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  • Un uomo non piange mai | Senzaudio

    Un uomo non piange mai di Faïza Guène

    “Nessuno ricomincia da zero, nemmeno gli arabi che lo zero lo hanno inventato, questo diceva mio padre”.

    Mentre affrontavo la lettura mi sono interrogato spesso sugli stereotipi. Sul motivo per cui a volte delle verità acclarate assumano dei connotati negativi. Soprattutto quando una cultura ne osserva un’altra. Succede a noi quando guardiamo fuori dalla nostra finestra, succede agli altri quando sbirciano in casa nostra al calar del sole. E’ inevitabile ed è sempre stata una fonte di antipatie, di problematiche di difficile risoluzione. Spesso ha dato il via a sentimenti che sono sfociati nel razzismo e nel volgare affossamento degli altrui valori culturali. Io penso che quando un paese fatica a ragionare in termini di cultura, quando un paese fatica a capire di cosa è fatta la propria cultura abbia difficoltà ad accettare le altre culture, parta dagli stereotipi, dalla derisione e poi il resto. Ben più grave.

    Tutti questi pensieri sono scaturiti dalla lettura di “Un uomo non piange mai” (un titolo che di per sé avrebbe l’anima dello stereotipo) della scrittrice francese di origini algerine Faïza Guène.

    Il libro racconta una storia dal punto di vista dell’unico figlio maschio di una famiglia di immigrati algerini. Attraverso lo sguardo di Mourad Chennoun possiamo partecipare alla vita di una famiglia con un piede in Algeria e l’altro in Francia. Con una figlia che prova ad emanciparsi, a sfuggire a tutte le imposizioni culturali che la vogliono, secondo lei, grassa, brava a cucinare e sottomessa al marito. Abbiamo un padre dedito all’accumulo compulsivo di qualsiasi robaccia gli capiti a tiro e una figlia, Mina, che invece decide di seguire le orme che la famiglia ha tracciato. Sopra a tutti, la madre. La madre con i suoi attacchi di tachicardia, ipertensione, emicrania e qualsiasi altra malattia immaginaria possa servire a insinuare negli altri il senso di colpa. Un personaggio che a tratti fa sorridere se non fosse che le sue pressioni influenzano la vita dei figli. Douna la figlia emancipata viene espulsa dalla tribù come fosse un calcolo. Viene dimenticata fino a che, alla fine, qualcosa tira nuovamente le redini della famiglia e fa dire a Douna stessa: alla fine ha vinto comunque mamma.

    Un libro in cui lo stereotipo viene cavalcato e sviscerato, portato al grado di analisi sociale. Un libro affascinante nella sua semplicità eppure travolgente per i temi che tratta. La seconda possibilità, il mantenuto dalla bella ereditiera, la prostituzione, l’integrazione degli emigrati nelle Banlieau e la speranza di essere qualcuno anche al di fuori della cerchia familiare.
    In tutto questo svetta la voce del narratore, quel Mourad che incontriamo da bambino e lasciamo da adulto, sempre in preda al panico “Imodium, imodium, imodium” sempre con uno sguardo al futuro e uno al passato, sempre sull’orlo di esplodere e dire, finalmente, non ciò che ci si aspetta da lui, ma ciò che lui realmente pensa. Un personaggio che illustra perfettamente la tensione tra due culture diverse, la tensione tra ciò che ci si aspettata da una persona (lo stereotipo) e ciò che questa persona è in grado di dare (la verità).

    Da un anno a questa parte l’unica cosa che si può dire de “Il Sirente” è che ogni libro è migliore del precedente.
    Ottima la traduzione dal francese di Federica Pistono.

    Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria”a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kiffe Kiffe, demain, 2004). Accolto come il prototipo de nuovo romanzo “sociale” francese, il libro è tradotto in 26 lingue e vende oltre 400.000 copie. L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”. Faïza Guène è anche autrice di cortometraggi e documentari.

    Recensione di Gianluigi Bodi Senzaudio

  • Articolo senza titolo 7711

    La Mecca-Phuket di Saphia Azzedine

    di Gianluigi Bodi per Senzaudio

    Quando ho iniziato a leggere questo libro la prima cosa che è affiorata sulla punta della lingua è stata: che voce originale ha questa narratrice!
    Quando ho terminato il libro, in realtà poche ore dopo visto che mi sono lasciato trasportare dalle pagine, non ho potuto che confermare quella prima sensazione quasi istintuale.
    Con “La Mecca-Phuket” Saphia Azzeddine ha scritto un libro davvero molto interessante in cui i personaggi spiccano per originalità e i dialoghi disegnano ogni volta delle parabole sempre diverse.
    Fairouz, la giovane protagonista di questo libro, ha un carattere spigoloso e fatica a piegarsi alle tradizioni consolidate. Semplicemente, ciò che è deciso, per lei non ha interesse. Si muove su una linea sottile tra tradizioni familiari e voglia di integrazione. Abita nelle Banlieu parigine, vive la stessa vita che vivono tanti ragazzi nella sua condizione eppure la dignità che sprizza dalla sua persona è accecante. Sembra quasi di vederla affrontare il prossimo con lo sguardo aguzzo di chi non ha voglia di sottostare a regole che non sente proprie. Attorno a lei i genitori, ancorati ad un retaggio arabo e convinti di non essere degni della città che li ospita, convinti di meritare accondiscenza e sopportazione. Fairouz invece non è così. Lei porta avanti, prima di tutto, sé stessa. Non la propria tradizione, non i retaggi di un passato che le sta stretto. Lei non è ciò che gli altri vogliono che lei sia. E’ dignità, intraprendenza, intelligenza.
    Ma la sua è una vita in bilico tra valori ereditati e valori ai quali tendere. Ed è per questo che la figlia devota decide di regalare un viaggio alla Mecca ai genitori (assieme alla sorella), mentre la figlia che dovrebbe essere Fairouz per assecondare i propri desideri decide di cambiare le carte in tavola. Ed è per questo che il rapporto con il fratello è particolare. Il fratello sembra quasi decidere di essere lo stereotipo che la gente si aspetta che sia. Scansafatiche e dedito a furtarelli che nemmeno riesce a mettere in atto vista la sua inettitudine nel campo. Fairouz invece, da dentro, vede oltre, vede le qualità del fratello, esige che si smarchi dalla macchietta che rischia di diventare.
    Questo è un libro che fa riflettere sull’integrazione da dentro. Non è una morale calata dall’alto. E’ qualcosa che prende vita lì dove la vita deve essere. Saphia Azzeddine ha utilizzato una lingua viva, una lingua che nasce nelle banlieu e mette in comunicazione la strada con i piani alti. Una lingua fresca, se mi passate il termine, in continuo movimento.

    Davvero ottima la traduzione dal francese di Ilaria Vitali. I libro comporta delle insidie linquistiche non di poco conto.

    Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Passa l’infanzia in Marocco fino all’età di nove anni, quando si trasferisce con la famiglia in Francia, a Ferney-Voltaire. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con l’acclamato romanzo Confidences à Allah, adattato a teatro (2009) e in fumetto (2015). Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, a cui affianca esperienze di attrice (L’Italien, 2010) e regista. Nel 2011 ha adattato per il grande schermo il suo secondo romanzo, Mon père est femme de ménage (2009). Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile, tema affrontato con un’ironia graffiante che si tinge a tratti di poesia.
    6 Marzo 2017
    Nella stessa collana:
    Rodaan al Galidi “l’Autistico e il piccione viaggiatore
    Abbas Khider “I miracoli
    Sumia Sukkar “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra
  • AHMED NÀGI – VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

    AHMED NÀGI – VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

    A maggio 2016, durante il salone del libro di Torino, sono passato davanti allo stand delle edizioni “Il sirente”. Ho fatto quattro chiacchiere con la persona che in quel momento era allo stand (non farò nomi e cognomi ne tantomeno dirò la sua mansione). Tra una parola e l’altra mi chiede se mi poteva interessare un piccolo libricino. Era un estratto da un libro. L’estratto era importante perché riproduceva la parte incriminata del libro, la parte che aveva portato alla condanna dell’autore. Sono passati alcuni mesi, il libro è uscito, io l’ho letto e ho una cosa da dire: non leggete i libri perché gli autori sono stati imprigionati, leggeteli perché vi potrete rendere conto della prigione che sta diventando il mondo.

    Il libro in questione è “Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi. Nell’edizioni Il Sirente ci sono delle illustrazioni di Ayman Al Zorqani che fanno da complemento al libro e spesso si intrecciano con la narrazione.

    Siamo in Egitto, verrebbe quasi da dire che stiamo visitando una realtà distopica, se non fosse che il nostro rapporto con l’Egitto tutto piramidi e sfingi è cambiato irreparabilmente con la morte di Giulio Regeni. Non si tratta più di una meta turistica per famiglie annoiate, si tratta di altro, di qualcosa che sale oscuro dalla sabbia. La maledizione di Tutankamen è ricaduta sugli abitanti stessi.

    Ahmed Nàgi ci racconta, con una scrittura diretta che non si abbandona ai compromessi, un Egitto frammentato, malato e cinico. Racconta una città, Il Cairo, dove le passioni sono marcite, l’amore è un piccolo puntino lontano, il potere e la politica hanno sovrastato tutto come una colata di cemento. All’interno di questa cornice veniamo ad incontrare personaggi che fatichiamo a riconoscere come reali, ma che sfortunatamente (il più delle volte) lo sono. Bassàm Bahgat protagonista del romanzo e regista di documentari che hanno lo scopo di raccontare la città e sono sponsorizzati dalla “Società degli Urbanisti.” Ihàb Hassan, un intellettuale membro di questa fantomatica società che per nutrirsi spreme polli seminudi. Mona Mei, il lato sentimentale amoroso ed erotico e altri personaggi che fanno da corollario al protagonista.

    Anche se, a dirla tutta, la protagonista principale è la città di Il Cairo. Una città distrutta da una catastrofe. Una città moralmente in declino, dai costumi scostumati che riflettono l’abbandono delle persone alla mediocrità e al disprezzo per il prossimo.

    Il libro di Ahmed Nàgi non va letto perché l’autore è rinchiuso in un carcere perché ad un cretino qualsiasi con un po’ di potere è venuto mezzo infarto leggendo una scena di sesso esplicito, questo libro va letto per rendersi conto di dove ci può portare la strada che abbiamo intrapreso. Una strada in cui nulla sembra avere più davvero importanza.

    Notevole la traduzione di Elisabetta Rossi e Fernanda Fischione.

    Un plauso alla casa editrice. Da quando ho conosciuto “Il Sirente” una lacuna letteraria si sta lentamente riempiendo. C’è ancora tanta strada da fare, ma un po’ alla volta, seguendoli, conto di riuscire a colmarla del tutto.

    Ahmed Nàgi è uno scrittore e giornalista egiziano, collabora con numerose testate nazionali internazionali. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Arrestato nel Marzo 2016 e condannato a due anni di prigione dal tribunale di Bulaq (Egitto) per “offesa alla pubblica morale” a causa del suo ultimo libro “Istikhdam al-Hayat” (“Vita: istruzioni per l’uso”). Per le nostre edizioni ha pubblicato “Rogers e la via del drago divorato dal sole” (il Sirente, 2010).

    Senzaudio, Gianluigi Bodi 10/11/2016