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  • Satsfiction (Alessandro Vergari, 12 giugno 2018)

    Satsfiction (Alessandro Vergari, 12 giugno 2018)

    Satsfiction (Alessandro Vergari, 12 giugno 2018)

    Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

    “Fuori da Gaza” di Selma Dabbagh (Il Sirente, 2017, traduzione dall’inglese di Barbara Benini) è un romanzo sul dolore dei palestinesi. Cosa “rappresenti” Gaza, non è semplice dirlo. Il punto nevralgico della crisi mediorientale? Dopo l’esplosione e l’internazionalizzazione del conflitto siriano, non più. Un carcere a cielo aperto? Certo, non si contano le persone adulte nate a Gaza e mai (sottolineo, mai) uscite dai suoi confini. Eppure, dopo gli eventi bellici che hanno coinvolto Aleppo, Homs, Raqqa, Mosul, Ghouta, l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale si è concentrata sulle vicende di altre città assediate. Perfino i vicini Paesi arabi sembrano oramai rassegnati alla normalizzazione del “caso” Gaza. Nella Striscia, la morte incontra la tecnica, un connubio letale, nel segno di una perfezione assassina. Un drone, un elicottero, un aereo militare, o la buona mira di un cecchino: in quanti modi si muore nei Territori Occupati? Anche qui, la nostra sensibilità sconta il dilagare di una certa assuefazione.

    Gaza, comunque, conserva tratti di unicità. “Occupazione” è un termine che contiene in sé il suo complemento, perché chi occupa è, ça va sans dire, Israele. C’è chi opprime e chi è oppresso. C’è chi ha sottratto territorio, sorgenti, campi, case e chi ha subìto il perpetuarsi di inenarrabili ingiustizie e ancora le subisce. Il 30 marzo scorso una manifestazione di trentamila persone, organizzata per chiedere il ritorno nelle terre perdute nel 1948, è stata repressa nel sangue. Diciassette morti. La giornalista Amira Haas ha scritto che la Marcia voleva scuotere “il pilastro fondamentale della politica israeliana, cioè l’idea di stroncare il progetto nazionale palestinese separando la Striscia di Gaza dal resto della società palestinese in Cisgiordania e Israele”, e che “l’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa”. Amira Haas è però una voce isolata nel dibattito nazionale, al pari di un altro giornalista di sinistra, Gideon Levy. Il governo Netanyahu dipende dall’appoggio degli estremisti ultraortodossi e l’accentuazione della violenza è l’esito di questo abbraccio politico fatale.

    Selma Dabbagh ha scritto Fuori da Gaza, opera premiata con il “Guardian book of the year”, forte di una complessa stratificazione di esperienze. Selma Dabbagh è un avvocato dei diritti umani. Per lavoro ha girato il mondo e ha vissuto in Francia, nei Paesi del Golfo, a Londra. Nata in Scozia nel 1970, annovera, nel ramo paterno della famiglia, originaria di Jaffa, un nonno incarcerato dagli inglesi ai tempi del Mandato Britannico per motivi politici e un padre ferito, a dieci anni di età, da una granata lanciata dai sionisti. Selma Dabbagh ha deciso di affrontare la tragedia in un romanzo di pura fiction, costruito su letture, studi, conoscenza diretta e indiretta di fatti, situazioni, avvenimenti storici. In Fuori da Gaza l’autrice introduce senza remore il tema della divisione dei palestinesi, inchiodando alle proprie responsabilità “le vittime delle vittime” (una definizione di Edward W. Said). La scrittrice evita la trappola del facile manicheismo e della bieca propaganda. Sia chiaro: nel romanzo il nemico, benchè spesso senza volto, mano visibile guidata da una mente invisibile, non sfugge all’identificazione. Eppure, fin dall’inizio, il fronte interno appare percorso da divisioni e appannato dalla macchia di un nascente estremismo, per nulla funzionale al perseguimento dell’obiettivo comune. Selma Dabbagh denuncia anche la diffusa corruzione tra gli alti ranghi dell’Organizzazione e tra i vertici delle Istituzioni.

    Al centro del romanzo vi è una famiglia radicata nella militanza. Jihàne, la madre, in apparenza lontana dalla linea calda del conflitto, nasconde un segreto, un gesto “rivoluzionario” compiuto in gioventù, ignoto ai suoi stessi figli; Sabri, il primogenito, è un intellettuale costretto su una sedia a rotelle da un attentato che, oltre alle gambe, gli ha strappato via anche una moglie ed un figlio; Rashid e Iman sono i due fratelli gemelli più giovani, lui, interessato a Gloria, la sua pianta di marijuana, e a Lisa, la sua fidanzata inglese, tanto quanto alla lotta contro l’invasore, lei, impegnata nel Comitato Femminile, rischia di soccombere al fascino delle milizie islamiste. Jibrìl, il padre, ex dirigente del Governo in Esilio, si è da tempo trasferito in una nazione del Golfo Persico e conduce un’esistenza all’insegna della postmodernità, simboleggiata dalle irreali sagome dei grattacieli innalzati nel deserto e dalla figura di una nuova compagna innamorata dei centri commerciali.

    Rashid e Iman, per motivi diversi, sono spinti fuori da Gaza. Iman, scampata per un soffio all’attacco che costa la vita al suo “contatto”, il losco religioso Seif El Din, è allontanata dalla sua città dietro il vincolante consiglio di Ziyyàd Ayyùbi, combattente della Guardia Patriottica e figlio di due intellettuali barbaramente trucidati. Iman raggiunge il padre. Un viaggio infruttuso, caratterizzato dalle incomprensioni con Jibrìl e dalle frizioni con Suzi, ambigua levatrice del desiderio che le suggerisce, con malizia, di diventare finalmente “donna”. Un “traguardo” che Iman taglia poi a Londra, una tappa della sua maturazione vissuta quasi come un dovere militare.

    Il bel Rashid è un ragazzo vulnerabile, dalla personalità non ancora delineata. Una borsa di studio lo catapulta nella capitale inglese, da Lisa, attivista dei diritti umani. Selma Dabbagh si avvale di una narrazione limpida e sfodera una cruda ironia nell’imbastire un circo di presenze fragili, artefatte, effimere. Timide studentesse fulminate sulla via della rivoluzione, funzionari governativi ripiegati nel bozzolo delle proprie comode verità… Gli inglesi “impegnati” a favore della Palestina hanno in mente il modello etno-antropologico, preconfezionato, del guerrigliero eroico, un’immagine standardizzata di come dovrebbe essere il palestinese-tipo, inflessibile e imbevuto di dottrina. Quando Rashid finisce in carcere per errore durante una manifestazione, perché scambiato per Ziyyàd Ayyùbi, è presto scagionato dall’accusa più grave, terrorismo, ma è comunque incastrato da una modesta quantità di droga trovata nelle sue tasche. Che delusione, per Lisa, constatare di non avere a che fare con un potenziale prigioniero politico, bensì con un banale consumatore di hashish!

    Iman, redenta dai propositi di immolazione terroristica, si innamora del suo salvatore Ziyyàd Ayyùbi. Certo, è il sentimento a trasformarla, ma la sua vita imbocca la strada dell’adorazione del combattente per la Causa, un destino non disallineato dalla storia familiare. È Rashid l’antieroe del romanzo, incapace di conformarsi agli schemi predeterminati da altri (amici, compagni di lotta, parenti), o da altro (cultura, tradizione). Perfino il fratello Sabri lo manipola, con grave assenza di tatto, per ottenere informazioni utili alla scrittura del suo saggio-testimonianza sull’Intifada, mettendolo così al corrente dei trascorsi giovanili della madre. Un “danno collaterale” che ferisce la psiche di Rashid. Selma Debbagh insiste sul moralismo della famiglia, un atteggiamento convergente col rigorismo radical-chic dei londinesi. Un fumatore di canne è considerato un imbelle, un traditore della rivolta, un individuo carente di integrità morale. Come tale è trattato Rashid, ritornato a Gaza dopo la parentesi inglese. Un’etichetta che il giovane si toglie di dosso nel gesto che chiude il romanzo e suggella una paradossale, tragica affermazione di libertà e di dedizione alla propria terra. Gaza è un luogo asfissiato da muri e reticolati, una realtà parallela dove la regola è la sottrazione dei diritti, una zona del pianeta governata dallo stato di eccezione, un’enclave assurda, ai confini della realtà: questa, sembra dirci la scrittrice, è la vera droga, la sostanza psicotropa chiamata Occupazione, somministrata a due milioni di palestinesi.

    Così dorme il mondo. Così si sveglia il mondo. Così mi dimentica. Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte, quando sperimento la vita”, scriveva il poeta Mahmud Darwish. “Poteva saltare fino alla fine, sulla terra frantumata, sui pilastri crollati, sui tiranti delle tende di quella terra desolata che era la loro, poteva sentire il cuore sospingerlo con passione verso il cambiamento”, scrive Selma Dabbagh nelle ultime righe del suo romanzo. Vi è sempre una linea d’ombra oltre la quale si può essere liberi. Ma qual è il prezzo per essere umani?

  • Il lettore medio (Vera Sodano, 9 aprile 2018)

    Il lettore medio (Vera Sodano, 9 aprile 2018)

    Il lettore medio (Vera Sodano, 9 aprile 2018)

    Fuori da Gaza (Selma Dabbagh)

    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

    “Sì, quel posto! Che ne dici? Che ne dici di tornare a vedere in che condizioni è? – come se voltandosi abbastanza in fretta, dopo aver appena girato l’angolo, l’avrebbe ritrovato lì ad aspettarlo. Ma prima che le parole avessero il tempo di arrivargli alla bocca, si era già reso conto di quanto tutto fosse assurdo. Non sarebbe mai potuto tornare in quel posto, era stato sigillato per sempre, fatto saltare in aria con la dinamite, spianato con i bulldozer, tutto asfaltato e ora ci vivevano sopra altre persone.”

    Selma Dabbagh (“Fuori da Gaza”, il Sirente 2017)

    Come trascorre la tua vita se sei un abitante di Gaza? In “Fuori da Gaza” (edito da il Sirente), l’autrice Selma Dabbagh ci permette di averne un’idea attraverso le vicende di Rashid e Iman, i protagonisti del romanzo. Sono ragazzi e, come tutti i ragazzi, hanno speranze, coltivano sogni. Rashid è impaziente di lasciare Gaza e raggiungere Londra che per lui rappresenta non solo il proseguimento dei suoi studi, ma anche il ricongiungimento con la ragazza che ama, Lisa. Iman, sorella gemella di Rashid, è un’attivista e impiega il suo tempo alla ricerca di un modo concreto per dare il proprio contributo a beneficio della sua gente. E poi c’è Sabri, il loro fratello maggiore, costretto su una sedia a rotelle, che si divide tra la realizzazione del suo libro e i ricordi di una vita che ormai non esiste più; c’è Kahlìl, il migliore amico di Rashid, e la sua lotta quotidiana con una famiglia che non condivide le sue scelte, e Ziyyàd che porta il peso non solo del proprio ruolo politico ma, soprattutto, del mito rappresentato dai suoi genitori morti quando lui era molto piccolo. Ognuno di questi personaggi sembra affrontare una duplice battaglia: da un lato, la convivenza quotidiana con quanto accade intorno a loro, il costante pericolo, il vivere sempre sul chi va là; dall’altro, una sorta di battaglia interiore che li vede porsi mille domande, riflettere sulla scelta più importante di tutte, restare o andar via, evolvere e maturare nel corso della storia.
    Leggere questo romanzo è stato un percorso faticoso, non posso negarlo. Spesso ho dovuto fermarmi e prendermi del tempo per riflettere, per apprezzare ciò che ho la fortuna di avere, un ambiente tranquillo in cui trascorrere la mia vita.
    Attraverso le storie dei protagonisti del romanzo, l’autrice riesce a raggiungere il nucleo più intimo del lettore, lì dove alberga il senso di sicurezza e dove vengono alimentati sogni e speranze. E il merito di Selma Dabbagh sta sicuramente nell’essere riuscita con semplicità a rendere il lettore partecipe sia di un fatto storico che è, per citare Sabri, troppo incasinato per sbrogliarlo, sia del mondo interiore e delle vicende dei suoi personaggi. Non vi meravigliate, dunque, se leggendo vi sembrerà di camminare al fianco di Iman tra le strade di Gaza o al fianco di Rashid sotto la pioggia londinese!

    Titolo: Fuori da Gaza
    Autore: Selma Dabbagh
    Genere: Narrativa
    Casa editrice: Editrice il Sirente
    Pagine: 369
    Anno: 2017
    Prezzo: € 18,00
    Tempo medio di lettura: 10 giorni
    Da leggere: Nella quiete della propria stanza.

    L’autrice
    Scrittrice britannica di origini palestinesi, Selma Dabbagh è nata nel 1970 a Dundee, Scozia. Il nonno di Selma, arrestato numerose volte dai Britannici per il suo impegno politico, lasciò la Palestina nel 1948. La famiglia si spostò prima in Siria e poi nel Regno Unito. Lettrice sin dall’età di otto anni, prima di concentrarsi sulla scrittura, Selma Dabbagh ha lavorato per molti anni come legale nel campo dei diritti umani e come avvocato dei passeggeri della Freedom Flotilla per Gaza. “Fuori da Gaza” è il suo primo romanzo, nominato dal “Guardian” libro dell’anno nel 2011.

  • Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

    Innanzitutto un’istantanea: un ragazzo, seduto sul tetto della propria abitazione a fumare placidamente uno spinello, che guarda un insolito cielo notturno. Non sta cercando le risposte tra gli astri, né si sta godendo uno spettacolo pirotecnico. Osserva Gaza, la sua terra, colpita dai bombardamenti. Siamo in Palestina all’inizio del secolo, e siamo tra le pagine di “Fuori da Gaza“, il romanzo d’esordio della scrittrice Selma Dabbagh, tradotto da Barbara Benini, edito in Italia da il Sirente.

    Dopo questa cartolina dall’inferno, si aggiunga al conto degli elementi fondamentali del romanzo: il conflitto. E’ questo il vero tema portante della storia. Il conflitto che ogni giorno sfocia nel sangue, quello che, a ogni latitudine, è sempre dannatamente attuale. Lo stesso che, in maniera meno cruenta, può consumarsi tra le mura domestiche. Protagonisti, in questo caso, i gemelli Rashid e Iman Mujahed, così uguali di fronte allo specchio eppure tanto diversi, al punto che le loro divergenze diventano l’espediente narrativo perfetto per raccontare i continui contrasti, tanto politici quanto bellici, di una società ormai avviata al declino. Un impero alla fine di una sanguinosa decadenza.

    Il terzo elemento portante è: la fuga. Quel desiderio di scappare da un territorio ormai sgretolato  sotto gli occhi di chi non accenna a reagire; una fuga per andare alla ricerca di nuovi stimoli, o di una vita fatta di normalità, concedendosi magari uno di quegli “occidentalismi” che appaiono sempre come una chimera. Il desiderio, o il senso di ribellione, di sfuggire ad abitudini e tradizioni che, ormai, i protagonisti avvertono come un peso insostenibile che li porterà lontano dal loco natio.

    Il quarto solido pilastro sul quale si fonda questa storia è: la veridicità. Quella che Selma Dabbagh utilizza per descrivere personaggi, scenari, situazioni che fanno parte solitamente della cronaca internazionale e che vengono qui riproposte all’interno di un romanzo capace, come pochi, di scuotere la coscienza del lettore, non prima di averlo conquistato con uno stile al passo dei tempi e con una storia che sa di vero, senza dover ricorrere a luoghi comuni o a immagini già viste in televisione

    Paquito Catanzaro per Leggere Tutti, Marzo 2018

     

  • Selma Dabbagh…parole mediorientali

    Selma Dabbagh…parole mediorientali

    Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

    Fuori da Gaza, di Selma Daggagh (traduzione di Barbara Benini, Il Sirente), è un romanzo veloce, spigliato, che riesce a raccontare le energie distorte e le frustrazioni quotidiane del popolo palestinese attraverso un intreccio semplice e incisivo. Mentre l’esercito israeliano sta bombardano Gaza, Rashid, inebetito dalla canna che si è appena fumato – Gloria, la sua pianta di marijuana, è probabilmente il suo unico orgoglio – riflette sulla borsa di studio che ha vinto per trasferirsi a Londra. Sua sorella gemella Iman spende la sua vita, al contrario, in un centro culturale, cercando di allontanarne gli islamici che la corteggiano per attuare attentati devastanti. L’azione si sposta poi nella capitale del Regno Unito, dove i ragazzi si ritroveranno a fare una vita da sradicati, utilizzati come scimmie ammaestrate dagli attivisti radical chic, sbeffeggiati e umiliati dall’antiterrorismo terrorizzante per tornarsene a Gaza e riprendere l’ordinaria e folle quotidianità di una città imprigionata.

    Fuori da Gaza è divertente e molto duro. Le coincidenze, sempre più pressanti a mano a mano che il romanzo si evolve, non infastidiscono la lettura e trovano un proprio significato nei capitoli finali, in un crescendo di tensione e di snodi narrativi utilizzati in modo inconsueto. Quello che emerge è il desiderio, il sogno di esserelontani da tutto: “Lui ne era fuori. Un balzo, un altro e poi un altro ancora e, visto che non vola, ora sta saltando sopra il mare, il Mare Bianco, Al Bahr Al Abyad, il Mediterraneo. Così blu e vivo, con pesci e delfini che guizzano, che si lanciano come lui, su, in alto nel cielo, fuori da tutto e lontano da lì”.

    Lorenzo Mazzoni – Il Fatto Quotidiano

  • Lankenauta (Luca Menichetti, 4 febbraio 2018)

    Lankenauta (Luca Menichetti, 4 febbraio 2018)

    Lankenauta (Luca Menichetti, 4 febbraio 2018)

    Fuori da Gaza

    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

    Dimentichiamoci di leggere il romanzo di Selma Dabbagh con l’occhio dello storico o dell’appassionato di geopolitica, in cerca di lumi su Hamas, sulle cause delle operazioni Piombo fuso, Colonna di nuvole, Margine di protezione. È vero che l’autrice per anni è stata un avvocato nota per il suo impegno professionale in favore della causa palestinese, ma “Fuori da Gaza” è innanzitutto letteratura e le vicende, mai stereotipate, della famiglia Mujahed rappresentano la quotidianità della vita, nonché la coscienza e le contraddittorietà di persone imprigionate, non soltanto fisicamente, dentro un “territorio a status conteso”. Uno spiraglio di fuga in realtà si prospetta fin dalla prima pagina del romanzo: Rashid, perennemente stranito dalle canne, proprio mentre Gaza è sotto bombardamento israeliano, riceve la notizia di aver vinto una borsa di studio e così di poter espatriare a Londra. Occasione per ricongiungersi con la fidanzata inglese ma soprattutto per andarsene “maledettamente fuori da lì”: “in mano a Rashid, quelle e-mail erano come certificati di scarcerazione” (pp.19). Nelle stesse ore la sorella gemella Imam, attivista ingenua e impegnata fino al masochismo, subito dopo la morte cruenta di una giovanissima allieva, viene contattata da alcuni ambigui personaggi legati all’estremismo islamico: la proposta prima sussurrata, ma poi sempre più evidente, è quella di vendicare le vittime dei bombardamenti facendosi esplodere in un attentato suicida. Intento poi sventato sul nascere da Ziyyàd, un noto combattente della “Guardia patriottica”: “Non hai visto che il nemico, e non ti dimenticare di chi è il nostro nemico, giustifica l’attacco della scorsa notte con l’attentato di quella Hajjar? Vuoi essere come lei? Lo sputo che permette loro di scatenarci loro quest’inferno?” (pp.105). Ziyyàd avrà molto a che fare con una Iman tornata in parte alla ragione ma pur sempre ben decisa a non abbandonare il suo impegno contro il nemico israeliano. Un nemico che in realtà vediamo solo di lontano e – il romanzo lo fa capire chiaramente – che viene foraggiato grazie a collaborazionisti e ad una società palestinese profondamente divisa: in “Fuori da Gaza” laicità, ateismo, estremismo islamico, consumismo di tipo occidentale, rispetto per le tradizioni, la scelta di lotta politica o di lotta terroristica, convivono a stretto contatto e creano problemi che vanno ad incidere prima di tutto all’interno della famiglia Mujahed. Da questo punto di vista l’umiliante espatrio di Iman verso un paese del Golfo, nuova residenza del padre Jibrìl, già dirigente dell’Olp ed ora profondamente ostile agli islamici, rappresenta soltanto una breve parentesi, dove lo stile di vita consumistico non riesce affatto a limitare il disagio dello sradicamento e dell’incomprensione. Molto simile la situazione in cui si viene a trovare il fratello Rashid in quel di Londra, presto raggiunto dalla sorella e dall’amico Khalìl. L’ambiente londinese è popolato da radical-chic – compresa Lisa, fidanzata innamorata della vittima palestinese e molto poco dell’uomo Rashid –  che mostrano un massimalismo poco compatibile col disincanto del giovane, nonché da personaggi cordiali, apparentemente solidali ma che hanno capito davvero poco della cultura palestinese: “Dimmi, allora… – gli chiese, le dita incrociate sul tavolo, i pollici che si picchiettavano l’un l’altro con approvazione, – in Palestina praticate la mutilazione dei genitali femminili?” (pp.164).

    Il disagio dei fratelli è diventato ancora più acuto sia per la presenza a Gaza del fratello maggiore Sabri, mutilato dallo scoppio di un’autobomba che ha sterminato la sua famiglia, sia per la scoperta dell’antica militanza politica, e non solo, della madre, causa prima del divorzio dei loro genitori. Il ritorno anticipato a Gaza di Rashid, dopo un poco onorevole arresto per possesso di sostanze stupefacenti, una volta fallito il tentativo di costruirsi altrove una vita normale o almeno non del tutto frustrante, amplifica ancor di più i conflitti e le incomprensioni presenti tra i Mujahed. Fino all’epilogo drammatico e letale, ma che in qualche modo risolve, come a tagliare un nodo gordiano, le frustrazioni di Rashid e il suo non trovare pace: “non si rendeva conto che il fatto di non poter stare né dentro né fuori, lo stava strangolando, mandandolo fuori testa?” (pp.304).

    La Palestina e i palestinesi di Selma Dabbagh sono quindi tutt’altro che convenzionali, ben rappresentati dal lato psicologico e con tutte le loro contraddizioni, anche grazie ad una scrittura che procede, di pagina in pagina, con un susseguirsi di tanti brevi flussi di coscienza: felice espediente per raccontare le relazioni di potere che governano il caos di una guerra non dichiarata, e nel contempo la realtà tutt’altro che scontata di un’ordinaria e fragile famiglia residente a Gaza; luogo dove non è chiaro chi governa chi e dove quindi, più che mai, la contrapposizione tra fondamentalismi religiosi, politici e il pragmatismo di patrioti disincantati origina profondo malessere. Tanto più nel contesto di un conflitto dove la violenza viene esaltata in ragione di un nazionalismo bellicista sempre più incarognito e, dall’altra parte – di tutta evidenza l’empatia dell’autrice con la causa dei palestinesi e parimenti la sua scarsa simpatia per l’establishment dell’ANP e di Ḥamās – da un governo di uno Stato non riconosciuto, che forse nemmeno governa, alle prese con una profonda corruzione e con un sempre più pericoloso fanatismo islamista. Il grande successo che la critica britannica ha riservato al romanzo di Selma Dabbagh non ci stupisce: il rischio che “Fuori da Gaza” diventasse una sorta di romanzo militante è stato scongiurato grazie alla rappresentazione di una complessità fatta di violenza ma anche di profonde contraddizioni e debolezze. Un esempio di come la letteratura sappia attraversare ed avere la meglio sugli stereotipi.

    EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

    Selma Dabbagh, (Dundee, Scozia, 1970) è una scrittrice britannica di origini palestinesi, figlia di madre inglese e padre originario della zona di Ajami, nei pressi di Jaffa. Il nonno di Selma, arrestato numerose volte dai Britannici per il suo impegno politico e rinchiuso in prigione per lungo tempo, lasciò la Palestina nel 1948. Selma Dabbagh è diventata scrittrice solo dopo i trent’anni. Conseguita la Laurea in giurisprudenza e il Master al SOAS, ha lavorato per lungo tempo come legale nel campo dei diritti umani a Londra, il Cairo e in Cisgiordania.

    Selma Dabbagh, “Fuori da Gaza”, Il Sirente (collana “Altriarabi migrante”), Fagnano Alto 2017, pp. 372. Traduzione dall’inglese di Barbara Benini. A cura di Chiarastella Campanelli. Illustrazioni di Paola Equizi.

    Luca Menichetti. Lankenauta, febbraio 2018

  • Liberi di scrivere (Giulia, 29 gennaio 2018)

    Liberi di scrivere (Giulia, 29 gennaio 2018)

    Liberi di scrivere (Giulia, 29 gennaio 2018)

    Un’ intervista con Selma Dabbagh

    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

    Benvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

    Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

    Selma Dabbagh

    Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

    Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

    Selma Dabbagh

    Cosa significa il tuo nome?

    La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

    Selma Dabbagh

    Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

    Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

    Selma Dabbagh

    Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

    Mi piace il modo in cui hai formulato questa domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

    Selma Dabbagh

    Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

    Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

    Selma Dabbagh

    La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

    (Risponderò a queste due domande insieme)

    Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
    Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
    I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

    Selma Dabbagh

    La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

    Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
    È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
    Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

    Selma Dabbagh

    Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

    La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

    Selma Dabbagh

    Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

    Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

    Selma Dabbagh

    Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

    Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

    Selma Dabbagh

    Come immagini il tuo futuro adesso?

    Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

    Selma Dabbagh

    Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

    Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

    Selma Dabbagh

    [Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]

  • Santinaria.it (Ilaria Guidantoni, 1 gennaio 2018)

    Santinaria.it (Ilaria Guidantoni, 1 gennaio 2018)

    Santinaria.it (Ilaria Guidantoni, 1 gennaio 2018)

    “Fuori da Gaza” di Selma Dabbagh

    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh
    Selma Dabbagh, “Fuori da Gaza”, 2017

    Un romanzo originale nello sguardo sul conflitto palestinese, attraverso la diversa prospettiva di due fratelli, Rashid e Iman, che cercano una via di fuga da Gaza o per Gaza, l’uno cercando di stare fuori dal conflitto, l’altra immergendosi nell’impegno civile. Il libro, romanzo a tutti gli effetti, con una bella scrittura, fluida e a tratti lirica, un’architettura ben equilibrata tra riflessione intima, dialoghi, intreccio con una vena da noir psicologico, mette in luce come sia inevitabile lo sguardo sull’attualità per chi è legato a un Paese mediorientale.

    Il romanzo Fuga da Gaza dell’autrice anglo-palestinese Selma Dabbagh, definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo. E’ interessante la scelta diversa, in qualche modo accennata, senza diventare del tutto trasparente dall’autore, dei due fratelli e anche la reazione rispetto alla rivelazione sulla madre e sul suo passato, che vogliamo lasciar scoprire al lettore. Lo scavo psicologico è ben ritagliato dall’autrice che lascia emergere i caratteri dalla quotidianità della vita e soprattutto riunisce i protagonisti intorno a Rashid in occasione di un incidente, l’arresto per sospetto di terrorismo, costruendo un microcosmo di personalità. La narrazione cattura l’attenzione attraverso il disvelarsi delle frustrazioni come delle energie del mondo arabo contemporaneo, pieno di contraddizioni, troppo familiare con guerre e conflitti ma per fortuna qualche volte animoso nel non rassegnarsi, anche se con vie che possono portare a traguardi molto diversi tra di loro: l’impegno in prima linea, il sacrificio e il rischio di finire carnefice per combattere il boia; o in fuga. E’ interessante, trovo, la posizione di Rashid che senza giudicare chi è attivo nell’impegno civile, vuole tenersi lontano da tutto non per pigrizia, menefreghismo – almeno così non sembra – ma forse per la voglia di realizzare una vita “normale”, a prescindere se mai sia possibile, da quello scenario di guerra che invade tutte le pagine della letteratura di quelle terre. La storia comincia con Gaza sotto bombardamento israeliano, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fumando uno spinello sul tetto della casa di famiglia, dopo aver ricevuto una notizia importante: ha vinto una borsa di studio per Londra, la via di fuga che stava aspettando. Iman, la sua sorella gemella, un’attivista molto rispettata per l’impegno sul campo, viene contattata dall’ala islamica del centro culturale che frequenta: le propongono di farsi esplodere in un attentato suicida… L’azione corre tra tra Gaza, Londra e il Golfo, il fondamentalismo e le tragedie quotidiane di una sorta di perpetua guerra civile. Un’autrice che riesce ad essere narratore a tutto tondo senza dimenticare il quadro politico.

    Selma Dabbagh (Dundee, Scozia, 1970) è una scrittrice britannica di padre palestinese e madre inglese. La parte palestinese della famiglia di Selma viene da Jaffa, dove suo nonno è stato arrestato numerose volte dagli inglesi per le sue opinioni politiche. La famiglia fu costretta a lasciare Jaffa nel 1948, quando suo padre, allora un ragazzo di dieci anni fu colpito da una granata gettata dai gruppi sionisti. La famiglia si è rifugiata in Siria per poi trasferirsi in diverse parti del mondo. Selma Dabbagh ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein e ha lavorato come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra. “Fuori da Gaza” è il suo primo e acclamato romanzo, Guardian Books of the year per due anni consecutivi è stato tradotto in francese e arabo.

  • Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

    Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

    Avvenire (Riccardo Michelucci, 20 dicembre 2017)

    Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

    Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

    Selma Dabbagh
    Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

    In uno dei suoi versi più famosi, il poeta Mahmoud Darwish scrisse che il tempo, a Gaza, «non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico», e che «l’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante». Sembra prendere avvio proprio da queste parole il romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh, Fuori da Gaza, appena pubblicato in italiano dall’editore Il Sirente, con la traduzione di Barbara Benini. Un’opera prima che si avventura in uno dei terreni ancora inesplorati dalla letteratura contemporanea, andando a indagare l’animo più profondo della gioventù palestinese al tempo della Seconda Intifada.

    La narrazione ruota attorno alla storia dei Mujahed, una famiglia medio borghese, colta e benestante, la cui casa si ritrova all’improvviso in mezzo alle macerie del quartiere distrutto dalle incursioni israeliane. «Avevano demolito ogni struttura del vicinato, strappandola dalle radici, scavandone le fondamenta. I soldati, sui loro bulldozer gialli, si erano divertiti a inseguire i nuovi senzatetto in quella confusione. Gli alberi avevano continuato a bruciare per giorni». Iman e Rashid sono due fratelli gemelli di 17 anni che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero e adesso si ritrovano psicologicamente intrappolati nella Striscia. Rashid osserva Gaza attraverso le immagini del satellite, e sogna di andarsene. Dall’alto gli appare come «un corallo essiccato, increspato, compartimentato e sabbioso», con «centi- naia di migliaia di abitazioni ridotte a graffi su un osso». Dall’altra parte, quella ormai vietata ai palestinesi, c’è invece «un’elaborata coperta dal design modernista. […] Quella parte scintillava. Pannelli solari e piscine luccicavano al sole».

    Il campo profughi di Jabaliya nella striscia di Gaza (Ansa)

    È lo stesso contrasto evidenziato dalla giornalista israeliana Amira Haas quando definì Gaza «la contraddizione dello Stato d’Israele, democrazia per alcuni, esproprio per altri». E Dabbagh sceglie di indagare proprio il significato intimo di quel nervo scoperto nella vita di tutti i giorni. Ambientato tra Gaza e Londra, il suo romanzo segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro in mezzo all’occupazione, al fondamentalismo religioso e alle varie fazioni politiche. Il padre dei due giovani è un ex esponente dell’Olp, vive in esilio e non comprende le ragioni degli islamici, «non aveva mai avuto tempo per la religione e non vedeva alcuna ragione per cambiare: a tutti loro, Dio aveva a mala pena rivolto un sorriso ».

    La madre ha un passato segreto nei movimenti di lotta per la liberazione della Palestina e vive invece a Gaza, accudendo il primogenito, Sabri, costretto su una sedia a rotelle dopo aver perso le gambe in un attentato. I due gemelli provengono da un background privilegiato, sono profondamente legati eppure diversi, e le loro strade sembrano dividersi fin dall’inizio del libro. Proprio mentre Iman viene chiamata dall’ala islamica del centro culturale di cui è attivista – e che le propone di farsi esplodere in un attentato suicida – Rashid viene a sapere di aver vinto una borsa di studio a Londra e trova, almeno apparentemente, la sua via di fuga.

    «Non volevo raccontare soltanto il dilemma di una generazione di palestinesi, tra chi vuole restare per lottare e chi invece ha la possibilità di fuggire per inseguire i propri sogni – ci spiega Dabbagh – ma descrivere il punto di rottura, il momento non ritorno di ciascun individuo, in termini di scelta morale. Quella sensazione di sentirsi tagliati fuori dalla storia, qualcosa che persino molti palestinesi che vivono sotto occupazione danno per scontata». Oltre al desiderio dei due fratelli di uscire dalla soffocante condizione di vita della Striscia di Gaza, c’è infatti anche il tentativo di evadere dal loro passato, il senso di straniamento che provano all’interno del nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi. Anche la famiglia della scrittrice ha un passato segnato dall’esilio e dalla politica. Suo nonno fu imprigionato dai britannici per le sue idee e decise di abbandonare Jaffa quando suo padre, bambino, rischiò di rimanere ucciso da una granata lanciata dai paramilitari sionisti. Trovarono rifugio in Siria per poi trasferirsi in altre parti del mondo. Selma Dabbagh è nata in Scozia nel 1970 e ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein, lavorando come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra.

    Ciononostante, assicura che la sua storia personale non ha influito nella vicenda raccontata nel libro: «Non c’è niente di autobiografico nel romanzo e io non ho mai vissuto a Gaza. Certo, sono stata impegnata politicamente e la mia famiglia è sempre rimasta legata al dramma palestinese, ma forse ha inciso di più il confronto con le persone che ho incontrato durante la mia attività di avvocato».

    La storia di Rashid e Iman è l’espediente narrativo attraverso il quale Dabbagh riesce a ricostruire le molteplici sfaccettature di una società complessa, a indagare i conflitti interiori e il modo in cui la guerra, la violenza e il fondamentalismo religioso influiscono sull’intimità delle persone. A raccontare non solo l’assedio dei territori ma anche quello delle coscienze, con una scrittura che – proprio come sarebbe piaciuto a Darwish – fa parlare Gaza «attraverso il sangue, il sudore, le fiamme». Il pubblico, anche in Palestina, pare aver accolto il romanzo positivamente: «La gente si è riconosciuta nel libro – conclude Dabbagh –, trovarsi in un’opera di finzione letteraria è stato per loro un modo per sentirsi vivi, per essere ascoltati. Era la cosa cui tenevo di più e infatti ho cercato in tutti i modi di rappresentare quella realtà terribile nel modo più fedele possibile». E per due anni consecutivi il “Guardian” lo ha definito libro dell’anno.