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  • INTRAviste – Il racconto a puntate: La Morte è un vampiro di gomma [I]

    In un presente che profonde instabilità, con l’Europa appesa al filo delle trattative, un qualunque lunedì di luglio, ma preferibilmente questo, recuperare l’affascinante tradizione letteraria del racconto a puntate conferisce alla vita sul web nuovi orizzonti di speranza e un non trascurabile tocco d’antan.

    La Morte è un vampiro di gomma
    un racconto a puntate

    parte prima

    morte

    Paola Levizzi

    5 aprile ore 13: 40

    Troppa fierezza di sé e nemmeno non dico una cura per il cancro ma una valida soluzione – definitiva – per l’annosa questione dei peli incarniti. INVIO

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    Paola Levizzi

    5 aprile ore 14: 02

    Perché forse la cosa che meno sopporto di questo narcisismo imperante, della digitalizzazione dell’identità, dello sdoganamento dell’ego… è che la gente non trova più il tempo per disprezzarsi in solitudine e cercare di migliorarsi almeno un po’ … e solo come dovere verso un ideale di umanità, eh, con requisiti minimi non spendibili per nessun cazzo di gara di popolarità!

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    Paola Levizzi alzò lo sguardo dallo schermo del portatile e lo fissò nel turchese della tenda ikea che copriva la finestra della sua camera da letto. Certi colori hanno un’intensità che vorrebbe fondercisi dentro, appartenervi come a un rifugio a pochi passi dalla realtà. Il riflesso azzurro che si allungava su parte del soffitto e delle pareti sembrava un richiamo, un annuncio indecifrabile di bellezza taciuta, fiera nella sua inaccessibilità.

    La stanza, piccola e ben ordinata, rispettava in molte parti del suo arredamento uno standard di dignitosa insignificanza; le assi di legno che componevano il pavimento tradivano una cura non proprio meticolosa: l’insieme tuttavia era accogliente.

    Paola si avvicinò al vetro del balcone alle sue spalle per osservare all’esterno i segni di un temporale imminente. La sommità di un albero poco lontano si chinava sotto la spinta del vento; i rami dal folto fogliame verdeggiavano scossi con forza.

    Il cielo era una minaccia di bagliori lontani; nell’aria gravava il senso di un eterno presente.

    Come ingannare l’attesa della Morte?

    Un gabbiano disegnò col suo passaggio un lungo segmento divisorio sopra il tetto arancione della palazzina di fronte, lanciato a gran velocità verso l’ignoto, di cui parziale certezza andava assumendo la pioggia. Il tavolino e le sedie sul balcone presero a sgocciolare con frequenza crescente; sui listelli lignei della base del balcone gocce di pioggia rimbalzavano vivaci.

    Suonò il citofono. Paola si voltò con cautela e guardò l’orologio affisso alla parete alla sua destra. Mancavano otto minuti alle quattro. Si avvicinò alla libreria e trasse dalla sua custodia il registratore. Lo accese, riponendolo sui libri della quarta mensola, ad altezza sguardo. Il congegno adesso era posato di lunghezza sulla collana di classici tascabili, Pirandello e Proust gli facevano da giaciglio. Il citofono suonò nuovamente, questa volta in modo più discreto. Paola sganciò il ricevitore.

    -Sì? – domandò.

    -Dott.ssa Levizzi, sono La Morte – le rispose una voce incolore.

    -Sì, prego, terzo piano, scala C– illustrò Paola con leggera ansia.

    Paola si guardò allo specchio posto alla destra della porta d’ingresso: la piega dei capelli le sembrò soddisfacente: sobria e ordinata, le conferiva un’aria professionale, come l’occasione richiedeva. Lo sguardo era aperto ma severo, pronto a lasciar trapelare l’ironia, responsabile dell’immagine di giornalista satirica tanto amata e popolare presso  cultori dell’ osservazione pungente e sostenitori dell’ intervento sferzante elevato a bandiera di intelligenza.

    La morte saliva le scale a piedi, apprese Paola nell’aprire la porta di casa; quando da un breve sguardo al display dell’ascensore si accorse che era guasto, maledisse al volo i tecnici della manutenzione, soliti farle fare pessime figure con gli ospiti. Lo sguardo fisso verso le scale, inconsapevole della punta della scarpa che scandiva l’attesa, Paola realizzò di lì a poco e con notevole stupore che La Morte assomigliava ai vampiri dei cartoni animati. Una creatura dall’età e dal sesso indefinibili si apprestava infatti a svoltare sul pianerottolo dopo una rampa di scale, reggendo un lungo mantello nero con le mani, affinché non ne intralciasse il passo.

    Ciò che la rendeva in tutto simile a una rappresentazione di Dracula di un vecchio cartone animato della sua infanzia, outfit a parte – annotava mentalmente Paola senza staccarle gli occhi di dosso, mentre La Morte proseguiva la sua scalata – era la forma del capo, oblunga; la pelle aveva un colorito grigiastro, ma stranamente luminoso; anche i capelli, nerissimi, sembravano risplendere. Senza che i due proferissero motto, Paola si ritrovò di fronte l’oscura entità da tutti temuta e rispettata, l’implacabile mietitrice di esistenze, colei il cui pensiero l’umanità scaccia a suon di vane distrazioni….

    Paola superava La Morte in altezza di tutta la testa; provvista di un corpo flaccido e grassoccio, La Morte non sembrava emanare odori particolari, ma un alone freddo e inumano la avvolgeva. Tese a Paola la mano ma Paola, in un’ondata di raccapriccio, preferì ignorare il gesto: presentiva il contatto spiacevole, oltre i limiti imposti dall’educazione, ben al di là della sua soglia di sopportazione.

    -Bene, facciamo presto – disse piano La Morte.

    Paola, ancora in preda al disgusto, si fece da parte, e La Morte solcò a passi regolari la stampa cachemire – sfondo blu – del lungo tappeto che rivestiva il corridoio d’ingresso della piccola abitazione. Senza indugi si ritrovò a varcare la soglia dell’ intimo salottino dal quale poco prima Paola soppesava impressioni sulla pioggia.

    Può accomodarsi sul divano – disse Paola, indicando con un cenno disinvolto un sofà nero dall’aria soffice e invitante. La Morte, ferma al centro della stanza, passava in rassegna gli oggetti che la circondavano con una sorta di zelo malinconico. Si soffermò sul vaso di cristallo ricolmo di fiori gialli recisi, al centro del tavolo. -Narcisi – disse solo, prima di richiudersi in un mutismo inquietante.

    Tutto questo, aveva l’aria di pensare, è destinato a sparire.

    [continua…]

     

    Racconto a puntate di Simona Ciniglio

     

  • Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

    Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

    ArabPress | Venerdì 8 maggio 2015 | Claudia Negrini | Passaggi: “Taxi” di Khaled al-Khamissi

    Dal blog Mille e una pagina di Claudia Negrini

    Questo passaggio è tratto da “Taxi” di Khaled al-Khamissi ed è stato pubblicato in lingua originale nel 2007, ben prima della Primavera Araba e dell’avvento e caduta dei Fratelli Mussulmani, eppure mi ha affascinato vedere quanto questo dialogo sia stato profetico.

    TASSISTA: Che Dio mi perdoni se non prego e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tutto il giorno! Pure il digiuno durante in Ramadan, un giorno lo faccio e due no: non ci riesco a lavorare senza sigarette! Eppure, vorrei vedere con tutto il cuore i Fratelli Musulmani salire al potere…e perché no? Dopo le parlamentari si è visto che la gente li vuole.

    IO: Ma se prendono il potere e vengono a sapere che tu non preghi ti appenderanno per i piedi.

    TASSISTA: Macché, allora in andrò a pregare in moschea, davanti a tutti quanti.

    IO: Perché li vuoi al potere?

    TASSISTA: E perché no?! Abbiamo già provato tutto. Provammo il re e non funzionava, provammo il socialismo con Nasser e nel pieno del socialismo ci stavano i gran pascià dell’esercito e dei servizi segreti. Poi provammo una via di mezzo e alla fine siamo arrivati al capitalismo che però ha i monopoli, il settore pubblico che scoppia, la dittatura e lo stato d’emergenza. E ci hanno fatto diventare pure un poco americani e tra poco pure israeliani; e allora perché non proviamo pure i Fratelli Musulmani? Chi lo sa, va a finire che funzionano.

    IO: In fin dei conti vuoi fare solo una prova… al massimo puoi provare un pantalone largo con una camicia stretta, ma provare col futuro del paese…

    da “Taxi” di Khaled al-Khamissi, Editrice il Sirente, 2008

    Taxi
    Taxi
  • Selected Areas of ltalian Tort Law, di R. Spitzmiller (recensione di M. Bussani)

    Selected Areas of ltalian Tort Law, di R. Spitzmiller (recensione di M. Bussani)

    Selected Areas of ltalian Tort Law, di R. Spitzmiller (recensione di M. Bussani)

    Revue internationale de droit comparé | 1-2013 | Mauro Bussani

    https://www.sirente.it/book/9788887847376.jpg

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  • La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

    La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

    La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro

     

    ‘Izzat al-Qamḥāwī, Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhirah 1997; seconda edizione Dār al-‘ayn, al-Qāhirah 2009, pp. 102.

    città_del_piacere«Questo libro appartiene ad una scrittura nuova e ad una visione ancora più innovativa, dove originalità si mescola a modernità, cultura celata dei sentimenti a lingua moderna e traboccante; questo romanzo rappresenta una voce forte e ben distinta, che si accompagna ad altre voci nel panorama letterario contemporaneo, fondato su una scrittura nuova e su prospettive capaci di contenere le ansie dell‟uomo e del reale, espresse in modi differenti»(1).

    Questo il giudizio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più autorevoli della letteratura araba contemporanea, quando il romanzo è apparso la prima volta nel 1997, pubblicato dalla casa editrice cairota Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giunto ad una seconda ristampa nel 2009 ed è considerato oggi una delle espressioni più particolari della produzione letteraria egiziana.

    L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrittore e giornalista: nella sua vasta produzione letteraria Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere) spicca per originalità tanto nello stile che nelle tematiche affrontate, per ricercatezza linguistica ed espressività letteraria. Il lettore ne rimane ammaliato e avvinto, vittima di quello che, con una forse non troppo casuale assonanza dei temi, il critico letterario francese Roland Barthes aveva teorizzato come “il piacere del testo”(2).

    Protagonista di questo romanzo è una città fuori dal tempo e dallo spazio, moderna realizzazione di una sorta di utopia, plasmata in fretta e furia da un abile architetto. Consacrata alla Dea del Piacere che qui aveva costruito la sua roccaforte, questa località può, con le sue sembianze e il suo candore, ingannare i visitatori che si apprestano a lasciarsi condurre nei suoi sentieri. Non vi sono personaggi particolari che restano impressi nella mente del lettore: gli abitanti sono delle ombre, catturate nella loro intima essenza. Vi è una felicità mista a malinconia che alberga nei cuori di questi uomini, dediti alla pratica del piacere, imprigionati in corpi leggeri fatti di luce abbagliante.

    L‟autore indulge in descrizioni che sfiorano la poesia per rendere percepibili le sfumature della vita di questo luogo, dove non vi è tempo per la tristezza, poiché gli occhi non potranno piangere, accecati dai colori dell‟arcobaleno che si riflettono nei cristalli delle vetrine.

    Ecco dunque al-Qamḥāwī disposto a ricostruire la storia di questa città, tessuta attraverso rimandi ai racconti di anziani, all‟intrecciarsi di miti, leggende e versi d‟ispirazione coranica, che rendono il testo quanto mai suggestivo. Gli anziani assicurano che la città del piacere fu costruita dai ginn, la cui essenza si manifesta nella razionalità delle costruzioni. Nei libri di storia si attesta che la città rimase vuota per settantamila anni, fino a quando la Dea del Piacere non vi scese per infondere la sua bellezza, preannunciando una sua nuova apparizione dopo un identico
    arco temporale, quando il desiderio sarebbe stato sul punto di dissolversi tra gli abitanti. Sicché questi ultimi, ammaliati dalla bellezza della dea, ne divennero schiavi.

    al-Qamḥāwī prova poi a ricercare le cause della graduale rovina di questa remota località piena di simboli: in essa l‟autore recupera la dimensione mitologica del labirinto, sulla cui costruzione si fondono storie diverse. Secondo la tradizione, un indovino predisse al sovrano l‟imminente crollo del suo regno dovuto ad un uomo e una donna, dediti ai piaceri dell‟amore. Fu allora che il re, intimorito, ordinò la realizzazione di un dedalo in cui rinchiudere i due amanti. Ma le leggende riportate dall‟autore sono a tal proposito contrastanti. Alcuni ricordano che fu un ministro, impietosito dalla vicenda dei due amanti, a far erigere il labirinto, di modo che, lì rinchiusi, i due potessero vivere senza problemi; per altri ancora furono proprio i due amanti a realizzare il labirinto, per serbare la loro anima; per
    altri, infine, fu la Dea del Piacere ad edificarlo, quando si accorse che la propria bellezza scatenava l‟invidia altrui. Questo intricato dedalo di strade sembrerebbe avere le stesse caratteristiche della città: lì gli amanti continuerebbero a vagare ancora oggi nel regno del piacere che in esso alberga. Intorno a questa immagine al-Qamḥāwī intreccia la sua storia, dimenticando la mitologica presenza del labirinto per buona parte della narrazione fino a quando, sul finire del libro, la voce narrante incontra un anziano uomo ormai impazzito a causa delle istituzioni di questo luogo: sarà proprio l‟uomo a svelare l‟ultimo lato nascosto di questa remota località. E così la città, un tempo impenetrabile, è pronta ad essere contaminata dal fascino di due folli invenzioni: le patatine fritte e la pepsi-cola.
    Il romanzo di al-Qamḥāwī si pone dunque come una sorta di sperimentazione nella narrativa araba contemporanea: la dimensione sociale del testo è apparentemente celata eppure, con una narrazione che a tratti ha quasi il sapore di una fiaba, l‟autore affronta questioni piuttosto scottanti, lasciando divenire questa città un luogo in cui si condensano i difetti e gli errori dell‟uomo moderno.

    Ada Barbaro

    NOTE
    1 Si veda a tal proposito la presentazione fatta al testo di al-Qamḥāwī dalla casa editrice Dār
    al-„Ayn quando l‟opera è stata ristampata nel 2009. Si rimanda al link www.elainpublishing.com
    2 Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura. Il piacere del testo, Einaudi, Torino 1999.

    Parole chiave: Città del piacere – Letteratura araba –

  • Hillbrow: la mappa (“Benvenuti a Hillbrow”, di Phaswane Mpe, estratto dal primo capitolo)

    Hillbrow: la mappa (“Benvenuti a Hillbrow”, di Phaswane Mpe, estratto dal primo capitolo)

    Hillbrow: la mappa

    Se tu fossi ancora vivo, Refentše, ragazzo di Tiragalong, saresti felice della sconfitta dei Bafana Bafana contro la Francia nella Coppa del mondo di calcio del 1998. Ovviamente tu la squadra la sostenevi. Ma almeno ora non proveresti fastidio nell’andare al tuo appartamento attraverso le strade di Hillbrow – località grande poco più di un chilometro quadrato secondo i registri ufficiali, ma secondo i suoi abitanti grande almeno il doppio e brulicante di gente. Ricorderesti l’ultima occasione quando nel 1995 i Bafana Bafana vinsero contro la Costa d’Avorio e nella loro esultanza le persone di Hillbrow lanciarono dai loro balconi bottiglie di ogni tipo. Pochi arditi, vantandosi di una serie di abilità al volante, facevano roteare e volteggiare le loro macchine per le vie, facendo circoli e inversioni a U su tutta la carreggiata. Ti ricorderesti la bambina, di circa sette anni o giù di lì, che fu investita da una macchina. Le sue urla a mezz’aria ancora risuonano nella tua memoria. Quando sbatté sul marciapiede di cemento di Hillbrow, le sue urla morirono con lei. Un giovane che stava proprio dietro a te urlò: «Uccidi quel bastardo!»

    Ma l’autista se ne era andato. La polizia stradale, arrivata pochi minuti dopo, si limitò a verificare che l’arresto era sfumato. Molti, dopo un momento silenzioso di stupore per le gravi conseguenze della vittoria calcistica, ripresero a cantare la loro canzone: Shosholoza… suonavano le sue melodie da Wolmarans Street, sull’orlo del centro di Johannesburg, in cima alla Clarendon Place, al limite del tranquillo sobborgo di Parktown. Shosholoza… copriva i singhiozzi soffocati della madre della bimba deceduta.

    Benvenuti a Hillbrow…

    Il tuo primo ingresso a Hillbrow, Refentše, era il punto di arrivo di molte strade convergenti. Non ricordi dove il cammino ebbe inizio. Ma sai anche troppo bene che le storie dei migranti avevano parecchio a che fare con tale inizio. Dal tempo in cui lasciasti la scuola superiore per giungere all’Università del Witwatersrand, all’alba del 1991, sapevi già che Hillbrow era un mostro, che minacciava i suoi vicini come Berea e il centro di Johannesburg, e che grandi compagnie lungimiranti erano in procinto di abbandonare il centro, puntando verso sobborghi del nord, come Sandton. Era tuttavia difficile resistere al richiamo del mostro; Hilllbrow aveva inghiottito molti dei bambini di Tiragalong, convinti che la Città dell’Oro rappresentasse per loro una grande opportunità di carriera. Una delle storie che ricordi in modo vivido era quella di un giovane morto di uno strano male nel 1990, quando tu ti stavi immatricolando. I migranti dissero che poteva solo essere stato l’AIDS. Del resto, non era stato visto vagare per i bordelli e gli sporchi pub di Hillbrow?

    Mentre i suoi poveri genitori pensavano che egli stesse lavorando giù in città, a guadagnarsi un sacco di farina di granoturco da mandare alla fattoria per tutti quanti. I migranti, che per lo più lo consideravano un fratello ostinato, che si era ammalato perché si turava le orecchie con gomma da masticare mentre loro gli davano consigli, dicevano anche che egli era stato spesso visto con donne Makwerekwere, abbarbicate alle sue braccia e intente a riempirlo di baci zuccherini, che avrebbero di certo distrutto qualsiasi uomo, tanto più un giovane sensibile come lui.

    Morì, povero ragazzo; di cosa di preciso, nessuno lo sapeva. Ma a Hillbrow si diffusero strani mali, che come Tiragalong sapeva bene, potevano solo significare AIDS. Questo AIDS, secondo le convinzioni del popolo, era causato da germi stranieri arrivati dalle zone centrali e occidentali dell’Africa. Più precisamente, certi articoli di giornale attribuivano l’origine del virus che causava l’AIDS a una specie chiamata Scimmia Verde, la cui carne veniva mangiata da certe popolazioni in alcune zone dell’Africa occidentale, che per questo contraevano il male. I migranti (che a Tiragalong erano fonti autorevoli di informazione su tutte le questioni importanti) dedussero da questi articoli di giornale che la via di accesso dell’AIDS a Johannesburg passasse attraverso le Makwerekwere; e Hillbrow fosse il santuario in cui le Makwerekwere si beavano.

    Taluni si spinsero addirittura oltre, sostenendo che l’AIDS era causato dal bizzarro comportamento sessuale degli abitanti di Hillbrow.

    Come poteva un uomo far sesso con un altro uomo? Volevano sapere.

    Quelli che sostenevano di esserne informati – sebbene nessuno questo tipo di sesso potesse ammettere di averlo visto o praticato di persona – dicevano che si faceva per via anale. Spiegavano anche come era fatto – come i cani – per il disgusto della maggior parte delle persone di Tiragalong, che insistevano che l’oscenità e il sesso dovessero essere due cose separate.

    I più si chiedevano se non fosse proprio l’escremento che peni avidi e imprudenti succhiavano fuori da ani egualmente bramosi, a far insorgere queste terribili malattie.

    Tali erano le storie scandalose che giravano tra le chiacchiere informali degli immigrati.

    Per le notizie formali c’era Radio Lebowa – ora Thobela FM – che ogni ora trasmetteva informazioni su furti di auto e sparatorie tra rapinatori e la Squadra Omicidi e Rapine di Johannesburg. Cinque uomini trovati con le costole squarciate da ciò che sembrava esser stato un coltello da macellaio… Due donne stuprate e poi uccise in Quartz Street… Tre nigeriani sfuggiti all’arresto all’Aeroporto Jan Smuts per traffico di droga erano infine stati arrestati in Pretoria Street… Bambini di strada, ubriachi di colla, brandy e di visioni selvagge di se stessi come guidatori in eccesso di velocità dei film di Hollywood, lanciavano le loro macchine costruite con fili di metallo attraverso i semafori rossi, rappresentando una crescente minaccia per chi guidava a Hillbrow, soprattutto in prossimità di Banket e Claim Streets… Almeno otto persone morte e tredici seriamente ferite quando le celebrazioni per il Capodanno presero la forma di torrenti di bottiglie che sgorgavano da nubi incombenti costituite dai balconi delle case. Gli uomini che si avventuravano dalle parti dell’angolo di Quartz e Smit Streets furono avvisati di fare attenzione alla minaccia di prostitute sempre più aggressive… si diceva che alcuni fossero stati stuprati lì di recente…
    Benvenuti a Hillbrow…

    E, naturalmente, la televisione aggiungeva il suo colore ai frammenti delle notizie radio. Il crimine diventava glamour sugli schermi e i rapinatori venivano descritti come se fossero star del cinema. Eroi venuti alla ribalta per il loro coraggio delittuoso e vizioso erano inseguiti da voraci lenti di moderne telecamere, e i ragazzini di Tiragalong emulavano i loro eroi televisivi, guidando le loro macchine fatte di fili di metallo con ruote di palle da tennis.
    Vum… vum… e beep… beep… le loro macchine andavano per le strade di Tiragalong.

    Poi sei arrivato a Hillbrow, Refentše, per vedere tutto con i tuoi occhi, e per inventare la tua storia, se ci riuscivi. Arrivasti a essere un testimone, perché tuo cugino, con il quale stavi andando ad abitare finché non avessi trovato un alloggio studentesco all’Università, stava a Hillbrow, per quanto non esattamente nel centro dell’azione. Perché egli non stava nelle strade principali, Pretoria e Kotze, né Esselen, in qualche modo nota, che correvano tutte parallele l’una all’altra. No! Non stava neanche nella più nota Quartz Street – che collegava perpendicolarmente le tre – che è quello che la gente spesso intende quando dice: «C’è Hillbrow per te!»

    Se provieni dal centro città, il modo migliore per arrivare nel posto dove sta il cugino è guidare o camminare attraverso Twist Street, una strada a senso unico che ti porta nel nord della città. Attraversi Wolmarans e tre strade piuttosto oscure, Kapteijn, Ockerse e Pieterse, prima di guidare o camminare oltre Esselen, Kotze e Pretoria Street. Poi attraverserai Van der Merwe e Goldreich Street. Il tuo prossimo scalo è Caroline Street. Vai sull’altro versante di Caroline. Alla tua sinistra c’è Christ Church, “The Bible Centred Church of Christ”, come annunciano le grandi lettere rosse. Sulla tua destra c’è un condominio chiamato Vickers Place. Ti giri alla tua destra, perché l’ingresso a Vickers è in Caroline Street, proprio all’opposto di un altro edificio, Da Gama Court. Se non sei troppo stanco, ignorerai l’ascensore e salirai per le scale fino al quinto piano, dove sta tuo cugino.

    Finora, non hai visto nessun inseguimento di macchine né assistito a una sparatoria. Incontrasti persone seminude che la tua guida, originaria dello stesso villaggio di Tiragalong, chiama prostitute. Altrimenti, la cosa che risalta nella tua memoria è il movimento estremamente fitto di persone che vanno in tutte le direzioni di Hillbrow, che sembrano provar piacere alle luci al neon del sobborgo, mentre altri appaiono aver fretta di andare al lavoro – o, sì, al lavoro. Adesso, non eravate in grado di dire che cosa il lavoro fosse. Sapevate, tuttavia, che una guida studentesca alle carriere in Sudafrica non lo avrebbe probabilmente inserito tra le sue voci. Ti stupiva che ci fossero così tante persone gomito a gomito nelle strade alle nove di sera. Quando preparavano i loro pasti e andavano a dormire?
    Vickers Place ti colpì come un edificio abbastanza tranquillo. Non ti saresti mai aspettato alcuna tranquillità nella nostra Hillbrow. Ma poi, Caroline Street, dove era situato Vickers, non era al centro di Hillbrow. Il centro era Kotze Street, dove i bazaar OK condividevano il marciapiede con The Fans, pub piuttosto tranquillo, e il più rumoroso The Base. A tagliare perpendicolarmente Kotze c’era Twist Street. Circondato da Twist e Claim Streets, Kotze e Pretoria, c’era Highpoint, il più grande centro commerciale di Hillbrow. Era lì che si trovavano Clicks, Spar, CNA e altri negozi. Era in questo centro che avresti trovato la Standard Bank, con i suoi sportelli per il contante che lampeggiavano Temporaneamente Fuori Servizio, di domenica e durante le vacanze, così come nei giorni settimanali dopo le otto di sera. Volete evitare di essere rapinati? Possibile; ma, nell’operazione, siete costretti a usare a costo extra lo sportello bancomat della First National Bank, all’angolo di Twist e Pretoria, o quello della ABSA, proprio lungo Kotze. Caroline Street non era visibile da questo punto. Né si trovava vicino Catherine Avenue, la frontiera di Hillbrow e Berea, dove i “Checker” erano in competizione per la nostra attenzione finanziaria (quando ne avevamo) con ciò che appariva essere una squallida rivendita di superalcolici terribilmente rumorosa, Jabula Ebusuku; che a sua volta, competeva per il nostro impegno spirituale con il suo vicino, la Universal Kingdom of God. C’era un ulteriore vantaggio per la particolare posizione di Vickers. C’era un’altra filiale di Spar appena due strade più in là, all’angolo di Caroline e Claim Street, così potevi comprare lì i tuoi prodotti di drogheria e altri generi di necessità. Legato in un abbraccio con Spar c’era Sweet Caroline; non il brano musicale di Neil Diamond, ma una melodia differente – un negozio di bottiglie – che leniva l’esaurimento e le papille gustative degli abitanti di Hillbrow in questa parte del nostro mondo. Qui i marciapiedi di cemento, come quelli di Hillbrow interna, pullulavano di commerci irregolari, in forma di banane, mele, cavoli, spinaci e altra frutta e verdura; prodotti di bell’aspetto a prezzi bassi che rendevano l’acquisto di tali prodotti da Spar, Checkers o OK ridicolmente dispendioso. Sì, Quartz Street
    correva vicino a Vickers. Infatti, era la prima strada a est di Vickers, e c’era più attività in Quartz che nella stessa Caroline, o Twist e Claim. Tuttavia, il fatto di essere nelle zone quasi vicine al centro di Hillbrow sembrava aver reso questa parte di Quartz più innocua e gradevole – nella misura in cui qualcosa a Hillbrow possa essere l’uno o l’altro – rispetto ai quartieri più interni nella zona suburbana.

    La quiete durava per la maggior parte della notte. Tuo cugino, dopo averti ben nutrito, ti ha lasciato solo per andare a letto perché piangevi per l’esaurimento. Anche la tua guida se ne è andata con lui. Stavano andando a vedere Hillbrow, dicevano. Tu dormisti nel letto di tuo cugino. Malgrado le tue ansie ti addormentasti.

    Torneranno indietro? ti chiedesti inizialmente. Arriveranno ladri nell’appartamento? E se sì, cosa farò?

    [continua a leggere]

    Benvenuti_a_Hillbrow

    Parole chiave: Hillbrow – Phawane Mpe – Sudafrica – Letteratura africana

     

  • Recensione di “NonnaDiciannove e il segreto del sovietico”, Alias-Supplemento de Il Manifesto, 3 maggio 2015, di Giorgio De Marchis.

     

    Pagine da 20150503alias2 (00)DALL’ANGOLA
    Spazi di tempo in un romanzo di Ondjaki, coetaneo della propria nazione liberata

    di GIORGIO DE MARCHIS
    La Luanda degli anni ottanta era la capitale di una nazione appena emersa da oltre un decennio di guerre di  decolonizzazione e immediatamente sprofondata in una sanguinosa guerra civile, la cui conclusione sarebbe arrivata solo nel 2002. Condizioni di vita, quindi, inevitabilmente precarie per gli abitanti della città che l’ultimo romanzo pubblicato in Italia dell’angolano Ondjaki lascia intuire, filtrandole però attraverso lo sguardo incantato di un gruppo di bambini che tutto vedono attraverso i ninja e le arti marziali dei film di Jackie Chan. In NonnaDiciannove e il segreto del sovietico (Il Sirente, pp. 160, e 15,00), le devastazioni del conflitto si confondono, infatti, con i disastri  provocati da Godzilla, mentre le battute di Trinità e di «quel ciccione di Bud Spencer barbuto» si sovrappongono alle parole d’ordine della rivoluzione socialista. Del resto, nato nel 1977, Ondjaki è praticamente coetaneo della propria nazione e questa condizione biografica fa sì che i suoi primi ricordi abbiano come sfondo gli iniziali e difficili passi di una nazione allora nascente. Non è un caso, quindi, che l’infanzia assuma un ruolo centrale nell’opera di questo scrittore e ha ragione Livia Apa – che traduce il romanzo e ne firma una prefazione, mentre la postfazione è affidata a Beppi Chiuppani – quando afferma come, nell’universo narrativo del più interessante esponente della generazione apparsa dopo l’indipendenza, si colga per metonimia un ritratto del suo giovane paese, così come per Luandino Vieira (l’inevitabile punto di riferimento per la scrittura di Ondjaki) la realtà dei musseque lo era stata della violenza coloniale.
    Nel romanzo si muovono medici cubani, operai sovietici impegnati nella costruzione dell’imponente mausoleo del presidente Agostinho Neto e tutti gli straordinari abitanti di PraiaDoBispo, già noti ai lettori di Ondjaki: l’irascibile SignorTuarles con il suo immancabile kalashnikov, la figlia Charlita, l’unica in famiglia ad avere gli occhiali con cui guardare la telenovela, DonnaLibânia e il suo leggendario dolce di banana, SpumaDelMare con il suo coccodrillo. E in queste pagine si conferma come un luogo possa essere conosciuto, amato e ricreato in due modi: uno letterato e  conscio – in NonnaDiciannove e il segreto del sovietico Ondjaki dialoga anche con Ana Paula Tavares, Manuel Rui e Ruy Duarte de Carvalho –, l’altro, vissuto, immediato e inconscio. Le considerazioni sul senso del luogo, espresse in
    altre latitudini da Seamus Heaney, valgono, dunque, anche per Ondjaki e per la PraiaDoBispo della sua infanzia. Come ricorda, del resto, la poetessa Ana Paula Tavares nella lettera all’autore che chiude il volume, «Tutti noi siamo di un luogo, come di una infanzia… e per essere di un luogo e di una infanzia, bisogna scriverla, ci hanno insegnato gli antichi, da Platone a NonnaCatarina, e non ci sono versi, sembra, o prosa raffinata che possa fissare il gesto e la parola uguale a quella di quanti hanno vissuto, sono passati da lì, ne hanno ascoltato i suoni, toccato il mare. Solo così la parola può sorgere così conforme alle regole del dire e così fedele alle norme del luogo». PraiaDoBispo è, quindi, in fondo un «quartiere fatto di polvere e giochi antichi» da proteggere dalla dinamite dei sovietici; ma è anche un tempo da salvaguardare perché, come confida al nipote NonnaAgnette, meglio conosciuta come NonnaDiciannove, ogni passato è sempre, prima di tutto, un luogo. Un luogo magari lontano, ma comunque dentro ai nostri ricordi.

  • Un giorno in Siria

    Un giorno in Siria

    | Internazionale | Venerdì, 12 ottobre 2014 | Lucy Popescu (The Indipendent) |

    Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

    La libertà di espressione è la prima vittima di ogni dittatura. Le opere degli scrittori e degli intellettuali dissidenti sono vietate e, se il divieto non ottiene leffetto desiderato, gli autori stessi sono imprigionati, torturati o semplicemente “scompaiono”.

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  • Siria, la pace era solo silenzio

    Siria, la pace era solo silenzio

    | Avvenire | Venerdì, 24 ottobre 2014 | Riccardo Michelucci |

    Il silenzio e il tumulto : Nihad Sirees

    Più profetico di 1984 di Orwell, più surreale della Metamorfosi di Kafka. Quando dieci anni fa il romanziere siriano Nihad Sirees scrisse The Silence and the Roar, non poteva immaginare che quella riuscitissima satira politica avrebbe rispecchiato così fedelmente il futuro del suo paese.

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  • I libri fuori dal fango

    14 anni al servizio dell’editoria indipendente. 14 anni con un’idea in testa: costruire un circuito distributivo per l’editoria di qualità.
    Anni in cui abbiamo navigato per mari agitati guidati solo da un’idea romantica, che la cultura non possa essere un luogo separato dal resto della società.
    Il 26 giugno 2013 a seguito delle abbondanti piogge che hanno investito la provincia di Rimini, il nostro magazzino centrale ha subito un drammatico allagamento di acqua e fango.
    In un 2013 particolarmente difficile, per tutto il comparto economico del libro, aver perso più di 8.000 libri (per un valore di copertina di circa 120.000 euro) rischia di rappresentare una ferita mortale per la nostra attività.

    Ti chiediamo di sostenerci scegliendo i tuoi acquisti tra i titoli degli editori con cui collaboriamo.
    Chiedi al libraio, sarà felice di segnalarti e raccontarti le infinite storie raccolte nei libri che ci pregiamo di distribuire.

    Maggiori info sulla nostra attività e sulla campagna I libri fuori dal fango puoi trovarle qui:
    http://www.ndanet.it/blog/2013/07/nda-fuori-dal-fango/

    fuoridalfango

  • Norman Nawrocki presenta “Cazzarola!”

    Presto Norman sarà in Italia a presentare il suo nuovo spettacolo: “Cazzarola! Anarchy & Mussolini, the Roma & Italy, today”. Ecco un’anteprima minacciosa…

  • Nawrocki Strikes L’Aquila

    Sorry to hear about the election results. This is bad news for Italy, for Italians, for those who love to eat Italian food. Hmmmm….I will come and try to do something about this. To help cheer you up. I will wear all black. A Ninja writer from Canada. It will be a big surprise for the fascists.