da “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret” di Norman Nawrocki (pp. 3–5)5′ di lettura

I saw myself, held myself, hand to hand
Head­less, I, too, wal­ked in this stran­ge new land.

In gene­re, avrei nasco­sto il mio dia­rio sot­to il let­to, spe­ran­do che nes­su­no osas­se guar­dar­lo. Ades­so, inve­ce, vi chie­do di dar­ci un’occhiata. Scor­re­te rapi­da­men­te le pagi­ne. Leg­ge­te cosa suc­ce­de quan­do quel­li del mio grup­po e io deci­dia­mo di iniet­ta­re un po’ di rock’n’roll cana­de­se, anar­chi­co, impor­ta­to, nel­le brac­cia aper­te dell’Europa. Dal vivo, come Rhy­thm Acti­vi­sm, met­tia­mo in sce­na un caba­ret poli­ti­co di alto livel­lo che assi­cu­ra di scuo­te­re, tur­ba­re e met­te­re in discus­sio­ne. Come? Pren­dia­mo il meglio del caba­ret tra­di­zio­na­le euro­peo, lo com­bi­nia­mo con il peg­gio del­la tv ame­ri­ca­na, vi get­tia­mo den­tro una musi­ca tra­di­zio­na­le e all’avanguardia pie­na di sor­pre­se, aggiun­gia­mo un po’ di far­sa, costu­mi e masche­re e rin­for­zia­mo il tut­to con un mes­sag­gio socia­le impe­gna­to. Fac­cia­mo anche bal­la­re la gen­te, da Ber­li­no a New York. Sul­la car­ta, è dura ripro­dur­re l’energia e il puz­zo di quat­tro ragaz­zi che suo­na­no come se ogni show fos­se l’ultimo, come se ogni paro­la, ogni movi­men­to del­le dita e del­le mani con­tas­se quan­to un bat­ti­to del cuo­re o un respi­ro. Sul pal­co, il mon­do rea­le arre­tra, e si fer­ma. Il mal di testa scom­pa­re. Il cibo unto e nau­sean­te pri­ma del­lo show non c’è mai sta­to. Se non fa par­te del­la sca­let­ta, dimen­ti­ca­lo. Quel­lo schiz­zo di san­gue? Met­ti­lo in sce­na. Il micro­fo­no incli­na­to, l’amplificatore fuman­te, la cor­da sfa­sa­ta, i cal­zi­ni umi­di e suda­tic­ci, i cavi: fot­tu­ti cavi eco­no­mi­ci in scon­to, mai che fun­zio­nas­se­ro bene, male­det­ti – que­sto mon­do con­ta. Sono cru­cia­li le qua­li­tà di ese­cu­zio­ne del­la pla­sti­ca, del­la gom­ma, del metal­lo, del legno, del­le cor­de voca­li, dei musco­li e del­le ossa – que­sto è impor­tan­te. Una sto­na­tu­ra fa male. Tre­cen­to paia di orec­chie pos­so­no non far­ci caso, ma le tue sì. Fai un casi­no, e i com­pa­gni del­la band san­no esse­re impla­ca­bi­li. Dai di più del­la not­te pre­ce­den­te e for­se nes­su­no se ne accor­ge. Per­ché sul pal­co­sce­ni­co, per quell’ora o due di que­sta sera, con­ta la veri­tà del tuo La vibran­te, con­ta la resa, la sostan­za di ciò che stia­mo cer­can­do di dire, con­ta ogni emo­zio­ne gui­da­ta dall’istinto. Non esi­ste nient’altro. O alme­no, que­sto è ciò che ci con­vin­cia­mo a cre­de­re. Ma la musi­ca, il tea­tro, lo slan­cio ad esi­bir­si sono solo una par­te di que­sta sto­ria a vol­te tri­ste, a vol­te esi­la­ran­te, di uno spe­cia­le tour euro­peo visto attra­ver­so i miei occhi iniet­ta­ti di san­gue. Il resto – i momen­ti che stan­no in mez­zo – ha poco a che fare con il mon­do del­la musi­ca, del­la sce­no­tec­ni­ca e del­la cul­tu­ra d’avanguardia del­la band. Il resto sono ‘fia­be urba­ne’. Par­la­no del­la nuo­va sot­to­clas­se mul­tiet­ni­ca euro­pea: i pove­ri che lavo­ra­no, gli immi­gra­ti, i gio­va­ni emar­gi­na­ti e i vec­chi che vivo­no nell’ombra. Per loro non ha impor­tan­za la nostra musi­ca, non con­ta la nostra capa­ci­tà d’interessare il pub­bli­co, né il nostro ten­ta­ti­vo di con­tri­bui­re a pro­muo­ve­re la ‘resi­sten­za cul­tu­ra­le’. L’Europa ama gli arti­sti che la visi­ta­no, e ci trat­ta bene. Ma quan­do mai l’Europa è sta­ta gene­ro­sa con i rifu­gia­ti, con i Rom, con i lavo­ra­to­ri immi­gra­ti, con i sem­pre fede­li Sla­vi, con le don­ne che lavo­ra­no per le stra­de e i men­di­can­ti che ten­go­no i mar­cia­pie­di sgom­bri da moz­zi­co­ni di siga­ret­te e tor­so­li di mele? In un mon­do di fan­ta­sia glo­ba­liz­za­ta, que­ste per­so­ne rap­pre­sen­ta­no il nuo­vo vol­to sfre­gia­to dell’Europa: incer­to e insi­cu­ro, cari­co di un disin­can­to cre­scen­te. Riflet­to­no un’Europa in movi­men­to, segna­ta da ten­sio­ni poli­ti­che e raz­zia­li nel momen­to in cui est e ove­st, vec­chio e nuo­vo, com­pe­to­no per il futu­ro ricor­dan­do il pas­sa­to. Que­sto libro è sta­to scrit­to tra un soun­d­check e l’altro, cari­can­do e sca­ri­can­do l’attrezzatura del­la band, sor­seg­gian­do bir­ra. Ho tra­scor­so il mio tem­po con deci­ne di ragaz­zi­ni di stra­da, pro­sti­tu­te, bar­bo­ni e sen­za­tet­to che incon­tra­vo sul­le pan­chi­ne dei par­chi, nei caf­fè alle sta­zio­ni degli auto­bus e nei vico­li puz­zo­len­ti die­tro ai loca­li in cui suo­na­va­mo. Tra cibo e bevan­de con­di­vi­se, ascol­ta­vo. Que­ste con­ver­sa­zio­ni diven­ta­va­no sto­rie vere e rac­con­ti incre­di­bi­li – la real­tà di gen­te a cui nes­su­no di soli­to dava ascol­to. Ben­ché non pos­sa rive­de­re que­ste per­so­ne, potreb­be­ro esse­re i miei vici­ni o i vostri, la don­na licen­zia­ta la scor­sa set­ti­ma­na o il tipo che invec­chia sul­la pan­chi­na alla fer­ma­ta dell’autobus. Potreb­be­ro sta­re fra il pub­bli­co del nostro pros­si­mo tour o sul­la pri­ma pagi­na di un gior­na­le a chie­de­re a gran voce Lavo­ro, Cibo, Pace e Giustizia.
In que­sto libro ho cam­bia­to i nomi e le carat­te­riz­za­zio­ni dei mem­bri del­la band. Tra le pagi­ne del dia­rio ci sono let­te­re di uno zio a mio padre. Pen­sa­vo che que­ste let­te­re fos­se­ro scom­par­se, ma sono rie­mer­se in tem­po per esse­re inclu­se nel libro. Vede­te, que­sto non è sta­to un tour nor­ma­le. Mio padre mala­to mi ha chie­sto di rin­trac­cia­re suo fra­tel­lo di cui non ave­va noti­zie da anni. Gli ho det­to che avrei pro­va­to. Sia­mo un grup­po, e la nostra musi­ca vive di video, di CD e di Inter­net. Ogni tan­to impa­re­re­mo che la nostra musi­ca ispi­ra gli ascol­ta­to­ri, li tra­sfor­ma in soste­ni­to­ri e li aiu­ta a raf­for­za­re o a dar vita alle loro visio­ni di un mon­do nuo­vo, più libe­ro e più one­sto. Vor­rei pen­sa­re che que­ste sto­rie daran­no pure vita a visio­ni diver­se, anche se per un solo momen­to – quel momen­to in cui veri­tà e fin­zio­ne, real­tà e sogno diven­ta­no indi­stin­ti, in cui i sogni degli stra­nie­ri, i sogni di quel­li del mio grup­po, i sogni dei miei ami­ci e i vostri sogni, cari let­to­ri, ven­go­no libe­ra­ti, met­to­no radi­ci e cre­sco­no. Uni­te­vi a me e al Dia­vo­lo e lascia­te che que­sto caba­ret abbia inizio.

Nor­man Nawrocki,
Mon­tréal, 2002

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