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  • Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

    Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

    LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

    Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

    Algeri raccontata da Kaouther Adimi

    Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiYasmine è un’ombra inquieta che fuma affacciata sulla notte di Algeri, suo fratello Adel cerca invano un sonno ristoratore che guarisca le sue angosce, lenisca le ferite di un segreto che lo dilania, mentre sotto il suo balcone le voci impastate di alcool e fumo di Chakib, Nazim, Kamel, popolano i suoi incubi coi loro discorsi vaneggianti di fuga e patria, di riscatto e violenza. Sara veglia insonne i deliri di suo marito Hamza, il cui cervello stanco è ormai preda di una follia assoluta mentre i ricordi si alternano alle fantasie, generando illusioni di mondi in cui avrebbe potuto vivere, alimentare il suo talento di artista, saziare la sua fame di colori e di forme plastiche, se non fosse intrappolata nella casa materna in cui ha dovuto tornare da quando lo psicologo che ha sposato si è trasformato in uno psicotico che quasi non la riconosce più, che ricorda a stento di avere messo al mondo la dolcissima Mouna. Le ombre cedono il posto al giorno e le vite riprendono a scorrere dopo la pausa forzata della notte, gli occhi si liberano delle ragnatele di angoscia tessute dall’oscurità insonne e la vita ricomincia a scorrere frenetica, velata dalla paura che la notte non torni, di essere condannati a vivere per sempre sotto l’impietosa e crudele luce del giorno. Yasmine corre a prendere il suo autobus che spalancherà le porte sulla città universitaria brulicante di vite prese prestito dalle serie televisive, di vite allegoriche e storie di giovani all’affannosa ricerca di un’identità per sé e per il proprio Paese; i tormenti di Adel trovano fugace lenimento tra le ombre beffarde e indifferenti degli scarsi avventori del caffè Eden, le fantasie di Mouna, calzate nelle sue ballerine da papicha – giovane ragazza elegante ‒ galoppano veloci sul selciato disconnesso opponendo la forza dei sogni al tenace realismo di Tarek, suo riluttante protettore, le menti confuse e febbricitanti di tre ragazzi trovano riparo nella familiarità della violenza, le fantasie di Hajj Youssef incontrano il mondo mercenario delle giovani studentesse universitarie di provincia e su tutti si librano i pensieri lucidi e impotenti di una madre incapace di salvare i propri figli da se stessi…

    Kaouther Adimi, autrice algerina che ha, sin dal suo esordio con Le ballerine di Papicha, attirato l’attenzione di uno dei maggiori editori francesi, in poche, stringate, essenziali pagine racchiude le vite che scorrono lungo le scale sporche di un palazzo di Algeri, un microcosmo allegorico fatto di persone che si raccontano e vengono raccontate da altri. Il suo è uno stile secco, asciutto, che racconta attraverso un gioco di specchi ma non restituisce nessuna verità, non fornisce spiegazioni né elargisce misericordia, si limita a riflettere passivamente il dibattersi delle vite, il conforto lenitivo offerto dagli stereotipi e dalla violenza quando la ricerca di senso si fa vuota e inane. I protagonisti sono sfuggenti, le loro ragioni elusive e non potrebbe essere altrimenti, dato che viene fissata sulla carta solo una frazione infinitesimale degli archi delle loro vite, poche ore di un giorno qualsiasi nella curva discendente della loro parabola individuale. Sono uomini e donne più o meno giovani, molto più bravi nell’osservare gli altri che sé stessi, avidi di vita ma incapaci di trovare la forza di vivere, di saziare gli appetiti senza nome che li agitano, di scandagliare le profondità della propria mente, ma, bravissimi a capire il prossimo e a raccontarne le miserie, a intuirne i bisogni, a sciorinarne impietosamente le debolezze.

  • Saltinaria.it (Ilaria Guidantoni, 8 ottobre 2017)

    Saltinaria.it (Ilaria Guidantoni, 8 ottobre 2017)

    LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

    Saltinaria.it (Ilaria Guidantoni, 8 ottobre 2017)

    “Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi

    Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi

    Il nuovo romanzo algerino in lingua francese, giovani trapiantati a Parigi o in Francia, sta registrando risultati interessanti. Questo libro conferma la vena poetica della letteratura algerina francofona, con una scrittura leggera, curiosamente imbastardita dall’oralità dei giovani, in bilico tra due sponde e due culture, un esperimento felicemente riuscito. Un testo di grande tristezza e delicatezza: il ritratto di una famiglia attraverso la malinconia delle assenze e il dolore delle presenze che diventa un affresco dell’Algeria contemporanea e delle contraddizioni di Algeri.

    Il cuore della scena è un vecchio palazzo nel cuore di Algeri, uno di quei posti in cui nessuno vorrebbe abitare…, palazzi logorati dal tempo e dalla storia che conservano un fascino indicibile e raccontano soprattutto dolori e qualche sogno. Una famiglia – che diventa anche metafora di un Paese – vive lì, al centro delle chiacchiere e dei pettegolezzi del vicinato. Sarah, la sorella maggiore, tornata a casa con un marito che sembra aver smarrito la ragione e una figlia, passa le sue giornate a dipingere, un sogno che non si realizza, una frustrazione fino alla follia, accanto a un uomo che ha amato tanto ma che non ha saputo aiutare a liberarsi dalla malattia mentale. Adel e Yasmine, i suoi fratelli in passato molto intimi, non riescono più a parlarsi. Adel ha un segreto che lo sveglia nel cuore della notte, Yasmine è così bella da sembrare un abitante di un altro pianeta eppure dolorante, a tratti invasa dal desiderio irreprimibile di felicità. Attraverso una scansione per scene, una sorta di monologhi in successione, ci restituiranno l’affresco della famiglia, nella versione intima di ognuno. Una radiografia dell’Algeria contemporanea, ma più in generale della condizione umana, questo romanzo breve o racconto lungo, una vera narrazione che sembra quasi una sceneggiatura, ha conquistato il Prix de la Vocation. Tradotto dal francese con grande eleganza da Federica Pistono, ci restituisce tutta la poesia della lingua originaria attraversata dalle sonorità algerine, che rendono mediterranea la lingua d’Oltralpe con uno stile originale che la nuova letteratura algerina, dai tempi della guerra di Indipendenza, ha saputo trovare. In questo romanzo i termini e le atmosfere “arabe” si fondono con quello scalpitare globalizzato dei giovani, le loro delusioni e problemi che mettono a fuoco i contrasti esacerbati tra vecchie e nuove generazioni in una città senza lavoro e fra tradizione e vita contemporanea. La famiglia protagonista racconta, attraverso la testimonianza della madre, l’unica senza nome, la storia di una donna che resta sola con tre figli dopo che il marito muore a causa di un proiettile vagante e il dramma del sacrificio e del sogno di un avvenire di successo per i propri cari. Le testimonianze si susseguono, intrecciandosi idealmente, come davanti al tribunale della vita, fino all’epilogo tragico di Hamza (?), vittima della follia e forse soprattutto dell’amore per il quale sacrifica tutto se stesso, fino alla frustrazione e alla rabbia che riversa contro se stesso. In effetti però l’autore non esplicita il finale che potrebbe essere anche legato al destino di Adel o di un altro membro della famiglia. Fa da contraltare la figlia Mouna, una papicha, che indica in dialetto tunisino una ragazza frivola, civetta, un po’ leggera, a seconda del contesto, per la sua capacità, ancora non infranta di sognare, l’amore che si fa danza, con le ballerine ai piedi che possono essere solo colorate, molto colorate, mai bianche e nere, mai troppo scure. Interessante letterariamente questo spiraglio verso il mondo onirico in una visione iperrealistica quale il racconto disegna e la libertà conquistata sfidando il conformismo. La dimensione del sogno è alimentata dal colore che assume un valore centrale quale specchio dei sentimenti e della condizione dei personaggi a cominciare da Algeri che alla stregua di un personaggio è vestita di bianco, ma non è candida e luminosa se non nell’apparenza. Così come Sarah sembra cercare nei colori la vita e il colore di una vita sempre più opaca.
    Kaouther Adimi è nata ad Algeri nel 1986. Nel 1994, dopo aver trascorso quattro anni in Francia, torna nella sua città natale. Ad Algeri si laurea in Letteratura francese. Stabilitasi a Parigi nel 2009, ha conseguito un master in Lettere moderne e Management delle risorse umane. Nel 2010 l’editore algerino Barzakh pubblica il suo primo romanzo Des ballerines de papicha, pubblicato nuovamente da Actes Sud nel 2011, con il titolo L’envers des autres. Con questo libro la Adimi ottiene il Prix de la Vocation nel 2011. Nell’ottobre 2015 è stato pubblicato il suo secondo romanzo Des pierres dans ma poche con l’editore Barzakh.

  • L’Indice Online (Francesca Del Vecchio, 26 settembre 2017)

    L’Indice Online (Francesca Del Vecchio, 26 settembre 2017)

    LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

    L’Indice Online (Francesca Del Vecchio, 26 settembre 2017)

    Tabù, silenzi e solitudine

    Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiIl primo romanzo di Kaouther Adimi, giovane autrice algerina, si intitola Le ballerine di papicha. Pubblicato per la prima volta nel 2011, è arrivato in Italia solo quest’anno, edito da Il Sirente. Oggi, mentre in Francia esce il suo ultimo lavoro, Nos Richesse, s’intravede nel suo percorso narrativo una particolare attenzione alla solitudine delle anime, ai tabù e ai silenzi tra generazioni a confronto. Anche in Le ballerine di papicha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmine, Mouna, Tarek, Haji Youssef, Hamza, compongono uno stravagante album fotografico familiare, esistenze intrecciate eppure indipendenti; persone che vivono sotto lo stesso tetto ma che non parlano mai davvero tra loro. Questo romanzo intimo è tale non solo per via dei legami di parentela che intercorrono tra i personaggi, ma anche perché le storie dei singoli sono la metafora dell’Algeria: ognuno con la propria vita, e non esistono progetti comuni.

    Che paese è oggi il suo?

    È una domanda piuttosto difficile; ho la mia visione delle cose, e la mia voce non può certo essere accostata a tutti gli algerini. Ma questo è un paese complicato, un continuo paradosso. Siamo il risultato di una storia, scossa troppe volte, tra Oriente e Occidente, all’incrocio tra Europa e Africa. In Algeria, ognuno pensa a se stesso, ciascuno è incastrato nella propria storia personale.

    Un po’ come i protagonisti del suo romanzo?

    Credo che questa famiglia sia la metafora stessa dell’Algeria: quelle di cui parlo, sono tre generazioni che vivono sotto lo stesso tetto, in un palazzo del quartiere popolare di Algeri. Ciascun personaggio ha il suo “ritratto” personale. E questo mi è servito per tratteggiare gli intrecci familiari di cui si compone il romanzo: madri e figli che comunicano tra loro, senza mai parlare veramente.

    Ogni personaggio è dotato di una spiccata dimensione psicologica e questo è indice di una buona riuscita. Si è ispirata a qualcuno?

    Sono personaggi inventati, ma come ogni romanziere, ho attinto dalla realtà alcune caratteristiche, che ho poi distribuito qua e là tra i miei personaggi: all’epoca della scrittura del libro, nel 2009, vivevo ancora ad Algeri. Eravamo appena venuti fuori dagli anni del terrorismo, abbiamo vissuto un momento che sembrava euforia. In realtà si faceva la conta dei morti e stavamo all’erta, in attesa di un nuovo ordine di coprifuoco. Una generazione, la mia, cresciuta all’ombra di qualcosa di spaventoso; per questo molte delle caratteristiche dei miei personaggi sono tipiche della gente che vive il Paese.

    Tutti i tuoi personaggi sono problematici e irrisolti. Tranne uno: Mouna. È un auspicio?

    Mouna è il personaggio su cui volevo focalizzare l’intero libro. Il titolo algerino è un riferimento a questo personaggio – “papicha”, in algerino vuol dire “ragazza graziosa” – che è giovane, allegra, frizzante. A Mouna non importa cosa pensano gli altri. E questa è la speranza migliore per tutto il paese.

    L’edizione francese e quella algerina hanno titoli diversi. Come mai?

    Il titolo originale in arabo, Le ballerine di Papicha, non ha convinto l’editore francese perché “papicha” è una parola del gergo algerino (in particolare di Algeri e della sua regione) di difficile comprensione per il lettore francofono. Così abbiamo deciso di inventare un nuovo titolo: L’envers des autres. Quando siamo passati all’italiano, abbiamo deciso di tornare alla versione originale.

    Il suo libro ha riscontrato un grande successo di pubblico in Francia. Cosa si aspetta dal quello italiano?

    Sono molto curiosa di sapere come reagirà al mio romanzo. Uno dei miei libri preferiti è italo-algerino: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, di Amara Lakhous. Sono, quindi, molto felice per la traduzione e la pubblicazione.

    Il suo ultimo libro, Nos richesses, racconta ancora di una generazione “interrotta”?

    In Nos richesses, parlo del periodo coloniale algerino attraverso il diario immaginario di Edmond Charlot, il primo editore di Albert Camus. Ma è anche la storia di un quartiere di oggi, 2017, in cui c’è ancora la stessa libreria aperta da Charlot.

    L’Indice on-line

    Francesca Del Vecchio è giornalista. Scrive prevalentemente di Esteri e cultura arabo-islamica

  • Emozioni in font (Viviana Calabria, 20 settembre 2017)

    Emozioni in font (Viviana Calabria, 20 settembre 2017)

    LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

    Emozioni in font (Viviana Calabria, 20 settembre 2017)

    Omologazione e intolleranza/Le ballerine di Papicha

    Chi ha mai potuto creare una città così?
    Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero

    “Il mondo di Algeri è un piccolo mondo, una tazzina di caffè.” Amaro aggiungerei.

    Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiAlgeri come un mondo chiuso, come la descrizione di una qualsiasi nostra provincia in cui tutti si conoscono, o credono di conoscersi, si salutano e spesso si disprezzano. A mettere in luce questo strano sentimento di comunità è una famiglia molto chiacchierata nel quartiere per i comportamenti di alcuni dei membri, e altri personaggi alla famiglia in qualche modo legati. Conosciamo Adel, il figlio bello e maledetto, odiato dai suoi coetani, e la bella Yasmine: due personaggi che ricordano un po’ quelli di Mapocho, come se la loro sofferenza sia dovuta alle grandi contraddizioni della città. Della madre non conosciamo il nome, il padre è morto già da diversi anni e poi c’è la figlia maggiore, una bellissima donna che ama la pittura e che è costretta a badare il marito uscito fuor di senno. Facciamo la conoscenza di Mouna, la bambina con le ballerine di papicha, l’unica che ancora non conosce le avversità della vita e che volteggia serena e spensierata nelle sue scarpette rosa. E poi ci sono giovani che si riempiono la bocca di grandi discorsi sul cambiare il paese o andare via, mostrando una violenza inaudita che mostra quanto sia radicato nella società un certo ideale e un conformismo senza eguali.

    “Chiudo gli occhi per non vedere la città sfilare davanti a me, per non vedere più le strade di Algeri la Bianca. Soltanto gli stranieri possono rimanere estasiati davanti al suo biancore. Io, che sono nata qui, che sono sempre vissuta in questa città, in cui certamente morirò, non ne vedo più il candore, la bellezza o la gioia di vivere, ma soltanto le buche che mi fanno sobbalzare sul sedile, i piccioni che mi lanciano gli escrementi sulla testa e i giovani disoccupati che che cercano di rimorchiarmi quando passo. Ah, dimenticavo: le vecchie! Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono la mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta o di rosa che ti si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono.

    Schifezza di vecchie. Schifezza di città!”

    Leggere questo libro è come profanare un diario segreto o ascoltare di nascosto confessioni costrette a rimanere nel cuore e nella mente. Significa scoprire i segreti di una famiglia e le grandi difficoltà di una città che tanta guerra ha dovuto subire, continuamente contesa tra volontà di emancipazione e un passato di violenza e pregiudizi. Sono proprio questi temi a prendere vita con tanta forza nelle parole di Yasmine, nel suo desiderio di essere libera di vivere la sua giovinezza senza imposizioni di alcun tipo da parte non solo del potere, ma della stessa popolazione ormai completamente in balia delle altrui decisioni, in una città che di bianco ha solo il colore dei palazzi, ma non ha nessun significato di purezza.

    Ma a colpire forte è anche la madre, la cui assenza di nome proprio mi dà l’idea di un voluto distacco nei confronti del sentimento di famiglia che dovrebbe esserci, in un monologo furioso e sprezzante. Ritroviamo qui la volontà di omologazione che qualunque governo non democratico vorrebbe per i propri cittadini, un sentimento così grande e profondo di vergogna nei confronti dei figli così diversi dagli altri, tanto da portarla a fare il test del DNA per ben due volte per assicurarsi che non ci siano stati errori, da farne provare altrettanta a me di vergogna nei suoi confronti e in ciò che causerà.

    “Sono proprio figli miei. Tutti e tre. Nutrivo la segreta speranza che uno di loro fosse stato malauguratamente scambiato in culla, ma non è così.”

  • Lankenauta (Luca Menichetti, 12 agosto 2017)

    Lankenauta (Luca Menichetti, 12 agosto 2017)

    LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

    Lankenauta (Luca Menichetti, 12 agosto 2017)

    Le ballerine di Papicha

    "Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmine, Mouna, Tarek, Hajj Yousef, la madre, Hamza, sono alcuni dei personaggi presenti in “Le ballerine di Papicha”, ed anche i titoli dei capitoli con i quali  si sviluppa il romanzo breve di Kaouther Adimi. La critica letteraria – ormai sono trascorsi sei anni  dalla prima edizione di “L’envers des autres Actes” – ha infatti più volte scritto di una “narrazione polifonica”: in altri termini la modesta famiglia che abita nel “vecchio palazzo di Algeri”, si rivela di pagina in pagina grazie agli sguardi impietosi dei suoi stessi componenti e di coloro che hanno a che fare con Yasmine o con Mouna. Capitoli che sono narrazioni in prima persona, in cui la felicità della giovanissima Mouna nel calzare le “ballerine di Papicha”, rappresenta l’unico e autentico contraltare a tutto lo sconforto, rabbia, pregiudizio, paranoia che invece leggiamo nei monologhi dei più adulti. Così Yasmine (“bella, libera, lucida, estraniante”), l’universitaria che non vorrebbe essere soggiogata dalle tradizioni più retrive: “Le vecchie sceme per le scale, che mi consigliano di coprirmi di più. Le vecchie megere che, in autobus, mi prendono per mano e mi parlano dei figli che le fanno disperare. Le vecchie tarme odorose di menta e di rosa che si aggrappano al braccio, senza nemmeno avvertirti. Le vecchie cariatidi che gridano ordini, consigli, che si dibattono, si agitano, si innervosiscono” (pp.25). Una rabbia manifestata con modalità magari diverse dagli abitanti del quartiere, ma comunque pervasiva e presente in quantità nella famiglia di Yasmine, luogo in cui non ci si parla più e che da tempo è al centro delle chiacchiere e dei pettegolezzi del vicinato. Il fratello Adel è infatti insonne, tormentato da qualcosa che poi nel corso della narrazione si può intuire ma che mai è rivelato in maniera del tutto chiara. Inoltre nell’appartamento è arrivata anche Sarah, la sorella maggiore, una pittrice che ha una figlia e un marito, Hamza, che sembra aver perso il lume dell’intelletto. Accanto a loro una madre tradizionalista, che nel suo monologo eccede in cinismo e disprezzo nei confronti dei figli apparentemente emancipati; e tutta una fauna di teppistelli drogati, di modesti lavoratori, di universitari confusi che mostrano la società algerina, o almeno quel pezzo di società, alla stregua di una combinazione sconclusionata di solitudini. Si comprende perciò la scelta di Kaouther Adimi  di costruire il romanzo assemblando i diversi punti di vista e diversi “flussi di coscienza” nei quali, secondo noi giustamente, la paratassi è ai minimi termini, facendo emergere semmai dei credibili dialoghi interiori.

    Se poi volgiamo lo sguardo oltre la famiglia “del vecchio palazzo di Algeri”, se prendiamo atto che  dialogare civilmente diventa un problema o addirittura è qualcosa di inconsueto, nel leggere di giovani incerti se rimanere in patria o se cercare fortuna altrove, di personaggi storditi dagli stupefacenti, pieni di pregiudizi maschilisti, allora è legittimo pensare che “Le ballerine di Papicha” rappresenti davvero una critica spietata alla società algerina nel suo complesso, che si agita – o forse meglio: che si è paralizzata –  tra profondi e antichi malesseri. E’ vero che Kaouther Adimi non sembra aver ricordato esplicitamente quanto accaduto durante la cosiddetta Primavera araba, che pure ha coinvolto l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infatti, sulla scia di speranze presto infrante, anche in diverse città dell’area Maghreb si svilupparono proteste imponenti contro il regime esistente: ne sono scaturiti scontri pesanti tra attivisti dei partiti d’opposizione, sindacalisti e la polizia, la richiesta di cambio di regime, di democrazia. Atti di coraggio e di disobbedienza civile che però non sono stati premiati: il presidente Abdelaziz  Bouteflika, in carica dal 1999 grazie ai militari, è sempre un raʾīs e nel 2014, proprio a tre anni dalla prima pubblicazione di “L’envers des autres Actes”, ancora una volta si è reso responsabile di una modifica (“ad personam”) della Costituzione ed è stato è stato rieletto con l’81% dei voti.

    Insomma, un contesto in cui alle difficoltà materiali di una nazione dallo sviluppo incerto, che ancora vede nella migrazione uno strumento per risolvere i problemi economici, si sommano gravi limiti culturali e politici: potremmo dire che la contrapposizione tra una tradizione vissuta con tutto il suo carico di pregiudizi, repressione e visione limitata del mondo, ovvero il clima ideale per i tanti Bouteflika al potere, e il desiderio di emancipazione, lo troviamo non soltanto nelle cronache degli esperti di politica internazionale, ma, con uno sguardo più attento al piccolo mondo di una delle tante possibili famiglie algerine, anche nelle pagine di Kaouther Adimi. Le quattro righe dell’epilogo (“L’indomani mattina appare in qualche quotidiano…..”) rappresentano appunto uno dei più tragici effetti del conformismo esistente che – questo sembra volerci dire Kaouther Adimi – anche le “ballerine di Papicha”, nel senso di interpretare positivamente lo spirito che incarnano (“quando si è una papicha, lo si è per tutta la vita”), potranno contrastare, archiviando il cinismo e la grettezza delle generazioni precedenti.