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  • LA MECCA – PHUKET

    LA MECCA – PHUKET

    LA MECCA – PHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

    Ilaria Vitali, traduttrice di “La Mecca – Phuket”, nella prefazione al libro di Saphia Azzeddine ha scritto di “un’arte di essere indocili”. Espressione, secondo noi, molto appropriata perché la protagonista del racconto, Fairouz Moufakhrou, figlia di immigrati marocchini, per emanciparsi senza tragedie dalle abitudini folkloristiche e ipocrite presenti nella banlieue parigina, dovrà per forza di cose tenere a debita distanza tutto quello che, in famiglia e nel suo giro di amicizie, sa di luogo comune, di taroccamento e di caricaturale.

    Tutto facile in teoria, molto più difficile nella pratica; non fosse altro che Fairouz e la sorella Kalsoum sono affezionate ai loro genitori, di fatto poco integrati e tuttora legati a una cultura a dir poco tradizionalista. Il padre, tanto per dire, passa giornate intere presso delle saddaka (veglie funebri), che alla famiglia “costano un occhio” (pp.106). Comprensibile allora che le due sorelle intendano regalare loro un viaggio alla Mecca, nonostante lo “hajj” degli immigrati si sia ormai impelagato in pratiche consumistiche – vedi la viscida figura del sig. Ourghidour, titolare di un’agenzia viaggi –  alla stregua di una vacanza a Phuket, nota località thailandese e perenne tentazione di Fairouz. Se i risparmi saranno spesi per la Mecca o per Phuket, scegliendo così tra due versioni di consumismo, lo sapremo solo al termine del racconto. Più interessante tutto quello che precede, ovvero il sarcasmo di Fairouz, alimentato dall’insofferenza, mitigato dalla comprensione, sempre alle prese con una fauna che si agita, neanche troppo disperata, tra due culture: una situazione che il più delle volte lascia nel limbo gli immigrati di prima e di seconda generazione.

    Questa rappresentazione di indocilità, come ci ricorda Ilaria Vitali, deve essere stata una sfida molto complessa per un traduttore, di fronte alla lingua stratificata e usata da Saphia Azzeddine (e quindi dalla nuova generazione di franco-magrebini), tra “nuovi codici sincretici e polifonici” (pp.xi), français cassé e “argot des cités”. Il risultato è curioso,  spesso rivelatore di quel “limbo”, grazie ad un procedere molto disinvolto e a momenti di schietta ironia: “E visti i programmi della TV francese di oggi, un culo poteva spuntare dal niente, a qualunque ora, anche la domenica mattina sul 2 non era impossibile. Quindi, quando c’era mio padre, ci beccavamo per forza i canali marocchini che passavano da una ricetta di cucina a un canto coranico a una ricetta di cucina” (pp.33).

    Un contesto periferico dove la teatralità ha un grande peso, nel quale gli stereotipi impazzano e che possono diventare strumenti per costruire nuove personalità: “Quando  ero piccola, i miei ci obbligavano a seguire gli insegnamenti dell’onorevole Addelkader Al-Islam, al secolo Didier Parmentier, convertito all’Islam dopo che le sue vacanze al Club Med di Karachi erano state accorciate a causa di un raid americano andato storto. Faceva il giro delle banlieue travestito da arabo purosangue a salutava gli alunni con una mano sul cuore […] I suoi viaggi sulle montagne del Cashmere facevano di lui un eletto e lui ci giocava su per intessere una leggenda fabbricata comunque su un grosso malinteso” (pp.70).

    Parole evidentemente piene di disincanto in un libro che pullula di personaggi dalle prospettive molto limitate, nutrite di maldicenze e stereotipi. Qualcosa che si coglie fin dalle prime righe del romanzo: “Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il massimo che ti sentivi rispondere. Oltre si sfiorava il blasfemo. Non ci si avventurava mai. Per paura che la gente dicesse che” (pp.5). Viste queste premesse si può comprendere come il tentativo di Fairouz di coinvolgere genitori ed anche il fratello Najiib, un ladruncolo perditempo, ad un’esistenza meno convenzionale risulti un’impresa titanica; soprattutto quando l’integrazione, già complicata per mancanza di cultura, o viene rifiutata in nome di usanze che da tempo hanno perduto la loro ragion d’essere, oppure viene soltanto lambita in virtù di atteggiamenti superficiali e sulla scorta del più avvilente consumismo. Così anche il campo della religione agli occhi di Fairouz diventa specchio di un certo modo di vivere: “A quanto pare, ci sono due modi di rapportarsi a Dio qui sulla terra. Ci sono quelli che chiedono perdono e quelli che dicono grazie” (pp.121). Parole che precedono la decisione di come utilizzare i risparmi di Fairouz: se spenderli per il viaggio alla Mecca oppure per la vacanza a Phuket.

    Saphia Azzedine

    Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Ha trascorso l’infanzia in Marocco e all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con il romanzo “Confidences à Allah”, da cui sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto. Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, cui affianca esperienze di attrice e regista. Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile. In Italia è stato tradotto il suo romanzo “Mon père est femme de ménage” (“Mio padre fa la donna delle pulizie”, Giulio Perrone Editore 2011).

    Saphia Azzeddine, “La Mecca – Phuket”, Il Sirente (collana “Altriarabi”), Fagnano Alto 2016, pp.XII- 266. Traduzione dal francese di Ilaria Vitali.

    di  Luca MenichettiLankenauta, giugno 2017
  • Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

    Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

    LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

    L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

    di Ebe Pierini, “ItalNews” (25 aprile 2017)

    La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quartiere la definiscono sfrontata. Lei si definisce fiera e indomita.

    Non ero fiera di essere musulmana, ma semmai musulmana e fiera in generale.

    Non è un’eroina moderna la protagonista del romanzo di Saphia AzzedineLa Mecca Phuket” (Il Sirente). Fairouz è una ragazza normale, figlia di immigrati marocchini che vive in una banlieue francese. Una di quelle che da almeno un paio d’anni a questa parte sono divenute famose perchè da lì provenivano alcuni terroristi islamici e perchè è lì che maggiormente si incancrenisce la mancata integrazione che a volte partorisce l’estremismo.

    La sua è una lotta quotidiana contro la docilità, quella che le imporrebbe la sua cultura. In bilico tra la voglia di emanciparsi e l’amore per la sua famiglia. Quello stesso amore che nutre verso i suoi genitori che la spinge a mettere da parte dei soldi, con la complicità della sorella Kalsoum per regalare loro l’hajj, il pellegrinaggio islamico a La Mecca perchè possano finalmente vedere e toccare la Ka’ba e non essere più additati dai vicini in quanto ancora non hanno ottemperato ad uno dei pilastri dell’Islam.

    Da un lato il senso del dovere e del rispetto e quel salvadanaio che si riempie. Dall’altro la voglia di evadere, di regalarsi un sogno. Nel mezzo c’è l’odore dei piatti tipici marocchini, c’è l’atmosfera delle banlieue, c’è la difficoltà degli immigrati di integrarsi.

    Geniale l’idea dell’autrice di scegliere di attribuire ai genitori un linguaggio che è volutamente un ibrido tra il loro idioma originario e quello del Paese che li ospita. Così come è schietto, diretto, sfrontato, in alcuni momenti anche volgare il modo di esprimersi della protagonista. Ma è esso stesso ribellione ad uno schema, è esso stesso una forma di indocilità.

    Un romanzo che ci costringe ad interrogarci sulla condizione delle donne che vivono in determinati contesti famigliari e religiosi. “Sono passate dalla corda per saltare al fasciatoio, senza passare dalla casella baci rubati” sentenzia con amarezza Fairouz parlando di tante ragazze provenienti da famiglie di immigrati. Lei che scandaglia a fondo anche il rapporto tra uomo e donna. “Siamo l’una la metà dell’altro, ce la giochiamo a metà e ci godiamo il risultato a metà. Nelle religioni, le donne subivano sempre di tutto, come se Dio ce l’avesse personalmente con loro per qualcosa. Ma la mela e quella storiella che ne è derivata, può convincere all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fatto un sacco di capolavori che trasformano quella storia in una boiata. Che cosa abbiamo mai fatto che non abbiano fatto anche gli uomini, a parte generali in quande quantità?” si chiede.

    Una storia che ruota attorno a questa colletta per regalare l’hajj ai genitori che si chiude con un finale inatteso. Uno stile fluido e piacevole quello della Azzadine che dimostra in questo romanzo di saper trascinare il lettore dalla prima all’ultima pagina senza annoiare mai.

  • DISEGNARE LA NUOVA EUROPA | incontro con Jérôme Ruillier

    DISEGNARE LA NUOVA EUROPA | incontro con Jérôme Ruillier

    Jérôme Ruillier a Milano per presentare ‘Se ti chiami Mohamed’

    Jérôme Ruillier autore del graphic-novel ‘Se ti chiami Mohamed’ presenterà il suo libro il 18 Novembre alle ore 18,30 presso l’Institut Français di Milano (Corso Magenta, 63). Jérôme Ruillier ne parlerà con Ilaria Vitali (traduttrice del libro ‘Se ti chiami Mohamed‘, ricercatrice presso l’Università di Bologna, specialista di scritture migranti di lingua francese). Il 19 Novembre finissage, esposizione di alcune tavole insieme ad altri autori. Un’iniziativa di Institut français Milano e Eunic Milan, in collaborazione con WOW Spazio Fumetto – Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata.

    ruillerUn graphic novel originale, che con semplicità e chiarezza ricostruisce la storia dell’immigrazione maghrebina. Ispirandosi al giornalismo investigativo, Jérôme Ruillier racconta di vite precarie, di frequenti umiliazioni, di una complessa tessitura di rapporti che i tanti Mohamed hanno mantenuto con il paese d’origine e con quello d’accoglienza. Racconti autentici, lontani dai cliché, che abbracciano vari temi, dalla ricerca identitaria all’integrazione, dall’esclusione sociale al razzismo. Se ti chiami Mohamed ha ottenuto nel 2012 il dBD Award per il miglior fumetto reportage e il patrocinio di Amnesty International Italia.

    Titolo aprente la collana Altriarabi Migrante, finanziata con il progetto ‘Creative Europe’ dell’U.E., raccoglie le opere di giovani autori europei di origini arabe. Descrive i lineamenti della nuova geografia culturale europea, tratteggia il nuovo tessuto sociale multiculturale, multietnico e plurireligioso di cui sono composte le nostre città. Invita a combattere xenofobie e islamofobie. Invita a comprendere e a ritrovarsi.