Marika Macco è nata a Biella nel 1973. Si laurea in Lingua e Letteratura Araba nel 1999, presso l’Università di Torino, e nel 2007 ottiene un Master degree in Studi di Genere (Facoltà di Scienze Sociali), presso l’Università di Leeds, Regno Unito. Da otto anni vive e lavora in Egitto, inizialmente ad Alessandria e oggi al Cairo. All’interesse per la lingua araba, concilia lo studio delle scienze sociali, relative alle questioni di genere e sviluppo, nel contesto socio-culturale del Medio Oriente. Questi interessi si riflettono nelle sue scelte lavorative, e nel desiderio di comunicare, attraverso l’attività di traduzione, realtà ma anche fantasie, di una società spesso sconosciuta ed erroneamente interpretata.
Autore: Redazione
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L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi
Quel giorno di Settembre la notizia uscì sui giornali.
Le tipografie avevano stampato metà riga a lettere sfuocate: “Una donna è uscita in vacanza e non è tornata”.
La scomparsa di persone era un fatto normale.
Come ogni giorno spunta il sole, così escono i giornali, nella cui pagina interna si trova l’angolo delle notizie riguardanti le persone. La parola “persone” può essere rimossa o sostituita con un’altra parola, senza che assolutamente nulla cambi. Le persone. Il popolo. La nazione. Le masse. Parole che significano tutto e niente contemporaneamente.
In prima pagina vi era una foto a colori e a grandezza naturale di Sua Maestà, dal titolo grande: “Il festeggiamento per il compleanno del re”.
La gente sfregò gli occhi, dagli angoli delle palpebre infiammati, e girò pagina dopo pagina, sbadigliando fino a far schioccare le ossa delle mascelle.
La notizia comparve nella pagina interna, si vedeva a mala pena ad occhio nudo.
“Una donna è uscita in vacanza e non è ritornata”.
Le donne non erano solite prender giorni liberi. Se una donna usciva, lo faceva per assolvere ad incombenze urgenti e per poter uscire era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto del marito o timbrato dal suo datore di lavoro. (p.5)Non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo poteva partire e non tornare per sette anni, e solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di separarsi da lui.
Gli uomini della polizia si mobilitarono nella sua ricerca, si stamparono volantini ed annunci sui giornali chiedendo il suo ritrovamento, viva o morta, ed annunciando una generosa ricompensa da parte di Sua Maestà il Re.
“Che legame c’è tra Sua Maestà e la scomparsa di una donna comune?”.
Era risaputo che nulla al mondo poteva accadere senza l’ordine, scritto o non scritto, di sua Maestà.
Sua Maestà, infatti, non sapeva né leggere né scrivere, e questo era un segno di distinzione. Quale era infatti il vantaggio di leggere e scrivere?
I profeti non sapevano né leggere né scrivere, era quindi possibile che il Re fosse migliore di loro?
Vi era anche la macchina da scrivere, che funzionava ad elettricità.
Una nuova macchina da scrivere invece funzionava a petrolio e scriveva in tutte le lingue.
Dietro la macchina per scrivere si trovava una sedia girevole di pelle, su cui sedeva il commissario di polizia, e dietro la sua testa pendeva dalla parete un’immagine ingrandita di sua Maestà, in una cornice d’oro, dai bordi decorati con le lettere del testo sacro.
“Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza?”. (p.6)Suo marito serrò le labbra in silenzio, i suoi occhi si spalancarono come chi all’improvviso si sveglia dal sonno. Indossava il pigiama, i muscoli del suo viso erano flosci, con la punta delle dita sfregò gli occhi e sbadigliò.
Sedeva su una sedia di legno, fissata al pavimento.
“No”
“Avete litigato?”
“No”
“Ha mai lasciato la casa coniugale?” (Nota: ”sottomissione” e “ubbidienza” hanno lo stesso significato di tetto coniugale e casa del marito)
“No”
L’indagine si svolgeva in una stanza chiusa, una lampada rossa era appesa alla porta. Nulla poteva uscire ai giornali. I rapporti venivano conservati dentro una cartella segreta, dalla copertina nera, su cui era scritto: “Donna che esce in vacanza”
Il commissario di polizia era seduto sulla sedia girevole, su cui girò e si trovò con la schiena verso la parete e l’immagine di Sua Maestà. Di fronte a lui si trovava l’altra sedia, fissata al pavimento, su cui sedeva un altro uomo, non suo marito ma il suo datore di lavoro.
“Era una di quelle donne ribelli e disubbidienti all’ordine?”
Il datore di lavoro aveva accavallato le gambe, tra le sue labbra aveva una pipa nera, che si curvava in avanti come il corno di una mucca. I suoi occhi erano fissi verso l’alto. (p.7)“No, era una donna assolutamente ubbidiente”
“E’ possibile che sia stata rapita o violentata?”
“No. Era una donna normale che non provocava in nessuno il desiderio di violentarla”
“Che cosa significa?”
“Intendo dire che era una donna sottomessa, che non provocava il desiderio di nessuno”
Il commissario di polizia annuì con il capo in segno di comprensione. Girò sulla sedia e la sua schiena si trovò di fronte al datore di lavoro ed iniziò a battere sulla macchina per scrivere. Si diffuse uno strano odore di gas bruciato. Allungò il braccio ed accese il ventilatore, poi girò di nuovo sulla sedia.
“Crede che sia fuggita?”
“Perché fuggire?”
Nessuno sapeva perché una donna poteva fuggire. Se fosse fuggita, dove sarebbe andata? Sarebbe fuggita da sola?
“Pensa che possa essere fuggita con un altro uomo?”
“Un altro uomo?”
“Sì”
“Non è possibile. Era una donna assolutamente rispettabile, non le interessava altro che il lavoro e la ricerca”
“La ricerca?” (p.8)“Lavorava nell’unità di Ricerca, presso il Dipartimento di Archeologia”
“Archeologia. Che cosa significa?”
“Sono i monumenti antichi che vengono scoperti scavando la terra”
“Ad esempio?”
“Statue di divinità antiche come Amoun e Akhenaton, o di dee antiche come Nefertiti e Sekhmet”
“Sekhmat? Chi è ?”
“L’antica dea della morte”
“Dio ci protegga!”
Arrivò la notizia dal capo di una delle lontane stazioni di polizia: era stata avvistata una donna che si stava imbarcando su un battello.
La donna portava sulle spalle una borsa di pelle dalla lunga tracolla, sembrava una studentessa o una ricercatrice universitaria, era completamente sola, senza alcun uomo. Dalla borsa spuntava qualcosa dall’estremità di ferro appuntita, sembrava uno scalpello.
Il commissario di polizia s’irrigidì e sulla sua fronte comparvero delle gocce di sudore. Premette sul pulsante nero e la velocità del ventilatore aumentò, la base del ventilatore girava su se stessa e l’aria della stanza era asfissiante.
“Era una donna normale?” (p.9)Sulla sedia di legno fissata al pavimento sedeva uno psicologo. La sua bocca si piegava a sinistra mentre la pipa dal corno piegato pendeva a destra, mentre gli occhi erano fissi verso l’alto, un po’ più in alto della parete, dove si trovava l’immagine rinchiusa dentro la cornice d’oro.
Soffiò il fumo intensamente sulla faccia di Sua Maestà, poi avvertì l’ansia e girò la testa in direzione del ventilatore ed abbassò le palpebre.
“Non credo che fosse una donna normale”
“Si riferisce al suo interesse per la ricerca?”
“Sì, spesso ciò che porta la donna ad interessi che esulano dalla casa, è una malattia psicologica”
“Che cosa intende?”
“Una giovane donna che si dedica ad un lavoro inutile, come collezionare statue antiche!? Non è forse un segno di malattia, o almeno di deviazione?”
“Deviazione?”
“Questo scalpello rivela ogni cosa”
“Come?”
“La donna per compensare i suoi desideri che non sono stati soddisfatti, prova piacere nell’affondare la testa dello scalpello nella terra, come se fosse il pene dell’uomo”
Il commissario di polizia sussultò sulla sedia e girò diverse volte su se stesso, come il ventilatore. (p10)Le sue dita s’irrigidirono sulla macchina per scrivere mentre batteva la parola “pene dell’uomo”. Smise di scrivere e si girò con un movimento veloce.
“La questione diventa seria”
“Sì, lo è. Ho alcuni studi su questa malattia. La donna, dalla sua infanzia cerca inutilmente questo “pene”, e per la disperazione trasforma questo desiderio in un altro”
“Un altro desiderio? Quale ad esempio?”
“Ad esempio quello di guardarsi allo specchio, è una sorta di amore folle verso se stessa”
“Dio me ne scampi!”
“La donna è incline all’isolamento e al silenzio, e a volte prova il desiderio di rubare”
“Rubare?”
“Furto di oggetti rari e statue antiche, specialmente statue di dee femminili, è attirata da persone del suo stesso sesso e non quello opposto…”
“Dio ce ne scampi!”
“Viene colta da un urgente desiderio di sparire”
“Sparire!?”
“In un altro senso, una forte attrazione verso il suicidio o la morte”
“Dio ci protegga!” (p.11) -
Al Cairo tassisti fittizi come se fossero reali
di Jonathan Wright (da Daily News Egypt, 31 marzo 2007)
CAIRO: L’autore egiziano Khaled Al Khamissi, in una raccolta di racconti brevi sulla capitale egiziana, che è diventata best-seller, ha trasformato una vecchia tecnica usando se stesso.
Invece di avere in pugno la città parlando ai taxi driver, Al Khamissi ha composto 58 monologhi inventati suui taxi—drivers del Cairo, con tale convinzione e autentica linguistica che la maggior parte dei lettori li prendono per veri.
Ma Al Khamissi, giornalista, regista e produttore, venerdì ha detto in un’intervista a Reuters che nessuno dei tassisti di “Taxi” è mai veramente esistito.
“Questo è un libro di genere letterario. Io non ho registrato nulla. Non si tratta di reportage o di giornalismo”, ha detto.
“Sono tutte storie che mi sono ricordato e ho recuperato quando stavo scrivendo. In molti casi, qualcuno potrebbe dirmi una parola e qualcun altro potrebbe dirmi qualcosa’altro e così via”, ha aggiunto.
Al Khamissi, che ha studiato scienze politiche presso la Sorbona di Parigi e ha un interesse in sociologia e antropologia; ha detto che le 220 pagine che compongono l’opera di finzione hanno un valore per le persone a cui di solito nessuno da voce.
I tassisti sono sognatori e filosofi, misogeni e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici. Tutti loro sono uomini, che lottano per guadagnarsi da vivere in un crudele, rumoroso, caotico e malsano mondo.
Schiacciati da altre automobili, soffocati dai fumi e dal calore estivo, sopraffatti dai poliziotti corrotti, sovraccarichi di lavoro e sottopagati, parlano di quasi di tutto – politica, donne, film, viaggi all’estero e il più delle volte del loro disprezzo per le autorità.
Il libro in Egitto, da quando è uscito il 5 gennaio 2007, ha venduto 20000 copie- un numero incredibile in un paese in cui le opere di letteratura raramente vendono più di 3000 copie.
La quarta edizione è stata appena ristampata e Al Khamissi ha già incontrato gli editori stranieri per parlare di traduzioni.
Insieme con i due ultimi romanzi di Alaa El Aswani, questi libri hanno contribuito a ravvivare la lettura in Egitto, dove molte famiglie non hanno altri libri che il Corano.
Uno dei segreti del successo di Al Khamissi potrebbe essere che i suoi monologhi sono tutti in Egiziano, ricco dialetto colloquiale, che è molto diverso dalla lingua letteraria che gli scrittori in genere utilizzano.
Il libro ha ricevuto applausi dalla critica, la maggior parte, da persone che hanno vissuto il libro come un lavoro di antropologia urbana.Baheyya, un anonimo, ma influente blogger egiziano, ha detto: “Il libro parla della resistenza dello spirito umano, è una potente cronaca della colossale lotta per la sopravvivenza”.
“Documenta le disuguaglianze sociali e riporta fedelmente il potere pungente dei dialoghi quotidiani”, ha aggiunto.
Galal Amin, un economista e sociologo che insegna presso l’Università Americana del Cairo, l’ha chiamato “un lavoro innovativo che dipinge un quadro veritiero della situazione della società egiziana di oggi, come si è visto da parte di un importante settore sociale”
Al Khamissi ha detto che è stato fedele alla realtà. “I monologhi, a mio avviso, sono 100 per cento realistici … Se scendi e chiedi ad un taxi driver una qualsiasi delle problematiche troveresti che è esattamente ciò che è scritto nel libro” ha detto.
Come il lavoro di El Aswani, “Taxi” include una forte dose anti-governativa, che riflette la progressiva espansione della libertà di espressione in Egitto.
Ma Al Khamissi dice che non ha cercato di imporre ai suoi personaggi la sua ostilità nei confronti del governo.
“Personalmente sono contro [l’ex presidente] Anwar Sadat, ma troverete un tassista assouultamente devoto a lui”, ha detto.
Al Khamissi ha dichiarato che il suo prossimo libro racconterà le storie degli egiziani che viaggiano all’estero per lavoro, o sono tornati dall’estero o hanno provato e non sono riusciti ad emigrare.
“Finora ho parlato con circa 150 persone per il prossimo libro”, ha detto.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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La cruda realtà sull’Egitto emerge dalle opinioni dei taxi-drivers
di Liz Sly (Chicago Tribune)
Il libro composto da conversazioni in taxi è diventato un best-seller che attraversa il paese.
CAIRO, EGITTO – Khalid al-Khamissi ha scoperto qualcosa su cui i corrispondenti stranieri hanno scherzato per lungo tempo – i tassisti possono essere tra le migliori fonti di analisi di un paese.
Non è solo che sono facilmente arrivabili. I Taxi driver incontrano una vasta gamma di persone ogni giorno, ascoltano le notizie alla radio; visitano ogni angolo della loro comunità e per la maggior parte del tempo sono annoiati, felici di chiacchierare con chiunque entri nel loro taxi.
“Si comincia con le cose ordinarie, ma dopo 10 minuti cominciano a raccontarti cose che riflettono realmente l’anima della società”, spiega Khamissi, uno scienziato politico che ha studiato presso l’Università del Cairo e alla Sorbona di Parigi.
C’è anche il fattore dell’anonimato, che entra in gioco nelle società con regime autoritario come l’Egitto. I tassisti danno voce alle loro menti, fiduciosi che non riincontreranno di nuovo la stessa persona e che le loro parole non potranno mai ritorcersi contro di loro.
E così Khamissi si è occupato delle intuizioni dei tassisti che ha incontrato al Cairo per scrivere un libro, chiamato Taxi, sulla base di colloqui con i suoi taxi-drivers in un periodo di circa un anno.
Il risultato è stato un inaspettato best-seller, ora alla sesta ristampa e con più di 60000 copie vendute, un numero elevato rispetto agli standard egiziani. E ‘stato tradotto in inglese. Spera che il prossimo anno verrà pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Non è tanto un libro sui tassisti quanto un ritratto della società egiziana, come l’era del 79enne presidente Hosni Mubarak che si avvicina alla fine.
E ‘un libro sulla microcriminalità, le frustrazioni quotidiane dei poveri lavoratori egiziani che vivono nella quasi impraticabile metropoli del Cairo. È un libro per farti sentire in colpa se hai mai provato a contrattare sulla tariffa di un taxi in un qualsiasi paese povero.
I tassisti di Khamissi’s cadono sotto il corrotto autoritarismo dittatoriale, ma sono troppo occupati a cercare di guadagnarsi da vivere che non fanno nulla. Pagano mazzette ai poliziotti piuttosto che perdere giorni di guadagno, intrappolati nel labirinto della burocrazia Egiziana, per pagare una multa. Si addormentano al volante dopo aver lavorato 72 ore non-stop per pagare le rate delle loro auto.
Un tassista piange perché non può permettersi l’operazione necessaria a far cessare il suo mal di schiena, causato dal suo lavoro al volante.
Khamissi attribuisce il successo di Taxi alla luce che fa risplendere sugli angoli bui della società egiziana. Lavoro artigianale di 57 conversazioni con i tassisti, il libro si propone di trasmettere la cruda verità dell’Egitto, di cui di solito si parla in privato.
“Ho cercato di annullare l’autocensura che ogni scrittore egiziano fa. In Egitto viviamo la nostra vita in una gigantesca auto-censura”, ha detto in un’intervista all’ ufficio Cairota dell’impresa di investimenti dove lavora.
Diversi redattori sono stati recentemente condannati al carcere per esprimere alcune delle opinioni espresse dagli anonimi tassisti di Khamissi, ma Khamissi non ha avuto alcun problema con le autorità.
Il suo tassista deride il governo, racconta crude barzellette per screditare il sistema. Uno dice che vorrebbe vedere i fuorilegge fondamentalisti islamici Fratelli musulmani al potere, anche se non prega o non va alla moschea. “Perché abbiamo provato di tutto”, egli spiega.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Taxi
di Sasha Simic (da Socialist Review, marzo 2008)
Circa 80000 taxi girano per le strade del Cairo. Le martoriate macchine in bianco e nero attraversano in modo caotico le strade della capitale Egiziana, sono così onnipresenti che è facile dimenticare che ciascuno di essi trasporta almeno una storia umana.
L’anno scorso il giornalista egiziano Khaled Al Khamissi ha raccolto 58 conversazioni che ha avuto con i tassisti in un libro. Il risultato – Taxi – è stato un best-seller immediato. E ‘un meraviglioso lavoro, che cattura la lotta giornaliera dei lavoratori nel moderno Egitto, attraverso le loro stesse parole.
I governanti egiziani hanno abbracciato con entusiasmo il neoliberismo rendendo la vita molto più difficile per la popolazione. I tassisti di questo libro sono giovani e meno giovani, religiosi e laici, rappresentanti di diversi gruppi provenienti da tutta la società egiziana, ma ognuno lotta per sopravvivere nella sua “pesce mangia pesce” società.
Semplicemente cercare di rinnovare la patente di guida diventa un incubo di burocrazia e corruzione che non trova in Kafka un rivale. La maggior parte di loro odia il dittatoriale presidente Hosni Mubarak, e disprezza i ricchi egiziani. Molti capiscono che cosa le sfrenate forze del mercato hanno fatto alla loro vita: “Sono come un pesce e il taxi è come un contenitore di pesce… E ‘vero io guido in giro per tutto il giorno, ma vedo solo la parte interna del mio taxi, i miei limiti Sono le finestre del taxi. La Vita è una prigione, che termina nella tomba”.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Le confessioni dei tassisti del Cairo
di Omayma Abdel-Latif (da Book Review, Foreign Policy, settembre/ottobre 2007)
Nel mese di luglio, quattro mesi prima della sua scomparsa, lo studioso Alain Roussillon espresse profonda preoccupazione per l’aumento delle tensioni nella società egiziana. Esse riflettono il ritorno della “questione sociale” nella politica egiziana. La più grande minaccia per il regime, ha suggerito, non è stata la Fratellanza musulmana o di qualsiasi altro gruppo di opposizione, ma piuttosto l’atteggiamento della popolazione verso di essa. A giudicare dai più di 200 sit-in, gli arresti, gli scioperi della fame, e le dimostrazioni che si sono verificate in tutto il paese solo lo scorso anno, gli egiziani esprimono sempre più autentiche rimostranze contro il loro governo.
Ma non avrebbe senso, la paura o la rabbia della maggior parte degli egiziani che ascolta le élite politiche del paese parlare a seminari e saloni. Come in molti paesi di tutto il Medio Oriente, è la ” lingua della strada “, che spiega i modi in cui la maggioranza degli egiziani pensa e si comporta politicamente. Forte come sono numericamente, la maggioranza dei cittadini del paese rappresenta un Egitto la cui voce non è ascoltata.
Quindi, Khaled Al Khamissi, uno scienziato politico egiziano trasformatosi in sceneggiatore e giornalista, ha messo in atto il modo di decifrare gli atteggiamenti politici della persona media sulle strade arabe, ha deciso di parlare con le persone che passano le loro giornate alla guida: i tassisti Del Cairo. Essi hanno il privilegio di mischiarsi con persone provenienti da tutto lo spettro sociale, e in quanto tali, le loro opinioni spesso riflettono il pensiero di al-ghalaba, un termine popolare coniato per riferirsi agli strati più bassi della società, coloro che vivono ai margini della politica e sono colpiti da essa. Durante il suo anno di viaggi quasi esclusivamente in taxi, Khamissi è giunto a credere che alcuni tassisti offrono un’analisi molto più profonda degli analisti politici, e che sono importanti barometri degli umori popolari e delle rimostranze contro il governo.
Il risultato della sua ricerca è Taxi, un romanzo pubblicato a gennaio (2007) e diventato già un best-seller, con oltre 35.000 copie vendute in un paese in cui le 3000 copie sono considerate come un successo Ma invece di tessere insieme un ben definito intreccio narrativo o un’avventura, Khamissi ha prodotto una serie di vignette di diverse esperienze di tassisti, nel tentativo di catturare l’immagine il più ampia possibile dell’altra faccia della politica egiziana. Per questo motivo, e forse anche per proteggere i caratteri “identità”, i tassisti che egli introduce in taxi sono figure composite, prodotti fittizi del suo tempo trascorso a parlare di tutto, dall’ economia e educazione alla salute e la politica.
L’interesse Egiziano per il libro non dovrebbe sorprendere. Anche se vi è stato un diffuso lavoro accademico per tentare di capire “cosa è successo agli egiziani,” il romanzo di Khamissi spicca. Il suo approccio improbabile, la lucida prosa, e un raro spaccato sulla coscienza popolare rende Taxi forse la più interessante delle opere che la cronaca sociale e le trasformazioni politiche Egiziane hanno prodotto nel corso degli ultimi cinque decenni.
Naturalmente, è utile la sua scelta di documentare la “strada” in uno dei momenti più politicamente pieni della recente storia egiziana. Per la prima volta nel corso dei decenni, il dissenso popolare non è stato diretto principalmente contro Israele o gli Stati Uniti, ma contro un avversario interno-lo stato, la sicurezza e i sistemi che controllano i centri nervosi del regime. Dall’ aprile 2005 al marzo 2006, Khamissi ha guardato la strada emergere come centro della scena politica, da proteste anti-regime, dimostrazioni, elezioni, e aberranti scene di violenza commesse contro i manifestanti.
Aveva una frontale, più esattamente, vista da dietro le quinte delle reazioni egiziane al primo movimento indipendente di protesta che sfidava il regime del Presidente Hosni Mubarak. Bisognava seguire Una serie di eventi politici, compreso il paese alle prime elezioni presidenziali, con ben nove candidati che concorrevano al posto di presidente. (Non che questo abbia fatto qualche differenza.) Poi sono arrivate le elezioni parlamentari in cui la Fratellanza musulmana ha vinto 88 seggi, dopo dure, violente battaglie e misfatti del partito al potere. L’anno ha visto anche la strada diventare il cuore della battaglia tra i giovani sostenitori di Mubarak e i suoi oppositori.
E in tutto questo Khamissi guardava e ascoltava i tassisti, che sono spesso insegnanti, ragionieri, avvocati di formazione, ma il cui paese non è in grado di offrire un lavoro adatto alla loro istruzione. Indignati dall’ austerità economica e guidati dal malcontento delle classi inferiori impoverite, i tassisti stanziati nel loro piccolo spazio pubblico per sfogare la loro rabbia e frustrazione contro il governo e agli stranieri che aderiscono a simili rimostranze. La genialità di Taxi è che coglie il punto in cui il taxi cessa di essere solo un mezzo di trasporto e diventa invece uno spazio di dibattito e di scambio, in un momento in cui tutti gli altri spazi pubblici, tra cui la stessa strada, erano diventati inaccessibili sotto la Brutale forza della polizia di Stato.
Nel mezzo di questa tumultuosa atmosfera, Khamissi ha lanciato grandi intuizioni nella schizofrenica relazione tra gli egiziani e lo stato. Vi è allo stesso tempo un disprezzo profondamente radicato per l’autorità, ma anche una schiacciante paura che li blocca a ribellarsi contro di essa. Alcune teorie datano questo conflitto indietro nel tempo, al tempo dei faraoni, rilevando che l’Egitto è sempre stato un forte stato interventista, e gli egiziani hanno quasi religiosamente temuto e adorato la sua autorità dagli albori del paese. Khamissi ricrea un incidente che riflette questo rapporto ambivalente attraverso un tassista che insulta il Ministero degli interni, simbolo di oppressione per molti, ma allo stesso tempo dice che lo rispetta.
In un altro episodio, Khamissi offre una semplice risposta sul motivo per cui gli egiziani non aderiscono alle proteste di piazza, nonostante la loro sofferenza e la miseria. ” ora Tutto ha perso il suo significato “, dice un autista. “Duecento persone sono circondate da due mila ufficiali di leva.” Anche se, come dice Khamissi, la percezione popolare del governo è che “è debole, corrotto, e terrorizzante. Se ci si soffia sopra, cade a pezzi “, dicono diversi tassisti. Ma se questa è la percezione dominante, perché non si uniscono contro di essa? Spiegando la cronica apatia politica degli Egiziani, un tassista commenta: “Il problema è che in noi egiziani, il governo ha piantato i semi della paura di morire di fame. Questo ci fa pensare solo a noi stessi, e la nostra unica preoccupazione è come far quadrare il bilancio. ” Stiamo vivendo una menzogna, e il ruolo del governo è quello di assicurarsi Che noi continuiamo a crederci. “
Tra i tassisti a cui da voce Khamissi, la questione economica resta in gran parte il vero mal di testa- con stipendi che sono appena sufficienti per le necessità di base e le variazioni dei prezzi sono una routine quotidiana. I tassisti danno la colpa al governo, che pensa solo ai “ricchi turisti”. “Il piano reale del governo è di farci uscire dal paese. Ma se lo facciamo, non avrà nessuno da imbrogliare e da derubare. “Non esattamente il tipo di realtà che si può avere da saloni o dagi incontri di riflessione sulla democratizzazione in Medio Oriente al Cairo.
Questo è esattamente il motivo per cui Khamissi ha colpito. Più di tutto, i suoi racconti suggeriscono che vi è un grande magazzino sociale di rabbia e frustrazione contro lo status quo. La triste realtà è che, se la rappresentazione del Cairo di Khamissi è vera, vi sono scarse probabilità che la loro scontentezza sia presto trasformata in una forza per il cambiamento di una società, il cui sviluppo è stato bloccato per tanto tempo.
Omayma Abdel-Latif è coordinatore di progetti presso il Carnegie Endowment for International Peace’s Middle east Center a Beirut.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Un taxi cairota guida con uno scrittore seduto nel sedile posteriore
di Scott Jagow (da Marketplace, 3 marzo 2008)
Khaled Al Khamissi ha trascorso un anno parlando con i tassisti su e giù per il Cairo. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di una frustrata classe operaia. Scott Jagow seduto in un taxi con lui per sentire di più e vedere la città.
Scott Jagow: Questa è la strada Cairota. Caotica e inquinata, certamente. Ma anche piena di vita. La prossima settimana, vi mostreremo il Medio Oriente al lavoro. Come le persone fanno affari in questa parte vitale del mondo. La prima persona che ci soddisfa è Khaled Al Khamissi. Ha trascorso un anno al Cairo in giro sui taxi – semplicemente parlando ai loro conducenti. Poi ha scritto un libro per raccontare la storia di un frustrata classe operaia. Abbiamo preso un taxi con lui per sentirne di più.
Ma, dal momento che questo è l’Egitto, prima di tutto negoziamo la tariffa con il conducente. Una volta che ci siamo sistemati, ho chiesto a Khaled che dice il suo libro dell’Egitto, e della gente del Cairo.
Khaled Al Khamissi: Molte persone parlano di oppressione in termini di oppressione politica. Ma che cosa si soffre qui in Egitto, è l’oppressione economica. L’Egitto ha un potenziale, e questo potenziale è andato perso al 100 per cento.
Jagow: Un cento per cento. Suona piuttosto senza speranza.
Al Khamissi: Sì. Penso che ci troviamo in una situazione senza speranza, e la gente deve lavorare 20 ore al giorno per sopravvivere.
Jagow: Khaled, puoi raccontarmi una storia, una che potrebbe rappresentare il libro?
Al Khamissi: posso dirti una storia. È la storia di un tassista. Mi ha detto che un funzionario di polizia, dopo un’ora in taxi, gli chiese, “Dammi la tua carta di identità “. Ed egli sapeva che voleva dei soldi. E poi gli ha dato 5 sterline. E il funzionario ha detto: “Questo non è abbastanza”. E allora gli ha dato 10 sterline. E queste 10 lire sono gli unici soldi che questo tassista ha guadagnato in cinque o sei ore ‘di lavoro.
Jagow: Alla fine del libro, dopo la lettura di tutte queste storie in cui si sentiva un senso di disperazione, l’ultima storia sembrava avere qualche speranza. Hai sentito un senso di speranza alla fine, quando stavi finendo il libro?
Al Khamissi: certamente – non si può vivere senza speranza. Credo che il popolo egiziano ha il grande potere di scherzare giorno per giorno. Questa è anche la nostra speranza – la nostra vera speranza.
Jagow: Puoi dirmi uno degli scherzi, per voi rappresentativi?
Al Khamissi: posso dirvi la barzelletta del giorno.
Jagow: OK, abbastanza equo.
Al Khamissi: Al Cairo ci sono 18 milioni di persone, e 18 milioni di persone in una sola città è molto. Voglio andare lì – per cinque minuti di lavoro, e tre ore di macchina.
Jagow: Che somma da record.
Al Khamissi: Hahaha.
Jagow: Khaled, la ringrazio molto, è stato un piacere viaggiare in taxi con te.
Al Khamissi: Grazie a te, il piacere è il mio.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Simone Benvenuti
Nato a Roma, Simone Benvenuti ha studiato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto in Canada, Francia e Roma, dove attualmente vive e lavora. Ha collaborato con la Newton Compton Editori e il Gruppo Espresso. È autore di traduzioni dal francese e pubblicazioni di diritto costituzionale comparato.
PER ULTERIORI INFO SULL’ATTIVITÀ DI SIMONE:
@ simone_benvenuti@tiscali.it -
Enrico Monier
Enrico Monier (Roma, 1970) è un giornalista e traduttore italiano.
Ha studiato Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha lavorato presso l’Ufficio Stampa e Relazioni Esterne del Touring Club Italiano, Sede di Milano, e collaboratore del Centro Studi e Formazione del TCI, della “Rivista del Turismo” e del periodico “Qui Touring”, sempre del Touring Club Italiano, Sede di Milano. Ha collaborato con il Corriere della Sera in Cronaca di Roma e Ultime Notizie, quotidiano regionale del Lazio. È stato redattore a Libertà di Piacenza. Dal 1996 al 1998 ha curato la rubrica su arte e letteratura di Viatico, bimestrale campano di arte contemporanea. Ha collaborato con l’Archivio del 900 della Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. È autore di traduzioni dall’inglese, tra cui recentemente l’inchiesta giornalistica The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea di Steve LeVine (pubblicato nel 2008 dall’Editrice il Sirente con il titolo Il petrolio e la gloria: la corsa all’impero e alla fortuna del Mar Caspio).
Pubblicazioni
- 1996 L’Oblomovismo di Gončarov, la narrativa di Dostoevskij, in Slavia – Rivista trimestrale di cultura, 1996.
- 1993 Laboratorio Aperto di Ricerca Poetica, edizioni Stampa Alternativa
Collegamenti esterni
FONTE: Enrico Monier. (1 giugno 2008). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 1 giugno 2008, 17:09 da http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Enrico_Monier&oldid=16487639. -
Cenni storici su Regina Coeli
La storia di Regina Coeli è determinata dalla storia di Roma e dell’Italia. Il modo in cui storia della città e del carcere si intrecciano si evince chiaramente anche solo dai brevi cenni che seguono, a dimostrazione del fatto che il carcere è parte, a pieno titolo, del tessuto cittadino.Nel 1973 l’attore francese Pierre Clémenti ha scritto un libro che si intreccia con questa storia ed è apparso nuovamente nel 2007 presso l’Editrice il Sirente con il titolo Pensieri dal carcere. Il libro ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna. L’articolo che segue è a cura di Luciana Arcuri e le notizie storiche sono tratte da:
- ADINOLFI G., Storia di Regina Coeli e delle carceri romane, Roma, Bonsignori, 1998;
- D’AMICO S., Regina Coeli, Palermo, Sellerio, 1994;
- ROSSI E., Nove anni sono molti. Lettere dal carcere 1930-39, Torino, Bollati Boringhieri, 2001;
- CLÈMENTI P., Pensieri dal carcere, Fagnano Alto (AQ), Editrice il Sirente, 2007.
L’Edificio e la conversione in carcere
La costruzione venne iniziata nel 1643 per ospitare un monastero, che la committente Anna Colonna volle posto sotto la direzione dei Carmelitani Scalzi. Fu poi aperto nel 1654 ed affidato alle cure di Suor Maria Chiara della Passione, anche lei appartenente alla famiglia dei Colonna. Già due anni dopo, nel 1656, rischiò di cambiare destinazione d’uso: a causa di un’epidemia di peste si pensò di utilizzarlo come lazzaretto, come del resto accadde ad altri edifici religiosi della zona. Regina Coeli alla fine fu invece risparmiato.
Per la prima volta ospitò detenuti condannati a pene brevi, e solo in alcune celle, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, con la conseguente confisca dei beni ecclesiastici. Esistevano a Roma, in quell’epoca, quattro carceri: San Michele, prima ospizio, poi carcere minorile e infine carcere degli oppositori politici nello Stato Pontificio, le Carceri Nuove e Regina Coeli per gli uomini, mentre alle donne era destinato il Buon Pastore. I tre istituti maschili disponevano di 64 cameroni e 202 celle per una popolazione di circa mille detenuti.
Dal 1872 si accese anche in Italia un dibattito sullo stato e l’insufficienza degli stabilimenti penitenziari, come del resto avveniva in Europa e in America. Si discuteva allora, non per la prima volta, su come regolamentare la vita detentiva, in particolare sull’opportunità del silenzio assoluto, dell’isolamento notte e giorno, del lavoro. Fu proposta la costruzione di un unico grande carcere, degno della città che, secondo una legge del Regno d’Italia del 1864, doveva essere a sistema cellulare, ossia prevedere una cella per ogni detenuto. Si discusse anche sul luogo della costruzione: fu scartata la zona di S. Croce in Gerusalemme per l’alto rischio malarico, si trattò per il Convento delle Sette Sale al Colle Oppio; ma la rapida crescita demografica della città rese indispensabili altre ed ingenti spese per la costruzione di nuovi quartieri e nuove strade. Infine, nel 1880, Depretis, Ministro dell’Interno, dichiarò l’intenzione del Governo di limitarsi ad un progetto più semplice e meno costoso.
Fu allora che si decise di trasformare in Carcere Regina Coeli, che si trovava in una zona, a quei tempi, poco abitata ma non lontana dal centro. Oltre ad ospitare già condannati a pene brevi, per una capienza di circa 200, dal 1873 era anche sede di una scuola per 150 allievi aspiranti guardie carcerarie, motivo per cui si fa risalire a questa data l’origine della polizia penitenziaria. Successivamente, dal 1903 ospiterà una scuola di polizia scientifica.
La ristrutturazione ebbe inizio nel 1881 e fu terminata nel 1900. Anche nei decenni seguenti vi saranno ristrutturazioni e ampliamenti che sfrutteranno il vicino convento delle Mantellate, che dal 1873 era destinato alle detenute, le ultime delle quali saranno trasferite a Rebibbia nel 1959. In principio fu concepito con tre distinti fabbricati: quello affacciato su Via della Lungara, ospitante la direzione, gli alloggi, il corpo di guardia, il parlatorio, la cucina, il medico e i magazzini; due fabbricati a crociera con una rotonda centrale coperta da una grande volta a padiglione, ospitanti le celle. Secondo un uso ereditato dai secoli precedenti erano previste celle a pagamento e la possibilità di farsi portare il vitto da fuori, e tale condizione permarrà sicuramente almeno sino al 1943.
Si parla della demolizione di Regina Coeli già nel congresso penale e penitenziario di Berlino del 1935. Ci si pose allora come obiettivo per il seguente Congresso, che doveva tenersi a Roma, la costruzione di una città penitenziaria, che doveva sorgere a Forte Boccea, con celle singole, ospedale e officine. Ma la guerra d’Etiopia, l’appoggio a Franco in Spagna e poi lo scoppio della seconda guerra mondiale resero ancora una volta prioritarie altre spese. A Regina Coeli furono invece installati nuovi laboratori di radiologia e analisi, nonché l’infermeria medica e chirurgica, ed alla tipografia e alla legatoria già esistenti si aggiunsero la falegnameria, la sartoria e la calzoleria.
Neanche dopo la costruzione dell’imponente complesso di Rebibbia, che comprende quattro diversi istituti penitenziari, si è giunti alla chiusura di Regina Coeli, ove a tutt’oggi sono in corso lavori di ristrutturazione. Né per il giubileo del 2000, sempre per via dell’elevato importo della spesa. Pure, ora più che in passato, l’età e la concezione stessa dell’edificio danno luogo a uno stridente contrasto con la concezione della pena e con quanto previsto dall’Ordinamento Penitenziario e dall’ultimo Regolamento. Si pensi agli spazi dedicati alla cosiddetta “ora d’aria”, piccoli cortili in cemento, alla mancanza di strutture dedicate all’esercizio fisico, all’assenza di locali adatti ad attività comuni all’intero carcere (come è ben noto, tutte le attività all’interno di Regina Coeli, dai concerti alle visite dei Papi, fino alla liturgia domenicale, avvengono nella prima rotonda); fino alla mancanza di riscaldamento in alcune sezioni.Durante il fascismo
Con l’avvento del fascismo e la repressione degli oppositori politici, Regina Coeli vedrà passare nomi illustri della cultura italiana e personaggi che ricopriranno in seguito importanti cariche istituzionali: ricordiamo in particolare Sandro Pertini, che sarà protagonista con altri di un’evasione, Gaetano Salvemini, Alcide De Gasperi, Gramsci, che vi fu detenuto per brevi periodi ma li ricorda tra i peggiori del suo tempo in carcere, Cesare Pavese, Luchino Visconti.
I politici erano in gran parte reclusi nel VI braccio, dove, fino al 1943, erano in isolamento. Le condizioni di vita erano durissime: un solo pasto di pane e minestra al giorno, cimici, condizioni igieniche precarie.
Francesco Fausto Nitti, che rimase a Regina Coeli tre settimane nel 1926, accusato di cospirazione, descrive nel libro “Le nostre prigioni e la nostra evasione” le condizioni della detenzione nelle celle di rigore: “…Ogni cella è lunga un metro e mezzo e larga un metro. Ha una porta di legno massiccio, fornita di due cancelli di ferro. Un uomo chiuso là dentro per tanti giorni ha l’impressione di essere sepolto vivo. Il pane e l’acqua sono i suoi alimenti. Una tavola di legno fissata al muro è il giaciglio. La luce entra da un piccolo finestrino sul soffitto altissimo. Poiché il finestrino è fornito di duplici sbarre, di griglie e di vetri polverosi, la luce non entra in quella tomba che per due ore al giorno…C’è un’orribile ricercatezza nell’infliggere sofferenze: nelle “celle di rigore” l’acqua è contenuta in un recipiente metallico, assicurato a una catena e posto tra i due cancelli che sono all’ingresso. Per bere occorre inginocchiarsi a terra, alzare al di là del primo cancello attraverso le sbarre il recipiente e avvicinarlo alla bocca. E’ un supplizio di Tantalo riveduto e corretto.”.
Delle condizioni di detenzione a Regina Coeli in questo periodo, e di come fosse affrontata dai prigionieri politici, ci ha lasciato testimonianza Ernesto Rossi che vi rimase oltre sei anni. Insegnante, poi scrittore, fu arrestato con altri componenti di Giustizia e Libertà. Isolamento in cella, censura sulla corrispondenza con i familiari, triplo nulla osta (del direttore del carcere, del cappellano e del Ministero dell’Interno) per l’acquisto di libri, testa rasata, divisa a righe, due ispezioni quotidiane della cella e qualcuna di notte, controllo a vista dallo spioncino, lampadina accesa tutta la notte, troppo debole per leggere, troppo forte per dormire, vitto scarso, assenza di riscaldamento sono caratterizzanti il suo soggiorno nel carcere romano. Pure, gli aderenti a Giustizia e Libertà avevano due ore al giorno di incontro in una sala comune, in realtà allo scopo di ricavare informazioni, poiché, con uno dei primi esperimenti italiani di controllo ambientale, nella stanza erano stati nascosti dei microfoni, come per altro venivano ascoltati, nonostante il divieto di legge, i colloqui con gli avvocati (che potevano essere chiamati solo per motivi personali e civili, come una separazione). Quelle due ore erano dedicate all’amicizia , all’ironia verso il regime e la propria condizione, e soprattutto allo studio comune di varie materie, dal diritto all’economia alla matematica. Si trattava infatti di persone colte, che utilizzarono al meglio il tempo del carcere, e lo strumento della lettura e dell’apprendimento per resistere a una detenzione di cui non conoscevano la fine. In compenso era vietato scrivere nella sala comune e quindi prendere appunti; In un’intercettazione del 1934 Rossi diceva: ”Ma io scrivo ugualmente…scrivo a terra con l’acqua e il dito; il Ministero non vuole che noi si scriva, ed io scrivo lo stesso; l’acqua ce la lasceranno speriamo, e con il dito posso scrivere quanto voglio.”
Rossi, e probabilmente non fu il solo, fu sostenuto nella sua decisione di non abiurare la propria posizione antifascista sia dalla madre che dalla moglie, che anzi lo sposò in carcere nel 1931, perdendo per questo il posto di lavoro.
Condizioni dure, che saranno però impensabili poco dopo, alla caduta del fascismo.Dal 25 luglio 1943 alla fine della guerra
Dopo l’arresto di Mussolini, il governo Badoglio decreta la scarcerazione dei prigionieri politici, fatta eccezione per gli anarchici e i comunisti, che saranno scarcerati in agosto in seguito alle pressioni delle organizzazioni sindacali.
Cominciano invece ad affluire a Regina Coeli esponenti di rilievo del Partito Fascista, tra cui Bottai, fondatore dei fasci e Achille Storace, segretario del partito. Fu una parentesi di breve durata. Subito dopo l’8 settembre infatti, il terzo braccio fu occupato dai Tedeschi, e fino alla fine della guerra Regina Coeli fu utilizzata per gli arresti effettuati dai Tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò, insieme al carcere di Via Tasso.
Oltre ai partigiani e ai politici furono incarcerati in questo periodo anche molti appartenenti alle diverse armi per atti di boicottaggio o per aver fornito armamenti e aiuti alla guerra partigiana; sacerdoti e laici per aver nascosto ebrei. Ma bastava molto meno, anche solo la diffusione di volantini. Solo in questo periodo, nell’intera storia del carcere, nel terzo braccio furono recluse anche donne. Si tratta di un periodo del tutto particolare, perché la guerra era ormai anche guerra civile e ciò che avveniva, in particolare l’olocausto, coinvolsero nella necessità di una scelta tante persone diverse per storia, formazione e ruolo sociale: sacerdoti, militari, comunisti, anarchici, cattolici, studenti e professori universitari. Solo in questo particolare momento il personale del carcere, dal direttore ai medici agli agenti di custodia, prese posizione contro i tedeschi favorendo in vari modi i prigionieri, salvando la vita ad alcuni, ed addirittura organizzando l’evasione di cui fu protagonista tra gli altri Sandro Pertini. Si giunse ad alloggiare a Regina Coeli fino a 2500 persone, quando la capienza massima, già al limite del vivibile, è inferiore ai 900. Tanto che in ottobre ci fu una sollevazione dei detenuti comuni, che presero in ostaggio due magistrati finchè la rivolta non fu repressa con le armi. Il vitto scarseggiava, anche in relazione alla penuria all’esterno. Non era più il tempo della resistenza dei detenuti politici, né degli studi, essere arrestati dai tedeschi significava tortura e spesso la morte. Furono scarcerati i gerarchi fascisti arrestati dopo il 25 luglio, ed arrestati invece diversi firmatari dell’ordine del giorno Grandi, presentato il 25 luglio contro Mussolini. In ottobre vennero presi anche Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che saranno sottratti al terzo braccio e quindi ai tedeschi perché i documenti relativi ai loro processi erano stati intenzionalmente recapitati alla giustizia militare italiana, e in seguito fatti evadere con la complicità di diverse persone. In novembre, nel corso di una retata presso la tipografia del giornale Italia Libera, voce ufficiale del Partito d’Azione, fu arrestato tra gli altri Leone Ginzburg, che ne era direttore, e che morirà in febbraio nell’infermeria del carcere in seguito alle percosse subite dai nazisti.
Qui venne mandato a morire, per le torture subite a Via Tasso, anche Bartolo Di Pietro, che era comandante di un gruppo di partigiani. I nazisti di solito trasferivano da Via Tasso a Regina Coeli i prigionieri già stremati dalle torture, quando non ritenevano più utile prolungarle per ottenere informazioni.
Gli arresti erano numerosi anche in conseguenza di una diffusa attività di delazione che si verificò in quei mesi, tanto che a Via Tasso c’era un ingresso sul retro dedicato alle spie, da cui si poteva passare senza essere notati.
Nel febbraio furono condotti a Regina Coeli anche i 66 uomini arrestati in seguito all’irruzione nel monastero della Basilica di San Paolo, dove erano nascosti.
A meno di 24 ore dall’attentato di Via Rasella si consumò la strage delle Fosse Ardeatine. Il numero fissato per le esecuzioni era di dieci per ognuna delle 32 vittime tedesche. Durante il processo Kappler dichiarò che avendo avuto notizia della morte di un altro dei feriti, aveva lui stesso deciso di aumentare a 330 i morti per rappresaglia. Per raggiungere il numero prestabilito Kappler chiese al questore Caruso 50 prigionieri. Il questore chiese a sua volta a Regina Coeli un elenco, in cui andavano inclusi i già condannati alla pena capitale, o coloro le cui accuse prevedevano la pena di morte. Ma poiché l’elenco tardava, e i nazisti avevano fretta perchè la strage fu eseguita in segreto, vennero aperte le celle e furono scelti prigionieri a caso, tra cui già assolti e imputati di reati lievi, e tutti i 66 ebrei presenti nel terzo braccio. Vi erano persone fermate ai posti di blocco e non ancora interrogate; tra gli altri nove ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Invece di 320 i giustiziati furono 335, come si seppe dopo la Liberazione, quando si procedette all’identificazione delle salme. Secondo alcune testimonianze dirette di altri allora detenuti, dal terzo braccio di Regina Coeli furono fatte partire, fu detto per lavorare, 192 persone.
Dopo la strage l’attività di arresti e conseguenti esecuzioni non si fermò. Ricordiamo qui, per tutti, la figura assai nota di Don Giuseppe Morosini, la cui vicenda ispirò poi il film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini.
Ai primi di giugno del 1944 tutti avvertivano l’imminente arrivo delle forze alleate. I nazisti si ritirarono, sostituiti nella custodia del carcere, in realtà per circa un giorno, da reparti provenienti dall’Alto Adige. Il 4 giugno il Comitato di Liberazione Nazionale decretava l’immediata scarcerazione dei prigionieri politici.
Sotto il governo presieduto da Bonomi, fu nominato sovrintendente alle carceri il capitano americano Freeman. Per prima cosa si procedette alla ristrutturazione di Regina Coeli, e tra l’altro ad imbiancare le pareti, con la cancellazione delle scritte murali dei detenuti. Ne fu rinvenuta una che ricordiamo perché legata alla storia della deportazione degli ebrei romani: era di un giovane ebreo, morto alle Fosse Ardeatine, che accusava Celeste Di Porto, detta la “pantera nera”, una ragazza anch’essa ebrea, tristemente nota in città per la sua attività di delazione, sulla cui vicenda Giuseppe Pederiali ha scritto un bel libro intitolato “Stella di Piazza Giudia”. E’ una delle figure che la memoria dei romani si tramanda, come quella della donna, una povera gattara, che cercò di avvisare gli abitanti del ghetto dell’inizio dell’arresto in massa e non fu creduta, anch’essa immortalata nel romanzo “La storia” di Elsa Morante.Dal dopoguerra ai giorni nostri
Subito dopo la Liberazione cominciarono i processi ai fascisti. Tra gli altri quello contro il questore di Roma Pietro Caruso, che fu a sua volta detenuto a Regina Coeli. Al processo erano presenti i parenti dei prigionieri prelevati da Regina Coeli per le Fosse Ardeatine; si radunò una vera e propria folla, che invase il Palazzo di Giustizia, tanto che la prima udienza fu sospesa. Tra la folla sempre più agitata si trovava anche Donato Carretta, direttore del carcere dal settembre 1943 al luglio del 1944, che doveva testimoniare contro il questore. Qualcuno però lo scambiò per Caruso. Sottratto ad un primo tentativo di linciaggio nell’aula, fu riconosciuto all’uscita; dopo un tentativo andato a vuoto di costringere un conducente di tram a schiacciarlo, la folla lo gettò nel fiume e ne appese poi il corpo sul portone di Regina Coeli. Terribile ed efferata esplosione, che testimonia però quale sconvolgimento a livello del sentire cittadino avesse provocato la strage delle Fosse Ardeatine.
Anche Kappler restò un anno a Regina Coeli in attesa del processo tenutosi presso il Tribunale Militare che allora era a Palazzo Salviati; e Pietro Koch, capo di una banda di fascisti che aveva imperversato per la città, arrestando e torturando quanto i nazisti, che fu completamente isolato, e poi fucilato.
Poi Regina Coeli tornò ad essere un carcere per i reati comuni. Bisogna giungere alla fine degli anni ’60, con l’arresto di Pietro Valpreda per la bomba che esplose alla Banca dell’Agricoltura a Milano, perché si torni a parlare di accusati di atti di boicottaggio politico. In realtà fu poi scagionato, e si parlò di strage di stato. Si inaugurava però la stagione dei nuovi detenuti politici: questa definizione in realtà si deve a loro stessi, che tali si consideravano nei confronti di un sistema che ritenevano di dover abbattere con la violenza.
Cambiava anche il rapporto tra “politici” e “comuni”: mentre durante l’occupazione tedesca erano stati i detenuti comuni a sollevarsi, reclamando un’amnistia prima per l’insediamento del governo Badoglio e poi per la Repubblica di Salò, le rivolte che scuoteranno il sistema penitenziario in tutta Italia negli anni ’70 saranno viceversa spesso fomentate e capeggiate dai politici che, oltre ad avere a disposizioni maggiori strumenti culturali, elaborarono un discorso di tipo politico e strutturale sul carcere e il suo ruolo nell’attuale società, sia dentro che fuori le mura dei penitenziari. Il clima culturale e politico di quegli anni, insieme al dilagare delle rivolte, che chiedevano la riforma penitenziaria, condussero in effetti ad una serie di studi e inchieste sulle condizioni di detenzione e ad una riflessione sulla finalità della pena e quindi sulla sua applicazione. Tutto ciò contribuì a dare vita all’Ordinamento Penitenziario, ancora in vigore, che fu promulgato nel 1975. Pur portando un enorme cambiamento all’interno del sistema carcerario, si può dire che ancora oggi esso non sia pienamente realizzato, ma come spesso accade, delinea comunque una realtà cui bisogna idealmente tendere.
Anche Regina Coeli è stata teatro di una rivolta nel 1973, che causò molti danni. In seguito, poiché le condizioni igieniche erano una delle rivendicazioni avanzate, dall’unione di due celle si ricaverà il gabinetto. Poi, con la fine degli anni ’70, vedrà passare i terroristi; e vari attentati saranno diretti a persone dell’amministrazione penitenziaria, dal dirigente sanitario di Regina Coeli, a un’impiegata del centro studi del Ministero, a una vigilatrice di Rebibbia, fino al generale dei carabinieri Galvaligi, che era responsabile dell’Ufficio Coordinamento delle misure di sicurezza negli istituti penitenziari.
Negli anni ’90 si è costituito un Comitato di Ispettori Europei che ha visitato questure e carceri in tutta Europa; il rapporto sulla realtà italiana è stato pubblicato da Sellerio nel 1995; non manca di rilevare l’inadeguatezza della struttura di Regina Coeli.
La bibliografia allegata, pur parziale, fornisce titoli utili sia nell’ambito delle testimonianze personali che della riflessione e degli studi storico-giuridici sul carcere. -
Reportage dai taxi egiziani. Ed è bestseller
di Paolo Casicci (da Il Venerdì di Repubblica, numero 1042, 7 marzo 2008)
ON THE ROAD Un cronista ha raccolto storie e sfoghi sulle auto pubbliche del Cairo
Un giornalista, qualche decina di tassisti e una valanga di proteste contro il governo e i politici. Non è la riedizione della rivolta italiana delle auto bianche, ma il soggetto di un libro campione di vendite in Egitto: Taxi, di Khaled Al Khamissi. Il volume raccoglie cinquantotto racconti che l’autore, scrittore e giornalista del Cairo, classe ’62, una laurea in Scienze politiche alla Sorbona, ha scritto dopo avere circolato per un anno nella propria città solo a bordo di auto pubbliche. Raccogliendo, così, lo sfogo dei conducenti, campionario umano molto rappresentativo della crisi sociale in corso nel Paese del presidente Hosni Mubarak. Il linguaggio del libro è quello della strada, e i racconti alternano ironia e amarezza. Uscito in patria un anno fa, Taxi è stato ristampato sette volte e sta per essere tradotto in inglese, francese e italiano. Da noi, uscirà dopo l’estate per l’editore il Sirente de L’Aquila.
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Per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero
L’inviato del Marketplace Morning Report Scott Jagow vaga per le strade del Cairo su un taxi bianco e nero con Khaled Al Khamissi, autore di “Taxi”. Khamissi è stato per un anno intero girando il Cairo a bordo di taxi e parlando con gli autisti. Questo libro racconta le storia della classe operaia frustrata dell’Egitto.
[http://www.vimeo.com/740107/l:embed_740107]
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Colletta per gli agenti imputati
inviato da apollinaire il 11 marzo 2008 alle 19:19
vorrei acquistare 44 copie del libro di Pierre Clémenti da regalare a ogni imputato, impareranno sicuramente qualcosa… Pubblicato per la prima volta nel 1973 e apparso nuovamente nel 2007 presso le edizioni il Sirente, il libro di Pierre Clémenti ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna. «O ti vendi e ti svuoti molto rapidamente, o resti ai margini e ti batti per le tue idee». Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità.
http://genova.repubblica.it/dettaglio-inviato?idarticolo=repgenova_1432712&idmessaggio=254647
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Downtown Cairo
Al Cairo c’è sempre traffico, sempre rumore, le persone sono sempre in movimento. Con questo suo carattere dinamico il Cairo sembra distaccarsi da molte altre città del mondo arabo, rilassate e contemplative, che senza fretta vivono i loro giorni. Questa megalopoli così affollata è un continuo miscuglio di vecchio e nuovo, una fonte inesauribile di contraddizioni, contaminazioni, sinergie, sorgenti inestinguibili di ispirazioni. Per la sua strana conformazione il Cairo ti disorienta, il Nilo divide la città in modo asimmetrico e scorre verso nord e questo a volte rappresenta un elemento di confusione, camminando per il centro – Down town – o come lo chiamano gli egiziani Wist el-Balad, è facile perdersi. Attraversando Wist el-Balad si incontrano una serie di piazze circolari, tutte simili e tutte con al centro una statua di un grande personaggio importante per la storia dell’Egitto. Queste piazze circolari e l’asimetria del percorso del Nilo fanno sì che le strade al Cairo non siano mai parallele, sebbene si abbia sempre l’impressione contraria. Wist el-Balad è il cuore dinamico e giovane del Cairo, ed è anche il nome di un gruppo musicale molto conosciuto che si rispecchia con la vita di questo quartiere. La loro musica Jazz è un continuo incontrarsi di sonorità occidentali (vagamente spagnole) e ritmi orientali, così come Wist el-Balad è un luogo vitale e produttivo di incontro tra artisti e creativi di ogni genere egiziani e occidentali vogliosi di comunicare e capire un mondo diverso. Questo mélange arabo-occidentale si ritrova al caffè Hurreia (Libertà). Il caffè Hurreia è uno dei pochi locali al Cairo, come dice lo stesso nome, dove vengono servite, liberamente e con disinvoltura bevande alcoliche (soprattutto la birra Stella principale marca locale), anche a clienti egiziani. Un antico e spazioso caffè con sedie e tavolini in legno e una serie infinita di specchi che riflettono continuamente i visi di queste persone; gli attimi di questi incontri e le idee che si muovono e si scambiano tra due mondi e due culture, fra una birra e un tè. Gli artisti egiziani (documentaristi, attori, coreografi, pittori.. ecc), si lamentano della poca considerazione che hanno all’interno della società. Il pubblico non li capisce, e il governo non li aiuta, finanziando solo i prodotti artistici altamente commerciali. La cultura è decisamente l’ultima ruota del carro per il rais egiziano e il suo staff. La maggior parte di questi artisti, segue uno stile indipendente, sperimentale. Hanno una linea fluida, disincantata e ancorata al presente, i loro lavori che ho avuto la possibilità di apprezzare: sono molto interessanti. Mi auguro che tutte queste idee, questo vivere e sentire egiziano, così ben rappresentato da queste opere non rimanga solo un riflesso nei vecchi specchi del caffè Hurreia, ma che riesca ad espatriare e ad avere un’eco al di fuori di questi confini.
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musica per esposizione © 2007 OP
Nel 2004, un amico pittore che risponde al nome di Ettore Frani inaugurò la sua prima mostra personale a Roma. Ettore Frani è anche un grande amico di quella banda di latitanti sonori che prende il nome di OBSOLESCENZA PROGRAMMATA. Questi ultimi si sentirono così in dovere di comporre e montare delle musiche che avrebbero dovuto essere l’ideale colonna sonora per la mostra. In quel caso, però, non se ne fece nulla.
Il tempo ha fatto il suo corso, finché nel 2007 musica per esposizione è diventata la prima release in CDR di PRIMOREGISTRAZIONI, inaugurando così tra questa e OP un rapporto che, come si vedrà, pare essere prolifico.
Sfizioso, se non altro.Tracklist:
1. posizionamento
2. campana suona per la prima volta
3. tutto si trasforma in tutto e nebbia esala dalla terra
4. riportare il silenzio
5. campana suona per la seconda volta
6. i giorni si susseguono per completare la vita
7. coro di voci nere (ovvero pesi sospesi in respiri)
8. campana suona per la terza volta
9. densa massa coprente
10. successivo destarsi
11. la veglia del tempoPER ACQUISTARLO (5 euro più spese di spedizione): http://www.myspace.com/obsolescenzaprogrammata
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detrito © 2007 OP
Non ci sono aneddoti rilevanti per detrito. Sicuramente è l’album più industriale (“servomeccanico” l’ha definito Dionisio Capuano su Blow Up 117, feb. 2008) del nostro catalogo. Con paragoni agli Einstuerzende Neubauten, ai Brise-Glace, ai 23 Skidoo.
Tracklist:
1. lullablues/de.intro
2. dance hell
3. ausfahrt
4. wavindha (un illusorio mantra)
5. citazione in coda sonicaPER ACQUISTARLO (5 euro più spese di spedizione): http://www.myspace.com/obsolescenzaprogrammata
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risulta © 2007 OP
Nasce quasi per gioco e il risultato è una totale schizofrenia sonora. Concepito come una raccolta di b-sides, come un’antologia di musiche di risulta, appunto, questo disco spazia sia per la quantità degli ospiti pescati in giro a offrire il proprio contributo, sia per i generi che si vanno a toccare (dal dub primitivo, alla techno più noise, al pop deviato, alle schitarrate ingenue con cori pseudo-satanici…). Il marchio OP non è mai stato tanto inafferabile. Noi siamo felici di averlo impresso su questo, ed altri, CDR.
Tracklist:
1. amianto
2. dubbio titolo
3. interludico
4. oggi come oggi
5. storia di un omino
6. a ufo
7. in capo all’anno (remiscelato da alberoscarso)PER ACQUISTARLO (5 euro più spese di spedizione): http://www.myspace.com/obsolescenzaprogrammata
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Noi italiani, on the road prima di Easy Rider
di Paolo D’Agostini (da Repubblica, Pagina 39 – Spettacoli, Lunedì 10 marzo 2008)
La regista di “I cannibali” e “Il portiere di notte” ripercorre le tappe del nostro cinema giovane di quegli anni. E ora gira “Albert Einstein”.
Gli americani erano interessati a “I cannibali”, ma dovevo cambiare il finale dove gli oppositori vengono ammazzati dalla polizia. Rifiutai.
Il cinema di Bertolucci, Bellocchio, Pasolini, e anche il mio, dimostrava che la nostra capacità di innovare non era finita con il Neorealismo.
Liliana Cavani diventa un fiume in piena se la solleciti sul “come eravamo” nel Sessantotto, secondo il cinema giovane di quegli anni di cui la regista emiliana – come gli altri due campioni della stagione Bellocchio e Bertolucci ma dall´educazione «scombinata e aperta, non borghese, non clericale» – fu protagonista.
«L´I Care caro oggi a Veltroni veniva allora dall´America: da lì arrivavano i venti di libertà, non certo dall´est comunista. C´erano Luther King e Malcolm X, i Kennedy, Marcuse e Berkeley. Io ero incantata. Seguivo Basaglia, mi appassionavo al Living Theatre, leggevo Foucault che negava lo scandalo del nudo. Proprio niente del Sessantotto, a partire da quello parigino, traeva ispirazione dal bagaglio ideologico della sinistra marxista. Verso il quale ero fredda, così come era stato il mio nonno anarchico. Fredda verso gli apparati. Le cose più belle e stimolanti venivano da un´altra parte. E quando sono arrivata a Roma non ho sentito alcun bisogno di iscrivermi al Pci come invece tanti altri colleghi. Questa estraneità agli apparati mi ha sempre messa in difficoltà. Quando agli inizi degli anni 60 facevo le mie prime inchieste per la Rai monocolore Dc, come La casa in Italia, sono stata censurata. Con il centrosinistra sono stata etichettata come criptocomunista. E il mio primo Francesco d´Assisi, figura che da persona libera di mente – non clericale né anticlericale – ho affrontato con spirito di scoperta trovandovi una ribellione al padre e un conflitto generazionale, non è piaciuto alla Chiesa. Mi sentivo in armonia con i movimenti di liberazione americani. Tra i miei primi soggetti, sotto l´influenza del Black Power, ce n´era uno che s´intitolava “Black Jesus”. Quante cose c´erano in movimento, quante cose di oggi vengono da lì. Quante cose stanno dietro alle candidature di Hillary e Obama».
Mentre sta completando il nuovo film per RaiFiction Albert Einstein (con il Vincenzo Amato di Nuovomondo) Cavani è oggetto di omaggio da parte della Cineteca Nazionale che dedica il programma di marzo della sua sala romana, il Trevi, dapprima a “Lou Castel, (l´anti) divo ribelle del cinema”, icona degli anni 60, che fu il suo Francesco nel ´66 (ce ne sarebbe stato più tardi un secondo: Mickey Rourke) oltre che protagonista di Grazie zia e I pugni in tasca. E poi agli “Schermi in fiamme. Il cinema della contestazione” dove è rappresentata da I cannibali, 1969, con Pierre Clementi.
Dopo tanti documentari e servizi per la Rai da metà anni 60 lei si avvicina al cinema scegliendo figure che, da Francesco a Galileo a Milarepa, hanno in comune una lettura non convenzionale della fede e della spiritualità, dell´autorità della Chiesa.
«Anche Galileo ha avuto le sue belle peripezie di censura. Curiosamente deve la sua maggiore diffusione alla San Paolo Film che lo mandava nelle scuole. Dopo gli studi in lettere antiche e glottologia, la vera università l´ho fatta con i documentari. Sul nazismo, sul comunismo, sulle donne nella Resistenza. A ripensarci mi fa ridere che ancora oggi stiamo a combattere con le quote rosa. Quando nel ´65 intervistai una donna che a 18 anni aveva guidato una battaglia partigiana a Bologna, alla mia domanda “per che cosa hai combattuto” mi rispose: “per la palingenesi, perché noi donne dobbiamo contare, non solo per cacciare i tedeschi”».
Le sembrano ridicole le quote rosa?
«No, niente è ridicolo se è necessario. Evidentemente è ancora necessario».
Il suo Sessantotto è I cannibali. Dal mito di Antigone una metafora della ribellione giovanile di quel momento. Ma, come tutto il cinema suggerito direttamente dal clima della contestazione, non piacque molto.
«Partecipò alla Quinzaine di Cannes, appena nata, e fu visto da Susan Sontag che lo portò a New York. Un circuito parallelo della Paramount mi offrì 120 mila dollari ma dovevo cambiare il finale dove gli oppositori vengono ammazzati dalla polizia».
E lei?
«Dissi di no. E pensare che la sensibilità on the road espressa da I cannibali precedette Easy Rider che non era ancora uscito. Il mio film fu il segnale di una nuova sensibilità che si andava affermando: mal vista da destra e da sinistra, da tutti gli apparati burocratici».
Ma i film “del Sessantotto” non piacquero al pubblico.
«Voglio ugualmente difenderli. Sono convinta che quello di Bernardo (Bertolucci, ndr), di Marco Bellocchio, di Pier Paolo Pasolini, e anche il mio, sia stato il nostro nuovo cinema. La dimostrazione che la nostra capacità di innovare non era finita con il Neorealismo. Un cinema critico che strideva con gli apparati, sia cattolico che comunista. Non poteva piacere a chi, nell´estate del ´68, non aveva espresso solidarietà a Praga invasa. La cultura d´apparato soprattutto di sinistra, una cappa che ci è pesata sulla testa, non sapeva come collocarlo. Avrebbe dovuto farci ponti d´oro perché eravamo una ventata di sprovincializzazione, eravamo il tempo presente».
Quando poi arriva Portiere di notte, ´74, diventa subito un manifesto della trasgressione.
«Non era ammissibile parlare dei nazisti come persone. Era tabù. Ricordo un dibattito sui Cahiers du cinéma tra Michel Foucault che difendeva il film e la redazione che aveva le bende sugli occhi e rappresentava una cultura blindata, ferma. Almeno in Francia si dibatteva d´ideologia, in Italia tutto si ridusse a stabilire – in censura – se fosse giusto che Charlotte Rampling facesse l´amore stando sopra. Credo davvero che il film aprì delle porte».
È vero che nel ´71 firmò il documento contro il commissario Calabresi sull´Espresso?
«Non ricordo di averlo mai fatto né di essere stata mai interpellata».
È sbagliata la sensazione che lei si sia spostata verso posizioni più moderate, a partire dalla scelta dei soggetti come la biografia di De Gasperi?
«De Gasperi dobbiamo solo ringraziarlo se allora ci è stato evitato il peggio». -
Taxi : Khaled El Khamissi : ISBN 9788887847147 © il Sirente
Taxi
di Khaled Al Khamissi■ Titolo Originale: Taxi
■ Traduzione dall’arabo di Ernesto Pagano
■ Pubblicazione: Settembre 2008
■ Collana: Spicchi di Luna
■ ISBN-13: 978-88-87847-14-7Taxi è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled El Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. “Taxi è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana,” dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, “è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà”.
Primo libro di Khaled el Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 7 volte nell’arco di un anno.PER MAGGIORI INFORMAZIONI SU TAXI:
Taxi : Khaled Al Khamissi : ISBN 9788887847147 © il Sirente
Khaled El Khamissi in Italia il 13 settembre 2008 -
© il Sirente : Sinossi
(1)
il Sirente è un progetto editoriale nato alla fine del 1998 e originariamente impegnato nella pubblicazione di saggi e testi scientifici, vertenti principalmente sul diritto e la politica internazionale. A distanza di nove anni, nel 2007, la cooperativa editrice si è rivolta verso la letteratura, senza mettere da parte il suo tradizionale ambito di interesse. Attualmente, il progetto conta una collana di diritto e tre collane di letteratura: “Fuori”, “Lunal” e “Esordienti”. Con il Sirente, i suoi quattro soci intendono semplicemente diffondere idee da essi condivise. Tutto ciò è reso possibile anche grazie al supporto di un’ampia schiera di amici e amiche.
(2)
il Sirente “Fuori” si caratterizza come collana potenzialmente aperta. Essa attraversa zone d’ombra, nascoste o marginali, zone di frontiera. Zone in senso geografico, anzitutto, attraverso la scoperta di opere e autori di riconosciuto valore in patria o all’estero, ma scarsamente o per nulla noti in Italia: un modo di far luce sul panorama letterario internazionale, al di là dei nomi noti, a partire dalle opere “prime” di ciascun autore. Ogni opera di questa collana – e la scelta di pubblicarla – è da parte sua caratterizzata da un discorso al livello di linguaggio e di contenuti: l’interesse ricade sia su lavori situati su un piano di rappresentazione surreale o fantastica sia su lavori che si confrontano con il tema della marginalità, o, meglio, delle marginalità.
(3)In questo quadro trovano collocazione i primi titoli della collana, provenienti per la maggior parte dal fecondo mondo della letteratura canadese, e in particolare della letteratura canadese francofona, oggetto spesso di una considerazione minore rispetto a quella anglofona. Troviamo qui autori come François Barcelo (Agénor, Agénor, Agénor e Agénor), Gaëtan Brulotte (La Rivelazione), André Carpentier (Taccuino sulla fine possibile di un mondo), Norman Nawrocki (L’Anarchico e il diavolo fano cabaret), ma anche le riflessioni dell’indimenticabile Pierre Clémenti sul sistema carcerario (Pensieri dal carcere), oltre ad attese novità dall’estremo oriente e dal centroamerica.
(4)La collana ha una sua identità grafica, con la prima pagina del libro in prima di copertina e l’immagine – foto, disegno o elaborazione grafica – in quarta. Duplice l’obbiettivo di questa scelta: ricordare al lettore che afferri per la prima volta il volume rigirandolo tra le mani la non univocità del reale e consegnare subito in faccia (e in mano) al lettore quella che speriamo essere la sua prossima avventura.
(5)
Dedicata al mondo arabo contemporaneo e con ciò caratterizzata da una forte identità di contenuti è la neonata collana “Spicchi di Luna”. La sua “missione” è far conoscere in Italia le realtà del vicino e del medio oriente, le sue sofferenze, i suoi problemi, le sue energie. Realtà non soltanto letterarie, ma anche artistiche, con pubblicazioni dedicate alle correnti artistiche arabe, così poco note in Italia. In ambito letterario intendiamo offrire ai lettori le novità emergenti di queste terre, caratterizzate da un taglio moderno e da uno stile attuale, consapevoli che attraverso gli scrittori, gli artisti e gli intellettuali è possibile creare un ponte di dialogo e di scambio tra culture diverse. E appunto, sarà un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana, Taxi di Khaled el-Khamissi, il primo titolo della collana.
(6)La collezione di letteratura “Esordienti”, infine, vuole essere una porta aperta per le nuove voci in lingua italiana, con un’attenzione particolare alla poesia.
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mu – o dell’inabissamento © 2007 OP
“Il pezzo più pregiato è il cd-r ep ‘Mu’, opera solista di ‘vibrazioni basse riprese nell’attimo rarefatto in cui si decidono allo scomparire inevitabile. Tre casi di evanescenza consapevole.’ Ignifugo è una controllatissima deriva di (parrebbe) frequenze radio su una tolda oscillante di basso. Sulfureo ha l’inerte passo marziale d’un incontro tra Brise-Glace e Test Department. Cosa Resta è sintesi non ripetibile della poetica di O.P.: un beccheggiare-loop, suono sub-marino e ronzare modulato che incapsula un lamento quasi umano girando ellittico nel vuoto creatosi.” – Dionisio Capuano su Blow Up 117, febbraio 2008.
Tracklist:
1. ignifugo
2. sulfureo
3. cosa restaPER ACQUISTARLO (5 euro più spese di spedizione): http://www.myspace.com/obsolescenzaprogrammata
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Chiarastella Campanelli, “Altriarabi” (9 marzo 2008)
TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO di Khaled Al Khamissi
Prendere un taxi al Cairo
di Chiarastella Campanelli, “Altriarabi” (9 marzo 2008)
Ecco un piccolo prontuario da tenere alla mano se intendete avventurarvi in un viaggio in Egitto fai da te… Tra i vari mezzi di trasporto messi a disposizione dalla grande metropoli egiziana, il taxi è sicuramente il mezzo più semplice. In qualsiasi giorno della settimana a qualsiasi ora della giornata, dovunque voi vi troviate ci sarà sempre un taxi che vi passerà davanti pronto a fermarsi appena gli farete un minimo gesto della mano… a meno che non siate estremamente sfortunati. La prima cosa da fare appena un taxi si ferma, dopo un breve saluto che potrebbe suonare “Assalamu aleikum” (che la pace sia con te) che agli egiziani fa sempre piacere, senza troppi preamboli (posizionandovi se siete una donna sola nel sedile retrostante e se siete un uomo nel sedile accanto al conducente), comunicategli la meta che intendete raggiungere. In Egitto non esiste un vero e proprio tariffario da seguire per il pagamento della corsa. In genere le persone si basano su dei prezzi convenzionali non scritti che si apprendono dopo un lungo periodo di permanenza e che variano a seconda delle condizioni del traffico e sicuramente a seconda di che tipo di cliente si siede nel taxi, i turisti hanno sempre dei prezzi maggiorati, è per questo che conviene non sfoggiare guide, occhiali da sole e macchine fotografiche, ma adattarsi agli usi del posto..contando sul fatto che nel 50% delle volte un italiano, specialmente se meridionale, potrebbe essere confuso con un abitante del luogo. Possiamo orientativamente dire che la tratta aeroporto – centro città costa dai 40 ai 50 pound, partendo dall’aeroporto conviene sempre prima della corsa accordarsi con l’autista sul prezzo della tratta, agli egiziani, come alla grande maggioranza degli arabi piace molto contrattare e molte volte se il cliente non tratta viene considerata persona di poco conto, più sarete tenaci e più riuscirete a farvi fare un prezzo ragionevole, o almeno il prezzo giusto per la corsa. In città una piccola tratta di 4/5 km, per esempio dall’isola di Zamalek al Midan Tahrir (Museo egizio), costa non più di 5 pound. Non lasciatevi intimidire da discorsi tesi ad impietosirvi, se sapete di aver pagato il prezzo giusto scendete sicuri di voi stessi chiudete la portiera e salutate anche se magari da alcuni tassisti arriveranno una valanga di maledizioni….pensate però che la professione del tassista al Cairo è stancante è difficile e se potete permettervi qualche lira in più che per voi sono pochi centesimi al tassista cambierà la giornata. Prendere un taxi al Cairo è sempre un’avventura che potrebbe essere assolutamente divertente, interessante, piacevole o il vostro più brutto ricordo. La gamma degli autisti è molto varia, spaziano da colti laureati ad analfabeti. Alcuni sanno bene l’inglese, altri qualche parola, con altri ancora se non conoscete qualche parola di arabo sarà assolutamente impossibile comunicare. Gli egiziani sono dei grandi intrattenitori, cantastorie formidabili, ma se siete nella giornata no in cui non vi va di parlare, ma solo contemplare il paesaggio dell’affascinante Cairo il conducente capirà all’istante e alzerà di buon grado l’audio della radio per farvi assaporare il Cairo al ritmo di musica araba….o prediche religiose se siete meno fortunati. Se siete invece vogliosi di conversare, sicuramente la prima domanda sarà: “da dove viene?” E a quel punto rispondere che siete italiani andrà a vostro favore, gli egiziani hanno un’estrema simpatia per gli italiani che considerano molto simili, vi diranno “Ahsan an-nnasuu” (la gente migliore) e inizieranno a parlare di qualche calciatore, se non vi intendete di calcio fate finta di essere buoni intenditori per non togliere il tono allegro della conversazione. Se malauguratamente il tassista vi chiede di che religione siete avete due opzioni: cristiani o musulmani, se non volete essere vittime di prediche su paradiso e fine del mondo è meglio non dire che siete ebrei o atei perché tenteranno in tutti i modi di convincervi che l’Islam è l’unica religione, chiaramente se il tassista è musulmano, difatti al Cairo c’è una buona minoranza di cristiani coopti ortodossi….ve ne accorgerete guardano il polso dell’autista, se ha una piccola croce tatuata è sicuramente un cristiano. Buon viaggio! e quando scendete non dimenticatevi di ringraziare “Shuukran” e di fare qualche buon augurio al tassista, come “rabbina maak” (Egiziano colloquiale “che Dio sia con te”).
L’ultimo consiglio, che vi do di cuore, prima di partire o appena tornati leggete “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” di Khaled Al Khamissi (Editrice il Sirente, 2008)… vi catapulterà di colpo nel fascinoso caos della grande metropoli, regalandovi ottimi spunti per il prossimo viaggio o offrendovi qualche ricordo che pensavate dimenticato del vostro ultimo viaggio al Cairo.Diventato ormai un classico della letteratura Egiziana contemporanea, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” è viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani sono degli amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia. Autentico ritratto di un paese a ridosso del crollo di un’epoca, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” è stato scritto nel 2007, considerato il primo libro di successo scritto in dialetto egiziano ha lanciato una nuova tendenza letteraria. A oggi è tradotto in dieci lingue.
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Clementi pensieri dal carcere
(da Il Mattino, Cultura Napoli del 07/03/2008)
Si intitola «Pensieri dal carcere» il libro di Pierre Clémenti, uscito in Francia nel 1973 e ora pubblicato in italiano grazie alla casa editrice Il Sirente de L’Aquila (pagg. 143, euro 12,50), che sarà presentato oggi a Napoli, presso la libreria L’ibrido di via San Sebastiano. Figura-simbolo della ribellione, della trasgressione e dell’anticonformismo, Clémenti (morto a 57 anni nel 1999) ebbe una vita alquanto spericolata. Interprete negli anni ’60-’70 di film in cui divenne un’icona della controcultura, nel decennio tra il 1961 (quando sbarcò alla Stazione Termini a Roma) fino al 1971, quando fu arrestato per detenzione di droga, trascorse più tempo in Italia che in Francia.
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Rahel Francesca Genre
Rahel Francesca Genre (Zurigo, 14 aprile 1978) è una traduttrice e attrice italiana.
Ha studiato Storia Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto in Piemonte, Sicilia e Montpellier (Francia, 1985-86) e Roma, dove attualmente vive e lavora. Dal 1996 al 2005 ha lavorato con la Compagnia Teatrale Lo Scaldabagno di Roma. Ha lavorato cinque anni per l’Esecutivo della Chiesa valdese in Italia. È autrice di traduzioni dal francese e tedesco, tra cui recentemente il romanzo Tout sur nous di Stéphane Ribeiro per Castelvecchi, Dans la Cité. Réflexions d’un croyant di André Gounelle per l’Editrice Claudiana e il romanzo L’emprise di Gaëtan Brulotte (pubblicato nel 2008 dall’Editrice il Sirente con il titolo Doppia esposizione).
PER ULTERIORI INFO SULL’ATTIVITÀ DI RAHEL:
@ rahel.genre@gmail.comFONTE: Rahel Francesca Genre. (27 maggio 2008). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 1 giugno 2008, 17:17 da http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Rahel_Francesca_Genre&oldid=16383413.
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Ernesto Pagano
Ernesto Pagano approda al Cairo nel 2005 con l’intenzione di imparare l’arabo della gente comune, oltre all’arabo del Corano, studiato per anni all’università.
Inizia a fare conoscenza col paese proprio attraverso le lunghe chiacchierate coi tassisti, rappresentanti delle più svariate tonalità di colore della società egiziana. Allo stesso tempo, interagisce con l’Egitto attraverso la sua attività di ricerca in campo islamologico.
Dopo la laurea, fa ritorno al Cairo come collaboratore dell’ufficio stampa all’Ambasciata Italiana. In seguito inizia a lavorare per una Ong italiana come consulente per le attività culturali.
È in questo frangente che cura e traduce una raccolta di storie popolari egiziane edita da un piccolo editore sardo, collabora con giornalisti egiziani per la produzione di trasmissioni radio indipendenti, fa il formatore di migranti analfabeti, collabora come autore, interprete e fixer alla realizzazione di un documentario sulla megalopoli Cairo prodotto da Raitre.
Attualmente scrive d’Egitto, di Islam e di Medio Oriente in varie testate cartacee e online.
Si dice che chi beve l’acqua del Nilo è destinato a rimanere legato all’Egitto per tutta la vita. Forse Ernesto l’ha bevuta senza accorgersene, visto che da ormai tre anni rimane ancorato alla terra del grande fiume senza nessuna intenzione di fare ritorno a casa.”PER ULTERIORI INFO SULL’ATTIVITÀ DI ERNESTO:
@ er_pagano@yahoo.it -
Taxi: cuori palpitanti, cuori malati del Cairo
di Daikha Dridi (da Babelmed, 23/05/2007)
Si tratta di un piccolo libro che non si può veramente inserire un una categoria precisa, scritto da un regista che ha deciso di parlare agli abitanti del Cairo dei loro tassisti e che ha avuto un tale successo nelle librerie del Cairo, che è stato ristampato per la terza volta in pochi mesi. Taxi (Conversazioni in viaggio) di Khaled El Khamissi è in primo luogo una sorprendente idea di semplicità: 58 storie di conversazioni con i tassisti del Cairo, che l’autore ha messo insieme nel giro di un anno. Non c’è bisogno di aggiungere, che l’autore-narratore ha preferito scomparire dietro le parole dei taxi driver: le situazioni che Khaled al Khamissi racconta con minuziosità e semplicità non hanno bisogno di imballaggio o di rivestimento esplodono davanti ai nostri occhi con tutta l’evidenza che non ci prendiamo mai la briga di scrutare. La cosa ancor più degna di nota è che l’autore, che non nasconde nella sua introduzione il suo affetto per i tassisti, spesso odiati e stigmatizzati dai Cairioti, non è idealizzato e semplicistico. I tassisti non sono fatti tutti della stessa pasta, alcuni ci emozionano, alcuni ci fanno ridere fino alle lacrime, altri sono odiosi o addirittura assolutamente detestabili.
Nella sua introduzione, l’autore inizia ricordando quello che spesso i clienti dei taxi dimenticano, quando prendono un taxi al Cairo: “Nella stragrande maggioranza i tassisti fanno parte della classe sociale economicamente più svantaggiata, la loro professione è spossante, lo stare continuamente seduti in auto demolisce le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo distrugge il loro sistema nervoso, i perpetui ingorghi li stancano mentalmente e la corsa dietro i mezzi di sussistenza – corsa nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi, aggiungete a questo le trattative le controversie con i clienti circa l’importo da pagare, in assenza di prezzi standard e le molestie da parte della polizia, che rispetto ai metodi del Marchese de Sade non sono niente”.
Sono più di 80000 al Cairo che girano giorno e notte, una delle poche città al mondo dove indipendentemente dall’ora, a tarda notte o di mattina presto, qualunque sia il quartiere in cui si trovano, è garantito vedere un Taxi passare, e sono, dice Khamissi “come una vasta gamma della società che va dagli analfabeti ai laureati (non ho finora incontrato un tassista con un dottorato di ricerca).” Le loro privazioni materiali, che sospettano, ma su cui raramente si soffermano, Khamissi le rende con una sorprendente intimità, le storie della loro vita o i piccoli aneddoti che la dicono lunga e che vengono spesso raccontati con humor, un umorismo che gli invidiamo, in quanto è educatamente disperato . Il più anziano tra i tassisti incontrati da Khamissi, un vero monumento, che lavora da 48 anni e al quale l’autore chiede divertito “la morale della sua storia”, dopo tanti anni passati in un taxi, risponde: “Una formica nera su una roccia nera in una notte buia Allah l’aiuta… ”
Ma l’intimità di questa miseria non è raccontata timidamente, si svolge davanti ai nostri occhi confusi dalla forza e dalla semplicità delle parole di queste persone che hanno smesso di lamentarsi già da molto tempo. Uno di loro è riuscito a sventare tre incidenti durante il viaggio con lo scrittore, addormentandosi alla guida, perché apprendiamo “che sono tre giorni da quando sono entrato nel taxi e non sono più uscito, mi restano solo tre giorni prima della scadenza per il pagamento dell’auto. Mangio qui, bevo qui, non lascio la macchina se non per urinare, e non dormo, non posso tornare a casa perché viviamo di quello che guadagno in un giorno, se rientro a casa dovrei spendere per far mangiare i bambini e mia moglie “.
Ma lungi dal fare di Taxi un saggio sull’indigenza dei tassisti del Cairo, Khamissi ci trasmette anche il loro pensiero sulla situazione nel loro paese, la derisione sul loro leader, la loro rabbia contro la corruzione nella polizia. Ad un tassista visibilmente arrabbiato, il narratore chiede gentilmente cosa c’è che non va, il tassista inizialmente dirige la sua rabbia contro Khamissi poi accetta di dirgli tutto: “Ho preso un cliente a Nasr City che mi ha chiesto di portarlo a Mohandissine (dall’altra parte della città, Ed), quando siamo arrivati dopo un traffico micidiale e tutto il resto, non sapevo che era un poliziotto, scendendo si è messo a gridare: ‘la patente figlio di un cane! “. Gli ho chiesto il perché, visto che non avevo fatto niente, gli ho mostrato la patente e gli ho dato 5 Lire, mi ha detto che non erano sufficienti, gli ho dato 10 Lire, le ha rifiutate, ha preso poi 20 Lire ed è sceso il figlio di puttana, e io giuro che è tutto quello che aveva in tasca dopo aver fatto benzina. Che Dio distrugga la loro vita come loro distruggono la nostra. ”
Ma se il narratore è taciturno, ci sarà sempre un tassista per distenderlo aggiornandolo sulle ultime novità in Egitto: “Sembra che un egiziano ha trovato la lampada di Aladino, strofinandola il genio è uscito per dirgli che avrebbe realizzato qualsiasi desiderio. Lui ha chiesto un milione di Lire. Il genio della lampada gliene da solo 500. Perché? Protesta l’uomo, il genio risponde, il governo ha un business con la lampada facciamo fifty-fifty “.
Altri ancora dicono a Khamissi che piangono per l’Iraq, ci avevano vissuto prima dell’invasione americana e ora hanno la sensazione ingrata di non poter fare niente per aiutarli “gli iracheni ci hanno sempre accolto con un incredibile ospitalità, e ora che hanno bisogno di noi, li guardiamo morire da lontano. ”
L’Iraq è molto presente nelle bocche dei tassisti Cairoti e anche l’America: “bisognerebbe fare e parlare come gli americani: eliminiamo la parola ‘Americani’ e diciamo ‘bianco protestante irlandese d’america’, ‘Nero musulmano d’america ‘,’ ispanico d’america ‘,’ nero protestante d’america ‘, esattamente come loro dicono; cento sciiti d’Iraq sono morti, due sunniti d’Iraq sono morti e i figli di puttana dei nostri giornalisti, ripetono per tutto il giorno la stessa cosa. Io ascolto La radio tutti i giorni e mi avvelena il corpo ascoltare queste cose “.
Khaled Khamissi ci fa visitare un Cairo vivo, attraverso porzioni di reale, che non corrispondono né ad un’immagine asettica che il governo vorrebbe dare a milioni di turisti che visitano ogni anno la città, né fantasmi letterari o cinematografici prodotti da un certo numero di scrittori o registi Egiziani. La scrittura di racconti brevi, che siano divertenti o deprimenti, storie che raccontano i tassisti sono uno dei migliori documentari che è stato fatto sul Cairo. Non vi è alcun dubbio che l’autore dedica il suo libro “alla vita, che abita le parole della povera gente, forse quelle parole riempiranno il nulla che abita in noi da tanti anni”.(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici
(da Baheyya: Art Commentary Media)
“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”, ha detto il libraio a proposito di Taxi di Khaled al-Khamisy. Ha ragione su una cosa: è impossibile lasciarlo un attimo (ma i miei amici dovranno acquistare le loro copie da soli). Si tratta di una semplice, ma profonda idea graziosamente composta artificiosamente messa in atto. In un primo momento, non mi convinceva il potenziale di cliché, che la raccolta di storie di tassisti del Cairo avrebbe condensato. L’idea è geniale, il prodotto potrebbe essere disastroso. Mi aspettavo pagine paternalistiche, un trito e ritrito di “analisi”, o prediche di morale, o una superficiale esposizione il cui unico scopo è quello di mostrare la brillantezza dell‘autore. Ma dalle prime pagine, lo sceneggiatore, scrittore e scienziato politico Khaled al-Khamisy rende perfettamente chiaro che è un ottimo ascoltatore e un fedele trascrittore, con un fine orecchio per la comicità, e un orecchio acuto per le storie tragiche dei taxi Driver. In altre parole, l’autore fortunatamente ci fa il favore di trattenere la sua sentenza e si astiene da conferenze, ci trasmette le conversazioni senza giudizi, ricche di humour, pathos, e sorprendente intuizione.
Il libro include le conversazioni con gli autisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, anno in cui l’autore si basava quasi esclusivamente sui taxi per muoversi in giro per la città. Questo lo ha esposto allo scenario umano incredibilmente variegato che costituisce i tassisti della capitale. Chiunque usi i taxi e presta la minima attenzione sa che non esiste più un prototipo di taxi driver (se mai c’è stato). L’elevato tasso di disoccupazione e sottoccupazione, l’aumento del costo della vita, e la legge del 1990 che consente ad un veicolo di qualsiasi anno di essere trasformato in un taxi hanno cospirato facendo aumentare drammaticamente il numero e la diversità dei taxi e dei loro autisti (80000 taxi considerando solo il Cairo, senza la sua periferia, dice al-Khamisy). I tassisti ora sono i colletti bianchi dei dipendenti statali, i professionisti dai colletti blu-nero, e gli studenti universitari. Sono di varie fasce di età, da un conducente che ha appena ottenuto la patente a uno che guida dal 1940. Una buona porzione di tassisti hanno svolto studi universitari, e tutti hanno storie da raccontare.
Dopo una breve e agile introduzione, al-Khamisy procede a raccontare 58 incontri con i tassisti di tutti i ceti sociali (compresa una disputa fin troppo credibile tra un taxi driver e la figlia dell’autore di 14 anni che prendeva il taxi da sola per la prima volta). Le storie sono testuali, atmosferiche, e molto diverse, vanno dalle descrizioni delle aspre lotte per ottenere un qualche soldo guidando un taxi in condizioni estremamente negative, fino ai suggestivi ricordi e alle storie personali dei tassisti (particolarmente toccante è il film “buff” che per 20 anni non era riuscito ad entrare in una sala cinematografica), alla critica sociale e alle analisi (specialmente interessanti sono i tassisti che criticano la funzione degli spot televisivi, e il conducente che fa una penetrante analisi della diminuzione delle proteste in Egitto dal 1977) , Alle speranze e alle aspirazioni dei tassisti (il tassista che sogna ad occhi aperti un viaggio intorno al continente africano).
Una delle più notevoli, divertenti e penetranti serie di storie sono quelle dedicate alla politica, in particolare quelle conversazioni che si occupano di Hosni Mubarak, e delle sue elezioni presidenziali. E qui va il grande credito a ‘al-Khamisy che trascrive fedelmente sia quelle opinioni a favore sia quelle contro il perenne presidente, e così facendo indica un punto sottile: è sbagliato generalizzare l’opinione pubblica egiziana rifacendosi a poche decine di esempi, o trattando i tassisti come “autentiche” voci di “strada”. Per fortuna, questo tipo di esistenzialismo e finto-populismo è completamente assente dal libro. Per qualiasi corrispondente e “analista” estero che ritiene che il “polso della strada egiziana” si percepisca attraverso il semplice scambio di poche parole con un tassista, Il libro di al-Khamisy è un potente rimprovero. Infatti, una delle sue grandi virtù è di salvare i pareri dei taxi-driver da analisi profonde e salvare gli stessi taxi-driver dall’onere di rappresentare alcune scontante, confortanti, ma inesistenti definizioni di “uomo qualunque”.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Le peripezie di un passeggero in un taxi cairota
di Soheir Fahmi (da Al-Ahram Hebdo)
Attraverso una serie di conversazioni con i tassisti del Cairo, Khaled el Khamisi ci immerge in un mondo nel quale è possibile toccare con mano le preoccupazioni della gente semplice, la loro saggezza, il loro humor e il loro sguardo sul mondo della politica. Un testo che la dice lunga sullo stato della società egiziana e del mondo che la circonda.
I taxi del mondo sono tutti diversi. I tassisti del mondo sono tutti diversi. Essi rappresentano indubbiamente il luogo dove si svolgono i loro via vai continui. Essere un tassista in una metropoli come il Cairo è una professione unica. Irritante ed entusiasmante allo stesso tempo. All’interno di queste vetture, spesso in cattive condizioni a causa degli infiniti ingorghi e delle interminabili attese, inizia la conversazione tra il tassista e il suo cliente. Conversazione, che può toccare tutti gli aspetti della vita, ma che spesso ruota attorno alla politica e alle questioni sociali che vive l’Egitto. Khaled el Khamisi, con sobrietà e moderazione, ma anche con umorismo, va a caccia del mondo interiore e del pensiero di questi uomini, che sono i portavoce di un significativo strato di egiziani. A piccoli tocchi costruisce un quadro sfumato di questi uomini che subiscono l’inquinamento e il caos della strada egiziana. Parlare di ciò che li preoccupa gli da modo di trascendere un quotidiano che li violenta. Il diluvio di parole che emettono è spontaneo e disordinato. Tuttavia, suggerisce una sapienza di vita e uno sguardo originale sulla realtà. Khaled el Khamisi si mette all’ascolto di questi emarginati dalla vita politica, che in modo semplice e in poche frasi svelano le preoccupazioni di tutti i giorni. Si pongono domande, ma per la maggior parte dichiarano avere delle posizioni ferme. Contro o per Mubarak contro gli Stati Uniti e dalla parte dei palestinesi e degli iracheni, contro la corruzione e a favore dei non abbienti di cui fanno parte, contro il potere e la polizia, contro i proprietari di auto e dalla parte degli altri taxi Driver e delle partite di calcio. Sotto la penna di Khamisi, finiscono per realizzare un affresco in cui, come in un puzzle, i vari pezzi sono stati messi al loro posto. Ciononostante, il cliente, in questo caso, Khaled Khamisi, non è un semplice passeggero impersonale e imperturbabile. Attraverso vari quartieri del Cairo, come tutti i passeggeri in un taxi Cairota, tesse un certo legame con l’autista. Legame, che forse ha l’obiettivo di superare un soffocante “qui e ora”, contro il quale sono indifesi. Una saggezza che gli egiziani, attraverso le loro lunghe peripezie con le autorità hanno imparato a conoscere.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Taxi: A pieni fari sull’Egitto di oggi
di Dora Abdelrazik (da L’équipe d’Alif, 25/02/2007)
Taxi, l’ultimo libro di Khaled Al Khamissi, vi accompagna nell’Egitto di oggi. Attaccate le cinture.
Lasciatevi trasportare a bordo del taxi di Khaled el Khamissi. 58 viaggi attraverso i quali il narratore, e il conducente del taxi (un tassista diverso per ogni viaggio), vi racconteranno l’Egitto di oggi.
All’orogine di questo lavoro sulle conversazioni tra l’autore e i tassisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, ci sono degli aneddoti che testimoniano e riflettono la società egiziana. Appena un mese dopo la sua pubblicazione, è diventato un Best Seller e il libro è già alla sua terza edizione. L’autore si augura che Taxi sia presto tradotto in inglese e magari più avanti in francese.Dedicato alla “vita” come le pagine, i viaggi si susseguono e sono tutti diversi. Essi sono pieni di dolcezza, di dolore, di sogni e delle paure del popolo egiziano. Man mano che questo mezzo di locomozione, così intimo e così pubblico, avanza si svelano i segreti. Questo libro dedicato “Alla vita che abita nelle parole della povera gente” è innanzitutto un’opera letteraria che vuole essere umana.
L’essere umano è la base di questo libro, con parole semplici, chiare, “l’uomo della strada” esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.
L’autore Khaled Al Khamissi, un uomo dai diversi talenti, giornalista, regista, produttore e scrittore, dall’infanzia appassionato del mondo delle parole.Figlio del famoso scrittore Abdel Rahman Al Khamissi, ha voluto esprimere attraverso il ‘popolo’ le cose più semplici. Naturalmente e spontaneamente, attraverso queste persone che, come voi e me, pensano, riflettono, ma che in fondo al loro cuore chiedono solo un orecchio attento che li ascolti.
Per l’amante di una prostituta questo orecchio è quello di Khaled al quale il tassista si confida e si confessa facilmente perché, alla fine, non rivedrà mai più il suo cliente, e può quindi lasciarsi andare liberamente. Da un autista amante di una prostituta, a quello che critica le elezioni presidenziali, come dice l’autore, “le loro parole sono luminose” portano con sé la bontà dell’uomo egiziano.
Scritti con facilità, questi racconti ci portano alla confessione di una società che sta vivendo una vera e propria crisi di identità e si sente violentata.
Di fronte a questo successo, ci si chiede perché ha impiegato così tanto tempo a donarci queste storie? A questa domanda risponde con onestà e semplicità “per il timore di non essere all’altezza dei miei pari”.
Oggi, senza tabù o censura si riscopre il vero volto della terra dei faraoni attraverso un viaggio semplicemente “umano”.(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Taxi su Al-Ahram Hebdo, Service Courrier, rue Galaa, Le Caire
di Amina Hassan (da Al-Ahram Hebdo)
Il libro, composto per la maggior parte da estratti di conversazioni che l’autore ha intavolato con i taxi driver del Cairo durante i suoi numerosi viaggi in giro per la città, esprime con forza le loro testimonianze sulla quotidianità, l’attualità politica ed economica le loro diatribe contro il potere e la loro sfiducia nei confronti di tutte le autorità. Talvolta narratori che partono dall’esaltazione verbale per poi passare alla malinconia, le loro storie sono una grande sfilata di idiomi e di “parlate” di tutti i tipi, impregnate dalle difficoltà quotidiane. La loro voce nomade vagabonda, si presta alternativamente ad ogni monologo interiore. E’una voce discorsiva, che cerca di smascherare la realtà per capirne il senso. Dalla confessione di uno degli autisti: “Per tanto tempo ci siamo lasciati trascinare dalla ricerca del pane quotidiano che abbiamo così abbandonato ogni tentativo di reclamo o contestazione”.
Armati di una punta d’ironia, portati dalla loro presenza temporanea alle confidenze, il loro punto di vista è frontale, di coloro che non si imbarazzano, i Taxi driver autorizzano l’autore a descrivere con passione il più piccolo fatto fino adesso taciuto. Egli riparte un po’ più “iniziato” ad un Egitto dove sa intavolare argomenti politici, filosofici e sociali, di una rara e precisa eleganza, con un piglio riflessivo, invocato per scuotere qualsiasi conformismo.
L’autore disegna in positivo quello che questa casta di conducenti, ha di più attraente. Scritto in dialetto egiziano, questa letteratura dall’accento divertente, ci trasporta in una categoria di immaginario contemporaneo di combattimento, dibattiti, preoccupazioni battagliere che prefigurano un Egitto verso un futuro di cambiamento e resistenza. L’opera completa resta aperta su una breccia dove si profila già più di un libro, più di una confessione.
(traduzione di Chiarastella Campanelli)
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Indispensabile premessa
(dall’introduzione di Taxi)
Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
(traduzione di Ernesto Pagano) -

Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore
di Franco Capacchione (da Rolling Stone, marzo 2008)
Nel 1971 Pierre Clémenti, icona perfetta del cinema mitico, firmato Roche, Pasolini, Garrel, Bertolucci, Buñuel, è arrestato a Roma per droga. Viene rilasciato per insufficienza di prove, ma riceve anche un folgio di via. Tornato in Francia scrive questo diario. Magnifici flashback svelano i suoi inizi in teatro a Parigi, ancora goffo nel porgersi allo sguardo dello spettatore. Poi, gli incontri italiani: Visconti che gli dà una piccola parte in Il Gattopardo e quando lo vede per la prima volta gli dice: «Per un giubbotto nero, hai mani da principe…»; Buñuel, con un «volto favoloso, lavorato dalla vita, pesante e scavato»: per lui, Pierre è davanti alla macchina da presa in Bella di giorno e La via lattea. Infine, Fellini: lo vuole nel Satyricon, ma lui rifiuta: «Era come la Fiat, centinaia di attori, migliaia di operai, di figuranti, di artigiani all’opera per mesi, una città intera da costruire e da abitare…». Clémenti, che fu anche regista, è morto nel 1999. Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore.
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Dibattito su Pierre Clémenti
Venerdì 7 marzo ore 18, 30
presso la libreria Librido via San Sebastiano 39, Napoli
parliamo del libro ‘Pensieri dal carcere’ di Pierre Clémenti
Editrice il SirentePierre Clémenti (Parigi 1942-1999), attore e regista, ribelle e anticonformista. Ha lavorato da attore principale in numerosi film con registi come Bertolucci (Partner, Il Conformista), Pasolini (Porcile), Cavani (I Cannibali), Bunuel ( Bella di giorno, La via lattea). Nel ’71 viene arrestato per detenzione di droga e incarcerato per più di un anno nelle prigioni di Roma. Rilasciato per insufficienza di prove, non potrà più far ritorno in Italia. In seguito a questa esperienza scriverà questo libro.
“Sogno lei, signor ministro della Giustizia. (…) Dice a se stesso: però rappresento la giustizia di questo paese. Ma è all’altezza? Rendere giustizia è una cosa sacra. Lei può guarire o distruggere. Lei ha la scelta, lei è il ministro. Ed è forse questo a turbare il suo sogno. (…) I deboli sono senza difesa tra le sue mani. Lei potrebbe così diffondere la luce nelle menti. Ma non lo fa, e questo finisce per tormentarla. (…) Credo che sarebbe bene che in una notte di insonnia lei prendesse la macchina e andasse verso mezzanotte, l’una, a vedere un po’ quello che succede alla Santé. Penso che le apriranno. (…) Entri, faccia accendere le luci, veda più da vicino ciò che disturba le sue notti. Guardi un mondo dove tutto va cambiato, tutto va inventato. Non si tagli le vene. Respiri e crei. La saluto.
Pierre Clémenti”PER MAGGIORI INFORMAZIONI:
https://www.sirente.it/9788887847123/pensieri-dal-carcere-pierre-clementi.htmlEVENTO SEGNALATO SU:
http://www.manifestazioni.com/manifestazioni/manifestazione/c822680b01
http://napoli.bakeca.it/eventi-feste/parliamo-del-libro-pensieri-th7e2218803
http://www.belpaese.it/napoli/na_evento_9327.html
http://www.inagenda.info/index.php?id=48993&PHPSESSID=2b7839fcbddbc1a844375616213f5f90
http://www.planetnews.it/2008/dibattito-su-pierre-clementi/
http://technorati.com/posts/shqm3BQc2Ifk%2BPjP2bX2Q7NO78m6LLA%2FbTnnd7AC6Js%3D
http://www.plim.it/bg/dibattito-su-pierre-clementi/20080227
http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20080307&ediz=NAZIONALE&npag=42&file=DEF.xml&type=STANDARD -
SCATOLE SONORE
rassegna di musica, arti visive e performative –
rialtosantambrogio
via s.ambrogio, 4 – Roma
06 68133640giovedì 6 marzo ’08
h. 20:30 esposizione foto:
ALESSIA CERVINIh. 20:30 reading:
SCRITTORI SOMMERSI http://www.myspace.com/scrittorisommersih. 22:00 performance:
FRANCESCA BONCI
h. 22:30 concerti:
OBSOLESCENZA
PROGRAMMATA
http://www.myspace.com/obsolescenzaprogrammatahttp://www.myspace.com/cuboaa __________________________________________________________
ALESSIA CERVINI, nasce a Roma nel 1973. Comincia molto presto a sviluppare un interesse per la fotografia che porterà avanti costantemente in maniera amatoriale fino al 2001, anno in cui consegue il diploma di laurea in scienze dell’educazione ed inizia a lavorare come educatrice in ambito psichiatrico e dell’handicap. Parallelamente comincia a dedicarsi alla fotografia in maniera più approfondita, iniziando una ricerca personale sulle immagini. In particolare si occupa di stampa tradizionale in bianco e nero, di insegnamento, dello studio della storia e della critica fotografica.
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2007 – collettiva, festival internazionale di fotografia di Roma “FotoGrafia”
2006 – visiting artist, Syracuse University, Syracuse
2006 – collettiva, “Per la musica 2” a Castelluccio della Foce, Siena, a cura di Peter Noser
2004 – slide show, Nuova Galleria Campo dei Fiori, Roma
2004 – slide show, Rashomon, Roma
2003 – visiting artist, Syracuse University, Firenze
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Le opere presentate sono frutto di una ricerca lunga e faticosa. In questi anni ho cercato di trovare una strada personale nel fare immagini.Ho sempre pensato che la fotografia potesse uscire fuori dallo stereotipo di documento o di copia della realtà. Ho voluto raggiungere un certo livello di qualità ed ho capito che la conoscenza approfondita della tecnica mi avrebbe aiutata a lavorare meglio. Non avrei potuto dare alle mie immagini il senso che hanno se non avessi studiato e poi fatto mie le regole dell’esposizione e del sistema zonale, soprattutto perché l’elemento primo del mio lavoro è la luce. La maggior parte del mio lavoro è fatto di paesaggi, ma li chiamerei spazi. Quando scatto, non mi colpisce solamente il luogo: si aggiunge l’atmosfera, la sensazione che provo e soprattutto il tipo di luce che trovo. Molto tempo fa mi trovai in un luogo dove avrei scattato volentieri, ma non avevo con me la fotocamera. Tornai in quel luogo molte altre volte con l’attrezzatura, ma non scattai mai. Capii allora che non era quel particolare paesaggio che mia aveva colpita, ma la luce che c’era in quel giorno; aveva reso un semplice paesaggio qualcosa di straordinario e diverso. E’ anche per questo che vedo tutto il mio lavoro lontano dal clamore che circonda tanta fotografia attuale, quella reportagistica, quella modaiola, quella autoreferenziale…Chi si avvicina alle mie immagini dovrà trovare un proprio modo di entrarvi perchè non voglio costringere lo spettatore a vedervi qualcosa che scelgo io; sarà lui a scoprirlo, lentamente. Si troverà di fronte ad una scena e non al mio sguardo.Tutto quello che vedrete è scattato e stampato con metodi tradizionali analogici. Mi piace pensare di poter mantenere in vita il mistero e l’attesa, che la comparsa dell’immagine latente sul foglio di carta in camera oscura ci costringe a vivere.
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SCRITTORI SOMMERSI, nasce dall’intento di creare una rete estesa sul territorio che sappia raccogliere tutte quelle talentuose penne a cui l’editoria italiana non dedica la propria attenzione, perché troppo ligia alle leggi di mercato.
La nostra antologia vuole essere un biglietto da visita, frutto di un’eterogeneità di stili e di omogeneità di intenti.Scrittori Sommersi mira dunque a diventare un punto di riferimento per tutti quegli emergenti costretti a pagare per vedere pubblicate le proprie opere, perché demotivati da un’editoria che troppo spesso antepone la vendibilità alla qualità.
La strada da noi scelta è quella di mettere sullo stesso piano la lettura delle opere altrui e la nostra scrittura, in modo da avviare un reale processo di confronto da cui trarre reciproco supporto.
Crediamo che il mercato editoriale sia una realtà da condividere e non da spartire tra i soliti noti, e che una letteratura nuova e di qualità possa risvegliare l’attenzione e l’interesse dei lettori.
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FRANCESCA BONCI, nata a Roma il 27/08/1967 inizia a studiare danza a Roma nel 1987 al Centro Mimma Testa (allora CID – Centro Internazionale di danza), segue laboratori e seminari a Roma e all’estero con diversi maestri di danza contemporanea tra cui Solene Fiumani, Cloude Coldy, Roberto Sylva Itza, Lucia La Toure, Giorgio Rossi etc…
Nel 1996 entra nella compagnia Altro Teatro diretta da Lucia La Toure dove rimane fino al 2001 danzando in tutte le produzioni della compagni nell’arco della sua permanenza.
Parallelamente alla danza contemporanea dal 1990 al 1995 lavora con due compagnie di teatro di strada: il Filoforete, con cui viaggia anche in Spagna e in Francia, e la compagnia AriaAcqua-SoleTerra-MareFuoco.
Dal 1995 conduce laboratori di danza contemporanea con adulti (con cui crea numerosi spettacoli) e adolescenti (dal 1999 al 2005 conduce un laboratorio nel I Liceo Artistico di Roma).
Dal 2002 segue in Italia e all’estero, dietro selezione, workshops con Akran Kham; Antony Rizzi (danzatore Forsythe); Mia Lowerence; Anna Theresa de Kesmaker; David Zambrano, Yasmeen Godder, etc…
Dal 2003 inizia lo studio di un “modello di sistema complesso”, entra nella scuola di formazione biotransazionale dove approfondisce la conoscenza appunto della teoria dei SCAC acronimo per Sistema Complesso Articolare Chiuso, avviando così una fase di ricerca, attraverso anche la sua attività di formatrice, per strutturare dei livelli di connessione tra l’approccio biotransazionale e la danza contemporanea. E’ durante questa fase di ricerca che incontra il lavoro di Silvia Rampelli e della sua compagnia Habillé d’Eau con cui intesse un discorso articolato, tutt’ora vivo.
“Studio in rosso” nasce all’interno di questa ultima fase in cui il livello più propriamente teorico dello studio del modello dei SCAC, ha sostenuto il lavoro concreto corporeo di danza, nella costante ricerca di una grammatica e sintassi comunicativa adeguate alla necessità di manifestare ciò che nel corpo circolavaUltime produzioni
• 2000 Intriniblà
• 2001 5×4 senz’angolo: labilizzazione dinamica di un presupposto statico
• 2003 dell’acqua indossando tutte le sue nature
• 2004 Meone, mesone, peone
• 2006 CapoVolto
• 2007 Studio in rosso
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“un guscio cesellato da un uomo sarebbe ottenuto dall’esterno, in una sorta di atti enumerabili che portano il segno di una bellezza ritoccata, mentre il mollusco emana il proprio guscio, lascia trapelare la materia da costruire, distilla a misura la sua meravigliosa copertura. Mistero della vita formatrice, mistero della formazione lenta e continua
(Gaston Bachlard)Nonostante immagine iniziale, fors’anche obsoleta, appartenente all’indistruttibile bazar dell’antichità dell’immaginazione umana, ancora risuona il fascino di quel “farsi” e “dis-farsi” del biologico per cui l’interno sé-cerne se stesso e si autoconfina in un atto inenumerabile e incessante, designando lo spazio del fuori e del dentro come spazio unico dell’intimità
_______________________________________________________________OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, nome comune, neutro, singolare, in ogni caso orfano di articolo determinativo.
OP non ha padri e non avrà figli, ma i compagni di viaggio sono molti: Tempia, Scatole Sonore, Primoregistrazioni, il Sirente, Altroverso, Ratio Bild Macher, Ettore Frani, Mirco Tarsi, Norman Nawrocki.PRODUZIONI
Musica per esposizione, CDr, Primoregistrazioni, febbraio 2007.
Musiche composte e assemblate in collaborazione con l’artista Ettore Frani, scelte come colonna sonora ideale della mostra pittorica Frammenti d’Amor, tenutasi nel novembre 2004 a Roma.Detrito, CDr, Primoregistrazioni, febbraio 2007.
L’apocalisse invisibile del contemporaneo racchiusa in cinque tracce abrasive e mantriche.Mu – o dell’inabissamento, CDr, Primoregistrazioni, ottobre 2007.
Breve suite sul concept dell’inabissamento. Vibrazioni basse dal fondo dell’oceano. Tre casi di evanescenza consapevole.Risulta, CDr, Primoregistrazioni, novembre 2007.
Rumori e melodie acidificate dalla memoria e dall’oblio. Una preziosa collezione di scarti.IN PROGETTO
Partecipazione alla compilation collettiva La Sonora Commedia per www.kipple.it con rielaborazione sonora dei Canti VIII dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Pubblicazione prevista per giugno 2008.Partecipazione alla Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo (www.bjcem.org) che si terrà a maggio 2008 in Puglia.
IPSE DIXIT
“OP non si presenta bene… ma quel che fa l’entità sannita è di funebre bellezza.”
Dionisio Capuano su Blow Up 97, giugno 2006“Intriga ed affascina… ingloba con visione obliqua derive statico/isolazioniste e perentori scatti rabbiosi, un meccanismo inceppato in ripetizione infinita… a galleggiare un pelo sotto la superficie plumbea.”
Marco Carcasi su www.sands-zine.com, maggio 2007“Paesaggi (ultra) urbani&cibernetici pulsano all’unisono con (magnifici) rimandi ad un crudo primitivismo tantrico.”
Sergio Eletto su www.kathodik.it, gennaio 2008“Una musica che è mus(a naut)ica del cambiamento. Una palinodia del mondo… Una musica che abbatte definitivamente le barriere di genere e di linguaggio e si propone come il dropout dell’arte. Il suono del monoscopio dell’Essere.”
Denis Brandani in Le corrispondenze invisibili – foglio di critica totale e parziale, gennaio 2008“Due palle.”
Anonimo, gennaio 2008______________________________________________________________
Å è il nome di un trio di musicisti e polistrumentisti trentini e veneti.
Stefano Roveda, Andrea Faccioli e Paolo Marocchio sono riusciti a creare un inusuale mondo sonoro partendo da strumenti tradizionali come violino, batteria, chitarra e cello con l’aggiunta di strumenti e percussioni esotiche, synth e strumenti autocostruiti.
Sebbene l’ascoltatore più attento possa rintracciare nella loro proposta influenze di krautrock e primo minimalismo (Tony Conrad e Faust in primis), oppure tracce di sperimentalismi più o meno recenti, la musica degli Å rimane profondamente italiana in termini di suono, spazio e tempo.
Intensamente personale, piena di immaginazione, a tratti bizzarra,
nostalgica e coraggiosa allo stesso tempo, la musica di Å è costruita a partire da composizioni spontanee ed improvvisazioni, in un secondo tempo arrangiate da Xabier Iriondo (Afterhours, Uncode Duello, Polvere…).
Così come le performance live, caratterizzate da una alternanza di lunghe suite e brevi cluster sonori, drone percussivi e preludi orchestrali.Il disco, uscito per Die Schachtel nell’autunno 2006, è stato accolto dalla critica italiana ed estera con grande entusiasmo, finendo nelle playlists di molti siti e blog, considerato uno dei migliori album del 2006 (www.ondarock.it).
Il 18 maggio 2007 gli Å accompagnati da Andrea Belfi hanno suonato in free session con Tony Conrad, nella sua unica data in Italia, presso l’O’Artoteca di Milano.
Il gruppo si è poi esibito in diversi locali in Europa, e ha registrato un live con intervista presso la VPRO radio di Amsterdam.
http://www.die-schachtel.com
http://www.myspace.com/cuboaaThe Wire (Mike Barnes)
Getting information on Å isn’t easy. Even Die Schachrel’s website enthuses about an “unknown (and we mean literally unknown trio of young Italian musicians. They are Stefano Roveda, Andrea Faccioli and Paolo Marocchio, and these pieces are apparently edited together from various improvisations. Some ot the drum patterns – brilliantIy recorded with both clarity and live-room clatter – recall Faust’s Zappi Diermaier, while the string drones trailing over hypnctic guitar are reminiscent of This Heat’s “horizontal Hold”.These can be heard on the 13 minute Closing track”It’s happening in my head” (the titles, some very long, are taken from Mark Haddon’s book The curious incident of the dog in the night-time) which then trails through piano interludes and a section of lyrical violin over repetitive guitar strummmig, this episodic collection has its own distinctive style, though and cuts from big raw guitar chords to pithy piano sonatas, to electronics with distant wailing vocals to kalimba loops – all to great effect. Being deluged with information on a daily basis, l’m happy to let the mystery of Å remain. But it would be fascinating to hear longer extracts from their source improvised material.
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SCARICA IL CONCERTO DEL 4 OTTOBRE DEGLI UNCODE DUELLO
http://www.blowupradiozine.com/monitor/index.php?xrl=http://www.blowupstorage.com/pubblici/uncode_duello.mp3.zipSCARICA IL CONCERTO DEL 4 OTTOBRE DELLA FUZZ ORCHESTRA
http://www.blowupradiozine.com/monitor/index.php?xrl=http://www.blowupstorage.com/pubblici/fuzz_orchestra.mp3.zipSCARICA IL CONCERTO DEL 1 NOVEMBRE DEI LENDORMIN
http://www.blowupradiozine.com/monitor/index.php?xrl=http:/
/www.blowupstorage.com/pubblici/lendormin.mp3.zipSCARICA LE PUNTATE WEB_RADIO DI SCATOLE SONORE ECCO IL LINK DELL’ARCHIVIO PODCAST
http://radio.informagiovaniroma.it/index_all.php?program= Scatole+Sonore -
“IL FARO” Bozza di progetto per una nuova edizione del giornale dell’Istituto Penitenziario di “Regina Coeli”.
Alcuni estratti di “Pensieri dal carcere” saranno pubblicati sul Faro, progetto per una nuova edizione del giornale dell’Istituto Penitenziario di “Regina Coeli”. Il nome non è casuale si riferisce al Faro che svetta sulla balconata del Gianicolo e dista pochi metri dalle celle d’angolo del carcere, da quel punto del monte, fino a tempi recentissimi, era consuetudine che i familiari dei detenuti vi si riunissero per comunicare con loro gridando. Anche Pierre Clémenti è stato rinchiuso in questo carcere e da qui ha scritto “qualche messaggio personale” come veicolo di comunicazione per oltrepassare quelle mura. Il “Faro” è il simbolo di comunicazione tra il dentro e il fuori.
Il progetto Faro vuole costruire un’occasione per dare voce all’emarginazione ed alla sofferenza e non solo per suscitare emozioni ed interesse, ma soprattutto per determinare fatti ispirati alla dignità umana, al cambiamento, alla solidarietà. Il giornale vuole offrire ai detenuti del carcere di Regina Coeli ed alle persone coinvolte nel progetto una possibilità di confronto che stimoli la fantasia, induca alla riflessione e, perché no, provochi la gioia di una risata tutti insieme nel lavoro di stesura del giornale.
Insieme al Faro il Sirente vuole creare un incontro dibattito occasione per parlare di Clementi e della situazione nelle carceri italiane di oggi e degli anni ’70. Nella presentazione – dibattito interverranno alcuni portavoce del Faro e Balthazar Clementi, che da bambino aveva vissuto l’arresto di suo padre, accusato di detenzione di droga.
La proposta di una nuova edizione del vecchio giornale “Il Faro” che si faceva, molto tempo fa a Regina Coeli, è venuta dagli stessi detenuti durante gli incontri di “Leggere e conversare in carcere” organizzati dall’Associazione di Volontariato “A Roma, Insieme” e svolti con cadenza settimanale per un intiero anno qualche anno fa.
Sentiamo, oggi, la necessità di riprendere quella proposta perché i motivi e gli obiettivi che la sostenevano non solo non sono venuti meno, ma si sono rafforzati ed estesi sia per la mutata realtà del carcere, delle persone che lo abitano, sia perché molti dei problemi già evidenziati allora o si sono aggravati o, comunque, non sono stati risolti: salute, stranieri, immigrazione, disagio mentale, tossicodipendenze, affettività.
Il monotono scorrere della vita quotidiana in carcere con le sue attese, le sue sofferenze, le sue solitudini, le sue speranze, le sue distanze dal mondo esterno poneva allora e, forse ancora di più oggi, l’urgenza di tessere, in tutti i modi, un filo di solidarietà e di comunicazione tra “dentro e fuori” e di offrire uno “spiraglio sul mondo” a chi ne è escluso fosse pure soltanto per brevi periodi.
Scrivere, esternare le proprie emozioni e sentimenti, i propri ricordi, esige riflessione, conoscenza degli altri, di ciò che ci circonda e di conseguenza di noi stessi. È un modo ameno per uscire dal proprio io e confondersi con l’altro, con gli altri, uscire dal luogo dove si vive e lasciare respirare la mente.
Vogliamo costruire insieme un’occasione in più per dare voce all’emarginazione ed alla sofferenza e non solo per suscitare emozioni ed interesse, ma soprattutto per determinare fatti ispirati alla dignità umana, al cambiamento, alla solidarietà.
Molti hanno difficoltà, per diversi motivi, ad accostarsi alla scrittura, ma la maggior parte delle persone è desiderosa di parlare e raccontare. Proprio questa volontà permetterà loro di acquisire le necessarie conoscenze, anche con l’aiuto di esperti di comunicazione e dei “redattori” esterni, per scrivere direttamente le loro emozioni, proposte e speranze.
Il giornale vuole offrire ai detenuti del carcere di Regina Coeli ed alle persone coinvolte nel progetto una possibilità di confronto che stimoli la fantasia, induca alla riflessione e, perché no, provochi la gioia di una risata tutti insieme nel lavoro di stesura del giornale.Associazione “A Roma, Insieme”
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da “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret” di Norman Nawrocki (pp. 3-5)
I saw myself, held myself, hand to hand
Headless, I, too, walked in this strange new land.In genere, avrei nascosto il mio diario sotto il letto, sperando che nessuno osasse guardarlo. Adesso, invece, vi chiedo di darci un’occhiata. Scorrete rapidamente le pagine. Leggete cosa succede quando quelli del mio gruppo e io decidiamo di iniettare un po’ di rock’n’roll canadese, anarchico, importato, nelle braccia aperte dell’Europa. Dal vivo, come Rhythm Activism, mettiamo in scena un cabaret politico di alto livello che assicura di scuotere, turbare e mettere in discussione. Come? Prendiamo il meglio del cabaret tradizionale europeo, lo combiniamo con il peggio della tv americana, vi gettiamo dentro una musica tradizionale e all’avanguardia piena di sorprese, aggiungiamo un po’ di farsa, costumi e maschere e rinforziamo il tutto con un messaggio sociale impegnato. Facciamo anche ballare la gente, da Berlino a New York. Sulla carta, è dura riprodurre l’energia e il puzzo di quattro ragazzi che suonano come se ogni show fosse l’ultimo, come se ogni parola, ogni movimento delle dita e delle mani contasse quanto un battito del cuore o un respiro. Sul palco, il mondo reale arretra, e si ferma. Il mal di testa scompare. Il cibo unto e nauseante prima dello show non c’è mai stato. Se non fa parte della scaletta, dimenticalo. Quello schizzo di sangue? Mettilo in scena. Il microfono inclinato, l’amplificatore fumante, la corda sfasata, i calzini umidi e sudaticci, i cavi: fottuti cavi economici in sconto, mai che funzionassero bene, maledetti – questo mondo conta. Sono cruciali le qualità di esecuzione della plastica, della gomma, del metallo, del legno, delle corde vocali, dei muscoli e delle ossa – questo è importante. Una stonatura fa male. Trecento paia di orecchie possono non farci caso, ma le tue sì. Fai un casino, e i compagni della band sanno essere implacabili. Dai di più della notte precedente e forse nessuno se ne accorge. Perché sul palcoscenico, per quell’ora o due di questa sera, conta la verità del tuo La vibrante, conta la resa, la sostanza di ciò che stiamo cercando di dire, conta ogni emozione guidata dall’istinto. Non esiste nient’altro. O almeno, questo è ciò che ci convinciamo a credere. Ma la musica, il teatro, lo slancio ad esibirsi sono solo una parte di questa storia a volte triste, a volte esilarante, di uno speciale tour europeo visto attraverso i miei occhi iniettati di sangue. Il resto – i momenti che stanno in mezzo – ha poco a che fare con il mondo della musica, della scenotecnica e della cultura d’avanguardia della band. Il resto sono ‘fiabe urbane’. Parlano della nuova sottoclasse multietnica europea: i poveri che lavorano, gli immigrati, i giovani emarginati e i vecchi che vivono nell’ombra. Per loro non ha importanza la nostra musica, non conta la nostra capacità d’interessare il pubblico, né il nostro tentativo di contribuire a promuovere la ‘resistenza culturale’. L’Europa ama gli artisti che la visitano, e ci tratta bene. Ma quando mai l’Europa è stata generosa con i rifugiati, con i Rom, con i lavoratori immigrati, con i sempre fedeli Slavi, con le donne che lavorano per le strade e i mendicanti che tengono i marciapiedi sgombri da mozziconi di sigarette e torsoli di mele? In un mondo di fantasia globalizzata, queste persone rappresentano il nuovo volto sfregiato dell’Europa: incerto e insicuro, carico di un disincanto crescente. Riflettono un’Europa in movimento, segnata da tensioni politiche e razziali nel momento in cui est e ovest, vecchio e nuovo, competono per il futuro ricordando il passato. Questo libro è stato scritto tra un soundcheck e l’altro, caricando e scaricando l’attrezzatura della band, sorseggiando birra. Ho trascorso il mio tempo con decine di ragazzini di strada, prostitute, barboni e senzatetto che incontravo sulle panchine dei parchi, nei caffè alle stazioni degli autobus e nei vicoli puzzolenti dietro ai locali in cui suonavamo. Tra cibo e bevande condivise, ascoltavo. Queste conversazioni diventavano storie vere e racconti incredibili – la realtà di gente a cui nessuno di solito dava ascolto. Benché non possa rivedere queste persone, potrebbero essere i miei vicini o i vostri, la donna licenziata la scorsa settimana o il tipo che invecchia sulla panchina alla fermata dell’autobus. Potrebbero stare fra il pubblico del nostro prossimo tour o sulla prima pagina di un giornale a chiedere a gran voce Lavoro, Cibo, Pace e Giustizia.
In questo libro ho cambiato i nomi e le caratterizzazioni dei membri della band. Tra le pagine del diario ci sono lettere di uno zio a mio padre. Pensavo che queste lettere fossero scomparse, ma sono riemerse in tempo per essere incluse nel libro. Vedete, questo non è stato un tour normale. Mio padre malato mi ha chiesto di rintracciare suo fratello di cui non aveva notizie da anni. Gli ho detto che avrei provato. Siamo un gruppo, e la nostra musica vive di video, di CD e di Internet. Ogni tanto impareremo che la nostra musica ispira gli ascoltatori, li trasforma in sostenitori e li aiuta a rafforzare o a dar vita alle loro visioni di un mondo nuovo, più libero e più onesto. Vorrei pensare che queste storie daranno pure vita a visioni diverse, anche se per un solo momento – quel momento in cui verità e finzione, realtà e sogno diventano indistinti, in cui i sogni degli stranieri, i sogni di quelli del mio gruppo, i sogni dei miei amici e i vostri sogni, cari lettori, vengono liberati, mettono radici e crescono. Unitevi a me e al Diavolo e lasciate che questo cabaret abbia inizio.Norman Nawrocki,
Montréal, 2002 -
Le canne non si spengono per decreto
di Massimo De Feo (da ALIAS N. 6 – il manifesto, 11/02/2006)
Contro ogni evidenza scientifica, e contro il buon senso, il governo ancora in carica ripropone una legge contro le «droghe» che garantisce all’Italia un balzo indietro di mezzo secolo, quando per qualche spinello si poteva finire in galera per anni, come testimonia il piccolo, ma solo per dimensioni, libro scritto dall’attore Pierre Clémenti, rinchiuso agli inizi degli anni Settanta per 18 mesi nei carceri romani di Regina Coeli e Rebibbia. Ormai introvabile nell’edizione italiana, Quelques messages personnels è stato ristampato in Francia pochi mesi fa, e ora è alla ricerca di un editore italiano che lo rimetta in circolo. Vuole proibire, reprimere, punire, incarcerare i «drogati», non ci sono solo bassi calcoli elettorali, quanto il ricordo e la paura di quella «rivoluzione psichedelica» che per qualche tempo mise all’angolo ogni principio di autorità basato sulla forza e sulla prepotenza, affermando invece tolleranza, amore, rispetto per la natura, fiducia negli esseri umani, solidarietà, democrazia comunitaria, spiritualità non fondamentalista, pacifismo… Sono queste «utopie», queste «allucinazioni» a turbare i sonni e a rendere paurosi i tunnel nei quali si sono rinchiusi i reazionari di ogni colore. Ogni anno in Italia il consumo di alcool causa la morte di circa 40.000 persone, mentre altre 80.000 ne fa fuori il tabacco. Tutte le altre droghe messe insieme sono responsabili forse di mille decessi. Dov’è l’«emergenza droga»? Non c’è nessuna emergenza. C’è un problema, ma questo non può essere affrontato con ideologie d’accatto e bugie all’ingrosso. Dire che tra droghe pesanti e leggere non c’è differenza, prima che falso è criminale. Dire che la marijuana fa male alla salute è una balla in malafede, come testimoniano tutti gli studi promossi a più riprese dal governo degli Stati Uniti, come della Gran Bretagna e di altri paesi. Proclamare solenni che «drogarsi non è un diritto!» fa ridere: sono millenni che l’umanità ricorre al mondo vegetale per alterare la propria coscienza, vedere più in là, sperimentare, sognare, crescere, guarire, progredire, evolvere… Un tempo queste sostanze venivano chiamate sacramenti, non droghe, e come tali venivano trattati, con rispetto e timore. Non è solo questione di «riduzione del danno». Si tratta di riscoprire questa loro funzione, educare al loro corretto uso, sottrarle al narcotraffico. Alterare la propria coscienza è un diritto inalienabile di ogni essere umano. E non ci sono tantissime inquisizioni o emendamenti appesi a leggi per i Giochi olimpici invernali approvati con la fiducia in grado di impedirlo.




















