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  • Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

    Media Duemila | Sabato 8 dicembre 2012 | Redazione |

    Lo sviluppo di fonti alternative come aspirazione ad uno stile di vita più sostenibile e non come inevitabile surrogato dei combustibili fossili. La scoperta di nuove riserve di idrocarburi in Paesi finora ai margini sposta il dibattito sulle politiche energetiche pubbliche.

    Entusiasmi e timori suscitati dalle nuove scoperte di idrocarburi. Il dibattito sulle fonti alternative. Gli equilibri geopolitici in Asia e nel Vecchio Continente e lo sviluppo dei progetti delle grandi arterie del gas. Steve Le Vine, giornalista e autore del best seller “The Oil and the Glory”, spiega come sta cambiando la geografia globale dell’energia.

    La produzione di petrolio e gas sta vivendo un nuovo boom e non solo in Nord America, ma anche in regioni del mondo che potrebbero apparire sorprendenti: dall’Africa al Sud America, fino all’Artico. Il dibattito sul peak oil può quindi considerasi archiviato?
    Il dibattito sul peak oil potrà considerarsi chiuso nel momento in cui le stime sulla produzione si materializzeranno. Per ora sembra proprio che si sia proiettati verso un prolungato periodo di scoperte di nuove riserve in posti sorprendenti come il Suriname (Guyana Olandese), la Guyana Francese o il Kenia, oltre ai già noti volumi disponibili in Canada, negli Stati Uniti e in Brasile. Da questo punto di vista 
certamente direi che non stiamo più andando verso una selva oscura.

Questo boom garantirà accesso all’energia a un numero sempre maggiore di persone anche nei Paesi produttori in via di sviluppo?

Questo boom garantirà a tutti un maggior accesso all’energia, ma pone anche nuove questioni. Il precedente scenario si fondava sul fatto che le risorse tradizionali erano destinate a esaurirsi e quindi 
bisognava sviluppare fonti alternative. Ora invece sappiamo che il petrolio e il gas non stanno per finire ma forse vogliamo comunque, per scelta, sviluppare fonti alternative. Il dibattito sulle politiche pubbliche per l’energia si è spostato e, a mio avviso, in una direzione che guarda molto più avanti e che è incentrata sullo stile di vita a cui si aspira.

Lei ha sottolineato come questa nuova “abbondanza abbia scatenato timori oltre che entusiasmi, considerando la lunga e sordida storia dell’Africa come preda di cacciatori di risorse e vittima di leader 
rapaci” anche se gli eventi più recenti, compresa la Primavera Araba, hanno mostrato “l’interesse dei produttori” verso politiche per il petrolio “più trasparenti”. Può fare qualche esempio concreto?

In Libia, ad esempio, la Primavera Araba ha mostrato come le popolazioni degli stati del petrolio non solo siano molto interessate alla loro forma di governo, ma sanno anche agire per determinarla. Allo stesso modo la forma di governo negli stati del petrolio interessa molto alle compagnie che operano su orizzonti di 30 o 40 anni e dunque devono poter contare sul rispetto dei contratti e sulle relazioni con chi 
 prende le decisioni. Gli attentati e l’instabilità in Kenia e in Nigeria dovrebbero ad esempio suonare come campanelli d’allarme per le compagnie che operano in quegli stati.

Dare elettricità a 1,3 miliardi di persone che ora non ne hanno, viene considerato un degli elementi cardine per uno sviluppo sostenibile. È solo una questione umanitaria o può essere anche un business profittevole?
    Le grandi opere di beneficenza, perseguite da personaggi come Bill Gates, stanno facendo da apripista in questa direzione. L’elettrificazione di un Paese può essere nell’interesse geopolitico e macroeconomico e non è dunque una questione meramente umanitaria.
    La volontà di utilizzare le proprie risorse per garantire un maggiore accesso all’energia manifestata da alcuni paesi in via di sviluppo, giustifica secondo lei decisioni come la nazionalizzazione della YPF in 
 Argentina o delle reti elettriche in Bolivia?
    Il presidente argentino Cristina Fernández potrà anche sentirsi giustificata da interessi domestici per le sue mosse su YPF e Repsol, ma è rischioso perché spaventa gli altri investitori nel Paese e tutti i potenziali investitori, per non parlare della agenzie di rating!
    L’enorme potenziale di petrolio e gas in Mozambico, in una posizione geografica favorevole anche per le esportazioni verso l’Europa, può ridimensionare il ruolo della Russia nel mercato dell’energia del Vecchio Continente?
    Questa è la principale implicazione geopolitica delle ingenti scoperte  di gas in Mozambico. Già la rivoluzione dello shale gas in USA ha scosso l’equazione sui prezzi in Europa con Gazprom costretta ad 
 abbassare le quotazioni dell’oro blu in alcuni paesi. Se il gas del Mozambico dovesse riversarsi in Europa in modo cospicuo, ci sarebbe più  concorrenza sui prezzi e la capacità di leverage di Gazprom sul mercato 
  verebbe seriamente ridimensionata.


Rispetto a quando è uscito il suo famoso libro “The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea” (“Il petrolio e la gloria” ndr) nel 2007, com’è cambiato il ruolo del Caspio nella lotta epocale per il controllo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ stato certamente un cambiamento per l’area del Caspio: da ruolo centrale nella grande geopolitica a ruolo secondario per una lotta che si sta estinguendo. Le attuali tensioni Est-Ovest sul fronte delle pipeline in Europa hanno le loro radici nella strategia diplomatica americana degli anni Novanta quando l’obiettivo era di allentare la presa della Russia sull’Asia Centrale e sul Caucaso. All’epoca ciò  rappresentava un pilastro della politica estera Usa. Una delle due gambe di questa politica era rappresentata dal gasdotto Baku-Ceyhan, divenuto operativo nel 2006. La seconda gamba, la Trans-Caspian pipeline, dal Turkmenistan all’Europa, non si è invece mai materializzata e dubito che lo sarà, almeno entro la fine di questo decennio. Il progetto si è infatti trasformato nel Nabucco, una versione molto più corta che dovrebbe partire non in Turkmenistan ma in Iraq, in Kurdistan o comunque  dove vi sia gas sufficiente da giustificare la costruzione. L’Asia   Centrale rimarrebbe così isolata rispetto all’Occidente e attratta verso l’Est , verso la Cina. Così staccata  politicamente, l’unico interesse di Washington per il Caspio al momento è legato al fatto che si tratta di una rotta di transito per le forniture belliche in Afghanistan.

In questo scenario come giudica il progetto South Stream? Molti osservatori lo considerano il gasdotto più fattibile perché, oltre  alla Russia, coinvolge i principali player del Vecchio Continente ed ora, con la designazione del socialdemocratico tedesco Henning Voscherau alla presidenza, potrebbe guadagnarsi lo status di progetto strategico in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come risposta alternativa al Nabucco e all’Ucraina da parte della Russia. Penso che se il Nabucco  non si materializzasse e le tensioni con l’Ucraina venissero meno, Vladimir Putin lascerebbe tranquillamente morire il progetto . E ciò potrebbe ancora accadere: ci si chiede perché Putin voglia spendere 10 miliardi di dollari per la costruzione di questo gasdotto. C’è poi il fattore Cina. Se venisse siglato un accordo con Pechino, South Stream morirebbe . Ma di certo, anche per le ragioni sottolineate nella domanda, Putin sembra determinato a portare avanti il progetto indipendentemente dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabucco l’Ue ha annunciato una decisione finale il prossimo anno. Se il progetto venisse realizzato, secondo lei, sarebbe destinato a competere con il Gasdotto Europeo del Sud-Est (SEEP) o potrebbe fondersi con il Tanap?
Penso che assisteremo ad una combinazione tra il gasdotto SEEP sostenuto da BP e un connettore meridionale. Il fatto che BP,  proprietaria dei principali asset azeri,  abbia pubblicamente sostenuto 
  questa linea, la dice lunga. Nella remota possibilità che venisse  raggiunto un accordo sul nucleare con l’Iran tutte le ipotesi sarebbero  sul tavolo.   Potrebbe sembrare strano, ma se mi si chiede di fare una  previsione, io insisto sul fatto che il Nabucco non si materializzerà almeno fino alla fine del decennio.

  • La geografia del petrolio vista da uno scrittore

    MIT Technology Review | Martedì 30 ottobre 2012 | Rita Kirby |

    Steve LeVine, giornalista e autore del best seller “The Oil and the Glory”, spiega come sta cambiando la geografia globale dell’energia.

    La produzione di petrolio e gas sta vivendo un nuovo boom e non solo in Nord America,ma anche in regioni del mondo che potrebbero apparire sorprendenti: dall’Africa al Sud America, fino all’Artico. Il dibattito sul peak oil può quindi considerasi archiviato?
    Il dibattito sul peak oil potrà considerarsi chiuso nel momento in cui le stime sulla produzione si materializzeranno. Per ora sembra proprio che si sia proiettati verso un prolungato periodo di scoperte di nuove riserve in posti sorprendenti come il Suriname (Guyana Olandese), la Guyana Francese o il Kenia, oltre ai già noti volumi disponibili in Canada, negli Stati Uniti e in Brasile. Da questo punto di vista certamente direi che non stiamo più andando verso una selva oscura.

    Questo boom garantirà accesso all’energia a un numero sempre maggiore di persone anche nei Paesi produttori in via di sviluppo?
    Questo boom garantirà a tutti un maggior accesso all’energia, ma pone anche nuove questioni. Il precedente scenario si fondava sul fatto che le risorse tradizionali erano destinate a esaurirsi e quindi bisognava sviluppare fonti alternative. Ora invece sappiamo che il petrolio e il gas non stanno per finire ma forse vogliamo comunque, per scelta, sviluppare fonti alternative. Il dibattito sulle politiche pubbliche per l’energia si è spostato e, a mio avviso, in una direzione che guarda molto più avanti e che è incentrata sullo stile di vita a cui si aspira.

    Lei ha sottolineato come questa nuova “abbondanza abbia scatenato timori oltre che entusiasmi, considerando la lunga e sordida storia dell’Africa come preda di cacciatori di risorse e vittima di leader rapaci” anche se gli eventi più recenti, compresa la Primavera araba, hanno mostrato “l’interesse dei produttori” verso politiche per il petrolio “più trasparenti”. Può fare qualche esempio concreto?
    In Libia, ad esempio, la Primavera araba ha mostrato come le popolazioni degli stati del petrolio non solo siano molto interessate alla loro forma di governo, ma sanno anche agire per determinarla. Allo stesso modo la forma di governo negli stati del petrolio interessa molto alle compagnie che operano su orizzonti di 30 o 40 anni e dunque devono poter contare sul rispetto dei contratti e sulle relazioni con chi prende le decisioni. Gli attentati e l’instabilità in Kenia e in Nigeria dovrebbero ad esempio suonare come campanelli d’allarme per le compagnie che operano in quegli stati.

    Dare elettricità a 1,3 miliardi di persone che ora non ne hanno, viene considerato uno degli elementi cardine per uno sviluppo sostenibile. È solo una questione umanitaria o può essere anche un business profittevole?
    Le grandi opere di beneficenza, perseguite da personaggi come Bill Gates, stanno facendo da apripista in questa direzione. L’elettrificazione di un Paese può essere nell’interesse geopolitico e macroeconomico e non è dunque una questione meramente umanitaria.

    La volontà di utilizzare le proprie risorse per garantire un maggiore accesso all’energia manifestata da alcuni paesi in via di sviluppo, giustifica secondo lei decisioni come la nazionalizzazione della YPF in Argentina o delle reti elettriche in Bolivia?
    Il presidente argentino Cristina Fernández potrà anche sentirsi giustificata da interessi domestici per le sue mosse su YPF e Repsol, ma è rischioso perché spaventa gli altri investitori nel Paese e tutti i potenziali investitori, per non parlare delle agenzie di rating!

    L’enorme potenziale di petrolio e gas in Mozambico, in una posizione geografica favorevole anche per le esportazioni verso l’Europa, può ridimensionare il ruolo della Russia nel mercato dell’energia del Vecchio Continente?
    Questa è la principale implicazione geopolitica delle ingenti scoperte di gas in Mozambico. Già la rivoluzione dello shale gas in USA ha scosso l’equazione sui prezzi in Europa con Gazprom costretta ad abbassare le quotazioni dell’oro blu in alcuni paesi. Se il gas del Mozambico dovesse riversarsi in Europa in modo cospicuo, ci sarebbe più concorrenza sui prezzi e la capacità di leverage di Gazprom sul mercato verrebbe seriamente ridimensionata.

    Rispetto a quando è uscito il suo famoso libro “The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea” (“Il petrolio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cambiato il ruolo del Caspio nella lotta epocale per il controllo dell’oro nero del pianeta?
    C’è stato certamente un cambiamento per l’area del Caspio: da ruolo centrale nella grande geopolitica a ruolo secondario per una lotta che si sta estinguendo. Le attuali tensioni Est-Ovest sul fronte delle pipeline in Europa hanno le loro radici nella strategia diplomatica americana degli anni Novanta quando l’obiettivo era di allentare la presa della Russia sull’Asia Centrale e sul Caucaso. All’epoca ciò rappresentava un pilastro della politica estera Usa. Una delle due gambe di questa politica era rappresentata dal gasdotto Baku-Ceyhan, divenuto operativo nel 2006. La seconda gamba, la Trans-Caspian pipeline, dal Turkmenistan all’Europa, non si è invece mai materializzata e dubito che lo sarà, almeno entro la fine di questo decennio. Il progetto si è infatti trasformato nel Nabucco, una versione molto più corta che dovrebbe partire non in Turkmenistan ma in Iraq, in Kurdistan o comunque dove vi sia gas sufficiente da giustificare la costruzione. L’Asia Centrale rimarrebbe così isolata rispetto all’Occidente e attratta verso l’Est , verso la Cina. Così staccata politicamente, l’unico interesse di Washington per il Caspio al momento è legato al fatto che si tratta di una rotta di transito per le forniture belliche in Afghanistan.

    In questo scenario come giudica il progetto South Stream? Molti osservatori lo considerano il gasdotto più fattibile perché, oltre alla Russia, coinvolge i principali player del Vecchio Continente ed ora, con la designazione del socialdemocratico tedesco Henning Voscherau alla presidenza, potrebbe guadagnarsi lo status di progetto strategico in seno all’Ue.
    Originariamente il South Stream è nato come risposta alternativa al Nabucco e all’Ucraina da parte della Russia. Penso che se il Nabucco non si materializzasse e le tensioni con l’Ucraina venissero meno, Vladimir Putin lascerebbe tranquillamente morire il progetto. E ciò potrebbe ancora accadere: ci si chiede perché Putin voglia spendere 10miliardi di dollari per la costruzione di questo gasdotto. C’è poi il fattore Cina. Se venisse siglato un accordo con Pechino, South Stream morirebbe . Ma di certo, anche per le ragioni sottolineate nella domanda, Putin sembra determinato a portare avanti il progetto indipendentemente dall’Ucraina e dal Nabucco.

    Sul Nabucco l’Ue ha annunciato una decisione finale il prossimo anno. Se il progetto venisse realizzato, secondo lei, sarebbe destinato a competere con il Gasdotto Europeo del Sud-Est (SEEP) o potrebbe fondersi con il Tanap?
    Penso che assisteremo ad una combinazione tra il gasdotto SEEP sostenuto da BP e un connettore meridionale. Il fatto che BP, proprietaria dei principali asset azeri, abbia pubblicamente sostenuto questa linea, la dice lunga. Nella remota possibilità che venisse raggiunto un accordo sul nucleare con l’Iran tutte le ipotesi sarebbero sul tavolo. Potrebbe sembrare strano, ma se mi si chiede di fare una previsione, io insisto sul fatto che il Nabucco non si materializzerà almeno fino alla fine del decennio.

    Chi è Steve LeVine Scrittore, giornalista e blogger, LeVine, attualmente risiede a Washington, D.C., dove segue la geopolitica dell’energia per la rivista Foreign Policy, che ospita il suo blog “The Oil and the Glory”. Per 11 anni, a partire da due settimane dopo il crollo dell’Unione Sovietica fino al 2003, ha vissuto tra l’Asia Centrale e il Caucaso. È stato corrispondente per The Wall Street Journal per la regione delle otto nazioni e prima ancora per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVine è stato corrispondente di Newsweek per il Pakistan e l’Afghanistan, mentre dal 1985 al 1988 è stato corrispondente dalle Filippine per Newsday. Ha pubblicato due libri: The Oil and the Glory (2007), che racconta vicende di battaglie alla conquista di fortuna, gloria e potere sul Mar Caspio; e Putin’s Labyrinth (2008), la storia della Russia raccontata attraverso la vita e la morte di sei personaggi, di cui nel 2009 è stata pubblicata una versione aggiornata in edizione in brossura da Random House.

  • Ogni petrolio ha il suo picco

    spensierata.mente | Mercoledì 18 luglio 2012 |  |

    Come direbbe Totò, “ogni picco ha il suo petrolio” . Ho letto ultimamente vari interventi sul picco del petrolio, che non esisterebbe più, o sarebbe un’idea superata e altre amenità. A me pare che non si valutino le cose da un punto di vista molto semplice: in natura tutte le risorse sono limitate e che lo vogliamo o no le miniere e i giacimenti con il tempo si esauriscono. Tutto il resto sono sciocchezze. Oppure si parla d’altro, mischiando petrolio naturale, gas naturale, carbone, mercato delle materie prime, petrolio e gas ottenuti dalla fratturazione delle rocce di scisto, in un miscuglio insensato.

    Tutto nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di George Monbiot.
    ” I fatti sono cambiati, ora dobbiamo cambiare anche noi. Nel corso degli ultimi dieci anni un’improbabile coalizione di geologi, trivellatori di petrolio, banchieri, strateghi militari e ambientalisti ci hanno predetto che il picco del petrolio – il declino delle forniture mondiali – era imminente.

    Il Picco del Petrolio non è avvenuto, ed è improbabile che accada per molto tempo ancora.

    Un rapporto dell’esperto petrolifero Leonardo Maugeri, pubblicato dall’Università di Harvard, fornisce prove inconfutabili che è appena iniziato un nuovo boom del petrolio.”

    E prosegue mischiando dati riguardanti il brent classico con quello “innovativo” prodotto con il fracking.

    Fa chiarezza sul punto U. Bardi in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


    “George Monbiot … Si sbaglia sul picco di petrolio, ma ha ragione sulla sua conclusione finale: ci sono abbastanza combustibili fossili per friggerci tutti.

    il vero errore fatto da Monbiot è stato quello di aver dato eccessiva importanza al picco del petrolio per il cambiamento climatico. Fino ad ora le stravaganze sulla produzione di petrolio non hanno influenza di molto l’andamento delle emissioni di gas serra. Adesso anche se la produzione di greggio è stazionaria da diversi anni, le emissioni di anidride carbonica continuano ad aumentare.

    Questo è quello che ci si aspetta: il petrolio è solo una delle fonti di CO2 in eccesso nell’ atmosfera e il costo sempre maggiore per estrarlo sta spingendo l’ industria ad un utilizzo di carburanti sporchi. In altre parole, stiamo assistendo ad una tendenza all’ utilizzo di carburanti che rilasciano sempre più CO2 per la solita energia prodotta”

     
    Al di la delle tesi ambientaliste sull’aumento di anidride carbonica, il cui contributo secondo me è meno importante del semplice vapore acqueo, sul picco del petrolio Bardi ha ragione.

    Basta fare un ragionamento ordinato, e si vedrà, al di la dei dati veritieri o meno, che il picco del petrolio esiste, come esiste quello del gas o del carbone ecc. Il picco della produzione di petrolio si misura giacimento per giacimento, tipologia per tipologia, e poi si sommano i vari contributi.

    Il primo esempio, il più clamoroso picco petrolifero di un giacimento importante tradizionale, con conseguente esaurimento dello stesso, fu quello di Baku, capitale dell’Azerbaigian, un tempo repubblica sovietica russa, oggi indipendente. Attualmente sono ancora presenti nella regione pozzi petroliferi in mare. Quelli terrestri si sono esauriti da tempo.

    “A partire dal 1873 Baku assistette al boom petrolifero che diede un forte impulso al suo sviluppo urbanistico e industriale, dando vita al distretto noto come la Città Nera. In un breve lasso di tempo la città vide la fioritura di rappresentanze e delegazioni di compagnie provenienti da ogni angolo del mondo: svizzeri, inglesi, italiani, francesi, belgi, tedeschi e persino americani.

    A Baku, nel 1848, venne effettuata la prima trivellazione al mondo, lo sfruttamento economico dei giacimenti iniziò nel 1872 e all’inizio del XX secolo l’area petrolifera di Baku era la più grande del mondo, se ne ricavava oltre la metà del consumo mondiale. Alla fine del XX secolo i giacimenti terrestri si esaurirono e si passò allo sfruttamento dei giacimenti marini.”

    it.wikipedia.org )

    Il picco di estrazione del petrolio dei giacimenti terrestri a Baku avvenne probabilmente nel 1941, quando vennero estratti 125 milioni di barili da parte dei sovietici. L’intenzione di Hitler nella seconda guerra mondiale era di occupare Baku per rifornire i suoi mezzi militari e proseguire la guerra.

    “Nel 1940 Baku era la gemma dell’industria petrolifera sovietica e il petrolio azero rappresentava il 72 % del petrolio estratto nell’Unione Sovietica, con il quale venivano rifornite le linee del fronte.

    Il piano di Hitler era quello di prendere Maikop (Russia) e Grozny (Cecenia ) ma soprattutto Baku ossessionato dall’idea del petrolio e dei rifornimenti che potevano avere un peso decisivo sull’esito della guerra, con il Petrolio caucasico e le fattorie Ucraine l’ impero nazista avrebbe potuto essere autosufficiente.Il piano dell’operazione fu chiamato Edelweiss e non pianificava nessun bombardamento su Baku per non danneggiare i pozzi petroliferi

    In ogni caso senza il petrolio del Caucaso in primis di Baku il sistema militare, industriale e agricolo sovietico sarebbe collassato.

    Nel luglio 1942 i tedeschi presero Rostov poi Maikop ma il petrolio che poteva essere disponibile era poco visto che i russi in ritirata distrussero pozzi e apparecchiature, l’ avanzata tedesca prosegui fino al Monte Elbrus il punto più alto del Caucaso e il 25 settembre 1942 fu decisa come data dell’attacco definitivo di Baku.

    Fortunatamente ciò non avvenne mai… La corsa si fermò con la definitiva sconfitta di Stalingrado e Baku non fu mai attaccata.”
    (jenaplissken.tumblr.com)Quando finì la seconda guerra mondiale, la manomissione dei pozzi durante il conflitto, li rese inutilizzabili. Inoltre non erano più produttivi, erano stati sfruttati fino all’ultima goccia, almeno con i metodi estrattivi di allora.

    “Carcasse di vecchi impianti petroliferi, nere per l’invecchiamento e l’uso, si stagliavano silenziosamente sull’orizzonte”  (Il petrolio e la gloria. – Di Steve LeVine books.google.it)
    I leggendari giacimenti di Baku, che ne avevano fatto la fortuna dalla fine dell’ottocento, erano esauriti.
    Nel 1947, le trivellazioni ripresero pionieristicamente nel Mar Caspio, ma il petrolio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mondo che ebbe fino alla seconda guerra mondiale.
    Il picco di petrolio dei giacimenti di Baku, fu quello che si manifestò con più drammaticità, a causa della guerra, ma è un fatto che tutti i giacimenti si esauriscono prima o poi. E’ sbagliato mischiare le carte come ha fatto Manbiot. Anche i giacimenti petroliferi e del gas coltivati con la fratturazione degli scisti avranno un loro ciclo di estrazione e prima o poi si esauriranno. La produzione dei giacimenti tradizionali, è già stata prolungata utilizzando tecniche estrattive sempre più innovative e costose.
    E il punto è proprio questo. Il petrolio si esaurisce non quando finisce veramente, ma quando diventa eccessivamente costoso estrarlo. Il vantaggio del fracking è quello di essere una tecnica non eccessivamente onerosa, meno di quella utilizzata per “lavare” le sabbie bituminose.
    Quindi il picco complessivo non può mai essere previsto in modo preciso, poichè può sempre sopraggiungere una nuova tecnica che permette di produrre nuovi tipi di greggio. La previsione va attualizzata al momento in cui viene fatta e dipende dalle tecniche estrattive di quel momento.
    Certo chi pensava che con il picco del petrolio tradizionale si arrivasse rapidamente al suo esaurimento, rimarrà deluso. Il petrolio è un combustibile, un tempo economico, contenente all’85% carbonio. Ma questo elemento chimico che lo rende combustibile, è presente sulla Terra sotto diverse forme. La maggior riserva di carbonio terrestre non si trova nell’atmosfera, e nemmeno nei giacimenti di idrocarburi, ma nelle rocce calcaree derivate dai gusci di miliardi di microrganismi marini che depositandosi si sono cementati in milioni di anni. Se si dovesse trovare in futuro una tecnica per estrarre il carbonio da queste rocce, altro che picco del petrolio…

    Uno degli articoli più ridicoli sul picco del petrolio, in contestazione a Manbiot, è quello scritto da C. Stagnaro, su www.chicago-blog.it, il quale sostiene che:
    “… la disponibilità fisica di greggio è una variabile rilevante ma non è né l’unica variabile né quella più importante. Ciò che guida il processo è infatti il sistema dei prezzi. Se, stante un certo livello della domanda, la quantità disponibile di petrolio a quei prezzi diminuisce, i prezzi saliranno. Ciò non sarà privo di conseguenze: da un lato i consumatori modereranno la propria domanda, dall’altro i produttori troveranno economico produrre da altre risorse e investire in ricerca per scoprirne di nuove “E’ l’idea classica della teoria liberista che si basa su beni e risorse infinite. E’ come dire che la dinamica dello scambio di Sarchiaponidipende unicamente dalla formazione del prezzo in un mercato di domanda ed offerta, e non dal fatto che il Sarchiapone esista veramente.

    Le risorse naturali sono finite, il loro esaurimento segue sempre lo stesso schema. Ridurre il tutto a domanda e offerta mi pare una semplificazione eccessiva. Non sono fondamentali qui le tecniche economiche, ma le tecniche estrattive, senza le quali non si va da nessuna parte.
    Comunque, la situazione di crisi mondiale, contribuisce al risparmio di petrolio e degli altri idrocarburi, e quindi ad un prolungamento delle previsione sulla loro estinzione. Credo che dovremo fare ancora i conti con le emissioni inquinanti degli idrocarburi per molto tempo. Sulle fonti alternative, anche a causa della crisi, non si fanno più investimenti, si continuerà pertanto a bruciare petrolio, gas e carbone. A meno che uno shock provocato da una guerra in Medio Oriente non faccia aumentare nuovamente il prezzo del brent.