Tag: sindrome di Asperger

  • Accaparlante, 26 febbraio 2017

    Accaparlante, 26 febbraio 2017

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    “La città è in macerie, ora ci hanno tolto tutto e l’unica cosa che ci rimane sono i Pilastri della Fede […] non c’è un centimetro pulito sui nostri corpi. Abbiamo i vestiti strappati e non ne possediamo altri, ogni giorno camminiamo per strada in cerca di aiuto. Non abbiamo più le scarpe e le piante dei piedi cominciano a spaccarsi. Fa veramente male, quando camminiamo per tanto tempo in cerca di un novo posto dove stare […] Ho passato tutta la notte con la voglia di grattarmi e non sono riuscito a dormire. Nella mia testa continuavano a scorrere scene da libri che ho letto. Volevo alzarmi e dipingere, ma non avevo nessun posto dove farlo [non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi”. Adam ha quattordici anni e la sindrome di Asperger, vive ad Aleppo con il padre, la sorella e tre fratelli più grandi. Quando scoppia la guerra la sua famiglia, come tante altre, ne viene travolta e lui cerca rifugio nella pittura che gli permette di dar voce ad emozioni e paure che non saprebbe esprimere diversamente. Sumia Sukkar, attraverso la voce innocente di Adam, racconta il conflitto siriano da cui il suo popolo è stato travolto, spesso senza capire cosa stava accadendo.

    di Annalisa Brunelli, Accaparlante, 26 febbraio 2017

    Recensione del libro “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar. Tradotto dall’inglese da Barbara Benini.

  • Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

    Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    di Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar“Mi siedo sul pavimento vicino a Yasmine e baba e penso a come siamo arrivati a questo. Le nostre vite procedevano secondo una routine perfetta, in cui mi trovavo proprio bene, ma ora non so più chi siamo, né cosa stia succedendo. Per via della guerra ho così tante incertezze in testa, come un nuvolone grigio in attesa di scrosciare e tuonare giù. Io non voglio che mi tuoni addosso.”

    Da leggere con una tazza di karkadè, rosso come il colore amato da Adam, che rappresenta Yasmine, ma anche come il sangue, protagonista onnipresente della guerra.

    Durante il Pisa Book Festival 2016, alla presentazione del suo romanzo, l’autrice Sumia Sukkar spiegava che la scelta di scrivere questo libro è stata guidata dalla volontà di dare un volto, una voce e una storia ai siriani coinvolti nella guerra che ha stravolto il loro paese e di risvegliare i lettori da quella sorta di assuefazione per cui, ormai, quando scorrono in TV le immagini di bombe, guerra e attentati provenienti dalla Siria non ci si stupisce più.

    Sumia Sukkar, nella versione italiana con il magistrale aiuto della traduttrice, Barbara Benini, trascina il lettore in una Aleppo agli albori della guerra, dove la famiglia di Adam, quattordicenne affetto da sindrome di Asperger e appassionato di pittura, conduce una vita quotidiana simile alla nostra, con il padre e i fratelli più grandi che vanno a lavorare e Adam che frequenta la scuola, raggiungendola a piedi da solo ogni giorno, a dimostrazione di quanto la città sia tranquilla. In un attimo, ci si immerge nella storia, la famiglia di Adam potrebbe essere la nostra, cenano insieme, alla TV guardano quegli stessi film americani che passano sui nostri schermi. Ma ad Aleppo qualcosa che Adam non capisce sta accadendo, si parla di libertà e ribellione, e in un vortice irrefrenabile arriva la guerra, che Adam non comprende, ma che anche gli adulti sembrano capire poco.

    “Non so nemmeno perché ci sia una guerra. Perché c’è una rivoluzione? Perché stanno portando via la mia famiglia? Che cosa è successo mentre dipingevo e andavo a scuola? Perché improvvisamente parlano tutti di politica, mentre prima si parlava solo di arte, moda, religione e viaggi?”

    Non si sa più chi sono gli amici e chi i nemici, perché la violenza si diffonde prepotente, fino a far diventare abituali scenari da film splatter, pieni di sangue e parti di corpi umani.

    Sebbene in qualche capitolo la prospettiva cambi, per mostrare lati più oscuri della tragedia che si sta svolgendo in Siria, la maggior parte della narrazione proviene dallo sguardo innocente di Adam che, attraverso la sua malattia, ha il dono di vedere il colore di persone ed emozioni: Yasmine “normalmente è rosso rubino”, “Kahled è arancione, Tareq ha il colore delle foglie di tè e Isa è verde”. Solo la distruzione e la disperazione totale lo porteranno a vedere nient’altro che grigio.

    Di solito, quando un libro mi piace, è perché mi arricchisce in qualche modo e cerco di consigliarlo a tutti perché vorrei che anche gli altri ne fossero altrettanto arricchiti. In questo caso, credo proprio che si tratti di un testo fondamentale per il lato umano di ciascuno di noi e per guardare il disastro siriano da una prospettiva diversa. Consiglio a tutti di leggerlo, perché dobbiamo cercare di restare umani.

    Dopo aver letto Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, riesco a capacitarmi ancora meno del fatto che l’autrice lo abbia scritto a soli 21 anni. Gli argomenti trattati, dalla guerra siriana alla sindrome di Asperger, e il modo in cui la scrittrice ne parla lasciano a bocca aperta.

    Quando la storia finisce, la mente vola subito all’attualità di Aleppo, dove la guerra non si è ancora fermata e i bambini sono costretti a vivere situazioni terribili come quelle narrate da Adam. Sumia Sukkar ha ragione a cercare di sensibilizzare chi ha la fortuna di essere lontano da tutto questo dolore e l’incoscienza di non capire che, al di là della distanza geografica, siamo uguali, a prescindere da quale sia la nostra religione, pelle o nazionalità.

    Come ha scritto Francesca Paci su La Stampa, “chiuso il libro resta la Storia, difficile fare ancora finta di niente”.

    Leggete anche voi Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra e fatemi sapere quali sono le vostre impressioni. Per chi è della zona, giovedì, 2 febbraio, ne parleremo al circolo di lettura IL SOGNALIBRO presso la Libreria Mondadori di Sarzana. Vi aspetto lì!

  • Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

    Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Voci da mondi diversi

    di Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarEra il 2012 quando la città di Aleppo, in Siria, iniziò ad essere al centro della guerra civile fra forze governative e ribelli. Adam, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, rappresenta tutti noi che viviamo lontani e siamo ignari delle cause che hanno scatenato la guerra, che facciamo fatica a capire. Anche Adam non capisce: ha quattordici anni ma non si comporta e non si esprime come un suo coetaneo. Sembra più infantile, ci dice lui stesso che sente dire di sé che è ‘strano’ e che i compagni di scuola lo prendono in giro per questo e lo lasciano in disparte. E’ il più giovane in una famiglia numerosa- ha tre fratelli e una sorella. Ed è la sorella Jasmine che si prende cura di lui dopo che la mamma è morta. Adam non vuole essere toccato, non vuole che il suo cibo sia mescolato a quello di altri e ha una passione per i colori. Anzi, ha una predisposizione per il disegno e la pittura, riesce ad esprimere nei suoi quadri quello che ha dentro di sé e mai riuscirebbe a comunicare con le parole-sono i colori che gli danno la chiave di accesso della realtà. Jasmine è rosso rubino per lui- e il rosso è un colore di forza vitale e d’amore. Prima dell’inizio dei bombardamenti l’atmosfera di Aleppo è arancione e azzurro di cielo e di luce e di sole. Anche i libri hanno un colore: Aschenbach, il protagonista di “Morte a Venezia”, è grigio (d’altra parte il grigio della cenere è nel suo stesso nome, anche se Adam non lo sa). Poi cambierà tutto, perché il rosso diventerà il colore del sangue, Adam arriverà a dipingere con il sangue, e il mondo si incupirà nelle tonalità del nero e del grigio e del viola.

      Quello che Sumia Sukkar, nata e cresciuta in Inghilterra in una famiglia siriana-algerina, descrive, è un frammento di guerra, con scene apocalittiche viste attraverso gli occhi di un ragazzino che forse ha la sindrome di Asperger, che si chiede che cosa stia succedendo, chi siano i buoni e chi i cattivi e perché si fanno la guerra? non sono forse tutti siriani? I suoi punti fermi crollano uno dopo l’altro, proprio come gli edifici che si sbriciolano in un grigiore di polvere e macerie- prima un fratello (l’intellettuale che scrive poesie), poi l’altro (ritornerà preceduto da una scena raccapricciante), poi la sorella (sappiamo che cosa attenda una donna catturata durante una guerra, e il velo in testa non è certo uno scudo. Quando riappare, Adam non la riconosce), il padre è precipitato in una demenza precoce causata dal dolore. Soltanto un gattino, salvato dalle rovine, può ricompensare, in parte, Adam per quello che ha perso. La lunga marcia verso Damasco è il cammino della speranza verso la salvezza di un riparo.

    Il romanzo di Sumia Sukkar non ha la pretesa di essere un libro di storia, pare essere un libro scritto di getto, come se la giovane scrittrice fosse rimasta sconvolta nel vedere la distruzione nelle immagini del paese in cui la sua famiglia ha radici. Manca di precisione e alcune delle scene descritte appaiono improbabili (le reazioni di feriti gravissimi in ospedale, il ritorno di un fratello in condizioni che non voglio anticipare ma che sono in contrasto con il suo comportamento troppo naturale). Non viene mai detto chiaramente quale sia la sindrome di Adam ed è meglio così: se non è definita, per il lettore è più facile accettare le discrepanze tra i suoi atteggiamenti. E tuttavia, ciò detto, è un libro che si legge facilmente e che ci avvicina ad un paese, ad una guerra, ad un dramma che non possono lasciarci indifferenti.

  • Intervista a Sumia Sukkar

    Intervista a Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuando incontro Sumia Sukkar al Pisa Book festival 2016 davanti a un caffè sono piuttosto spiazzata dalla ragazza giovane ed elegante che mi guarda da sotto le larghe falde di un impegnativo cappello di feltro. Sumia, classe 1992, è inglese, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha studiato scrittura creativa alla Kingston University e il suo romanzo d’esordio ha catalizzato l’attenzione della critica di mezzo mondo.

    Ne Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra hai scelto di trattare l’esperienza più dolorosa che un essere umano possa vivere e di farlo dalla prospettiva incrociata di un ragazzino con la sindrome di Asperger e di colei che se ne prende cura, sua sorella Yasmine. Sei stata ispirata da qualcuno che conosci o questi personaggi sono il frutto di intense ricerche?
    Quando ho iniziato a pensare al libro, lui era solo uno dei personaggi e ho fatto qualche ricerca, per cui sapevo in partenza sapevo che nella mente di una persona malata di Asperger tutto è bianco o nero, non ci sono sfumature. Per documentarmi ho incontrato persone autistiche, ho visitato centri che se ne prendono cura, ma, soprattutto mi sono ispirata al fratello di un mio amico che ha la sindrome di Asperger, l’ho intervistato, osservato, studiato. Man mano che studiavo la sindrome, il personaggio prendeva sempre più spazio nella trama che andavo costruendo nella mia testa, fino diventarne il protagonista.

    Adam in un certo senso è un essere senza pelle: ogni emozione, ogni esperienza impatta direttamente sui suoi nervi scoperti, sulla sua carne indifesa. I colori sono il suo modo di categorizzare il mondo e decifrare le emozioni, l’alfabeto attraverso cui disegna le cose con cui viene a contatto…
    Esattamente! Adam è un ragazzo senza filtri, grezzo, che vive tutte le situazioni per quello che sono, senza mediazioni, è come privo di difese, di pelle, come dici tu, e Yasmine è il solo filtro tra lui e il mondo. Un mondo che lui vede e interpreta con occhi diversi dagli altri, attraverso i suoi dipinti, i colori che dà alle esperienze. È un ragazzo che vive moltissime emozioni ma non sa come affrontarle, esprimerle. È per questo che dipinge tanto, per dare loro voce.

    La casa è per Adam il suo santuario, un luogo dove coltivare le proprie ossessioni. Un luogo in cui sa come muoversi, sa esattamente quante mattonelle saltare, come attraversare con un balzo il tappeto davanti al suo letto, dove non ha bisogno di parlare con nessuno eccetto Yasmine…
    La sua casa è il suo castello, la conosce in ogni minimo dettaglio: l’aspetto del suo letto, il disegno del tappeto, sa su quali mattonelle può camminare, è il luogo in cui si sente più sicuro, che lo protegge da un modo esterno che lo terrorizza, popolato com’è di persone con cui non sa interagire, che non lo capiscono, lo giudicano, lo spaventano. La casa lo protegge e man mano che la situazione fuori si fa più minacciosa, il suo legame con la casa diventa più forte, non vorrebbe mai uscirne e quando lo fa, non vede l’ora di tornarci. Penso che la casa gli ricordi sua madre, la sicurezza, l’amore; la casa lo accoglie come solo le braccia di una madre sanno fare, mentre il mondo esterno è terribile e sconosciuto.

    Quando i pilastri di questo suo rifugio iniziano a scricchiolare e sbriciolarsi (perde Isa, Yasmine scompare, Khaled perde le mani, la mente del suo baba si annebbia) stranamente lui si adatta con sorprendente velocità. È come se nonostante la sua mente confusa lui tirasse fuori una sorta di istinto che lo porta a capire che per sopravvivere al dramma e aiutare i suoi cari deve adattarsi, non trovi? 
    C’è un detto nella religione islamica: “Dio non ti dà nulla che tu non possa affrontare” . Tutto quello che viviamo riusciamo per forza di cose ad affrontarlo. Vale anche per Adam. Man mano che la guerra si intensifica, che la sua famiglia si disintegra, diventa una persona indipendente, che nonostante le limitazione dell’Asperger diventa più capace di affrontare le situazioni, esce dal proprio guscio perché non ha altra scelta dato che quel guscio è ormai distrutto. Impara ad adattarsi per non morire.

    La guerra è generalmente descritta da punti vista maschili e le donne entrano nel quadro solo per l’impatto che essa ha sulle loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmine una protagonista in prima persona, una combattente appassionata che è stata marchiata a fuoco dalla guerra. Perché? 
    La guerra non riguarda mai tutti, non in quanto uomini o donne ma in quanto genere umano, senza discriminazioni di età e di genere. Come femminista penso che i libri oggigiorno non abbiano molti punti di vista femminili ed è anche per questa disparità letteraria che per me è importante mostrare che, invece, anche le donne soffrono e combattono armi in pugno per difendere le proprie famiglie e ciò in cui credono.

    Leggendo il tuo libro si ha l’impressione che ogni singolo dettaglio sia denso di significato, anche quelli tipografici come la scelta delle maiuscole o delle minuscole. È come se la grandezza dei caratteri di ogni singola parola riproducesse il modo in cui quella parola risuona nella mente di Adam. Come mai, ad esempio, hai scelto di usare sempre la minuscola per il nome di nabil? 
    È nabil l’unico vero amico di Adam, l’unica persona al di fuori della famiglia da cui può sempre correre, con cui può sempre essere se stesso. L’uso della maiuscola lo renderebbe una figura più formale, estranea. Nella mente di Adam nabil è come un cuscino, qualcosa su cui si può saltare sentendosi sicuri, protetti, è la sua zona protetta.

    Sei un’immigrata di seconda generazione, nata a Londra da un siriano e un’algerina e questo libro è chiaramente un omaggio alla Siria, Paese di origine di tuo padre. Come ti relazioni con questi Paesi, li consideri anche tuoi? 
    Sono cresciuta in Inghilterra con genitori di nazionalità diverse, eravamo multiculturali, aperti alle influenze inglesi ma conservavamo le tradizioni di entrambi i paesi dei miei genitori. Penso di aver preso molto da tutte e tre le culture, parlo tre lingue e ho imparato che è fondamentale rispettare le diversità nelle persone, valorizzarle. Sono stata cresciuta nella religione islamica ma mio padre ci leggeva anche passi della Bibbia perché essenzialmente le religioni giudaica, islamica e cristiana hanno la stessa origine e insegnano gli stessi principi fondamentali. Religione significa umanità, pace, rispetto.

    C’è un dialogo bellissimo nel tuo libro Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. Yasmine rassicura Adam dicendo “presto arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’ e lui risponde “Quanto dura un po’?” “Il più possibile”. Penso che questo dialogo rappresenti la sintesi perfetta dell’incomprensibile irrazionalità della guerra. L’incapacità del cervello umano che non sa processare l’orrore di cui è testimone…
    Infatti sintetizza i miei sentimenti sulla guerra in Siria. Questa guerra è iniziata 5 anni fa e la gente dice che finirà presto, che tornerà la pace ma quanto ancora deve durare? Quando sarà abbastanza? I siriani hanno dovuto nel corso degli ultimi cinque anni lasciare il loro Paese, trasformarsi in esuli, rifugiati, hanno perso tutto e quelli che sono rimasti sono compressi in aree sempre più piccole, sempre più pericolose, non hanno scelta, vengono uccisi senza poter cercare scampo, senza poter far sentire la loro voce. Non voglio sapere quanto deve ancora durare, quando i morti saranno abbastanza, quanto deve durare un “altro po’”. Questa guerra che è iniziata come una reazione spropositata del regime alla richiesta di riconoscimento dei diritti umani fondamentali da parte del popolo, ormai è solo un grido di aiuto.

    di Lisa Puzella su Mangialibri 11/01/2017

  • Un corpo senza pelle

    Un corpo senza pelle

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

    Rosso rubino è il colore preferito da Adam, è il colore che emana da sua sorella Yasmine quando è felice. La sua risata è divertente: è come sbucciare una mela su una superficie bagnata e splendente. Il grigio è il colore della negatività, Gustave Aschenbach di Morte a Venezia pulsa di grigio, deve essere cattivo, il grigio è il colore dei bulli che lo tormentano a scuola. L’arancio mescolato al blu è il terrore negli occhi di qualcuno. Il viola è il colore della morte, il colore che esalava dalla bara di mamma quando se ne è andata. Adam capisce i colori, il loro alfabeto e se ne serve per dipingere il suo mondo, che si riduce alla casa che è anche il suo santuario, un luogo in cui può nutrire le sue ossessioni e dove gli altri le rispettano. Sa esattamente quali mattonelle saltare per arrivare al frigo senza che accada nulla di brutto, sa come saltare dalla soglia di camera sua al letto schivando il tappeto, sa quanti passi a destra fare prima di uno a sinistra, conosce gli umori dei suoi cari: baba, che torna a casa tutte le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Khaled con cui non parla mai perché la sua voce si rifiuta di uscire dalla gola, suo fratello Isa e sua sorella Yasmine con cui riesce a comunicare anche se non ama molto farlo. Vive in un mondo governato da regole e abitudini che non riesce a decifrare. Adam non capisce le menzogne: perché le persone, scelgono di raccontare qualcosa che non è accaduto tralasciando invece qualcosa che è accaduto? Adam non capisce le barzellette, ma sa ridere, solo Yasmine e il suo amico e vicino di casa Ali sanno come farlo ridere. Adam non capisce le metafore, ma ne usa a piene mani per interpretare le emozioni. Adam non capisce la guerra: perché qualcuno dovrebbe voler fare del male a qualcun altro, privarlo della vita o delle mani o del suo bambino non nato, o della casa o di tutto questo insieme? Queste cose lo confondono, il verde della malattia lo rattrista e in queste occasioni battere i piedi, dondolarsi, contare, non basta a calmarlo, ha bisogno di tirare l’elastico che ha al polso una, due, mille volte, anche se il rumore infastidisce baba e i segni rossi si fanno sempre più marcati…

    Adam proclama di non capire le emozioni, ma, con l’irrompere della guerra nella sua vita, con l’instabilità crescente dei pilastri che sorreggono il suo mondo, la fuga da Aleppo verso la salvezza a Damasco, la fame, la sete, il dolore, le ferite sue e dei suoi familiari, le perdite, i distacchi temporanei o definitivi che siano, tutta la sua esistenza è scardinata, il blumarino e il bianconeve ‒ i colori della morte e del dolore e della perdita ‒ sono sempre più presenti, ecco che le emozioni gli fluiscono attraverso, gli sferzano la carne, non ha più barriere né pelle per difendersi. Non rimangono che il gatto Liquirizia e un orecchio che nasconde in tasca e tira fuori quando ha bisogno di confidarsi, di riversarci dentro il mare di dolore e confusione che lo soffoca. La sindrome di Asperger de Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra è una parte essenziale del libro esattamente quanto la guerra. Adam racconta se stesso e ciò che gli è esterno attraverso l’unico alfabeto che gli è familiare: i colori; le sue ossessioni sono la barriera di difesa tra un ragazzo che sembra vivere gli eventi attraverso un corpo senza pelle, tutto lo tocca in maniera dolorosa e stordente, il mondo suona le sue note stonate e cacofoniche strimpellando direttamente sulle corde dei suoi nervi. La voce di Yasmine, che si alterna alla sua nel racconto della fuga, è invece potente, stentorea, quasi dolorosamente concreta. È una donna appassionata, una combattente risoluta, che ha pagato col proprio corpo il prezzo della ribellione, che ha rinunciato a molto per amore di Adam e che guiderà tutta la famiglia nella marcia massacrante attraverso il deserto, si prenderà cura di tutti, di Amira e del bambino fantasma che abita nel suo corpo, di Khaled senza mani, di Ali e Adam e Tareq; prende decisioni dure come lasciar andare via verso la salvezza baba malato; ingoia il dolore della perdita di Isa e sopporta le torture e il carcere. Un libro complesso, potente, che affronta due temi difficilissimi con leggerezza e originalità non disgiunte da una profonda capacità di indagine, un testo in cui tutto ha un suo senso e contribuisce a declinare e disegnare le emozioni di Adam e di tutti gi attori di un dramma che da nazionale si fa intimo, personale. Molto significativa è la scelta dell’autrice di non usare le maiuscole per alcuni nomi propri o di usarle in un certo modo per dare forza grafica agli stati d’animo. Nel complesso un bellissimo libro, a partire dalla veste editoriale curatissima impreziosita da una stupenda copertina e da un cameo in prima pagina che sintetizza il tema del libro.

    Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2016

  • Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

    Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

    “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” il nuovo libro di Sumia Sukkar

    Quando esplode una bomba per Adam, il giovane protagonista di “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar (Il Sirente, traduzione di Barbara Benini), diventa tutto grigio. Ogni emozione per lui corrisponde a un colore e ogni choc lo spinge a dipingere. Adam vive ad Aleppo, ha 14 anni, è affetto dalla sindrome di Asperger, disturbo dello sviluppo imparentato con l’autismo, ed è sua la voce narrante della storia che Sumia Sukkar, giovane autrice nata a Londra nel 1992 da padre siriano e madre algerina, ha scelto per raccontare la vita di una famiglia siriana nel mezzo della drammatica crisi cominciata nel 2011.

    Un punto di vista originale che enfatizza e potenzia la sensazione di incomprensibilità e di assurdo che si prova di fronte al conflitto siriano e che porta l’attenzione sul mondo dell’infanzia ferita dalle guerre. I bambini siriani, infatti, come sottolinea anche l’autrice “si sono svegliati improvvisamente un giorno e si sono trovati adulti, perdendo una parte essenziale dell’esperienza della crescita”.

    Scuole chiuse, polvere su ogni superfice, mancanza di cibo e di elettricità, corpi stesi a terra, boati improvvisi, paura, violenza e distruzione ovunque. “Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi”. Questa è la realtà che il piccolo Adam vive d’un tratto nella sua bella Aleppo, città che Sumia Sukkar non ha mai visto ma che si è fatta raccontare dai parenti in lunghe e strazianti conversazioni via Skype.

    Più che il luogo per l’autrice era importante mostrare le difficoltà di comprensione della situazione che si vivono oggi in Siria e che lei stessa prova. Una realtà che Sumia sente appartenerle profondamente pur essendo nata in Inghilterra e sentendosi “a casa” a Londra. Adam, il protagonista, non capisce quello che succede intorno a lui. La guerra gli fa girare la testa. Non riesce a rintracciare i pensieri, metterli in ordine e a dire ciò che sente.

    “Ho scelto un personaggio con la sindrome di Asperger per dargli un tocco di innocenza, in contrasto con le cose orribili che accadono in guerra” spiega l’autrice al suo debutto narrativo che ha già raccolto molti successi, tra cui la drammatizzazione radiofonica della storia trasmessa nel prestigioso “Saturday Drama” della BBC, dopo la quale sono stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.

    Sumia fa girare la vita del protagonista intorno al colore. Adam vede le persone avvolte da un’aurea colorata a seconda dei loro stati d’animo e, per provare sollievo, dipinge il suo terrificante vissuto, giorno per giorno, choc dopo choc, mentre la sua meravigliosa città viene divisa e distrutta dai bombardamenti. Restano nelle strade solo scheletri di palazzi, pozze di fango, fasci di fili elettrici penzolanti e fumo nell’aria, la gente muore o scappa e anche la sua casa finirà in macerie. L’unico modo che il ragazzino trova per non pensare, per esprimere le sue emozioni e per sopravvivere a un’atmosfera cupa, impolverata e nebbiosa è la pittura.

    L’arte diventa così una forma di resistenza a questo momento buio in cui il giovane protagonista si trova tanto da valutare la possibilità di disegnare con il sangue, inteso come metafora di vita. “Come può il sangue prendere il posto del colore?” si chiede a un certo punto quando gli compare davanti agli occhi e una parte di sé lo spinge a prenderne un po’ per dipingere. “Il sangue è veramente denso, ma c’è ne così tanto che sembra acqua… / Sembra caldo e freddo allo stesso tempo. Quando tocchi il sangue, è come se le tue sensazioni si scollegassero. I miei sensi sono confusi…” dice Adam e tira indietro la mano. Poi fa uno schizzo: un occhio nel mezzo della pagina con una pupilla che ha dentro una storia. Come se quella storia fosse tutta da scrivere: la storia della nuova Siria che rinascerà dopo la distruzione.

  • Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

    Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Un libro reportage dall’interno della guerra siriana, l’atrocità della guerra raccontata con la spontaneità di un bambino senza pelle, affetto dalla sindrome di Asperger, che rende questo singolare romanzo: ad un tempo, poetico, tenero, a tratti noir, con accenti perfino pulp e un’anima surreale. La resistenza strenua dell’io che non crolla verso all’orrore che deforma l’essere umano. Dio e l’amore per gli altri come salvezza, attraverso un mondo visto a colori, popolato in forma di sineddoche

    di Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarIl panorama della letteratura siriana contemporanea – per quel poco che conosco quasi interamente attraverso la casa editrice Il Sirente – è interamente occupata dal dramma della guerra e della tortura. Tutti gli autori presentano una crudezza senza pari che indugia paradossalmente come in una terapia catartica sui particolari delle violenze, spesso subite direttamente dagli autori che le raccontano. La guerra sembra suggerire l’immaginazione e invaderla, occuparla tutta. Questo romanzo di Sumia Sukkar – scrittrice britannica di padre siriano e madre algerina, nata a Londra nel 1992 – è profondamente originale perché contiene solo un nucleo legato alla prospettiva orrorifica del conflitto, spietata, senza nulla che addolcisca la pillola. L’avvio è decisamente singolare, poetico pur nella tristezza e sgomento di una famiglia che vive e respira all’unisono la tensione di uno stato dittatoriale e si risveglia nel mezzo della guerra. Il conflitto esplode e riempie deformando la quotidianità, sconvolgendo l’ordine esteriore e interiore della vita, come una creatura mostruosa che siamo abituati a considerare partorita solo dalla fantasia nei racconti e che invece diventa realtà. La cronaca è raccontata dagli occhi di un bambino che vuole fare il pittore e la dichiarazione, anche se la passione per dipingere attraversa tutte le pagine, arriva verso la fine, con l’arrivo a Damasco tra mille sofferenze e una marcia estenuante che diventa un pellegrinaggio, in fuga da Aleppo. “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, frase pronunciata come il risveglio dell’autocoscienza da Adam, detta il titolo. La visione che il romanzo presenta è doppiamente originale perché la narrazione è “a colori” che diventano la materia per il tutto, dando vita alla rappresentazione di un mondo in forma di sineddoche. Adam è affetto dalla sindrome di Asperger, un disturbo che per certi versi ha i caratteri dell’autismo anche se il ragazzo ha una forte relazionalità affettiva con gli altri e soprattutto l’amata Yasmine che sacrificando tutta se stessa regge le fila della famiglia dopo la morte della mamma, chiamata semplicemente mama. Questa particolare angolazione rende il racconto poetico, tenero e struggente a tratti, perfino ironico quando non pulp, come a dire che la fantasia e l’immaginazione possono salvare il mondo, talora proteggerci dall’esterno, farci trovare una via alternativa con altre porte e finestre rispetto a quelle fisiche. Le persone stesse attraverso la vibrazione delle nostre emozioni diventano colori, dal rosso rubino, il preferito del protagonista al grigio della guerra, che copre tutto come una spessa coltre di polvere che rischia di soffocare l’umanità che è in noi. Il libro è un inno alla vita, non di meno, perché la forza degli affetti più forti e la fede incrollabile in Dio diventano strumenti ai quali appoggiarsi come le stampelle per chi ha un arto rotto. E’ incredibile per una società che commercializza tutto come la nostra sentire un bambino che prega con tanto trasporto e che ringrazia Dio per quello per cui la maggior parte dell’umanità lo maledirebbe ed è proprio per questo e solo a tale condizione che la fede diventa slancio di vita. Un libro che merita una lettura sia per lo stile e l’originalità del racconto invitandoci a riflettere sul diritto di ognuno di noi ad esprimere sentimenti e ad essere “diverso” e sulla “banalità del male”, sempre in agguato nella storia.