Categoria: Estratti

  • “La cattiva abitudine di spogliarsi” di Hassan Blasim

    “La cattiva abitudine di spogliarsi” di Hassan Blasim

    Tratto dalla raccolta  di racconti “Il matto di piazza della Libertà” di Hassan Blasim, traduzione dall’arabo di Barbara Teresi

    “La cattiva abitudine di spogliarsi”

    Come sapete, anche la paura ha un odore… Mentre mi raccontava la sua storia, quell’uomo emanava un odore di pesce affumicato. Mi rendevo conto che era sincero, onesto, ma la sua calma mi sembrava affettata. Non capita spesso la fortuna di incontrare una persona con una storia interessante e avvincente come quella di quest’uomo originale. Già, meglio dire “originale” che “folle”. Perché l’originalità consiste nel parlare agli altri dei propri incubi, malgrado la paura e il dolore.

    Accadde l’inverno scorso. Rincasavo dopo il mio solito giro in centro, un giro a zonzo, il cui unico scopo è racimolare qualcosa. In genere raccattavo quel che si può trovare nei bar malfamati: quattro chiacchiere, una fica, una birra gratis, uno spinello, delle caotiche discussioni su questioni politi- che, una rissa con un altro ubriaco, oppure semplicemente la possibilità di molestare gli altri, così, per divertimento, con la scusa di essere ubriaco. Lo sai, l’importante è che la giornata trascorra e che in essa ci sia un qualche contatto umano, per quanto piccolo. Il giorno in cui è apparso il lupo ho conosciuto una ragazza strana… un gufo, un uccello del malaugurio. Tu ci credi nelle facce che portano sfiga? A volte si in- contrano facce che non sembrano neppure reali, somigliano piuttosto alle cose che si vedono nei sogni. Tu sei un artista, puoi figurarti facilmente quel che intendo dire, no? Voi artisti coltivate i sogni… Eh, sì! Io credo nei sogni più di quanto non creda in Dio. I sogni ti entrano dentro e poi vanno via, per tornare con nuovi frutti. Dio, invece, è soltanto un deserto sconfinato, nient’altro. Riesci a immaginare che un pittore indiano, a Delhi, in questo momento sta lavorando a un qualche soggetto che è lo stesso di cui si compone il sogno di un uomo che sta dormendo in una città del Texas? ok, fanculo tutto e tutti… Ma di certo sarai d’accordo con me sul fatto che tutte le arti si incontrano in questo modo. E forse anche l’amore e l’infelicità. Se, ad esempio, un poeta finlandese scrive una poesia sulla solitudine, questa poesia sarà il sogno di un’altra persona che dorme in un altro an- golo del mondo. Se ci fosse un motore di ricerca speciale per i sogni, come Google, allora tutti i sognatori potrebbe- ro rintracciare i loro sogni nelle opere d’arte. Al sognatore basterebbe inserire una parola o una breve sequenza di parole tratte dal proprio sogno per veder comparire migliaia di risultati nel motore di ricerca. Perfezionando la ricerca giungerebbe al suo sogno e così verrebbe a sapere cos’è stato in origine: un dipinto, un pezzo musicale o una battuta di un’opera teatrale. Inoltre potrebbe scoprire da quale Paese proviene il suo sogno. Sì… Lo sai… la vita forse… ok, fanculo tutto e tutti!

    Quella ragazza aveva una faccia incredibile, era come se l’ago di una macchina per cucire l’avesse trafitta per ore e ore. La sua pelle era puntellata da dozzine di piccoli fori tondi. Prima mi ha detto di essere spagnola e poi, dopo cinque minuti, ha affermato che sua madre è egiziana e suo padre finlandese. Conosceva giusto quattro parole in arabo, e tutte avevano a che fare con gli organi sessuali, oppure era- no bestemmie, sempre contenenti la parola merda. Quella troia! Si è scolata tre boccali di birra a mie spese e poi si è messa ad aspettare in un angolo buio. Cosa aspettava secondo te? Di certo un altro cazzo, disposto a sborsare di più. Io avevo perso 20 euro alla macchinetta del poker. Mi sentivo esausto e affamato. Allora, facendo un cenno alla tipa dal viso malauguroso, con gesto teatrale e ironico, uscii gridando come se mi stessi rivolgendo a un vasto pubblico: “Viva la vita!”

    Sulla via di casa, non riuscivo a togliermi dalla testa il volto di quella ragazza. Mi sembrava di averla già vista, tanto tempo fa, in qualche mercato popolare, al mio Paese. Non so perché, ma me la figuravo seduta a vendere peperoni ver- di e rossi, avvolta in un lungo mantello nero.

    Sono sicuro che quel giorno tre o quattro cose insieme abbiano contribuito a portarmi sfortuna e cacciarmi in quel pasticcio. Sta’ a sentire… Non crederai alle tue orecchie! Come al solito, quando sono arrivato a casa mi sono spoglia- to e sono rimasto completamente nudo. Stavo andando in bagno, quando l’ho visto sbucare fuori dal soggiorno e correre verso di me. Con un balzo mi sono fiondato in bagno e ho chiuso a chiave la porta. Ero come uno che avesse appena visto l’angelo della morte. Era un lupo, giuro! Un lupo, an- che se tu dirai che forse era un cane…

    All’inizio, quando ho guardato dal buco della serratura, non c’era. Tremavo. Per degli interminabili minuti regnò un silenzio terrificante. Dopo aver guardato diverse volte dal buco della serratura, fui certo che era un lupo. Prima lo sentii ansimare, poi lo vidi: stava annusando i miei pantaloni e le mie mutande davanti alla porta di casa. Poi si accoccolò, gli occhi puntati tristemente sulla porta del bagno.

    Un lupo in carne e ossa, in città, in un condominio, e proprio nel mio appartamento! Seduto sul water, cominciai a pensare: “Nessuno, a parte me, ha le chiavi di casa; io abito al quarto piano, e anche ipotizzando che… ok… che sia riuscito a volare… e ad arrivare in balcone, ebbene la portafinestra del balcone, in soggiorno, sta sempre chiusa!” Mi scappò la pipì senza che me ne rendessi conto. Ero come paralizzato, nudo sulla tazza del cesso e con un lupo in casa. Che scherzo era quello?

    Cominciai a rimproverare me stesso, a insultarmi anche: “Perché ogni volta che entro in casa mi spoglio come una puttana? Se avessi avuto con me il cellulare avrei chiamato la polizia e tutto sarebbe finito! Sono proprio un buono a nulla! Ubriacone, disoccupato, sto tutto il tempo in giro per i bar della città cercando di procurarmi di che vivere, ma da chi, poi? Da altri disgraziati che non fanno meno schifo di me! Da gente cui il mondo nuovo e scintillante ha tirato via il tappeto da sotto i piedi! Prendi per esempio una grassona di quasi quarant’anni in cerca di un rapporto occasionale con un immigrato ormai del tutto arrugginito. Noi non abbiamo il culo sodo e appetitoso, abbiamo soltanto un buco per la merda! Fanculo tutto e tutti! Persino la ragazza che ho incontrato oggi, quella col viso butterato, non si è accontentata del mio invito. Si è spostata in un altro tavolino e si è messa ad aspettare uno stronzo migliore. Se avesse accettato di scopare con me, sarebbe venuta qui nel mio appartamento e sarebbe fuggita a chiamare la polizia o i vicini. o forse il lupo l’avrebbe sbranata. Ma quale lupo? Non è possibile, devo essermi sbagliato, forse è soltanto un’allucinazione…” Così dicevo alla mia immagine riflessa nello specchio.

    Tornai a guardare dal buco della serratura. Era sempre accucciato al suo posto. ormai mancavano poche ore all’alba. Pensai che il giorno dopo forse qualcuno si sarebbe preoccupato per la mia assenza. Era senz’altro un’idea ridicola, una consolazione fittizia, dato che da anni vivo da solo e non conosco nessuno, a parte quegli spaventapasseri dei bar. Quelli sono come me: soli, in cerca di qualcosa in giro per i bar. E se non trovano niente, allora se ne tornano nei loro sporchi letti a farsi divorare dalla tristezza e dalla notte. Gli unici che potrebbero bussare alla mia porta sono i testimoni di Geova. Ma anche quelli sono spariti da un pezzo. Forse li ho ridotti alla disperazione a forza di farmi continuamente beffe del loro Dio. Mi sommergevano con le loro rivi- ste, anche se per divertirmi bastava una sola frase di quelle montagne di libri e giornali. La cosa divertente nelle loro riviste erano quei tentativi disperati di collegare le scoperte scientifiche con le storie della Bibbia. Quelle che venivano a farmi visita erano due belle ragazze. La mia fantasia malata mi spingeva ad accoglierle con entusiasmo. Credevo che, se avessi instaurato con loro un vero rapporto d’amicizia, ma- gari poi il tutto sarebbe culminato in un focoso amplesso. Te lo immagini? Due ragazze testimoni di Geova, nude, nel mio letto… Una mi succhia il cazzo e l’altra offre il suo clitoride alla mia lingua mentre recita passi della Bibbia…

    Parlavamo di molte cose. L’argomento che mi ha impressionato di più è che i testimoni di Geova rifiutano, come gli ebrei, le trasfusioni di sangue. Io scherzavo con loro, dicevo che il sangue è delizioso, è la bevanda dei vampiri. Parlavo dell’importanza del sangue. “Il direttore del centro di bioetica dell’Università della Pennsylvania afferma con gran freddezza scientifica: “Il sangue sta alla salute come il petrolio sta ai trasporti”. Pensate: mentre ogni anno miliardi di barili di petrolio vengono estratti dal sottosuolo per soddisfare il fabbisogno mondiale di carburante, dal corpo umano vengono prelevate circa novanta milioni di unità di sangue nella speranza di aiutare chi sta male. Questa cifra impressionante rappresenta il volume di sangue di circa otto milioni di persone. Ciononostante, proprio come il petrolio, a quanto pare anche il sangue scarseggia. La comunità me- dica mondiale avverte di questa carenza.” Questo cocktail di informazioni scientifiche o, per essere più precisi, le mie chiacchiere serie, avevano lo scopo di far capire alle due belle testimoni di Geova che io ero una persona davvero impor- tante nel mio Paese. Avevo detto di conoscere perfettamente l’ebraico e di aver tradotto alcuni fascicoli segreti per il Ministero della Difesa e per i servizi di intelligence del mio Paese, aggiungendo qualche dettaglio poliziesco e qualche avventura legata alla mia professione. Con loro blateravo a lungo e, tra il serio e il faceto, nel corso di quelle conversazioni tiravo in ballo tutto ciò che mi passava per la testa. Facevo anche domande, e mi rispondevo da solo, mentre le ragazze se ne stavano sedute, due colombe della pace, sor- ridendo come se fossero appena scese dal cielo. “Ma cosa accadrebbe se un’epidemia letale si diffondesse in tutto il mondo, e tutti quanti avessero bisogno di nuovo sangue?” E, prima ancora che la più grande delle due avesse il tempo di rispondere, io dichiaravo con l’aria di un esperto che parli di genetica: “Di certo scoppierebbe una nuova guerra mondiale.”

    Ma non c’è ragione di temere: se si farà una guerra per il sangue, sarà una guerra pulita; sarà proibito l’uso di armi convenzionali o di ultima generazione, non si potrà neppure usare un coltello da cucina. La guerra sarà una sorta di torneo di football americano e i soldati indosseranno abiti sportivi, leggeri. È ovvio che una guerra in cui il sangue scorre inutilmente non servirebbe a nulla in un momento in cui il mondo ne ha un estremo bisogno, perciò, se un soldato facesse uso di armi, non ci sarebbe alcuna pietà nei suoi confronti. Ma che guerra sarebbe? Fanculo tutto e tutti! L’obiettivo degli eserciti sarebbe quello di catturare il maggior nume- ro possibile di soldati nemici. I soldati combatterebbero tra loro e ogni fazione cercherebbe di catturare nemici, per poi trasportarli nei furgoni in attesa nelle retrovie. Sarebbe l’ultima guerra e finirebbe con il prelievo del sangue dell’ul- timo uomo. I furgoni, carichi di soldati prigionieri, chiusi in gabbia, partirebbero alla volta dei laboratori per i prelievi, dopodiché il sangue verrebbe equamente distribuito tra i cittadini. Ma lasciamo perdere questa storia, altrimenti le mie chiacchiere ti faranno venire il mal di testa. Fanculo tutto e tutti!

    ok… parlavo tra me e me, tremando: “Un lupo! oh mio Dio! Un lupo!” Quello non si muoveva dal suo posto, non andava neppure in cucina a cercare qualcosa da mangiare. Il suo unico movimento, mentre stava come pietrificato da- vanti alla porta del bagno, consisteva nell’annusare le mie mutande e poi guardare la porta con occhi assassini.

    Di certo quella mia idea di lasciare la foresta per torna- re a vivere in città era stata un’idea merdosa… Ma era stata colpa delle zanzare, quei maledetti vampiri! Lo sai che è solo la zanzara femmina a nutrirsi di sangue umano? Il maschio si nutre solamente di linfa vegetale e nettare di fiori. Ho trascorso più di cinque mesi nella foresta. Durante il giorno pescavo nel laghetto vicino, e di sera traducevo un libro molto interessante sulle origini della lingua ebraica. Ero molto felice della mia solitudine e del dono che la foresta mi aveva elargito: dimenticare il mondo degli uomini. Bevevo vino rosso, ma con moderazione. Il guaio però era che tutti gli unguenti con cui mi spalmavo il viso e il corpo non riuscivano a fermare gli attacchi delle zanzare. E come potevo sentirmi in pace mentre un nugolo di zanzare mi aleggia- va intorno alla testa per tutto il giorno, come l’aureola di Cristo nei quadri antichi? Di notte le femmine di zanzara penetravano sotto le lenzuola come una corazzata e mi succhiavano il sangue con ardore e avidità. Il padrone di casa, quando gli parlai delle zanzare, si prese gioco di me, disse che le zanzare mi amavano molto. Alla fine i miei sforzi nel combattere le zanzare furono coronati da violente coliche addominali. Il medico mi disse che si trattava semplicemente di disordini alimentari, e che avrei dovuto mangiare molta verdura. E aggiunse che avrei fatto meglio a tornarmene in città e vivere in mezzo alla gente, perché ovviamente lo stomaco risentiva anche del mio stato di isolamento. Da lui capii anche che parlavo di me stesso in modo strano. In breve, voleva dire che avevo bisogno di uno psichiatra. ok. Io sono quasi sempre un ottimo ascoltatore, e so apprezzare i consigli. Decisi di attenermi soltanto al primo consiglio del dottore, e così tornai in città e mi mescolai con i rifiuti della società, quelli dei bar malfamati. Al di fuori di una bottiglia d’alcol il mondo, per essere affrontato, sembra aver bisogno di un torero; dentro una bottiglia d’alcol, invece, il mondo è una commedia e ha bisogno solo di più pagliacci… e fanculo tutto e tutti!

    In bagno c’erano solo un asciugamani e un mucchio di calzini e mutande sporchi. Io ero esausto e infreddolito. Controllai per esser sicuro che il mio ospite fosse ancora al suo posto, poi feci una doccia calda e tornai a riflettere sul- la faccenda. Se avessi avuto dei nemici, sarebbe stato logico pensare che uno di loro avesse portato il lupo in casa mia. Ma come si può portare un lupo in casa di qualcun altro? Il presunto nemico avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di qualcuno che lavora allo zoo, e di una macchina. Forse era un lupo domestico, come un cane… o forse io ero impazzito e mi stavo immaginando tutto. È mai possibile che una per- sona sana di mente creda a quello che ti sto raccontando? No, non dire che tu mi credi, ma… lo giuro su Geova e sui suoi angeli… era un vero lupo! Chissà, forse il dottore aveva ragione…

    Mi coprii con l’asciugamani e piombai in un sonno pro- fondo, disteso su calzini e mutande. Mi svegliai in preda a una forte emicrania che mi crivellava la testa, simile a un assordante erpice. Doveva essere mezzogiorno. La cosa assurda, incredibile, è che il lupo era ancora lì! Merda… Ma non aveva fame? Perché stava lì, immobile come la Sfinge? L’idea della fame strisciò nella mia mente come una serpe. Ero in preda al panico e mi misi a gridare. Sarei rimasto chiuso in bagno fino a morire di fame? Ma in questo caso anche il lupo sarebbe morto di fame! Ma no, è risaputo che i lupi sopportano la fame meglio degli uomini. Io però in bagno avevo l’acqua, mentre a lui il rubinetto della cucina non sarebbe servito a niente. Ma allora io sarei morto di fame e lui di sete… No, no… in cucina, sul tavolo, c’era una scodella di zuppa. Chissà se gli sarebbe piaciuta la zuppa della sera pri- ma. Comunque sul tavolo c’era anche del pane, se lo avesse voluto…

    Di colpo una tremenda isteria si impadronì di me. Mi misi a colpire con forza la porta e a gridare chiedendo aiuto. Di tanto in tanto spiavo dal buco della serratura le reazioni di quel maledetto lupo. Dov’erano i vicini? Anche da loro erano entrati i lupi? No, no… non potevo morire lì, in bagno. Pensai che sarebbe stato meglio farmi sbranare piuttosto che morire in quel modo orribile. E poi perché avrebbe dovuto mangiarmi? Sempre davanti allo specchio, cercavo di scacciare le mie paure. Magari lo avrei affrontato, lottando contro di lui e riuscendo a scappare. Forse si sarebbe accontentato di ferirmi. E se anche mi avesse amputato un braccio, sarebbe pur sempre stato meglio che marcire lì in bagno. Mi bagnai la faccia e poi rimasi per più d’un quarto d’ora a lavarmi i denti e scrutare con attenzione il mio viso allo specchio. Colpendo le pareti, urlavo e imprecavo. Poi mi venne un’idea: perché non aprire la porta, gettar via l’asciugamani e vedere cosa sarebbe successo? Ma non avevo il coraggio di fare una cosa simile. E se il lupo mi fosse balzato addosso, rapido, impedendomi di fuggire? Allora ricominciai a gridare e dar colpi alle pareti, usando tutti i flaconi di shampoo finché non si rompevano. Sfinito, tornai a sedermi sul water. Bevvi dal lavandino curvando le mani a mo’ di tazza, poi scoppiai in singhiozzi.

    Mi distesi sulle fredde mattonelle del bagno, raggomitolandomi su me stesso, come uno che abbia smesso di credere e desideri soltanto sparire da questo mondo.

    A notte fonda – la seconda notte – decisi di porre fine a quella pagliacciata. Che mi mangiasse, o che io mangiassi lui! Mi sentivo addosso un’energia formidabile, una sete di vendetta che si agitava dentro di me. Avrei fatto a pezzi quel lupo inutile e vigliacco, e avrei arrostito la sua carne e persino la sua testa! Fanculo tutto e tutti!

    Aprii lentamente la porta del bagno. Il lupo si alzò in piedi e io, correndo con tutta la forza che mi era rimasta, gli balzai contro. L’ultima cosa che ricordo è l’istante in cui il lupo mi saltò addosso…

    C’era un buio freddo, tetro. Un buio sordo. Ad aiutar- mi in quelle tenebre c’era soltanto il ricordo di quel che era accaduto in quegli ultimi istanti, sebbene il terrore di non esistere più fisicamente mi paralizzasse nei miei tentati- vi di essere paziente e aspettare la misericordia di Dio in quell’oscurità. Quel che so è che, contrariamente a quanto mi stava accadendo, quando muori non rimane più nessun ricordo, né alcuna consapevolezza della vita vissuta, anche se la morte intesa come annichilimento totale è soltanto una supposizione, nulla di più. Avrei voluto gridare per chiedere aiuto, ma non sapevo dove fosse la bocca, né come fare a lanciare un grido. Qual era il meccanismo, il movimento che bisognava compiere per riuscire a gridare? Come potevo farmi da capo un’idea di dove fossero i piedi o di come trovare i capelli per poterli poi toccare?

    Ero veramente morto? Il vero dilemma in quell’oscurità non riguardava la mia capacità di muovermi o di fare qualunque altra cosa; il guaio era che gli strumenti erano spariti, persi in un mare di tenebre. Uno sa come guardare senza però conoscere il metodo o gli strumenti per farlo. Ma io sentivo, allo stesso tempo, di esistere ancora, seppure come un minuscolo punto cosciente, da qualche parte nel mondo. Non so quanto tempo sia durato. Il punto minuscolo cominciò ad allargarsi e io percepivo che la mia pelle riacquistava il suo calore e il mio respiro, dapprima molto lento, si faceva gradualmente più veloce.

    A quanto pare, avevo sbattuto la testa contro lo spigolo del comodino e avevo perso conoscenza. Mi era anche usci- to un po’ di sangue. In casa non c’era nessun lupo. Era spa- rito, come evaporato. La porta di casa era chiusa, solo quella del bagno era spalancata. Indossai una camicia e presi il telefonino dalla tasca dei pantaloni buttati per terra, nel punto in cui c’era stato quel lupo che si era poi dissolto nel nulla. Mi misi a girare per casa con circospezione, ma non c’era nessuno a parte me. Mi sedetti sul divano e accesi la televisione. C’era la replica della cerimonia degli oscar e l’attore Brad Pitt, cingendo la vita di Angelina Jolie, parlava delle sue chance di vincere l’oscar.

    Ho deciso di tornare nella foresta: meglio affrontare le zanzare piuttosto che rischiare che mi appaia, che so, un coccodrillo… Fanculo tutto e tutti! Questo è l’ultimo bicchiere che bevo con te… Sei proprio un uomo strano, e forse mi somigli un po’: hai un’incredibile capacità di ascoltare gli altri… Secondo me tu… ok, forse mi faccio un altro bicchiere con te prima di andarmene. Fanculo tutto e tutti. Non so neanche come ti chiami! Io sono Salmàn…

    –Hassan Blasim, piacere.

  • La riforma della scuola in Egitto (Italia?)

    Estratto da 
    “TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO”
    di KHALED AL KHAMISSI

    Il tema dell’istruzione e delle lezioni private fa da vertice alla piramide delle preoccupazioni del cittadino egiziano. Nessun altro problema – eccetto la maniera di sbarcare il lunario – ne condivide la vetta.
    Le due questioni rappresentano il fulcro dei pensieri della stragrande maggioranza delle persone, perché quella egiziana è la società della famiglia per eccellenza e i bambini riempiono la famiglia con schiamazzi, amore, speranza, preoccupazione e, senza dubbio, col problema dell’istruzione e delle lezioni private.
    A completare il quadro astrale, c’è il fatto che ogni egiziano corre dietro al guadagno per poi andarlo a riporre nelle mani dei professori privati; e di lezioni private ce ne sono quante le marche dei vestiti. Lezioni di ogni genere, con una gamma di prezzi adattabili a ogni livello e classe sociale.
    Pertanto, una lezione di matematica può costare 10 lire, così come può costarne cento; e se non puoi permetterti di spenderne neanche dieci, ci sono le classi di rafforzamento, le lezioni collettive, i centri doposcuola… insomma, in fin dei conti è un business come un altro.
    Ti basterà toccare il tasto dell’istruzione con qualsiasi tassista padre di figli in età scolare per vederlo decollare come un missile inarrestabile, neanche provassero a fermarlo gli ingegneri della NASA in persona.
    Quel giorno di settembre del 2005 avevo appena pagato le rette scolastiche dei miei tre figli (le mani mi scottavano ancora per quel salasso) e, al solo sedermi nel taxi, premetti on sul tasto istruzione… ed ecco che il tassista partiva:

    TASSISTA  I miei figli mi faranno venire un infarto… l’unico maschio fa la sesta elementare e quanto è vero Iddio manco sa scrivere il suo nome. A fine anno lo aiuteranno a copiare e così passerà all’anno dopo, perché altrimenti la scuola va a finire nei casini e quelli del ministero gli faranno il terzo grado.
    Poi c’ho due femmine che vanno alle superiori. Una fa la terza e un’altra la seconda.
    Ringraziando Dio le femmine sono sveglie… ma mi stanno lasciando in mutande con le lezioni private. Pago per ognuna 120 lire al mese… te lo immagini? Ognuna prende ripetizioni di tre materie e ogni lezione viene 40 lire al mese. All’inferno con raccomandata espresso devono andare! E quando cresce quell’altro genio di mio figlio Albertino, con le cervella da melone che si ritrova, di ripetizioni cento gliene dovrò pagare.
    Lo sai come funziona a casa nostra? Evelina, la più grande, dà le lezioni private ad Albertino e si prende da me i soldi per pagarsi le lezioni sue… e, secondo te, non le devo insegnare a guadagnarsi la pagnotta coi suoi sforzi?
    (ridendo) Ma, ovviamente, a insegnargli non ci riesce per niente e da me si prende i soldi, e basta.

    IO  E in tutto questo la scuola dove sta?

    TASSISTA  La scuola? Vi dico che manco il nome suo sa scrivere e mi venite a dire la scuola? Eccola qua l’istruzione gratuita signore mio: non paghi? Non hai niente… il bello è che pure il niente lo paghiamo. Alle elementari spendiamo 40 lire per i libri e alle medie e superiori ottanta. Se non paghi, niente libri. Questo è il sistema.
    Professò, l’istruzione per tutti era uno di quei bei sogni andati, che hanno lasciato solo la forma e l’apparenza. Sulla carta l’istruzione è come l’acqua e l’aria: un diritto per tutti quanti. Ma la verità è che i ricchi imparano, lavorano e guadagnano, mentre i poveri non imparano, non lavorano e non guadagnano niente: buttati per strada come mondezza… te li farò vedere: niente lavoro né bottega.
    Naturalmente con l’eccezione dei geni e, sicuramente, il mio Albertino non rientra nella categoria.
    Però che ci volete fare, io ci provo lo stesso. Pago le lezioni private pure se sono un disperato. Che posso fare di più?
    E poi non si sa mai, va a finire che Nostro Signore fa il miracolo e Albertino mi diventa un altro Zawil… che ne puoi sapere?

  • L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi

    L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi

    Quel giorno di Settembre la notizia uscì sui giornali.
    Le tipografie avevano stampato metà riga a lettere sfuocate: “Una donna è uscita in vacanza e non è tornata”.
    La scomparsa di persone era un fatto normale.
    Come ogni giorno spunta il sole, così escono i giornali, nella cui pagina interna si trova l’angolo delle notizie riguardanti le persone.  La parola “persone” può essere rimossa o sostituita con un’altra parola, senza che assolutamente nulla cambi. Le persone. Il popolo. La nazione. Le masse. Parole che significano tutto e niente contemporaneamente.
    In prima pagina vi era una foto a colori e a grandezza naturale di Sua Maestà, dal titolo grande: “Il festeggiamento per il compleanno del re”.
    La gente sfregò gli occhi, dagli angoli delle palpebre infiammati, e girò pagina dopo pagina, sbadigliando fino a far schioccare le ossa delle mascelle.
    La notizia comparve nella pagina interna, si vedeva a mala pena ad occhio nudo.
    “Una donna è uscita in vacanza e non è ritornata”.
    Le donne non erano solite prender giorni liberi. Se una donna usciva, lo faceva per assolvere ad incombenze urgenti e per poter uscire era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto del marito o timbrato dal suo datore di lavoro. (p.5)

    Non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo poteva partire e non tornare per sette anni, e solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di separarsi da lui.
    Gli uomini della polizia si mobilitarono nella sua ricerca, si stamparono volantini ed annunci sui giornali chiedendo il suo ritrovamento, viva o morta, ed annunciando una generosa ricompensa da parte di Sua Maestà il Re.
    “Che legame c’è tra Sua Maestà e la scomparsa di una donna comune?”.
    Era risaputo che nulla al mondo poteva accadere senza l’ordine, scritto o non scritto, di sua Maestà.
    Sua Maestà, infatti, non sapeva né leggere né scrivere, e questo era un segno di distinzione. Quale era infatti il vantaggio di leggere e scrivere?
    I profeti non sapevano né leggere né scrivere, era quindi possibile che il Re fosse migliore di loro?
    Vi era anche la macchina da scrivere, che funzionava ad elettricità.
    Una nuova macchina da scrivere invece funzionava a petrolio e scriveva in tutte le lingue.
    Dietro la macchina per scrivere si trovava una sedia girevole di pelle, su cui sedeva il commissario di polizia, e dietro la sua testa pendeva dalla parete un’immagine ingrandita di sua Maestà, in una cornice d’oro, dai bordi decorati con le lettere del testo sacro.
    “Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza?”. (p.6)

    Suo marito serrò le labbra in silenzio, i suoi occhi si spalancarono come chi all’improvviso si sveglia dal sonno. Indossava il pigiama, i muscoli del suo viso erano flosci, con la punta delle dita sfregò gli occhi e sbadigliò.
    Sedeva su una sedia di legno, fissata al pavimento.
    “No”
    “Avete litigato?”
    “No”
    “Ha mai lasciato la casa coniugale?” (Nota: ”sottomissione” e “ubbidienza” hanno lo stesso significato di tetto coniugale e casa del marito)
    “No”
    L’indagine si svolgeva in una stanza chiusa, una lampada rossa era appesa alla porta. Nulla poteva uscire ai giornali. I rapporti venivano conservati dentro una cartella segreta, dalla copertina nera, su cui era scritto: “Donna che esce in vacanza”
    Il commissario di polizia era seduto sulla sedia girevole, su cui girò e si trovò con la schiena verso la parete e l’immagine di Sua Maestà. Di fronte a lui si trovava l’altra sedia, fissata al pavimento, su cui sedeva un altro uomo, non suo marito ma il suo datore di lavoro.
    “Era una di quelle donne ribelli e disubbidienti all’ordine?”
    Il datore di lavoro aveva accavallato le gambe, tra le sue labbra aveva una pipa nera, che si curvava in avanti come il corno di una mucca. I suoi occhi erano fissi verso l’alto. (p.7)

    “No, era una donna assolutamente ubbidiente”
    “E’ possibile che sia stata rapita o violentata?”
    “No. Era una donna normale che non provocava in nessuno il desiderio di violentarla”
    “Che cosa significa?”
    “Intendo dire che era una donna sottomessa, che non provocava il desiderio di nessuno”
    Il commissario di polizia annuì con il capo in segno di comprensione. Girò sulla sedia e la sua schiena si trovò di fronte al datore di lavoro ed iniziò a battere sulla macchina per scrivere. Si diffuse uno strano odore di gas bruciato. Allungò il braccio ed accese il ventilatore, poi girò di nuovo sulla sedia.
    “Crede che sia fuggita?”
    “Perché fuggire?”
    Nessuno sapeva perché una donna poteva fuggire. Se fosse fuggita, dove sarebbe andata? Sarebbe fuggita da sola?
    “Pensa che possa essere fuggita con un altro uomo?”
    “Un altro uomo?”
    “Sì”
    “Non è possibile. Era una donna assolutamente rispettabile, non le interessava altro che il lavoro e la ricerca”
    “La ricerca?” (p.8)

    “Lavorava nell’unità di Ricerca, presso il Dipartimento di Archeologia”
    “Archeologia. Che cosa significa?”
    “Sono i monumenti antichi che vengono scoperti scavando la terra”
    “Ad esempio?”
    “Statue di divinità antiche come Amoun e Akhenaton, o di dee antiche come Nefertiti e Sekhmet”
    “Sekhmat? Chi è ?”
    “L’antica dea della morte”
    “Dio ci protegga!”
    Arrivò la notizia dal capo di una delle lontane stazioni di polizia: era stata avvistata una donna che si stava imbarcando su un battello.
    La donna portava sulle spalle una borsa di pelle dalla lunga tracolla, sembrava una studentessa o una ricercatrice universitaria, era completamente sola, senza alcun uomo. Dalla borsa spuntava qualcosa dall’estremità di ferro appuntita, sembrava uno scalpello.
    Il commissario di polizia s’irrigidì e sulla sua fronte comparvero delle gocce di sudore. Premette sul pulsante nero e la velocità del ventilatore aumentò, la base del ventilatore girava su se stessa e l’aria della stanza era asfissiante.
    “Era una donna normale?” (p.9)

    Sulla sedia di legno fissata al pavimento sedeva uno psicologo. La sua bocca si piegava a sinistra mentre la pipa dal corno piegato pendeva a destra, mentre gli occhi erano fissi verso l’alto, un po’ più in alto della parete, dove si trovava l’immagine rinchiusa dentro la cornice d’oro.
    Soffiò il fumo intensamente sulla faccia di Sua Maestà, poi avvertì l’ansia e girò la testa in direzione del ventilatore ed abbassò le palpebre.
    “Non credo che fosse una donna normale”
    “Si riferisce al suo interesse per la ricerca?”
    “Sì, spesso ciò che porta la donna ad interessi che esulano dalla casa, è una malattia psicologica”
    “Che cosa intende?”
    “Una giovane donna che si dedica ad un lavoro inutile, come collezionare statue antiche!? Non è forse un segno di malattia, o almeno di deviazione?”
    “Deviazione?”
    “Questo scalpello rivela ogni cosa”
    “Come?”
    “La donna per compensare i suoi desideri che non sono stati soddisfatti, prova piacere nell’affondare la testa dello scalpello nella terra, come se fosse il pene dell’uomo”
    Il commissario di polizia sussultò sulla sedia e girò diverse volte su se stesso, come il ventilatore. (p10)

    Le sue dita s’irrigidirono sulla macchina per scrivere mentre batteva la parola “pene dell’uomo”. Smise di scrivere e si girò con un movimento veloce.
    “La questione diventa seria”
    “Sì, lo è. Ho alcuni studi su questa malattia. La donna, dalla sua infanzia cerca inutilmente questo “pene”, e per la disperazione trasforma questo desiderio in un altro”
    “Un altro desiderio? Quale ad esempio?”
    “Ad esempio quello di guardarsi allo specchio, è una sorta di amore folle verso se stessa”
    “Dio me ne scampi!”
    “La donna è incline all’isolamento e al silenzio, e a volte prova il desiderio di rubare”
    “Rubare?”
    “Furto di oggetti rari e statue antiche, specialmente statue di dee femminili, è attirata da persone del suo stesso sesso e non quello opposto…”
    “Dio ce ne scampi!”
    “Viene colta da un urgente desiderio di sparire”
    “Sparire!?”
    “In un altro senso, una forte attrazione verso il suicidio o la morte”
    “Dio ci protegga!” (p.11)

  • Il compleanno di Bakunin

    da L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret di Norman Nawrocki (pp. 232-233) 

    Festeggiamo il centottantatreesimo compleanno di Michael Bakunin a Milano, nel lussuoso Centro Anarchico Ponte della Ghisolfa, col pavimento in marmo. Chi ha detto che gli anarchici russi non vivono per sempre?

    In questo concerto tiriamo giù il tetto. Mentre suoniamo, dei pezzi di intonaco vecchi di due secoli cadono addosso a noi e alla folla sfrenata. È un segnale dal paradiso degli anarchici. Con l’appoggio del coro dei cento anarchici ubriachi presenti, cantiamo Buon Compleanno al vecchio Michael, in italiano. Ognuno di loro innalza una bottiglia di vino. La festa prima del concerto è stato un rifornimento senza limiti di vino e pasta: pasta con piselli e aglio, pasta coi peperoncini piccanti, pasta coi fagioli rossi, pasta con le olive. Dopo lo spettacolo proseguiamo la festa di compleanno con bottiglie di grappa che si autoriproducono.

    Chi ha detto che gli anarchici non sanno come far festa? Tra un brindisi e l’altro, intervisto una femminista anarchica studiosa di storia, e registro le canzoni tradizionali del secolo scorso che lei canta per me – canzoni di lavoratrici italiane, zoppicanti per le lunghe ore in cui stavano in piedi nell’acqua fredda delle risaie allagate, che rientravano a casa stanche morte e sottopagate, come al solito. E le raccoglitrici di riso odierne?

    A mezzanotte, rinforzato dalla grappa e dallo spirito di Bakunin, mi ritrovo seduto dietro una Moto Guzzi. È una grossa moto italiana, ma mi tengo aggrappato perché la vita mi è cara. Non mi è d’aiuto sapere che quello che guida è ubriaco marcio, non aiuta il casco che mi sta male e che a ogni blocco di acciottolato mi rimbalza cinquanta volte sulla testa. Per farmi forza, canticchio una canzone che mi ha insegnato la studiosa di storia. Arriviamo illesi, e tutti e due cantiamo gli auguri di compleanno per Bakunin, barcollando dentro un tranquillo appartamento italiano. Una volta dentro, ci accoglie l’assonnata moglie del mio amico e i brindisi continuano: a Emma Goldman, a Enrico Malatesta, a Buenaventura Durruti, a Peter Kropotkin, a Noam Chomsky e a tutti gli altri anarchici che ci vengono in mente, vivi o morti.

    I loro spiriti mi raggiungono per discutere, mentre vagheggio: cosa può fare un gruppo rock’n’roll anarchico per creare un mondo nuovo, libero, meraviglioso? Una musica da ballo? Una musica per occupare e prendersi le banche, i municipi, le fabbriche, le scuole, gli autolavaggi? Una musica per aiutare a trovare le alternative? Una musica che serva a preparare la grande festa del dopo-rivoluzione? Non c’è un accordo. Mi giro e mi rigiro, senza trovare riposo.

  • Poznan, Polonia, Agosto 1937

    da L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret di Norman Nawrocki (p. 32) 

    Caro Franek,

    ho parecchie notizie da raccontarti. Da quando sei partito, il nostro paese non è più lo stesso. I giornali parlano di una Polonia che ‘vive nella paura’. È vero.

    Prego che il Canada sia più pacifico che non qui. Abbiamo paura di Hitler sì, ma anche dei suoi sicari fascisti del posto – della nostra stessa gente. Terrorizzano quelli che odiano. Spaccano le finestre dei negozi ebrei. Aggrediscono gli omosessuali per strada. Non sappiamo chi sia omosessuale. I sicari li chiamano così e li picchiano. Picchiano anche gli zingari. È terribile. Adesso denunciano chiunque chiamino ‘radicale’. Ricordi lo Zio Janousz? È l’organizzatore del sindacato anarchico a Poznan. È un radicale. Lotta per la gente e stava parlando ai comizi pubblici contro il fascismo. Una notte non è tornato a casa, è scomparso. Zia Lenowa non ha sue notizie. Preghiamo e speriamo che sia da qualche parte al sicuro.

    Non sono un uomo da politica, ma la violenza di questi sicari nelle strade, questo linguaggio di odio, da mercanti di paura, questa lingua del veleno nazista mi sta facendo davvero infuriare. Mamma dice che dovrei stare attento e che devo rimanere calmo. Ma come faccio, quando vedo l’ingiustizia e sento intorno a me le menzogne?

    Tutti parlano del fatto che quella canaglia di Hitler sta invadendo la Polonia. Se dobbiamo lo combatteremo, so che lo farei. Ma possiamo vincere? Hitler ha un grande esercito, con spie e leccapiedi, qui, che tradirebbero le loro stesse madri se lui glielo chiedesse. Il solo pensiero mi fa star male. Mamma va in chiesa tre volte al giorno a pregare che tutto questo finisca.

    È una fortuna che tu non sia qui. Avrei voluto venire con te. Parli inglese, adesso? Hai comprato un’automobile canadese? Non abbiamo ricevuto nessuna lettera da te. Devi scrivere. Mamma è molto in ansia per te. Le prugne sull’albero stanno iniziando a maturare. Spero che mamma farà la marmellata. Forse possiamo mandartene un po’. Voleva mandarti le frittelle, ma le ho detto di no: con tutto il tempo che ci metterebbero per arrivare in Canada diventerebbero pietre. Vi servono altre pietre in Canada? Fammi sapere. Ha, ha.
    Prega per noi, Franek, per favore. Ci manchi e ti mandiamo il nostro amore.

    Harry

  • Indispensabile premessa

    Indispensabile premessa

    (dall’introduzione di Taxi)

    Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
    Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
    In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
    Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
    La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
    Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
    Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
    La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
    Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
    Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
    Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
    Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
    Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
    Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.

    Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
    (traduzione di Ernesto Pagano)

  • da “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret” di Norman Nawrocki (pp. 3-5)

    I saw myself, held myself, hand to hand
    Headless, I, too, walked in this strange new land.

    In genere, avrei nascosto il mio diario sotto il letto, sperando che nessuno osasse guardarlo. Adesso, invece, vi chiedo di darci un’occhiata. Scorrete rapidamente le pagine. Leggete cosa succede quando quelli del mio gruppo e io decidiamo di iniettare un po’ di rock’n’roll canadese, anarchico, importato, nelle braccia aperte dell’Europa. Dal vivo, come Rhythm Activism, mettiamo in scena un cabaret politico di alto livello che assicura di scuotere, turbare e mettere in discussione. Come? Prendiamo il meglio del cabaret tradizionale europeo, lo combiniamo con il peggio della tv americana, vi gettiamo dentro una musica tradizionale e all’avanguardia piena di sorprese, aggiungiamo un po’ di farsa, costumi e maschere e rinforziamo il tutto con un messaggio sociale impegnato. Facciamo anche ballare la gente, da Berlino a New York. Sulla carta, è dura riprodurre l’energia e il puzzo di quattro ragazzi che suonano come se ogni show fosse l’ultimo, come se ogni parola, ogni movimento delle dita e delle mani contasse quanto un battito del cuore o un respiro. Sul palco, il mondo reale arretra, e si ferma. Il mal di testa scompare. Il cibo unto e nauseante prima dello show non c’è mai stato. Se non fa parte della scaletta, dimenticalo. Quello schizzo di sangue? Mettilo in scena. Il microfono inclinato, l’amplificatore fumante, la corda sfasata, i calzini umidi e sudaticci, i cavi: fottuti cavi economici in sconto, mai che funzionassero bene, maledetti – questo mondo conta. Sono cruciali le qualità di esecuzione della plastica, della gomma, del metallo, del legno, delle corde vocali, dei muscoli e delle ossa – questo è importante. Una stonatura fa male. Trecento paia di orecchie possono non farci caso, ma le tue sì. Fai un casino, e i compagni della band sanno essere implacabili. Dai di più della notte precedente e forse nessuno se ne accorge. Perché sul palcoscenico, per quell’ora o due di questa sera, conta la verità del tuo La vibrante, conta la resa, la sostanza di ciò che stiamo cercando di dire, conta ogni emozione guidata dall’istinto. Non esiste nient’altro. O almeno, questo è ciò che ci convinciamo a credere. Ma la musica, il teatro, lo slancio ad esibirsi sono solo una parte di questa storia a volte triste, a volte esilarante, di uno speciale tour europeo visto attraverso i miei occhi iniettati di sangue. Il resto – i momenti che stanno in mezzo – ha poco a che fare con il mondo della musica, della scenotecnica e della cultura d’avanguardia della band. Il resto sono ‘fiabe urbane’. Parlano della nuova sottoclasse multietnica europea: i poveri che lavorano, gli immigrati, i giovani emarginati e i vecchi che vivono nell’ombra. Per loro non ha importanza la nostra musica, non conta la nostra capacità d’interessare il pubblico, né il nostro tentativo di contribuire a promuovere la ‘resistenza culturale’. L’Europa ama gli artisti che la visitano, e ci tratta bene. Ma quando mai l’Europa è stata generosa con i rifugiati, con i Rom, con i lavoratori immigrati, con i sempre fedeli Slavi, con le donne che lavorano per le strade e i mendicanti che tengono i marciapiedi sgombri da mozziconi di sigarette e torsoli di mele? In un mondo di fantasia globalizzata, queste persone rappresentano il nuovo volto sfregiato dell’Europa: incerto e insicuro, carico di un disincanto crescente. Riflettono un’Europa in movimento, segnata da tensioni politiche e razziali nel momento in cui est e ovest, vecchio e nuovo, competono per il futuro ricordando il passato. Questo libro è stato scritto tra un soundcheck e l’altro, caricando e scaricando l’attrezzatura della band, sorseggiando birra. Ho trascorso il mio tempo con decine di ragazzini di strada, prostitute, barboni e senzatetto che incontravo sulle panchine dei parchi, nei caffè alle stazioni degli autobus e nei vicoli puzzolenti dietro ai locali in cui suonavamo. Tra cibo e bevande condivise, ascoltavo. Queste conversazioni diventavano storie vere e racconti incredibili – la realtà di gente a cui nessuno di solito dava ascolto. Benché non possa rivedere queste persone, potrebbero essere i miei vicini o i vostri, la donna licenziata la scorsa settimana o il tipo che invecchia sulla panchina alla fermata dell’autobus. Potrebbero stare fra il pubblico del nostro prossimo tour o sulla prima pagina di un giornale a chiedere a gran voce Lavoro, Cibo, Pace e Giustizia.
    In questo libro ho cambiato i nomi e le caratterizzazioni dei membri della band. Tra le pagine del diario ci sono lettere di uno zio a mio padre. Pensavo che queste lettere fossero scomparse, ma sono riemerse in tempo per essere incluse nel libro. Vedete, questo non è stato un tour normale. Mio padre malato mi ha chiesto di rintracciare suo fratello di cui non aveva notizie da anni. Gli ho detto che avrei provato. Siamo un gruppo, e la nostra musica vive di video, di CD e di Internet. Ogni tanto impareremo che la nostra musica ispira gli ascoltatori, li trasforma in sostenitori e li aiuta a rafforzare o a dar vita alle loro visioni di un mondo nuovo, più libero e più onesto. Vorrei pensare che queste storie daranno pure vita a visioni diverse, anche se per un solo momento – quel momento in cui verità e finzione, realtà e sogno diventano indistinti, in cui i sogni degli stranieri, i sogni di quelli del mio gruppo, i sogni dei miei amici e i vostri sogni, cari lettori, vengono liberati, mettono radici e crescono. Unitevi a me e al Diavolo e lasciate che questo cabaret abbia inizio.

    Norman Nawrocki,
    Montréal, 2002