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Dall’album The wall dei Pink Floyd, Nàgi ha creato un’opera che si colloca nel reale metropolitano contemporaneo, pur mantenendo legami con elementi leggendari e fiabeschi. Storie, desideri, visioni causate dal consumo di hashish e alcol catapultano il lettore in luoghi irreali e in situazioni fantastiche. Il muro, “the wall”, rappresenta l’incomunicabilità, l’alienazione, la follia. Un’allegoria della società sviluppata attorno all’ipotetica costruzione di un muro oppressivo e invalicabile che circonda l’individuo.
Un libro per chi è pronto a scoprire le fantasie, le utopie, gli idealismi, ma anche le frustrazioni di un ventenne egiziano.

  • Addio alla gioventù in Egitto

    Addio alla gioventù in Egitto

     

    Ho visto per la prima volta il mostro nel 2005, al Cairo, in centro, davanti al sindacato dei giornalisti. Si era radunata una folla di giovani, ragazzi e ragazze, che scandiva “kifaya!” (basta!). Il mostro è piombato giù dagli automezzi della polizia. Era in divisa militare, ma anche camuffato in abiti civili, e picchiava i dimostranti. I maschi venivano trascinati sul selciato, alle femmine venivano strappati i vestiti. È stato molto traumatico. Pensavamo che fosse la cosa peggiore che il mostro potesse farci.
    Pensavamo che con l’amore, e incoraggiando gli altri a venire con noi per strada, saremmo diventati più numerosi, che dalle poche centinaia che eravamo saremmo diventati centinaia di migliaia, forse milioni. È così che avremmo sconfitto il mostro. I giovani sono ingenui, hanno buoni sentimenti e un cuore puro.
    Avevo incontrato la stessa ingenuità cinque anni prima. Nel 2000 ero uno studente del liceo quando mi unii alle manifestazioni di solidarietà degli studenti con la seconda intifada, che era cominciata dopo due avvenimenti: il criminale di guerra e futuro primo ministro israeliano Ariel Sharon aveva visitato la moschea di al Aqsa scatenando la rivolta dei palestinesi, e un ragazzo di 12 anni, Mohammed al Durrah, era morto tra le braccia di suo padre sotto i colpi dell’esercito israeliano. I nostri insegnanti ci incoraggiavano a manifestare, ma loro non lo facevano. Sfilavamo in piccoli gruppi furibondi chiedendo libertà per la Palestina e giurando che non avremmo mai dimenticato Al Durrah. Le forze di sicurezza ci autorizzarono ad aprire i cancelli delle scuole e dei licei, e a manifestare in gruppi più numerosi percorrendo le strade di Mansoura, dove ho passato gli anni dell’adolescenza.
    I ragazzini e gli studenti che mi circondavano erano pazzi di gioia perché avevano ottenuto il diritto di gridare. Per la prima volta si sentivano liberi per strada. Quando i gruppi di studenti in corteo s’incontravano si sorridevano in maniera un po’ scema, come dei bambini, e c’erano saluti e grandi scambi di abbracci un po’ troppo teatrali. A Mansoura, come nel resto del paese, le scuole sono separate per genere. Era straordinario vedere ragazzi e ragazze che si univano in queste manifestazioni, invece delle solite scene di studenti che aspettavano le ragazze davanti alle scuole per rimorchiarle, molestarle o stare un po’ con loro. Ma la folla, le urla e l’entusiasmo, anche se erano giustificati, mi tenevano lontano dal mio stesso gruppo di amici, per non parlare dell’ego improvvisamente gigantesco di qualche essere insignificante che s’improvvisava tribuno.

    [st_quote author=””]Ho sempre trovato noiosa la vita pubblica, come una serie di spettacoli teatrali brutti ai quali siamo comunque costretti a partecipare[/st_quote]

    Cinque anni dopo mi ero laureato, e sapevo che al regime di Hosni Muba­rak quelle manifestazioni contro Israele erano piaciute. Le aveva sostenute e ogni tanto le aveva addirittura istigate. Mubarak voleva che le telecamere filmassero le folle infuriate mentre bruciavano la bandiera israeliana per poter mostrare quelle immagini e rivolgersi alle divinità sulle montagne di Oslo e nelle valli di Washington dicendo: “Finché io sarò qui controllerò questi mostri e gli impedirò di bruciare tutto”. Quando i cittadini hanno cominciato a scendere in piazza per protestare contro Mubarak, le forze di sicurezza erano pronte, e siccome non avevano di fronte dei mostri (non ancora) hanno fatto tutto quel che potevano per farli diventare tali: li circondavano, strappavano i vestiti alle ragazze e aggredivano sessualmente i ragazzi. Ma invece di diventare mostri, i manifestanti hanno preferito entrare in una logica perdente, abbracciando la condizione di vittime.
    Ho sempre trovato noiosa la vita pubblica, come una serie di spettacoli teatrali brutti e sempre uguali ai quali siamo comunque costretti a partecipare: le elezioni, i limiti alla libertà in nome della religione e tutte le altre buffonate che tirano in ballo l’idea di nazione, c’invitano all’amore per la patria e ci spiegano come mostrarlo.
    Ho conosciuto altre persone a cui tutto questo non piaceva per niente. Abbiamo deciso di fabbricarci le nostre menzogne su internet, una realtà virtuale che era fuori dal controllo delle autorità e in contrasto con il puzzo di chiuso dei nostri padri e dei loro vecchi princìpi morali.
    L’Egitto stava attraversando tempi grandiosi. In tv tutti parlavano dell’arrivo della democrazia. Noi, in un angolo cieco dello sguardo dell’autorità, c’inventavamo piccoli luoghi d’incontro dove organizzare delle feste, le nostre feste, e suonare musica vietata alle radio e alle televisioni sia pubbliche sia private perché non parlava d’amore, di lunghe ciglia languorose o di tenerezza. È durante una di queste feste che Alaa Abdel Fattah mi ha proposto di creare un sito che prendesse in giro quello ufficiale del presidente. Ero incaricato di scrivere i contenuti. Facevamo giochi di questo tipo: ci chiudevamo nelle nostre bolle virtuali per sbeffeggiare il re nudo e deridere i cortigiani che continuavano a elogiare i vestiti.
    Ho conosciuto la mia prima moglie in un forum online di ammiratori della musica di Mohamed Mounir. Eravamo adolescenti, non avevamo ancora diciotto anni, e in dieci anni spesso turbolenti abbiamo vissuto l’amore, il matrimonio e il divorzio, un ciclo di vita completo. Altri si sono conosciuti nei forum e nei blog dei Fratelli musulmani, dei Socialisti rivoluzionari, del club dei feticisti del piede, dei guerrieri di Bin Laden o su Fatakat, un blog per le casalinghe. Internet ci permetteva di stare lontani dai capelli eternamente neri di Mubarak. Era una nuova casa dove le persone con idee simili potevano ritrovarsi.

    Il tenue ronzio delle discussioni di questi gruppi pian piano stava crescendo e i vecchi, con l’aiuto dei loro apparecchi acustici, se ne accorsero. Decisero che quel borbottio veniva da una gioventù occidentalizzata e insolente. Non prendevano sul serio quelle voci, forse non le capivano proprio. Il loro messaggio, comunque, era chiaro: “I vecchi cadaveri dovrebbero lasciare spazio a quelli nuovi”.

    [st_quote author=””]I giovani hanno molti tratti comuni: la passione, l’ipersensibilità e la foga[/st_quote]

    Gli zombi erano dappertutto. C’erano il generale zombi, lo sceicco zombi, il presidente zombi, l’imprenditore zombi, il partito di governo zombi, l’opposizione zombi, l’islamista moderato zombi e l’islamista radicale zombi. Quando sei giovane ogni zombi ti propone di diventare anche tu uno zombi e di lasciar perdere l’idea­lismo della morale e dei sogni. Non avevamo scelta, eravamo costretti a vivere con loro, parlargli, mostrarci affettuosi. A volte, per precauzione, elogiarli, diventare discreti e camminare tra loro, con le gambe rigide, le braccia tese e lo sguardo vuoto. Quando rendevamo chiaro il nostro disaccordo o rifiutavamo di ingozzarci con quelle carogne marce che sono le idee di patria e di religione, gli zombi ci rispondevano con la tortura, l’isolamento forzato o l’emarginazione.
    “Dovete vivere come hanno vissuto i vostri padri”, dicevano gli zombi. Quella vita descritta tanto bene dal regista Shadi Abdel Salam nel film La mummia, del 1969: una vita da iene, con le ragazze che camminano per strada con le spalle curve in avanti e il capo abbassato senza guardare da nessuna parte, né a destra né a sinistra, mai. Devono lasciarsi rimorchiare e molestare senza lamentarsi, e quando rifiutano di sottomettersi agli zombi le accusano di usare il loro fascino per attirare i criminali e sedurli.
    Quando sono cominciate le manifestazioni contro la brutalità e le torture della polizia, c’è chi s’è alzato per accusare i manifestanti di insultare le forze dell’ordine. Ma le proteste hanno continuato a crescere di dimensioni e d’intensità e alla fine hanno cominciato a chiedere la rimozione del leader degli zombi, il gran maestro della tintura per capelli. Gli zombi allora si sono riuniti per lanciare un appello ai giovani: “Cari fratelli, fate come se fosse vostro padre”.
    I giovani hanno molti tratti comuni: la passione, l’ipersensibilità e la foga. L’eccesso di sensibilità può fare da carburante alla rivoluzione e far battere più forte il sangue nelle vene delle folle infuriate, ma può anche suscitare dei sentimenti di comprensione, pietà e tenerezza. È proprio per questa sensibilità che il periodo dopo la rivoluzione è stato guidato dal desiderio di riabilitare le vittime della repressione e vendicare la loro morte. Ma per questa stessa sensibilità i figli non hanno ucciso i loro padri zombi.
    In molte immagini del libro fotografico di Pauline Beugnies, Génération Tahrir (Le Bec en l’Air 2016) si vedono accese conversazioni tra figlie e madri, tra giovani e vecchi. Le foto non possono trasmetterci il suono, il rumore delle discussioni, gli urli delle opinioni contrapposte. Ma ci mostrano con estrema chiarezza l’immensa autorità dei padri zombi e fino a che punto la generazione dei giovani resta prigioniera dei sen­timenti.
    Conoscevo molti ragazzi e ragazze che non hanno esitato a scendere in strada, bruciare pneumatici e mettersi in prima linea nella battaglia contro gli elementi criminali delle forze di polizia. Ma appena il loro telefono squillava, si appartavano in un posto tranquillo per rispondere alla madre: “Sto bene, sono lontano dagli scontri”. Dovevano pensare che la ribellione potesse esistere in una realtà parallela, lontana dalla vita familiare. Ho conosciuto attivisti che si battevano per i diritti degli omosessuali e non temevano di sollevare la questione in una società conservatrice come quella egiziana, che difendevano questi diritti nelle aule di tribunale e davanti alla polizia, ma non riuscivano a trovare il coraggio di dichiararsi omosessuali davanti ai genitori. Ho delle amiche che hanno continuato a mostrare il dito medio alla polizia con la testa alta mentre gli sparavano delle pallottole di gomma, ma che piangevano per le pressioni dei genitori e della società e per la difficoltà di immaginare un futuro che non prevedesse il matrimonio, la maternità o l’integrazione nel ciclo di produzione degli zombi.

    [st_quote author=””]Il generale non era particolarmente intelligente, ma gli sceicchi del Golfo lo sostenevano con entusiasmo[/st_quote]

    Questa esitazione vigliacca spiega perché la nostra generazione ha sempre cercato una via di mezzo, e alla fine è stata privata di tutto dai suoi padri. “Accogliete l’islam moderato, votate per Mohammed Morsi”, ci hanno detto i giovani islamisti. “L’islam è questione d’identità, una bella religione del giusto mezzo che può coesistere con la democrazia. La nostra identità nazionale non c’entra niente con la laicità”. E poi sono tornati i vecchi zombi, hanno detto che non c’era nessuna differenza tra i militanti dello Stato islamico e noi. Eravamo fratelli, dovevamo solo raggiungerli e combattere al loro fianco. Così i giovani democratici dell’élite urbana si sono precipitati tra le braccia di un governo civile guidato da un generale dell’esercito. Ci hanno spiegato che Al Sisi aveva occhi che irradiavano calore e affetto, e che avrebbe salvato la patria facendo diventare l’Egitto uno stato laico. Poi il generale ha proibito ogni dibattito, ci ha tolto la libertà di parola e ci ha sbattuto in galera. Quelli che sono rimasti fuori sono finiti bruciati nelle piazze o davanti agli stadi.
    Il generale non era particolarmente intelligente, ma gli sceicchi del Golfo lo sostenevano con entusiasmo, loro, i rappresentanti delle divinità occidentali nella regione. Così gli sceicchi, gli zombi e il generale hanno deciso di togliere ai giovani anche lo spazio virtuale. E su internet è arrivata la censura. Oggi basta un piccolo tweet per finire in carcere. Hanno speso centinaia di milioni per trasformare la rete in un enorme centro commerciale, controllandone il contenuto con l’aiuto di squadre che invadono i social network e impongono delle nuove mode. Se emerge la storia di un nuovo caso di tortura nelle carceri egiziane, viene rapidamente sepolta sotto montagne di post e di clic sull’ultima metamorfosi del sedere di Kim Kardashian.
    Qualche settimana fa ho cominciato ad avvertire un doloretto sordo al testicolo sinistro. Il medico mi ha detto che si tratta di varicocele. Mi ha consigliato di non restare in piedi troppo a lungo, di ridurre i rapporti sessuali e di astenermi dalle erezioni prolungate. Quando gli ho chiesto la causa del problema, si è limitato a rispondere, senza alzare gli occhi dal giornale: “Di solito è ereditario. Ma anche invecchiare non aiuta”.
    Niente più erezioni prolungate per la nostra generazione. Siamo dispersi in tutto il mondo. Alcuni sono in carcere, altri in esilio. Altri ancora sono pronti ad annegare nel Mediterraneo, o puntano a uscire dall’inferno e raggiungere il paradiso costruendosi una scala di teste tagliate che arriva fino a dio. Quelli che sono rimasti hanno provveduto ad assicurarsi un posto tra gli zombi. Appaiono in televisione come rappresentanti dei giovani, si scattano selfie con generali zombi e sceicchi zombi, e fanno a gara per accaparrarsi le briciole lasciate cadere dagli emiri e dagli sceicchi del Golfo.
    Ora è arrivato il momento di documentare, registrare e archiviare quel che è successo. E poi dobbiamo dire addio al nostro passato e alla gioventù.
    Diciamo addio ai nostri dolori e ai nostri affanni. Cerchiamo, da dentro, una nuova strada e una nuova rivoluzione. Il pericolo più grande è quello di abbandonarsi alla nostalgia, alle vecchie idee e ai vecchi princìpi, di immaginare che nel passato esista un’età dell’oro, un momento di purezza da ritrovare. Il pericolo più grande è venerare un’immagine. Qualunque forma di venerazione – della rivoluzione, dei martiri o dei valori superiori delle grandi ideologie – rischia di trasformarti in uno zombi senza che tu nemmeno te ne accorga.

    (Traduzione di Giuseppina Cavallo)

  • Ahmed Nagi: il cammello contro Internet nei giorni della protesta egiziana

    | Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina | Sabato 12 febbraio 2011 |

    Ahmed Nagi, egiziano, classe 1985, è scrittore e blogger. Lavora come redattore per il settimanale letterario Akhbàr el Adab. Ha scritto recentemente Bolgs From Post to Tweet, un resoconto del panorama Internet in Egitto e Rogers e la Via del Drago divorato dal sole (il Sirente, 2010). Il suo blog si chiama Wasa Khaialak. In questo contributo Nagi racconta i primi giorni delle manifestazioni egiziane, viste camminando per le strade de Il Cairo in protesta. [Mentre questo pezzo veniva scritto Omar Souleiman ha annunciato che il Presidente egiziano Mubarak ha lasciato il potere ed è partito da Il Cairo in direzione di Sharm el Sheik. Il potere è temporaneamente nelle mani dell’esercito.]

    Personalmente non ero né a favore né contrario, e quando su Facebook mi arrivò l’invito a partecipare alle manifestazioni del 25 gennaio, avevo cliccato “forse”. Le manifestazioni tutto sommato fanno sempre bene: sono belle occasioni per riunirsi, e ultimamente, in Egitto spuntavano come funghi. Passeggiando in una qualsiasi mattinata cairota da via Qasr el-Aini a via Abd al-Khaliq Tharwat era impossibile non imbattersi in almeno sette tra manifestazioni e sit-in: ognuno con le sue richieste specifiche. Nessuna ha mai portato risultati e questo riempiva il cuore di delusione e di disperazioneFin dalla mattina il 25 gennaio sembrava un giorno diverso. Seguivo dall’ufficio le notizie sull’affluenza alle manifestazioni: ne stavano scoppiando in diversi governatorati diversi e in varie zone del Cairo, al di là di ogni aspettativa. La sera, raggiungendo Piazza Tahrir, mi trovai davanti una scena completamente diversa da tutto quello che avevo visto nella mia vita: nonostante i lacrimogeni e i proiettili di gomma, sembrava che in quella piazza la gente stesse vivendo i momenti più felici della sua vita: c’erano energie positive. In un giorno soltanto la speranza era cresciuta, si era radicata come un albero la cui crescita non poteva essere più fermata. Mi imbattei in un giovane che vagava per le strade del centro: «Scusi, come posso arrivare a Piazza Tahrir?». Eravamo a via Hoda Sharawi. Mentre gli indicavo la piazza mi interruppe: «Ma ci sono ancora le manifestazioni o è finito tutto?», «No no, ci sono ancora». Mi rispose di getto: «È che non conosco nessuno… Ho ricevuto un invito su Facebook ed eccomi qui…»Sembrava che fossero decine di migliaia di persone che avevano ricevuto quell’invito, che tantissimi avessero cliccato “sì”, ma anche tutti quelli che avevano cliccato “forse” avevano poi deciso di scendere in piazza.
    Le manifestazioni si susseguivano, le forze dell’ordine arrivavano da tutti i lati e, già dal giovedì notte, l’aria de Il Cairo era satura di lacrimogeni “made in USA” (un regalo generoso da parte degli Stati Uniti, che gli egiziani non dimenticheranno mai). Ma i lineamenti della gente e lo spiegamento delle forze dell’ordine rendevano chiaro che l’indomani, venerdì 28 gennaio, sarebbe stato davvero “il giorno della rabbia”Quando mi alzai il venerdì mattina scoprii che la rete dei telefoni cellulari era interrotta e che Internet era stato bloccato in tutto l’Egitto. Il messaggio era chiaro: il Governo stava per compiere una strage.
    Da via al-Sahafa uscii verso via al-Galaa, in cui avanzava un corteo gigantesco, pieno di donne e bambini. I dipendenti dell’ospedale di al-Galaa lanciavano le maschere ai manifestanti per aiutarli a resistere ai lacrimogeni.
    Appena raggiungemmo la fine della strada iniziò la carica: ho visto coi miei occhi un ufficiale che avanzava tra le file dei soldati per lanciare da solo più di quindici lacrimogeni.
    Ho visto coi miei occhi donne fuggire coi loro figli.
    Ho visto coi miei occhi bambini rischiare di soffocare.
    Ho visto coi miei occhi un lacrimogeno colpire il viso di una donna sui trent’anni. Portava il velo ed è morta sul colpo.
    Fuggimmo dal gas, mi sentivo soffocare, stavo per perdere i sensi. Mi gettai nelle stradine laterali di Bulaq: accettai l’invito di mastro Hisham ed entrai nella sua officina. A Bulaq ho visto il commissario rilasciare banditi e persone con precedenti penali soltanto per intimidire gli abitanti del quartiere. Ma ho visto anche la gente di Bulaq che li arrestava, li picchiava, li costringeva a indossare camicie da donna e a girare per le strade coperti dall’onta di aver tradito la gente del loro stesso quartiere. Sono rimasto bloccato a Bulaq per circa cinque ore, mentre il fracasso delle granate lacrimogene e dei proiettili si era fatto monotono. I rumori si calmarono leggermente alla notizia del coprifuoco e con l’arrivo dei primi carri armati. Uscito da Bulaq, mi diressi verso il centro e poi verso piazza Tahrir. Per la prima volta l’aria del Cairo aveva un sapore diverso. I carri armati dell’esercito iniziarono a dispiegarsi al palazzo della radio e della tv egiziana, cercando di farsi strada verso Piazza Tahrir, in cui erano rimasti gli ultimi uomini delle forze di polizia che sparavano ancora contro i manifestanti proiettili, metallici di gomma, e lacrimogeni. I negozi delle vie secondarie erano quasi tutti chiusi e sui volti della gente c’era la sorpresa e un sorriso felice. Le strade del Cairo erano per la prima volta libere, appartenevano a tutti. Il cellulare non prendeva più, nessun telefono squillava, nessuno chiamava, ma tutti correvano, fraternizzavano e si sostenevano. Si allungavano mani con bottiglie di aceto, bibite gassate e fette di cipolla. Un momento storicoFaccio ancora fatica a mettere ordine nelle vicende successive. Mi sembra che tutto sia successo in un giorno soltanto. I discorsi del Presidente sono sempre uguali, si susseguono notizie di dimissioni e nuovi incarichi, sempre uguali: facce che spariscono per fare posto ad altre maschere delle stesse persone, folle di manifestanti che affluiscono a Piazza Tahrir e in altri governatorati. Il regime sta giocando le sue ultime carte. Il Presidente si affaccia e per la prima volta: lo sentiamo abbandonare la sua superbia e riferirsi a se stesso dicendo «Io» invece di «Noi».
    Si tratta dello stesso Mubarak che qualche settimana fa, quando qualcuno dell’opposizione avevo chiesto un parere a proposito di progetti di riforma, aveva risposto «lasciateli divertire». Ora, seppur parli con un tono quasi supplichevole, continua a sostenere che «morirà su questa terra», cioè che non intende dimettersi. Ogni volta che tornerà in televisione l’ira della gente aumenterà, e si tornerà a manifestare.
    Qualche ora dopo il primo discorso del Presidente, i suoi sostenitori e gli uomini delle forze dell’ordine hanno cercato di entrare nella piazza con la forza, attaccando i manifestanti in sella a cavalli, cammelli e muli. Non si tratta più di una battaglia politica: in gioco c’è la difesa della civiltà. L’immagine è chiara: siamo davanti a un regime dalla mentalità medievale, che governa in nome di un capotribù. La disobbedienza viene considerata una forma di maleducazione e i suoi sostenitori cavalcano per le strade della città cavalli e cammelli. Dall’altro lato ci sono invece i giovani del nuovo Egitto, esponenti di tutto l’arcobaleno politico, dai Fratelli Musulmani alla sinistra radicale, uniti da Internet e dai social network. Il cammello e il cavallo contro Internet e i cellulari, e in mezzo l’esercito egiziano, confuso, ma comunque insoddisfatto dei comportamenti del regime, senza tuttavia poter dissentire col suo capo supremo, il PresidenteI miei genitori si sono incontrati, si sono innamorati, si sono sposati e poi mi hanno dato alla luce. Sono nato, ho imparato a camminare, mi sono spuntati la barba e i baffi, mi sono laureato, i miei capelli hanno cominciato a cadere, mi sono sposato e in tutto ciò i capelli di Mubarak sono ancora neri!Il prodigio maggiore di Mubarak, secondo la propaganda del suo partito, è la “stabilità”. Sono stato testimone, come tanti altri scrittori e intellettuali, di come il regime abbia dato pieno sostegno a valori e idee antiche, e di come abbia esercitato la censura contro la creatività e le pubblicazioni originali, con la scusa della religione o della salvaguardia della sicurezza nazionale. Ero accanto agli amici che hanno perso il lavoro per le loro posizioni, ero accanto a Magdy el-Shafee quando il Governo ha censurato la prima graphic novel in arabo, Metro, per i suoi riferimenti alle figure del partito corrotto di MubarakLa corruzione del regime di Mubarak non si è limitata soltanto alla dittatura e all’economia, ma con l’aiuto della mostruosa macchina di propaganda che diffondeva decine di menzogne e di leggende ha colpito l’infrastruttura culturale e sociale egiziana. Quello che più stupisce è che adesso vediamo ripetere le stesse menzogne sui media europei, le ascoltiamo sulla bocca di politici di rilievo, come la cancelliera Merkel o Berlusconi, l’amico intimo di Mubarak. Quali sono queste menzogne?

    L’Egitto, come altri paesi, deve rimanere sotto un regime dittatoriale per garantire che gli islamisti non arrivino al potere.
    È il contrario: la dittatura è uno dei motivi alla base della diffusione dei movimenti terroristici e del ricorso alla violenza. Questo regime non è mai stato laico: sotto Nasser gli islamisti sono stati torturati nelle prigioni; Sadat poi li ha usati per sterminare i movimenti di sinistra e i gruppi liberali. Compiuta questa missione, li ha mandati in Afghanistan a combattere contro l’Unione Sovietica. Quando sono tornati li ha incarcerati, li ha torturati, senza avviare alcun tentativo di dialogo. Questo li ha portati ad allontanarsi dalle loro linee di pensiero e a fidarsi di pagliacci del calibro di Bin Laden o al-Zarqawi. L’esistenza di un sistema democratico è un diritto in qualsiasi società ed è l’unico modo perché si avvii un dialogo vero tra i diversi gruppi sociali. La democrazia autentica garantisce il processo di integrazione dei movimenti islamisti all’interno di uno stato civile e moderno. Trovando canali veri di partecipazione al dialogo sociale e politico nessuno avrà bisogno di farsi esplodere perché suo padre è stato ucciso sotto tortura o perché suo fratello è stato licenziato.
     
    Il rapido passaggio da un sistema dittatoriale a uno democratico può portare al caos.
    Ho sentito la Merkel ripetere questa favola. Mi ha stupito il fatto che fosse anche lo stesso pretesto usato da Mubarak per rifiutare le dimissioni immediate. In realtà quando il 28 gennaio la polizia ha abbandonato le posizioni e si è ritirata, in poche ore gli egiziani si sono organizzati e in ogni quartiere sono nati dei comitati popolari. Negli ultimi giorni abbiamo visto che il popolo egiziano è sceso per strada per salvaguardare le sue proprietà, per dirigere il traffico e per raccogliere la spazzatura, mentre Mubarak e il suo nuovo Primo Ministro non sono capaci di nominare un Governo. Abbiamo visto i musulmani fare da guardia alle chiese, non c’è stata alcuna molestia sessuale, abbiamo visto disoccupati fare la guardia a banche in cui si sono accumulate le fortune di uomini d’affari corrotti. Tutto questo è avvenuto perché gli egiziani rifiutano il vandalismo e il caos: sono un popolo attaccato e alle istituzioni. La sensibilità che ha mostrato la società egiziana è stata una sorpresa per tanti, me compreso, e ci ha mostrato che questa società è in grado di gestirsi senza bisogno della custodia di un vecchio generale o dei consigli dei leader politici europei.
    La presenza di Mubarak rassicura Israele e porta avanti il processo di pace, garantendo quindi la stabilità in Medio Oriente.
    La verità è che in più di due settimane di manifestazioni in tutte le strade e le piazze dell’Egitto non si è sentito neppure uno slogan religioso o ostile a un qualche paese del mondo. Il regime di Mubarak, che in pubblico dichiara di sostenere la pace, in realtà sosteneva le politiche e le idee dell’odio nei confronti dell’altro, per poi dipingersi come l’affidabile custode dei confini e della sicurezza del Paese. Il regime di Mubarak ha tutto l’interesse a mantenere insoluta la questione palestinese, perché si tratta di una carta che può usare con americani e europei. Il popolo egiziano, per le vite che ha pagato, aspira soltanto alla pace: nessuno mette in dubbio l’esigenza di trovare una soluzione alla causa palestinese basata sulla legittimità internazionaleIeri sera ha piovuto sui manifestanti di Piazza Tahrir. C’era un ragazzo che suonava la chitarra e cantava entusiasta in mezzo alla folla. Un altro pregava verso l’esterno della piazza. Una casalinga era seduta sul marciapiede e raccontava una storia ai suoi figli. Alcune ragazze si facevano le foto accanto ai carri armati. Un giovane medico curava le ferite di un manifestante colpito durante un attacco dei delinquenti di Mubarak. C’erano giovani che parlavano di creare un sito per documentare gli avvenimenti di Piazza Tahrir. C’era la festa di matrimonio di due ragazzi che hanno deciso di sposarsi in piazza, in mezzo ai manifestanti. C’era un prete che si preparava a celebrare la Messa per l’anima dei martiri della rivoluzione. C’erano alcuni artisti che dipingevano sul marciapiede. C’era un vecchio che camminava gridando: «Io sono il popolo. E il popolo vuole la caduta del regime».

    Ma il Presidente rifiuta di dimettersi e i suoi capelli sono ancora neri e lucidi.
    A te la scelta. Sostieni la rivoluzione.

  • Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

    WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

    Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

    “Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
    Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
    Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
    El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
    Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
    Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
    Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
    Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
    L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

    Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
    I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
    Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

    Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
    Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

  • Il blogger e scrittore ahmed nagi: nessuna forza politica controlla la rivolta egiziana

    Nena News | Venerdì 28 gennaio 2011 | Azzurra Merignolo |

    Molti movimenti politici tradizionali stanno ora cercando di parlare a nome di questi dimostranti, ma non è affatto giusto perché non li rappresentano.

    Entusiasti del parziale successo ottenuto nei giorni precedenti anche oggi migliaia di egiziani manifesteranno in tutto il paese,  gridando le loro richieste a un regime che imperterrito non risponde.  “Il governo accende e spegne  a piacimento l’accesso a Facebook  e le connessioni internet, sperando così di contenere il propagarsi  di una rivolta, nata e organizzata nella sfera virtuale” dice Ahmed Nagi, –  celebre bloggers sin dai tempi di Kifaya, giornalista, scrittore di “Rogers”, ora tradotto anche in italiano, e giovane redattore di Akbar el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamal al- Ghitani.  

    Il giorno della collera é sfociato in una sommossa popolare, cosa succederà nei prossimi giorni sulle sponde del Nilo?
    Sinceramente, non lo so, vorrei poterlo predire, ma nessuno può dire con esattezza quello che accadrà nei prossimi giorni. Le manifestazioni che sono iniziate non sono controllate da nessuna forza politica. E’ anche questo quello che rende questa sommossa tanto particolare e, forse, incisiva. Le persone che sono scese in strada in tutto il paese sono cittadini ordinari, qualunque. Questo non vuole però dire che non ci troviamo davanti a un movimento che è al cento per cento politica, ha rivendicazioni socio-politiche e lotta per la creazione di un nuovo sistema politico.

    Cosa faranno i movimenti politici che hanno dato sostegno ai dimostranti, ma non hanno partecipato direttamente alle manifestazioni?
    Molti leader di questi movimenti hanno di fatto partecipato alle dimostrazioni, sono scesi in strada per opporsi al regime. Molti movimenti, i Fratelli musulmani e il Tagammu (il partito comunista)per esempio, stanno ora cercando di parlare a nome di questi dimostranti, ma non è affatto giusto perché non li rappresentano pienamente.  Anche se volessero prendere il controllo sui manifestanti, non potrebbero mai e poi mai riuscirci.

    Come sta reagendo il regime  a questo montare di collera popolare?
    Tutto quello che il governo sta facendo per neutralizzare e disarmare la sfera virtuale e’ un chiaro indicatore della paura che i leader del regime stanno provando. Anche le forze di polizia hanno paura e si legge il timore nei loro occhi. Il regime si trova a dover rispondere a una situazione che gli è sfuggita di mano e non ci è abituato.  La questione si sta facendo grossa. Io non ero ancora nato, ma chi è poco più grande di me mi racconta che scene simili non si vedevano dal 1972.

    Moltissime persone, egiziane e non, in tutto il mondo hanno dato origini a manifestazioni  in sostegno alla giornata della collera, questo supporto può essere incisivo?
    Tutti i media stanno coprendo in maniera non oggettiva gli avvenimenti che stanno accadendo nel l paese. Facendo così non fanno che sostenere indirettamente il regime. Il governo è terrorizzato dall’evolversi degli eventi, per questo ha deciso immediatamente di oscurare i social networks attraverso i quali gli attivisti stavano portando avanti la loro ribellione. Prima ha spento twetter e poi il rais ha staccato la spina  a Facebook. In alcuni quartieri, Shubra per esempio, é stata del tutto tagliata la connessione ad internet. Per questo motivo tutto il sostegno che possiamo ricevere dall’esterno è molto utile alla nostra causa e al proseguimento della sommossa.

    Martedì sera Hilary Clinton  chiesto al governo e ai manifestanti di usare moderazione dicendosi convinta della stabilità del regime di Mubarak e delle sue intenzioni di rispondere alle richieste avanzate dalla popolazione. Come sono state interpretate le parole del segretario di stato americano?
    Tutti quelli che erano a Midan al Tahrir  -piazza centrale del Cairo (ndr)- e hanno saputo cosa aveva detto il segretario di stato americano hanno avuto l’ennesima  conferma che gli Stati Uniti sono dalla parte de regime  e vogliono continuare a sostenerlo.  La polizia colpiva i manifestanti bombardandoli con lacrimogeni e gli Stati Uniti dicono che il regime cerca di rispondere alle nostre domande? E’ come se a lanciare quei lacrimogeni ci fossero stati loro. Hilary Clinton può ora dire quello che vuole, ma per gli egiziani il messaggio è molto chiaro: ci state bombardando.

  • Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

    | Nigrizia | Dicembre 2010 |

    «Batto contro il muro ma nessuno risponde. Urlo: “Ehi, c’è qualcuno?!”. Ma non ci sono porte né finestre. “Ehilà?!”». Se qualcuno annusasse in queste righe odore di The Wall dei Pink Floyd, ebbene, avrebbe visto giusto. È l’autore stesso che ne «raccomanda vivamente l’ascolto, nel corso della lettura». Il titolo stesso vuole probabilmente riecheggiare il nome dell’autore dei testi della band, Roger Waters. Citazioni letterali di The Wall ricorrono da cima a fondo in questo romanzo che l’autore preferisce chiamare «gioco». È, infatti, una sorta di quaderno di memorie, senza troppo rispetto per la cronologia, che potrebbero essere rimontate, senza danno, in altro ordine. Un «gioco», forse, anche per la sua origine: nato da un blog. I giovani blogger egiziani si sono ritagliati una loro (controversa) autorevolezza: da chi si fa condannare per violazione della censura a chi – come è stato il caso anche per Ghada Abdel Aal (Che il velo sia da sposa!, Epoché) – approda alla carta stampata e scuote il mondo letterario tradizionale. Impressione personale: Rogers appare come un graphic novel, paradossalmente senza immagini.

  • Chiamatelo XXX Factor

    D La Repubblica delle donne n. 663 | Sabato 19 settembre 2009 | Elisa Pierandrei |

    Ahmed Nàgi. Blogger, 29 anni, Egitto. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. È uno dei più giovani redattori di Akhbar el Adab, prestigioso settimanale di cultura. Sul suo blog, wasa khaialak (allarga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “sperimento un diverso livello di linguaggio, che mescola arabo colloquiale e classico per avvicinare la gente alla letteratura”. Figlio di un professionista di spicco nel movimento islamico dei Fratelli Musulmani, è riuscito a mettere da parte le differenze ideologiche con il genitore per un nuovo dialogo. “Pensavo di lasciare l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei amici là diventare macchine. Lavoro, palestra, bere e sesso nel week-end. Io voglio scrivere”. In uscita a novembre in Italia per il Sirente c’è il suo romanzo Rogers, viaggio giovinezza-vecchiaia con abbandono alla lettura, ascoltando The Wall dei Pink Floyd.