Tag: Siria

  • Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

    Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    La guerra raccontata attraverso i colori da un ragazzo di Aleppo

    di Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarImprimere la guerra su tela.
    Dipingerla anche col sangue vero delle vittime.
    É quello che fa Adam, un ragazzino siriano di 14 anni, malato della sindrome di Asperger, orfano di madre. La sua camera piena zeppa di tele dipinte è il suo rifugio. É così che lui esorcizza il dolore, trasponendolo in un dipinto. E quando il cibo scarseggia e i morsi della fame si fanno sentire schiaccia un tubetto di colore e lo mangia.
    É lui il protagonista del romanzo “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” (il Sirente) di Sumia Sukkar, scrittrice britannica di origini siriane.
    I colori e il conflitto.
    Potrebbe apparire un connubio impossibile e invece diventa una chiave di lettura alternativa. Ogni sentimento, ogni stato d’animo viene associato ad una tinta e la guerra assume le sfumature del nero, del grigio, del marrone, del viola, del rosso. Adam affronta il dramma che affligge Aleppo e tutta la Siria grazie all’amore della sua famiglia, di suo padre, della sorella Yasmine, suo vero unico punto di riferimento e dei suoi tre fratelli e alla vicinanza di una gatta randagia che decide di chiamare Liquirizia. Il dolore sfiorerà più volte i membri della sua famiglia e la morte entrerà nella sua casa. A fare da cornice la descrizione di una Aleppo violata dai bombardamenti. La scuole chiuse, le case distrutte, i morti per strada, il cibo che manca, l’acqua centellinata. In questo romanzo ritroviamo la Siria che ci appare ormai dagli schermi televisivi, nei servizi dei telegiornali, nei reportage dei giornalisti.
    In Adam rivivono tutti i bambini che hanno vissuto e continuano a vivere questa terribile esperienza. Lui ci ricorda anche tutte le vittime della guerra in Siria non da ultimi i bimbi morti ad Idlib per i gas delle armi chimiche. Proprio per questo il romanzo è quasi un reportage per l’attualità delle vicende che narra e per la veridicità delle vite che contiene.

  • Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

    Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

    E SE FOSSI MORTO? di Muhammad Dibo

    Intervista. Vi fanno orrore queste immagini. Ma il mio popolo viene ucciso ogni giorno

    di Viviana Mazza, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2017

    Muhammad Dibo“Il regime siriano uccide il popolo nelle carceri e con la guerra, lo uccide con gli assedi e con la fame, e queste cose avvengono tutti i giorni, non solo oggi con la strage legata all’uso di armi chimiche. E’ paradossale che ogni volta che le armi chimiche vengono usate in Siria, ci sia clamore sui media, ma poi il mondo torna al suo abituale silenzio pur sapendo che Assad ha continuato a uccidere senza fermarsi un solo giorno per sei anni. Le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute in carcere o con altri metodi? Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire ad Assad: uccidi, ma non con le armi chimiche! Fallo con i carri armati, i bombardamenti aerei, ma non con le armi chimiche”. Muhammad Dibo è uno scrittore siriano. Partecipò nel 2011 alla rivolta contro il regime. Dopo l’arresto e le torture in carcere, nel 2014 ha lasciato il Paese. Vive in esilio a Berlino e dirige “Syria Untold“, testata web di attivismo civile. Il 20 maggio sarà al Salone del Libro di Torino per parlare del romanzo “E se fossi morto?” (il Sirente), nel quale racconta che “se vivi in Siria, la fine può arrivare in ogni momento: sotto le bombe o in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti”.

     

    L’America di Trump ha detto che rimuovere Assad non è una priorità: pensa che questo abbia dato carta bianca al regime?
    “La posizione dell’America Trump non è diversa da quella dell’amministrazione Obama. L’unica differenza è che Trump dice apertamente ciò che Obama faceva tacitamente. Obama è stato più pericolo e insidioso per i siriani, li illudeva di essere contro Assad, ma in pratica gli ha fornito tutte le carte per sopravvivere: non ha aperto bocca sull’intervento di Hezbollah e dell’Iran, ha spianato la strada alla Russia e si rimangiato le dichiarazioni sulla “linea rossa” delle armi chimiche.

    Lei crede che, sei anni dopo, siano rimaste solo due opzioni: il regime o i jihadisti?
    “In Siria c’è ancora un popolo che vuole uno Stato libero e giusto, ma è tra le grinfie dei jihadisti e di Assad, due facce della stessa medaglia. Ci sarebbe una terza via: sconfiggere gli uni e l’altro. L’America e l’Europa credono di fare i loro interessi. Il rischio è che ne pagheranno il prezzo: le dittature sono terreno fertile per il terrorismo”.

  • Marta Bellingreri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

    Marta Bellingreri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    La Siria negli occhi di un bambino

    di Marta Bellingeri, “Dialoghi Mediterranei”, marzo 2017

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarDalle foto di Aleppo, di Homs, di Idlib, di Daraa, di Raqqa e da tante altre città o paesini siriani, è sempre più difficile o raro immaginare e vedere colori, tranne il rosso del sangue e il grigio dei defunti edifici. A restituirmi, ogni tanto, dei colori, sono le foto e i video delle poche ma tuttora vive manifestazioni pacifiche della rivoluzione siriana che prendono ancora forma, nei pochi periodi di tregua, in diverse città fuori dal controllo del regime [1].
    Poi, è arrivata, tra le mie letture, Sumia Sukkar. Con un romanzo straordinario, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (edizioni il Sirente 2016, trad. B. Benini), con la forza dell’immaginazione, dietro la quale ci sono fatti realmente accaduti e testimoniati in questi anni, tramite gli occhi di un giovanissimo adolescente. Non uno qualunque. Adam ha quattordici anni e la sindrome di Asperger, una forma di autismo, che lo fa viaggiare con la mente in un mondo tutto suo. Pieno di colori. Questi colori sono nella sua mente, ma soprattutto nelle persone e nei sentimenti che animano la sua città, seppur pervasa, annientata dal conflitto. Aleppo, e gli anni più atroci che conosca nella sua storia recente.
    Il libro è stato scritto da Sumia, di padre siriano e madre algerina, nata e cresciuta a Londra, poco più che ventenne. Nel 2013 dunque l’Aleppo che descrive è dapprima animata dalle manifestazioni pacifiche (che si presumono essere del 2011 e del 2012, anche se la dimensione temporale è lasciata alla narrazione fuori dal calendario del ragazzo e non è scandita con precisione) e contemporaneamente, immediatamente martoriata dalle forze del regime, con ogni tipo di violenze, rapimenti e bombardamenti.
    Adam dipinge. Dipinge quello che vede, dipinge quello che sente, dipinge con rabbia, tristezza, gioia, originalità. Dipinge scene atroci. Dipinge col sangue veroche trova nella strada di fronte casa. Dipinge per poi mostrare quello che dipinge alla sorella Yasmine, che dedica a lui tutte le sue energie, come ha promesso alla madre, morta qualche anno prima.
    Non poteva che essere uno sguardo straordinario, come quello in fondo di un bambino e adolescente al contempo, a dare colore, diversi colori, alle speranze perdute nel caos del conflitto siriano e soprattutto dell’inaudita violenza repressiva e torturatrice di chi sostiene la comoda – e per questo “inscomodabile” – dinastia al potere, quella degli Asad. Così come Fouad Roueiha, nel suo articolo “Siria. C’era una volta un paese” [2], ci racconta la rivoluzione siriana partendo da cosa la precedeva, ovvero la Siria prima del 2011, prima di scandire paragrafo per paragrafo i cinque anni trascorsi (ormai quasi sei), anche lo sguardo di Adam riflette spesso con la sua semplicità sull’ante-guerra, in cui semplicemente si andava a scuola e si cantava l’inno nazionale, la sua quotidianità con la madre, o più semplicemente una città senza la guerra. Adam è testimone della gioia inziale dei fratelli e della sorella che sentono l’istinto e il dovere di andare a manifestare contro l’oppressione pluridecennale del regime.
    Nel libro, classificabile come romanzo ma anche come reportage narrativo, non c’è un attimo di tregua: è forse questo il carattere che più induce a immergersi nella realtà siriana, quanto meno aleppina, delle vicende della famiglia di Adam e Yasmine. Che sia un omicidio, un rapimento o un aborto, ogni orrore e dolore è succeduto immediatamente da un altro, altrettanto e indicibilmente tragico momento, senza un attimo di respiro, con un forse troppo audace tentativo di inserirequasi tutte in successione le già numerose atrocità che avevano cambiato la Siria per sempre nel 2013.
    L’unica tregua sono le riflessioni speranzose e fantasiose di Adam e l’esito positivo di alcune delle vicende familiari che scorrono. Intravedere quella bellezza e speranza riporta l’inimmaginabile alla dimensione umana di cui raramente ormai si riempe il nostro sentire rispetto a un conflitto lontano. Nella prefazione al loro straordinario ed esplicativo libro Burning Country, Leyla al Shami e Robin Yassin-Kassab riconoscono come l’inizio della rivoluzione i nuovi pensieri e le inaudite parole esplosi nei cuori e nelle menti delle persone che abitavano la Siria, il « Regno del Silenzio»:

    « This is where the revolution happens first, before the guns and the political calculations, before even the demonstrations – in individual hearts, in the form of new thoughts and newly unfettered words» [3].

    Adam, piccolo e indifeso, preoccupato solo della sua sopravvivenza e di quella della sua famiglia, a cui vuole rimanere sempre attaccato, è mosso continuamente da pensieri nuovi e stravolgenti e da una grande curiosità e coraggio che lo spingono sempre al di là della sua finestra e porta di casa. In questo ardire, sta tutta la sua voglia di vedere e testimoniare con i suoi occhi, che poi saranno colori e infine quadri, la realtà dei fatti, così come in fondo hanno per anni fatto cittadini e medi attivisti delle città durante la vita quotidiana sotto assedio o durante battaglie lunghissime. Ma il fatto che sia un bambino a narrarlo, per lo più con una forma acuta di autismo, spinge contemporaneamente la narrazione in uno spazio apolitico che si rifà e si riveste immediatamente di una dimensione politica nel momento in cui riconosciamo della guerra una certezza diventata oggi più che mai vittima: la verità.

    – Perché c’è una guerra, Yasmine?
    – Magari losapessi – mi dice.
    – Ma chi combatte contro chi ?
    – Il governo contro l’Esercito libero.
    – Ma siamo una nazione, Yasmine, perché lo fanno? Perché il governo uccide i siriani? E l’inno nazionale ? Dobbiamo stare uniti.
    – Se solo tutti la pensassero così. La politica è complicata, habibi.
    – Non mi piace la politica. Mi confonde. Perché le persone mentono?
    – Per avidità…
    – Ma noi non siamo avidi, Yasmine, perché allora siamo in mezzo alla guerra?
    – Non possiamo farci niente. Non ti preoccupare, habibi, arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’.
    – Quanto dura un po’?
    – Il più possibile Adam.

    Con gli occhi di un bambino, si fa avanti la verità, una delle primissime vittime della rivoluzione siriana fin dai suoi esordi. «E lo sappiamo bene, la verità è sempre rivoluzionaria» [4]. Così un ex prigioniero politico tunisino,agronomo, scrittore e uomo politico di sinistra, Gilbert Naccache, ha concluso il suo intervento alla prima delle audizioni pubbliche sulla tortura dei regimi tunisini del passato e durante la rivoluzione (dal 1955 al 2013) trasmesse alla televisione pubblica tunisina nel novembre 2016. Questo ha costituito un evento storico – e rivoluzionario – che è stato ignorato prevalentemente dai media internazionali e italiani in particolare: un evento storico da cui Paesi come la Siria sono molto lontani. Ma quella verità in uno sguardo infantile e adolescenziale potrebbe ricominciare a riportare sul tavolo le istanze di dignità, libertà, giustizia sociale e democrazia che avevano fatto urlare, cantare, danzare, rischiare, milioni di siriani nel 2011.
    Questo libro restituisce dunque, assieme alla verità semplice della paura e della curiosità, del coraggio e della speranza, un desiderio di umanità e di dialogo. Se questo romanzo, oltre ai numerosi pregi della bella penna di Sumia, ha due imperativi, questi sono ascoltare e dialogare, partendo dalle domande semplici – e talvolta utili a sdrammatizzaree a far ridere Yasmine – di Adam.

    Note
    [1] Nel febbraio e marzo 2016 così come nel febbraio 2017 ed in altri periodi del trascorso anno 2016 si sono svolte diverse manifestazioni pacifiche chiamando alla libertà, ma anche all’unità tra tutti i siriani, contraddicendo non solo la voce che la rivoluzione siriana sarebbe morta, ma anche ribadendo che la rivoluzione non è nata in nome di una settarizzazione del Paese. Inoltre molto spesso queste manifestazioni rappresentavano un puro gesto di solidarietà nei confronti delle città particolarmente colpite, come lo è stata Aleppo nel lungoassedio da luglio a novembre 2016.
    [2] F. Roueiha, “Siria. C’erauna volta un paese” in Osservatorio Iraq, Un Ponte per (a cura di), Rivoluzioni Violate. Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa, Edizioni dell’Asino, Roma 2016.
    [3] L. al-Shami, R. Yassin-Kassab, Burning Country. Syrians in Revolution and War, Pluto Press, London 2016: VIII.
    [4] P. Mancini, “Memoria e verità, il future della Tunisia (prima parte)”, in Tunisia in Redhttp://www.tunisiainred.org/tir/?p=6908.

    __________

    Marta Bellingreri, specializzata in Lingue, Storia e Cultura dei Paesi arabo-islamici e del Mediterraneo, ha vissuto in Siria, Libano, Palestina, Egitto e lavorato in Tunisia e Giordania. Viaggiando, ha scritto racconti, articoli e reportage per L’Espresso, Terre Libere, Il Manifesto, Fortress Europe, Newsweek, al-Monitor, al-Jazeera, Panorama, D di Repubblica. Ha pubblicato Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti  (Gruppo Abele, 2013) insieme alla sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, e Il sole splende tutto l’anno a Zarzis (Navarra, 2014). Ha partecipato al film documentario Io sto con la sposa (2014) e lavorato come assistente alla regia per Sponde (2015) di Irene Dionisio. Nel marzo 2017 terminerà il dottorato in Cultural Studies all’Università di Palermo per la cui ricerca ha vissuto due anni in Giordania.
  • Accaparlante, 26 febbraio 2017

    Accaparlante, 26 febbraio 2017

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    “La città è in macerie, ora ci hanno tolto tutto e l’unica cosa che ci rimane sono i Pilastri della Fede […] non c’è un centimetro pulito sui nostri corpi. Abbiamo i vestiti strappati e non ne possediamo altri, ogni giorno camminiamo per strada in cerca di aiuto. Non abbiamo più le scarpe e le piante dei piedi cominciano a spaccarsi. Fa veramente male, quando camminiamo per tanto tempo in cerca di un novo posto dove stare […] Ho passato tutta la notte con la voglia di grattarmi e non sono riuscito a dormire. Nella mia testa continuavano a scorrere scene da libri che ho letto. Volevo alzarmi e dipingere, ma non avevo nessun posto dove farlo [non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi”. Adam ha quattordici anni e la sindrome di Asperger, vive ad Aleppo con il padre, la sorella e tre fratelli più grandi. Quando scoppia la guerra la sua famiglia, come tante altre, ne viene travolta e lui cerca rifugio nella pittura che gli permette di dar voce ad emozioni e paure che non saprebbe esprimere diversamente. Sumia Sukkar, attraverso la voce innocente di Adam, racconta il conflitto siriano da cui il suo popolo è stato travolto, spesso senza capire cosa stava accadendo.

    di Annalisa Brunelli, Accaparlante, 26 febbraio 2017

    Recensione del libro “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar. Tradotto dall’inglese da Barbara Benini.

  • Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    E’ arrivata la seconda ristampa de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, Disponibile nelle migliori librerie

    Festeggiamo con l’ultima recensione apparsa su Leggere:tutti

    «Perché c’è una guerra, Yasmine?» si chiede Adam, il piccolo protagonista del romanzo d’esordio di Sumia Sukkar “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, pubblicato nella versione italiana dall’editore il Sirente.

    Una storia fatta di colori. Quelli che Adam utilizza per fissare alcuni momenti della sua quotidianità su tele delle quali si mostra particolarmente orgoglioso, ma altrettanto geloso, al punto da mostrarle solo a chi è degno della propria considerazione. Colori che, nella mente del protagonista, hanno una consistenza, un suono, un sapore.

    È questo, infatti, un romanzo da leggere utilizzando tutti i sensi: se la vista è rapita dalla tavolozza di colori che caratterizza l’intera storia, l’udito è stimolato dal suono lontano delle armi che devastano, giorno dopo giorno, la città di Aleppo o dal continuo sof are di Liquirizia, un gatto randagio che diviene parte integrante della vita quotidiana di Adam. Il gusto, invece, ha il sapore dolce del miele, che per giorni diviene l’unica fonte di sostentamento di un’intera famiglia, o quello acre degli avanzi rimediati in un bidone dell’immondizia. All’olfatto è af data la possibilità di riconoscere la propria sorella Yasmine, completamente cambiata nel corpo e nello spirito, dopo un periodo di detenzione tra le mani di spietati aguzzini, che non si fermano nemmeno davanti alle urla disperate di donne ridotte in n di vita. Infine, è il ricordo di ciò che si poteva s orare o tenere stretto, l’esperienza tattile di Khaled, uno dei fratelli maggiori di Adam, cui toccherà la dolorosa umiliazione di vedersi privato delle mani.

    Il punto di forza di questa storia sta senz’altro nei protagonisti: Adam, piccolo narratore di questa storia, fa dell’ingenuità quella caratteristica che permette al lettore di accettare ogni cosa senza storcere il naso. Yasmine, sorella maggiore e, di fatto, madre di Adam per necessità, è un personaggio che cresce rapidamente, con lo scorrere delle pagine. Da ragazza innamorata, diviene una donna matura in grado di fronteggiare qualsiasi emergenza af dandosi alla propria tenacia, senza troppo badare alle cicatrici che le ha lasciato addosso l’ennesima guerra insensata.

    Khaled, Isa, Tareq, Baba e Amira sono i gregari perfetti di una squadra allestita sapientemente per accompagnare il lettore in una storia dai contorni onirici, ma con una fortis- sima componente di veridicità.

    Un romanzo che parla della guerra con gli occhi incantati di un bambino, che non smette di dipingere e di percepire i colori.

    Paquito Catanzaro Leggere:Tutti
    SUMIA SUKKAR

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Il Sirente, 2016
    pp. 268, euro 15,00

  • Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

    Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    di Anna Teresa, “Tea Time Translation” (25 gennaio 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar“Mi siedo sul pavimento vicino a Yasmine e baba e penso a come siamo arrivati a questo. Le nostre vite procedevano secondo una routine perfetta, in cui mi trovavo proprio bene, ma ora non so più chi siamo, né cosa stia succedendo. Per via della guerra ho così tante incertezze in testa, come un nuvolone grigio in attesa di scrosciare e tuonare giù. Io non voglio che mi tuoni addosso.”

    Da leggere con una tazza di karkadè, rosso come il colore amato da Adam, che rappresenta Yasmine, ma anche come il sangue, protagonista onnipresente della guerra.

    Durante il Pisa Book Festival 2016, alla presentazione del suo romanzo, l’autrice Sumia Sukkar spiegava che la scelta di scrivere questo libro è stata guidata dalla volontà di dare un volto, una voce e una storia ai siriani coinvolti nella guerra che ha stravolto il loro paese e di risvegliare i lettori da quella sorta di assuefazione per cui, ormai, quando scorrono in TV le immagini di bombe, guerra e attentati provenienti dalla Siria non ci si stupisce più.

    Sumia Sukkar, nella versione italiana con il magistrale aiuto della traduttrice, Barbara Benini, trascina il lettore in una Aleppo agli albori della guerra, dove la famiglia di Adam, quattordicenne affetto da sindrome di Asperger e appassionato di pittura, conduce una vita quotidiana simile alla nostra, con il padre e i fratelli più grandi che vanno a lavorare e Adam che frequenta la scuola, raggiungendola a piedi da solo ogni giorno, a dimostrazione di quanto la città sia tranquilla. In un attimo, ci si immerge nella storia, la famiglia di Adam potrebbe essere la nostra, cenano insieme, alla TV guardano quegli stessi film americani che passano sui nostri schermi. Ma ad Aleppo qualcosa che Adam non capisce sta accadendo, si parla di libertà e ribellione, e in un vortice irrefrenabile arriva la guerra, che Adam non comprende, ma che anche gli adulti sembrano capire poco.

    “Non so nemmeno perché ci sia una guerra. Perché c’è una rivoluzione? Perché stanno portando via la mia famiglia? Che cosa è successo mentre dipingevo e andavo a scuola? Perché improvvisamente parlano tutti di politica, mentre prima si parlava solo di arte, moda, religione e viaggi?”

    Non si sa più chi sono gli amici e chi i nemici, perché la violenza si diffonde prepotente, fino a far diventare abituali scenari da film splatter, pieni di sangue e parti di corpi umani.

    Sebbene in qualche capitolo la prospettiva cambi, per mostrare lati più oscuri della tragedia che si sta svolgendo in Siria, la maggior parte della narrazione proviene dallo sguardo innocente di Adam che, attraverso la sua malattia, ha il dono di vedere il colore di persone ed emozioni: Yasmine “normalmente è rosso rubino”, “Kahled è arancione, Tareq ha il colore delle foglie di tè e Isa è verde”. Solo la distruzione e la disperazione totale lo porteranno a vedere nient’altro che grigio.

    Di solito, quando un libro mi piace, è perché mi arricchisce in qualche modo e cerco di consigliarlo a tutti perché vorrei che anche gli altri ne fossero altrettanto arricchiti. In questo caso, credo proprio che si tratti di un testo fondamentale per il lato umano di ciascuno di noi e per guardare il disastro siriano da una prospettiva diversa. Consiglio a tutti di leggerlo, perché dobbiamo cercare di restare umani.

    Dopo aver letto Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, riesco a capacitarmi ancora meno del fatto che l’autrice lo abbia scritto a soli 21 anni. Gli argomenti trattati, dalla guerra siriana alla sindrome di Asperger, e il modo in cui la scrittrice ne parla lasciano a bocca aperta.

    Quando la storia finisce, la mente vola subito all’attualità di Aleppo, dove la guerra non si è ancora fermata e i bambini sono costretti a vivere situazioni terribili come quelle narrate da Adam. Sumia Sukkar ha ragione a cercare di sensibilizzare chi ha la fortuna di essere lontano da tutto questo dolore e l’incoscienza di non capire che, al di là della distanza geografica, siamo uguali, a prescindere da quale sia la nostra religione, pelle o nazionalità.

    Come ha scritto Francesca Paci su La Stampa, “chiuso il libro resta la Storia, difficile fare ancora finta di niente”.

    Leggete anche voi Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra e fatemi sapere quali sono le vostre impressioni. Per chi è della zona, giovedì, 2 febbraio, ne parleremo al circolo di lettura IL SOGNALIBRO presso la Libreria Mondadori di Sarzana. Vi aspetto lì!

  • Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

    Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Voci da mondi diversi

    di Maria Emilia Piccone, “Leggere a Lume di candela” (20 gennaio 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarEra il 2012 quando la città di Aleppo, in Siria, iniziò ad essere al centro della guerra civile fra forze governative e ribelli. Adam, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, rappresenta tutti noi che viviamo lontani e siamo ignari delle cause che hanno scatenato la guerra, che facciamo fatica a capire. Anche Adam non capisce: ha quattordici anni ma non si comporta e non si esprime come un suo coetaneo. Sembra più infantile, ci dice lui stesso che sente dire di sé che è ‘strano’ e che i compagni di scuola lo prendono in giro per questo e lo lasciano in disparte. E’ il più giovane in una famiglia numerosa- ha tre fratelli e una sorella. Ed è la sorella Jasmine che si prende cura di lui dopo che la mamma è morta. Adam non vuole essere toccato, non vuole che il suo cibo sia mescolato a quello di altri e ha una passione per i colori. Anzi, ha una predisposizione per il disegno e la pittura, riesce ad esprimere nei suoi quadri quello che ha dentro di sé e mai riuscirebbe a comunicare con le parole-sono i colori che gli danno la chiave di accesso della realtà. Jasmine è rosso rubino per lui- e il rosso è un colore di forza vitale e d’amore. Prima dell’inizio dei bombardamenti l’atmosfera di Aleppo è arancione e azzurro di cielo e di luce e di sole. Anche i libri hanno un colore: Aschenbach, il protagonista di “Morte a Venezia”, è grigio (d’altra parte il grigio della cenere è nel suo stesso nome, anche se Adam non lo sa). Poi cambierà tutto, perché il rosso diventerà il colore del sangue, Adam arriverà a dipingere con il sangue, e il mondo si incupirà nelle tonalità del nero e del grigio e del viola.

      Quello che Sumia Sukkar, nata e cresciuta in Inghilterra in una famiglia siriana-algerina, descrive, è un frammento di guerra, con scene apocalittiche viste attraverso gli occhi di un ragazzino che forse ha la sindrome di Asperger, che si chiede che cosa stia succedendo, chi siano i buoni e chi i cattivi e perché si fanno la guerra? non sono forse tutti siriani? I suoi punti fermi crollano uno dopo l’altro, proprio come gli edifici che si sbriciolano in un grigiore di polvere e macerie- prima un fratello (l’intellettuale che scrive poesie), poi l’altro (ritornerà preceduto da una scena raccapricciante), poi la sorella (sappiamo che cosa attenda una donna catturata durante una guerra, e il velo in testa non è certo uno scudo. Quando riappare, Adam non la riconosce), il padre è precipitato in una demenza precoce causata dal dolore. Soltanto un gattino, salvato dalle rovine, può ricompensare, in parte, Adam per quello che ha perso. La lunga marcia verso Damasco è il cammino della speranza verso la salvezza di un riparo.

    Il romanzo di Sumia Sukkar non ha la pretesa di essere un libro di storia, pare essere un libro scritto di getto, come se la giovane scrittrice fosse rimasta sconvolta nel vedere la distruzione nelle immagini del paese in cui la sua famiglia ha radici. Manca di precisione e alcune delle scene descritte appaiono improbabili (le reazioni di feriti gravissimi in ospedale, il ritorno di un fratello in condizioni che non voglio anticipare ma che sono in contrasto con il suo comportamento troppo naturale). Non viene mai detto chiaramente quale sia la sindrome di Adam ed è meglio così: se non è definita, per il lettore è più facile accettare le discrepanze tra i suoi atteggiamenti. E tuttavia, ciò detto, è un libro che si legge facilmente e che ci avvicina ad un paese, ad una guerra, ad un dramma che non possono lasciarci indifferenti.

  • Il romanzo di Sumia Sukkar. Il dramma «a colori» di Aleppo

    Il romanzo di Sumia Sukkar. Il dramma «a colori» di Aleppo

    Adam ha la sindrome di Asperger e a 14 anni dipinge la guerra abbinando cromatismo e dolore. Aspro e delicato romanzo dell’esordiente anglo siriana

    Avvenire, Riccardo Michelucci

    «Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi. Lo scontro inaspettato tra il grigio e l’arancione mostra le buie conseguenze di una guerra, ma riflette anche un sottile filo di speranza. Il blu notte intorno alle pupille mi parla, mi dice degli orrori che ha visto. Ci manca un colore più chiaro: il bianco. Il cielo dovrebbe essere dipinto di bianco per prendersi gioco della presunta fine della guerra e mostrare l’ingenuità che resta». Il dramma della Siria prende forma sotto i nostri occhi attraverso la voce innocente e lo sguardo disincantato di Adam, un ragazzino siriano di quattordici anni affetto dalla sindrome di Asperger, che cerca di dare un senso alle proprie emozioni attraverso la pittura. I colori gli servono per descrivere la gente e l’orrore che lo circonda, per cercare di comprendere gli effetti devastanti della guerra sulla vita della sua famiglia e delle persone che gli stanno attorno. Dopo aver ottenuto il plauso della critica inglese, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, immaginifico romanzo d’esordio della giovane scrittrice anglo-siriana Sumia Sukkar, viene adesso proposto anche in italiano dalla casa editrice Il Sirente, specializzata in letteratura araba, con la traduzione di Barbara Benini.

    Con un lungo e ininterrotto flusso di coscienza Adam esprime un misto di incredulità e paura, di tenerezza e innocenza. Dipinge la guerra perché «offre infinite possibilità pittoriche» e la sua piccola arte finisce per trasfigurarsi in un estremo atto di resistenza. Ma contrariamente alle apparenze il romanzo non è una favola e quindi non ci risparmia orrori e crudezze. È piuttosto un originale reportage intimista, il tentativo di spiegare le conseguenze della guerra sulla mente di un bambino la cui leggera forma di autismo lo porta a una forte relazionalità affettiva con gli altri, soprattutto con la sorel- la Yasmine, il suo principale punto di riferimento dopo la morte della mamma. Ogni capitolo ha il nome di un colore, persino ai personaggi sono assegnate tonalità e sfumature diverse a seconda della vibrazione delle loro emozioni: Adam vede le persone avvolte da un’aura colorata percependo i loro stati d’animo e i loro sentimenti, mentre la guerra è grigia e copre tutto come uno spesso strato di polvere che rischia di soffocare la nostra umanità. La necessità di comprendere quello che accade attorno a lui lo trasfigura poi nel ruolo di testimone: «Un giorno, quando sarà finita la guerra, avrò i miei quadri per mostrare alla gente cosa stava realmente succedendo. I miei quadri non mentono».

    Sumia Sukkar Pbf_2016

    L’autrice, Sumia Sukkar, spiega di essersi ispirata ai racconti di prima mano ascoltati dai suoi familiari siriani e dagli amici che tuttora vivono in Siria. «In questi casi ci può essere la tentazione di edulcorare quello che sta accadendo – afferma – ma io ho scelto al contrario di raccontare i fatti in tutta la loro drammaticità. Quello che volevo trasmettere era l’oscenità e la crudezza della situazione nella quale si trova attualmente la Siria». Durante la stesura del romanzo Sukkar è stata costantemente in contatto su Skype con una zia che vive a Damasco, e le storie terribili che le ha raccontato sono state poi in parte riversate nel romanzo. «Ho bisogno di dipingere e posso già figurarmi il quadro nella testa – dice Adam –. Due ragazzi giovani sdraiati nell’acqua a gambe e braccia divaricate, liberi, ma con il viso sfigurato, bruciato. Si riesce anche a distinguere dove erano veramente gli occhi e il naso. Sarebbe un dipinto in bianco e nero, con il viso a spettro cromatico. Sarà orribile e meraviglioso allo stesso tempo».

    Il libro deve gran parte della sua originalità proprio alla voce narrante, quella di un quattordicenne che a causa della sindrome di Asperger è dotato di una sensibilità fuori dall’ordinario e dell’intelligenza di un bambino più piccolo della sua età. La sua tenera ingenuità diventa un monito contro l’assurdità di tutte le guerre, come quando sente una folla che acclama Assad e si chiede: «Se stanno dalla parte del presidente, perché allora uccidono la gente del suo Paese?». Oppure quando si affaccia alla finestra di casa sua e gli uomini che vede in strada gli sembrano un dipinto, qualcosa che Salvador Dalì dipingerebbe nel suo famoso quadro Volto della guerra. La giovane scrittrice (aveva appena ventidue anni quando il libro è uscito in Inghilterra) spiega che la scelta si è resa necessaria per rendere più intenso ed efficace l’impatto narrativo della storia.

    È quasi inevitabile tracciare un paragone con il romanzo best seller di Mark Haddon uscito una decina d’anni fa, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Anche in quel caso il protagonista era Christopher, un quindicenne affetto dal medesimo disturbo pervasivo dello sviluppo, costretto ad affrontare fatti tragici con un’emotività al di fuori dell’ordinario. Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra ha però il grande pregio di rappresentare con uno sguardo inedito e sorprendente una delle più terribili crisi umanitarie del nostro tempo, di dimostrare come la fantasia e l’immaginazione possano proteggerci dagli orrori del mondo, e di individuare una speranza per il popolo siriano nella sua fede incrollabile in Dio e nella forza degli affetti. In Gran Bretagna è stato adattato sotto forma di documentario radiofonico passando nel prestigioso Saturday Drama della Bbc e sono già stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.

    08/01/ 2017

  • Intervista a Sumia Sukkar

    Intervista a Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuando incontro Sumia Sukkar al Pisa Book festival 2016 davanti a un caffè sono piuttosto spiazzata dalla ragazza giovane ed elegante che mi guarda da sotto le larghe falde di un impegnativo cappello di feltro. Sumia, classe 1992, è inglese, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha studiato scrittura creativa alla Kingston University e il suo romanzo d’esordio ha catalizzato l’attenzione della critica di mezzo mondo.

    Ne Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra hai scelto di trattare l’esperienza più dolorosa che un essere umano possa vivere e di farlo dalla prospettiva incrociata di un ragazzino con la sindrome di Asperger e di colei che se ne prende cura, sua sorella Yasmine. Sei stata ispirata da qualcuno che conosci o questi personaggi sono il frutto di intense ricerche?
    Quando ho iniziato a pensare al libro, lui era solo uno dei personaggi e ho fatto qualche ricerca, per cui sapevo in partenza sapevo che nella mente di una persona malata di Asperger tutto è bianco o nero, non ci sono sfumature. Per documentarmi ho incontrato persone autistiche, ho visitato centri che se ne prendono cura, ma, soprattutto mi sono ispirata al fratello di un mio amico che ha la sindrome di Asperger, l’ho intervistato, osservato, studiato. Man mano che studiavo la sindrome, il personaggio prendeva sempre più spazio nella trama che andavo costruendo nella mia testa, fino diventarne il protagonista.

    Adam in un certo senso è un essere senza pelle: ogni emozione, ogni esperienza impatta direttamente sui suoi nervi scoperti, sulla sua carne indifesa. I colori sono il suo modo di categorizzare il mondo e decifrare le emozioni, l’alfabeto attraverso cui disegna le cose con cui viene a contatto…
    Esattamente! Adam è un ragazzo senza filtri, grezzo, che vive tutte le situazioni per quello che sono, senza mediazioni, è come privo di difese, di pelle, come dici tu, e Yasmine è il solo filtro tra lui e il mondo. Un mondo che lui vede e interpreta con occhi diversi dagli altri, attraverso i suoi dipinti, i colori che dà alle esperienze. È un ragazzo che vive moltissime emozioni ma non sa come affrontarle, esprimerle. È per questo che dipinge tanto, per dare loro voce.

    La casa è per Adam il suo santuario, un luogo dove coltivare le proprie ossessioni. Un luogo in cui sa come muoversi, sa esattamente quante mattonelle saltare, come attraversare con un balzo il tappeto davanti al suo letto, dove non ha bisogno di parlare con nessuno eccetto Yasmine…
    La sua casa è il suo castello, la conosce in ogni minimo dettaglio: l’aspetto del suo letto, il disegno del tappeto, sa su quali mattonelle può camminare, è il luogo in cui si sente più sicuro, che lo protegge da un modo esterno che lo terrorizza, popolato com’è di persone con cui non sa interagire, che non lo capiscono, lo giudicano, lo spaventano. La casa lo protegge e man mano che la situazione fuori si fa più minacciosa, il suo legame con la casa diventa più forte, non vorrebbe mai uscirne e quando lo fa, non vede l’ora di tornarci. Penso che la casa gli ricordi sua madre, la sicurezza, l’amore; la casa lo accoglie come solo le braccia di una madre sanno fare, mentre il mondo esterno è terribile e sconosciuto.

    Quando i pilastri di questo suo rifugio iniziano a scricchiolare e sbriciolarsi (perde Isa, Yasmine scompare, Khaled perde le mani, la mente del suo baba si annebbia) stranamente lui si adatta con sorprendente velocità. È come se nonostante la sua mente confusa lui tirasse fuori una sorta di istinto che lo porta a capire che per sopravvivere al dramma e aiutare i suoi cari deve adattarsi, non trovi? 
    C’è un detto nella religione islamica: “Dio non ti dà nulla che tu non possa affrontare” . Tutto quello che viviamo riusciamo per forza di cose ad affrontarlo. Vale anche per Adam. Man mano che la guerra si intensifica, che la sua famiglia si disintegra, diventa una persona indipendente, che nonostante le limitazione dell’Asperger diventa più capace di affrontare le situazioni, esce dal proprio guscio perché non ha altra scelta dato che quel guscio è ormai distrutto. Impara ad adattarsi per non morire.

    La guerra è generalmente descritta da punti vista maschili e le donne entrano nel quadro solo per l’impatto che essa ha sulle loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmine una protagonista in prima persona, una combattente appassionata che è stata marchiata a fuoco dalla guerra. Perché? 
    La guerra non riguarda mai tutti, non in quanto uomini o donne ma in quanto genere umano, senza discriminazioni di età e di genere. Come femminista penso che i libri oggigiorno non abbiano molti punti di vista femminili ed è anche per questa disparità letteraria che per me è importante mostrare che, invece, anche le donne soffrono e combattono armi in pugno per difendere le proprie famiglie e ciò in cui credono.

    Leggendo il tuo libro si ha l’impressione che ogni singolo dettaglio sia denso di significato, anche quelli tipografici come la scelta delle maiuscole o delle minuscole. È come se la grandezza dei caratteri di ogni singola parola riproducesse il modo in cui quella parola risuona nella mente di Adam. Come mai, ad esempio, hai scelto di usare sempre la minuscola per il nome di nabil? 
    È nabil l’unico vero amico di Adam, l’unica persona al di fuori della famiglia da cui può sempre correre, con cui può sempre essere se stesso. L’uso della maiuscola lo renderebbe una figura più formale, estranea. Nella mente di Adam nabil è come un cuscino, qualcosa su cui si può saltare sentendosi sicuri, protetti, è la sua zona protetta.

    Sei un’immigrata di seconda generazione, nata a Londra da un siriano e un’algerina e questo libro è chiaramente un omaggio alla Siria, Paese di origine di tuo padre. Come ti relazioni con questi Paesi, li consideri anche tuoi? 
    Sono cresciuta in Inghilterra con genitori di nazionalità diverse, eravamo multiculturali, aperti alle influenze inglesi ma conservavamo le tradizioni di entrambi i paesi dei miei genitori. Penso di aver preso molto da tutte e tre le culture, parlo tre lingue e ho imparato che è fondamentale rispettare le diversità nelle persone, valorizzarle. Sono stata cresciuta nella religione islamica ma mio padre ci leggeva anche passi della Bibbia perché essenzialmente le religioni giudaica, islamica e cristiana hanno la stessa origine e insegnano gli stessi principi fondamentali. Religione significa umanità, pace, rispetto.

    C’è un dialogo bellissimo nel tuo libro Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. Yasmine rassicura Adam dicendo “presto arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’ e lui risponde “Quanto dura un po’?” “Il più possibile”. Penso che questo dialogo rappresenti la sintesi perfetta dell’incomprensibile irrazionalità della guerra. L’incapacità del cervello umano che non sa processare l’orrore di cui è testimone…
    Infatti sintetizza i miei sentimenti sulla guerra in Siria. Questa guerra è iniziata 5 anni fa e la gente dice che finirà presto, che tornerà la pace ma quanto ancora deve durare? Quando sarà abbastanza? I siriani hanno dovuto nel corso degli ultimi cinque anni lasciare il loro Paese, trasformarsi in esuli, rifugiati, hanno perso tutto e quelli che sono rimasti sono compressi in aree sempre più piccole, sempre più pericolose, non hanno scelta, vengono uccisi senza poter cercare scampo, senza poter far sentire la loro voce. Non voglio sapere quanto deve ancora durare, quando i morti saranno abbastanza, quanto deve durare un “altro po’”. Questa guerra che è iniziata come una reazione spropositata del regime alla richiesta di riconoscimento dei diritti umani fondamentali da parte del popolo, ormai è solo un grido di aiuto.

    di Lisa Puzella su Mangialibri 11/01/2017

  • Un corpo senza pelle

    Un corpo senza pelle

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

    Rosso rubino è il colore preferito da Adam, è il colore che emana da sua sorella Yasmine quando è felice. La sua risata è divertente: è come sbucciare una mela su una superficie bagnata e splendente. Il grigio è il colore della negatività, Gustave Aschenbach di Morte a Venezia pulsa di grigio, deve essere cattivo, il grigio è il colore dei bulli che lo tormentano a scuola. L’arancio mescolato al blu è il terrore negli occhi di qualcuno. Il viola è il colore della morte, il colore che esalava dalla bara di mamma quando se ne è andata. Adam capisce i colori, il loro alfabeto e se ne serve per dipingere il suo mondo, che si riduce alla casa che è anche il suo santuario, un luogo in cui può nutrire le sue ossessioni e dove gli altri le rispettano. Sa esattamente quali mattonelle saltare per arrivare al frigo senza che accada nulla di brutto, sa come saltare dalla soglia di camera sua al letto schivando il tappeto, sa quanti passi a destra fare prima di uno a sinistra, conosce gli umori dei suoi cari: baba, che torna a casa tutte le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Khaled con cui non parla mai perché la sua voce si rifiuta di uscire dalla gola, suo fratello Isa e sua sorella Yasmine con cui riesce a comunicare anche se non ama molto farlo. Vive in un mondo governato da regole e abitudini che non riesce a decifrare. Adam non capisce le menzogne: perché le persone, scelgono di raccontare qualcosa che non è accaduto tralasciando invece qualcosa che è accaduto? Adam non capisce le barzellette, ma sa ridere, solo Yasmine e il suo amico e vicino di casa Ali sanno come farlo ridere. Adam non capisce le metafore, ma ne usa a piene mani per interpretare le emozioni. Adam non capisce la guerra: perché qualcuno dovrebbe voler fare del male a qualcun altro, privarlo della vita o delle mani o del suo bambino non nato, o della casa o di tutto questo insieme? Queste cose lo confondono, il verde della malattia lo rattrista e in queste occasioni battere i piedi, dondolarsi, contare, non basta a calmarlo, ha bisogno di tirare l’elastico che ha al polso una, due, mille volte, anche se il rumore infastidisce baba e i segni rossi si fanno sempre più marcati…

    Adam proclama di non capire le emozioni, ma, con l’irrompere della guerra nella sua vita, con l’instabilità crescente dei pilastri che sorreggono il suo mondo, la fuga da Aleppo verso la salvezza a Damasco, la fame, la sete, il dolore, le ferite sue e dei suoi familiari, le perdite, i distacchi temporanei o definitivi che siano, tutta la sua esistenza è scardinata, il blumarino e il bianconeve ‒ i colori della morte e del dolore e della perdita ‒ sono sempre più presenti, ecco che le emozioni gli fluiscono attraverso, gli sferzano la carne, non ha più barriere né pelle per difendersi. Non rimangono che il gatto Liquirizia e un orecchio che nasconde in tasca e tira fuori quando ha bisogno di confidarsi, di riversarci dentro il mare di dolore e confusione che lo soffoca. La sindrome di Asperger de Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra è una parte essenziale del libro esattamente quanto la guerra. Adam racconta se stesso e ciò che gli è esterno attraverso l’unico alfabeto che gli è familiare: i colori; le sue ossessioni sono la barriera di difesa tra un ragazzo che sembra vivere gli eventi attraverso un corpo senza pelle, tutto lo tocca in maniera dolorosa e stordente, il mondo suona le sue note stonate e cacofoniche strimpellando direttamente sulle corde dei suoi nervi. La voce di Yasmine, che si alterna alla sua nel racconto della fuga, è invece potente, stentorea, quasi dolorosamente concreta. È una donna appassionata, una combattente risoluta, che ha pagato col proprio corpo il prezzo della ribellione, che ha rinunciato a molto per amore di Adam e che guiderà tutta la famiglia nella marcia massacrante attraverso il deserto, si prenderà cura di tutti, di Amira e del bambino fantasma che abita nel suo corpo, di Khaled senza mani, di Ali e Adam e Tareq; prende decisioni dure come lasciar andare via verso la salvezza baba malato; ingoia il dolore della perdita di Isa e sopporta le torture e il carcere. Un libro complesso, potente, che affronta due temi difficilissimi con leggerezza e originalità non disgiunte da una profonda capacità di indagine, un testo in cui tutto ha un suo senso e contribuisce a declinare e disegnare le emozioni di Adam e di tutti gi attori di un dramma che da nazionale si fa intimo, personale. Molto significativa è la scelta dell’autrice di non usare le maiuscole per alcuni nomi propri o di usarle in un certo modo per dare forza grafica agli stati d’animo. Nel complesso un bellissimo libro, a partire dalla veste editoriale curatissima impreziosita da una stupenda copertina e da un cameo in prima pagina che sintetizza il tema del libro.

    Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2016

  • La guerra filtrata dai colori di Adam

    La guerra filtrata dai colori di Adam

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra su SuperAbile

    (il magazine per la disabilità)

    Nato con la sindrome di Asperger, il quattordicenne Adam è il protagonista del romanzo Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Editrice il Sirente), in cui Sumia Sukkar racconta il conflitto siriano attraverso lo sguardo di un ragazzo a cui non «piace incontrare persone nuove». Proprio perché Adam cerca di esprimere le sue emozioni attraverso la pittura, ogni capitolo prende il nome di un colore, quello che avvolge le persone a seconda dei loro stati d’animo, ma il suo preferito è il rosso rubino, anche se non sopporta vedere il sangue.

    «Ogni tanto uso toni pastello, altre volte forti e accesi», dice il protagonista, che cerca di resistere alla violenza assurda della guerra attraverso l’arte, concentrandosi anche su immagini e suoni. Nel drammatico viaggio verso Damasco, lascerà cadere la barriera del contatto fisico con la sorella Yasmine, in seguito a un bombardamento che li ferisce entrambi. «Guerra significa perdere ciò che ami. Pace è ciò che resta quando finisce la guerra», sintetizza. Britannica di padre siriano e madre algerina, l’autrice Sumia Sukkar ha 24 anni ma ha scritto il suo romanzo d’esordio tre anni fa, dopo aver studiato scrittura creativa alla Kingston University di Londra. Un successo di critica e di pubblico: nel 2014 il riadattamento radiofonico è andato in onda nel programma Saturday Drama della Bbc e sono stati acquistati i diritti del libro per la realizzazione di un film.

    SuperAbile Inail, Laura Badaracchi, Gennaio 2017

  • Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

    Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

    “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” il nuovo libro di Sumia Sukkar

    Quando esplode una bomba per Adam, il giovane protagonista di “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar (Il Sirente, traduzione di Barbara Benini), diventa tutto grigio. Ogni emozione per lui corrisponde a un colore e ogni choc lo spinge a dipingere. Adam vive ad Aleppo, ha 14 anni, è affetto dalla sindrome di Asperger, disturbo dello sviluppo imparentato con l’autismo, ed è sua la voce narrante della storia che Sumia Sukkar, giovane autrice nata a Londra nel 1992 da padre siriano e madre algerina, ha scelto per raccontare la vita di una famiglia siriana nel mezzo della drammatica crisi cominciata nel 2011.

    Un punto di vista originale che enfatizza e potenzia la sensazione di incomprensibilità e di assurdo che si prova di fronte al conflitto siriano e che porta l’attenzione sul mondo dell’infanzia ferita dalle guerre. I bambini siriani, infatti, come sottolinea anche l’autrice “si sono svegliati improvvisamente un giorno e si sono trovati adulti, perdendo una parte essenziale dell’esperienza della crescita”.

    Scuole chiuse, polvere su ogni superfice, mancanza di cibo e di elettricità, corpi stesi a terra, boati improvvisi, paura, violenza e distruzione ovunque. “Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi”. Questa è la realtà che il piccolo Adam vive d’un tratto nella sua bella Aleppo, città che Sumia Sukkar non ha mai visto ma che si è fatta raccontare dai parenti in lunghe e strazianti conversazioni via Skype.

    Più che il luogo per l’autrice era importante mostrare le difficoltà di comprensione della situazione che si vivono oggi in Siria e che lei stessa prova. Una realtà che Sumia sente appartenerle profondamente pur essendo nata in Inghilterra e sentendosi “a casa” a Londra. Adam, il protagonista, non capisce quello che succede intorno a lui. La guerra gli fa girare la testa. Non riesce a rintracciare i pensieri, metterli in ordine e a dire ciò che sente.

    “Ho scelto un personaggio con la sindrome di Asperger per dargli un tocco di innocenza, in contrasto con le cose orribili che accadono in guerra” spiega l’autrice al suo debutto narrativo che ha già raccolto molti successi, tra cui la drammatizzazione radiofonica della storia trasmessa nel prestigioso “Saturday Drama” della BBC, dopo la quale sono stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.

    Sumia fa girare la vita del protagonista intorno al colore. Adam vede le persone avvolte da un’aurea colorata a seconda dei loro stati d’animo e, per provare sollievo, dipinge il suo terrificante vissuto, giorno per giorno, choc dopo choc, mentre la sua meravigliosa città viene divisa e distrutta dai bombardamenti. Restano nelle strade solo scheletri di palazzi, pozze di fango, fasci di fili elettrici penzolanti e fumo nell’aria, la gente muore o scappa e anche la sua casa finirà in macerie. L’unico modo che il ragazzino trova per non pensare, per esprimere le sue emozioni e per sopravvivere a un’atmosfera cupa, impolverata e nebbiosa è la pittura.

    L’arte diventa così una forma di resistenza a questo momento buio in cui il giovane protagonista si trova tanto da valutare la possibilità di disegnare con il sangue, inteso come metafora di vita. “Come può il sangue prendere il posto del colore?” si chiede a un certo punto quando gli compare davanti agli occhi e una parte di sé lo spinge a prenderne un po’ per dipingere. “Il sangue è veramente denso, ma c’è ne così tanto che sembra acqua… / Sembra caldo e freddo allo stesso tempo. Quando tocchi il sangue, è come se le tue sensazioni si scollegassero. I miei sensi sono confusi…” dice Adam e tira indietro la mano. Poi fa uno schizzo: un occhio nel mezzo della pagina con una pupilla che ha dentro una storia. Come se quella storia fosse tutta da scrivere: la storia della nuova Siria che rinascerà dopo la distruzione.

  • Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

    Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Sumia Sukkar, c’è un ragazzo che ha visto morire i colori di Aleppo

    La scrittrice algerino-siriana racconta la guerra attraverso gli occhi di un giovane pittore

    di Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarGli ultimi giorni di Aleppo, dopo quattro anni di assedio governativo aggravato dalla pressione dell’Isis, sono cupi, grigi, le foto che giungono dall’interno raccontano le macerie e la scomparsa dei colori. Aleppo ricorda Sarajevo, si è detto. Ma forse ricorda ancora di più Guernica, la città basca sventrata dai franchisti così come la dipinse memorabilmente Picasso. Si può fingere di non vedere, ma la fine del mondo è lì, a due ore di volo dall’Italia. Chi non si accontenta delle cronache, che faticando a tenere il passo della distruzione profonda inseguono la conta dei morti, può mettere mano oggi a un breve romanzo intitolato “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, l’opera prima della 24enne algerino-siriana Sumia Sukkar in cui senza la presunzione di spiegare l’inspiegabile il piccolo protagonista Adam illustra passo passo la perdita di colore della sua vita.

    L’esperimento letterario funziona. Siamo ad Aleppo, un periodo indefinito ma recente. Adam ha 14 anni, ha perso la mamma quando ne aveva 11 e vive ad Aleppo con il padre, i fratelli Khaled e Tariq e l’adorata sorella Yasmine, dalla cui variopinta personalità s’ispira per dipingere quadri su quadri. La sua tavolozza registra pennellata dopo pennellata l’involuzione della tragedia siriana iniziata nel 2011 come pacifica protesta contro il dittatore di Damasco e degenerata nell’inferno in cui, con gli ideali, sono morte almeno 400 mila persone.

    Adam dipinge, sogna la compagna di scuola «dagli occhi color Nutella» di cui ha dimenticato il nome, legge Morte a Venezia di Thomas Mann e nota che Gustav Aschenbach ha un nome grigio. La Storia subisce un’accelerata e la sua vita si ferma, imprigionata in un eterno presente dove si annulla tutto, l’amore segreto di Yasmine, l’arrivo in famiglia della bellissima cugina Amira rimasta vedova, il ricordo delle vacanze al mare, la militanza dei fratelli sempre più braccati dai governativi, i vicini di casa sterminati in salotto e lasciati a marcire nel loro sangue, la follia incipiente del padre che prende a chiamare tutti con il nome della moglie defunta, Maha.

    «Non so chi sono i buoni e chi sono i cattivi» dice a un certo punto il protagonista ripetendo un pensiero della sorella. Aleppo è un fantasma così come le bandiere dei ribelli, la gente viene giustiziata a raffica, al mercato bersagliato dai combattimenti si trovano solo datteri dal sapore antico. Ormai imperversa il nero. Quando degli uomini “biondi e grandi” rapiscono Yasmine sotto i suoi occhi impotenti Adam boccheggia: «Ho il cuore nello stomaco (…). E’ come se il catrame bollente ci fosse calato sopra».

    I colori incalzano la lettura e la guerra siriana non sembra più quell’eco lontana in sottofondo alle nostre pene referendarie. Yasmine nelle mani dei suoi aguzzini subisce le torture più atroci e si tinge di indaco, fin quando viene liberata da un gruppo di ribelli che inneggiano a un Dio della cui esistenza si fa fatica a convincersi. Adam dipinge come un forsennato, immagina di sentire l’amato George Orwell suggerirgli che il sangue è il sostituivo della pittura e ne raccoglie in strada per cancellare almeno dalle sue tele il grigio che gradualmente avvolge la città e la vita.

    L’epilogo del libro non è ancora l’epilogo di Aleppo, almeno non mentre scriviamo. Il protagonista si aggrappa a un gatto salvato dai connazionali affamati che vorrebbero nutrirsene e si mette in cammino verso Damasco con la sorella e quanto resta della famiglia. La strada è lunga in tutti i sensi, la salvezza una chimera, il ricordo dell’inno nazionale un requiem disperato, vita e sogno si confondono e confondono il lettore. «Perché c’è una rivoluzione? (…). Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi». Chiuso il libro resta la Storia, difficile fare ancora finta di niente.

    All’inizio (del libro) fu l’arancione. Sono passati 11 mesi da quando i primi attivisti ispirati da piazza Tahrir hanno portato in strada la richiesta di democrazia. Il mondo di Adam è ancora in piedi, in casa si mangiano verdure ripiene e circola l’aroma del caffè, la tv diffonde la disinformazione del regime ma funziona, la finestra inquadra l’abbandono dell’un tempo vivace caffè Shams eppure l’aria profuma ancora di vita. Poi la scuola chiude, l’acqua e l’elettricità cominciano a scarseggiare, il frigorifero si svuota, per strada compaiono cadaveri scomposti e Adam vede viola, lo stesso viola che aveva visto emanare dalla bara della mamma. I dimostranti dilagano, i fratelli e la sorella sono dei loro, gli slogan ripetono «Abbasso il regime», si spara, esplodono le bombe e si lasciano dietro macerie su macerie, il viola si mescola al rosso del sangue.

  • Passando per  Aleppo

    Passando per Aleppo

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

    Editrice Il Sirente ha pubblicato Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, di Sumia Sukkar (traduzione di Barbara Benini). Non si tratta di una serie di racconti ma di un romanzo che della forma breve ha lo stile essenziale.

    È un libro diretto, senza fronzoli, che racconta in modo originale il dramma siriano attraverso lo sguardo di un giovane affetto dalla sindrome di Asperger. Adam e la sua famiglia vivono le profonde sofferenze di un intero popolo, sofferenze descritte in modo empatico sotto forma di reportage letterario (una sorta di candido new journalism), da chi la guerra non la capisce e attraverso la propria creatività e la propria innocenza tenta inconsapevolmente di dare speranza a chi lo circonda. Scritto quando l’autrice aveva solo ventuno anni, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, è un romanzo dal linguaggio semplice e leggero, capace di narrare profonde ingiustizie e dinamiche familiari e sociali devastate da un conflitto che sembra non avere fine. Un testo utile, a mio avviso, per i lettori più giovani, spesso disinteressati a forme di saggistica pomposa e arzigogolata.

    Dall’articolo Appunti da un bordello turco (passando per New Orleans, Aleppo e Bucarest) di Lorenzo Mazzoni pubblicato il 29 novembre 2016 su il Fatto Quotidiano

  • Radio Eco (Elena Alei, 14 novembre 2017)

    Radio Eco (Elena Alei, 14 novembre 2017)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Domenica 13 Novembre in aula Fermi è stato presentato un libro estremamente interessante ed inedito: Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. (editrice Il Sirente). Coinvolta nell’incontro l’autrice del libro, la giovanissima scrittrice britannica Sumia Sukkar e il moderatore Luca Murphy

    Radio Eco (Elena Alei, 14 novembre 2017)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarSumia Sukkar, figlia di genitori siriani,  ha pubblicato questo libro a soli 21 anni, appena il giorno dopo aver conseguito la laurea in scrittura creativa. “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” tratta del conflitto siriano tramite il racconto di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, dunque attraverso un punto di vista del tutto nuovo e puro, incontaminato e oggettivo.

    Proprio per questo motivo l’autrice ha pensato di adottare questo tipo di lente, facendo ruotare il tutto attraverso i pensieri di Adam, ragazzo la cui famiglia sta cercando di scappare da Aleppo, centro del conflitto siriano, per arrivare a Damasco. Adam ha soli 14 anni e, affetto dalla sindrome di Asperger( spettro dell’autismo), cerca di rappresentare le sue emozioni attraverso la pittura. La sua malattia lo porta a percepire il conflitto a suo modo e a voler dipingere le sue sensazioni, attribuendo a ogni cosa che vede un colore.

    Ogni capitolo ha il nome di un colore: Adam vede le persone avvolte da un’aurea colorata a seconda dei loro stati d’animo e dipinge il suo terrificante vissuto durante una guerra che non riesce a comprendere, vede solo un incomprensibile violenza che riduce la sua vita e la sua casa in macerie e divide la sua bella città in barricate di guerra. Un libro in cui l’arte sembra diventare una forma di resistenza in un momento veramente buio.

    Adam dà colore a ciò che è ormai una realtà in scala di grigi: sommersa dalla polvere.  Obiettivo dell’autrice è rendere il conflitto tramite un occhio per cui tutto è bianco e nero ed innocente, al netto delle rappresentazioni falsate che i media continuano a darci del conflitto: sempre inevitabilmente storpiate da numerosissimi fattori.

    Sumia per scrivere la storia ha avuto testimonianze dirette dalla zia che vive in Siria: il libro è un intreccio di finzione e realtà. Le descrizioni sono innocentemente brutali.Ciò che voleva era capire l’essenza della storia da raccontare e togliere gli eccessi. In questo i personaggi l’hanno aiutata molto  diventando  parte di lei e mostrandole la storia. Mettere a fuoco l’essenza umana del conflitto, trasmettere il valore della bontà umana: elemento a cui Sumia crede profondamente. Proprio per questo motivo l’autrice non si vuole far portavoce di una fede particolare o di un credo politico, ma semplicemente trasmettere un valore universale. Non a caso l’autrice è stata cresciuta da due genitori figli di una società multiculturale, i quali le  hanno fatto leggere sia la  Bibbia che il Corano, il cui senso intrinseco è per lei la bontà umana, il non fare del male al prossimo. Adam è infatti un nome che unisce le tre religioni che compongono la Siria per comprendere nella narrazione tutte le religioni siriane.
    Sumia non sa tuttora quale sia la sua fede ma crede nella bontà umana. Quando pensa a Damasco, ricorda i tempi spensierati in cui a natale da piccina andava a trovarvi la nonna e sentiva l’odore di gelsomino nell’aria e  tutto era colorato: un odore  che è stato sostituito da sangue, un colore impolverato dal grigio che uccide tutto.

    Il processo che ha portato alla scrittura del libro è stato lungo coinvolgendo editing e scrittura e portando l’autrice  a frequentare numerosi centri per l’autismo, dove ha potuto capire in maniera profonda la natura della sindrome.

    Adam sembra soffrire di sinestesia: il metterlo su carta è un processo certamente difficile. Qui sta proprio la rarità di questo libro che offre immagini crudissime attraverso una lente innocente, limpida, semplice. Le immagini che ci sono proposte sono brutali, ma il mezzo attraverso cui ci sono trasmesse è semplice: è il fattore umano base. Questo perché, come afferma l’autrice,” non cerchiamo il modo più semplice di scrivere ma il modo più passionale. Quando non arrivano le parole prende il sopravvento il colore: ho scelto di raccontare un ambiente grigio dove però i colori di Adam brillano.”

    Non a caso questo libro  ha ottenuto il plauso della critica inglese. La drammatizzazione radiofonica del libro è passata nel prestigioso “Saturday Drama” della BBC, dopo la quale sono stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.

    The National l’ha definito“Orribile e bello allo stesso tempo”, noi vi invitiamo ad acquistarlo e leggerlo.

  • Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

    Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

    Un libro reportage dall’interno della guerra siriana, l’atrocità della guerra raccontata con la spontaneità di un bambino senza pelle, affetto dalla sindrome di Asperger, che rende questo singolare romanzo: ad un tempo, poetico, tenero, a tratti noir, con accenti perfino pulp e un’anima surreale. La resistenza strenua dell’io che non crolla verso all’orrore che deforma l’essere umano. Dio e l’amore per gli altri come salvezza, attraverso un mondo visto a colori, popolato in forma di sineddoche

    di Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarIl panorama della letteratura siriana contemporanea – per quel poco che conosco quasi interamente attraverso la casa editrice Il Sirente – è interamente occupata dal dramma della guerra e della tortura. Tutti gli autori presentano una crudezza senza pari che indugia paradossalmente come in una terapia catartica sui particolari delle violenze, spesso subite direttamente dagli autori che le raccontano. La guerra sembra suggerire l’immaginazione e invaderla, occuparla tutta. Questo romanzo di Sumia Sukkar – scrittrice britannica di padre siriano e madre algerina, nata a Londra nel 1992 – è profondamente originale perché contiene solo un nucleo legato alla prospettiva orrorifica del conflitto, spietata, senza nulla che addolcisca la pillola. L’avvio è decisamente singolare, poetico pur nella tristezza e sgomento di una famiglia che vive e respira all’unisono la tensione di uno stato dittatoriale e si risveglia nel mezzo della guerra. Il conflitto esplode e riempie deformando la quotidianità, sconvolgendo l’ordine esteriore e interiore della vita, come una creatura mostruosa che siamo abituati a considerare partorita solo dalla fantasia nei racconti e che invece diventa realtà. La cronaca è raccontata dagli occhi di un bambino che vuole fare il pittore e la dichiarazione, anche se la passione per dipingere attraversa tutte le pagine, arriva verso la fine, con l’arrivo a Damasco tra mille sofferenze e una marcia estenuante che diventa un pellegrinaggio, in fuga da Aleppo. “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, frase pronunciata come il risveglio dell’autocoscienza da Adam, detta il titolo. La visione che il romanzo presenta è doppiamente originale perché la narrazione è “a colori” che diventano la materia per il tutto, dando vita alla rappresentazione di un mondo in forma di sineddoche. Adam è affetto dalla sindrome di Asperger, un disturbo che per certi versi ha i caratteri dell’autismo anche se il ragazzo ha una forte relazionalità affettiva con gli altri e soprattutto l’amata Yasmine che sacrificando tutta se stessa regge le fila della famiglia dopo la morte della mamma, chiamata semplicemente mama. Questa particolare angolazione rende il racconto poetico, tenero e struggente a tratti, perfino ironico quando non pulp, come a dire che la fantasia e l’immaginazione possono salvare il mondo, talora proteggerci dall’esterno, farci trovare una via alternativa con altre porte e finestre rispetto a quelle fisiche. Le persone stesse attraverso la vibrazione delle nostre emozioni diventano colori, dal rosso rubino, il preferito del protagonista al grigio della guerra, che copre tutto come una spessa coltre di polvere che rischia di soffocare l’umanità che è in noi. Il libro è un inno alla vita, non di meno, perché la forza degli affetti più forti e la fede incrollabile in Dio diventano strumenti ai quali appoggiarsi come le stampelle per chi ha un arto rotto. E’ incredibile per una società che commercializza tutto come la nostra sentire un bambino che prega con tanto trasporto e che ringrazia Dio per quello per cui la maggior parte dell’umanità lo maledirebbe ed è proprio per questo e solo a tale condizione che la fede diventa slancio di vita. Un libro che merita una lettura sia per lo stile e l’originalità del racconto invitandoci a riflettere sul diritto di ognuno di noi ad esprimere sentimenti e ad essere “diverso” e sulla “banalità del male”, sempre in agguato nella storia.

  • Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

    Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

    IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

    Pisa Book Fest apre finestra su Siria con Hamadi e Sukkar

    di Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

    Dall’11 al 13 novembre torna il Pisa Book Festival, il salone nazionale del libro dedicato alle case editrici indipendenti italiane. Ospitata al Palazzo dei Congressi, la maIl ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkarnifestazione – che dal 2003 riunisce editori, scrittori, traduttori, illustratori e artisti italiani e stranieri – aprirà una finestra sulla tragedia siriana con un doppio appuntamento: quello con Shady Hamadi, che presenterà il suo ultimo libro, ‘Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza’ (Add Editore, 2016) e Sumia Sukkar, con il suo ultimo romanzo, ‘Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra‘ (il Sirente, 2016). Due giovani autori – il primo nato a Milano nel 1988 madre italiana e padre siriano; la seconda, nata a Londra nel 1992, da padre siriano e madre algerina – che raccontano il dramma e la sofferenza del popolo siriano. Hamadi, attraverso il suo personale esilio (fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo), affronta temi quali identità, integralismo, rapporto tra le religioni, libertà e lotta contro la dittatura. Sukkar invece sceglie di farlo attraverso gli occhi di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, che vuole capire il conflitto siriano e i suoi effetti dipingendo le sue emozioni.

  • Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Maria Tortora, “Lankenauta”, 2 novembre 2016)

    Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Maria Tortora, “Lankenauta”, 2 novembre 2016)

    Ho terminato la lettura de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” qualche giorno fa. Nel frattempo ho letto un altro libro: “Il cervello autistico” di Temple Grandin con Richard Panek (Adelphi). Due letture apparentemente distanti ma che, in realtà, si intersecano perfettamente considerando che Adam, il ragazzino quattordicenne protagonista oltre che voce narrante del libro della Sukkar, è affetto dalla sindrome di Asperger che, per chi non lo sapesse, viene spesso assimilata all’autismo. Temple Grandin, una donna autistica statunitense, biologa e scrittrice, ne “Il cervello autistico” si sofferma spesso, ed inevitabilmente, sulle problematiche legate ai malati di Asperger. Adam mi è venuto in mente ripetutamente durante la lettura del libro della Grandin. Adam che pone le stesse domande, Adam che conta i passi che servono per raggiungere la sua stanza, Adam che ha paura dei posti che non conosce, Adam che deve compiere sempre gli stessi movimenti, Adam che ripete numeri per rassicurarsi, Adam che sente tutti i colori del mondo, Adam che osserva la guerra in Siria e deve metterla dentro ai suoi quadri.

    L’idea di Sumia Sukkar è convincente e diversa: raccontare la guerra siriana attraverso gli occhi ingenui, disincantati ed inconsueti di un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger. Perché magari a pochi viene in mente che anche in Siria esistono bambini con problematiche di tal genere. Bambini che, come Adam, vedono il loro piccolo rassicurante mondo familiare e domestico andare in frantumi per colpa di un conflitto che non riescono a comprendere, per colpa di milizie del Governo che invece di proteggere il popolo siriano lo massacrano. Dentro le infinite domande di Adam c’è sconcerto e incapacità di capire. Come spiegare quel che accade ad un bambino come Adam? A lui piace andare a scuola, piace mangiare i dolci, piace giocare, piace disegnare e riempire i fogli di colori ed immagini. Cose semplici e sempre uguali. Le bombe, i morti, il sangue, le mutilazioni, le esplosioni, i proiettili. Tutto è troppo diverso e troppo difficile per lui. Per fortuna Adam trova in sua sorella Yasmine un rifugio, lei è il suo appoggio e la sua salvezza.

    La madre di Adam è morta da qualche tempo. Era malata ma lui è riuscito almeno a salutarla e a capire che sarebbe andata via. La guerra, invece, porta via le persone senza che Adam riesca neppure a dire loro un semplice “ciao”. La guerra fa crollare le case e riempie gli occhi e la bocca di polvere. La guerra ha tolto l’acqua e la corrente. Non ci si può lavare e non si può guardare la TV. Yasmine non può comprare nulla e il frigo è sempre vuoto. Gli altri fratelli di Adam escono quasi ogni giorno per partecipare a cortei di protesta ma anche quello diviene pericoloso perché c’è chi spara e chi muore. Adam vede sangue, vomita e sviene. Non sopporta l’odore del sangue, non regge il contatto con quel liquido vischioso ma è comunque costretto a guardare tanto sangue nella sua Aleppo. Chiunque, attorno a lui, perde il proprio colore. Anche il rosso rubino di Yasmine si scolora: la guerra trasforma tutto in grigio o viola, il colore del dolore.

    Ogni capitolo del libro rappresenta un colore diverso e, di conseguenza, una percezione diversa. Ci sono l’arancione, il bianco, il blu, il granata, il nero, il verde, il magenta e altri ancora. Ci sono però tre capitoli che interrompono la narrazione colorata di Adam. In questi capitoli la parola passa a Yasmine, presa e segregata chissà dove da uomini che non si erano mai visti. Yasmine rapita davanti ad un negozio e portata altrove mentre era con Adam. Viene torturata, insultata e stuprata proprio come avviene a molte altre donne in un Paese in guerra. E così la Sukkar riesce ad innestare nel racconto di Adam la vicenda tutta femminile e molto dolorosa della giovane donna. Il riflettore, quindi, viene spostato, su quello che una donna rischia quotidianamente in Siria.

    Entrare nel cuore di un conflitto come quello che da diversi anni sta devastando la Siria non è affatto semplice. Sumia Sukkar, però, è riuscita in tale intento grazie all’invenzione di un personaggio autentico, puro e sensibile come Adam. La guerra rimane la mostruosità che è ma la voce e lo sguardo di Adam, coi suoi immancabili colori e la sua luminosa innocenza, hanno il potere di mutare le prospettive e di ricalcolare la realtà perché riescono a trasmettere sfumature e dettagli che ai “normali” solitamente sfuggono. Sovrapporre un conflitto mortale alla candida delicatezza e al talento prezioso di un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger è sicuramente un’idea intelligente sviluppata, in questo romanzo, attraverso una narrazione empatica, attenta ed intensa. “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” è uscito per la prima volta, nel Regno Unito, nel 2013 quando l’esordiente Sumia Sukkar aveva appena 22 anni. Un’opera prima che lascia ben sperare.

    EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

    Sumia Sukkar è nata a Londra nel 1992, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha sempre amato scrivere e, proprio per questo, ha frequentato il corso di laurea in Scrittura Creativa alla Kingston University di Londra. Qui ha conosciuto Todd Swift, poeta britannico-canadese oltre che direttore della Casa Editrice Eyewear. Il professore, colpito dal talento della Sukkar, le ha offerto un contratto di pubblicazione. Il primo romanzo di Sumia Sukkar, “The boy from Aleppo who painted the war”, è uscito nel 2013. Un anno più tardi, nel 1014, a BBC ne ha tratto un riadattamento radiofonico nel corso del programma “Saturday Drama”. Il romanzo “The boy from Aleppo who painted the war” è stato tradotto in italiano e pubblicato dall’Editrice il Sirente nel 2016.

    Sumia Sukkar, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, Editrice il Sirente, Fagnano Alto, 2016. Traduzione dall’inglese di Barbara Benini. Titolo originale: “The boy from Aleppo who painted the war“, 2013.

    Pagine Internet su Sumia Sukkar: Twitter / Scheda Eyewear Publishing / Linkedin / Intervista

     Lankenauta, Maria Tortora, 2 Novembre 2016
  • Medio Occidente (Beppi Chiuppani), recensione di Luca Menichetti per Lankelot

    Medio Occidente (Beppi Chiuppani), recensione di Luca Menichetti per Lankelot

    Lankelot – Medio Occidente (Beppi Chiuppani), recensione di Luca Menichetti

    Luca Menichetti | Lankelot | 20 luglio 2015

    Lankelot“Quel viaggio era incredibile, si disse Agata: non aveva incontrato un illuminista a Damasco!? E tanto più Faruq dimostrava la peculiarità della sua vita, tanto più lei si sentiva attratta da lui; no, Faruq non aveva niente a che fare con gli stereotipi della diversità” (pp.75); “Finalmente avrebbe potuto vivere dentro a quell’orizzonte della modernità di cui fino adesso aveva potuto solo sognare” (pp.84). Questi brani tratti da “Medio Occidente” contengono alcune parole chiave che poi il lettore ritroverà nelle pagine ambientate in veneto e che hanno fatto scrivere a Raffaello Palumbo Mosca, autore della postfazione, di un “romanzo di idee”. Racconto che ha inizio poco prima l’inizio della guerra civile siriana e che appunto si concretizza in un doppio viaggio. Prima è la sensibile e disincantata Agata, figlia di un rampante e cinico imprenditore edile veneto, a recarsi in quel di Damasco per una vacanza – studio, pretesto per terminare una tesi di laurea e probabilmente per mettere alla prova i suoi sogni di indipendenza. Poi è la volta di Faruq, discendente di una vecchia famiglia damascena ormai impoverita, a recarsi in quel di Padova, invitato e aiutato proprio da Agata, sia per tentare di sbarcare il lunario e così aiutare la sua famiglia, sia finalmente per vivere la quotidianità in una civiltà liberale, democratica e quindi immunizzata da quella corruzione e oppressione che invece è fondamento del regime di Bashar al-Assad: “doveva essere l’occasione di mettere a fuoco i principi di una vita diversa proprio per poter ripensare la conformazione della sua società d’origine” (pp.89).

    Faruq è laureato, ha intrapreso il dottorato, di fatto è più istruito della stessa Agata, ma in Italia deve accontentarsi di un posto di aiuto manovale: inizialmente è un pedaggio che il giovane arabo si sente di pagare, non fosse altro che con la sua amica italiana inizia una relazione; poi le cose precipitano quando viene a sapere delle irregolarità presenti nel cantiere e che il suo datore di lavoro è proprio il padre di Agata, ancora all’oscuro delle frequentazioni della figlia.
    Sono la provincia veneta, i suoi capannoni, l’ambiente della buona borghesia, che però inizia a conoscere momenti di grave crisi imprenditoriale, a diventare elementi fondamentali di un racconto che Palumbo Mosca intende come “atto d’amore per una civiltà umanistica vagheggiata e perduta, così in Siria come in Italia” e in cui “ovunque i valori della modernità secolare e illuminata sembrano irrecuperabili, negati e vilipesi” (pp.291). Il “Medio Occidente” del titolo allora diventa comprensibile. Scopriamo un Veneto – più in generale un’Italia del guadagno facile e dell’altrettanto facile declino – sorprendentemente affine alla Siria di Faruq, dove le antiche vestigia della Serenissima appaiono quasi più orientali del suq al-Hamidiyyeh di Damasco e dell’esclusivoquartiere Abu Roumaneh; e lo stesso territorio ricorda il Medio Oriente (o, nel nostro caso, al Medio Occidente): “il paesaggio veneto assomigliava proprio al sogno di una Siria verde” (pp.234).

    Opera complessa ma non difficile, il romanzo di Chiuppani sfiora e, talvolta, introduce diverse tematiche, per lo più da considerarsi in rapporto al tema dell’identità europea e della conseguente decadenza dell’etica e della civiltà umanistica; in tutta evidenza anche nel raccontare la relazione semi-clandestina tra l’ostinato Faruq e la fragile Agata, discendente della Padova bene. Potremmo quindi considerare il Veneto di Medio Occidente come simbolo di qualcosa che investe l’intera Italia e gran parte del cosiddetto mondo civile, ormai avvelenati dal pregiudizio e soprattutto da un’idea distorta di modernità: “era pieno di immobili inutilizzati ma si continuava a costruire, pure chi come lui lavorava nel settore doveva riconoscere l’assurdità di quella situazione” (pp.167). Pagine che oltretutto rispondono efficacemente alla definizione, già ricordata, di “romanzo di idee”: “Quello che gli italiani avevano era il liberalismo all’incontrario, qui i sedicenti liberali erano i veri populisti: avrebbero scavalcato qualsiasi regola e violato qualsiasi libertà pur di arrivare dove volevano” (pp.277). Peculiarità che investe anche il lato stilistico del romanzo. A fronte di una letteratura recente che è spesso caratterizzata da frasi brevi, con abbondanza di dialoghi, un procedere “asciutto” ma sostanzialmente poco personale, quelli che potrebbero essere considerati difetti della prosa di Chiuppani – a volte forse frasi fin troppo lunghe e apparentemente più consone ad un testo di saggistica –  rendono “Medio Occidente” opera tutt’altro che banale e degna di una rinnovata considerazione. Tanto che il numero limitato dei dialoghi, sostituiti da un persistente e limpido flusso di coscienza da parte di Agata e di Faruq, ci consente di parlare anche di una sorta di “romanzo di pensieri”. La conclusione del racconto, giustamente aperta e coincidente con l’inizio della guerra civile siriana, appare malinconica e nel contempo non nega la speranza e un lieto fine.

    EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE:

    Beppi Chiuppani,cresciuto a Bassano del Grappa, si è dedicato alla cultura umanistica europea a Padova, Parigi e Lisbona, e ha indagato le tradizioni letterarie del Medio Oriente al Cairo (American University) e a Damasco (Institut Français d’Études Arabes). Ha quindi ottenuto il dottorato in Letteratura Comparata presso la University of Chicago, dove è stato per anni osservatore della società nordamericana. È narratore e saggista, e “Medio Occidente” è il suo primo romanzo.

    Beppi Chiuppani,“Medio Occidente”, Il Sirente (collana Comunità alternative), Fagnano Alto 2014, pp. 160. Postfazione di Raffaello Palumbo Mosca.

    Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2015

  • Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

    Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

    | Osservatorio Iraq | Domenica 22 dicembre 2013 | Chiara Comito |

    Quella stessa neve che non ha risparmiato i campi profughi in cui vivono centinaia di migliaia di siriani in fuga da un paese lacerato da due anni di guerra civile e vittima dell’indifferenza del mondo.
    È impossibile non pensare ai tanti bambini, uomini e donne intirizziti o morti per il freddo tagliente quando si leggono le poesie del poeta curdo siriano Golan Haji contenute nella raccolta L’autunno, qui, è magico e immenso (Il Sirente, 2013), dove i versi scandiscono i tempi di stagioni terribili, fatte di polvere, lacrime, pioggia, sangue, dolore e desideri irrealizzati.
    E di neve. La neve su cui camminano, ad esempio, i soldati della poesia “Scrigno di dolore” in cui il poeta, parlando della condizione degli esiliati che egli stesso vive dal 2011, scrive: “Ora sei una storia raccontata dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è piena di ossa e piume./Nel bianco dell’occhio/hai una macchiolina di sangue arrugginita/simile a un sole che tramonta lontano/su un campo di neve/calpestato da lunghe file di soldati affamati”.

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  • “Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

    “Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

    | Editoriaraba | Lunedì 2 dicembre 2013 | Silvia Moresi |

    Lo scorso venerdì a Bari si è svolto l’evento “Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”. Un’occasione per la città pugliese di ascoltare le parole del poeta curdo siriano Golan Haji e riflettere su una Siria “altra”, rispetto a quella proposta dai media mainstream recentemente. Silvia Moresi ha partecipato all’evento e ne ha scritto per il blog (oltre a fotografare alcuni momenti della serata). Buona lettura! (altro…)

  • Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

    ANSAmed | 25 novembre 2013 | Cristiana Missori |

    (ANSAmed) – ROMA, 25 NOV – La guerra, la bellezza, il sangue e l’amore. Sono questi alcuni temi che compongono la raccolta di poemi scritti negli ultimi due anni da Golan Haji, ”L’autunno, qui, è magico e immenso” (il Sirente, collana Altriarabi, pp.128, Euro 10), che il 29 novembre prossimo, verrà presentata a Bari nel corso dell’evento ”Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”. (altro…)