmad al-Aidy ci ave­va­no pre­sen­ta­to que­sta cit­tà cao­ti­ca e con­trad­dit­to­ria, nevro­ti­ca e appiat­ti­ta su model­li cul­tu­ra­li volu­ti dal regi­me, con tan­ta gen­te ai mar­gi­ni, ma desi­de­ro­sa di far sen­ti­re la pro­pria voce, in mez­zo ad una ten­sio­ne tale da far sup­por­re che la tra­di­zio­na­le ras­se­gna­zio­ne stes­se per scop­pia­re.
Mag­dy el-Sha­fee ci rap­pre­sen­ta tut­to que­sto, scri­ven­do il pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, pro­po­nen­do una crea­zio­ne ori­gi­na­le nel­la gra­fi­ca  e nei con­te­nu­ti. Hugo Pratt, il suo model­lo, con­fes­sa in mol­te inter­vi­ste l’autore, inter­ve­nu­to in Ita­lia, al Salo­ne del fumet­to. Ci ha mes­so den­tro tut­to il suo amo­re per il dise­gno e per la liber­tà: come mol­ti gio­va­ni egi­zia­ni è un blog­ger( così anche il suo edi­to­re fini­to in car­ce­re per i fat­ti del 6 apri­le 2008) atti­vi­sta nel movi­men­to per il cam­bia­men­to demo­cra­ti­co dell’Egitto.
Pro­ta­go­ni­sta è il gio­va­ne inge­gne­re Shi­hab, pic­co­lo genio infor­ma­ti­co, pro­to­ti­po di quel­la gio­ven­tù che ha stu­dia­to, è capa­ce e intel­li­gen­te, ma non ha nes­su­na chan­ce di far­ce­la in una socie­tà dal­la scar­sa mobi­li­tà socia­le e non inte­res­sa­ta ai meri­ti di chi vuo­le pro­gre­di­re per sé e per il pae­se. Domi­na dap­per­tut­to il “siste­ma”: ovve­ro la cor­ru­zio­ne, le con­sor­te­rie del paren­ta­do e del pote­re, la rapa­ci­tà di ban­chie­ri, uomi­ni d’affari e poli­ziot­ti, pron­ti a sbra­nar­si tra di loro o a pro­teg­ger­si, a secon­da del­le con­ve­nien­ze. Shi­hab ha ten­ta­to di inse­rir­si in un affa­re più gros­so di lui, con il risul­ta­to di non riu­sci­re più a scrol­lar­si di dos­so i debi­ti con­trat­ti con uno stroz­zi­no, amma­ni­ca­to con pez­zi gros­si. Ha pen­sa­to di uscir­ne fuo­ri, ruban­do in una ban­ca, con l’aiuto dell’amico Musta­fa, i miste­rio­si sol­di di una vali­get­ta  che dove­va, inve­ce resta­re segre­ta. Ha sco­per­to un vero e pro­prio com­plot­to, ordi­to ai dan­ni di un uomo d’affari che, dopo ave­re divi­so un cam­mi­no di nefan­dez­ze con i suoi soci, disgu­sta­to ave­va deci­so di smet­ter­la, pro­vo­can­do­ne l’ira omi­ci­da. Ma la tra­ma non sta tut­ta qui nel thril­ler, per­ché den­tro c’è anche il tra­di­men­to dell’amico Musta­fa, fre­quen­ta­to sin dai tem­pi del­la scuo­la, pro­ve­nien­te da una fami­glia pove­ra, in cui una madre dispe­ra­ta se la pren­de con i figli che non rie­sco­no a lavo­ra­re. L’uno, Wael, si arran­gia can­tan­do alle feste, sognan­do di gira­re un memo­ra­bi­le video­clip, da cui trar­re fama e sol­di e intan­to accet­ta i sol­di del par­ti­to al pote­re per pic­chia­re, come infil­tra­to, i mani­fe­stan­ti del­le rivol­te del pane dell’aprile 2008. L’altro, Musta­fa, ruba i sol­di a Shi­hab, stra­vol­gen­do le paro­le dell’amico sui modi per usci­re dal­la trap­po­la in cui tut­ti sono rele­ga­ti, ma lo fa dopo la mor­te del fra­tel­lo alla mani­fe­sta­zio­ne, quan­do si accor­ge che ai poli­ti­ci non glie­ne impor­ta pro­prio nien­te che Wael sia mor­to per loro.
E c’è anche l’amore per la bel­la, gene­ro­sa, rivo­lu­zio­na­ria gior­na­li­sta Dina, che di mani­fe­sta­zio­ni non se ne per­de una, deci­sa a lot­ta­re con gli altri, per­ché fer­mi e zit­ti non si può più sta­re; Shi­hab è un disil­lu­so che gio­ca a fare il cini­co, ma l’affetto disin­te­res­sa­to del­la ragaz­za è uno spi­ra­glio di luce e di futu­ro, for­se il gio­va­ne fini­rà per dar­le ret­ta.
Su tut­to domi­na la cit­tà, rap­pre­sen­ta­ta di sopra e di sot­to: gran par­te del­la sto­ria si svol­ge nei vago­ni metro­po­li­ta­ni o nel­le sta­zio­ni, alcu­ne chia­ma­te con i nomi di Nas­ser, Sadat e Muba­rak e iro­ni­ca­men­te accom­pa­gna­te da fra­si famo­se dei lea­der egi­zia­ni. Nei dise­gni, come nei qua­dri di Bosch, si svol­go­no tut­ta una serie di sto­rie mino­ri, quel­la del vec­chio Wan­nas, un po’ cri­stia­no e un po’ musul­ma­no quan­do si trat­ta di acchiap­pa­re ele­mo­si­ne, o del­la zia di Shi­hab, che è anche indo­vi­na, o anco­ra un ragaz­zi­no bec­ca­to da un con­trol­lo­re sen­za bigliet­to, un tra­slo­co, un caser­mo­ne rap­pre­sen­ta­to con tut­te le voci del­le fami­glie che si lamen­ta­no di tut­ti i mil­le pro­ble­mi del­la mise­ria.
Affre­sco affa­sci­nan­te e ori­gi­na­le, con­dot­to con un dise­gno in bian­co e nero, par­te da un con­tor­no net­to che si fa sem­pre più sfu­ma­to, qua­si che alla dis­so­lu­zio­ne del dise­gno cor­ri­spon­da il dis­sol­vi­men­to di que­sta mega­lo­po­li, inghiot­ti­ta dal­la man­can­za di futu­ro e di speranza.”Le per­so­ne vivo­no come ane­ste­tiz­za­te. Non c’è nien­te che le col­pi­sca. Per quan­te cose pos­sa­no vede­re alla fine diran­no sem­pre: fra­tel­lo, que­sto è pur sem­pre il mio pae­se…” dice ad un cer­to pun­to Shi­hab. Pre­sen­te nel testo pure un duro attac­co ai media, acco­da­ti al regi­me e ad un cri­te­rio fal­so di veri­tà. Solo i gio­va­ni blog­gers egi­zia­ni han­no sapu­to rom­pe­re que­sto imbam­bo­la­men­to del­le coscien­ze.
Eccel­len­te la tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no, per­ché sap­pia­mo che il testo si espri­me in un dia­let­to egi­zia­no cru­do e popo­la­re, su cui già si era eser­ci­ta­to il tra­dut­to­re in Taxi. Plau­dia­mo anche alla scel­ta di lascia­re le tavo­le del fumet­to nel­la let­tu­ra da destra a sini­stra , comin­cian­do la sto­ria dall’ultima pagi­na,  come in un testo ara­bo, per non stra­vol­ge­re i dise­gni ori­gi­na­li: una pic­co­la fati­ca in più per i nostri occhi addo­me­sti­ca­ti all’uso con­sue­to, ma che vale la pena di affron­ta­re per un godi­men­to assi­cu­ra­to.

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Khaled Al Khamissi, Taxi

Grup­po di let­tu­ra | Mer­co­le­dì 8 giu­gno 2011 |  |

In  tem­pi di “Pri­ma­ve­ra ara­ba” per­ché non leg­ge­re qual­co­sa che ci aiu­ti a sen­ti­re più da vici­no i pro­ble­mi che da mesi spin­go­no mol­tis­si­mi nor­da­fri­ca­ni dell’area medi­ter­ra­nea e  abi­tan­ti del Medio e vici­no Orien­te  a scen­de­re in piaz­za e a lot­ta­re per con­qui­sta­re il dirit­to alla liber­tà, nel­la spe­ran­za di vive­re in pae­si di rea­le demo­cra­zia?
È sta­to bel­lo vede­re tan­ti gio­va­ni e tra loro tan­te don­ne mani­fe­sta­re in mar­ce e cor­tei, riem­pi­re piaz­za Tahir, incu­ran­ti degli atti di repres­sio­ne di quei gover­ni che voglio­no can­cel­la­re. E in Tuni­sia e in Egit­to si è già arri­va­ti ad un cam­bia­men­to, in altri si lot­ta anco­ra con esi­ti incer­ti.
Tahar Ben Jel­loun ha già pub­bli­ca­to pres­so Bom­pia­ni La rivo­lu­zio­ne dei gel­so­mi­ni, in cui con luci­di­tà e sem­pli­ci­tà spie­ga che cosa è acca­du­to, cosa sta acca­den­do e cosa acca­drà. “Cado­no dei muri di Berlino”-dice l’autore- e nien­te dopo que­sti fat­ti sarà più come pri­ma nel mon­do ara­bo. Que­sti pae­si stan­no sco­pren­do, han­no sco­per­to e riven­di­che­ran­no d’ora in poi, il valo­re e l’autonomia dell’individuo in quan­to cit­ta­di­no”.
Ma non voglio par­la­re  di que­sto libro che non ho anco­ra let­to, ma piut­to­sto di un libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi “e che ha come sot­to­ti­to­lo “Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”.
E’ stato pub­bli­ca­to nel 2008 dal­la casa edi­tri­ce abruz­ze­se, il Siren­te, che  ha così inau­gu­ra­to  la col­la­na Altria­ra­bi, con l’intento di  favo­ri­re, al di là dei soli­ti pregiudizi, ”una cono­scen­za diret­ta tra i popo­li sen­za fil­tri, nean­che lin­gui­sti­ci”.
La let­tu­ra di que­sto libro, che non si può defi­ni­re roman­zo,  né inchie­sta gior­na­li­sti­ca, ci aiu­ta a capi­re qua­li sono le ragio­ni che han­no por­ta­to alla  recen­te rivol­ta in Egit­to.
Ori­gi­na­le è l’idea di far cono­sce­re una cit­tà come il Cai­ro attra­ver­so l’abitacolo di un taxi, anzi dei tan­ti taxi pre­sen­ti. Pare sia­no 220.000 i tas­si­sti abu­si­vi e 80.000 rego­la­ri: è vero che il Cai­ro è la cit­tà più popo­lo­sa dell’Egitto con cir­ca 8 milio­ni di abi­tan­ti e oltre 15 milio­ni dell’area metro­po­li­ta­na e del gover­na­to­ra­to omo­ni­mo È vero che è anche la più gran­de cit­tà dell’intera Afri­ca e del Vici­no Orien­te e la dodi­ce­si­ma metro­po­li in ordi­ne di popo­la­zio­ne al mon­do, ma i tas­si­sti sono comun­que tan­ti.
Tan­ti e mol­to diver­si tra loro: anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti o laureati,sognatori e fal­li­ti, a vol­te costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te con scar­sa remu­ne­ra­zio­ne, one­sti e inge­nui, ma anche capa­ci di truf­fa­re il clien­te, a vol­te dispe­ra­ti, qual­cu­no  idio­ta. Ed ecco­li muo­ver­si nel cao­ti­co traf­fi­co del­la capi­ta­le nel cal­do, tra la fol­la e il sot­to­fon­do assor­dan­te dei clac­son nei loro taxi , mac­chi­ne nere a stri­sce bian­che, spes­so car­cas­se  da rot­ta­ma­re, e chiac­chie­ra­re con il clien­te che è a bor­do.
Da que­ste con­ver­sa­zio­ni in 220 pagi­ne  ven­go­no fuo­ri 58 bre­vi rac­con­ti, che fini­sco­no per esse­re un vero docu­men­to di vita quo­ti­dia­na , denun­cia inge­nua, ma anche iro­ni­ca e cau­sti­ca del males­se­re socia­le di un popo­lo impo­ve­ri­to e  disil­lu­so.
In eser­go Al Kamis­si, egi­zia­no lau­rea­to in scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na, scri­ve: “rega­lo que­sto libro alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­le per­so­ne sem­pli­ci. Nel­la spe­ran­za che ingoi il vuo­to che da anni dimo­ra den­tro di noi”.
In ogni capi­to­lo il pro­ta­go­ni­sta è quel tas­si­sta di cui cono­scia­mo par­ti­co­la­ri del­la sua vita per­so­na­le, ma anche, ai limi­ti del­la cen­su­ra,  il suo pen­sie­ro riguar­do alla poli­ti­ca, alla reli­gio­ne, alla socie­tà.

Il taxi divie­ne, dun­que,  il luo­go del con­fron­to in cui si rispec­chia la coscien­za col­let­ti­va e i tas­si­sti, come si dice nel­la coper­ti­na  del libro , “sono ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto  dei nostri gior­ni”, quel­lo che ha riem­pi­to le piaz­ze  in que­sto ini­zio del 2011 e che ha por­ta­to alla cadu­ta di Muba­rak, che dete­ne­va il pote­re da 30 anni.
Il qua­dro è quel­lo di un Egit­to sull’orlo del­la ban­ca­rot­ta, in cui la cor­ru­zio­ne è gene­ra­liz­za­ta, in cri­si mora­le dif­fu­sa, in cui ogni gior­no si lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel­la indif­fe­ren­za del­le isti­tu­zio­ni. Rac­col­go qual­che fra­se qua e là dai 58 rac­con­ti, che per la diver­si­tà dei pun­ti di vista raf­fi­gu­ra­no per­fet­ta­men­te il mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo, come sot­to­li­nea lo stes­so Al Kha­mis­si nell’introduzione.
Tan­ti i discor­si seri dei tas­si­sti, che a vol­te rac­con­ta­no anche bar­zel­let­te diver­ten­ti, ma ama­re.
“La cor­ru­zio­ne è al mas­si­mo” […]  ”la giun­gla è il para­di­so rispet­to a noi”… qual è la solu­zio­ne per soprav­vi­ve­re?  o vai a ruba­re o comin­ci a doman­da­re maz­zet­te o lavo­ri tut­to il gior­no… la mal­nu­tri­zio­ne è così dif­fu­sa che il 10% dei bam­bi­ni egi­zia­ni del Said sof­fro­no di ritar­do men­ta­le.”.
Secon­do i dati del­la Ban­ca Mon­dia­le il 58 % degli egi­zia­ni vive  infat­ti con due dol­la­ri al gior­no sot­to la linea del­la pover­tà, men­tre il 5% dei 75 milio­ni  di egi­zia­ni sono ric­chis­si­mi e indif­fe­ren­ti alle con­di­zio­ni gene­ra­li del­la popo­la­zio­ne.
“Chi non è diven­ta­to pez­zen­te con Muba­rak non lo diven­te­rà mai” dice uno di loro.
“Il discor­so del­la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca è una bar­zel­let­ta di quel­le tri­sti, ma tri­sti dav­ve­ro”…
“Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fuzio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti… alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha il  mono­po­lio, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to di emer­gen­za. E ci han­no fat­to diven­ta­re un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni?”
“E poi que­sti ame­ri­ca­ni non si capi­sco­no pro­prio: aiu­ta­no Muba­rak, aiu­ta­no i Fra­tel­li Musul­ma­ni, aiu­ta­no i cop­ti espa­tria­ti che fan­no un casi­no da paz­zi. Poi sbor­sa­no i sol­di all’Arabia Sau­di­ta, che a sua vol­ta sbor­sa sol­di ai fon­da­men­ta­li­sti isl­mi­ci ‚che a loro vol­ta finan­zia­no gli atten­ta­ti con­tro, dicia­mo, gli ame­ri­ca­ni”…
Un altro: “Il mon­do ormai… sono tut­ti pesci che si man­gia­no tra di  loro. Gros­so o pic­ci­ril­lo, tut­ti quan­ti si magna­no l’uno con l’altro”
Un altro anco­ra: “In Egit­to l’essere uma­no è come la pol­ve­re in un bic­chie­re cre­pa­to. Il bic­chie­re si può rom­pe­re in un nien­te e la pol­ve­re vola via. Impos­si­bi­le rac­co­glier­la e pure inu­ti­le: è solo un po’ di pol­ve­re. L’uomo in que­sto pae­se è così… non vale nien­te
Come ci ricor­da il tra­dut­to­re, Erne­sto Paga­no, “è il pri­mo libro scrit­to per tre quar­ti in dia­let­to, quin­di di non faci­le tra­du­ci­bi­li­tà. Per que­sto la par­la­ta col­lo­quia­le dei tas­si­sti è sta­ta tal­vol­ta colo­ra­ta da espres­sio­ni dia­let­ta­li meri­dio­na­li, per lo più napo­le­ta­ne.”

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Questo libro contiene immagini e personaggi che somigliano a uomini e politici realmente esistenti

TG3 | Vener­dì 1 apri­le 2011 | Roma­na Fabri­zi |

Tra­dot­to in ita­lia­no poco pri­ma di esse­re cen­su­ra­to e riti­ra­to dal­le libre­rie in Egit­to, “Metro” è un fumet­to che ha denun­cia­to la vigi­lia del­la rivol­ta, la cri­si del­la socie­tà civi­le sot­to Muba­rak, dan­do il via alla libe­ra­liz­za­zio­ne del­la cul­tu­ra. Sen­tia­mo Roma­na Fabri­zi.
“Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni e poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”. È la fra­se sul­la quar­ta di coper­ti­na di “Metro”, libro a fumet­ti di Mag­dy El Sha­fee. La fra­se non è di pre­sen­ta­zio­ne ma di recen­sio­ne, rical­ca la sen­ten­za del tri­bu­na­le del Cai­ro che ha cen­su­ra­to e riti­ra­to il libro. Roman­zo poli­ti­co, metro­po­li­ta­no che denun­cia con dise­gni taglien­ti come lame cor­ru­zio­ne e clien­te­li­smo in Egit­to. Rac­con­ta la sto­ria di alcu­ni blog­ger egi­zia­ni, le ingiu­sti­zie, la cri­si finan­zia­ria e socia­le, si lega alle radi­ci del­la rivol­ta con­tro Muba­rak.
Arri­va­to in Ita­lia pri­ma di esse­re seque­stra­to, si leg­ge al con­tra­rio come i gior­na­li ara­bi, comin­cian­do dall’ultima pagi­na. Denun­cia la natu­ra dispo­ti­ca del regi­me, un atti­mo pri­ma che comin­ci la rivol­ta il 25 gen­na­io 2011 quan­do la socie­tà civi­le mani­fe­sta per le stra­de d’Egitto come non si era mai visto negli ulti­mi 30 anni, fino alla cadu­ta di Muba­rak.
Il fumet­to è solo per gran­di, spe­ci­fi­ca l’autore nell’edizione ara­ba, in real­tà solo per pochi, per chi è riu­sci­to a com­prar­lo pri­ma che venis­se riti­ra­to dal­le libre­rie del Cai­ro.

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Magdy El Shafee, “METRO

L’indice dei libri del mese | Apri­le 2011 | Maria Ele­na Ingian­ni |

Pren­de­te un pez­zo di for­mag­gio, se è sca­den­te non impor­ta, ciò che con­ta è l’odore, che deve esse­re inten­so. Non vi ser­ve per cal­ma­re fret­to­lo­sa­men­te una fame improv­vi­sa: il vostro sco­po è quel­lo di cat­tu­ra­re un topo­li­no che ave­te visto nascon­der­si die­tro la cre­den­za del­la cuci­na. A ben pen­sar­ci voi non lo teme­te su serio, quel pic­co­lo rodi­to­re e, in fon­do, nep­pu­re vi dà così fasti­dio. Che cosa pro­va­te, dun­que, a cat­tu­ra riu­sci­ta? Sod­di­sfa­zio­ne, ecci­ta­zio­ne, disgu­sto? E se, diver­sa­men­te, foste voi il topo in trap­po­la? Se risve­glian­do­vi da un brut­to sogno nota­ste che il vostro cor­po è rico­per­to di un pelo irto e gri­gio e che il mon­do che ave­te davan­ti, a lato e die­tro è fat­to solo di sbar­ret­te di metal­lo? Que­sta è la con­di­zio­ne in cui si sen­te di vive­re Shi­hab, il pro­ta­go­ni­sta di Metro, il gra­phic novel egi­zia­no che è costa­to all’autore, Mag­dy El Sha­fee, un pro­ces­so con­clu­so­si con una con­dan­na alla distru­zio­ne di tut­te le copie, non­ché al paga­men­to di un’ammenda.
Attra­ver­so Shi­hab, gio­va­ne soft­ware desi­gner che per paga­re un debi­to orga­niz­za una rapi­na in ban­ce, Mag­dy, con­te­sta­to­re del regi­me di Muba­rak, denun­cia il cli­ma di cor­ru­zio­ne del­la poli­ti­ca egi­zia­na sen­za tace­re i nomi degli oppo­si­to­ri, e rac­con­ta i sen­ti­men­ti che ani­ma­no i gio­va­ni egi­zia­ni, tra­sfor­man­do­li in imma­gi­ni. Non è più sol­tan­to la paro­la a far­si pro­te­sta: il trat­to sapien­te e scon­si­de­ra­to dell’autore squar­cia il velo di Maya, die­tro il qua­le si nascon­de la tiran­nia. Il let­to­re vede i vol­ti degli accu­sa­ti, li rico­no­sce, iden­ti­fi­can­do a sua vol­ta se stes­so nell’oppresso, che par­la e, quin­di, leg­ge in ammeya, ovve­ro nel dia­let­to. Agni­zio­ne che diven­ta cono­scen­za e, di qui, moto di ribel­lio­ne. Il filo di Arian­na su cui si muo­ve la sto­ria di Shi­hab è la linea ros­sa del­la metro del Cai­ro. Si attra­ver­sa il traf­fi­co del­la “umm al-Dum­nia”, la madre del mon­do, come la chia­ma­no affet­tuo­sa­men­te gli egi­zia­ni, si entra nel­le bot­te­ghe, si con­ver­sa con il popo­lo, ci si scon­tra con lo sguar­do cie­co, il sor­ri­so dei vec­chi e la ras­se­gna­zio­ne al fat­to che l’assicurazione sani­ta­ria per gli ulti­mi non esi­ste. Shi­hab è un ragaz­zo in trap­po­la, con­fi­na­to a soprav­vi­ve­re den­tro le mura del popo­lo sud­di­to, in una con­di­zio­ne di meta­fo­ri­ca pri­gio­nia socia­le che descri­ve con que­ste paro­le: “Per te il pez­zo di for­mag­gio è un tele­fo­ni­no nuo­vo. Per il ric­co è una bel­la sven­to­la e la bel­la sven­to­la cor­re die­tro a una BMW ulti­mo medel­lo. Il pez­zo di for­mag­gio cre­sce fino a diven­ta­re un castel­lo a Sharm el-Shei­kh o una yacht ormeg­gia­to nel por­to di Mari­na (…) Quel­lo che con­ta è che tut­ti resti­no occu­pa­ti a rin­cor­re­re il loro for­mag­gio sen­za pen­sa­re a nient’altro”.
Accat­ti­van­te, inge­gno­sa, dis­sa­cran­te, spor­ca e ner­vo­sa, la mano di Mag­dy El Sha­fee fre­me sul­la pagi­na, nell’impeto pro­prio di una gene­ra­zio­ne che non vuo­le cede­re i pro­pri sogni all’arrendevolezza a cui è sta­ta edu­ca­ta. Se fino a due mesi fa que­sto gra­phic novel sem­bra­va espri­me­re l’urlo iso­la­to di un ribel­le, ades­so sap­pia­mo che i topi non inse­guo­no più solo il pez­zo di for­mag­gio, ma san­no anche sali­re sul­la metro e non scen­de­re alla fer­ma­ta Muba­rak.

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