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  • Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

    Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

    UCRAINA TERRA DI CONFINE di Massimiliano Di Pasquale

    La nuova Ucraina – Intervista a Massimiliano di Pasquale (Parte I)

    di Simone Zuccarelli, “Il Caffè Geopolitco” (29 agosto 2017)

    Ucraina terra di confine : Massimiliano Di PasqualeA più di tre anni di distanza dall’inizio della guerra in Ucraina molti aspetti legati alla stessa rimangono poco conosciuti al grande pubblico: si tende a semplificare le dinamiche che l’hanno generata, a ignorare la storia dell’area e si cade spesso vittima di vere e proprie fake news. Abbiamo deciso di intervistare Massimiliano di Pasquale, profondo conoscitore della realtà del Paese, per fare un po’ di chiarezza sulla vicenda e le sue ripercussioni

    1. Nel 2013, pochi mesi prima dell’inizio del conflitto in Ucraina, è uscito “Ucraina on the Road”, il resoconto del tuo viaggio in un Paese da te descritto come sospeso tra Europa e Russia. A distanza di quattro anni cosa è cambiato?

    Il libro – si tratta del secondo libro sul Paese, perché prima era uscito “Ucraina terra di confine” (2012) – fa riferimento al viaggio effettuato nel 2012. Mi fu chiesto di aggiornare la Ukraine Bradt Travel Guide, una guida turistica in inglese. Per tale ragione viaggiai per circa 40 giorni in Ucraina – accompagnato da un amico. Era un viaggio, dunque, nell’Ucraina del 2012. Essendo tornato nel Paese anche l’anno successivo ho inserito anche qualche impressione derivante dalla visita del 2013, qualche mese prima dell’inizio di Euromaidan. L’Ucraina, da allora, è cambiata tantissimo. Maidan e la guerra in Donbas l’hanno trasformata: c’è stato un mutamento di prospettiva – con una maggiore spinta per l’integrazione con l’Occidente – e c’è la grande forza trasmessa dalla Rivoluzione della Dignità – e paradossalmente anche dall’invasione russa che ha coagulato il Paese. Non esiste più un’Ucraina divisa tra Est e Ovest – tra l’altro, la dialettica di un Est russofono e un Ovest ucrainofono è sempre stata semplificatrice e per certi versi fuorviante, a differenza di quella città-campagna che invece è ottima cartina al tornasole per leggere le specificità culturali e antropologiche di questa terra. Putin, paradossalmente, è stato uno dei principali fattori unificanti. Il Paese è completamente stravolto, abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione copernicana. Certo le riforme non procedono sempre velocemente – sicuramente non velocemente quanto vorrebbe l’UE o gli stessi ucraini –, occorre fare di più sul fronte della lotta alla corruzione, ma l’Ucraina ha aderito all’accordo di associazione con UE e sono stati fatti significativi passi in avanti verso lo stabilimento di una liberal-democrazia in senso occidentale. Inoltre i cittadini si riconoscono nei valori dell’unità nazionale, come dimostrano le tantissime manifestazioni in città considerate, prima, filorusse. Indubbiamente, l’Ucraina del mio libro è, in parte, un Paese che non esiste più.

    2. Durante il tuo viaggio precedente alla “Rivoluzione della Dignità” avevi avuto qualche sentore di ciò che stava per accadere? Qual è la ragione principale che ha condotto a un mutamento così repentino?

    Parlando con la gente avevo compreso che il malcontento era enorme soprattutto dopo quello che era avvenuto nel 2012. Nel giugno 2012, prima delle elezioni parlamentari di ottobre, Yanukovych, per ingraziarsi l’elettorato russofono, aveva fatto approvare una legge sulle minoranze linguistiche che era in realtà un escamotage per concedere al russo lo status di lingua ufficiale. Alle elezioni parlamentari la vittoria del Partito delle Regioni (30%) che, grazie all’alleanza con i comunisti di Symonenko (13%), riuscì a ottenere la maggioranza dei 450 seggi della Rada, fu in definitiva il frutto di un voto caratterizzato da gravi irregolarità (frodi e falsificazioni in sede di voto e conteggio) e dalla reintroduzione di una legge elettorale “ibrida”. La stessa legge che nel 2002 aveva permesso all’ex presidente Leonid Kuchma, sconfitto al proporzionale, di assicurarsi la maggioranza parlamentare, consentì a Viktor Yanukovych di mantenere il potere saldamente nelle proprie mani. Con il sistema elettorale precedente, l’opposizione avrebbe vinto. Gli ucraini avevano dato a Yanukovych l’ultima chance: firmare l’accordo di integrazione con UE. La retromarcia improvvisa sullo stesso, nel novembre del 2013, dà inizio a tutto. Quella firma avrebbe inserito l’Ucraina in un sistema di regole che avrebbe potuto sconfiggere, perlomeno in parte, la corruzione – anche se i livelli erano talmente elevati che probabilmente tutti sapevano che fosse una speranza quasi vana – e rimettere il Paese sulla giusta via dello sviluppo. Svanita anche quest’ultima possibilità per gli ucraini non è rimasta altra via che il Maidan.

    3. Alcuni analisti e politici – come E. Lucas nel libro The New Cold War o J. McCain prima, durante e dopo la sua corsa alla presidenza americana contro Obama – avevano messo in guardia verso una Russia sempre più revanscista. Sono stati, sostanzialmente, ignorati. Per quale ragione?

    Non è facile rispondere a questo quesito. Si può dire, ad esempio, che quello che Lucas, in modo profetico, ha scritto, ha avuto la sua manifestazione empirica già con la guerra in Georgia (2008). “La Nuova Guerra Fredda” infatti uscì un anno prima del conflitto ma, nonostante ciò, fu ignorato e/o osteggiato. I motivi sono molti: ragioni di opportunismo politico, atavica paura di irritare la Russia, la preoccupazione, soprattutto in Italia, di essere tacciati di filoamericanismo o russofobia quando si critica Mosca. Sicuramente c’è stata una sottovalutazione di questo pericolo. Non è un caso che i moniti di Lucas siano stati recepiti solamente in Paesi come la Polonia e i Baltici che conoscevano benissimo la minaccia russa e sapevano quanto fosse reale. Poco dopo la guerra in Georgia, chiesi a Graziosi – storico e sovietologo di fama internazionale, persona colta e preparata –  se avesse senso parlare di nuova guerra fredda come sosteneva Lucas. Mi rispose che parlare di guerra fredda in quel momento era una sciocchezza incredibile. E parliamo di un accademico serio, uno dei pochi in Italia che ha studiato approfonditamente l’Unione Sovietica. Sergio Romano, da sempre su posizioni filorusse, bollò quella di Lucas come una provocazione. In realtà questo atteggiamento aggressivo da parte della Russia inizia a manifestarsi chiaramente intorno al 2004/2005 quando l’Ucraina vive la Rivoluzione Arancione. Mosca inizia ad avere paura di uno scenario di una società aperta, liberale e democratica e teme una rivoluzione colorata sulla Piazza Rossa. È da quel momento che comincia a intensificarsi anche tutta l’azione di propaganda e iniziano a diffondersi letture geopolitiche di un certo tipo – come quella dell’Eurasia di Dugin, teorico prima messo in disparte. Il libro di Lucas doveva essere illuminante ma, in Italia, è stato letto come una provocazione antirussa. In realtà, addirittura Lucas ha sottostimato alcune questioni in quanto pensava soprattutto a possibili azioni russe nel campo economico e cibernetico.

    4. Quello che è successo è stato, dunque, più grave di ciò che Lucas pronosticava. Secondo te, oggi, c’è consapevolezza di quanto successo sia a livello di opinione pubblica che di decision-maker?

    Assolutamente no. Anzi, è sconcertante come a destra e a sinistra – oltre che tra i populisti – sia presente la retorica della “Russia umiliata”, degli “ucraini fascisti”… sono in pochi a raccontare quello che è realmente successo in modo obiettivo. L’Italia non ha capito cosa è successo in Ucraina anche perché l’informazione non c’è stata. Ora devo raccontare questo aneddoto. Ai tempi di Euromaidan, venivo intervistato dai media quasi ogni giorno perché sapevano che ero una persona che si occupava da anni di Ucraina e la conoscevo bene. Da quando la Russia ha invaso la Crimea non mi hanno più chiamato né in radio né in televisione e anche i giornali con cui collaboravo accampavano le scuse più improbabili per rifiutare la mia collaborazione. Ora, improvvisamente sono diventato uno che non sa più niente? Probabilmente, dava fastidio il fatto che raccontavo una realtà molto diversa da quella dei media mainstream che, come dimostrato nel mio articolo per Strade, spesso trasmettono linee vicine a Mosca. Il fatto di essere bombardati ogni giorno da cattiva informazione ha fatto sì che in Italia la gente non sa cosa è successo, ma non è colpa loro! Colpiti dalla disinformazione, che viene persino dai media mainstream, sarebbe difficile aspettarsi un esito differente.

    5. Il 2016 è stato l’anno della “post-verità”. Le notizie false, distorte o propagandistiche hanno un peso nel modo attraverso il quale viene percepita la politica estera e interna della Federazione Russa nei Paesi occidentali? In che termini? Quali sono, brevemente, le strategie utilizzate da Mosca in questo campo?

    Domanda molto interessante ma ci vorrebbe tanto per rispondere. Qui si entra davvero in un argomento immenso. Possiamo rifarci alla dottrina del generale russo Gerasimov: secondo lui l’information warfare ha lo stesso peso, se non superiore, di quello che possono avere le forze armate o l’aviazione. Ed è un’arma notevole perché è capace di creare molta confusione e incertezza nei Paesi colpiti, soprattutto quelli più vicini, storicamente, alla Russia. In Italia, ad esempio, ha funzionato e sta funzionando molto. Ricollegandoci anche a quanto detto in precedenza, l’azione di propaganda è aggravata dal fatto che l’Ucraina, da noi, è spesso stata vista quasi come un’appendice della Russia: nessun giornale o organo di stampa o tv ha mai avuto un corrispondente da Kyiv. La Russia, tra l’altro, è forte e ha preparato da tempo la guerra. Diversi centri di cultura italo-russa si sono trasformati, in questi anni, in veri e propri centri di propaganda. L’Italia, dunque, è diventato uno dei principali Paesi nel quale la propaganda russa ha attecchito maggiormente. Paradossalmente, anche in Paesi storicamente considerati più filorussi – come Francia e Germania – la propaganda ha attecchito molto di meno che da noi, perché gli organi di informazione hanno dato ampio spazio a una narrazione oggettiva di quanto accadeva in Ucraina. In Italia lo hanno fatto in pochi.

    6. Qual è la situazione attuale nel Donbas e in Crimea?

    Nel Donbas c’è una guerra che, tecnicamente, si potrebbe dire a basso livello di intensità – che, però, si alza ogni volta assistiamo a qualche successo da parte del governo di Kyiv: la sera della finale dell’Eurovision, ad esempio, c’è stato un attacco da parte di miliziani filorussi e proxies russi, la stessa cosa è accaduta il primo giorno in cui gli ucraini potevano viaggiare in Europa senza il visto. Ogni tanto, dunque, la tregua è interrotta da forti attacchi. La Russia, poi, non sta rispettando gli accordi di Minsk e, di conseguenza, è difficile ipotizzare una soluzione in breve tempo per il Donbas. In Crimea la situazione è diversa perché è stata presa e annessa – con un referendum non riconosciuto da nessuno, non legale dal punto di vista del diritto internazionale e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994 – senza violenza. Ciò è stato possibile unicamente perché è stato ordinato – sotto pressioni sia dell’UE che degli Stati Uniti – alle truppe ucraine di ritirarsi senza combattere per paura che sarebbe scoppiata una guerra più estesa. Dal punto di vista economico la situazione è pessima: prima era una terra che viveva di turismo, ora è completamente militarizzata, i tatari sono stati quasi tutti cacciati, gli ucraini se ne stanno andando e la stanno ripopolando con persone che vengono dalla Russia – in maggioranza parenti di militari di stanza nella penisola. Questa è la situazione attuale in Crimea.

    Fine prima parte

  • Dall’Ucraina con amore

    Dall’Ucraina con amore

    | Pesaro In Magazine | Anno IX, n. 2, Novembre/Dicembre 2014 | Maria Rita Tonti |

    Economista, ma con una passione per la scrittura, Massimiliano Di Pasquale ha raccontato in un libro un paese affascinante e poco conosciuto come l’Ucraina, una terra di confine crogiolo di culture. (altro…)

  • Colazione con Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista esperto di Ucraina

    Colazione con Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista esperto di Ucraina

    Alibionline | Giovedì 12 dicembre 2013 |  |

    “Ukraïna tse Ukraïna!” L’Ucraina è Ucraina! Ricordate il simpatico spot che a metà degli anni Novanta reclamizzava il nuovo atlante geografico venduto a fascicoli settimanali con Il Corriere della Sera? Al cosmonauta atterrato in mezzo al suo pollaio, la contadina ucraina teneva una rapida lezione di geografia per aggiornarlo degli epocali cambiamenti avvenuti durante la sua missione nello spazio. “Ne sono successe di cose negli ultimi anni” diceva lo speaker. E non hanno smesso di succedere, vien da dire osservando (da lontano) quanto sta accadendo in queste settimane a Kiev, capitale dell’Ucraina. (altro…)

  • Prima delle badanti, c’era Hollywood – L’Ucraina segreta dai cosacchi alla Ceka

    La Stampa | Mercoledì 25 novembre 2013 | Anna Zafesova |

    Massimiliano Di Pasquale scrive il primo racconto in italiano di una terra vicina quanto sconosciuta: “Ucraina terra di confine” è un diario di viaggio che fa parlare i ricordi e le storie delle persone incontrate. (altro…)

  • Novità collana inchieste

    La passione per un luogo, per una lingua, per un’atmosfera sospesa fra sapori e colori nasce come un’amicizia e forse anche come un amore. Un incontro propizio, che non si esaurisce nello spazio di qualche suggestione, ma che impone a gran voce di essere approfondito, investigato, compreso.

    Ucraina terra di confine
    Massimiliano Di Pasquale

    il Sirente
    Inchieste
    pp. 310, ill. br.
    Euro 15,00

  • 2012 — libri dell’anno, libri mancati, libri sbagliati, libri recuperati…

    2012 — libri dell’anno, libri mancati, libri sbagliati, libri recuperati…

    Porto Franco | Venerdì 28 dicembre 2012 | Gianfranco Franchi |

    Un franco 2012. Libri dell’anno:

    1. Umberto Roberto, “Roma Capta. Il Sacco della città dai Galli ai Lan­zi­che­nec­chi”, Laterza. Un grande libro di sto­ria, scritto per rac­con­tare che l’eternità di Roma è ter­mi­nata da un pezzo. È finito tutto nella metà del V secolo dopo Cri­sto: nel san­gue e nella mise­ria. Roberto ha piz­zi­cato uno dei veri rimossi della nostra cul­tura: l’ammissione della lon­tana morte di Roma, spo­gliata di tutto, tra­dita e abban­do­nata.
    2. Ema­nuele Trevi, “Qual­cosa di scritto”, Ponte alle Gra­zie. Uno strano e sedu­cente anfi­bio, metà tri­buto a Paso­lini, metà memoir, metà romanzo ini­zia­tico, metà grande sag­gio su “Petro­lio”. Un libro vera­mente potente.
    3. Tom­maso Gia­gni, “L’estraneo”, Einaudi. Un esor­dio tosto e pro­met­tente: un libro intriso di Zeit­geist; una leale rap­pre­sen­ta­zione del degrado e del col­lasso della civiltà romana moderna, a uno sbuffo dagli anni Zero.
    4. Jean Eche­noz, “Lampi”, Adel­phi. Grande opera d’arte. Bio­gra­fia lirica e ispi­rata del misco­no­sciuto e talen­tuoso Nikola Tesla, spi­rito slavo e nobile, gene­roso e mezzo matto. Un vero libro adel­phi.
    5. Jáchym Topol, “L’officina del dia­volo”, Zan­do­nai. Grot­te­sco, cinico, ori­gi­nale: romanzo del borgo di Tere­zín, del mar­ti­rio della civiltà e della verità per mano dei tota­li­ta­ri­smi, della spe­cu­la­zione sui geno­cidi.
    6. Colette, “Pri­gioni e para­disi”, Del Vec­chio. Inspe­rata, riu­scita prima edi­zione ita­liana di que­sto libro di fram­menti e prose brevi della scrit­trice fran­cese. Una lezione di stile, di let­te­ra­rietà e di sen­sua­lità.
    7. Vasile Ernu, “Gli ultimi ere­tici dell’impero”, Hacca. Fasci­nosa inte­gra­zione dell’opera prima dello scrit­tore e filo­sofo rumeno, “Nato in Urss”, è una medi­ta­zione sul socia­li­smo sovie­tico, sui gulag, sulla libertà d’espressione, sul futuro della civiltà. Molto corag­gioso.
    8. Mas­si­mi­liano Di Pasquale, “Ucraina terra di fron­tiera”, Il Sirente. È il libro di una vita: un intel­li­gente e con­sa­pe­vole atto d’amore di un let­te­rato ita­liano appas­sio­nato di cul­tura ucraina – vero ponte pop tra l’Italia e l’Ucraina. Forse l’unico.
    9. Diego Zan­del, “Essere Bob Lang”, Hacca. Spiaz­zante romanzo meta­let­te­ra­rio dello scrit­tore fiumano-romano Diego Zan­del, filel­leno, let­tore forte, erede di Ful­vio Tomizza. Diver­tis­se­ment molto snob.
    10. Watt Maga­zine, numero zero.cinque. Per­ché è forse la mas­sima espres­sione dell’arte di Mau­ri­zio Cec­cato: prima di essere libro-rivista, rac­colta di rac­conti illu­strata o rac­colta di illu­stra­zioni rac­con­tate, Watt è un Cec­cato. E Cec­cato è il mas­simo.

    Libro più sba­gliato dell’anno: Tom­maso Pin­cio, “Pulp Roma”, Il Sag­gia­tore. Il primo libro com­ple­ta­mente sba­gliato di Tom­maso Pin­cio: impro­ba­bile, mar­gi­nale, male assem­blato: inde­gno di lui. Un errore inat­teso. È pro­prio brutto.

    Capo­la­voro man­cato: Ema­nuel Car­rère, “Limo­nov”, Adel­phi. Bio­gra­fia roman­zata di uno scrit­tore che aveva già roman­zato la sua vita in tutti i suoi (molti) libri, sin dagli esordi, poteva essere una grande satira di Limo­nov, e dei Limo­nov, e una potente lezione di sto­ria russa con­tem­po­ra­nea, con incur­sioni nelle orgo­gliose ferite dei Bal­cani, à la Babsi Jones: invece Car­rère si è preso molto sul serio, forte forse della con­sa­pe­vo­lezza che Limo­nov, in Europa, è vera­mente sco­no­sciuto. E così ha sba­gliato libro. Que­sto è un buon libro, ma è per i tanti neo­fiti di Limo­nov. Per tutti gli altri, è un discreto bignami, con qual­che impro­ba­bile deriva ombe­li­cale car­rèra.

    Let­ture rin­viate: 1. Filippo Tuena, “Stra­nieri alla terra” [Nutri­menti, 2012]. La ragione è che punto all’operaomnia, entro due anni. 2. John Chee­ver, “Rac­conti” [Fel­tri­nelli, 2012]. Stesso discorso, ma vor­rei comun­que leg­gerlo prima in lin­gua ori­gi­nale. 3. John Edward Wil­liams, “Sto­ner” [Fazi, 2012]. Imma­gino possa pia­cermi molto, ma non è il periodo giu­sto. Magari tra qual­che anno.

    Sito let­te­ra­rio dell’annoFla­nerìhttp://www.flaneri.com/ – sem­pre intel­li­gente, par­ti­co­lar­mente ordi­nato, pia­ce­vol­mente fron­tale, piut­to­sto equi­li­brato: pra­ti­ca­mente uno dei pochi siti let­te­rari ita­liani cre­di­bili, in asso­luto. One­sta­mente, una delle pochis­sime nuove pro­po­ste degne di nota, in quest’ultimo trien­nio cao­tico, fiacco e molto cial­trone. Tifo Fla­nerì.

    Altre cose fran­che.  Recu­peri [ita­liani] dell’anno. 1. Ful­vio Tomizza, “Il sogno dal­mata”, Mon­da­dori, 2001. 2. Babsi Jones, “Sap­piano le mie parole di san­gue”, Riz­zoli, 2007. 3. Ful­vio Tomizza, “Mate­rada”, Mon­da­dori, 1960. 4. Tom­maso Pin­cio, “Hotel a zero stelle”, Laterza, 2011. 5. Ornela Vorpsi, “Il paese dove non si muore mai”, Einaudi, 2005.

    Recu­peri [stra­nieri] dell’anno. 1. Patrick Leigh Fer­mor, “Mani”, Adel­phi, 2006. 2. Dimi­tri Obo­len­sky, “Il com­mo­n­wealth bizan­tino”, Laterza, 1974. 3. Dra­gan Veli­kić, “Via Pola”, Zan­do­nai, 2009. 4. Robert Man­tran [a cura di], “Sto­ria dell’impero otto­mano”, Argo, 2000. 5. Ago­stino Per­tusi [a cura di], “La caduta di Costan­ti­no­poli”, Fon­da­zione Valla, 1976. 6. Nicho­las Valen­tine Ria­sa­no­v­sky, “Sto­ria della Rus­sia”, Bom­piani, 7. David Foster Wal­lace, “Il ten­nis come espe­rienza reli­giosa”, oggi in Einaudi, 2012.

    Let­tura cri­tica fon­da­men­tale, in asso­luto: “Nar­ra­tori degli Anni Zero” di Andrea Cor­tel­lessa, Ponte Sisto, 2012, 650 pagine. E via andare.

  • Ucraina terra di confine. Intervista a Massimiliano Di Pasquale

    Welfare Cremona Network | Lunedì 25 giugno 2012 | Alessandra Boga |

    Poco l’Europa occidentale sa dell’Ucraina, questa repubblica dell’ex URSS, che tra l’altro è il più grande Paese d’Europa per estensione geografica; ma Massimiliano Di Pasquale, classe 1969, fotoreporter e scrittore pesarese, nel suo “diario di viaggio”Ucraina. Terra di confine, edito da Il Sirente, ci dà un quadro complessivo e affascinante di questa terra ancora prigioniera ai nostri occhi del grigiore post-sovietico, e che tuttavia è ricca di vita, storia e di cultura proprie, che il comunismo ha cercato di assimilare e soffocare.

    Allora, Massimiliano, partiamo dal titolo del tuo libro: perché la definizione dell’Ucraina come “terra di confine”?

    Premesso che non è mai facile scegliere il titolo di un libro, visto che dovrebbe sintetizzare i tanti temi trattati al suo interno, ritengo che Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta enfatizzi due concetti che mi stanno particolarmente a cuore perché costituiscono un filo rosso che unisce tutti i capitoli. Il primo è l’idea che l’Ucraina è tuttora una terra di confine dato che al suo interno si incontrano/scontrano culture diverse e visioni geopolitiche contrastanti. L’eterno oscillare tra Est e Ovest, tra Russia e UE, che ha caratterizzato storicamente questa terra e continua a caratterizzarla ancora oggi dice di un paese sicuramente europeo, perché europee sono le sue radici, ma di “confine”. Il secondo è che nonostante l’Ucraina sia il paese più esteso dell’Europa molte persone ancora la confondono con la Russia o la associano a una stereotipata immagine di grigiore post-sovietico. Il libro nasce anche per combattere questi stereotipi.

    Che chiesa è quella bellissima dalle cupole dorate ritratta sulla copertina del libro?

    È la Chiesa di Santa Caterina di Chernihiv, città a circa 100 km da Kyiv. Fu fondata da un colonnello cosacco nel 18° secolo in segno di gratitudine per la vittoria conseguita contro i Turchi. Sorge sotto il Val, la cittadella che costituiva il nucleo centrale dell’antica Chernihiv. Le sue cinque cupole dorate, che luccicano in lontananza, danno il benvenuto a chi arriva qui venendo dalla capitale.

    Cos’è rimasto dell’epoca comunista in Ucraina, e puoi dirci se gli ucraini si sentono vicini all’Occidente?

    Sono tante le eredità dell’epoca comunista che gravano tuttora sull’Ucraina. Alcune di carattere puramente estetico, come gli edifici in stile costruttivista o le statue di Lenin presenti nell’Ucraina centrale e orientale, altre più profonde, di carattere antropologico che continuano a permeare la mentalità di molte persone, rappresentando a tutti gli effetti un freno all’emancipazione e alla modernizzazione del paese. Ciò detto, la coscienza europea e il senso di appartenenza al mondo occidentale si stanno sempre più diffondendo nelle città dell’Ovest di ascendenza polacco-lituana-asburgica e più in generale, un po’ in tutto il paese, tra le nuove generazioni.

    Una delle città più caratteristiche dell’Ucraina è Leopoli: perché è cosi importante?

    Leopoli è forse l’unica città in cui la transizione dall’Ucraina post-sovietica all’Ucraina europea è già avvenuta. Prova ne è l’efficienza dei servizi che non ha eguali nel resto del paese. Ovviamente ci sono delle precise motivazioni di ordine storico-culturale che spiegano questa ‘eccezionale diversità’. In primis la legacypolacco-asburgica e l’impermeabilità o quasi – impermeabilità della Galizia al processo di russificazione-sovietizzazione, che ha interessato questa regione nel secondo dopoguerra. Come scrivo in un passo del libro “chi si avventurasse a Lviv alla ricerca di scampoli di Unione Sovietica rimarrebbe profondamente deluso”.

    Quali culture e popolazioni hanno convissuto nei secoli in Ucraina?

    Davvero tante: armeni, greci, russi, serbi, tatari, ebrei… Storicamente si parte dagli Sciti, popolazione nomade precristiana della steppa tra il Don e il Dnipro fino ad arrivare alle comunità italiane di Kerch in Crimea nell’800. Leopoli, Odessa e Chernivtsi sono forse le città più rappresentative di questo eccezionale melting pot. Proprio a Chernivtsi, dove tra l’altro nacquero gli scrittori Gregor Von Rezzori e Paul Celan, ancora oggi convivono ben sessantacinque diverse nazionalità!

    Quali sono i personaggi storici e della cultura più rappresentativi dell’Ucraina e di cui anche l’Europa è debitrice?

    L’Ucraina è un paese complesso e stratificato con una grande tradizione culturale per cui non è facile rispondere a questa domanda. Se limitiamo il discorso solo agli intellettuali di lingua e cultura ucraina farei tre nomi su tutti: Taras Shevchenko, Ivan Franko e Lesya Ukrayinka. Ciò che li accomuna, pur nella diversità dei percorsi, è l’avere fatto conoscere attraverso la letteratura il loro paese, cercando di ancorarlo alle avanguardie culturali dell’epoca. Taras Shevchenko, poeta ed eroe nazionale, è unanimemente considerato uno degli esponenti più autorevoli del romanticismo europeo.

    Cos’è stata la tragedia dell’Holodomor?

    Nel terribile biennio 1932-1933 l’Ucraina – come testimoniano anche i dispacci inviati a Roma da Sergio Gradenigo, console italiano nell’allora capitale Kharkiv – fu colpita da una ‘carestia artificiale’ pianificata dal regime stalinista per collettivizzare le campagne sterminando i kulaki (piccoli proprietari terrieri) e l’intellighenzia nazionale. Il termine ucraino Holodomor, che significa morte per fame, è composto di due parole holod – carestia, fame – e moryty – uccidere. Questo vero e proprio genocidio, occultato anche grazie alla complicità dell’Occidente, venne alla luce solo cinquant’anni più tardi per la pressante opera di sensibilizzazione della Diaspora ucraina. Nel 1986, con l’uscita del libro The Harvest of Sorrow dello storico americano Robert Conquest, il grande pubblico e le cerchie governative occidentali vennero a conoscenza di questa terribile tragedia.

    In Ucraina è avvenuto un altro sterminio sconosciuto, il “genocidio dei Tatari”: di che cosa si tratta?

    Quella dei tatari, così come quella che aveva interessato due anni prima, nel 1942, la comunità italiana di Kerch, è una delle tante tragedie sconosciute dello stalinismo. Con il decreto n. GKO5859 firmato da Josif Stalin l’11 maggio 1944 – un documento riservato venuto alla luce recentemente dall’archivio del KGB – il dittatore georgiano dà inizio alla seconda fase della pulizia etnica della Crimea. I metodi usati sono più o meno gli stessi adottati undici anni prima nei confronti dei contadini ucraini durante la Grande Carestia del ’32-’33. L’unica differenza rispetto al Holodomor è la rapidità con cui si consuma questa seconda tragedia. Nel corso di un solo giorno, il 18 maggio 1944, senza alcun preavviso, donne, bambini e anziani vengono gettati fuori dalle loro dimore, caricati su dei camion e condotti alla più vicina stazione ferroviaria. Accatastati come bestie dentro vagoni merci, sono spediti in Asia Centrale, sugli Urali e nelle aree più remote dell’URSS. Quasi la metà dei deportati – si parla di cifre intorno al 46% – non giungerà mai a destinazione. Falcidiati da fame, sete e malattie, moriranno lungo il tragitto.

    Com’è nata la Rivoluzione Arancione?

    La Rivoluzione Arancione nasce come risposta ai brogli elettorali nelle elezioni presidenziali del novembre 2004, in cui si confrontavano il candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko e l’attuale presidente Viktor Yanukovych, sponsorizzato dal Cremlino e dal presidente uscente Leonid Kuchma. Sul Maidan Nezalezhnosti di Kyiv una popolazione composita, fatta di studenti, professionisti, preti uniati e ortodossi, manifestava pacificamente per la democrazia chiedendo la ripetizione del voto. Il 3 dicembre la Corte Suprema Ucraina accolse la tesi del candidato dell’opposizione Yushchenko e annullò la consultazione del 21 novembre ordinando la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre. Yushchenko vinse, fu eletto Presidente e si aprì una nuova stagione carica di aspettative in parte purtroppo disattese.

    Perché a tuo avviso la stagione arancione non ha prodotto i cambiamenti che la gente si aspettava?

    Le motivazioni alla base del parziale fallimento della Rivoluzione Arancione, dico parziale perché comunque quella stagione è stata caratterizzata da libertà di stampa, pluralismo ed elezioni trasparenti – è ovviamente oggetto di dispute e studi tra gli storici.
    Sicuramente Viktor Yushchenko si è rivelato un presidente debole, che non  è riuscito a imprimere il necessario cambio di marcia per rigenerare moralmente ed economicamente il Paese.
    Dovessi evidenziare tre cause su tutte citerei l’accesa rivalità con l’ex alleata Yulia Tymoshenko, il perimetro  costituzionale, voluto dall’ex Presidente Kuchma come conditio sine qua non per la ripetizione del voto, che ha limitato fortemente i poteri di Yushchenko una volta in carica e last but not least l’incapacità del Presidente di scegliersi consiglieri leali e capaci.

  • I luoghi di Schulz

    I luoghi di Schulz

    L’indice di libri del mese | Sabato 1 dicembre 2012 | Donatella Sasso |

    La passione per un luogo, per una lingua, per un’atmosfera sospesa fra sapori e colori nasce come un’amicizia e forse anche come un amore. Un incontro propizio, che non si esaurisce nello spazio di qualche suggestione, ma che impone a gran voce di essere approfondito, investigato, compreso. Massimiliano Di Pasquale, fotogiornalista e scrittore freelance, viaggia per la prima volta in Ucraina nel 2004. È la curiosità a chiamarlo, ma sarà solo l’inizio di numerose altre spedizioni in terra di confine, perché Ucraina significa proprio questo: confine. Terra di mezzo e di conquista, contesa tra Russia, regno di Polonia, granducato di Lituania, imperi asburgico e sovietico, è spesso stata confusa, attribuita ad altri mondi e ad altri destini nazionali. Che Gogol’ e Bulgakov siano originari di li non è dato universalmente acquisito, che in Ucraina non si parli solo il russo, ma anche l’ucraino, idioma autonomo più simile alle lingue slave del Sud che al russo, non sempre si rammenta.

    Ed è proprio su questo equivoco di indeterminatezza che si sono giocate, in passato come oggi, rivendicazioni di autonomia e pretese egemoniche provenienti da lontano. La rivoluzione arancione del 2004 con la vittoria di Yushchenko aveva indotto a pensare a una democratizzazione del paese e a un avvicinamento all’Europa e alle sue istituzioni. La Speranza è durata poco, il presidente è stato soppiantato da Yanukovych, alleato della Russia di Putin è grande sconfitto nel 2004, che alle elezioni del 2010 ha conquistato il potere consumando le proprie rivincite. In primo luogo con il processo per abuso di potere e la condanna all’ex premier Yulia Tymoshenko, un processo definito a livello locale e internazionale “politico”, privo di garanzie e con gravi violazioni dei diritti umani. Di Pasquale tratta anche di questo, ma non offre ne un saggio di storia, ne una riflessione politica. Le sue sono impressioni di viaggio, ricerche e scoperte che si scambiano cronologicamente l’ordine di apparizione, incontri fugaci e lunghe interviste con scrittori, giornalisti e imprenditori, notti in hotel fatiscenti, ma fascinosi, viaggi in marshrutky, minibus per il trasporto pubblico, lenti e obsoleti. Ogni capitolo è dedicato a una città, da ovest verso est e ritorno. Ne esce il ritratto di un paese ammaliante: alle architetture mitteleuropee di Leopoli si alternano le grigie periferie nel perfetto stile del realismo socialista, Bruno Schulz e Vasily Grossman mostrano i luoghi delle loro scritture, le note gastronomiche sanno di Oriente, le cupole delle chiese ortodosse sono dorate.

    Come in altri paesi dell’ex Unione Sovietica, anche qui le contrapposizioni politiche e culturali si muovono spesso sui recupero o sull’occultamento di avvenimenti storici, miti fondatori ed eroi contesi. E l’Ucraina gronda storia da ogni zolla di terra. Di Pasquale rievoca i movimenti autonomisti dell’Ottocento, la tragedia dello Holodomor, la carestia indotta da Stalin negli anni trenta, le occupazioni nazista e sovietica, la Shoah, Chernobyl. L’Ucraina è tutto questo: dolore, poteri forti concentrati in poche mani, povertà diffusa, ma soprattutto terra da scoprire, estremo lembo d’Europa che chiede di essere riconosciuto.

  • “Ucraina terra di confine”, il nuovo viaggio di Massimiliano Di Pasquale

    | affaritaliani.it | Venerdì 14 settembre 2012 |

    Leggendo Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta di Massimiliano Di Pasquale – scrive Oxana Pachlovska, docente di Ucrainistica all’Università “La Sapienza” di Roma – mi venivano sempre in mente certe figure storiche più o meno note degli instancabili viaggiatori italiani grazie ai quali noi abbiamo resoconti affascinanti dell’Est europeo o dell’Asia. In quei racconti di diversi Marco Polo degni di miglior fortuna ci potevano essere inesattezze o incompletezze, ma non mancava mai la volontà sincera di capire l’Altro, di instaurare con lui un dialogo.

    Lo spirito che informa Di Pasquale – che fa propria la lezione di grandi narratori di viaggio come Chatwin, Kapuściński e Terzani – scrive ancora Pachlovska è quello di “un Marco Polo modernizzato che non manca mai di stupirci in questa sua opera disinvolta e accattivante, sempre lontana come non mai dalla banalità di tante guide turistiche che vanno per la maggiore”.

    Il testo, intriso di rimandi letterari, di discorsi con personaggi noti e anonimi, di interviste e mere chiacchiere coi passanti, è un patchwork fascinoso capace di restituire la cifra ’sincopata’ di un paese poliedrico e dalle infinite sfaccettature. L’Ucraina raccontata dall’autore in un libro impreziosito da un inserto fotografico di ben 16 pagine curato dallo stesso Di Pasquale, è un paese nuovo e dinamico che tra accelerazione e fermate, stop and go, sta cercando, non senza difficoltà, di lasciarsi alle spalle la patina brumosa del post-totalitarismo per diventare soggetto della Storia.

  • “Ucraina terra di confine”: guida elegante e snob, firmata Max Di Pasquale [Il Sirente, 2012]

    Tiscali Social News | Lunedì 25 giugno 2012 | Gianfranco Franchi |

    Si parla di Ucraina, da qualche anno a questa parte, addirittura al di qua delle Alpi, nel nostro infelice, presuntuoso belpaese; tutto è cominciato con un vecchio spot, credo del Corriere della Sera, in cui un’astronave cadeva proprio sul territorio d’una delle nazioni nate dalla disgregazione dell’impero sovietico – appariva una vecchia contadina che insegnava a dire “Ucraina” non soltanto agli astronauti russi, ma agli italiani al gran completo. Da questa prima, robusta [si fa per dire] apertura noialtri italiani abbiamo dedicato progressivo, crescente spazio ai calciatori ucraini [Shevchenko in primis], alle pittoresche proteste nude delle neofemministe ucraine, le celeberrime Femen, al colore della rivoluzione democratica di qualche anno fa [“arancione”], scoprendo en passant, con negligenza complice, una deportazione d’una popolazione italiana di Crimea [va da sé, per mano socialista, intelligenza stalinista] e forse qualche memoria degli anni belli di Feodosia, vale a dire della Caffa genovese. Viene a questo punto a colmare le nostre caratteristiche lacune tricolori un saggio del giornalista e scrittore marchigiano Massimiliano Di Pasquale, classe 1969: “Ucraina terra di confine”, pubblicato dai tipi del Sirente nella primavera 2012, è una guida intelligente, snob e appassionante. È una guida che viene a parlarci di una terra dalla storia complessa, multietnica e multiculturale, benedetta da un buon numero di letterati di fama internazionale, di grande rilevanza strategica nel concerto europeo; è un libro che ci alfabetizza a dovere sulla questione Tymošenko, sensibilizzandoci da ogni punto di vista, e ammonendoci sull’opportunità di non sottovalutarne le implicazioni; è un saggio che racconta quanto terribile sia la negazione o la riduzione della memoria del genocidio degli ucraini per mano socialista sovietica, l’Holodomor, e quanto romantica sia la memoria dell’antico regno dei Rus’ di Kiev, grande amico di Costantinopoli; è un grande atto d’amore di un letterato italiano appassionato di cultura ucraina – vero ponte pop tra l’Italia e l’Ucraina. Forse l’unico sin qui emerso a un certo livello.

    Ucraina. Terra di confine”, come osserva la docente di ucrainistica Oxana Pachlovska, nella postfazione, è un libro che lascia grande spazio alle reminiscenze e agli aneddoti letterari, preferendo sempre rivolgersi a un pubblico competente, disseminando con eleganza omaggi e riferimenti a Gogol, al galiziano asburgico Joseph Roth, a Stanislaw Lem, a Bruno Schulz, a Michail Bulgakov, a Gregor von Rezzori e a von Sacher-Masoch. Ma si scoprono figure probabilmente meno note, da queste parti, come Ivan Franko, artefice del rinnovamento letterario ucraino di tardo Ottocento – in suo onore la città di Stanyslaviv è diventata Ivano-Frankivsk – e fautore d’un’Ucraina libera e democratica, nemica del marxismo: marxismo che quel grande aveva già stanato: “religione dogmatica fondata sull’odio e la lotta di classe”, scriveva, ben prima della carneficina sovietica del Novecento. Oppure, si scoprono figure come Taras Shevchenko, poeta ed eroe nazionale ucraino, morto a Pietroburgo nel 1861; si tratta di un erede della tradizione dei Kobzar, spiega Di Pasquale, vale a dire i “mitici cantastorie ucraini”. Ed è uno che ha saputo dire “lottate e vincerete” non solo all’Ucraina, ma alla Polonia, alla Lettonia, all’Estonia, alla Lituania, alla Moldova, ai popoli del Caucaso e dell’Asia, agli stessi Russi [p. 101]. Un ribelle democratico e anticlericale – nemico dell’imperialismo russo, amico del popolo.

    Ho trovato belle e ispirate le pagine sulle città di Leopoli e Kyiv (Kyev), su Sebastopoli, Odessa e Yalta; romantiche le note sul “Robin Hood dei Carpazi”, Oleksa Dovbush, già omaggiato da una novella di von Sacher-Masoch; micidiali le note sulle Asgarda, e sulla reale nazionalità delle Amazzoni; equilibrate e tristi le pagine sulla Shoah, e sul disastro nucleare di Chernobyl [già: è in Ucraina, non in Russia], e oneste e lucide le episodiche punzecchiate antisovietiche, fondate su argomentazioni serie e su una documentazione tosta. Tornerò senza dubbio a consultare questo testo. Muovo un’ovvia critica: manca un’indice dei nomi – ciò è incomprensibile, e sbagliato – e un’altra, forse meno ovvia; vale a dire che ogni tanto ho sofferto un po’ che qualche capitolo fosse stato scritto cinque o sei anni fa, e altri invece più di recente. S’è trattato d’un cortocircuito comunque non fastidioso – soltanto, ovviamente, periodicamente sensibile.

    Speriamo davvero che a partire da questo saggio in tanti s’avvicinino con altro entusiasmo a questa terra di frontiera [“u-krayi-na” è un’etimo che non tradisce, accenna l’autore a pagina 217], accantonando perplessità e pregiudizi sul grigiore ereditato dalla vecchia Urss: la copertina, con quella bella Chiesa di Santa Caterina di Chernihiv, è una veridica promessa di eleganza, cultura e vivacità. Dimenticavo – molto ben fatto l’inserto fotografico.