Tag: Londra

  • Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

    Innanzitutto un’istantanea: un ragazzo, seduto sul tetto della propria abitazione a fumare placidamente uno spinello, che guarda un insolito cielo notturno. Non sta cercando le risposte tra gli astri, né si sta godendo uno spettacolo pirotecnico. Osserva Gaza, la sua terra, colpita dai bombardamenti. Siamo in Palestina all’inizio del secolo, e siamo tra le pagine di “Fuori da Gaza“, il romanzo d’esordio della scrittrice Selma Dabbagh, tradotto da Barbara Benini, edito in Italia da il Sirente.

    Dopo questa cartolina dall’inferno, si aggiunga al conto degli elementi fondamentali del romanzo: il conflitto. E’ questo il vero tema portante della storia. Il conflitto che ogni giorno sfocia nel sangue, quello che, a ogni latitudine, è sempre dannatamente attuale. Lo stesso che, in maniera meno cruenta, può consumarsi tra le mura domestiche. Protagonisti, in questo caso, i gemelli Rashid e Iman Mujahed, così uguali di fronte allo specchio eppure tanto diversi, al punto che le loro divergenze diventano l’espediente narrativo perfetto per raccontare i continui contrasti, tanto politici quanto bellici, di una società ormai avviata al declino. Un impero alla fine di una sanguinosa decadenza.

    Il terzo elemento portante è: la fuga. Quel desiderio di scappare da un territorio ormai sgretolato  sotto gli occhi di chi non accenna a reagire; una fuga per andare alla ricerca di nuovi stimoli, o di una vita fatta di normalità, concedendosi magari uno di quegli “occidentalismi” che appaiono sempre come una chimera. Il desiderio, o il senso di ribellione, di sfuggire ad abitudini e tradizioni che, ormai, i protagonisti avvertono come un peso insostenibile che li porterà lontano dal loco natio.

    Il quarto solido pilastro sul quale si fonda questa storia è: la veridicità. Quella che Selma Dabbagh utilizza per descrivere personaggi, scenari, situazioni che fanno parte solitamente della cronaca internazionale e che vengono qui riproposte all’interno di un romanzo capace, come pochi, di scuotere la coscienza del lettore, non prima di averlo conquistato con uno stile al passo dei tempi e con una storia che sa di vero, senza dover ricorrere a luoghi comuni o a immagini già viste in televisione

    Paquito Catanzaro per Leggere Tutti, Marzo 2018

     

  • Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

    Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

    Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

    Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

    Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

    Selma Dabbagh
    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

    In uno dei suoi versi più famosi, il poeta Mahmoud Darwish scrisse che il tempo, a Gaza, «non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico», e che «l’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante». Sembra prendere avvio proprio da queste parole il romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh, Fuori da Gaza, appena pubblicato in italiano dall’editore Il Sirente, con la traduzione di Barbara Benini. Un’opera prima che si avventura in uno dei terreni ancora inesplorati dalla letteratura contemporanea, andando a indagare l’animo più profondo della gioventù palestinese al tempo della Seconda Intifada.

    La narrazione ruota attorno alla storia dei Mujahed, una famiglia medio borghese, colta e benestante, la cui casa si ritrova all’improvviso in mezzo alle macerie del quartiere distrutto dalle incursioni israeliane. «Avevano demolito ogni struttura del vicinato, strappandola dalle radici, scavandone le fondamenta. I soldati, sui loro bulldozer gialli, si erano divertiti a inseguire i nuovi senzatetto in quella confusione. Gli alberi avevano continuato a bruciare per giorni». Iman e Rashid sono due fratelli gemelli di 17 anni che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero e adesso si ritrovano psicologicamente intrappolati nella Striscia. Rashid osserva Gaza attraverso le immagini del satellite, e sogna di andarsene. Dall’alto gli appare come «un corallo essiccato, increspato, compartimentato e sabbioso», con «centi- naia di migliaia di abitazioni ridotte a graffi su un osso». Dall’altra parte, quella ormai vietata ai palestinesi, c’è invece «un’elaborata coperta dal design modernista. […] Quella parte scintillava. Pannelli solari e piscine luccicavano al sole».

    Il campo profughi di Jabaliya nella striscia di Gaza (Ansa)

    È lo stesso contrasto evidenziato dalla giornalista israeliana Amira Haas quando definì Gaza «la contraddizione dello Stato d’Israele, democrazia per alcuni, esproprio per altri». E Dabbagh sceglie di indagare proprio il significato intimo di quel nervo scoperto nella vita di tutti i giorni. Ambientato tra Gaza e Londra, il suo romanzo segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro in mezzo all’occupazione, al fondamentalismo religioso e alle varie fazioni politiche. Il padre dei due giovani è un ex esponente dell’Olp, vive in esilio e non comprende le ragioni degli islamici, «non aveva mai avuto tempo per la religione e non vedeva alcuna ragione per cambiare: a tutti loro, Dio aveva a mala pena rivolto un sorriso ».

    La madre ha un passato segreto nei movimenti di lotta per la liberazione della Palestina e vive invece a Gaza, accudendo il primogenito, Sabri, costretto su una sedia a rotelle dopo aver perso le gambe in un attentato. I due gemelli provengono da un background privilegiato, sono profondamente legati eppure diversi, e le loro strade sembrano dividersi fin dall’inizio del libro. Proprio mentre Iman viene chiamata dall’ala islamica del centro culturale di cui è attivista – e che le propone di farsi esplodere in un attentato suicida – Rashid viene a sapere di aver vinto una borsa di studio a Londra e trova, almeno apparentemente, la sua via di fuga.

    «Non volevo raccontare soltanto il dilemma di una generazione di palestinesi, tra chi vuole restare per lottare e chi invece ha la possibilità di fuggire per inseguire i propri sogni – ci spiega Dabbagh – ma descrivere il punto di rottura, il momento non ritorno di ciascun individuo, in termini di scelta morale. Quella sensazione di sentirsi tagliati fuori dalla storia, qualcosa che persino molti palestinesi che vivono sotto occupazione danno per scontata». Oltre al desiderio dei due fratelli di uscire dalla soffocante condizione di vita della Striscia di Gaza, c’è infatti anche il tentativo di evadere dal loro passato, il senso di straniamento che provano all’interno del nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi. Anche la famiglia della scrittrice ha un passato segnato dall’esilio e dalla politica. Suo nonno fu imprigionato dai britannici per le sue idee e decise di abbandonare Jaffa quando suo padre, bambino, rischiò di rimanere ucciso da una granata lanciata dai paramilitari sionisti. Trovarono rifugio in Siria per poi trasferirsi in altre parti del mondo. Selma Dabbagh è nata in Scozia nel 1970 e ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein, lavorando come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra.

    Ciononostante, assicura che la sua storia personale non ha influito nella vicenda raccontata nel libro: «Non c’è niente di autobiografico nel romanzo e io non ho mai vissuto a Gaza. Certo, sono stata impegnata politicamente e la mia famiglia è sempre rimasta legata al dramma palestinese, ma forse ha inciso di più il confronto con le persone che ho incontrato durante la mia attività di avvocato».

    La storia di Rashid e Iman è l’espediente narrativo attraverso il quale Dabbagh riesce a ricostruire le molteplici sfaccettature di una società complessa, a indagare i conflitti interiori e il modo in cui la guerra, la violenza e il fondamentalismo religioso influiscono sull’intimità delle persone. A raccontare non solo l’assedio dei territori ma anche quello delle coscienze, con una scrittura che – proprio come sarebbe piaciuto a Darwish – fa parlare Gaza «attraverso il sangue, il sudore, le fiamme». Il pubblico, anche in Palestina, pare aver accolto il romanzo positivamente: «La gente si è riconosciuta nel libro – conclude Dabbagh –, trovarsi in un’opera di finzione letteraria è stato per loro un modo per sentirsi vivi, per essere ascoltati. Era la cosa cui tenevo di più e infatti ho cercato in tutti i modi di rappresentare quella realtà terribile nel modo più fedele possibile». E per due anni consecutivi il “Guardian” lo ha definito libro dell’anno.

  • Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

    Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

    Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

    Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

    di Delia Vaccarello Globalist

    Chi sono i giovani palestinesi? Siamo in grado di intuire le loro storie, i sogni, il desiderio di avere un futuro, le strategie messe in atto per realizzarlo? Forse respiriamo un’aria troppo intrisa di pregiudizi, forse siamo tutti presi nella rete di una soffocante quanto diffusa islamofobia per intravedere i profili dei ragazzi della Striscia. A farci entrare nelle vite di Rashid che vuole andare a studiare a Londra e di Iman, la sorella gemella, alla quale viene proposto di farsi esplodere in un attacco suicida è Selma Dabbagh con il suo romanzo “Fuori da Gaza” pubblicato e tradotto dalla casa editrice Il Sirente. Rashid vuole andare via, anche se lavora in un centro di volontariato, anche se conosce il senso della lotta per il suo popolo, è “fuori”.

    E’ già fuori quando ci sono i bombardamenti, e lui fuma uno spinello fatto grazie a Gloria, la pianta di marijuana che coltiva con passione, è fuori quando vede nella sua camera dvd con vampiri e poltergeist, è fuori quando pensa alla ragazza che lo fa impazzire. E quando riceve la mail con la comunicazione della borsa di studio per l’Inghilterra sa bene che equivale per lui a una scarcerazione.

    Iman è dentro. Ma qualcuno vuole che lo sia ancora di più. “Abbiamo un compito per te”, le viene detto da una donna che l’avvicina anticipandole altri contatti. Viene portata a vedere in una stanzetta i giovani corpi delle vittime dell’ultimo bombardamento, la scorgiamo intenta a osservare un depliant di un centro per i mutilati che ha visitato mesi addietro. E la immaginiamo soccorrere bambini con moncherini e tubicini in bocca. Hanno un fratello maggiore che sta faticosamente cercando di scrivere un saggio sull’Intifada e che a differenza di loro ha una vita ormai tragicamente segnata dai bombardamenti, non ha le gambe e patisce i dolori atroci delle piaghe sul fondo schiena. Con una scrittura sensuale, capace di modulare termini raffinati e linguaggio quotidiano insieme a un lessico della paura e dell’orrore Selma Dabbagh scrive un romanzo d’esordio illuminante, Guardian Book of the year per due anni consecutivi.

    La narrazione di ciò che avviene entro il nucleo familiare diventa specchio delle divisioni della società palestinese e del modo diverso di concepire la Resistenza, molto influenzato dai diversi approcci generazionali. Lo sguardo della scrittrice anglo-palestinese tratteggia un fuori che appare un “non luogo” tanto agognato quanto irragiungibile, rappresenta il desiderio non solo di una vita normale ma anche di allentare o dimenticare anche solo per un istante l’occupazione, quasi diventata ormai non solo condizione storica e politica dei palestinesi ma anche esistenziale.

    Rashid riesce a raggiungere il suo “fuori”. Nell’anno londinese, conquistato grazie alla borsa di studio, lo sorprendiamo chiedersi quale sia il suo dovere nazionale “strappato da qualsiasi luogo tranquillo gli fosse stato offerto, spinto in un mondo conflittuale dove non aveva spazio”. Dopo pochi istanti lo vediamo leggere una email del fratello che lo riporta in Palestina, che gli narra delle divisioni con una parte dei parenti, dovute a questioni politiche, dell’organizzazione per favorire coloro che non hanno un appartamento e vivono in tenda, della nuova casa lasciata dalla moglie di un uomo collaborazionista dove andranno, una casa con un giardino auspicabile per chi vive in carrozzina, dove la madre sta già allestendo un orto…. Rashid è a Londra ma non è a Londra, adesso che è fisicamente “fuori” non può davvero esserelo. A strattonarlo tra Inghilterra e Gaza sono email, discorsi politici, ma anche gli incubi che turbano il suo sonno. E qui il senso della narrazione da storico e antropologico si fa anche più profondo. Per quanto si sogni e realmente si vada “fuori”, nulla è fuori, sembra suggerirci l’autrice.

    Tra dentro e fuori nessuna differenza.

    10 novembre 2017

  • FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

    FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

    ARRIVA IN ITALIA “FUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

    “Sto parlando troppo, vero? Non riesco proprio a farmi entrare in testa ciò che ho visto”
    “Non è qualcosa che si possa ‘far entrare in testa’. E’ troppo ingiusto per farsene una ragione, troppo incasinato per sbrogliarlo. E se ti sforzi di comprenderlo, se in qualunque modo cerchi una giustificazione, allora sei fottuta. E noi siamo spacciati”

    Palestina, Gaza, primi anni Duemila. Un giovane uomo siede sul tetto della sua casa, di notte, e osserva i bombardamenti che sconquassano la Striscia. Non occorre molto tempo per capire che siamo all’inizio della Seconda Intifada, una delle pagine più buie e dolorose che la popolazione palestinese abbia vissuto.
    E’ così che prende avvio “Out of it” – “Fuori da Gaza” nella traduzione italiana edita da Il Sirente – romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh.

    E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALL’INTERNO.

    Come in altri romanzi è ancora una volta una famiglia ad essere espediente letterario e cuore della narrazione, perno di una storia che si articola seguendone le dinamiche intime e profonde, in un contesto tanto difficile da spiegare che a volte – come in questo caso – è molto più efficace non farlo. Lasciando piuttosto che sia lo sguardo dei protagonisti – i gemelli Rashid e Iman Mujahed, intensamente legati eppure diversi – a condurre il lettore in un viaggio attraverso la “banalità del male” e le sue conseguenze.

    E saranno proprio le divisioni all’interno della famiglia a farsi specchio delle medesime spaccature in seno ad una società stanca di assedio e di occupazione. Attraverso la sua narrazione infatti Dabbagh riesce a ricostruire in modo semplice, ma estremamente efficace, le caleidoscopiche sfaccettature di una società complessa, in cui tutto è politico, persino l’esistenza.

    E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

    Nel farlo, Dabbagh include con maestria elementi centrali della questione palestinese, come la diaspora, il diritto al ritorno, il disperato tentativo di costruirsi, nell’Altrove possibile, una vita normale.

    ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHE “OSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

    Fuori da qui non è più solo il desiderio dei giovani protagonisti di uscire dalla Striscia di Gaza che li soffoca. E’ anche il modo in cui si sentono, in fondo, fuori dal nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi; è il desiderio di liberarsi della Palestina solo per un istante, senza poterlo fare. Di poter parlare, ogni tanto, di altro. E’ il non poter dimenticare chi si è, anche quando si è Altrove. E’ il tentativo di evadere non solo da un luogo, ma anche dalle pressioni sociali, dalle aspettative familiari, dai ricordi del passato e dal perenne paragone con esso. Un fuori che accomuna tutti: lo sono Iman e Rashid quando lasciano Gaza, ma anche il loro padre, che nel villaggio palestinese da cui proviene sa di non poter più fare ritorno.

    NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELL’ATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

    Attraverso la voce di una giovane generazione spesso invisibile, di cui assai raramente si scrive. Che sente il peso non solo dell’occupazione, ma soprattutto delle sue conseguenze. Quelle più piccole, intime ed apparentemente insignificanti, ma che hanno a che fare con una sfera identitaria e profonda. Una generazione che vorrebbe, in fondo, solo una vita normale.

    Con la sua narrazione Selma Dabbagh tratteggia personaggi credibili con incredibile abilità, arricchita da piccoli ma straordinari particolari, destinati a rimanere impressi a lungo. E riesce nell’impresa di farci vedere il mondo attraverso il loro sguardo, che si scambia e si alterna, in un racconto corale che unisce molte voci senza confonderle mai.

    ***

    “Si era formato un capannello di persone intorno a un contadino che stava gridando con dei mazzi di fiori in mano. Tutti urlavano contro la chiusura del confine. Protestavano per i fiori che appassivano. Per quei fiori che sembravano mettere così seriamente a rischio la sicurezza. Per il fatto che sarebbe stata la fine per lui. Ci avrebbe nutrito le sue mucche, con quei fiori. Li avrebbe buttati (la folla ama queste cose). No, anzi, li avrebbe regalati a tutte le donne. E infatti alcuni ragazzi si erano messi a correre in giro con i fiori, e Iman si era ritrovata tra le braccia un bouquet bagnato, da cullare come fosse un neonato. Riusciva a vedere tutta la scena, ma da una certa distanza, quasi stesse accadendo dall’altro lato di uno spesso pannello di plexiglas sporco, uno di quelli dietro cui si sedevano le loro guardie. E se ne stava ferma lì, in mezzo alla strada, immobile. Attendendo solo che quella cortina si alzasse”.
    (Estratto da “Fuori da Gaza”, traduzione di Barbara Benini).

     

    Cecilia Dalla Negra per QCODEMagazine

  • Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

    Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

    Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

    «Non ho avuto bisogno di trarre ispirazione dalla storia della mia famiglia per dar vita ai Mujahed, i protagonisti del romanzo, perché ci sono esperienze dolorose come l’esilio che appartengono a tutte le famiglie palestinesi. Mio nonno veniva da Jaffa, finì in prigione più volte e rischiò di essere assassinato a causa del suo impegno politico. Decise di andarsene dopo il 1948 quando mio padre fu colpito da una granata lanciata da un gruppo paramilitare ebraico. Finirono prima in Siria, quindi in Kuwait e infine in Gran Bretagna, dove mio padre conobbe mia madre che è inglese. Però la Palestina non ha mai lasciato la nostra casa, abbiamo sempre partecipato a manifestazioni, fatto parte di Ong e nella mia famiglia allargata ci sono stati dei membri dell’Olp».

    Nata in Scozia nel 1970, dopo aver vissuto tra l’Europa e il Medioriente Selma Dabbagh si è stabilita a Londra dove alterna la sua attività di avvocato per i diritti umani e il suo sostegno ai movimenti di solidarietà con i palestinesi, al suo lavoro di scrittrice. Suoi racconti sono comparsi in diverse raccolte, uno è stato adattato per la radio dalla Bbc, mentre Fuori da Gaza, pubblicato nella collana Altriarabi del Sirente (traduzione di Barbara Benini, pp. 184, euro 15) è stato nominato libro dell’anno dal Guardian nel 2012.

    Nel romanzo è descritta la vita quotidiana di una famiglia palestinese nell’inferno di Gaza, dove giovani che come Rashid e sua sorella Iman, che cercheranno anche di costruirsi una vita lontano dalla guerra, tra il Golfo e Londra, vedono le proprie esistenze strette tra i bombardamenti israeliani e il crescere del fondamentalismo islamico. Un romanzo che, oltre alla claustrofobia di una città e di un mondo sotto assedio, evoca il desiderio di libertà che scuote le nuove generazioni delle società mediorientali e che ha già alimentato le «primavere arabe».

    Il suo romanzo sembra costruito sulla dialettica che vivono i giovani palestinesi che ne sono protagonisti tra il voler restare per lottare e le spinte a fuggire per inseguire le proprie aspirazioni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desideri in una simile situazione?
    È alla tensione tra questi due sentimenti che rimanda l’idea stessa del libro: l’essere pronti a dare la propria vita per la causa o scappare da quei luoghi. Fin dal titolo inglese, Out of It, ho cercato di tenere insieme le due dimensione di questo «fuori»: da un posto fisico come da una dimensione mentale, o coscienza politica se si vuole. Si tratta di un’esplorazione dei diversi fattori che hanno fino a oggi spinto le persone a rimanere o ad andarsene, a opporsi al contesto politico in cui vivono o a distogliere semplicemente lo sguardo da tutto ciò.
    In questo senso, lo spazio concesso alla propria individualità e ai propri desideri è un tema importantissimo. Ricordo di aver partecipato a un matrimonio di una famiglia di Gaza che si svolgeva in Giordania subito dopo che gli israeliani avevano iniziato a bombardare la Striscia. Un giovane presente scoppiò in lacrime, in realtà perché si era lasciato con la fidanzata, e sua sorella si rivolse a lui in modo brusco, chiedendogli perché facesse così e perché invece non piangeva per il suo popolo. Per i palestinesi, la sensazione di non poter indagare questo spazio interiore è spesso molto concreta.

    Ambientare il libro soprattutto a Gaza ha reso esplicito questo conflitto che è anche di natura interiore?
    Ho scelto Gaza perché esprime in modo estremo la situazione che vivono però tutti i palestinesi. Volevo esplorare il modo in cui il contesto, politico, la guerra, la violenza, incombe sul mondo interiore di ciascuno. Non stavo cercando di descrivere Gaza in modo specifico, quanto piuttosto raccontare lo stato di guerra, di assedio, la pressione esercitata sugli individui. Questa pressione che vivono i personaggi, i conflitti e le tensioni in cui sono immersi, del resto sono strumenti essenziali per un romanziere.

    Se gli interrogativi che lo attraversano riguardano gli individui, nel suo libro prevale la dimensione corale. Lo immagina come fosse il romanzo di un popolo?
    Spero che questo sia il risultato. Volevo cercare di catturare diverse dimensioni della vita palestinese che negli ultimi 70 anni si è fatta sempre più diversificata. I palestinesi sono dispersi a livello internazionale, si sono adattati e operano in diversi paesi e culture. Ho scritto la mia tesi su tutti i metodi, legali o meno, attraverso i quali sono stati separati e divisi. Mi sono chiesta che cosa li legasse ancora, malgrado questa separazione, e ho deciso che a farlo sia la consapevolezza di un’ingiustizia irrisolta. E ognuno dei personaggi del romanzo ha una relazione emotiva diversa con questo senso di ingiustizia.

    Dalla madre dei protagonisti, già attiva nel Fronte popolare, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che faceva politica fin da ragazzina, fino a Iman che appare quasi tentata dal messaggio degli islamisti, quella che lei racconta è anche, se non soprattutto, una storia di donne…
    Sarebbe stato difficile non farlo. Le donne sono state coinvolte in ogni fase della lotta palestinese, fin dalla rivolta araba del 1936. Figure femminili sono presenti in tutte le diverse ondate del movimento, a partire da da quel periodo. E ancora oggi. Non si può scrivere questa storia senza parlare del loro ruolo e coinvolgimento in tutto ciò.

    intervista di Guido Caldiron per il Manifesto