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  • Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

    L’Opinione delle libertà | Mercoledì 24 agosto 2011 | Maria Antonietta Fontana |

    Il libro mi ha sorpreso e sconvolto al tempo stesso. Sorpreso perché avevo vissuto personalmente ad Hillbrow tra novembre e dicembre 1984, quando mi trovavo in Sud Africa per effettuare una ricerca di mercato per conto dell’ICE. A quell’epoca Hillbrow, quartiere residenziale posto sulla collina che sovrasta l’altopiano su cui si erge Johannesburg, era una sorta di punto di incrocio di etnie diverse, a prevalenza bianca: erano ancora gli anni dell’apartheid, ma ad Hillbrow – che era sorta negli Anni Settanta come zona residenziale “borghese” – già si leggevano i segni di un cambiamento.
    Personalmente alloggiavo nella parte ebraica del quartiere, e per raggiungerla a piedi avevo vissuto anche le mie brave disavventure (un inseguimento da parte di un criminale a scopo di rapina? Di stupro? Di tutt’e due? Chissà… Fortunatamente riuscii a raggiungere il mio alloggio prima che egli raggiungesse me).
    Il quartiere che manteneva ancora, oltre al suo cosmopolitismo, una caratteristica progressista e anche intellettuale, era già sottoposto a quel processo di degrado, dovuto soprattutto a una pianificazione miope e carente, che nel corso del tempo lo ha trasformato in una zona pericolosa, decaduta, intrisa di criminalità, abitata da una popolazione invisibile, se non per la propria abietta povertà.
    Eppure, la Hillbrow post-apartheid descritta da Phaswane Mpe nel suo libro resta un luogo affettivamente attraente: non è un caso che il titolo in inglese del libro suoni “Welcome to our Hillbrow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tutto a proposito del rapporto tra il quartiere e i suoi abitanti.
    Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evidenzi il profondo odio xenofobo, l’intolleranza razziale che era tipica dei rapporti inter-razziali all’interno del Sud Africa, perfino tra le diverse etnie di colore originarie del luogo, anche prima del crollo del regime di segregazione; o ancora il devastante diffondersi dell’AIDS facilitato dalla promiscuità sessuale; tutto questo non influisce minimamente sull’affetto per Hillbrow, che non è più solo luogo geografico, ma che diventa luogo dell’anima.
    Su tutto, l’arte di Mpe : una sorta di canto dispiegato, una ballata cantilenante, che culla il lettore con amara dolcezza, fa fiorire sotto il suo sguardo i vari personaggi, li accompagna mano nella mano fino alla loro morte annunciata: il suicidio di Refentše e la preannunciata morte di Refilwe a causa dell’AIDS che pure si “respirano” attraverso tutte le pagine del libro, e ne costituiscono il fil rouge, sono vissute senza il pathos del dramma.
    Dalla prima pagina del libro sappiamo che il protagonista non è più tra noi, ma continua a costituire l’interlocutore cui idealmente l’io narrante dello scrittore onnisciente (che pure c’è e non c’è, non assurge mai al rango di giudice, ma si limita a un dialogo continuo con i suoi personaggi) si rivolge.
    Non è soltanto un libro coraggioso, quello di Mpe: è un piccolo grande libro, la cui prosa originale e leggera cela una considerevole forza, un messaggio dirompente, un grido di allarme.
    Mpe si ribella alla realtà decadente della Hillbrow, mostro tentacolare, in cui vive soltanto sette anni prima del proprio suicidio gettandosi dal ventesimo piano del palazzo in cui abita, ma di cui ama l’aspetto cosmopolita e gli spunti continui di riflessione.
    Mpe porta avanti la propria campagna contro gli stereotipi e i pregiudizi, di qualsiasi tipo essi siano. E che Refilwe trascorra un periodo tra la morte di Refentše e il ritorno alla nativa Tiraganlong (ritorno per morirvi, appunto) ad Oxford è emblematico di quel che Mpe vuole dirci: ciascuno di noi ha la propria personale Hillbrow con cui fare i conti, e il rischio dell’umanità del ventunesimo secolo è quello di vivere estraniandosi dalla propria realtà.
    Il nostro pericolo, insomma, è quello di non riconoscere le nostre stesse radici, di fermarci alle apparenze, di non sapere andare oltre.
    Grazie all’editore, dunque: bella iniziativa, questa traduzione, e bella edizione seppure con qualche refuso di troppo.
    Mi resta un dubbio però.
    Perché, nella pur pregevole traduzione in italiano, è sparito dal titolo proprio quel riferimento così prezioso alla “nostra” Hillbrow?

  • “Il labirinto di Putin” Il rilancio politico di stampo zarista

    L’Opinione delle Libertà | Mercoledì 23 marzo 2011 | Maria Antonietta Fontana |

    “Poco prima della mezzanotte del 1 novembre 2006, Alexander Litvinenko, un ex agente dell’intelligence russa che viveva in esilio politico a Londra, si svegliò che stava proprio male. Nel giro di qualche giorno, una spaventosa fotografia del suo corpo emaciato in un letto d’ospedale scioccò il mondo.
    Tre settimane più tardi era deceduto per avvelenamento da polonio-210, un isotopo radioattivo che secondo gli investigatori era stato versato di nascosto in una bevanda”.
    A volte mediocri scrittori di gialli inventano le trame più astruse per cercare di coinvolgere emotivamente i propri lettori.
    Ma quando le trame e gli intrighi sono cronaca e storia, la loro presa sulla pubblica opinione è immediata ed ha una portata assolutamente dirompente. Certo è, però, che portare alla luce del sole certe vicende implica la necessità di un grandissimo coraggio, oltre che basarsi su una conoscenza approfondita e di prima mano delle realtà su cui si pretende di fare chiarezza.
    Se poi queste caratteristiche si sposano con una grande abilità nel tenere la penna in mano, il risultato è assolutamente avvincente. E questo è proprio il caso del libro di Steve LeVineIl labirinto di Putin: spie, omicidi e il cuore nero della nuova Russia”, pubblicato in italiano dal Sirente a fine settembre 2010 (l’edizione originale in inglese è apparsa nel 2008) nella collana “Inchieste”, dove già era apparso il suo volume “Il petrolio e la gloria”, e di cui vi abbiamo appena proposto l’incipit prepotente ed efficacissimo.
    Il libro si apre e chiude con l’assassinio di Livtinenko, ucciso nel novembre 2006 attraverso una contaminazione di polonio 210; e analizza in dettaglio una lunga serie di altri improbabili e fantasiosi omicidi politici o di strane inettitudini nell’affrontare crisi politiche particolari.
    Nell’ordine i più significativi sono: Nikolai Khokhlov, la strage di Nord-Ost, Paul Klebnikov, Anna Politovskaya, Natalia Estemirova. I personaggi che entrano in questo dramma sono loro, le vittime illustri di un gioco al massacro, insieme ad altre personalità di primo piano, tra cui ovviamente Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ma soprattutto quel Boris Berezovsky che aveva fatto e disfatto le fortune di molti uomini politici russi e che tirò fuori dal nulla Putin: ma stavolta aveva sbagliato i calcoli, e nel contrasto con quest’ultimo è stato poi costretto a rifugiarsi nel proprio dorato esilio a Londra, da dove ha continuato e continua ad animare e sponsorizzare economicamente l’opposizione a Putin ed al “putinismo”.
    Non è un caso che Livtinenko, scappato dalla Russia sei anni prima della sua prematura morte, fosse sul suo libro paga. Le motivazioni che portano LeVine a scrivere questa inchiesta affondano le proprie radici nella sua missione professionale di giornalista da sempre interessato a studiare gli intrecci tra il potere derivato dalla produzione e distribuzione del petrolio e le vicende politiche mondiali, nonché dalla propria emotività personale, ed in particolare dalla commozione suscitata in lui dalla morte del collega del Wall Street Journal ed amico, Daniel Pearl, rapito ed ucciso in Afghanistan nel 2002.
    In realtà LeVine cercherà di dimostrare l’esistenza di un filo sottile e infrangibile che lega insieme tutta una serie di strani casi di cronaca nera svoltisi in Russia. La chiave di lettura che egli ci propone fa rabbrividire, anche se non costituisce certamente una sorpresa per chi si interessi di storia russa.
    Infatti tradizionalmente la Russia ha sempre riprodotto un modello di comportamento uguale a se stesso: fino a che questa ha costituito un motivo di interesse fondamentale nella strategia delle comunicazioni planetarie, ha sempre perseguito l’espansione verso il mare (fosse questo il Pacifico ad est, o il Mediterraneo a sud – con tutto quel che ne consegue quanto a coinvolgimento nelle questioni dei Balcani).
    Quando poi la questione delle comunicazioni marittime e quindi dello sbocco sugli stretti sembrava superata dallo sviluppo tecnologico, si è imposto un altro problema: quello del controllo delle vie del petrolio e del metano. Per ottenere questi scopi, gli zar prima, i dittatori sovietici poi, e adesso – secondo l’analisi di LeVine – Putin, non hanno esitato a ricorrere all’omicidio e perfino alla strage di stato.
    E ci sono più modi di agire: sia attivamente, sia –come LeVine ribadisce – passivamente. Infatti anche gli “errori” nel gestire le crisi, quando si ripetono, non possono più essere considerati casuali, ma evidentemente entrano a far parte di una strategia che ha il solo scopo di fare perseguire al governo quel che questo si propone.
    E’ molto interessante scoprire le motivazioni che sottostanno a certe scelte. Infatti, come LeVine ricostruisce attraverso un paziente lavoro di interviste, confronti tra dati, libri, testimonianze, ricostruzione di fatti, etc etc, dopo la caduta di Gorbacev in Russia si assiste ad un periodo di caos e di caduta della sicurezza personale a livelli mai stati tanto bassi (se non tornando indietro nel tempo alle lotte dei boiari dei tempi di Ivan Groznyj – quello che noi chiamiamo “Ivan il Terribile”); ma poi l’arrivo al potere di Vladimir Putin pone fine a questa situazione, perché rientra nella visione di quest’ultimo lo scopo di restituire alla Russia il suo ruolo di stella di prima grandezza nella politica mondiale.
    E questo significa intanto garantire uno stile di vita più consono ad una rinnovata grande potenza. Ma Putin, secondo LeVine, nel cercare di centrare il proprio obiettivo, non ha alternative che spazzare via qualsiasi tipo di opposizione che possa indebolire l’immagine del proprio Paese all’estero.
    Così chi si oppone deve sparire. Certo, lo si fa prevalentemente all’interno degli stessi confini russi, dove poi si può garantire la copertura a chi opera gli assassinii. E il modo scelto per operare è fantasioso, ed ha lo scopo di non consentire mai di risalire ai veri mandanti.
    Berezovsky, che da anni vive in esilio in Gran Bretagna, ha dovuto uscire dal proprio Paese come conseguenza del successo dell’ascesa di Putin, che egli stesso aveva caldeggiato e favorito in tutti i modi. LeVine analizza le manovre che hanno portato al potere l’apparatcik del KGB dagli occhi di ghiaccio, smantellando il mito di un Putin grande agente segreto assurto al potere proprio in virtù di sue personali capacità ed informazioni; Putin fu inizialmente scelto perché apparentemente tutto d’un pezzo nell’amore e nella fedeltà al servizio del proprio Paese (e, quindi, secondo Berezovsky, abbastanza semplice da convincere a stare dalla propria parte).
    Allo stesso modo, terminato il secondo mandato presidenziale, Putin ha fatto scegliere Medvedev, perché costui non presenterebbe quelle caratteristiche di decisionismo che potrebbero farne un nuovo autocrate. Putin stesso, però, nel frattempo, è riuscito a sorpresa a sostituire alle idee di Berezovsky i propri scopi, servendo a modo suo l’idea del ritorno della Grande Madre Russia sul palcoscenico internazionale.
    La Russia di Putin oggi naviga tra violenza e cultura di morte, e l’ipocrisia di stato può consentire a Mevedev di deprecare la morte della Estemirova e dichiarare che si cerca attivamente l’assassino, ma a distanza di un anno dall’esecuzione della paladina dei diritti umani dell’organizzazione “Memorial” (ben attiva ai tempi di Eltzin, e tristemente svuotata di ogni slancio a distanza di pochi anni) nessun risultato è seguito, perché il controllo degli Interni e degli apparati di sicurezza militari resta saldamente nelle mani di quello stesso Putin che ha chiaramente ingaggiato un nuovo braccio di ferro con l’Occidente e sta velocemente riportando la Russia verso i ben noti sistemi sovietici con la sola esclusione del ripristino di un sistema di visti per i viaggi – perché tornare alle limitazioni sui movimenti dei russi all’estero gli costerebbe troppo in termini di popolarità, e non può permetterselo neanche lui.
    Con molta lucidità, LeVine ci indica anche i punti in cui le proprie convinzioni personali quanto al coinvolgimento di Putin in certe vicende non incontrano l’accordo di altri studiosi, storici, o personaggi direttamente coinvolti nei fatti esaminati in questo suo libro. Resta il fatto che il ritmo incalzante degli avvenimenti, la ricostruzione di momenti di grande tensione (quale l’attentato al Teatro Dubrovka o la tristissima storia della strage di Beslan, in Ossezia, nel 2004), la citazione precisa di testimoni e documenti rendono la lettura di questa inchiesta un avvincente “must” per chiunque intenda affrontare l’esame della politica est-ovest e le sue prospettive in questo scorcio di nuovo millennio.
    Anche se, purtroppo, la conclusione che se ne trae, è che il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E, come lo stesso LeVine conclude nella sua postfazione al libro, datata 16 luglio 2010, è che “le dichiarazioni rese e le indagini ordinate da Medvedev non hanno rappresentato una rottura convincente con il lungo passato”.

  • L’amore ai tempi del petrolio

    L’Opinione delle Libertà | Sabato 17 ottobre 2009 | Maria Antonietta Fontana |

    Ci sono autori la cui lettura riesce a farci immaginare suoni, colori, situazioni con particolare vivacità. Ci sono autori che riescono perfino a evocare odori (avete presente l’inizio di quel capolavoro del Novecento che è “Profumo”, di Suskind?). Ma ci sono anche autori che riescono a proiettare il lettore così dentro al proprio volume, che si finisce col respirarne tutto.
    Per me, questo aspetto è stato assolutamente sconvolgente nel leggere “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi, edito nella traduzione italiana per i tipi del Sirente lo scorso mese di marzo, ed in vendita al prezzo di 15 euro.
    Il romanzo si colloca a vari livelli, ma sono soprattutto la denuncia sociale su vasta scala e – paradossalmente – la poesia violenta e viscerale che la esprime, i due aspetti dominanti.
    L’autrice, una celebre psichiatra egiziana, è ben nota per il suo attivismo politico che l’ha portata a candidarsi alle prime libere elezioni presidenziali del proprio Paese. Come scrittrice ha pubblicato svariati romanzi, che costituiscono un ampio affresco della condizione femminile nel mondo arabo.
    Questo libro è stato censurato in Egitto e ritirato dalla vendita su ordine dell’autorità religiosa egiziana Al Azhar. Tuttavia, il lettore che si aspettasse un riferimento diretto all’Egitto o un’identificazione precisa con un qualsiasi altro paese arabo, resterebbe deluso. L’ambientazione è vaga, onirica: incubo o sogno, espressioni ambedue di una realtà che sfugge sempre o che, al contrario, è fin troppo presente.
    Per tutto il libro traspare comunque il grande attaccamento dell’autrice alle proprie origini – rivelato dalla professione della protagonista, una donna che svolge il lavoro di archeologa.
    La trama è semplice ed esile. È la storia di una donna che, appunto, un bel giorno scompare lasciando il marito per cercare di ritrovare le proprie idee, e che, quando torna, in realtà ha una relazione con un altro. Nel periodo della sua scomparsa, mentre la polizia la sta cercando, la protagonista si trova coinvolta in un viaggio ossessivo contrassegnato dal petrolio che invade tutto: le sue particelle si posano sulla pelle, entrano nelle narici, coprono le palpebre, schiantano, schiacciano, annientano… le figure del romanzo non hanno un nome, donne o uomini che siano. Sono degli archetipi, metafore di
    un mondo in cui la donna è strumento di lavoro e fonte di piacere, pur restando senza individualità: una macchina senz’anima, senza il diritto a propri sentimenti, senza la possibilità di esprimersi e fare sentire la propria voce.
    Cito un passaggio: “Questa donna sanguina. Le donne avevano necessità di sanguinare, altrimenti il mondo sarebbe rimasto così e ogni cosa sarebbe finita nel nulla. Dobbiamo prendere il sangue fresco di questa donna e portarlo al mondo morente”.
    Il messaggio che Nawal al-Sa’dawi ci trasmette è proprio questo. La realtà femminile non può prescindere dalla propria condizione di sofferenza, da cui non si è affrancata e, apparentemente, potrebbe non affrancarsi mai. E la risata del maschio è il necessario complemento allo svolgimento di una vita che dovrebbe trovare la propria giustificazione nell’asservimento funzionale anonimo (le particelle di petrolio ci rendono tutti uguali e indistinguibili), una vita in cui schizofrenia è l’etichetta che viene appioppata a chi – come la protagonista – trova infine il coraggio di fare delle scelte diverse e,
    perciò stesso, ribelli.