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  • Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

    Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Sumia Sukkar, c’è un ragazzo che ha visto morire i colori di Aleppo

    La scrittrice algerino-siriana racconta la guerra attraverso gli occhi di un giovane pittore

    di Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarGli ultimi giorni di Aleppo, dopo quattro anni di assedio governativo aggravato dalla pressione dell’Isis, sono cupi, grigi, le foto che giungono dall’interno raccontano le macerie e la scomparsa dei colori. Aleppo ricorda Sarajevo, si è detto. Ma forse ricorda ancora di più Guernica, la città basca sventrata dai franchisti così come la dipinse memorabilmente Picasso. Si può fingere di non vedere, ma la fine del mondo è lì, a due ore di volo dall’Italia. Chi non si accontenta delle cronache, che faticando a tenere il passo della distruzione profonda inseguono la conta dei morti, può mettere mano oggi a un breve romanzo intitolato “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, l’opera prima della 24enne algerino-siriana Sumia Sukkar in cui senza la presunzione di spiegare l’inspiegabile il piccolo protagonista Adam illustra passo passo la perdita di colore della sua vita.

    L’esperimento letterario funziona. Siamo ad Aleppo, un periodo indefinito ma recente. Adam ha 14 anni, ha perso la mamma quando ne aveva 11 e vive ad Aleppo con il padre, i fratelli Khaled e Tariq e l’adorata sorella Yasmine, dalla cui variopinta personalità s’ispira per dipingere quadri su quadri. La sua tavolozza registra pennellata dopo pennellata l’involuzione della tragedia siriana iniziata nel 2011 come pacifica protesta contro il dittatore di Damasco e degenerata nell’inferno in cui, con gli ideali, sono morte almeno 400 mila persone.

    Adam dipinge, sogna la compagna di scuola «dagli occhi color Nutella» di cui ha dimenticato il nome, legge Morte a Venezia di Thomas Mann e nota che Gustav Aschenbach ha un nome grigio. La Storia subisce un’accelerata e la sua vita si ferma, imprigionata in un eterno presente dove si annulla tutto, l’amore segreto di Yasmine, l’arrivo in famiglia della bellissima cugina Amira rimasta vedova, il ricordo delle vacanze al mare, la militanza dei fratelli sempre più braccati dai governativi, i vicini di casa sterminati in salotto e lasciati a marcire nel loro sangue, la follia incipiente del padre che prende a chiamare tutti con il nome della moglie defunta, Maha.

    «Non so chi sono i buoni e chi sono i cattivi» dice a un certo punto il protagonista ripetendo un pensiero della sorella. Aleppo è un fantasma così come le bandiere dei ribelli, la gente viene giustiziata a raffica, al mercato bersagliato dai combattimenti si trovano solo datteri dal sapore antico. Ormai imperversa il nero. Quando degli uomini “biondi e grandi” rapiscono Yasmine sotto i suoi occhi impotenti Adam boccheggia: «Ho il cuore nello stomaco (…). E’ come se il catrame bollente ci fosse calato sopra».

    I colori incalzano la lettura e la guerra siriana non sembra più quell’eco lontana in sottofondo alle nostre pene referendarie. Yasmine nelle mani dei suoi aguzzini subisce le torture più atroci e si tinge di indaco, fin quando viene liberata da un gruppo di ribelli che inneggiano a un Dio della cui esistenza si fa fatica a convincersi. Adam dipinge come un forsennato, immagina di sentire l’amato George Orwell suggerirgli che il sangue è il sostituivo della pittura e ne raccoglie in strada per cancellare almeno dalle sue tele il grigio che gradualmente avvolge la città e la vita.

    L’epilogo del libro non è ancora l’epilogo di Aleppo, almeno non mentre scriviamo. Il protagonista si aggrappa a un gatto salvato dai connazionali affamati che vorrebbero nutrirsene e si mette in cammino verso Damasco con la sorella e quanto resta della famiglia. La strada è lunga in tutti i sensi, la salvezza una chimera, il ricordo dell’inno nazionale un requiem disperato, vita e sogno si confondono e confondono il lettore. «Perché c’è una rivoluzione? (…). Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi». Chiuso il libro resta la Storia, difficile fare ancora finta di niente.

    All’inizio (del libro) fu l’arancione. Sono passati 11 mesi da quando i primi attivisti ispirati da piazza Tahrir hanno portato in strada la richiesta di democrazia. Il mondo di Adam è ancora in piedi, in casa si mangiano verdure ripiene e circola l’aroma del caffè, la tv diffonde la disinformazione del regime ma funziona, la finestra inquadra l’abbandono dell’un tempo vivace caffè Shams eppure l’aria profuma ancora di vita. Poi la scuola chiude, l’acqua e l’elettricità cominciano a scarseggiare, il frigorifero si svuota, per strada compaiono cadaveri scomposti e Adam vede viola, lo stesso viola che aveva visto emanare dalla bara della mamma. I dimostranti dilagano, i fratelli e la sorella sono dei loro, gli slogan ripetono «Abbasso il regime», si spara, esplodono le bombe e si lasciano dietro macerie su macerie, il viola si mescola al rosso del sangue.

  • Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

    Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

    NARRATIVA EGIZIANA. AHMED NÀGI

    Un giovane dal vorace appetito sessuale svela odi, frustrazioni, famiglie incestuose

    La prima domanda è retorica: è ancora possibile nel 2016 andare in galera per un libro? La seconda è terra terra: cosa ci sarà mai tra le pagine di ‘Vita: istruzioni per l’uso’ se è bastata la pubblicazione del suo VI capitolo sul periodico egiziano Akhbar al Adab perché otto mesi fa l’autore Ahmed Nàgi fosse arrestato e condannato a due anni di carcere con l’accusa di oltraggio al pudore? La risposta a questo interrogativo ci porta al vero motivo per cui leggere il romanzo appena tradotto in italiano dall’intraprendente editore il Sirente. Perchè al netto del sostegno dovuto ai letterati imbavagliati, che a marzo ha visto il PEN attribuire a Nàgi il prestigioso premio Barbery Freedom to Write, c’è la letteratura.

    La storia raccontata da Nàgi è come una serie di scatole cinesi il cui valore cresce via via che la dimensione diminuisce. Il primo livello riguarda le vicende di Bassam Bahgat, giovane documentarista dal vorace appetito sessuale che all’indomani di un esiziale terremoto viene assunto dalla misteriosa Società degli Urbanisti per riprogettare, e in realtà distruggere, l’anima contradditoria, ma proprio per questo indomita, della capitale egiziana. Oltre Bassam però, c’è l’Egitto contemporaneo.

    Descrivendo i miasmi, gli umori, le cicatrici esterne e quelle intime di una Cairo enorme eppure claustrofobica, Nàgi ci suggerisce cos’è che, al netto dei coiti, masturbazioni e full immersion alcoliche tra nebulose di marijuana, ha davvero scatenato l’ira del regime contro di lui.

    “La musica è morta negli anni’70” dice a un tratto Rim, l’amante di Bassam che finirà per curare la propria depressione votandosi a una nuova annichilente illusione in cui sdoppiarsi, con e senza hijab. “cazzate-replica lui – Dov’è la tomba della musica?” e lei “Guarda il letamaio che hai intorno”.

    Chi ha ucciso la musica al Cairo lasciando gli abitanti in un silenzio sinistro che è sintomo di afasia, infantilismo politico, disperato onanismo fisico e intellettuale? La risposta è nelle infinite allusioni di cui è fin troppo infarcito il romanzo.

    C’è l’anima nera della città, epicentro della rivoluzione del 2011 ma anche tanfo di sterco e piramidi di rifiuti, donne pingui ricoperte da strati di stoffe nere e uomini in perenne quanto improduttiva eccitazione sessuale, squallidi micro-bus all’arrembaggio degli incroci fatali, odio, frustrazione, voglia di rivalsa sulla Storia, folli di Dio, trans, artisti, bambini di strada, poliziotti con gli occhiali neri, uomini d’affari obesi, stranieri in motorino in quartieri selezionati tipo Maadi, famiglie incestuose, interi distretti che vivono con la corrente prelevata abusivamente dai lampioni.

    C’è il Generale, carica in cui è riassunta l’identità stessa del potere, che “da quando è al timoneha precluso ai giovani l’accesso alla politica”. Ma ci sono anche loro, i “giovani agitati tra folle preconfezionate”, l’ombra di quanto furono i temerari ragazzi di Tahrir, poveri illusi alla deriva laddove non c’è più spazio per la ribellione e “perfino il caos si agita in aree circoscritte o entra nella catena di produzione di un enorme ingranaggio che opera per mantenere l’equilibrio”.

    Ci sono i fanatici religiosi, la cui presenza aleggia sull’intero romanzo nelle forme più diverse: il colore verde (come la natura ma anche come l’Islam) che “non comparve alla vigilia della tragedia ma molto prima”, la grande manipolatrice paprika intenzionata a deviare il corso del Nilo che “ti aiuterà a vedere ciò che non si vede e a vedere ciò che non esiste”, la stessa Società degli Urbanisti il cui segreto più importante è “la modalità con cui trasmette il senso di sicurezza , l’avresti avvertito mentre uno di loro ti stringeva la mano sollevandoti il peso dalle spalle, come un bambino piccolo che trona nel grembo materno”. E poi c’è la società civile, alleata con la politica e la religione per impedire “che venga a galla quanto avviene nelle viscere” del Cairo.

    Non risparmia nessuno Nàgi nel romanzo illustrato dai feroci disegni di Ayman al Zorqani. E quando arrivi al capitolo VI, il cuore pornografico del libro per cui ufficialmente l’autore è in cella, appare chiaro che lì, come nelle pagine precedenti, la nudità intollerabile per il regime non è quella di Bassam e le sue amanti ma quella dell’Egitto contemporaneo, la religione eterno oppio dei popoli, il regime militare stesso. Il bambino dei vestiti nuovi dell’imperatore non avrebbe oggi alcuna chance al Cairo.

    La Stampa/ Tutto Libri di Francesca Paci 22/10/2016

  • “L’illusione degli ucraini sul nazismo durò solo qualche settimana”

    “L’illusione degli ucraini sul nazismo durò solo qualche settimana”

    | La Stampa | Giovedì 13 marzo 2014 | Massimiliano Di Pasquale |

    Giovanna Brogi Bercoff, professore di slavistica all’Università di Milano, interviene sul tema delle politiche di russificazione dell’Ucraina Orientale intraprese dalla Russia zarista dopo la storica battaglia di Poltava del 1709: “Da allora resistono molti pregiudizi”
    Giovanna Brogi Bercoff, professore ordinario di slavistica presso l’Università di Milano, direttrice della rivista Studi Slavistici e presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucrainistici), parla della grave crisi tra Russia e Ucraina e aiuta a inquadrare le complesse vicende di queste settimane in un’ottica storico-culturale in cui grande peso hanno avuto le politiche di russificazione dell’Ucraina Orientale intraprese dalla Russia zarista dopo la storica battaglia di Poltava del 1709.   (altro…)
  • Ucraina, nazisti o nazionalisti? Viaggio nell’arcipelago del radicalismo

    | La Stampa | Sabato 22 febbraio 2014 | Anna Zafesova |

    A 55 anni dalla morte Stepan Bandera continua a spaccare il Paese.  Per i russi è un ammiratore di Hitler che sta ispirando i manifestanti

    Tra l’infinità di simboli e bandiere che sommergono il Maidan ogni tanto fa capolino il ritratto di un uomo dalla alta fronte stempiata, i tratti sottili e lo sguardo infuocato. Per molti è un volto sconosciuto, per altri un’icona, per altri ancora la prova che a muovere la protesta ucraina sono le forze più oscure della sua storia. 55 anni dopo la sua morte, avvelenato da uno spray al cianuro spruzzato da un agente del Kgb in piena Monaco, Stepan Bandera, leader dei nazionalisti ucraini, continua a spaccare in due il suo Paese. Per i russi, e per alcuni commentatori occidentali, la sua presenza in forma di ritratto è il segno che sul Maidan si consuma una vendetta storica contro la Russia, e che i militanti della piazza che oggi riesumano la sua immagine sono “nazisti”. (altro…)

  • Prima delle badanti, c’era Hollywood – L’Ucraina segreta dai cosacchi alla Ceka

    La Stampa | Mercoledì 25 novembre 2013 | Anna Zafesova |

    Massimiliano Di Pasquale scrive il primo racconto in italiano di una terra vicina quanto sconosciuta: “Ucraina terra di confine” è un diario di viaggio che fa parlare i ricordi e le storie delle persone incontrate. (altro…)

  • DIARIO EGIZIANO/3 – Un premio per il sermone dell’anno

    DIARIO EGIZIANO/3 – Un premio per il sermone dell’anno

    La Stampa | Venerdì 5 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

    Una piccola protesta di cinque persone ha avuto luogo al Cairo prima che Obama pronunciasse il suo discorso all’Universita’. E’ curioso il fatto che la polizia abbia acconsentito loro di avvicinarsi all’ateneo, mentre tutte le strade erano sbarrate. Come hanno potuto? La risposta e’ semplice, erano americani: erano venuti da Gaza per manifestare e attirare l’attenzione di Obama sulla tragedia palestinese. Obama ha difeso eroicamente i diritti del popolo palestinese: devo esserne contento. Ha utilizzato un linguaggio idealista parlando di un futuro prossimo in cui noi attueremo la visione di Dio qui sulla terra vivendo in pace e armonia in un mondo senza armi nucleari, dove il soldato Usa tornera’ in patria e ogni uccello vivra’ nel suo nido felice, nel suo stato. Obama ha chiesto ai giovani di non restare prigionieri del passato, di forgiare un futuro dove regni la pace e con questo – credo – ha chiesto di dimenticare la storia dell’umanita’ per rivolgersi al mondo fantastico di Disneyland. Ha citato versi del Corano, del Talmud, della Bibbia. Ha parlato come se vivessimo prima del Rinascimento citando le religioni e non le nazioni moderne. E’ venuto nel mondo arabo per parlare ai musulmani e non agli arabi, come se qui non esistessero altre religioni, oppure formazioni laiche che risalgono ai primi anni del secolo scorso. Nel 1919 scoppio’ in Egitto una rivoluzione per l’indipendenza il cui motto era «la fede e’ per Dio e la patria per tutti», e i cui leader edificarono l’Universita’ del Cairo nel 1908. Cento anni dopo in quell’Universita’ e’ venuto un presidente americano a parlarci di fede per tutti e di una patria che non c’e’. Obama ha esordito con una serie di lodi e poi ha fissato alcuni punti nodali: primo, il terrorismo, la cui origine e’ da individuare in Al Qaeda e nei Taleban, senza menzionare chi li ha creati, armati e finanziati. Non ha spiegato che gli Usa, durante il loro scontro con l’Urss in Afghanistan, crearono Al Qaeda e i Taleban e finanziarono i movimenti islamisti in tutto il mondo arabo per combattere il comunismo e impedire l’avanzata del laicismo arabo. Secondo, ha parlato della tragedia palestinese ma non ha menzionato chi esercita la tortura contro quel popolo. Terzo, ha detto di voler bloccare la corsa agli armamenti in Medio Oriente, dicendo che impedira’ all’Iran di avere l’atomica, senza accennare al fatto che nell’agone c’e’ un solo competitore: Israele. Quarto, la democrazia. Qui ha assicurato i regimi autocratici arabi che non si intromettera’ nei loro affari. Quinto, la liberta’ religiosa accennando alle dispute fra sunniti e sciiti in Iraq, senza chiedere scusa per quello che gli Usa hanno fatto per dividere il popolo iracheno e tanto meno per il loro ruolo nel redigere una Costituzione che divide e alimenta le divisioni del paese alla stregua della Francia all’epoca dell’occupazione del Libano. L’Iraq infatti soltanto dopo l’occupazione Usa ha assistito a un conflitto fra sunniti e sciiti, cosa mai successa nei tempi moderni. Il Presidente ha insistito sul concetto di fratellanza e sulla divisione delle responsabilita’ per poter costruire un futuro migliore: tutti sono rimasti entusiasti delle sue parole e hanno tanto applaudito e sorriso. Obama e’ riuscito ad accontentare tutti. Credo che il suo discorso verra’ considerato il miglior sermone religioso di quest’anno, inshallah. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

  • DIARIO EGIZIANO/2 – ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

    La Stampa | Giovedì 4 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

    Un amico mi ha telefonato l’altro giorno dicendo che mentre stava guardando la tv ha sentito battere violentemente alla porta. «Chi e’? », chiede. «Polizia – fa una voce imperiosa – vogliamo i documenti di tutti quelli che abitano in questa casa». Siamo alla vigilia della visita di Obama e il mio amico vive vicino all’Universita’ del Cairo dove il Presidente parlera’. Eppure quell’appartamento non da’ sui luoghi cruciali, da li’ e’ impossibile compiere alcun attentato. La stessa cosa e’ accaduta ai suoi vicini. Mentre mi raccontavano quella storia, stavo guidando verso l’aeroporto del Cairo per andare a prendere un mio cugino. Appena arrivo, la polizia mi ferma e mi chiede la carta d’identita’. E’ la prima volta in vita mia, dopo tanti su e giu’ all’aeroporto. Non so perche’ gli agenti siano cosi’ ossessionati dal controllo dei documenti. Il giorno dopo, sono seduto al caffe’ in un vicolo stretto del centro. Le sedie arrivano fino in mezzo alla strada. Ordino un carcade’. Vicino a me, si discute animatamente sulla visita del Presidente americano. «Avete sentito? – chiede un tale – hanno arrestato duecento studenti dell’Universita’ teologica di Al Azhar. Quasi tutti dell’Asia centrale o russi. Nessuno sa dove li abbiano portati. E questo solo perche’ Obama visitera’ la loro facolta’». Qualcuno spiega che l’ospite ha aggiunto al suo programma una tappa in Arabia Saudita. Il vicino fa una battuta: «Suppongo che il governo egiziano abbia rifiutato di pagare i costi del viaggio, cosi’ l’Arabia Saudita come al solito ha dovuto mettere mano al portafoglio». Poi il discorso si fa serio. Uno dice che i sauditi da quando non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sentono orfani. «Riad e’ furiosa, perche’ Obama rivolge il suo messaggio al mondo islamico dal Cairo, cosi’ hanno fatto pressioni per avere il Presidente anche a casa loro». Un giovane che sta fumando il narghile’ dice di essere orgoglioso che Obama abbia scelto l’Egitto. «E’ chiaro – dice – che il nostro prestigio e’ alle stelle, siamo il piu’ importante paese musulmano». Un vecchio scuote la testa: «Essere il migliore o il peggiore dipende dalle condizioni reali e non dal giudizio degli altri. Siamo ormai un Paese fuori gara, come lo era la Cina all’inizio del secolo scorso. La visita non rimettera’ in moto la nostra sgangherata macchina: dobbiamo farlo da soli». Interviene una donna seduta al mio fianco che sta aspirando il fumo dalla pipa ad acqua: «Obama e’ soltanto un abile chirurgo plastico. Va in giro per migliorare il volto brutale dell’America nel mondo che Bush ha deturpato. Eh si’, e’ proprio un abile chirurgo plastico». Anche il cameriere, che ha appena portato una tazza di te’, vuole dire la sua: «Chiedo una sola cosa a Obama: che risolva una volta per tutte la crisi mediorientale. Se lo facesse diventerebbe il migliore Presidente nella storia americana. Peccato che non ho mai visto un politico mantenere la parola». Poi si lancia: «E’ vero che in campagna elettorale aveva promesso di fare a meno del petrolio nel giro di dieci anni? Se lo facesse Israele perderebbe la sua importanza strategica e l’intero Medio Oriente diventerebbe una scatola vuota. Non si sacrifichera’ mai piu’ un popolo per il petrolio, come e’ successo agli Iracheni. Ci lasceranno finalmente in pace». La ragazza che fuma il narghile’ sbotta: «Viva Obama il chirurgo plastico. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Presidente americano intende davvero inventare un’alternativa al petrolio, potrebbe trovare anche un’alternativa alla visita al Cairo. Magari parlando al mondo islamico dagli Stati Uniti. Intanto non cambierebbe niente e noi ci eviteremmo tutti questi fastidiosi controlli di polizia. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

  • DIARIO EGIZIANO/1 – Almeno dove passa lui puliscono

    La Stampa | Mercoledì 3 giugno 2009 | Khaled Al Khamissi |

    La visita di Obama ci portera’ qualche beneficio? Personalmente non credo. I vantaggi, in teoria, dovrebbero essere due. Primo, risolvere la questione palestinese, e in questo caso credo che mia zia Bahia, abilissima in cucina, sia molto piu’ brava del presidente. Secondo, Obama potrebbe donarci un po’ della ricchezza dell’America per rendere la nostra vita meno grama. Anche in questo caso credo che fallira’, per il semplice fatto che siamo gia’ un paese ricco sebbene meta’ di noi vivano sotto il livello di poverta’. Se l’America donasse tutti i suoi soldi all’Egitto i ricchi del nostro paese diverrebbero piu’ ricchi e i poveri piu’ poveri, quindi non ci sara’ nessun miglioramento. Questa e’ anche la conseguenza della politica imposta da Washington all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza voluta da Sadat. All’Universita’ del Cairo hanno cosi’ lucidato la cupola dell’aula magna da farla diventare piu’ brillante di un piatto di porcellana nuovo di fabbrica. La’ il presidente Obama terra’ il suo discorso il 4 giugno. Tutti gli egiziani sognano che il corteo dell’illustre ospite passi per le strade del loro rione, in modo che le autorita’ puliscano anche il loro quartiere come accade in molte zone, per evitare che l’ospite non cada in depressione alla vista di tanta sporcizia per le strade. A parte i benefici della pulizia, ci sono alcuni inconvenienti dovuti ai preparativi della visita. L’Universita’, per esempio, e’ stata trasformata in una fortezza. Obama arriva proprio durante il periodo degli esami di fine anno. Alcune facolta’ hanno dovuto rinviarli. Gli studenti di Lettere hanno chiesto il massimo dei voti in nome del principio di reciprocita’. Sostengono che, in circostanze normali, se avessero mancato l’appello del 4 giugno, sarebbero stati bocciati. Ma visto che e’ lo Stato a mandare a monte gli esami, tutti dovrebbero essere promossi automaticamente. Un lettore di un giornale locale ha suggerito agli apparati di sicurezza di dare il via proprio quel giorno a grandi saldi (con sconti fino al 90 per cento). In tal caso i commercianti dovrebbero essere risarciti dal ministero dell’Interno per le perdite subite. Cosi’, ha spiegato il lettore, il governo sara’ sicuro che il popolo non organizzera’ proteste. La gente si chiede se il protocollo esentera’ Obama (e il suo nutrito seguito) dalle misure di controllo sanitario all’aeroporto: gli stranieri che arrivano in Egitto sono sottoposti a un test sull’influenza suina. Si dice che una persona del seguito abbia contratto il morbo del H1N1 quando era con lui a Citta’ del Messico, lo scorso aprile. Obama avra’ una delegazione di un migliaio di persone, lo sostiene il tam tam dei caffe’ del Cairo. Perche’ ha portato con se’ cosi’ tanto personale? Affrontera’ nel suo discorso argomenti come i diritti umani, la democrazia, i diritti della minoranza copta? In ogni caso, sappiamo che sono soltanto espedienti retorici. Davvero la cosa piu’ importante e’ che il corteo di Obama passi per la mia strada. *Scrittore del Cairo, autore di «Taxi» (Edito in Italia da il Sirente)

  • Cina e Russia. Sfida aperta alle 5 sorelle

    La Stampa | Lunedì 19 novembre 2007 | Maurizio Molinari |

    I giganti energetici di Pechino e Mosca pongono sfide molto diverse ma ugualmente serie ai concorrenti d’Occidente.

    È una delle barzellette più di moda ad Alma Aty, in Kazakhstan, a svelare cosa sta avvenendo sul mercato del greggio: «In città c’è una piccola delegazione cinese, sono diecimila». A raccontare l’aneddoto è Evan Feigenbaum, braccio destro del Segretario di Stato Condoleezza Rice sull’Asia Centrale e veterano delle guerre commerciali per il controllo delle risorse energetiche. Feigenbaum racconta la barzelletta al «Council on Foreign Relations» perché la ritiene veritiera: «Dal Mar Caspio all’Estremo Oriente i cinesi sono all’offensiva, costruiscono, acquistano, esplorano, investono e spendono una grande quantità di danaro e di risorse umane». Lo slancio della Repubblica popolare sul mercato energetico nasce dalla necessità di importare la metà del fabbisogno nazionale ed è riassunto dai nomi di tre giganti: China National Petroleum Corporation (Cnpc), China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) e Sinopec.

    «Hanno ruoli e compiti diversi – spiega Edward Morse, analista di greggio di fama mondiale, in forza a Lehman Brothers – perché Cnpc è il gigante pubblico maggior produttore di carburante e Cnooc esplora i giacimenti off-shore in Cina mentre Sinopec va aggressivamente alla ricerca di nuovi mercati all’estero». Sijin Chang è l’analista di Eurasia Group che segue 24 ore su 24 le mosse dei tre colossi e assicura che «fanno una dura concorrenza alle grandi compagnie occidentali» per due ragioni. Primo: «Dispongono di soldi pubblici in grande quantità e non lesinano a spenderli». Secondo: «Su indicazione del governo sfruttano le aree di crisi per insediarsi». Gli esempi più lampanti vengono dal Sudan, dove Sinopec ha quasi un monopolio sulle estrazioni, e il Turkmenistan, dove sempre Sinopec ha siglato un contratto trentennale per la realizzazione di un mega oleodotto destinato a portare gas e carburante verso Oriente. «Pechino gioca duro nella grande partita degli oleodotti – assicura Steve LeVine, giornalista del Wall Street Journal autore del libro «The Oil and the Glory» – punta a siglare in Kazakhstan un contratto simile a quello turkmeno, per alimentarsi via terra senza dover passare per la Russia o per il Golfo Persico».
    Ma non è tutto. Robin West, presidente di PFC Energy Inc. e fra i più ascoltati esperti di energia in America, spiega che «la forza dei cinesi è nel fatto che hanno manager aggressivi, gestiscono le aziende pubbliche come se fossero private e sono in grado di sfruttare a loro vantaggio le regole della concorrenza meglio di molte compagnie occidentali». Proprio a questo metodo «aggressivo e competitivo» West attribuisce il successo di PetroChina, di proprietà statale, che toccando un valore di mercato di un trilione di dollari ha scavalcato la rivale americana ExxonMobil – ferma a 488 miliardi di dollari – diventando questo mese la prima azienda del mondo per capitale azionario. «La sfida cinese alle Cinque Sorelle – aggiunge West riferendosi alle maggiori compagnie petrolifere occidentali – è molto simile a quelle che si preparano in India e Brasile, giocano alle nostre stesse regole ed hanno ottimi manager ma con più denaro sul piatto».
    Se questo avviene è anche perché le Cinque Sorelle – ExxonMobil, Royal Dutch Shell, British Petroleum, Chevron e ConocoPhillips – gestiscono diversamente i profitti: un recente studio del Baker Institute della Rice University attesta che spendono sempre di meno in esplorazioni, cedendo terreno ai rivali di altre nazioni che «sono dunque meglio posizionati per lo sfruttamento dei nuovi giacimenti». I monopoli non-occidentali «rappresentano i titolari dei primi dieci giacimenti del mondo mentre ExxonMobil, BP, Chevron, Royal Dutch e Shell sono rispettivamente al 14°, 17°, 19° e 25° posto» spiega Amy Myers Jaffe, autore del rapporto del Baker Institute. «Se le Cinque Sorelle spendono meno per l’esplorazione – osserva Morse – è perché per loro oramai la finanza conta più dell’estrazione e gli azionisti più dei trivellatori, destinano le risorse ad operazioni di mercato tese a rafforzare profitti più che a rischiare capitali in nuove aree».
    Quando si dice «monopoli» Morse, West, LeVine e Jaffe pensano subito alla Russia di Vladimir Putin. «La sfida russa è diversa da quella cinese perché non è di mercato bensì si basa sulla gestione quasi monopolistica delle immense risorse nazionali» spiega West, secondo cui «l’unica maniera per rispondere è venire a patti, cedere quote di mercato internazionale per averne in cambio dentro la Russia». Alexander Kliment è l’analista russo di punta di Eurasia Group e legge così la mappa energetica: «Rosneft è probabilmente la più grande azienda petrolifera del mondo così come Gazprom ha pochi rivali sul gas, entrambe sono emanazione del potere politico e tengono sotto controllo le risorse nazionali». Mentre l’asso nella manica del Cremlino «è Lukoil»: sulla carta privata ma in realtà sotto il controllo di Putin, ha il compito di «esplorare nuovi mercati» insediandosi «lì dove l’Occidente non vuole o non può», a cominciare dall’Iran di Mahmud Ahmadinejad.
    «Ma chi dovesse pensare che Lukoil si fermerà alle zone di crisi sbaglia – aggiunge Carter Page, responsabile dell’Energia per Merrill Lynch – perché la loro ambizione è portare la concorrenza sui mercati nordamericano ed europeo, come già sta avvenendo». Basta contare i distributori Lukoil a New York per accorgersene. Se l’aggressività di cinesi e russi è il tema del giorno per gli analisti petroliferi americani è anche vero che nessuno vede in questi nuovi giganti dei reali concorrenti sul piano della tecnologia. «Su innovazione e sviluppo né i russi né i cinesi sono in grado di sfidare le Cinque Sorelle – concordano Morse e West – la tecnologia resta il loro tallone d’Achille». Quali che siano le prossime puntate della sfida energetica Carter Page ha pochi dubbi su quanto sta avvenendo: «È l’energia il vero gioco del potere mondiale».