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  • Le istuzioni d’uso di una Vita futura.

    Le istuzioni d’uso di una Vita futura.

    Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi

    Difficile definire cosa sia Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi, edito da Editrice Il Sirente nella collana Altriarabi dedicata alle voci contemporanee in lingua araba. Il romanzo, pubblicato in traduzione con il Patrocinio della Sezione italiana di Amnesty International e arricchito dalle imprescindibili illustrazioni di Ayman Al Zorgani, ha causato all’autore, nel 2016, la condanna a due anni di carcere per oltraggio al pudore; sicché è sicuramente un romanzo scomodo, un testo che racconta una Cairo convulsa, in preda alla violenza e alla follia, attraverso una narrazione fortemente metaforica e parzialmente traslata in un futuro fin troppo anteriore.
    Protagonista: una città completamente riprogettata, che arrivi alla messa al bando del disagio e del degrado, sacrificando chiaramente la parte umana e societaria che la dovrebbe abitare. A contrapporsi, un documentarista che, persino inconsapevolmente, si avvicina a un personaggio visionario e ribelle e ne abbraccerà la portata rivoluzionaria, in un crescendo di emozioni al limite tra spy story e fantascienza. L’esperimento letterario che ne deriva è interessante e intrigante: una sorta di denuncia della realtà contemporanea che, come precedenti illustri, viene tessuta attraverso la costruzione di un mondo artefatto e collocabile altrove, soprattutto nel tempo, ma che – del mondo di riferimento – ne trattiene le caratteristiche salienti e definenti, in un gioco di specchi e rimandi dall’incisività inarrestabilmente ironica e finanche grottesca.
    Il linguaggio è estremamente crudo e cruento, con espliciti riferimenti a sesso e droga, che così tanto hanno turbato la società egiziana di nuovissima ricostituzione, in un processo di libertà, seguito alla primavera araba, che si è arrestato e finanche riconvertito in un tradimento, come altri romanzi contemporanei di scrittori arabofoni stanno mettendo sistematicamente in luce. È una sorta di crudo realismo, quello creato da Ahmed Nàgi, che serve a disinnescare alla radice le pratiche disillusorie e disingannevoli attraverso le quali, subdolamente, viene nuovamente sedata un’intera collettività sociale.
    Il messaggio che Nàgi urla attraverso queste pagine è evidente ed eclatante: è un grido di sveglia, di ritorno al pensiero, di precisa consapevolezza: non tornare alle alletanti ma false e ammaliatrici promesse ma continuare a pretendere, con estrema lucidezza mentale e morale, la costruzione di una realtà che sia più sana, più concreta, più umana; che sia attente alle diversità, ai cambiamenti, che li assecondi e non li tema, che li faciliti e non li ostacoli. Perché, come in ogni altro angolo del mondo, come in ogni altro tempo che sia passato o futuro, i cittadini formano la società, ed è loro compito principale e prioritario quello di non arrendersi all’inevitabilità della sconfitta e all’ignavia della resa.

    Giulio Gasperini – ChronicaLibri

  • «Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

    «Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

    Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

    LA LETTURA | Il Corriere della Sera di Viviana Mazza

    Sono il primo scrittore a finire in manette per un romanzo nella storia del sistema giudiziario egiziano», dice Ahmed Nàgi con voce pacata al telefono dal Cairo. Il 20 febbraio 2016 l’autore trentunenne di “Vita: istruzioni per l’uso“, edito in Italia da Il Sirente, è stato condannato a due anni di prigione per «oltraggio al pudore» a causa del «contenuto sessuale osceno» del libro. La vicenda ha fatto scalpore in tutto il mondo, gli è stato conferito il Premio Pen per la libertà di espressione. Poi, a dicembre, la Corte di Cassazione ha ordinato la sua scarcerazione provvisoria, ma il caso è ancora aperto. Il 2 aprile saprà se deve tornare in prigione.
    Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tuttora in vendita in Egitto, descrive il Cairo in un futuro distopico, in cui la metropoli è stata distrutta — piramidi incluse — da una catastrofe naturale. Nel degrado della città il protagonista non può sorridere né esprimersi, e alcol, sesso, hashish sono rifugi illusori. «È un romanzo sulla vita dei giovani, sotto le pressioni delle autorità e della città», spiega l’autore nella prima intervista a un giornale italiano dopo il rilascio. Scritta durante la «stagnazione» dell’era Mubarak, prima della rivoluzione del 2011, l’opera è stata pubblicata nel 2014, dopo il golpe militare con cui Al-Sisi ha rovesciato il presidente Mohammed Morsi. Ma il libro aveva le carte in regola: era stato approvato dalla censura.

    Perché è stato arrestato?

    «Onestamente non lo so. Quando alcuni estratti del libro sono usciti sul giornale letterario “Akhbar Al-Adab”, un avvocato di nome Hani Salah Tawfik si è presentato alla polizia, accusandomi di avergli procurato alta pressione e dolori al petto turbando la sua idea di pudore. Il procuratore ha presentato il caso in tribunale. Nel primo processo sono stato giudicato innocente, ma il procuratore ha fatto ricorso: la Corte d’appello mi ha condannato. Adesso la Corte di Cassazione mi ha scarcerato, ma mi hanno vietato di viaggiare. Spero che l’udienza del 2 aprile sia l’ultima. Ci sono tre possibilità: che il giudice mi reputi innocente; che mi rimandi in prigione a scontare il resto della condanna; o che riduca la pena e, poiché ho già passato 11 mesi dentro, mi liberi. Gli avvocati sono ottimisti, ma io sono stanco, voglio che tutto questo abbia fine».

    Lei è stato condannato per oltraggio al pudore sulla base dell’articolo 178 del codice penale. Non c’era mai stata una sentenza simile in Egitto?

    «Non era mai successo. Nel 2009 lo scrittore e fumettista Magdi Shafiei è stato accusato di oscenità per la graphic novel Metro (ma si dice che la sua vera colpa fosse aver criticato Mubarak perché voleva trasmettere il potere al figlio, ndr): il giudice lo ha multato. Una multa era la cosa peggiore che poteva succederti».

    Perché a lei è andata diversamente?

    «Perché l’Egitto oggi è un Paese in fluttuazione, che galleggia appena. La situazione legale non è chiara: la nuova Costi- tuzione, approvata dal popolo nel 2014, vieta di incarcerare qualcuno per ciò che scrive o dice, ma ci sono molte leggi che la contraddicono, come quella per cui sono stato incriminato, e i giudici hanno enorme discrezionalità. Intanto, le autorità — il presidente, l’esercito, la polizia — si fanno la guerra per conquistare più potere. Quando la mia vicenda è iniziata, tre anni fa, c’era uno scontro feroce tra il sindacato della stampa e la procura generale, che ha ordinato di aprire tutti i casi contro i giornalisti, anche quelli come il mio, che di solito non arrivano mai in tribunale. Infatti oggi ci sono almeno 25 reporter in prigione. L’idea che mi sono fatto è che il procuratore abbia visto un’opportunità per presentarsi come custode della morale. Quando se la prendono con chi scrive di politica, le autorità sanno che l’opinione pubblica si schiererà con gli imputati. Ma hanno usato il mio caso per suggerire che i giornalisti vogliono corrompere la morale, i bambini».

    Nella prigione di Tora, al Cairo, come è stato trattato?

    «Ci permettevano di uscire dalla cella solo per un’ora al giorno, ma negli ultimi cinque mesi per niente. Per cinque mesi non ho visto il sole, potete immaginare come influisca sulla salute. Non ci sono regole, sei nelle mani delle guardie carcerarie e dei loro umori: un giorno accettano di farti arrivare dei libri, il giorno dopo no. Tora è una specie di città carceraria, contiene 25 prigioni. Nella mia sezione c’erano alti funzionari condannati per corruzione: tre giudici, un ex poliziotto, un ex ufficiale dell’esercito… In 60 in una cella di 6 metri per 30. E c’erano anche persone sotto inchiesta ma non condannate: la legge lo consente. Ho conosciuto un uomo che, dopo 24 mesi dentro, è stato dichiarato innocente. Anche alcuni criminali avevano letto il mio libro: non è un bestseller, sono rimasto colpito».

    In quegli 11 mesi lei ha scritto un libro, nascondendo le pagine per non farsele sequestrare. Di cosa si tratta?

    «È un romanzo storico, ambientato nel XIX secolo, all’epoca della costruzione del Canale di Suez. Scavare il canale era un’impresa basata sul sogno di sposare lo spirito dell’Est e il corpo dell’Ovest. Doveva essere un modo per controllare l’eco- nomia e il mercato e diffondere i valori del progresso».

    Lo scrive in un momento in cui la situazione economica in Egitto è drammatica. Si aspetta nuove proteste?

    «Secondo i dati ufficiali, l’inflazione è al 29%. Quattro mesi fa, la Banca mondiale ha chiesto all’Egitto di smetterla di con- trollare il prezzo della sterlina egiziana e il valore è crollato. Non abbiamo il welfare come voi italiani, ma c’è un sistema di sussidi governativi per beni essenziali come lo zucchero e il pane, che hanno prezzi controllati. Ora l’Egitto è costretto ad applicare i prezzi di mercato, ma gli stipendi non sono aumentati. Lo zucchero non si trova, in un Paese in cui dipendiamo da tre tazze di tè dolcissimo al giorno per l’energia fisica quotidiana. Di recente ci sono state proteste, ma non spero che continuino, sarebbe un disastro perché la gente arrabbiata non manifesta, va a prendersi il cibo nei negozi. Io non sono contrario al mercato libero, ma i cambiamenti troppo rapidi stanno distruggendo la vita delle persone. Non è solo un problema legato al regime, ma anche alle istituzioni occidentali che impongono questa agenda economica. Ai leader europei sta bene un Egitto che galleggi, perché vogliono trasformarlo in un posto di blocco per i migranti. Ai tempi di Mubarak compravamo tutte le armi dagli Usa, adesso abbiamo acquistato due aerei dalla Francia, due sottomarini dalla Germania. Perciò i leader europei adorano Al- Sisi, e gli daranno soldi e armi qualunque cosa faccia, purché controlli i migranti».

    Lei conosceva Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso al Cairo?

    «Voglio esprimere le mie condoglianze alla famiglia di Giulio. L’ho incontrato una volta, a una festa, non abbiamo parlato a lungo, ma ho avuto la sensazione che fosse nobile e gentile. Io sono un po’ cinico, nichilista, ma ho provato ammirazione per quello che faceva. Era un accademico, ma non ambiva solo a scrivere una tesi, voleva aiutare le persone che studiava a migliorare la loro vita».

  • «I miracoli» di Abbas Khider

    «I miracoli» di Abbas Khider

    Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

    Un libro che occhieggia invitante dal tavolino davanti al posto accanto al suo, un lungo viaggio in treno attraverso la Germania, un passeggero che non può non sentirsi attratto dal voluminoso plico di fogli con l’ammiccante titolo nella sua lingua di origine “Memorie”. Quando per un fortuito malinteso il plico gli finisce sulle ginocchia gli basta un’occhiata per capire che l’occupante del posto non tornerà a reclamarlo e un attimo per lasciarsi assorbire nella lettura. Hamid Rasul ha affidato alle pagine vergate in incerti tratti a matita la propria vita: la giovinezza in Iraq, le angherie del carcere di regime ad appena diciotto anni, la fuga dapprima in Giordania, poi in Ciad, Libia, Turchia, Grecia, per approdare infine all’agognata ma deludente Europa, arrivando in Germania dopo una sosta obbligata sul suolo italiano. Saranno molte le false partenze che dovrà sopportare prima di giungere in Europa, e, nel corso di ciascuna farà incontri strepitosi, visiterà nuove celle di prigione, incontrerà donne fascinose, vivrà grandi amori, passioni fugaci e intense amicizie, troverà mille espedienti di sopravvivenza…

    I miracoli : Abbas KhiderDi pari passo con i sentimenti ispiratigli dalle molteplici figure femminili che sin dalla prima adolescenza hanno turbato i suoi sogni e occupato i suoi pensieri, procede il più grande degli innamoramenti, quello che lo coglie adolescente e non lo abbandonerà più, accompagnandolo nelle sue peregrinazioni fino al treno su cui un passeggero che si chiama come lui sta leggendo i sui scritti: l’amore per la scrittura, per la poesia. È una frenesia che lo coglie ogni qual volta incontra una nuova donna, o quando la sua vita sta attraversando fasi delicate, è talmente totalizzante da spingerlo a qualsiasi follia pur di procurarsi la carta, che gli è più necessaria del cibo. Inizierà rubando i fogli in cui i suoi genitori commercianti di datteri avvolgono la merce, poi ruberà quelli in cui i vari banchetti del mercato avvolgono il cibo. Scriverà sui muri di tute le celle in cui sarà detenuto, e, quando da esule in Germania la sua paga di 60 euro al mese non gli consentirà di comprarla, ruberà i giornali per scrivere lungo i margini, e poi ne ruberà dei fogli a Sara, la sua fidanzata tedesca, che, alimenta , complice, questa abitudine. Abbas Khider, alter ego del protagonista ha creato ne I miracoli una sorta di gioco di specchi attraverso il quale il passeggero lettore legge la propria storia e la racconta a se stesso e al lettore. Nessuna delle esperienze narrate, però, è mai opprimente o dipinta in toni foschi e melodrammatici. È solo a posteriori che ci si rende conto dell’intensità del dolore, dell’estensione delle privazioni, della profondità delle offese che quest’uomo ha condiviso con i suoi compagni di viaggio, dagli scafati camerieri al piccolo Sherzad, costretto a viaggiare con unico bagaglio la sua storia e dovendo lasciare dietro di sé anche i pochi fogli che di volta in volta riesce a racimolare e riempire. Le condizioni di vita, l’annichilimento di esseri umani costretti a vivere in 20 in una stanza e a sopravvivere cambiando le cassette dei film porno nel retro di un bar malfamato oppure insegnando arabo in un villaggio di montagna del Ciad dove i muri sono misteriosamente ricoperti del suo nome. Il dolore, la sofferenza per le torture, i tentativi falliti di lasciare la Grecia e la Turchia, i compagni di viaggio persi in mare, quelli costretti a pagare con la propria dignità o quella dei loro cari viaggi costosissimi e senza garanzie, tutto viene in qualche modo circonfuso da un alone dolce, profumato come il sentore delle donne che ha incontrato e che lo hanno innamorato, della poesia che torna a ispirare la sua mano ogni volta che un certo sogno di un tempio si ripresenta. La dolcezza di un paio di seni, la classificazione metodica dei posteriori che ha incontrato in tre continenti, fanno sempre da contrappunto a una narrazione che riesce a non far mai perdere il sorriso all’attonito lettore. Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea che a tratti si fa romanzo picaresco e che lascia sulle dita, quasi palpabile, un aroma di zucchero e cannella, un senso di meraviglia che irretisce il lettore di riga in riga, a partire dalla splendida copertina e dalla grafica concettuale della prima pagina del volume, che, in linea col resto della collana riporta un delicato cameo che riassume bene la storia del suo autore, un tubero sul quale ha attecchito una pianta irachena.

    Recensione del libro I miracoli di Abbas Khider Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2017

  • AHMED NÀGI – VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

    AHMED NÀGI – VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

    A maggio 2016, durante il salone del libro di Torino, sono passato davanti allo stand delle edizioni “Il sirente”. Ho fatto quattro chiacchiere con la persona che in quel momento era allo stand (non farò nomi e cognomi ne tantomeno dirò la sua mansione). Tra una parola e l’altra mi chiede se mi poteva interessare un piccolo libricino. Era un estratto da un libro. L’estratto era importante perché riproduceva la parte incriminata del libro, la parte che aveva portato alla condanna dell’autore. Sono passati alcuni mesi, il libro è uscito, io l’ho letto e ho una cosa da dire: non leggete i libri perché gli autori sono stati imprigionati, leggeteli perché vi potrete rendere conto della prigione che sta diventando il mondo.

    Il libro in questione è “Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi. Nell’edizioni Il Sirente ci sono delle illustrazioni di Ayman Al Zorqani che fanno da complemento al libro e spesso si intrecciano con la narrazione.

    Siamo in Egitto, verrebbe quasi da dire che stiamo visitando una realtà distopica, se non fosse che il nostro rapporto con l’Egitto tutto piramidi e sfingi è cambiato irreparabilmente con la morte di Giulio Regeni. Non si tratta più di una meta turistica per famiglie annoiate, si tratta di altro, di qualcosa che sale oscuro dalla sabbia. La maledizione di Tutankamen è ricaduta sugli abitanti stessi.

    Ahmed Nàgi ci racconta, con una scrittura diretta che non si abbandona ai compromessi, un Egitto frammentato, malato e cinico. Racconta una città, Il Cairo, dove le passioni sono marcite, l’amore è un piccolo puntino lontano, il potere e la politica hanno sovrastato tutto come una colata di cemento. All’interno di questa cornice veniamo ad incontrare personaggi che fatichiamo a riconoscere come reali, ma che sfortunatamente (il più delle volte) lo sono. Bassàm Bahgat protagonista del romanzo e regista di documentari che hanno lo scopo di raccontare la città e sono sponsorizzati dalla “Società degli Urbanisti.” Ihàb Hassan, un intellettuale membro di questa fantomatica società che per nutrirsi spreme polli seminudi. Mona Mei, il lato sentimentale amoroso ed erotico e altri personaggi che fanno da corollario al protagonista.

    Anche se, a dirla tutta, la protagonista principale è la città di Il Cairo. Una città distrutta da una catastrofe. Una città moralmente in declino, dai costumi scostumati che riflettono l’abbandono delle persone alla mediocrità e al disprezzo per il prossimo.

    Il libro di Ahmed Nàgi non va letto perché l’autore è rinchiuso in un carcere perché ad un cretino qualsiasi con un po’ di potere è venuto mezzo infarto leggendo una scena di sesso esplicito, questo libro va letto per rendersi conto di dove ci può portare la strada che abbiamo intrapreso. Una strada in cui nulla sembra avere più davvero importanza.

    Notevole la traduzione di Elisabetta Rossi e Fernanda Fischione.

    Un plauso alla casa editrice. Da quando ho conosciuto “Il Sirente” una lacuna letteraria si sta lentamente riempiendo. C’è ancora tanta strada da fare, ma un po’ alla volta, seguendoli, conto di riuscire a colmarla del tutto.

    Ahmed Nàgi è uno scrittore e giornalista egiziano, collabora con numerose testate nazionali internazionali. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Arrestato nel Marzo 2016 e condannato a due anni di prigione dal tribunale di Bulaq (Egitto) per “offesa alla pubblica morale” a causa del suo ultimo libro “Istikhdam al-Hayat” (“Vita: istruzioni per l’uso”). Per le nostre edizioni ha pubblicato “Rogers e la via del drago divorato dal sole” (il Sirente, 2010).

    Senzaudio, Gianluigi Bodi 10/11/2016

  • Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

    Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

    NARRATIVA EGIZIANA. AHMED NÀGI

    Un giovane dal vorace appetito sessuale svela odi, frustrazioni, famiglie incestuose

    La prima domanda è retorica: è ancora possibile nel 2016 andare in galera per un libro? La seconda è terra terra: cosa ci sarà mai tra le pagine di ‘Vita: istruzioni per l’uso’ se è bastata la pubblicazione del suo VI capitolo sul periodico egiziano Akhbar al Adab perché otto mesi fa l’autore Ahmed Nàgi fosse arrestato e condannato a due anni di carcere con l’accusa di oltraggio al pudore? La risposta a questo interrogativo ci porta al vero motivo per cui leggere il romanzo appena tradotto in italiano dall’intraprendente editore il Sirente. Perchè al netto del sostegno dovuto ai letterati imbavagliati, che a marzo ha visto il PEN attribuire a Nàgi il prestigioso premio Barbery Freedom to Write, c’è la letteratura.

    La storia raccontata da Nàgi è come una serie di scatole cinesi il cui valore cresce via via che la dimensione diminuisce. Il primo livello riguarda le vicende di Bassam Bahgat, giovane documentarista dal vorace appetito sessuale che all’indomani di un esiziale terremoto viene assunto dalla misteriosa Società degli Urbanisti per riprogettare, e in realtà distruggere, l’anima contradditoria, ma proprio per questo indomita, della capitale egiziana. Oltre Bassam però, c’è l’Egitto contemporaneo.

    Descrivendo i miasmi, gli umori, le cicatrici esterne e quelle intime di una Cairo enorme eppure claustrofobica, Nàgi ci suggerisce cos’è che, al netto dei coiti, masturbazioni e full immersion alcoliche tra nebulose di marijuana, ha davvero scatenato l’ira del regime contro di lui.

    “La musica è morta negli anni’70” dice a un tratto Rim, l’amante di Bassam che finirà per curare la propria depressione votandosi a una nuova annichilente illusione in cui sdoppiarsi, con e senza hijab. “cazzate-replica lui – Dov’è la tomba della musica?” e lei “Guarda il letamaio che hai intorno”.

    Chi ha ucciso la musica al Cairo lasciando gli abitanti in un silenzio sinistro che è sintomo di afasia, infantilismo politico, disperato onanismo fisico e intellettuale? La risposta è nelle infinite allusioni di cui è fin troppo infarcito il romanzo.

    C’è l’anima nera della città, epicentro della rivoluzione del 2011 ma anche tanfo di sterco e piramidi di rifiuti, donne pingui ricoperte da strati di stoffe nere e uomini in perenne quanto improduttiva eccitazione sessuale, squallidi micro-bus all’arrembaggio degli incroci fatali, odio, frustrazione, voglia di rivalsa sulla Storia, folli di Dio, trans, artisti, bambini di strada, poliziotti con gli occhiali neri, uomini d’affari obesi, stranieri in motorino in quartieri selezionati tipo Maadi, famiglie incestuose, interi distretti che vivono con la corrente prelevata abusivamente dai lampioni.

    C’è il Generale, carica in cui è riassunta l’identità stessa del potere, che “da quando è al timoneha precluso ai giovani l’accesso alla politica”. Ma ci sono anche loro, i “giovani agitati tra folle preconfezionate”, l’ombra di quanto furono i temerari ragazzi di Tahrir, poveri illusi alla deriva laddove non c’è più spazio per la ribellione e “perfino il caos si agita in aree circoscritte o entra nella catena di produzione di un enorme ingranaggio che opera per mantenere l’equilibrio”.

    Ci sono i fanatici religiosi, la cui presenza aleggia sull’intero romanzo nelle forme più diverse: il colore verde (come la natura ma anche come l’Islam) che “non comparve alla vigilia della tragedia ma molto prima”, la grande manipolatrice paprika intenzionata a deviare il corso del Nilo che “ti aiuterà a vedere ciò che non si vede e a vedere ciò che non esiste”, la stessa Società degli Urbanisti il cui segreto più importante è “la modalità con cui trasmette il senso di sicurezza , l’avresti avvertito mentre uno di loro ti stringeva la mano sollevandoti il peso dalle spalle, come un bambino piccolo che trona nel grembo materno”. E poi c’è la società civile, alleata con la politica e la religione per impedire “che venga a galla quanto avviene nelle viscere” del Cairo.

    Non risparmia nessuno Nàgi nel romanzo illustrato dai feroci disegni di Ayman al Zorqani. E quando arrivi al capitolo VI, il cuore pornografico del libro per cui ufficialmente l’autore è in cella, appare chiaro che lì, come nelle pagine precedenti, la nudità intollerabile per il regime non è quella di Bassam e le sue amanti ma quella dell’Egitto contemporaneo, la religione eterno oppio dei popoli, il regime militare stesso. Il bambino dei vestiti nuovi dell’imperatore non avrebbe oggi alcuna chance al Cairo.

    La Stampa/ Tutto Libri di Francesca Paci 22/10/2016

  • “Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

    “Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

    L’INTERVISTA  Ayman al-Zurqany – Il disegnatore in Italia per presentare un libro messo all’indice

    di Francesca Bellino

    Quando lo scrittore e blogger egiziano Ahmed Nàgi ha scritto “Vita: istruzioni per l’uso” non poteva immaginare quanto gli avrebbe condizionato la vita. L’ha scritto prima delle rivolte del 2011 con la speranza di vedere migliorare la condizione dei giovani del Cairo, ma la sua schiettezza e il suo talento narrativo sono stati ripagati con una condanna del Tribunale di Bulaq a due anni di carcere per “offesa alla pubblica morale” per i riferimenti espliciti a droga, sesso e alcool.

    Insignito del Premio Barbey Freedom to Write da Pen International e ora pubblicato in Italia da il Sirente (traduzione dall’arabo di Elisabetta Rossi e Fernanda Fischione), il romanzo è arricchito dalle illustrazioni del disegnatore Ayman al Zorqani venuto in Italia a presentare il libro in assenza dello scrittore.

    Ayman, come sta Ahmed Nàgi?

    Non posso andare a trovarlo. Possono entrare in carcere solo i parenti più stretti e gli avvocati. Ci scriviamo lettere e riesco a vederlo durante i processi, da lontano. Fisicamente non sta male, ma psicologicamente sì. I carcerieri non gli consegnano i libri. Non vogliono dargli speranza.

    Perché è stato arrestato?

    E’ la prima volta che in Egitto uno scrittore viene arrestato per un suo testo. Un cittadino lo ha denunciato dopo aver letto sul periodico letterario Akbar el Adab un estratto del romanzo uscito due anni fa, sostenendo che il testo gli aveva dato “un estremo senso di malessere”, divenuto malessere di Stato montato da un funzionario di polizia che probabilmente voleva sfruttare la situazione. E così ha ingrandito la vicenda. Ma al fondo della vicenda c’è un meccanismo innescatosi con l’arrivo di Al Sisi che ha causato anche la morte di Giulio Regeni.

    Ovvero?

    Con Mubarak nessun piccolo funzionario avrebbe mai potuto prendere una tale iniziativa. Si aspettava sempre un suo ordine. Con Al Sisi, invece, si è avviato un nuovo fenomeno che è quello delle iniziative dal basso, come è accaduto con la denuncia di Nàgi. Ai tempi di Mubarak nessuno straniero sarebbe stato ucciso e nessuno scrittore arrestato senza il suo volere.

    Quali sono le novità sul caso Regeni?

    La versione che viene raccontata è che una spia del regime aveva chiesto allo studente di aiutarlo ad avere un passaporto per l’Italia, ma in seguito a divergenze l’informatore avrebbe accusato Regeni di essere una spia e lo avrebbe denunciato a poliziotti di basso rango che, di loro iniziativa, lo avrebbero torturato a morte.

    Che clima c’è in Egitto?

    Di grande paura. Anche chi non ha fatto nulla ed è allineato ai costumi tradizionali e conservatori cairoti, quando incontra per strada un poliziotto teme gli possa accadere qualcosa.

    E gli artisti come vivono?

    Nel constante contrasto fra il desiderio di esprimerci e la voglia di dedicare tempo alla nostra arte e il bisogno di opporci alla visione conservatrice.  Con Mubarak c’era una libertà di espressione di facciata e dei limiti precisi da non superare, quindi molta autocensura. In “Vita: istruzioni per l’uso” Nàgi mostra le varie città contenute nel Cairo, quella di superficie e quelle sotterranee, la distruzione della metropoli e il vuoto che ne rimane. Ma né io, né lui abbiamo mai avuto l’intenzione di dire come deve essere la Cairo del futuro.

    Il Fatto Quotidiano 12/10/2016

  • Esce in Italia Vita: istruzioni per l’uso  Ma lo scrittore è in carcere in Egitto

    Esce in Italia Vita: istruzioni per l’uso Ma lo scrittore è in carcere in Egitto

    Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria, ma non era mai successo in Egitto che un autore venisse condannato a due anni di prigione per un romanzo

    di Viviana Mazza per il Corriere della Sera

    Il romanzo esce giovedì 6 ottobre in Italia. Ma l’autore, il trentunenne egiziano Ahmed Nagi, al lancio (nei giorni precedenti a Roma) non c’era: è in prigione. Il 20 febbraio scorso è stato condannato a due anni di carcere per «oltraggio al pudore» a causa del «contenuto sessuale osceno». Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria in Egitto, ma è il primo caso di uno scrittore arrestato per il proprio libro.

    Si intitola Istikhdam al-Hayat, tradotto come Vita: istruzioni per l’uso dalla casa editrice Il Sirente. Racconta la realtà sociale del Cairo, immaginando un futuro distopico in cui la metropoli è stata colpita da una terribile catastrofe naturale e una «Società degli Urbanisti» vuole distruggerne l’architettura millenaria per creare un centro futuristico, governato dalle macchine e dalla tecnologia. Il capitolo che ha messo nei guai lo scrittore è il sesto. Vi si racconta di una serata in cui il protagonista ventitreenne Bassam beve alcol, fuma hashish e fa sesso. «Cosa fanno i giovani di vent’anni al Cairo? — scrive l’autore in un passaggio — Leccano pupille, leccano fiche, succhiano cazzi, sniffano polvere, inalano hashishmisto a sonniferi? Fino a quando questo genere di feticismo continuerà a essere eccitante, innovativo e stimolante? Chi ora siede in questa stanza, da giovane ha provato molte droghe, sia ai tempi dell’università che dopo. Ma guardali, sono come atolli separati, incapaci di dare un senso ai loro giorni senza stare assieme».

    «Triste mentre Ahmed è in carcere»

    In Italia è venuto il coautore di Vita: istruzioni per l’uso. «È triste essere qui mentre Ahmed è in prigione», dice al Corriere Ayman Al Zorqani, che ha realizzato illustrazioni che si alternano ai capitoli del romanzo. Aveva incontrato Ahmed Nagi prima della rivoluzione del 2011, ed era rimasto colpito dal suo stile. «Parlava di politica in modo sarcastico, e per questo era più efficace, faceva arrabbiare le autorità perché si faceva beffe di loro», spiega. Nagi si stava anche facendo un nome: Vita, istruzioni per l’uso è il suo secondo romanzo pubblicato in Italia, dopo l’esordio con Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole (Il Sirente, 2010). I due avevano deciso subito di collaborare, ma dopo l’inizio della rivoluzione sospesero ogni cosa, per poi riprendere a lavorare al romanzo nel 2012.

    La rivista di sinistra e il manager della Fratellanza

    L’arresto di Nagi è in parte il frutto di conservatorismo sociale ma anche di inettitudine e vendette personali. La storia ce la racconta Al Zorqani, in una lunga conversazione. Nagi lavorava per il periodico culturale Akhbar Al Adab. Nel 2013, durante l’era della Fratellanza Musulmana, erano stati piazzati a capo dei giornali uomini fedeli ai nuovi governanti. «I giornalisti di Akhbar Al Adab sono di sinistra e atei, mentre il nuovo manager, tale Magdi Afifi, conservatore e religioso tentava di controllare quello che scrivevano». È stato in questo periodo che uno dei caporedattori ha pensato di pubblicare un estratto del romanzo al quale Nagi stava lavorando. «Ahmed gli ha consegnato tre capitoli tra cui scegliere e poi è partito per un viaggio già previsto negli Stati Uniti — continua Al Zorqani —. Nel frattempo, a metà del 2013 i Fratelli Musulmani sono stati rovesciati, poi Al Sisi è diventato presidente e ha sostituito tutti manager dei giornali con uomini a lui fedeli. Ma si è dimenticato di Akhbar Al Adab. E così questa è stata l’età dell’oro per il periodico». Infatti, «il manager nominato dai Fratelli Musulmani non voleva essere epurato e perdere il lavoro e così restava zitto, non interferiva con il giornale. Ma quando il capitolo sesto di Nagi è stato pubblicato, c’è stato chi l’ha trovato offensivo, anche se il suo contenuto non è senza precedenti. E’ stato allora che le autorità hanno scoperto che Afifi era il manager e l’hanno licenziato in tronco».

    La furia di Afifi

    E allora Afifi si è arrabbiato. «Aveva sopportato per quattro mesi un giornale pieno di parolacce e contenuti immorali e senza Dio. Pensava almeno di poter riuscire a conservare il posto – ci dice Al Zorqani —. A questo punto non poteva opporsi alla decisione di Al Sisi, ma almeno poteva vendicarsi di quei miscredenti. Così deve aver visto nel capitolo del libro di Nagi una specie di dono divino: gli permetteva di colpevolizzare la redazione e anche di spingere il governo a essere più conservatore. Così è andato presso l’ordine dei giornalisti, ha denunciato Akhbar Al Adab affermando che pubblicava pornografia, contenuti volgari e contrari all’Islam. Le autorità hanno cercato di evitare che scoppiasse un caso, non volevano che Afifi apparisse come un eroe, ma odiavano anche Ahmed e il suo lavoro. Quando è tornato dagli Stati Uniti lo hanno sospeso, anche se non licenziato. A lui non importava. Nel frattempo, abbiamo completato la grafica e fatto stampare il libro in Libano, poi la polizia doganale egiziana ha dato l’autorizzazione all’ingresso delle mille copie e il romanzo stava avendo un discreto successo, ne avevamo vendute 900».

    La nuova denuncia

    Era passato un anno, insomma, quando è arrivata una nuova denuncia, stavolta da parte di un privato cittadino, di nome Ghani Salah, che si è detto turbato dai riferimenti al sesso contenuti nello stralcio pubblicato dalla rivista. Al Zorqani sospetta che l’istigatore fosse il solito Afifi. Quel che è certo è che nessuno si aspettava che lo scrittore potesse essere arrestato. «Non è la prima volta che la letteratura egiziana contemporanea presenta personaggi poco edificanti — scrive l’arabista Elisabetta Rossi —: basti pensare per esempio a ‘Abdallah, protagonista del romanzo di Ahmad al-‘Aydi Essere ‘Abbas al-‘Abd… che beve alcolici, fuma hashish e intrattiene relazioni libere con le ragazze; la sua schizofrenia lo porta a uno stadio di alienazione che lo dirotta verso un rapporto conflittuale con la società e la città in cui vive, Il Cairo». Certo, ci sono stati libri proibiti in passato in Egitto, sottolinea Al Zorqani, sin da «L’Islam e le fondamenta del potere politico» di Ali Abdel Raziq nel 1925 (che era in realtà un libro contro il re Fuad) fino al graphic novel di Magdi Shafiei bandito nel 2007 per una scena d’amore (in realtà dava fastidio il fatto che criticasse il presidente Mubarak perché voleva trasmettere il potere al figlio). «Ma non c’erano precedenti per l’arresto di Ahmed Nagi. E così lui aspettava al massimo una multa, non certo il carcere».

    La condanna

    Le autorità di polizia e poi il giudice in appello hanno voluto fare bella figura, secondo il disegnatore. Dopo il proscioglimento in primo grado, «la pubblica accusa ha deciso di trasformare l’indignazione del privato cittadino in indignazione dello Stato», ha detto all’Ansa Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia che ha patrocinato il libro. A nulla sono valse le proteste di 700 intellettuali egiziani e il Premio «Barbey Freedom to Write» conferito da «Pen» al giovane scrittore. «Ahmed all’inizio pensava che i media potessero aiutarlo», spiega Al Zorqani. «C’era stato un forte movimento in suo favore. Anche i conservatori cui non piace questo libro e che credono debba essere proibito non pensano che lui debba andare in prigione».

    Prigioniero politico

    Secondo Al Zorqani, a un certo punto, Nagi è stato visto come un oppositore politico e ciò rende difficile anche una riduzione della pena. «Ci sono state celebrità che in tv hanno detto che questo non è l’Egitto in cui credono, hanno presentato questo caso come una questione personale contro Al Sisi. E anche le autorità lo stanno trattando come un prigioniero politico. Due settimane fa, sono stati graziati alcuni criminali comuni, ma lui no, è rimasto dentro». Anche Amnesty International sospetta che la colpa di Nagi non siano stati tanto i dettagli su sesso e droga sparsi nel libro, quanto il realismo con cui descrive «una Cairo triste, violenta, putrida e cattiva». «Per tutto il tempo che vivi o ti muovi dentro al Cairo, sei costantemente denigrato. Sei destinato a incazzarti. Anche se impieghi tutte le forze della Terra non puoi cambiare questo destino. Sei soggetto in ogni momento ai pettegolezzi che ti arrivano da sopra e da sotto, da destra e da sinistra», riflette il protagonista Bassam. «La ricostruzione del Cairo e l’attenzione alla sua architettura sono dunque tematiche centrali del romanzo», nota Elisabetta Rossi che ha intervistato l’autore prima dell’arresto. «L’intento della “Società degli Urbanisti” non sembra così distante dalla realtà: pare quasi rispondere all’attuale e ambizioso progetto di Al Sisi di costruire, coi finanziamenti sauditi, una moderna capitale egiziana nel cuore del deserto».

    «Il processo» di Kafka (a fumetti)

    Al Zorqani ci dice di aver visto l’amico un mese e mezzo fa, l’ultima volta. Era dentro la gabbia in cui vengono tenuti gli imputati in tribunale. «Non aveva un brutto aspetto, non sta male fisicamente, ma è in uno stato di panico. So dalla sua fidanzata che non riesce a dormire. E’ in cella con altre 40 persone e vorrebbe restare solo. La buona notizia è che è un carcere per uomini d’affari corrotti perciò non ci sono scontri e zuffe, ma non può nemmeno andare in bagno senza un guardiano». Al Zorqani gli ha mandato «Il processo» di Kafka in arabo e «Hush», il fumetto di Jim Lee. «Quando vedono i disegni, le guardie non fanno problemi. Pensano che i fumetti siano per bambini».