Tag: il Cairo

  • On a Journey

    AlSaudiArabia.com | Venerdì 12 dicembre 2008 |

    Taxi is the most recent novel to create a stir on the Egyptian literary scene. The book was the talk of the town when it was published in January 2007 and within a few months, it had sold some 20,000 copies, an astonishing number in a country where novels rarely sell more than 3,000 copies.
    Various factors have undoubtedly contributed to its success. First, the book is written in colloquial Arabic which the average Egyptian can easily relate to; second, it addresses burning issues plaguing Egyptian society and finally, the form of the book resembles a collection of newspaper articles. Critics have dubbed this style journalistic fiction. Yet, the author, Khaled Al Khamissi, insists on the literary aspect of his work.
    Taxi is basically a collection of 58 short stories and each story takes the form of a fictional dialogue with one of Cairos 80,000 cab drivers. The author, Khaled Al Khamissi, clearly states that he has never recorded anything and that Taxi is not reportage or journalism. Yet, he has written with such gusto, sincerity and realism that readers take these fictional dialogues as the real thing.
    A number of pertinent issues are brought up by the taxi drivers. Education is mentioned on several occasions. During one encounter, a cabbie criticizes free education: I tell you, he cant write his own name. You call that a school? Thats what free education brings you. Education for everyone, sir, is a wonderful dream but, like many dreams, its gone, leaving only an illusion. On paper, education is like water and air, compulsory for everyone, but the reality is that rich people get educated and work and make money, while the poor dont get educated and dont get jobs and dont earn anything.
    Speaking on the same subject, another driver also agrees that children dont learn a thing in school. He believes that the only motto nowadays is Get smart, make money because ninety percent of people live off business and not from anything else.
    Egyptians, Cairenes especially, are known for their sense of humor, but there are times when people are so heavily loaded with problems that they fall apart. In an emotional encounter with a driver and his brother, the author shows us how acute financial problems crush poor people: I was surprised to find that the man, in front of me next to the driver, was silently weeping. He was a brown-skinned giant with a bushy moustache. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the intermittent and irregular breathing of the giant as he wept. In our society it is a rare enough occurrence to see a man crying. To see a giant from southern Egypt crying is something you could put in the Guinness Book of Records, writes Al Khamissi.
    The author, who he is also a producer, film director and journalist, studied political science at the Sorbonne. His interest in sociology and anthropology is very evident in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anthropology. Galal Amin, an economist and sociologist at the American University in Cairo describes the book as an innovative work that paints an extremely truthful picture of the state of Egyptian society today as seen by an important social sector.
    Khaled Al Khamissi has chosen to talk to taxi drivers because they represent one of the barometers of the unruly Egyptian street. They also come from all walks of life: Some are illiterate and others hold masters degrees. But all of them have in common a job which is physically exhausting and undermines their nervous systems.
    Foreign readers unfamiliar with Egyptian policies might not understand some of the issues addressed by the taxi drivers. However, after reading this lively series of different drivers experiences, it is possible to understand how Egyptian policies are affecting the lives of the poor. Taxi drivers all over the world and Egypt is no exception meet an endless mix of people. These daily contacts give them a unique knowledge of the society they live in. Through the conversations they hold, they reflect an amalgam of points of view which are most representative of the poor in Egyptian society. It must be said that often I see in the political analysis of some drivers a greater depth than I find among a number of political analysts who pontificate far and wide. For the culture of this nation comes to light through its simple people, and the Egyptian people really are a teacher to anyone who wishes to learn, says Al Khamissi.
    Together with The Yacoubian Building by Alaa El Aswani and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has helped revive the habit of reading in Egypt. More than just a series of conversations, the novel offers a colorful and realistic slice of contemporary Egyptian life.

  • Taxi – Khaled Al Khamissi

    Lo Scirocco | Lunedì 1 giungo 2009 |

    Taxi getta il lettore direttamente in mezzo alle strade del Cairo, tra il chiasso, il caldo e la folla. L’Autore ci riporta le sue mille conversazioni con altrettanti tassisti. Ne esce una raccolta di ministorie (una o due pagine ciascuna) dal linguaggio popolare, dialettale, semplice e incisivo. Tassisti di tutte le età raccontano i propri problemi quotidiani all’Autore, stendendo un preciso ritratto della vita in Egitto, di usi e costumi visti dal basso. Qualcuno si lancia in apprezzamenti o recriminazioni sui presidenti passati e presente, sulla politica locale, ma anche internazionale. C’è il punto di vista degli egiziani sulla guerra in Iraq, in Israele, e in generale sulla situazione politica del Medio Oriente, ma anche quello che pensano degli Stati Uniti. Allo stesso tempo si manifesta la situazione del popolo egiziano, impoverito, disilluso e stanco: tassisti costretti a lavorare giorno e notte; donne che passano il tempo a mettere e a togliere il velo a seconda della destinazione; le giornate perse dietro a una burocrazia infinita e alla corruzione dilagante e manifesta. La sezione centrale di foto a colori del Cairo e la mappa della città immergono ancora di più il lettore nell’atmosfera della capitale. Il risultato è molto piacevole. Per chi vuole conoscere un punto di vista diverso su egiziani in particolare, e arabi in generale.

  • Chiamatelo XXX Factor

    D La Repubblica delle donne n. 663 | Sabato 19 settembre 2009 | Elisa Pierandrei |

    Ahmed Nàgi. Blogger, 29 anni, Egitto. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. È uno dei più giovani redattori di Akhbar el Adab, prestigioso settimanale di cultura. Sul suo blog, wasa khaialak (allarga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “sperimento un diverso livello di linguaggio, che mescola arabo colloquiale e classico per avvicinare la gente alla letteratura”. Figlio di un professionista di spicco nel movimento islamico dei Fratelli Musulmani, è riuscito a mettere da parte le differenze ideologiche con il genitore per un nuovo dialogo. “Pensavo di lasciare l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei amici là diventare macchine. Lavoro, palestra, bere e sesso nel week-end. Io voglio scrivere”. In uscita a novembre in Italia per il Sirente c’è il suo romanzo Rogers, viaggio giovinezza-vecchiaia con abbandono alla lettura, ascoltando The Wall dei Pink Floyd.

  • Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

    Il Denaro | Martedì 28 luglio 2009 | Al-Ghitani |

    ”In Egitto, almeno sul piano culturale esiste una vera democrazia. Oggi, infatti, chi scrive puo’ criticare liberamente il potere. Sotto Gamal Abd el-Nasser o durante il governo di Anwar al-Sadat, invece, vergare una sola riga contro il regime poteva costare la libertà”. La pensa cosi’ lo scrittore egiziano Gamal Al-Ghitani, fondatore e direttore dal 1993 del settimanale Akhbar al-Adab (Notizie letterarie), una delle riviste letterarie piu’ autorevoli del mondo arabo, che ha lanciato autori noti anche in Occidente come Ala Al-Aswani (Palazzo Yacoubian, 2006, Feltrinelli). Classe 1945, personaggio poliedrico, Al-Ghitani inizia come disegnatore di tappeti (oggi e’ considerato uno dei massimi esperti), per poi diventare giornalista del quotidiano Akhbar al-Yawm e seguire come corrispondente di guerra i conflitti arabo-israeliano (dal ’68 al ’73), libanese e iracheno-iraniano. ”Il panorama letterario egiziano di questi anni – afferma – e’ molto cambiato. Negli anni ’60 venivamo arrestati, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per avere criticato il regime nasseriano”. I giovani autori di oggi, prosegue, hanno coraggio, sono prolifici e hanno introdotto nuovi stili. La letteratura, dice Al-Ghitani, ha fatto un balzo in avanti. ”Si parla di sesso e della situazione sociale in cui versa il Paese, si racconta la periferia e la vita nelle campagne”. Quel che manca, pero’, e’ la critica letteraria, ”perche’ il livello culturale del Paese e’ basso”. Al pari di Naghib Mahfuz, che lo incoraggio’ a intraprendere la strada della scrittura, anche Gamal Al-Ghitani e’ un ‘cronista del Cairo’. A lui si deve l’introduzione del romanzo storico, di cui il libro-denuncia contro la tirannia e l’oppressione ‘Zayni Barakat. Storia del gran censore della citta’ del Cairo’, e’ un esempio (1997, Giunti editore). Figura predominante nel panorama letterario egiziano, nessun autore egiziano sembra potere superare il paragone con il premio Nobel Mahfouz. ”Scrittori come lui non ve ne sono, ma ne esistono di molto bravi”, fa notare Al-Ghitani. ”Sono comparsi – dice pero’ – tanti autori leggeri, i cui libri, supportati da una grande distribuzione, ma privi di alcun valore letterario, diventano best-seller”. Testi, sostiene, ”che durano quanto un Kleenex: come ‘Taxi‘ di Khaled Al Khamissi (2008, Il Sirente) o a ‘La prova del miele’ (2008, Feltrinelli) della siriana Salwa al-Neimi”. Scritti che vendono molto bene anche in Occidente. ”Al-Neimi – rimarca sarcastico – ha avuto una distribuzione piu’ importante di Mahfouz, ma questo non significa certo che scriva come lui”.

  • Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

    Popoli | Agosto/Settembre 2009 | Fondazione Culturale San Fedele |

    Un vecchio giornalista italiano che aveva girato il mondo come inviato speciale amava ripetere: «Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi. I taxisti hanno il polso della società in cui vivono, conoscono tutti e tutto». Come il cronista, l’A. di questo saggio ha scelto le voci dei taxisti per ricostruire le fitte trame della società del Cairo (Egitto). Nel suo libro ha raccolto 58 storie brevi dalle quali emergono i sogni, le passioni, i ricordi, le avventure dei cittadini della capitale egiziana. Una sorta di affresco realizzato con il taglio giornalistico di un reportage. Il libro è uno dei più venduti non solo in Egitto, ma nell’intero mondo arabo.

  • Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

    Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

    Cronache da Thule | Mercoledì 29 luglio 2009 | Luca Rota |

    Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro. Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi. Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

  • Il prossimo faraone

    Europa | Lunedì 24 luglio 2009 | Azzura Meringolo |

    C’è traffico al Cairo, sempre e ovunque. I tassisti, per intrattenere i clienti spazientiti, raccontano barzellette. Sono talmente tante che c’è chi, come Khaled al Khamissi, le ha raccolte e c’ha fatto un libro.
    Il titolo non poteva essere che Taxi. Uno dei personaggi più gettonati, nei racconti degli autisti, è la madre del presidente egiziano Hosni Mubarak, morta in un incidente stradale alla veneranda età di 104 anni.
    Sangue longevo quello che scorre nelle vene dell’ottantunenne leader egiziano, che nel 2011, data nella quale scadrà il suo ennesimo mandato, avrà tagliato il traguardo dei trent’anni al vertice dello stato.
    Nessuna legge gli vieterebbe di candidarsi per la sesta volta, ma Hosni pare comunque affaticato. Talmente affaticato che non è riuscito neanche ad andare ad accogliere il presidente Barack Obama all’aeroporto del Cairo, quando l’inquilino della Casa Bianca ha visitato l’Egitto, lo scorso giugno.
    Secondo indiscrezioni trapelate dai media egiziani in questi giorni, Mubarak, poi, si sarebbe sottoposto a un intervento alla schiena, nel corso della recente visita in Francia. Una sortita chirurgica camuffata da visita di stato, insomma.
    La stanchezza e gli acciacchi non hanno fatto che rinnovare il dibattito sulla salute del capo dello stato, già scattato dopo la recente morte di suo nipote, il giovane figlio del primogenito Alaa. Dopo il lutto, il raìs era sprofondato nella tristezza più cupa, sospendendo ogni attività per una ventina di giorni e portando in molti a parlare della questione della successione.
    Da allora le ipotesi si rincorrono e c’è chi teme che qualora la provvidenza privasse l’Egitto della sua storica guida, si creerebbe un vuoto pericoloso.
    Il dossier sulla successione a Mubarak è stato a lungo un tabù. È per questo motivo che sorprende che sull’argomento, da poco, sia stato realizzato anche un sondaggio. Se gli egiziani fossero chiamati a scegliere il successore del raìs, la sfida principale – così si pronunciano i cittadini – sarebbe tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cento delle preferenze) e Ayman Nour, il noto dissidente liberale uscito di recente dal carcere (24 per cento).
    Non c’è dubbio che nelle intenzioni del clan Mubarak, Gamal, attualmente terzo uomo più importante del Partito nazionale democratico (la formazione presidenziale), sia il candidato per eccellenza e da anni gli è stata spianata la strada per poter giungere alla presidenza.
    Ma ciò non significa che la poltrona di Gamal sia scontata. Secondo Michele Dunne, esperta dell’Arab Reform Bullettin, ci sarebbero almeno tre fattori a impedire l’avvicendamento padre-figlio. Innanzitutto gli egiziani non accetterebbero volentieri l’idea stessa dell’ereditarietà. Cosa più preoccupante è che il rampollo non godrebbe del supporto dei militari. Sarebbe infatti il primo presidente dell’Egitto post-monarchico non uscito dalle fila dell’esercito e alcuni alti ufficiali riterrebbero che Gamal non riuscirà a salvaguardare i loro interessi e che non sia un leader abbastanza forte da mantenere l’Egitto stabile e sicuro.
    Storia diversa quella di Ayman Nour, che nel 2004 ha fondato il partito al Ghad (il domani), una formazione liberale e riformista attenta a conciliare la sicurezza con i diritti umani. Il regime si accorge presto di lui e già nel 2005 lo sbatte in carcere, prima di partecipare alle elezioni presidenziali dove ottiene un lusinghiero (per gli standard egiziani) sette per cento. Nel giro di qualche settimana Nour viene nuovamente incarcerato con l’accusa di frode, ma non si arrende e la scorsa estate scrive a Barack Obama, all’epoca candidato democratico alla Casa Bianca, che prende a cuore la sua storia. Quando grazie alle pressioni statunitensi viene rilasciato, annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Ma ciò gli costa una serie di persecuzioni e aggressioni da parte del regime, che teme l’appeal che la sua storia esercita nel contesto internazionale.
    Ayman Nour, tuttavia, non spaventa troppo il giovane Mubarak, che deve piuttosto preoccuparsi di Omar Suleiman, capo dei servizi di sicurezza egiziani, descritto da Foreign Policy come il più potente capo dell’intelligence nel contesto mediorientale. La sua popolarità non è comunque alla stelle, eppure Dalia Ziada, conosciuta attivista e blogger egiziana, sottolinea che se il suo nome compare tra le ipotesi è perché la vera domanda, irrisolta, è la posizione che le forze armate assumeranno sulla successione.
    E Suleiman, dall’alto della sua carica, potrebbe calare buone carte. In più può contare sulla fiducia di Mubarak (ha aiutato il presidente a reprimere l’opposizione islamista) e sul fatto che è stato un mediatore essenziale nell’attivare canali di dialogo tra Israele e Hamas, nonché sul rispetto che gli accordano molti membri del partito di governo e altri esponenti delle élite nazionali.
    Tecnicamente però la sua posizione non è semplice.
    Qualora Mubarak liberasse la poltrona, ogni partito potrebbe presentare alle presidenziali un solo candidato e visto che Gamal è il più papabile tra i ranghi del Partito nazionale democratico, Omar Suleiman dovrebbe, se volesse aspirare alla presidenza, correre come indipendente.
    C’è infine una quarta ipotesi, a complicare il quadro della successione. Un’ipotesi che riguarda la fratellanza musulmana (Ikhwan). Il 17 per cento degli egiziani, infatti, si schiera a favore di Isam Arayn, esponente del movimento islamico. Sebbene la costituzione vigente precluda la formazione di qualsiasi partito che si basi sulla religione e quindi impedisca alla fratellanza di competere a livello elettorale, le autorità hanno alzato la guardia e, come ha lasciato intendere il settimanale Ahrah Hebdo, l’intensificazione della pressione sui fratelli musulmani – lo scorso giugno alcuni degli uomini più conosciuti dell’Ikhwan sono stati arrestati – indurrebbe a pensare che il regime vede in loro una temibile mina vagante.

  • Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

    Il Denaro n. 109 | Venerdì 8 giugno 2007 |

    Analfabeti e diplomati, sognatori e falliti, taciturni e loquaci, chi racconta barzellette e chi commenta la situazione in Iraq. E’ la variegata galleria di tipi e personaggi in cui capita di imbattersi salendo su un taxi al Cairo, e le cui voci vengono ora raccolte in un libro pubblicato da poco in Egitto e diventato presto un successo,”Taxi” (Conversazioni in tragitto), del giornalista e regista Khaled al Khamissi. Il libro raccoglie in 220 pagine 58 racconti-monologo che hanno la voce degli autisti di taxi del Cairo: storie tratte dalla realtà, ma romanzate, e raccontate in un linguaggio colloquiale, che differisce molto dalla lingua letteraria usata dalla maggior parte degli scrittori egiziani, e che forse costituisce il segreto del successo di questo libro.
    Il volume, pubblicato a inizio gennaio, dopo tre mesi aveva già venduto 20mila copie e ora è già stato ristampato tre volte. I tassisti protagonisti di questo libro sono assai differenti, sognatori e filosofi, misogini e fanatici, contrabbandieri e falliti, mistici e comici con quell’ironia così particolare dei cairoti magistralmente descritta dallo scrittore Albert Cossery, ma accomunati da uno stesso destino: quello di dover lottare quotidianamente per farsi strada, nel senso letterale della parola, in un mondo rumoroso e caotico. Nei confronti di questa categoria spesso poco amata e stigmatizzata dagli abitanti del Cairo, l’autore non nasconde di nutrire una particolare simpatia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Khamissi ricorda quello che spesso i clienti di un taxi al Cairo dimenticano, ovvero che i tassisti appartengono per lo più a categorie sociali tra le più bistrattate economicamente, i loro nervi sono messi alla prova dal caos delle strade del Cairo, una metropoli bellissima ma inquinata e polverosa formicolante di oltre 16 milioni di abitanti, attraversata ogni giorno in totale da 22 milioni di persone, in macchina, autobus e metropolitana ma anche su carretti trainati da asini e vesponi Piaggio. Con un sottofondo perenne di clacson e una sorprendente commistione tra città, campagna e deserto. Lo descrive bene, l’autore, il loro inferno: “E’ un mestiere sfiancante, lo stare sempre seduti in automobili poco confortevoli distrugge le loro colonne vertebrali, l’incessante rumore delle strade del Cairo demolisce il loro sistema nervoso, i perenni imbottigliamenti li sfiniscono nervosamente e il correre dietro il loro sostentamento – correre nel senso letterale del termine – elettrizza i loro corpi.
    Aggiungete a questo le trattative e le litigate con i clienti per il prezzo da pagare in assenza di tachimetri, e il tormento dei poliziotti che li inseguono…”. L’autore si sofferma anche sulle loro riflessioni sul proprio Paese, i giudizi sui dirigenti, le critiche alla corruzione dei poliziotti, le molte parole che quasi tutti spendono sulla situazione in Iraq e sull’America: ne risulta una sorta di documento sulla vita quotidiana del Cairo, composto da porzioni di reale che non corrispondono nè all’immagine mostrata ai turisti, nè a quella fornita dalla produzione letteraria o cinematografica.

  • L’Iran si sta laicizzando?

    Il cuore del mondo | Venerdì 19 giugno 2009 | Ambrogio |

    L’Iran si sta laicizzando?
    Non credo. Esiste una nuova generazione di musulmani che cresce e che alla morte di Khomeini (1989-ultima fatwa contro Salman Rushdie, autore dei Versi Satanici) avevano pochi anni o addirittura non erano nemmeno nati.
    A Khomeini, da qualsiasi punto lo si voglia considerare, non si può togliere che è stato con la sua vita il perno centrale della radicalità dell’Islam in quel paese. Un personaggio a suo modo irripetibile.
    Per questo non leggo nei fermenti di questi giorni post-elettorali in Iran una voglia di laicità.
    Vedo soltanto una voglia di Islam meno radicale.
    Buono che ci sia.
    Meno notizie in questo senso ci vengono dal mondo arabo/sunnita. Nei mesi scorsi una donna era entrata per la prima volta come sottosegretario all’istruzione(non ricordo se in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi, ma mi sembra sia la prima), segno minimo e credo solo di facciata.
    Più pericoloso per il mondo Occidentale il granitico mondo Arabo Sunnita.
    Ma non credo l’esultanza dei giocatori rivolgendosi alla mecca influenzerà il rapporto tra occidente e L’Islam in generale.
    Insomma erano giocatori di palloni, non sceicchi(al soldo straniero)che incitano alla guerra santa.
    L’Egitto?
    Per chi voglia capire come funziona in Egitto, tra Musulmani, Copti ed altro, e dove noi andiamo a rinchiuderci in quei recinti di vacanza che è Sharm el Sheik, consiglio di leggere il libro di Khaled Al Khamissi, Taxi a cui allego un breve copia e incolla: “Si tratta di un articolata e divertente… critica” della società e della politica in Egitto, dice al Cairo Press, Mark Linz, direttore dell’Università Americana, che pubblica ora una serie di libri di letteratura araba in lingua inglese. ” è unico perché utilizza l’umorismo. Per delle questioni che gli egiziani tendono a prendere molto sul serio”.
    Khamissi dice di non essere un’analista, ma molti dicono che la popolarità del libro viene dal fatto che “ognuno si ritrova nel libro [quando hanno letto il libro.] Ogni lettore ci legge la propria esperienza.
    L’autore è lo stesso di cui parlavo nel tema precedente da Lei proposto e che aveva paragonato il discorso di Obama a Il Cairo quasi fosse un discorso fatto dal Papa.

  • Francesca Sassoli, “Affaritaliani.it” (19 giugno 2009)

    Francesca Sassoli, “Affaritaliani.it” (19 giugno 2009)

    METRO di Magdy El Shafee

    Con “Metro”, Magdy El Shafee crea la prima graphic novel araba. E subito si scatena la censura

    Francesca Sassoli, “Affaritaliani.it” (19 giugno 2009)

    Metro (Magdy El Shafee)Lo abbiamo visto anche in questi giorni in Iran. La censura si è abbattuta sui giornalisti, sui siti internet, sulle “penne” moderate del Paese, sugli studenti universitari di Teheran e i loro professori. Perché più di ogni gesto sono la parola scritta, l’analisi intelligente, lo studio approfondito di un problema, la protesta pensata contro chi toglie voce e libertà al popolo a nuocere ai potenti e – soprattutto – ai prepotenti. Ed è così che un’opera asciutta, efficace, appassionante e sofferta diventa un’arma da spuntare e i suoi creatori rischiano grosso: l’egiziana “Metro” può considerarsi la prima graphic novel in lingua araba e racconta le vicende di un giovane programmatore informatico, Shehab, coinvolto in una rapina da un politico corrotto. Il tema era troppo scottante e scomodo per le autorità del Cairo che ne hanno confiscato fino all’ultima copia e arrestato l’editore Mohamed Sharqawi, titolare della Dar Malameh, che poi ha accusato la polizia di averlo torturato.
    No, non è una novella scritta da un cronachista medievale che narra le disavventure di un cantastorie scomodo a un potente feudatario! E’ un fatto tristemente contemporaneo.
    Il caso è scoppiato ad aprile scorso, discusso in Italia durante Cartoons on the Bay e fatto oggetto di una petizione da parte del quotidiano on line AgendaComunicazione sul quale è possibile trovare i link per la petizione pro-Metro: l’illustratore e intellettuale egiziano Magdy El Shafee deve rispondere dell’accusa di aver usato un linguaggio sconcio, ma la vera accusa è la critica senza veli contro il governo e la corruzione. Intanto si è affacciato alla Rete e sul social network facebook ha detto la sua verità, pregando di essere sostenuto, cercando amici e sostenitori in tutto il mondo, ai quali chiede di scrivere la frase:  “NO for metro confiscation and trial, Support freedom of arts and expression” sul social network o sui blog (come questo, questo e questo).
    Il 18 luglio 2009, dopo una serie di rinvii, una corte egiziana dovrebbe emettere il verdetto. Magdy El Shafee rischia due anni di carcere. Lui, la sua verità,  l’ha raccontata in un’intervista a un sito francese.
    Come molti egiziani, Shihab ha dei debiti. E, senza soldi non potrà rimborsarli. Minacciato dai creditori, il giovane informatico, un bel giorno, decide di puntare una banca. Quando il suo complice esita, lo rassicura: “In questo paese ci sono i poveri che vanno in prigione, e tu sarai ricco!” Così comincia il “Metro“, un fumetto-thriller pubblicato a febbraio 2008 in Egitto, ma ritirato dalle vendite due mesi più tardi dalle “brigate del vizio”, il dipartimento della polizia egiziana che si occupa di affari di prostituzione. In causa, due vignette dove si vede una donna nuda ed alcuni insulti volgari, come quelli che sentiamo per le strade del Cairo tutti i giorni.

    Una critica del regime.
    “L’ufficiale che ha interrogato Mohamed Al Sharqawi, l’editore, gli ha fatto delle domande sul contenuto politico del libro,  prima di venire alla sua presunta oscenità”, spiega Hamdy El Hassiouty, uno degli avvocati del libro . Dietro l’accusa formale di “compromettere la moralità pubblica”, l’egiziano sembra l’obiettivo di una virulenta critica del regime espresso dal Magdy Al Shafee, l’autore del ‘Metro‘. Quando Shihab, il personaggio principale, entra in banca a prendere il bottino, un politico disonesto/losco/sospetto  si fa dare una valigia piena di soldi. Propone un’affare a Shihab: se  rimane in silenzio su ciò che ha visto, non sarà perseguito.
    Un altro episodio mostra degli oppositori al regime, aggrediti al momento di una manifestazione, ritracciando un avvenimento reale avvenuto al Cairo il 25 maggio 2006. ” Un cugino dell’eroe gli racconta che un deputato li ha pagati, lui ed i suoi amici, per molestare le donne che manifestavano” ,spiega Mohamed Al Sharqawi, l’editore. Lui stesso attivista è stato arrestato più volte e torturato. “Quello che dice sul ‘Metro‘ è già stato detto nei libri, ma il potere ha capito che il fumetto era più accessibile al grande pubblico e quindi, più pericoloso per lui”.
    A 48 anni l’autore, Magdy Al Shafee, non nasconde di aver voluto ritrascrivere uno “spirito di rivolta”. Durante tutto l’albo, il “Metro” è paragonato a una trappola nella quale gli uomini sono rinchiusi, senza sapere che esiste una via d’uscita. Una metafora abbastanza chiara dell’oppressione politica. Con il suo tratto nervoso, Al Shafee è un innovatore anche sul piano artistico. Da principio introducendo un genere: in Egitto, fin’ora, il fumetto non esisteva nei negozi per bambini o sottoforma di romanzo a puntate nei giornali.

    Eroe disilluso.
    Un lustrascarpe che perde la vista, un direttore di banca ossequioso, una “nonna” inquieta per suo nipote… Magdy Al Shafee eccelle nella pittura dei personaggi della strada egiziana, incrociando le influenze. “Arrivando in Francia per i miei studi, sono rimasto affascinato da Charlie Hebdo. Ho riportato degli esemplari qui domandandomi come adattare questo tono all’Egitto”, racconta l’autore, che lavora peraltro in un’azienda farmaceutica. Il suo eroe, Shihab, bel muso da giustiziere sociale disilluso, fa pensare a Corto Maltese. “Quello che mi piace negli eroi di Hugo Pratt, è che non sono stereotipi, hanno più volti”.
    Quando Al Shafee ha cominciato a immaginare “Metro” aveva 5 anni; Golo, autore di fumetti francesi trapiantato in Egitto, è stato il suo mentore. “Mi ha fatto capire come imprimere un ritmo ad un album, come creare un atmosfera sena forzatamente passare da un disegno troppo comlicato.”
    Qualunque sia il verdetto del 18 luglio, “Metro” avrà segnato l’atto di nascita del fumetto egiziano.

  • Magdy El Shafee: ancora un rinvio per “Metro” il blasfemo

    Agenda Comunicazione | Lunedì 20 aprile 2009 | Marianna Massa |

    Dopo una comparizione di pochi minuti il giudice ha spostato al 12 maggio l’udienza per il processo all’autore della prima graphic novel egiziana e al suo editore, che rischiano due anni di carcere perché viene usato un linguaggio “da strada” e compare una donna col seno scoperto. La protesta al Cairo degli intellettuali, dei fumettisti e dei sostenitori della libertà di espressione. Magdy: grazie anche alla stampa italiana per il sostegno che sto ricevendo.

    Ancora un rinvio per il processo che oppone Magdi El Shafee il suo editore Mohammed Sharqawi, titolare della Malamih, alla giustizia criminale del Cairo per la pubblicazione di Metro, il primo romanzo di graphic novel mai uscito in Egitto e subito sequestrato su iniziativa della polizia in quanto ritenuto “contrario alla pubblica decenza” per il linguaggio “da strada” usato dai protagonisti e per l’immagine di una donna a seno nudo. Reato che prevede fino a due anni di carcere.
    Sabato 18 aprile il giudice – davanti al quale l’autore e il suo editore erano già comparsi il 4 aprile scorso – ha nuovamente rinviato l’udienza al prossimo 12 maggio.
    Come già la volta scorsa, accanto a Magdy, il cui caso sta avendo risonanza internazionale (e che in Italia è stato seguito e diffuso dal nostro dal nostro quotidiano L’Agenda News ed è stato ripreso da numerose testate) c’erano fra gli altri uno dei più importanti scrittori egiziani, Sun Allah Ibrahim, e Basim Sharaf, tra i più famosi autori teatrali emergenti, oltre a fumettisti, illustratori, intellettuali e giovani mobilitati dalla campagna (dal titolo “NO for metro confiscation and trial, Support freedom of arts and expression“) lanciata dal coraggioso autore di Metro u Facebook e numerosi altri siti.
    L’udienza di sabato è stata, si può dire, fulminea: in meno di mezz’ora il giudice – in un’aula piccola e affollatissima, sovrastata da mille voci e urla – ha discusso una cinquantina di cause, convocando di volta in volta gli avvocati.
    Magdy a atteso il suo turno seduto in fondo, assieme ai suoi sostenitori e ad alcuni giornalisti egiziani e stranieri. Quando è stato chiamato, si è spostato in prima fila, accompagnato da avvocati e sostenitori.
    L’udienza è durata pochi minuti, durante i quali l’avvocato difensore, assieme a Sun Allah Inrahim e al fumettista Ahmad el Balad, hanno testimoniato al giudice l’importanza della libertà di espressione artistica ribadendo che le accuse sono infondate. Queste si basano infatti sulla mera presenza nella “graphic novel” Metro di espressioni che secondo la polizia sarebbero troppo volgari e di immagini che rappresentano “una donna dai seni nudi”: tutti elementi, hanno sostenuto difesa e testimoni, che fanno parte del vissuto e del sapere quotidiano egiziano e che non sembrano avere alcun risvolto negativo sulla psiche dei lettori.
    Il giudice ha preso nota, poi ha chiuso l’udienza ancora una volta senza alcuna decisione, rinviando il caso al mese prossimo: il 12 maggio appunto. Nessuna notizia della commissione di critici d’arte cui era stato demandato il compito di giudicare l’opera dal punto di vista artistico, superando così – come da richiesta della difesta – l’accusa da codice penale.
    Fuori dal bailamme dell’aula, Magdy a dovuto chiedere spiegazioni al suo avvocato per capire cosa fosse successo in quei pochi minuti in cui non si è capito quasi nulla. Subito dopo, parole di gratitudine e riconoscenza per gli amici e la stampa egiziana e internazionale che stanno continuando a seguirlo. «Sono contento – ha detto – che anche dall’Italia mi arrivi tanto appoggio, e spero che continui a essere così. Di non essere lasciato solo. Adesso non bisogna mollare, è necessario continuare a essere presenti e a lottare per la libertà di espressione». «Il giudice – ha aggiunto la moglie Randa con un filo di speranza nella voce – questa volta mi è sembrato più ottimista…»
    «Rischiare due anni di carcere – ha commentato l’autore teatrale Basim Sharafper aver disegnato dei seni nudi! Ma ci rendiamo conto? Sono tutte scuse: perché non confiscano anche il dizionario arabo-inglese per le scuole superiori che si usa in tutto l’Egitto? Anche lì c’è una donna con seni nudi! E i canali porno che ormai tutti guardano attraverso il satellite?»

  • Fumetto: Magdy El Shafee, sempre in Egitto nonstante la censura

    | Agenda Comunicazione | Lunedì 20 aprile 2009 | Marianna Massa |

    Dopo le disavventure per il suo primo romanzo a strisce (“Metro“, che è stato sequestrato dalla polizia morale ed è costato il carcere al suo editore) l’autore racconta la sua vita, le sue aspirazioni, le difficoltà di lavorare nel suo Paese. «Mi hanno accusato di usare un linguaggio troppo spinto, ma è quello della vita di tutti i giorni». Ecco le parole di un uomo coraggioso e di talento.

    «Oggi ho deciso di rapinare una banca. Non so come tutta questa rabbia si sia annidata in me. Tutto ciò che so è che la gente stava sempre da una parte, e io da un’altra. A me è rimasta solo una cosa: la mia testa… e ora ho finalmente deciso di fare quello che mi dice».
    Inizia così Metro il primo romanzo a fumetti in lingua araba scritto e disegnato da Magdy el Shafei, ex farmacista egiziano sulla trentina da sempre amante dell’arte del fumetto.
    Pubblicato nel gennaio 2008, Metro racconta la storia di Shehab, un giovane ed esperto programmatore di computer che, per evitare il fallimento economico, si lascia trascinare da un politico corrotto in una rapina in banca.
    Metro si inserisce nella letteratura araba contemporanea come una pietra miliare, forse un po’ troppo pesante per la realtà egiziana da cui proviene: pochi mesi dopo la pubblicazione, il libro viene infatti confiscato e ritirato da tutte le librerie, mentre Muhhamad Sharqawi, il capo della casa editrice Dar Malameh che lo aveva pubblicato Metro, finisce prima in manette e poi davanti a un tribunale.
    Magdy non si spaventa. Lo si capisce dalle se parole.

    Signor Shafee, come inizia la sua esperienza da disegnatore e scrittore di fumetti?
    Tutto quello che so è che disegno da quando sono capace di intendere e di volere… mio padre, quando si è accorto della mio interesse per la pittura, mi ha insegnato l’arte degli impressionisti e mi ha mostrato le loro opere originali al museo Muhammad Khalil. Mia cugina, che studiava alla facoltà di Belle Arti a Zamalek, mi ha fatto conoscere Modigliani e Kandinskij.
    Ho amato i fumetti come mezzo di espressione, non solo come disegno. Da bambino Superman e Tintin erano le mie ricompense ideali e quando, all’età di 15-16 anni, ho letto una storia di Hugo Pratt è stato per me una meravigliosa sorpresa: l’eroe del fumetto non doveva essere per forza un modello pieno di virtù… mamma mia che emozione!
    Perché?
    Ero abituato a vedere per le strade solo pubblicità di candidati, con facce non certo di brave persone, alle elezioni; scarabocchi dei tifosi dell’Ahli… in giro non si trovava nulla che parlassedavvero egiziano. Così decisi che non sarei diventato un bravo pittore e che avrei fatto di tutto per diventare un fumettista.
    Scrivere fumetti… che storia! Te ne stai a cercare finchè non trovi il tuo metro di paragone artistico, ma a volte è importante anche scrivere per se stessi. Non avevo tanta fiducia nelle mie capacità di scrittore e a questo proposito sono profondamente debitore a Ahmad el Aydi, un giovane romanziere, per il suo capolavoro Essere Abbas el Abd, uno dei migliori libri nell’Egitto contemporaneo. Sono stato fortunato perché lui mi era debitore dei tanti commenti generali su come migliorare lo stile della narrazione.
    Come nasce l’idea di Metro e come si sviluppa?
    Metro mi si è imposto da solo, nonostante l’inesistenza di un’industria del fumetto in Egitto, nel senso professionale del termine. Un mio amico era scappato, la polizia lo cercava: si trattava di una bravissima persona, profonda, sensibile, sincera e amava l’arte. Insomma, all’epoca il governo si trovava in uno dei tanti momenti di grottesco fallimento economico: per me era naturale trovare equo essere dalla parte di uno come il mio amico latitante piuttosto che di un governo che non faceva gli interessi del popolo. Questo succedeva nel 2003. Quindi gli scioperi e le manifestazioni contro la successione del governo e le elezioni presidenziali mi hanno spinto a scrivere ciò che accadeva in questa specie di teatro.
    Per quali motivi Metro è stato sequestrato?
    Il motivo ufficiale è che la polizia morale ha trovato il linguaggio usato nel fumetto troppo spinto. Tuttavia basta passeggiare in Piazza Ramses al Cairo per rendersi conto che il linguaggio quotidiano egiziano sia ben più spinto. La realtà è che il riferimento alla persona del politico corrotto non è visto come puramente casuale…
    Alcuni artisti del Medio Oriente – come ad esempio Marjane Satrapi, la fumettista iraniana autrice di Persepolis – sono emigrati all’estero per salvaguardare la propria libertà di espressione artistica. Lei è rimasto in Egitto. Come vive?
    In America ci sono istituzioni che scelgono: la storia di questo la facciamo disegnare a quello, arrivederci e grazie. Il risultato non è sempre bello e vivace come le opere europee, ma la produzione americana è enorme e stimola il commercio e l’industria del fumetto. Anche questo è importante per far sì che i fumettisti continuino a creare. Qui invece non c’è la giusta atmosfera professionale, ma il bello è la battaglia astuta e austera che devi combattere per venir fuori con un buon risultato nonostante le difficoltà a pubblicare e distribuire.
    Spero che Metro rappresenti un nuovo inizio per il fumetto per adulti e per il graphic novel… quanto a vivere fuori dall’Egitto è un fatto che mi ha sempre confuso. Non mi piace immaginare che la gente di qui potrebbe trattarmi come uno di seconda classe e mettermi da parte solo perché decidessi di vivere in un altro posto del mondo… è così strano che l’umanità non si sia ancora liberata da questo complesso dell’intolleranza!
    Ad esempio se incontri qualcuno mentre corri la mattina nel parco e nel bel mezzo della conversazione salta fuori che è ebreo o americano o arabo, lo inserisci subito in uno stereotipo con cui questa persona non ha niente a che fare.
    In realtà non ho niente a che fare neanch’io con lo slogan “L’Egitto è Mubarak”, ho a che fare e sono responsabile solo della mia propria immagine.
    Credo che la mia battaglia qui con l’editoria, la polizia e il sistema che monopolizza le opinioni non sia ancora arrivata in un vicolo cieco. Qualora dovesse arrivarci, allora mi porrei il problema. Ancora la situazione è sostenibile.
    Metro non è stato ancora tradotto ma ci sono alcuni giornalisti italiani che ne hanno scritto su giornali e su siti internet. Inoltre, grazie alla critica d’arte Viviana Siviero, alcune tavole originali del libro sono state esposte alla mostra “Il Drago di Giorgio” a Sovramonte- Servo, in provincia di Belluno.
    Si sarebbe aspettato un simile successo “internazionale” dopo la censura nel suo Paese?
    Sinceramente no. Questo successo è andato di gran lunga oltre le mie aspettative. Ringrazio anche i miei amici statunitensi che hanno subito pubblicato alcune pagine del romanzo tradotte in inglese sul sito www.wordswithoutborders.org e su un numero speciale della loro rivista sul graphic novel. Vorrei ricordare anche Paola Caridi per il meraviglioso articolo scritto sul Sole 24 Ore e Rania Khallaf per quello uscito su El-Ahram Weekly, “Il Metro che abbiamo perso”.
    Quali sono i suoi progetti professionali adesso?
    Penso a storie intime della mia vita passata e presente. Penso al mio rapporto con le donne, a come la loro immagine mi si sia presentata all’inizio nell’ambito domestico, a come questa immagine sia poi stata trasformata in una società come quella saudita. Penso anche a come le mie esperienze intime e sincere con donne diverse hanno cambiato ancor più l’idea che avevo della donna, tanto da prendere il sopravvento sulle idee precedenti e a spingermi a difendere la questione femminile nella nostra società.
    D’altro canto penso a una storia della nostra Storia riguardo a un personaggio che 120 anni fa reclamava il diritto del popolo alla libertà e a una vita dignitosa.
    Quest’uomo si chiamava Ahmad Orabi, è lui che disse “L’Egitto agli Egiziani” creando un nuovo senso della Nazione, e noi ancora oggi combattiamo per realizzare il suo sogno.

    Dopo una comparizione di pochi minuti il giudice ha spostato al 12 maggio l’udienza per il processo all’autore della prima graphic novel egiziana e al suo editore, che rischiano due anni di carcere perché viene usato un linguaggio “da strada” e compare una donna col seno scoperto. La protesta al Cairo degli intellettuali, dei fumettisti e dei sostenitori della libertà di espressione. Magdy: grazie anche alla stampa italiana per il sostegno che sto ricevendo.

  • Viaggi in Egitto: offerte, pasqua, ferragosto, natale, capodanno, piramidi, il Cairo, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre

    Viaggi in Egitto: offerte, pasqua, ferragosto, natale, capodanno, piramidi, il Cairo, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre

    Cari lettori,

    riporto di seguito qualche informazione utile se mai decideste di intraprendere un viaggio in Egitto (Il Cairo, Luxor, Sharm el-Sheik, Hurgada, Sinai). Come sapete, dopo i cittadini delle ex repubbliche sovietiche gli italiani sono i viaggiatori più numerosi nella terra dei defunti faraoni. Questo sarà un piccolo prontuario da tenere alla mano se intendete avventurarvi in un viaggio in Egitto fai da te… che crescerà con il tempo, quindi tornate a visitarci!
    L’Egitto ve lo raccontiamo segnalandovi, così come fa la Lonely Planet, il libro “Taxi. Le strade del Cairto si raccontano” di Khaled Al Khamissi che abbiamo pubblicato nella nostra collana “Altriarabi”. Un libro dedicato «Alla vita che abita nelle parole della povera gente» che va letto prima di avventurarsi in qualsiasi avventura umana in Egitto, per conoscere e imparare, attraverso 58 brevi storie, qualcosa di più del popolo egiziano. Taxi è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani sono degli amabili cantastorie che, con disinvoltura, conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni.

    Un viaggio in Egitto è un viaggio nel nostro passato e nel nostro futuro.

    Prendere un taxi al Cairo
    Ecco un piccolo prontuario da tenere alla mano se intendete avventurarvi in un viaggio in Egitto fai da te…
    Tra i vari mezzi di trasporto messi a disposizione dalla grande metropoli egiziana, il taxi è sicuramente il mezzo più semplice. In qualsiasi giorno della settimana a qualsiasi ora della giornata, dovunque voi vi troviate ci sarà sempre un taxi che vi passerà davanti pronto a fermarsi appena farete un minimo gesto della mano… a meno che non siate estremamente sfortunati.
    La prima cosa da fare appena un taxi si ferma, dopo un breve saluto che potrebbe suonare “Assalamu aleikum” (che la pace sia con te) che agli egiziani fa sempre piacere, senza troppi preamboli (posizionandovi se siete una donna sola nel sedile retrostante e se siete un uomo nel sedile accanto al conducente), comunicategli la meta che intendete raggiungere.
    In Egitto non esiste un vero e proprio tariffario da seguire per il pagamento della corsa. In genere le persone si basano su dei prezzi convenzionali non scritti che si apprendono dopo un lungo periodo di permanenza e che variano a seconda delle condizioni del traffico e sicuramente a seconda di che tipo di cliente si siede nel taxi, i turisti hanno sempre dei prezzi maggiorati, è per questo che conviene non sfoggiare guide, occhiali da sole e macchine fotografiche, ma adattarsi agli usi del posto… contando sul fatto che nel 50% delle volte un italiano, specialmente se meridionale, potrebbe essere confuso con un abitante del luogo. Possiamo orientativamente dire che la tratta aeroporto – centro città costa dai 40 ai 50 pound, partendo dall’aeroporto conviene sempre prima della corsa accordarsi con l’autista sul prezzo della tratta, agli egiziani, come alla grande maggioranza degli arabi piace molto contrattare e molte volte se il cliente non tratta viene considerata persona di poco conto, più sarete tenaci e più riuscirete a farvi fare un prezzo ragionevole, o almeno il prezzo giusto per la corsa. In città una piccola tratta di 4/5 km, per esempio dall’isola di Zamalek al Midan Tahrir (Museo egizio), costa non più di 5 pound. Non lasciatevi intimidire da discorsi tesi ad impietosirvi, se sapete di aver pagato il prezzo giusto scendete sicuri di voi stessi chiudete la portiera e salutate anche se magari da alcuni tassisti arriveranno una valanga di maledizioni… pensate però che la professione del tassista al Cairo è stancante è difficile e se potete permettervi qualche lira in più che per voi sono pochi centesimi al tassista cambierà la giornata.
    Prendere un taxi al Cairo è sempre un’avventura che potrebbe essere assolutamente divertente, interessante, piacevole o il vostro più brutto ricordo. La gamma degli autisti è molto varia, spaziano da colti laureati ad analfabeti. Alcuni sanno bene l’inglese, altri qualche parola, con altri ancora se non conoscete qualche parola di arabo sarà assolutamente impossibile comunicare. Gli egiziani sono dei grandi intrattenitori, cantastorie formidabili, ma se siete nella giornata no in cui non vi va di parlare, ma solo contemplare il paesaggio dell’affascinante Cairo il conducente capirà all’istante e alzerà di buon grado l’audio della radio per farvi assaporare il Cairo al ritmo di musica araba… o prediche religiose se siete meno fortunati.
    Se siete invece vogliosi di conversare, sicuramente la prima domanda sarà: “da dove viene?” E a quel punto rispondere che siete italiani andrà a vostro favore, gli egiziani hanno un’estrema simpatia per gli italiani che considerano molto simili, vi diranno “Ahsan an-nnasuu” (la gente migliore) e inizieranno a parlare di qualche calciatore, se non vi intendete di calcio fate finta di essere buoni intenditori per non togliere il tono allegro della conversazione. Se malauguratamente il tassista vi chiede di che religione siete avete due opzioni: cristiani o musulmani, se non volete essere vittime di prediche su paradiso e fine del mondo è meglio non dire che siete ebrei o atei perché tenteranno in tutti i modi di convincervi che l’Islam è l’unica religione, chiaramente se il tassista è musulmano, difatti al Cairo c’è una buona minoranza di cristiani coopti ortodossi… ve ne accorgerete guardano il polso dell’autista, se ha una piccola croce tatuata è sicuramente un cristiano.
    Buon viaggio! e quando scendete non dimenticatevi di ringraziare “Shuukran” e di fare qualche buon augurio al tassista, come “rabbina maak” (Egiziano colloquiale “che Dio sia con te”).

  • Il Cairo a strisce

    DLab | Lunedì 14 giugno 2008 | Elisa Pierandrei |

    Si intitola Metro la prima graphic novel per adulti che parla egiziano. È nata dalla matita di Magdi El Shafee, una laurea in farmacia, e una passione infinita per i fumetti, da quelli di Ugo Pratt ai lavori del suo maestro basco Golo, a Marjane Satrapi. Metro è ambientata in una metropoli in cui Il Cairo è riconoscibile attraverso i cartelloni pubblicitari, la passeggiata lungo il Nilo, le fermate della metropolitana. È in questa città frammentata e corrotta che i giovani protagonisti, Shihab e Mustafa, sono coinvolti in una rapina. Shafee ha pubblicato per una piccola casa editrice, Malamih (www.magdycomics.com), che però, assicurano i giovani egiziani, è stata uno dei primi cult per la generazione di ventenni underground che fino a pochi anni fa erano una rarità al Cairo. Il volume è in vendita alla Townhouse Gallery (thetownhousegallery.com) e in pochi altri posti in città.

  • Pratt sul Nilo

    | Il Sole 24 Ore | Lunedì 11 febbraio 2008 | Paola Caridi |

    Esce la prima graphic novel egiziana, tra thriller e denuncia sociale. E tra i modelli, c’è anche il papà di Corto Maltese.È tutto dentro una frase. “Devi rendere sporca anche una rapina in banca”, dice Mr. Shihab, rapinatore ‘costretto’, software designer di professione, quando il politico corrotto gli propone un accordo per salvare la pelle e i soldi appena ricevuti come tangente, durante il colpo in banca. Devi sporcare tutto, anche quello che è già sporco, dice Mr. Shihab. E quella sentenza trasforma il politico corrotto nell’icona stessa della corruzione. Nel simbolo da esporre al pubblico ludibrio.
    La prima graphic novel in versione egiziana non dimentica il fervore politico degli ultimi tre anni. Anzi. È proprio dal ribollire sociale e culturale che ha preso la sua “forza”, ammette Magdy al Shafee, l’autore di Metro, romanzo a fumetti ambientato in una Cairo appena evocata attraverso i simboli contemporanei della strada. Dai cartelloni pubblicitari all’insegna della metropolitana, dai telefoni pubblici ai ponti sul Nilo. Come a Shafee ha insegnato uno dei suoi maestri, il basco Golo, cartoonist anche lui di stanza al Cairo.
    La trama è quella tipica di un giallo, riempita da una malinconia che ricorda uno dei maestri italiani del fumetto. “Sì, è vero, Hugo Pratt è stato uno dei miei modelli più importanti”, dice Magdy al Shafee, che a raccontare idee attraverso le immagini ci pensava sin da bambino. “Pratt mi ha insegnato che si può inserire un contenuto profondo in un’atmosfera da thriller”. E quel finto cinismo del padre di Corto Maltese c’è tutto, nel tratto elegante che narra la storia di due ragazzi del Cairo, magri, capelli corti, maglietta e jeans, costretti in una società imprigionata dall’”arrendevolezza”. “La trappola peggiore”, commenta Shafee.
    Mr. Shihab, il software designer, non riesce a ripagare il debito contratto con un usuraio, e decide che la rapina in banca è l’unica strada che gli rimane. Poi il colpo, la giustizia popolare verso il politico corrotto, e il giorno dopo, nessuna notizia della rapina sulla stampa del Cairo. Forse per coprire il corrotto. La storia, però, non ha il lieto fine che ci si aspetterebbe: Mustafa, l’amico di Mr. Shihab, un ragazzo semplice della periferia cairota, se ne va. Con la refurtiva. “Me lo avevi detto tu, che dovevo liberarmi, e uscire dalla trappola”, gli dice ironico al telefono, mentre sta per prendere un aereo. Destinazione sconosciuta.
    L’umanità del Cairo descritta da Shafee è tutto fuorché lo stereotipo corrente. Ricorda, semmai, le dimensioni urbane occidentali, la frammentazione. “Ma la colpa di questo stereotipizzazione degli egiziani non è della gente comune. È della generazione precedente che non ha mostrato l’altra faccia della storia. Di quello che stava accadendo da noi”, precisa Magdy al Shafee, a pieno titolo esponente di quell’underground (termine riduttivo, a dire il vero) artistico e culturale che va in onda al Cairo almeno dal 2004. Anche lui, figlio di quella blogosfera egiziana che a tutti gli effetti rappresenta un dissenso fecondo quanto quello dell’Europa orientale pre-1989.
    I blog hanno cambiato tutto. “Non c’è bisogno di accennare le cose, di parlare tra le righe”, spiega Shafee. “Parliamo sulle righe, attraverso le righe”. Righe virtuali certo, quelle dei blog, ma pesanti quanto quelle sulla carta. E non è per nulla casuale che Metro, graphic novel di livello, sia uscita in Egitto attraverso una casa editrice nuovissima, nata appunto dal mondo dei blog. “Avevo ricevuto, a dire il vero, due offerte importanti. Una dalla casa editrice che pubblica grandi scrittori, come ad esempio Sonallah Ibrahim. E una da Dar Merit”. Dar Merit, editore di punta dei nuovi scrittori, il primo editore di Alaa al Aswani. Niente da fare. Shafee ha preferito pubblicare con un marchio piccolo, Malamih, ma immediatamente riconoscibile da quella generazione di ventenni che sta emergendo al Cairo.
    Malamih è l’espressione del mondo dei blog. Anzitutto per il suo fondatore, Mohammed al Sharqawi, uno dei blogger politici più conosciti del paese. Protagonista, quasi due anni fa, delle proteste di piazza dell’opposizione a Hosni Mubarak, Sharqawi era stato arrestato e aveva accusato la polizia egiziana di averlo torturato, scatenando una campagna anche internazionale per difenderlo e farlo scarcerare. Ora, a due anni distanza, Sharqawi si è imbarcato assieme a sua moglie in un’avventura che dal messaggio virtuale passa alla dimensione fisica del libro. “Malamih è nata pochi mesi fa dal blogging, perché i giovani scrittori hanno prima usato la rete, strumento a poco prezzo, per esprimersi. Ora, li pubblichiamo su carta. In nome della letteratura libera e della libertà di espressione”, dice Nayra Sheykh, orgogliosa di un’avventura, e sostenuta da un pubblico che ha poco più di vent’anni. La stessa età, suppergiù, di Mr. Shihab e del suo amico Mustafa.