Tag: Gaza

  • Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

    Innanzitutto un’istantanea: un ragazzo, seduto sul tetto della propria abitazione a fumare placidamente uno spinello, che guarda un insolito cielo notturno. Non sta cercando le risposte tra gli astri, né si sta godendo uno spettacolo pirotecnico. Osserva Gaza, la sua terra, colpita dai bombardamenti. Siamo in Palestina all’inizio del secolo, e siamo tra le pagine di “Fuori da Gaza“, il romanzo d’esordio della scrittrice Selma Dabbagh, tradotto da Barbara Benini, edito in Italia da il Sirente.

    Dopo questa cartolina dall’inferno, si aggiunga al conto degli elementi fondamentali del romanzo: il conflitto. E’ questo il vero tema portante della storia. Il conflitto che ogni giorno sfocia nel sangue, quello che, a ogni latitudine, è sempre dannatamente attuale. Lo stesso che, in maniera meno cruenta, può consumarsi tra le mura domestiche. Protagonisti, in questo caso, i gemelli Rashid e Iman Mujahed, così uguali di fronte allo specchio eppure tanto diversi, al punto che le loro divergenze diventano l’espediente narrativo perfetto per raccontare i continui contrasti, tanto politici quanto bellici, di una società ormai avviata al declino. Un impero alla fine di una sanguinosa decadenza.

    Il terzo elemento portante è: la fuga. Quel desiderio di scappare da un territorio ormai sgretolato  sotto gli occhi di chi non accenna a reagire; una fuga per andare alla ricerca di nuovi stimoli, o di una vita fatta di normalità, concedendosi magari uno di quegli “occidentalismi” che appaiono sempre come una chimera. Il desiderio, o il senso di ribellione, di sfuggire ad abitudini e tradizioni che, ormai, i protagonisti avvertono come un peso insostenibile che li porterà lontano dal loco natio.

    Il quarto solido pilastro sul quale si fonda questa storia è: la veridicità. Quella che Selma Dabbagh utilizza per descrivere personaggi, scenari, situazioni che fanno parte solitamente della cronaca internazionale e che vengono qui riproposte all’interno di un romanzo capace, come pochi, di scuotere la coscienza del lettore, non prima di averlo conquistato con uno stile al passo dei tempi e con una storia che sa di vero, senza dover ricorrere a luoghi comuni o a immagini già viste in televisione

    Paquito Catanzaro per Leggere Tutti, Marzo 2018

     

  • Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

    Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

    Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

    Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

    di Delia Vaccarello Globalist

    Chi sono i giovani palestinesi? Siamo in grado di intuire le loro storie, i sogni, il desiderio di avere un futuro, le strategie messe in atto per realizzarlo? Forse respiriamo un’aria troppo intrisa di pregiudizi, forse siamo tutti presi nella rete di una soffocante quanto diffusa islamofobia per intravedere i profili dei ragazzi della Striscia. A farci entrare nelle vite di Rashid che vuole andare a studiare a Londra e di Iman, la sorella gemella, alla quale viene proposto di farsi esplodere in un attacco suicida è Selma Dabbagh con il suo romanzo “Fuori da Gaza” pubblicato e tradotto dalla casa editrice Il Sirente. Rashid vuole andare via, anche se lavora in un centro di volontariato, anche se conosce il senso della lotta per il suo popolo, è “fuori”.

    E’ già fuori quando ci sono i bombardamenti, e lui fuma uno spinello fatto grazie a Gloria, la pianta di marijuana che coltiva con passione, è fuori quando vede nella sua camera dvd con vampiri e poltergeist, è fuori quando pensa alla ragazza che lo fa impazzire. E quando riceve la mail con la comunicazione della borsa di studio per l’Inghilterra sa bene che equivale per lui a una scarcerazione.

    Iman è dentro. Ma qualcuno vuole che lo sia ancora di più. “Abbiamo un compito per te”, le viene detto da una donna che l’avvicina anticipandole altri contatti. Viene portata a vedere in una stanzetta i giovani corpi delle vittime dell’ultimo bombardamento, la scorgiamo intenta a osservare un depliant di un centro per i mutilati che ha visitato mesi addietro. E la immaginiamo soccorrere bambini con moncherini e tubicini in bocca. Hanno un fratello maggiore che sta faticosamente cercando di scrivere un saggio sull’Intifada e che a differenza di loro ha una vita ormai tragicamente segnata dai bombardamenti, non ha le gambe e patisce i dolori atroci delle piaghe sul fondo schiena. Con una scrittura sensuale, capace di modulare termini raffinati e linguaggio quotidiano insieme a un lessico della paura e dell’orrore Selma Dabbagh scrive un romanzo d’esordio illuminante, Guardian Book of the year per due anni consecutivi.

    La narrazione di ciò che avviene entro il nucleo familiare diventa specchio delle divisioni della società palestinese e del modo diverso di concepire la Resistenza, molto influenzato dai diversi approcci generazionali. Lo sguardo della scrittrice anglo-palestinese tratteggia un fuori che appare un “non luogo” tanto agognato quanto irragiungibile, rappresenta il desiderio non solo di una vita normale ma anche di allentare o dimenticare anche solo per un istante l’occupazione, quasi diventata ormai non solo condizione storica e politica dei palestinesi ma anche esistenziale.

    Rashid riesce a raggiungere il suo “fuori”. Nell’anno londinese, conquistato grazie alla borsa di studio, lo sorprendiamo chiedersi quale sia il suo dovere nazionale “strappato da qualsiasi luogo tranquillo gli fosse stato offerto, spinto in un mondo conflittuale dove non aveva spazio”. Dopo pochi istanti lo vediamo leggere una email del fratello che lo riporta in Palestina, che gli narra delle divisioni con una parte dei parenti, dovute a questioni politiche, dell’organizzazione per favorire coloro che non hanno un appartamento e vivono in tenda, della nuova casa lasciata dalla moglie di un uomo collaborazionista dove andranno, una casa con un giardino auspicabile per chi vive in carrozzina, dove la madre sta già allestendo un orto…. Rashid è a Londra ma non è a Londra, adesso che è fisicamente “fuori” non può davvero esserelo. A strattonarlo tra Inghilterra e Gaza sono email, discorsi politici, ma anche gli incubi che turbano il suo sonno. E qui il senso della narrazione da storico e antropologico si fa anche più profondo. Per quanto si sogni e realmente si vada “fuori”, nulla è fuori, sembra suggerirci l’autrice.

    Tra dentro e fuori nessuna differenza.

    10 novembre 2017

  • FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

    FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

    ARRIVA IN ITALIA “FUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

    “Sto parlando troppo, vero? Non riesco proprio a farmi entrare in testa ciò che ho visto”
    “Non è qualcosa che si possa ‘far entrare in testa’. E’ troppo ingiusto per farsene una ragione, troppo incasinato per sbrogliarlo. E se ti sforzi di comprenderlo, se in qualunque modo cerchi una giustificazione, allora sei fottuta. E noi siamo spacciati”

    Palestina, Gaza, primi anni Duemila. Un giovane uomo siede sul tetto della sua casa, di notte, e osserva i bombardamenti che sconquassano la Striscia. Non occorre molto tempo per capire che siamo all’inizio della Seconda Intifada, una delle pagine più buie e dolorose che la popolazione palestinese abbia vissuto.
    E’ così che prende avvio “Out of it” – “Fuori da Gaza” nella traduzione italiana edita da Il Sirente – romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh.

    E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALL’INTERNO.

    Come in altri romanzi è ancora una volta una famiglia ad essere espediente letterario e cuore della narrazione, perno di una storia che si articola seguendone le dinamiche intime e profonde, in un contesto tanto difficile da spiegare che a volte – come in questo caso – è molto più efficace non farlo. Lasciando piuttosto che sia lo sguardo dei protagonisti – i gemelli Rashid e Iman Mujahed, intensamente legati eppure diversi – a condurre il lettore in un viaggio attraverso la “banalità del male” e le sue conseguenze.

    E saranno proprio le divisioni all’interno della famiglia a farsi specchio delle medesime spaccature in seno ad una società stanca di assedio e di occupazione. Attraverso la sua narrazione infatti Dabbagh riesce a ricostruire in modo semplice, ma estremamente efficace, le caleidoscopiche sfaccettature di una società complessa, in cui tutto è politico, persino l’esistenza.

    E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

    Nel farlo, Dabbagh include con maestria elementi centrali della questione palestinese, come la diaspora, il diritto al ritorno, il disperato tentativo di costruirsi, nell’Altrove possibile, una vita normale.

    ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHE “OSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

    Fuori da qui non è più solo il desiderio dei giovani protagonisti di uscire dalla Striscia di Gaza che li soffoca. E’ anche il modo in cui si sentono, in fondo, fuori dal nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi; è il desiderio di liberarsi della Palestina solo per un istante, senza poterlo fare. Di poter parlare, ogni tanto, di altro. E’ il non poter dimenticare chi si è, anche quando si è Altrove. E’ il tentativo di evadere non solo da un luogo, ma anche dalle pressioni sociali, dalle aspettative familiari, dai ricordi del passato e dal perenne paragone con esso. Un fuori che accomuna tutti: lo sono Iman e Rashid quando lasciano Gaza, ma anche il loro padre, che nel villaggio palestinese da cui proviene sa di non poter più fare ritorno.

    NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELL’ATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

    Attraverso la voce di una giovane generazione spesso invisibile, di cui assai raramente si scrive. Che sente il peso non solo dell’occupazione, ma soprattutto delle sue conseguenze. Quelle più piccole, intime ed apparentemente insignificanti, ma che hanno a che fare con una sfera identitaria e profonda. Una generazione che vorrebbe, in fondo, solo una vita normale.

    Con la sua narrazione Selma Dabbagh tratteggia personaggi credibili con incredibile abilità, arricchita da piccoli ma straordinari particolari, destinati a rimanere impressi a lungo. E riesce nell’impresa di farci vedere il mondo attraverso il loro sguardo, che si scambia e si alterna, in un racconto corale che unisce molte voci senza confonderle mai.

    ***

    “Si era formato un capannello di persone intorno a un contadino che stava gridando con dei mazzi di fiori in mano. Tutti urlavano contro la chiusura del confine. Protestavano per i fiori che appassivano. Per quei fiori che sembravano mettere così seriamente a rischio la sicurezza. Per il fatto che sarebbe stata la fine per lui. Ci avrebbe nutrito le sue mucche, con quei fiori. Li avrebbe buttati (la folla ama queste cose). No, anzi, li avrebbe regalati a tutte le donne. E infatti alcuni ragazzi si erano messi a correre in giro con i fiori, e Iman si era ritrovata tra le braccia un bouquet bagnato, da cullare come fosse un neonato. Riusciva a vedere tutta la scena, ma da una certa distanza, quasi stesse accadendo dall’altro lato di uno spesso pannello di plexiglas sporco, uno di quelli dietro cui si sedevano le loro guardie. E se ne stava ferma lì, in mezzo alla strada, immobile. Attendendo solo che quella cortina si alzasse”.
    (Estratto da “Fuori da Gaza”, traduzione di Barbara Benini).

     

    Cecilia Dalla Negra per QCODEMagazine