Giovanni Giusti, “Goethe Institut”, 28 giugno 2017

I MIRACOLI di Abbas Khider

Un romanzo autobiografico inconsueto: “I Miracoli” di Abbas Khider

di Gio­van­ni Giu­sti, “Goe­the Insti­tut”, 28 giu­gno 2017

I miracoli : Abbas KhiderNon c’è biso­gno di cer­ca­re le paro­le per descri­ve­re “I Mira­co­li” dell’iracheno Abbas Khi­der, per­ché la sin­te­si che fa lui stes­so nel­le ulti­me pagi­ne del libro è per­fet­ta. “Ho cer­ca­to a lun­go una for­ma che con­sen­ta di ini­zia­re a leg­ge­re in qua­lun­que momen­to e da qual­sia­si pun­to. Ogni capi­to­lo un ini­zio e allo stes­so tem­po una fine. Cia­scu­no è un’unità a sé, ma anche la par­te essen­zia­le di un tut­to. Roman­zo, rac­con­to, bio­gra­fia e favo­la, tut­ti riu­ni­ti in un’unica ope­ra”. Ed è pro­prio così.

È uno libro poco con­sue­to quel­lo di Abbas Khi­der, edi­to in Ita­lia da il Siren­te. Non è del tut­to un roman­zo, effet­ti­va­men­te, ma non è nean­che un dia­rio. È una rac­col­ta di sto­rie per­so­na­li, spes­so tra­gi­che o tra­gi­co­mi­che, qual­che vol­ta grot­te­sche, ma sto­rie a tut­ti gli effet­ti, sem­pre coin­vol­gen­ti e vis­su­te nel profondo.

Un manoscritto abbandonato in un treno

Il nar­ra­to­re del­le sto­rie de I Mira­co­li e del­le loro mil­le tra­me è Rasul, alter ego dell’autore, ira­che­no e pro­fu­go come lui, con un espe­dien­te bana­le quan­to effi­ca­ce, una busta con un mano­scrit­to abban­do­na­ta in un tre­no. La nasci­ta in una cuci­na fumo­sa, la sco­per­ta del pia­ce­re del­la poe­sia e del­le let­tu­ra e l’impegno poli­ti­co. La pri­gio­ne a dician­no­ve anni, la libe­ra­zio­ne e la fuga dall’Iraq a poco più di ven­ti, il pel­le­gri­nag­gio pri­ma da lavo­ra­to­re poi da pro­fu­go attra­ver­so tre con­ti­nen­ti, l’Asia, l’Africa e l’Europa, fino all’arrivo in Ger­ma­nia nel 2000. Sono le sto­rie di Rasul, ma sono le sto­rie di Abbas Khi­der, real­men­te vis­su­te. Rasul scri­ve poe­sie, docu­men­ta tut­to, scri­ve di tut­to e dap­per­tut­to, per­de quel­lo che ha scrit­to, lo ritro­va o lo riscri­ve, sui muri del­la pri­gio­ne come sul­la car­ta che ha avvol­to il kebab o i dat­te­ri. Rac­con­ta di se stes­so, di migran­ti e di pro­fu­ghi con la stes­sa for­za, rac­con­ta del bam­bi­no cur­do ritro­va­to a Ate­ne, del­la zin­ga­ra Sel­wa, del­la vec­chia gre­ca che lo sal­va due vol­te, di ragaz­ze e di come rico­no­scer­ne la nazio­na­li­tà da par­ti­co­la­ri inso­spet­ta­bi­li, del­la guer­ra con l’Iran. Ma soprat­tut­to rac­con­ta i mira­co­li che ha vis­su­to, che gli han­no sal­va­to la vita.

Il racconto di una fuga

I Mira­co­li è il rac­con­to di una fuga”, dice la gior­na­li­sta Fran­ce­sca Paci duran­te la pre­sen­ta­zio­ne del libro con l’autore al Goe­the-Insti­tut, “e fa capi­re benis­si­mo che chi scap­pa da cer­te situa­zio­ni non si fer­me­rà cer­to davan­ti a un muro”.
Khi­der annui­sce men­tre ascol­ta la tra­du­zio­ne, è mol­to comu­ni­ca­ti­vo, pro­prio come il suo roman­zo e i suoi per­so­nag­gi, gesti­co­la, si appas­sio­na. “Nel 1991 in Iraq c’è sta­ta una rivo­lu­zio­ne che e è sta­ta mes­sa a tace­re anche gra­zie alle poten­ze stra­nie­re” dice. “I ragaz­zi del­la mia gene­ra­zio­ne che l’hanno vis­su­ta, io ave­vo dicias­set­te anni, han­no rifiu­ta­to di dar­si per vin­ti. Abbia­mo con­ti­nua­to la nostra atti­vi­tà poli­ti­ca e io sono sta­to arre­sta­to. Sono sta­to due anni sot­to ter­ra, ho sof­fer­to la fame la sete e sono sta­to tor­tu­ra­to. Quan­do subi­sci que­ste cose capi­sci che l’uomo non è più degno di esse­re chia­ma­to tale. A un cer­to pun­to è arri­va­ta l’amnistia, ma mi fu vie­ta­to di con­ti­nua­re a stu­dia­re, dovet­ti fare il ser­vi­zio mili­ta­re e ero tenu­to lo stes­so sot­to con­trol­lo gior­na­lie­ro. Mi mera­vi­glio sem­pre quan­do la gen­te non capi­sce cosa i pro­fu­ghi han­no dovu­to pati­re pri­ma di sot­to­por­si al viag­gio. Comun­que non sono le per­so­ne che por­ta­no vio­len­za ma sono i siste­mi, i regi­mi. Le per­so­ne che tor­tu­ra­no sono solo per­so­ne, pro­prio come i tor­tu­ra­ti. Il pro­ble­ma è il siste­ma e il tor­tu­ra­to­re è solo un ingra­nag­gio del siste­ma. Biso­gna com­bat­te­re il siste­ma non le persone”.

Le paure dei profughi

La tra­dut­tri­ce del libro Bar­ba­ra Tere­si leg­ge alcu­ne pagi­ne, quel­le del­lo scop­pio di un pneu­ma­ti­co, un mira­co­lo vero, uno di quel­li che gli sal­va la vita. Khi­der ascol­ta e rac­con­ta, sem­pre col sor­ri­so sul­le lab­bra, anche quan­do si par­la di tor­tu­re e mor­te, anche quan­do gra­zie alle doman­de di Fran­ce­sca Paci, si par­la del­le sue pau­re e del­le pau­re dei pro­fu­ghi che lui rap­pre­sen­ta. “I pro­fu­ghi han­no sem­pre pau­ra”, dice. “Cer­ca­no sicu­rez­za, non pen­sa­no ad altro. Han­no pau­ra del viag­gio, han­no pau­ra di arri­va­re, han­no pau­ra di esse­re riman­da­ti indie­tro. Quel­lo che per­di quan­do sei un pro­fu­go è la tua sicu­rez­za inte­rio­re. Quan­do è mor­to Sad­dam nel 2006 io ho rea­liz­za­to il sogno di tor­na­re in Iraq. Ma non era cam­bia­to nien­te e ho resi­sti­to solo un anno. Face­vo il gior­na­li­sta sot­to pseu­do­ni­mo e con­ti­nua­vo a ave­re pau­ra, ave­vo pau­ra di qua­lun­que cosa, ave­vo pau­ra a entra­re in mac­chi­na e gira­re la chia­ve di accen­sio­ne”. Fa il gesto di inse­ri­re la chia­ve, di girar­la, mima un’esplosione. “Dopo un anno sono tor­na­to in Ger­ma­nia e mi sono reso con­to di esse­re un uomo sen­za sogni. Mi sono reso con­to che me ne dove­vo fare di nuo­vi, pro­prio in Germania.”

La Germania e i cambiamenti

Fran­ce­sca Paci vuo­le sape­re di più. “Con l’occhio del migran­te cosa è cam­bia­to dal 2000, quan­do sei arri­va­to in Ger­ma­nia, a oggi?”
“Mol­to”, è visi­bil­men­te dispia­ciu­to Khi­der. “La Ger­ma­nia è cam­bia­ta mol­to. All’epoca io ero solo un per­so­nag­gio per così dire inso­li­to, ma nes­su­no mi dava fasti­dio o mi nota­va par­ti­co­lar­men­te. Dopo l’11 set­tem­bre del 2001 sono diven­ta­to una per­so­na sospet­ta. La poli­zia mi fer­ma­va e mi face­va doman­de assur­de. Sei un ter­ro­ri­sta? Hai esplo­si­vi? Poi in un paio d’anni la situa­zio­ne si è nor­ma­liz­za­ta, ma oggi sia­mo tor­na­ti al dopo 11 set­tem­bre. Anche se ormai in Ger­ma­nia sono una per­so­na cono­sciu­ta mi capi­ta di rice­ve­re minac­ce quan­do vado a pre­sen­ta­re i miei libri, o anche per e-mail. In un cer­to sen­so gli even­ti poli­ti­ci si intro­met­to­no nel­la vita pri­va­ta. All’estero non sei mai solo, diven­ti un rap­pre­sen­tan­te del­la cul­tu­ra da cui pro­vie­ni. Se qual­cu­no di que­sta cul­tu­ra fa qual­co­sa di brut­to, que­sto rica­de imme­dia­ta­men­te anche su di te che non hai fat­to nul­la. E i par­ti­ti poli­ti­ci sfrut­ta­no que­sti even­ti per mani­po­la­re gli elet­to­ri. Per­so­nal­men­te sono feli­ce di non esse­re un poli­ti­co, ma come scrit­to­re devo ana­liz­za­re cer­te situa­zio­ni. Devo cri­ti­ca­re Ange­la Mer­kel, per esem­pio, per­ché negli anni scor­si ha accol­to solo i siria­ni. E gli altri? Il vero pro­ble­ma è tro­va­re una diver­sa descri­zio­ne per i pro­fu­ghi, nuo­va, per­ché solo una vol­ta che saran­no con­si­de­ra­ti degli esse­ri uma­ni le cose potran­no cam­bia­re. Dob­bia­mo esse­re sem­pre cor­dia­li con chi vie­ne da altri pae­si, non solo se e quan­do lo dico­no i politici”.
Con­ti­nua a sor­ri­de­re Abbas Khi­der, anche quan­do rispon­de alle doman­de del pub­bli­co, ma sot­to la sua pel­le inso­li­ta­men­te scu­ra per un ira­che­no, la sua pel­le da “fal­so india­no” come rie­cheg­gia­no il tito­lo in tede­sco del libro e il pri­mo capi­to­lo, si intra­ve­do­no le fac­ce di Aga, di Fad­hel, quel­la di Alla, le fac­ce di tut­ti gli altri. Di tut­ti i migran­ti che non ce l’hanno fat­ta, di tut­ti quel­li che Rasul, e lui stes­so, han­no visto mori­re duran­te la fuga da Bagh­dad alla Germania.

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Abbas Khider a Radio 3 Mondo Europa

Abbas Khider, autore di “I miracoli” intervistato da Radio 3 Mondo / Europa

Abbas Khi­der auto­re di “I mira­co­li” par­la del­la sua ‘moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti’ con Anna Maria Gior­da­no a Radio 3 Mondo/ Euro­pa. Tra­du­ce dall’arabo Fouad Rouheia.

Abbas Khi­der è ira­che­no, par­la tede­sco, ma la sua lin­gua è universale’

Abbas Khi­der  è un bril­lan­te e pro­li­fi­co auto­re tede­sco di ori­gi­ne ira­che­na, con­si­de­ra­to un dei più pro­met­ten­ti gio­va­ni talen­ti sul­la sce­na tede­sca. Arri­va­to in Ger­ma­nia ver­so i 20 anni ha impa­ra­to il tede­sco in loco (lin­gua in cui scri­ve) con­ta oggi 6 roman­zi pub­bli­ca­ti e 11 pre­mi rice­vu­ti, l’ultimo dei qua­li nel 2017 Adel­bert Von Chamisso.
“I miracoli” considerata dal­la cri­ti­ca tede­sca come “una moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti” par­la del suo viag­gio dall’Iraq alla Ger­ma­nia pas­san­do per l’Italia in chia­ve auto­bio­gra­fi­ca. Inte­res­san­te anche la par­te del rac­con­to con­cen­tra­ta sugli anni ira­che­ni, dove emer­go­no i fat­ti salien­ti del­la recen­te sto­ria ira­che­na in chia­ve let­te­ra­ria, non da ulti­mo la sua deten­zio­ne sot­to il regi­me di Sad­dam Hussein. 

Ascol­ta­te il pod­ca­st dell’intervista qui:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-f689d9b6-eae0-4157-b1c9-d3642e4b9d54.html

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«Altriarabi Migrante», letteratura contro gli stereotipi

«Altriarabi Migrante», letteratura contro gli stereotipi

«Il Sirente» porta in Italia la voce di giovani arabi, grazie al bando Europa Creativa, progetto biennale finanziato dall’Unione europea

«Deco­di­fi­ca­re la socie­tà con­tem­po­ra­nea, intui­re e cono­sce­re la vita che si nascon­de die­tro a un nome sen­za fer­mar­si all’apparenza glo­ba­liz­zan­te del­la super­fi­cia­li­tà»: è que­sta la mis­sio­ne affi­da­ta all’intero pro­get­to let­te­ra­rio e arti­sti­co idea­to dal­la casa edi­tri­ce «Il Siren­te». E dopo la let­tu­ra del­le ope­re pos­sia­mo escla­ma­re: mis­sio­ne compiuta!

Rac­col­te nel­la col­la­na «Altria­ra­bi migran­te», otto ope­re fir­ma­te da gio­va­ni e talen­tuo­si scrit­to­ri, tut­ti sta­bi­li­ti in Euro­pa, con radi­ci ara­be, già pub­bli­ca­te nei Pae­si di resi­den­za (Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Ger­ma­nia, Pae­si Bas­si) tra il 2003 e il 2014, accol­te con gran­de suc­ces­so e nume­ro­si rico­no­sci­men­ti. Gli auto­ri sono gio­va­ni, nati tra il 1970 e il 1992, tut­ti di ori­gi­ne ara­ba di pri­ma o secon­da gene­ra­zio­ne.

Il fil rou­ge dell’intero per­cor­so let­te­ra­rio è rap­pre­sen­ta­to da tema­ti­che for­ti e coin­vol­gen­ti che riguar­da­no la scot­tan­te (e dif­fi­ci­le) attua­li­tà qua­li i flus­si migra­to­ri, le comu­ni­tà stra­nie­re e la pau­ra del ter­ro­ri­smo di matri­ce isla­mi­ca. Ad acco­mu­na­re le sto­rie «Altria­ra­bi migran­te» è la ricer­ca di iden­ti­tà, il sen­so di appar­te­nen­za, il con­flit­to inte­rio­re tra le radi­ci cul­tu­ra­li del Pae­se di ori­gi­ne e le moder­ni­tà dell’Europa, l’ibri­da­zio­ne cul­tu­ra­le, l’arricchimento del­la diver­si­tà cul­tu­ra­le, ste­reo­ti­pi, pre­giu­di­zi e ben altro ancora…

«Obiet­ti­vo del­la col­la­na è quel­lo di deli­nea­re la nuo­va geo­gra­fia let­te­ra­ria euro­pea, con­tra­stan­do xeno­fo­bia e isla­mo­fo­bia» si leg­ge sul sito del­la casa edi­tri­ce, nel­la pre­sen­ta­zio­ne del progetto.

Pros­si­mo all’uscita, nel mese di luglio, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na, clas­se 1986, Kaou­ther Adi­mi, «Le bal­le­ri­ne di Papi­cha», set­ti­mo tito­lo del­la col­la­na. È la sto­ria di una fami­glia che vive in un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Una radio­gra­fia dell’Alge­ria con­tem­po­ra­nea – con tut­te le sue spe­ran­ze e sof­fe­ren­ze – ma più in gene­ra­le del­la con­di­zio­ne umana.

Segui­rà ad ago­sto l’ultima pub­bli­ca­zio­ne del­la col­la­na a fir­ma di Sel­ma Dab­ba­gh, «Fuo­ri da qui». La scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si rie­sce a tra­scri­ve­re con incre­di­bi­le uma­ni­tà e una gran­de vena umo­ri­sti­ca tut­te le ener­gie e le fru­stra­zio­ni del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo attra­ver­so la sto­ria di due gio­va­ni pale­sti­ne­si in una Gaza sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, nel Gol­fo e poi a Londra.

Usci­to lo scor­so mag­gio il sesto libro del­la col­la­na, «Un uomo non pian­ge mai» di Faï­za Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin, ban­lieue ad alta ten­sio­ne a nord-est di Pari­gi, già tra­dot­ta in ben 26 lin­gue. La Guè­ne è sta­ta di recen­te ospi­te al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no e al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to. Il mes­sag­gio più for­te che l’autrice ci con­se­gna con il suo rac­con­to, in par­te auto­bio­gra­fi­co, è l’importanza dicostrui­re lega­mi affet­ti­vi per esse­re feli­ci. Un mes­sag­gio uni­ver­sa­le che va oltre l’origine socia­le e il livel­lo cul­tu­ra­le. Emer­ge l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co e la dop­pia cul­tu­ra del­la Fran­cia, che dovreb­be far­ne tesoro.

Pri­ma, l’autrice fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne ci ha rega­la­to un viag­gio a «La Mec­ca-Phu­ket». È la sto­ria di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. I sei roman­zi del­la Azzed­di­ne sono incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’iden­ti­tà fem­mi­ni­le, dai qua­li sono sta­ti trat­ti piè­ce tea­tra­le e fumetto.

In «Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra», Sumia Suk­kar, gio­va­nis­si­ma scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na, rac­con­tal’annosa guer­ra in Siria attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zo affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, o meglio con le sue pen­nel­la­te e tut­ta la gam­ma dei colo­ri uti­liz­za­ti per capi­re il con­flit­to ed espri­me­re le pro­prie emozioni.

Ispi­ra­to ad una sto­ria vera, la sua, Abbas Khi­der, ci affi­da «I mira­co­li», una fia­ba moder­na sui rifu­gia­ti. Nato a Bag­dad nel 1973, è sta­to dete­nu­to nel­le car­ce­ri ira­che­ne sot­to la dit­ta­tu­ra di Sad­dam Hus­sein per moti­vi poli­ti­ci. Ha lascia­to il Pae­se di ori­gi­ne nel 1996 e dopo mil­le peri­pe­zie si è sta­bi­li­to in Ger­ma­nia, dove ha stu­dia­to Filo­so­fia e Let­te­ra­tu­ra. Khi­der è uno dei gio­va­ni auto­ri più pro­met­ten­ti del pano­ra­ma let­te­ra­rio tede­sco.

Rodaan Al Gali­di, clas­se 1971, olan­de­se di ori­gi­ne ira­che­na, ha vin­to il Pre­mio dell’Unione euro­pea per la let­te­ra­tu­racon «L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re», secon­do volu­me del­la col­la­na «Altria­ra­bi migran­te». Un viag­gio nel­la men­te pura e inno­cen­te di un ragaz­zo auti­sti­co, alla sco­per­ta del­la sua visio­ne del­la vita, stra­na ma affascinante.

«Se ti chia­mi Moha­med» di Jérô­me Rui­lier, ori­gi­na­rio dell’isola afri­ca­na di Mada­ga­scar, è un gra­phic novel ori­gi­na­le e corag­gio­so che rac­con­ta con imme­dia­tez­za la sto­ria dell’immigrazione ara­ba in Fran­cia. Con il suo trat­to linea­re Rui­lier, ispi­ra­to­si anche al gior­na­li­smo inve­sti­ga­ti­vo, rico­strui­sce il per­cor­so migra­to­rio dal Magh­reb ver­so la Fran­cia e la nasci­ta del­le secon­de gene­ra­zio­ni con tut­te le tema­ti­che con­nes­se, dal raz­zi­smo all’esclu­sio­ne socia­le, dal­la ricer­ca iden­ti­ta­riaall’inte­gra­zio­ne.

di Véro­ni­que Viri­glio su Euro­co­mu­ni­ca­zio­ne

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«I miracoli» di Abbas Khider

Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

Un libro che occhieg­gia invi­tan­te dal tavo­li­no davan­ti al posto accan­to al suo, un lun­go viag­gio in tre­no attra­ver­so la Ger­ma­nia, un pas­seg­ge­ro che non può non sen­tir­si attrat­to dal volu­mi­no­so pli­co di fogli con l’ammiccante tito­lo nel­la sua lin­gua di ori­gi­ne “Memo­rie”. Quan­do per un for­tui­to malin­te­so il pli­co gli fini­sce sul­le ginoc­chia gli basta un’occhiata per capi­re che l’occupante del posto non tor­ne­rà a recla­mar­lo e un atti­mo per lasciar­si assor­bi­re nel­la let­tu­ra. Hamid Rasul ha affi­da­to alle pagi­ne ver­ga­te in incer­ti trat­ti a mati­ta la pro­pria vita: la gio­vi­nez­za in Iraq, le anghe­rie del car­ce­re di regi­me ad appe­na diciot­to anni, la fuga dap­pri­ma in Gior­da­nia, poi in Ciad, Libia, Tur­chia, Gre­cia, per appro­da­re infi­ne all’agognata ma delu­den­te Euro­pa, arri­van­do in Ger­ma­nia dopo una sosta obbli­ga­ta sul suo­lo ita­lia­no. Saran­no mol­te le fal­se par­ten­ze che dovrà sop­por­ta­re pri­ma di giun­ge­re in Euro­pa, e, nel cor­so di cia­scu­na farà incon­tri stre­pi­to­si, visi­te­rà nuo­ve cel­le di pri­gio­ne, incon­tre­rà don­ne fasci­no­se, vivrà gran­di amo­ri, pas­sio­ni fuga­ci e inten­se ami­ci­zie, tro­ve­rà mil­le espe­dien­ti di sopravvivenza…

I miracoli : Abbas KhiderDi pari pas­so con i sen­ti­men­ti ispi­ra­ti­gli dal­le mol­te­pli­ci figu­re fem­mi­ni­li che sin dal­la pri­ma ado­le­scen­za han­no tur­ba­to i suoi sogni e occu­pa­to i suoi pen­sie­ri, pro­ce­de il più gran­de degli inna­mo­ra­men­ti, quel­lo che lo coglie ado­le­scen­te e non lo abban­do­ne­rà più, accom­pa­gnan­do­lo nel­le sue pere­gri­na­zio­ni fino al tre­no su cui un pas­seg­ge­ro che si chia­ma come lui sta leg­gen­do i sui scrit­ti: l’amore per la scrit­tu­ra, per la poe­sia. È una fre­ne­sia che lo coglie ogni qual vol­ta incon­tra una nuo­va don­na, o quan­do la sua vita sta attra­ver­san­do fasi deli­ca­te, è tal­men­te tota­liz­zan­te da spin­ger­lo a qual­sia­si fol­lia pur di pro­cu­rar­si la car­ta, che gli è più neces­sa­ria del cibo. Ini­zie­rà ruban­do i fogli in cui i suoi geni­to­ri com­mer­cian­ti di dat­te­ri avvol­go­no la mer­ce, poi rube­rà quel­li in cui i vari ban­chet­ti del mer­ca­to avvol­go­no il cibo. Scri­ve­rà sui muri di tute le cel­le in cui sarà dete­nu­to, e, quan­do da esu­le in Ger­ma­nia la sua paga di 60 euro al mese non gli con­sen­ti­rà di com­prar­la, rube­rà i gior­na­li per scri­ve­re lun­go i mar­gi­ni, e poi ne rube­rà dei fogli a Sara, la sua fidan­za­ta tede­sca, che, ali­men­ta , com­pli­ce, que­sta abi­tu­di­ne. Abbas Khi­der, alter ego del pro­ta­go­ni­sta ha crea­to ne I mira­co­li una sor­ta di gio­co di spec­chi attra­ver­so il qua­le il pas­seg­ge­ro let­to­re leg­ge la pro­pria sto­ria e la rac­con­ta a se stes­so e al let­to­re. Nes­su­na del­le espe­rien­ze nar­ra­te, però, è mai oppri­men­te o dipin­ta in toni foschi e melo­dram­ma­ti­ci. È solo a poste­rio­ri che ci si ren­de con­to dell’intensità del dolo­re, dell’estensione del­le pri­va­zio­ni, del­la pro­fon­di­tà del­le offe­se che quest’uomo ha con­di­vi­so con i suoi com­pa­gni di viag­gio, dagli sca­fa­ti came­rie­ri al pic­co­lo Sher­zad, costret­to a viag­gia­re con uni­co baga­glio la sua sto­ria e doven­do lascia­re die­tro di sé anche i pochi fogli che di vol­ta in vol­ta rie­sce a raci­mo­la­re e riem­pi­re. Le con­di­zio­ni di vita, l’annichilimento di esse­ri uma­ni costret­ti a vive­re in 20 in una stan­za e a soprav­vi­ve­re cam­bian­do le cas­set­te dei film por­no nel retro di un bar mal­fa­ma­to oppu­re inse­gnan­do ara­bo in un vil­lag­gio di mon­ta­gna del Ciad dove i muri sono miste­rio­sa­men­te rico­per­ti del suo nome. Il dolo­re, la sof­fe­ren­za per le tor­tu­re, i ten­ta­ti­vi fal­li­ti di lascia­re la Gre­cia e la Tur­chia, i com­pa­gni di viag­gio per­si in mare, quel­li costret­ti a paga­re con la pro­pria digni­tà o quel­la dei loro cari viag­gi costo­sis­si­mi e sen­za garan­zie, tut­to vie­ne in qual­che modo cir­con­fu­so da un alo­ne dol­ce, pro­fu­ma­to come il sen­to­re del­le don­ne che ha incon­tra­to e che lo han­no inna­mo­ra­to, del­la poe­sia che tor­na a ispi­ra­re la sua mano ogni vol­ta che un cer­to sogno di un tem­pio si ripre­sen­ta. La dol­cez­za di un paio di seni, la clas­si­fi­ca­zio­ne meto­di­ca dei poste­rio­ri che ha incon­tra­to in tre con­ti­nen­ti, fan­no sem­pre da con­trap­pun­to a una nar­ra­zio­ne che rie­sce a non far mai per­de­re il sor­ri­so all’attonito let­to­re. Khi­der pro­du­ce l’affresco lie­ve, iro­ni­co, leg­ge­ro, spe­zia­to al pun­to giu­sto di un’odissea che a trat­ti si fa roman­zo pica­re­sco e che lascia sul­le dita, qua­si pal­pa­bi­le, un aro­ma di zuc­che­ro e can­nel­la, un sen­so di mera­vi­glia che irre­ti­sce il let­to­re di riga in riga, a par­ti­re dal­la splen­di­da coper­ti­na e dal­la gra­fi­ca con­cet­tua­le del­la pri­ma pagi­na del volu­me, che, in linea col resto del­la col­la­na ripor­ta un deli­ca­to cameo che rias­su­me bene la sto­ria del suo auto­re, un tube­ro sul qua­le ha attec­chi­to una pian­ta irachena.

Recen­sio­ne del libro I mira­co­li di Abbas Khi­der Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2017

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«I miracoli» di Abbas Khider al Salone del Libro di Torino

I miracoli” di Abbas Khider, in anteprima nazionale al Salone del Libro di Torino dal 12 al 15 maggio.

Una moderna fiaba su rifugiati e immigrazione clandestina da una delle voci più promettenti della scena letteraria tedesca, il Best-seller e pluripremiato Abbas Khider.

I Mira­co­li un libro di Abbas Khi­der. Dise­gna­to sul­la fal­sa­ri­ga dell’esperienza dell’autore in una pri­gio­ne ira­che­na e come rifu­gia­to in Euro­pa, “I Mira­co­li” è uno straor­di­na­rio pon­te tra orien­te e occi­den­te. Sul tre­no diret­to a Mona­co, Rasul Hamid tro­va un volu­mi­no­so mano­scrit­to, leg­gen­do­lo sco­pre che vi è nar­ra­ta la sua storia…Rasul Hamid fug­gi­to dall’Iraq e arri­va­to con mil­le peri­pe­zie in Ger­ma­nia. Don­ne attraen­ti, com­pa­gni rifu­gia­ti, perio­di di lavo­ro ille­ga­le, mira­co­li e mol­ti — feli­ci — inci­den­ti, con­di­sco­no la let­tu­ra. Il roman­zo tra­gi­co­mi­co, a vol­te per­fi­no bur­le­sco, di Khi­der è una moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti. Sapo­re orien­ta­le e cru­da real­tà rac­con­ta­ta in modo diret­to e sen­za vittimismi.

Abbas Khi­der è nato a Bag­dad il 3 mar­zo 1973. Arre­sta­to e dete­nu­to, all’età di dician­no­ve anni, sot­to il regi­me di Sad­dam Hus­sein. Nel 1996 è fug­gi­to dall’Iraq e ha vis­su­to in vari pae­si come pro­fu­go clan­de­sti­no. Dal 2000 vive in Ger­ma­nia dove ha stu­dia­to let­te­ra­tu­ra e filo­so­fia. Ha vin­to nume­ro­si pre­mi di poe­sia e let­te­ra­tu­ra, tra gli altri il pre­mio Adel­bert von Cha­mis­so per il gio­va­ne auto- re più pro­met­ten­te nel 2010 e i pre­mi Hil­de Domin e Nel­ly Sachs nel 2013.

Lo tro­ve­re­te, fre­sco di stam­pa, pres­so lo stand J158 — il Siren­te — Padi­glio­ne 2 - Salo­ne del Libro di Tori­no dal 12 al 15 Maggio.

Ecco­vi un assaggio

I mira­co­li

(tra­du­zio­ne dal Tede­sco di Bar­ba­ra Teresi)

Giu­ro su tut­te le crea­tu­re visi­bi­li e invi­si­bi­li: ho set­te vite. Come un gat­to. Anzi no, ne ho addi­rit­tu­ra il dop­pio. I gat­ti potreb­be­ro diven­ta­re ver­di dall’invidia. Nel­la mia vita i mira­co­li sono sem­pre acca­du­ti all’ultimo minu­to. Io ci cre­do, ai mira­co­li. A que­ste inso­li­te ecce­zio­na­li­tà per le qua­li sem­pli­ce­men­te non c’è altra defi­ni­zio­ne. Uno dei miste­ri del­la vita. Que­sti mira­co­li han­no mol­to in comu­ne con le coin­ci­den­ze, ma non pos­so nep­pu­re defi­nir­li coin­ci­den­ze per­ché que­ste ulti­me non capi­ta­no di fre­quen­te. Un caso è un caso, per bana­le che pos­sa suo­na­re. Si può par­la­re di una, mas­si­mo due gran­di casua­li­tà nel­la vita, ma non cer­to di una gran quan­ti­tà di avve­ni­men­ti for­tui­ti. Ci sono quin­di even­ti che sono mira­co­li, e non coin­ci­den­ze: così mi per­met­to di teo­riz­za­re, pur sen­za segui­re una logi­ca ari­sto­te­li­ca. Non sono una per­so­na super­sti­zio­sa, non cre­do all’ultraterreno né all’occulto. Nel cor­so del­la mia vita ho, per così dire, svi­lup­pa­to il mio per­so­na­le orien­ta­men­to reli­gio­so, adat­to a me sol­tan­to. Asso­lu­ta­men­te indi­vi­dua­le. Ad oggi, per esem­pio, io vene­ro gli pneu­ma­ti­ci. Sì, i coper­to­ni del­le auto! Per me non sono sol­tan­to i pie­di del­le mac­chi­ne, sono ange­li custo­di. Lo so, non deve suo­na­re del tut­to sen­sa­ta come affer­ma­zio­ne, dato che mol­ta gen­te ci ha lascia­to la vita, sot­to gli pneu­ma­ti­ci. Ma uno pneu­ma­ti­co può anche sal­var­ti la vita. Ed è così che ha avu­to ini­zio il pri­mo miracolo. Ero a Bagh­dad, in car­ce­re. Tro­var­si in gale­ra a Bagh­dad non è affat­to un mira­co­lo, e negli anni Novan­ta era per­fet­ta­men­te nor­ma­le. Men­tre ero lì… per con­ti­nua­re la let­tu­ra qui

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