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Ecco a voi “Sirentina” la nuova collana dedicata ai più piccoli

Con grande piacere il Sirente accoglie nel suo grembo Sirentina, una collana dedicata ai più piccoli.  Ci entreremo in punta di piedi, perché il mondo dell’infanzia è un mondo incantato, dove meraviglia e stupore hanno il loro centro, un cuore delicato e profondo da proteggere e mantenere sempre vivo perché i fanciulli di oggi diventino domani persone  forti e coraggiose.

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ArticoloTre (Daniela D’Angelo, 25 luglio 2018)

FÙCINO. ACQUA, TERRA, INFANZIA di Roberto Carvelli

ArticoloTre (Daniela D’Angelo, 25 luglio 2018)

Fùcino. Il lago dell’infanzia perduta. Intervista a Roberto Carvelli

Fùcino. Acqua, terra, infanzia : Roberto Carvelli

Che fine ha fatto il lago del Fùcino con tutti i suoi pesci? E che fine ha fatto la giovinezza con tutte le sue avventure? Nel suo ultimo libro “Fùcino. Acqua, terra, infanzia” (il Sirente), Roberto Carvelli ci accompagna nei territori della sua infanzia a Cerchio e parallelamente traccia la storia di questi luoghi (che furono anche di Silone) per raccontare un tempo inabissato, che ha lasciato posto ad altro, al suo superamento.

È un libro sulla ferita e sull’incanto dell’infanzia. La memoria chiama a raccolta episodi piccoli e personali, eppure significativi: i conflitti esistenziali e famigliari, le piccole scoperte, i vicini che passavano in visita, il paesaggio e la natura. L’autore evoca, indaga, rimuove, poi ripristina. Le commoventi fotografie in bianco e nero riportate in queste pagine rendono servizio a questo tentativo di testimonianza. Che si avvale anche di una documentata ricerca storica sui fatti che hanno riguardato la zona.

Viaggio nella memoria dunque, diremo meglio, attraversamento e scavo, dove le tensioni del passato trovano accomodamenti. Risposte che il bambino non sapeva ancora darsi e che l’adulto adesso cerca di farsi bastare.

Archiviate da un pezzo le intemperanze giovanili di Bebo e altri ribelli degli esordi, questo è un libro della maturità, senza più rivoluzioni. Il lago laddove ora vi è la piana è una dimensione a cui bisogna tornare per varcare un confine, segnare un passaggio. Dall’infanzia al Fùcino fino al matrimonio (ça va sans dire, in questi luoghi) il libro ripercorre un’esistenza intera o quasi, e cuce un raccordo tra la vita passata e quella nuova verso cui dunque bisogna tendere. Il resoconto è tutto volto alla conquista di un assetto conciliante, soddisfacente, definitivo. Per risolvere in ultimo che non è nella definitività, ma piuttosto nel mutamento – tanto dei sentimenti quanto dei luoghi di cui facciamo esperienza, comprese le case che abitiamo – che la vita dà prova del mistero della sua insondabilità. E se da un lato abbiamo imparato che la terra che calpestiamo cambia sempre almeno un poco dopo il nostro passo, dall’altro, in un mondo parallelo tanto indimostrabile quanto possibile, naturalmente solo per chi ha voglia di crederci, vivono ancora e per sempre il Fùcino con le sue acque intatte e con i suoi pesci. E con loro, tutte le altre nostre vite che via via nel tempo vi si sono perdute dentro.

DDA: La casa di villeggiatura a Cerchio, e la vita che vi si svolgeva dentro e attorno, i tuoi genitori giovani, tuo fratello e tu bambino, si sono dileguati per sempre, come le acque del lago – il Fucino. Il libro, che nelle pagine finali definisci appunto un memoir, è il tentativo di portare a galla la memoria dell’infanzia. Ma l’evocazione di un tempo e di un luogo perduti si spinge fino a diventare una specie di testamento, un addio, un saluto definitivo…

RC: Il libro è un resoconto. Un’opera narrativa in cui la materia bruciante della realtà diventa pretesto per la finzione del racconto. Il racconto è quello della ricercata pacificazione con il proprio passato. E l’infanzia, per quella strana combinazione di magia ricordata e vaghezza della memoria mista alla rimozione, è il luogo emotivo del racconto. Coincide per una strana assonanza al luogo geografico dello stesso racconto come condividendone un destino. Il non più lago Fùcino viene raccontato insieme alla non più infanzia di quella casa costruita da mio padre e poi venduta al termine di un decennio favoloso (in senso proprio). Del lago ho cercato tutto le storie: il suo prosciugamento iniziato in tempi romani e concluso nel tardo 800, il terremoto a cui assiste nel 1915 – pensate che ad Avezzano muore il 90% della popolazione per darvi l’idea delle grandezze –, le lotte contadine dopo la bonifica del lago. Per farlo ho passato mesi in biblioteca compensando vuoti. Ma non per questo il libro è un saggio: sono solo altre storie che intessono la mia storia personale.

DDA: Queste pagine parlano del rapporto con il padre, di quella conflittualità che accompagna la crescita e lo sviluppo personale. Ma si avverte il bisogno di una riconciliazione, di perdonare e di farsi perdonare. Sembra che senza questo passaggio sia impossibile procedere, andare veramente avanti.

RC: La parte più incandescente di tutto il processo di fusione che avviene nelle pagine del libro è proprio quella del rapporto col padre. Il Fùcino, come luogo geofisico e narrativo, diventa l’occasione per un ritorno nel luogo (fisico e non fisico) del padre. Cosa che con me fa Tommaso Ottonieri Pomilio con il suo, e che viene fatta anche cercando nel simbolo stesso dell’autorità paterna, di quello che simboleggia. Per rimanere alla mia storia personale, in terra di Fùcino cerco di riscoprire quanto l’assenza, l’incerta presenza e, infine, la corposa e felice – per quanto rara, episodica – presenza di mio padre abbia segnato il mio diventare adulto. Ed è una scoperta che ognuno può fare: i conti col passato tornano sempre – al di là della presenza – bisogna solo metterci mano. Aprirsi al ricordo, ai ricordi.

DDA: La campagna in cui è immersa la casa diventa lo scenario della tua formazione naturalistica, da qui probabilmente ha origine l’interesse che hai anche oggi per la natura e per il birdwatching. Tra pericolo e mistero, dalle pecore alle serpi, passando per lupi e orsi, ci vuoi parlare dell’incontro con il cuore selvaggio della Marsica? La modernizzazione, d’altro canto, ha dovuto fare i conti con l’arcaico e il magico. In che modo il territorio ha inglobato le spinte verso il progresso?

RC: Il Fùcino presenta questa strana combinazione di wilderness (ma dirò selvaggio per smarcarmi da categorie “turistiche” e accedere a vie più universali) e antropizzazione estrema. Estrema è la coltivazione intensa che dall’alto appare come una sorta di coperta intessuta con stracci di vari verdi e gialli a seconda delle stagioni e delle coltivazioni, intessuta con precisione geometrica tra canali e strade numerate. O plastiche e serre rilucenti. Il sistema di questa trapunta in tinta trova poi nelle parabole del Telespazio un’ulteriore cifra di ipermodernità. Da patate e carote – due IGP peculiari della Piana – si arriva a questi strani funghi pleurotus d’acciaio che puntano direttamente l’Universo. Sembra lo scenario di un Black Mirror o Les Revenants. Luogo ideale per distopie, immaginazioni di futuro o di passati non ancora compiuti – anche il mio forse. Poi, come per una magia dinamica, arrivano pesanti nubi basse e il lago visto dall’alto delle colline circostanti appare ancora lì. Così è successo anche con la mia infanzia? Forse sì, o spero che accadrà a chi mi leggerà. L’Abruzzo – per tornare al selvatico – è terra di incontri fortuiti con quel mondo parallelo delle fiabe: i lupi cattivi (così a leggere le cronache giornalistiche), gli orsi golosi distruttori (ma a vedere Masha è facile scegliere con chi stare anche nella narratività di un racconto per bimbi), le serpi che intontite dall’inizio della loro stagione visibile bambini di tre anni portano al collo nella festa di Cocullo ogni primo maggio. E le pecore – tante: una vera e propria pastorale marsicana come ho scritto – che punteggiano di bianco il paesaggio come l’unità di misura che fa da contrappunto agli spazi verdi e alle vie di tratturo. La mia vita infantile ha conosciuto, conservato e mai più dimenticato quest’incontro con il lato selvaggio. Nel libro prepotenti ritornano questi simboli e fanno di questa terra il luogo di una fiaba senza cappuccetti, pollicini e Mashe. Insomma, un ricordo al netto dell’Uomo.

DDA: Il culto mariano è particolarmente sentito in Abruzzo. Le donne marsicane, scrivi così, sono sospese tra stanzialità e nomadismo. Che nesso possiamo cogliere?

RC: La donna abruzzese, senza idolatrare, ha la forza per nulla remissiva di una presenza che segna la strada come le tante madonnine votive di cui il Principe Alessandro Torlonia, il prosciugatore, si serve per punteggiare il vecchio greto del lago. Per ingraziarsi il simbolo della pietà e della forza femminili. Dicevo forza per nulla remissiva delle signore di questi luoghi, abituate a gestire assenze (gli uomini nelle campagne o al pascolo) e presenze troppo inutilmente ingombranti degli uomini quando c’erano e delle circostanze meteorologiche spesso sfidanti. Eppure queste donne le ricordo con le conche o i cesti in testa capaci di andare a mani e contenitori pieni e tornare a mani e contenitori pieni, prima di qualsiasi mezzo di trasporto, fosse pure la ricchezza – anni fa lo era – di un asino. Questo per me è un autentico simbolo religioso.

DDA: Non si può parlare di questi luoghi senza ricordare Ignanzio Silone. Che importanza ha avuto per te questo scrittore?

RC: Silone è scrittore che non ho potuto amare nella confezione scolastica e ipercattolica del mio liceo religioso. Troppo irreggimentato nella clericalità per piacere al suo stesso autore figuriamoci al suo lettore implicito: un rivoluzionario dal cuore colmo di amore per il prossimo, per gli ultimi, leale e schietto. Silone aveva finito per odiare ogni Chiesa, anche quelle politiche dell’URSS. Ma il Silone che ritrovo oggi – fuori da quel packaging – mi sembra enorme. La cesura perfetta dell’anima liberale, socialista e cristiana (scrivo cristiana e non cattolica, per scelta) di questo paese. Nella sua opera, e principalmente nella grandezza della letteratura dell’esilio rappresentata da Fontamara, trova senso la forza della nostra umile gente italiana delle aree meno fortunate sparse nello stivale dal Nord al Sud, alle Isole, gente che ha saputo crescere. Parlo di quella gente che però, pur crescendo, non dimentica il dolore dell’evoluzione (e la fatica dell’evoluzionismo). E oggi, oggi, proprio oggi andrebbe ricordato a chi crede che evolvere significa cancellare quella fatica e quel dolore, nella rimozione di una negazione verso chi quella evoluzione sta compiendo con la sola sfortuna di un ritardo nella linea del tempo.

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GOLEM XIV di Stanisław Lem

Qui comincia (Radio3) dedica la puntata a Golem XIV, di Stanisław Lem (Editrice il Sirente).
Conduce Attilio Scarpellini.

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Elba Book Festival & Editrice il Sirente | 18-21 luglio 2017

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L’assurda saga dello scrittore del Cairo arrestato per oscenità

“Vita: istruzioni per l’uso” un romanzo di Ahmed Nàgi e Ayman al Zorqani

Rolling Stone

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6 Marzo 2017

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Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

E’ arrivata la seconda ristampa de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, Disponibile nelle migliori librerie

Festeggiamo con l’ultima recensione apparsa su Leggere:tutti

«Perché c’è una guerra, Yasmine?» si chiede Adam, il piccolo protagonista del romanzo d’esordio di Sumia Sukkar “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, pubblicato nella versione italiana dall’editore il Sirente.

Una storia fatta di colori. Quelli che Adam utilizza per fissare alcuni momenti della sua quotidianità su tele delle quali si mostra particolarmente orgoglioso, ma altrettanto geloso, al punto da mostrarle solo a chi è degno della propria considerazione. Colori che, nella mente del protagonista, hanno una consistenza, un suono, un sapore.

È questo, infatti, un romanzo da leggere utilizzando tutti i sensi: se la vista è rapita dalla tavolozza di colori che caratterizza l’intera storia, l’udito è stimolato dal suono lontano delle armi che devastano, giorno dopo giorno, la città di Aleppo o dal continuo sof are di Liquirizia, un gatto randagio che diviene parte integrante della vita quotidiana di Adam. Il gusto, invece, ha il sapore dolce del miele, che per giorni diviene l’unica fonte di sostentamento di un’intera famiglia, o quello acre degli avanzi rimediati in un bidone dell’immondizia. All’olfatto è af data la possibilità di riconoscere la propria sorella Yasmine, completamente cambiata nel corpo e nello spirito, dopo un periodo di detenzione tra le mani di spietati aguzzini, che non si fermano nemmeno davanti alle urla disperate di donne ridotte in n di vita. Infine, è il ricordo di ciò che si poteva s orare o tenere stretto, l’esperienza tattile di Khaled, uno dei fratelli maggiori di Adam, cui toccherà la dolorosa umiliazione di vedersi privato delle mani.

Il punto di forza di questa storia sta senz’altro nei protagonisti: Adam, piccolo narratore di questa storia, fa dell’ingenuità quella caratteristica che permette al lettore di accettare ogni cosa senza storcere il naso. Yasmine, sorella maggiore e, di fatto, madre di Adam per necessità, è un personaggio che cresce rapidamente, con lo scorrere delle pagine. Da ragazza innamorata, diviene una donna matura in grado di fronteggiare qualsiasi emergenza af dandosi alla propria tenacia, senza troppo badare alle cicatrici che le ha lasciato addosso l’ennesima guerra insensata.

Khaled, Isa, Tareq, Baba e Amira sono i gregari perfetti di una squadra allestita sapientemente per accompagnare il lettore in una storia dai contorni onirici, ma con una fortis- sima componente di veridicità.

Un romanzo che parla della guerra con gli occhi incantati di un bambino, che non smette di dipingere e di percepire i colori.

Paquito Catanzaro Leggere:Tutti
SUMIA SUKKAR

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Il Sirente, 2016
pp. 268, euro 15,00

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Intervista a Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuando incontro Sumia Sukkar al Pisa Book festival 2016 davanti a un caffè sono piuttosto spiazzata dalla ragazza giovane ed elegante che mi guarda da sotto le larghe falde di un impegnativo cappello di feltro. Sumia, classe 1992, è inglese, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha studiato scrittura creativa alla Kingston University e il suo romanzo d’esordio ha catalizzato l’attenzione della critica di mezzo mondo.

Ne Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra hai scelto di trattare l’esperienza più dolorosa che un essere umano possa vivere e di farlo dalla prospettiva incrociata di un ragazzino con la sindrome di Asperger e di colei che se ne prende cura, sua sorella Yasmine. Sei stata ispirata da qualcuno che conosci o questi personaggi sono il frutto di intense ricerche?
Quando ho iniziato a pensare al libro, lui era solo uno dei personaggi e ho fatto qualche ricerca, per cui sapevo in partenza sapevo che nella mente di una persona malata di Asperger tutto è bianco o nero, non ci sono sfumature. Per documentarmi ho incontrato persone autistiche, ho visitato centri che se ne prendono cura, ma, soprattutto mi sono ispirata al fratello di un mio amico che ha la sindrome di Asperger, l’ho intervistato, osservato, studiato. Man mano che studiavo la sindrome, il personaggio prendeva sempre più spazio nella trama che andavo costruendo nella mia testa, fino diventarne il protagonista.

Adam in un certo senso è un essere senza pelle: ogni emozione, ogni esperienza impatta direttamente sui suoi nervi scoperti, sulla sua carne indifesa. I colori sono il suo modo di categorizzare il mondo e decifrare le emozioni, l’alfabeto attraverso cui disegna le cose con cui viene a contatto…
Esattamente! Adam è un ragazzo senza filtri, grezzo, che vive tutte le situazioni per quello che sono, senza mediazioni, è come privo di difese, di pelle, come dici tu, e Yasmine è il solo filtro tra lui e il mondo. Un mondo che lui vede e interpreta con occhi diversi dagli altri, attraverso i suoi dipinti, i colori che dà alle esperienze. È un ragazzo che vive moltissime emozioni ma non sa come affrontarle, esprimerle. È per questo che dipinge tanto, per dare loro voce.

La casa è per Adam il suo santuario, un luogo dove coltivare le proprie ossessioni. Un luogo in cui sa come muoversi, sa esattamente quante mattonelle saltare, come attraversare con un balzo il tappeto davanti al suo letto, dove non ha bisogno di parlare con nessuno eccetto Yasmine…
La sua casa è il suo castello, la conosce in ogni minimo dettaglio: l’aspetto del suo letto, il disegno del tappeto, sa su quali mattonelle può camminare, è il luogo in cui si sente più sicuro, che lo protegge da un modo esterno che lo terrorizza, popolato com’è di persone con cui non sa interagire, che non lo capiscono, lo giudicano, lo spaventano. La casa lo protegge e man mano che la situazione fuori si fa più minacciosa, il suo legame con la casa diventa più forte, non vorrebbe mai uscirne e quando lo fa, non vede l’ora di tornarci. Penso che la casa gli ricordi sua madre, la sicurezza, l’amore; la casa lo accoglie come solo le braccia di una madre sanno fare, mentre il mondo esterno è terribile e sconosciuto.

Quando i pilastri di questo suo rifugio iniziano a scricchiolare e sbriciolarsi (perde Isa, Yasmine scompare, Khaled perde le mani, la mente del suo baba si annebbia) stranamente lui si adatta con sorprendente velocità. È come se nonostante la sua mente confusa lui tirasse fuori una sorta di istinto che lo porta a capire che per sopravvivere al dramma e aiutare i suoi cari deve adattarsi, non trovi? 
C’è un detto nella religione islamica: “Dio non ti dà nulla che tu non possa affrontare” . Tutto quello che viviamo riusciamo per forza di cose ad affrontarlo. Vale anche per Adam. Man mano che la guerra si intensifica, che la sua famiglia si disintegra, diventa una persona indipendente, che nonostante le limitazione dell’Asperger diventa più capace di affrontare le situazioni, esce dal proprio guscio perché non ha altra scelta dato che quel guscio è ormai distrutto. Impara ad adattarsi per non morire.

La guerra è generalmente descritta da punti vista maschili e le donne entrano nel quadro solo per l’impatto che essa ha sulle loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmine una protagonista in prima persona, una combattente appassionata che è stata marchiata a fuoco dalla guerra. Perché? 
La guerra non riguarda mai tutti, non in quanto uomini o donne ma in quanto genere umano, senza discriminazioni di età e di genere. Come femminista penso che i libri oggigiorno non abbiano molti punti di vista femminili ed è anche per questa disparità letteraria che per me è importante mostrare che, invece, anche le donne soffrono e combattono armi in pugno per difendere le proprie famiglie e ciò in cui credono.

Leggendo il tuo libro si ha l’impressione che ogni singolo dettaglio sia denso di significato, anche quelli tipografici come la scelta delle maiuscole o delle minuscole. È come se la grandezza dei caratteri di ogni singola parola riproducesse il modo in cui quella parola risuona nella mente di Adam. Come mai, ad esempio, hai scelto di usare sempre la minuscola per il nome di nabil? 
È nabil l’unico vero amico di Adam, l’unica persona al di fuori della famiglia da cui può sempre correre, con cui può sempre essere se stesso. L’uso della maiuscola lo renderebbe una figura più formale, estranea. Nella mente di Adam nabil è come un cuscino, qualcosa su cui si può saltare sentendosi sicuri, protetti, è la sua zona protetta.

Sei un’immigrata di seconda generazione, nata a Londra da un siriano e un’algerina e questo libro è chiaramente un omaggio alla Siria, Paese di origine di tuo padre. Come ti relazioni con questi Paesi, li consideri anche tuoi? 
Sono cresciuta in Inghilterra con genitori di nazionalità diverse, eravamo multiculturali, aperti alle influenze inglesi ma conservavamo le tradizioni di entrambi i paesi dei miei genitori. Penso di aver preso molto da tutte e tre le culture, parlo tre lingue e ho imparato che è fondamentale rispettare le diversità nelle persone, valorizzarle. Sono stata cresciuta nella religione islamica ma mio padre ci leggeva anche passi della Bibbia perché essenzialmente le religioni giudaica, islamica e cristiana hanno la stessa origine e insegnano gli stessi principi fondamentali. Religione significa umanità, pace, rispetto.

C’è un dialogo bellissimo nel tuo libro Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. Yasmine rassicura Adam dicendo “presto arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’ e lui risponde “Quanto dura un po’?” “Il più possibile”. Penso che questo dialogo rappresenti la sintesi perfetta dell’incomprensibile irrazionalità della guerra. L’incapacità del cervello umano che non sa processare l’orrore di cui è testimone…
Infatti sintetizza i miei sentimenti sulla guerra in Siria. Questa guerra è iniziata 5 anni fa e la gente dice che finirà presto, che tornerà la pace ma quanto ancora deve durare? Quando sarà abbastanza? I siriani hanno dovuto nel corso degli ultimi cinque anni lasciare il loro Paese, trasformarsi in esuli, rifugiati, hanno perso tutto e quelli che sono rimasti sono compressi in aree sempre più piccole, sempre più pericolose, non hanno scelta, vengono uccisi senza poter cercare scampo, senza poter far sentire la loro voce. Non voglio sapere quanto deve ancora durare, quando i morti saranno abbastanza, quanto deve durare un “altro po’”. Questa guerra che è iniziata come una reazione spropositata del regime alla richiesta di riconoscimento dei diritti umani fondamentali da parte del popolo, ormai è solo un grido di aiuto.

di Lisa Puzella su Mangialibri 11/01/2017

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Un corpo senza pelle

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Rosso rubino è il colore preferito da Adam, è il colore che emana da sua sorella Yasmine quando è felice. La sua risata è divertente: è come sbucciare una mela su una superficie bagnata e splendente. Il grigio è il colore della negatività, Gustave Aschenbach di Morte a Venezia pulsa di grigio, deve essere cattivo, il grigio è il colore dei bulli che lo tormentano a scuola. L’arancio mescolato al blu è il terrore negli occhi di qualcuno. Il viola è il colore della morte, il colore che esalava dalla bara di mamma quando se ne è andata. Adam capisce i colori, il loro alfabeto e se ne serve per dipingere il suo mondo, che si riduce alla casa che è anche il suo santuario, un luogo in cui può nutrire le sue ossessioni e dove gli altri le rispettano. Sa esattamente quali mattonelle saltare per arrivare al frigo senza che accada nulla di brutto, sa come saltare dalla soglia di camera sua al letto schivando il tappeto, sa quanti passi a destra fare prima di uno a sinistra, conosce gli umori dei suoi cari: baba, che torna a casa tutte le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Khaled con cui non parla mai perché la sua voce si rifiuta di uscire dalla gola, suo fratello Isa e sua sorella Yasmine con cui riesce a comunicare anche se non ama molto farlo. Vive in un mondo governato da regole e abitudini che non riesce a decifrare. Adam non capisce le menzogne: perché le persone, scelgono di raccontare qualcosa che non è accaduto tralasciando invece qualcosa che è accaduto? Adam non capisce le barzellette, ma sa ridere, solo Yasmine e il suo amico e vicino di casa Ali sanno come farlo ridere. Adam non capisce le metafore, ma ne usa a piene mani per interpretare le emozioni. Adam non capisce la guerra: perché qualcuno dovrebbe voler fare del male a qualcun altro, privarlo della vita o delle mani o del suo bambino non nato, o della casa o di tutto questo insieme? Queste cose lo confondono, il verde della malattia lo rattrista e in queste occasioni battere i piedi, dondolarsi, contare, non basta a calmarlo, ha bisogno di tirare l’elastico che ha al polso una, due, mille volte, anche se il rumore infastidisce baba e i segni rossi si fanno sempre più marcati…

Adam proclama di non capire le emozioni, ma, con l’irrompere della guerra nella sua vita, con l’instabilità crescente dei pilastri che sorreggono il suo mondo, la fuga da Aleppo verso la salvezza a Damasco, la fame, la sete, il dolore, le ferite sue e dei suoi familiari, le perdite, i distacchi temporanei o definitivi che siano, tutta la sua esistenza è scardinata, il blumarino e il bianconeve ‒ i colori della morte e del dolore e della perdita ‒ sono sempre più presenti, ecco che le emozioni gli fluiscono attraverso, gli sferzano la carne, non ha più barriere né pelle per difendersi. Non rimangono che il gatto Liquirizia e un orecchio che nasconde in tasca e tira fuori quando ha bisogno di confidarsi, di riversarci dentro il mare di dolore e confusione che lo soffoca. La sindrome di Asperger de Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra è una parte essenziale del libro esattamente quanto la guerra. Adam racconta se stesso e ciò che gli è esterno attraverso l’unico alfabeto che gli è familiare: i colori; le sue ossessioni sono la barriera di difesa tra un ragazzo che sembra vivere gli eventi attraverso un corpo senza pelle, tutto lo tocca in maniera dolorosa e stordente, il mondo suona le sue note stonate e cacofoniche strimpellando direttamente sulle corde dei suoi nervi. La voce di Yasmine, che si alterna alla sua nel racconto della fuga, è invece potente, stentorea, quasi dolorosamente concreta. È una donna appassionata, una combattente risoluta, che ha pagato col proprio corpo il prezzo della ribellione, che ha rinunciato a molto per amore di Adam e che guiderà tutta la famiglia nella marcia massacrante attraverso il deserto, si prenderà cura di tutti, di Amira e del bambino fantasma che abita nel suo corpo, di Khaled senza mani, di Ali e Adam e Tareq; prende decisioni dure come lasciar andare via verso la salvezza baba malato; ingoia il dolore della perdita di Isa e sopporta le torture e il carcere. Un libro complesso, potente, che affronta due temi difficilissimi con leggerezza e originalità non disgiunte da una profonda capacità di indagine, un testo in cui tutto ha un suo senso e contribuisce a declinare e disegnare le emozioni di Adam e di tutti gi attori di un dramma che da nazionale si fa intimo, personale. Molto significativa è la scelta dell’autrice di non usare le maiuscole per alcuni nomi propri o di usarle in un certo modo per dare forza grafica agli stati d’animo. Nel complesso un bellissimo libro, a partire dalla veste editoriale curatissima impreziosita da una stupenda copertina e da un cameo in prima pagina che sintetizza il tema del libro.

Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2016

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«I miracoli» di Abbas Khider

Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

Un libro che occhieggia invitante dal tavolino davanti al posto accanto al suo, un lungo viaggio in treno attraverso la Germania, un passeggero che non può non sentirsi attratto dal voluminoso plico di fogli con l’ammiccante titolo nella sua lingua di origine “Memorie”. Quando per un fortuito malinteso il plico gli finisce sulle ginocchia gli basta un’occhiata per capire che l’occupante del posto non tornerà a reclamarlo e un attimo per lasciarsi assorbire nella lettura. Hamid Rasul ha affidato alle pagine vergate in incerti tratti a matita la propria vita: la giovinezza in Iraq, le angherie del carcere di regime ad appena diciotto anni, la fuga dapprima in Giordania, poi in Ciad, Libia, Turchia, Grecia, per approdare infine all’agognata ma deludente Europa, arrivando in Germania dopo una sosta obbligata sul suolo italiano. Saranno molte le false partenze che dovrà sopportare prima di giungere in Europa, e, nel corso di ciascuna farà incontri strepitosi, visiterà nuove celle di prigione, incontrerà donne fascinose, vivrà grandi amori, passioni fugaci e intense amicizie, troverà mille espedienti di sopravvivenza…

I miracoli : Abbas KhiderDi pari passo con i sentimenti ispiratigli dalle molteplici figure femminili che sin dalla prima adolescenza hanno turbato i suoi sogni e occupato i suoi pensieri, procede il più grande degli innamoramenti, quello che lo coglie adolescente e non lo abbandonerà più, accompagnandolo nelle sue peregrinazioni fino al treno su cui un passeggero che si chiama come lui sta leggendo i sui scritti: l’amore per la scrittura, per la poesia. È una frenesia che lo coglie ogni qual volta incontra una nuova donna, o quando la sua vita sta attraversando fasi delicate, è talmente totalizzante da spingerlo a qualsiasi follia pur di procurarsi la carta, che gli è più necessaria del cibo. Inizierà rubando i fogli in cui i suoi genitori commercianti di datteri avvolgono la merce, poi ruberà quelli in cui i vari banchetti del mercato avvolgono il cibo. Scriverà sui muri di tute le celle in cui sarà detenuto, e, quando da esule in Germania la sua paga di 60 euro al mese non gli consentirà di comprarla, ruberà i giornali per scrivere lungo i margini, e poi ne ruberà dei fogli a Sara, la sua fidanzata tedesca, che, alimenta , complice, questa abitudine. Abbas Khider, alter ego del protagonista ha creato ne I miracoli una sorta di gioco di specchi attraverso il quale il passeggero lettore legge la propria storia e la racconta a se stesso e al lettore. Nessuna delle esperienze narrate, però, è mai opprimente o dipinta in toni foschi e melodrammatici. È solo a posteriori che ci si rende conto dell’intensità del dolore, dell’estensione delle privazioni, della profondità delle offese che quest’uomo ha condiviso con i suoi compagni di viaggio, dagli scafati camerieri al piccolo Sherzad, costretto a viaggiare con unico bagaglio la sua storia e dovendo lasciare dietro di sé anche i pochi fogli che di volta in volta riesce a racimolare e riempire. Le condizioni di vita, l’annichilimento di esseri umani costretti a vivere in 20 in una stanza e a sopravvivere cambiando le cassette dei film porno nel retro di un bar malfamato oppure insegnando arabo in un villaggio di montagna del Ciad dove i muri sono misteriosamente ricoperti del suo nome. Il dolore, la sofferenza per le torture, i tentativi falliti di lasciare la Grecia e la Turchia, i compagni di viaggio persi in mare, quelli costretti a pagare con la propria dignità o quella dei loro cari viaggi costosissimi e senza garanzie, tutto viene in qualche modo circonfuso da un alone dolce, profumato come il sentore delle donne che ha incontrato e che lo hanno innamorato, della poesia che torna a ispirare la sua mano ogni volta che un certo sogno di un tempio si ripresenta. La dolcezza di un paio di seni, la classificazione metodica dei posteriori che ha incontrato in tre continenti, fanno sempre da contrappunto a una narrazione che riesce a non far mai perdere il sorriso all’attonito lettore. Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea che a tratti si fa romanzo picaresco e che lascia sulle dita, quasi palpabile, un aroma di zucchero e cannella, un senso di meraviglia che irretisce il lettore di riga in riga, a partire dalla splendida copertina e dalla grafica concettuale della prima pagina del volume, che, in linea col resto della collana riporta un delicato cameo che riassume bene la storia del suo autore, un tubero sul quale ha attecchito una pianta irachena.

Recensione del libro I miracoli di Abbas Khider Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2017

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La guerra filtrata dai colori di Adam

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra su SuperAbile

(il magazine per la disabilità)

Nato con la sindrome di Asperger, il quattordicenne Adam è il protagonista del romanzo Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Editrice il Sirente), in cui Sumia Sukkar racconta il conflitto siriano attraverso lo sguardo di un ragazzo a cui non «piace incontrare persone nuove». Proprio perché Adam cerca di esprimere le sue emozioni attraverso la pittura, ogni capitolo prende il nome di un colore, quello che avvolge le persone a seconda dei loro stati d’animo, ma il suo preferito è il rosso rubino, anche se non sopporta vedere il sangue.

«Ogni tanto uso toni pastello, altre volte forti e accesi», dice il protagonista, che cerca di resistere alla violenza assurda della guerra attraverso l’arte, concentrandosi anche su immagini e suoni. Nel drammatico viaggio verso Damasco, lascerà cadere la barriera del contatto fisico con la sorella Yasmine, in seguito a un bombardamento che li ferisce entrambi. «Guerra significa perdere ciò che ami. Pace è ciò che resta quando finisce la guerra», sintetizza. Britannica di padre siriano e madre algerina, l’autrice Sumia Sukkar ha 24 anni ma ha scritto il suo romanzo d’esordio tre anni fa, dopo aver studiato scrittura creativa alla Kingston University di Londra. Un successo di critica e di pubblico: nel 2014 il riadattamento radiofonico è andato in onda nel programma Saturday Drama della Bbc e sono stati acquistati i diritti del libro per la realizzazione di un film.

SuperAbile Inail, Laura Badaracchi, Gennaio 2017

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Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Reset (Francesca Bellino, 11 gennaio 2017)

“Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” il nuovo libro di Sumia Sukkar

Quando esplode una bomba per Adam, il giovane protagonista di “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar (Il Sirente, traduzione di Barbara Benini), diventa tutto grigio. Ogni emozione per lui corrisponde a un colore e ogni choc lo spinge a dipingere. Adam vive ad Aleppo, ha 14 anni, è affetto dalla sindrome di Asperger, disturbo dello sviluppo imparentato con l’autismo, ed è sua la voce narrante della storia che Sumia Sukkar, giovane autrice nata a Londra nel 1992 da padre siriano e madre algerina, ha scelto per raccontare la vita di una famiglia siriana nel mezzo della drammatica crisi cominciata nel 2011.

Un punto di vista originale che enfatizza e potenzia la sensazione di incomprensibilità e di assurdo che si prova di fronte al conflitto siriano e che porta l’attenzione sul mondo dell’infanzia ferita dalle guerre. I bambini siriani, infatti, come sottolinea anche l’autrice “si sono svegliati improvvisamente un giorno e si sono trovati adulti, perdendo una parte essenziale dell’esperienza della crescita”.

Scuole chiuse, polvere su ogni superfice, mancanza di cibo e di elettricità, corpi stesi a terra, boati improvvisi, paura, violenza e distruzione ovunque. “Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi”. Questa è la realtà che il piccolo Adam vive d’un tratto nella sua bella Aleppo, città che Sumia Sukkar non ha mai visto ma che si è fatta raccontare dai parenti in lunghe e strazianti conversazioni via Skype.

Più che il luogo per l’autrice era importante mostrare le difficoltà di comprensione della situazione che si vivono oggi in Siria e che lei stessa prova. Una realtà che Sumia sente appartenerle profondamente pur essendo nata in Inghilterra e sentendosi “a casa” a Londra. Adam, il protagonista, non capisce quello che succede intorno a lui. La guerra gli fa girare la testa. Non riesce a rintracciare i pensieri, metterli in ordine e a dire ciò che sente.

“Ho scelto un personaggio con la sindrome di Asperger per dargli un tocco di innocenza, in contrasto con le cose orribili che accadono in guerra” spiega l’autrice al suo debutto narrativo che ha già raccolto molti successi, tra cui la drammatizzazione radiofonica della storia trasmessa nel prestigioso “Saturday Drama” della BBC, dopo la quale sono stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.

Sumia fa girare la vita del protagonista intorno al colore. Adam vede le persone avvolte da un’aurea colorata a seconda dei loro stati d’animo e, per provare sollievo, dipinge il suo terrificante vissuto, giorno per giorno, choc dopo choc, mentre la sua meravigliosa città viene divisa e distrutta dai bombardamenti. Restano nelle strade solo scheletri di palazzi, pozze di fango, fasci di fili elettrici penzolanti e fumo nell’aria, la gente muore o scappa e anche la sua casa finirà in macerie. L’unico modo che il ragazzino trova per non pensare, per esprimere le sue emozioni e per sopravvivere a un’atmosfera cupa, impolverata e nebbiosa è la pittura.

L’arte diventa così una forma di resistenza a questo momento buio in cui il giovane protagonista si trova tanto da valutare la possibilità di disegnare con il sangue, inteso come metafora di vita. “Come può il sangue prendere il posto del colore?” si chiede a un certo punto quando gli compare davanti agli occhi e una parte di sé lo spinge a prenderne un po’ per dipingere. “Il sangue è veramente denso, ma c’è ne così tanto che sembra acqua… / Sembra caldo e freddo allo stesso tempo. Quando tocchi il sangue, è come se le tue sensazioni si scollegassero. I miei sensi sono confusi…” dice Adam e tira indietro la mano. Poi fa uno schizzo: un occhio nel mezzo della pagina con una pupilla che ha dentro una storia. Come se quella storia fosse tutta da scrivere: la storia della nuova Siria che rinascerà dopo la distruzione.

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Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Sumia Sukkar, c’è un ragazzo che ha visto morire i colori di Aleppo

La scrittrice algerino-siriana racconta la guerra attraverso gli occhi di un giovane pittore

di Francesca Paci, “La Stampa” (9 gennaio 2017)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarGli ultimi giorni di Aleppo, dopo quattro anni di assedio governativo aggravato dalla pressione dell’Isis, sono cupi, grigi, le foto che giungono dall’interno raccontano le macerie e la scomparsa dei colori. Aleppo ricorda Sarajevo, si è detto. Ma forse ricorda ancora di più Guernica, la città basca sventrata dai franchisti così come la dipinse memorabilmente Picasso. Si può fingere di non vedere, ma la fine del mondo è lì, a due ore di volo dall’Italia. Chi non si accontenta delle cronache, che faticando a tenere il passo della distruzione profonda inseguono la conta dei morti, può mettere mano oggi a un breve romanzo intitolato “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, l’opera prima della 24enne algerino-siriana Sumia Sukkar in cui senza la presunzione di spiegare l’inspiegabile il piccolo protagonista Adam illustra passo passo la perdita di colore della sua vita.

L’esperimento letterario funziona. Siamo ad Aleppo, un periodo indefinito ma recente. Adam ha 14 anni, ha perso la mamma quando ne aveva 11 e vive ad Aleppo con il padre, i fratelli Khaled e Tariq e l’adorata sorella Yasmine, dalla cui variopinta personalità s’ispira per dipingere quadri su quadri. La sua tavolozza registra pennellata dopo pennellata l’involuzione della tragedia siriana iniziata nel 2011 come pacifica protesta contro il dittatore di Damasco e degenerata nell’inferno in cui, con gli ideali, sono morte almeno 400 mila persone.

Adam dipinge, sogna la compagna di scuola «dagli occhi color Nutella» di cui ha dimenticato il nome, legge Morte a Venezia di Thomas Mann e nota che Gustav Aschenbach ha un nome grigio. La Storia subisce un’accelerata e la sua vita si ferma, imprigionata in un eterno presente dove si annulla tutto, l’amore segreto di Yasmine, l’arrivo in famiglia della bellissima cugina Amira rimasta vedova, il ricordo delle vacanze al mare, la militanza dei fratelli sempre più braccati dai governativi, i vicini di casa sterminati in salotto e lasciati a marcire nel loro sangue, la follia incipiente del padre che prende a chiamare tutti con il nome della moglie defunta, Maha.

«Non so chi sono i buoni e chi sono i cattivi» dice a un certo punto il protagonista ripetendo un pensiero della sorella. Aleppo è un fantasma così come le bandiere dei ribelli, la gente viene giustiziata a raffica, al mercato bersagliato dai combattimenti si trovano solo datteri dal sapore antico. Ormai imperversa il nero. Quando degli uomini “biondi e grandi” rapiscono Yasmine sotto i suoi occhi impotenti Adam boccheggia: «Ho il cuore nello stomaco (…). E’ come se il catrame bollente ci fosse calato sopra».

I colori incalzano la lettura e la guerra siriana non sembra più quell’eco lontana in sottofondo alle nostre pene referendarie. Yasmine nelle mani dei suoi aguzzini subisce le torture più atroci e si tinge di indaco, fin quando viene liberata da un gruppo di ribelli che inneggiano a un Dio della cui esistenza si fa fatica a convincersi. Adam dipinge come un forsennato, immagina di sentire l’amato George Orwell suggerirgli che il sangue è il sostituivo della pittura e ne raccoglie in strada per cancellare almeno dalle sue tele il grigio che gradualmente avvolge la città e la vita.

L’epilogo del libro non è ancora l’epilogo di Aleppo, almeno non mentre scriviamo. Il protagonista si aggrappa a un gatto salvato dai connazionali affamati che vorrebbero nutrirsene e si mette in cammino verso Damasco con la sorella e quanto resta della famiglia. La strada è lunga in tutti i sensi, la salvezza una chimera, il ricordo dell’inno nazionale un requiem disperato, vita e sogno si confondono e confondono il lettore. «Perché c’è una rivoluzione? (…). Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi». Chiuso il libro resta la Storia, difficile fare ancora finta di niente.

All’inizio (del libro) fu l’arancione. Sono passati 11 mesi da quando i primi attivisti ispirati da piazza Tahrir hanno portato in strada la richiesta di democrazia. Il mondo di Adam è ancora in piedi, in casa si mangiano verdure ripiene e circola l’aroma del caffè, la tv diffonde la disinformazione del regime ma funziona, la finestra inquadra l’abbandono dell’un tempo vivace caffè Shams eppure l’aria profuma ancora di vita. Poi la scuola chiude, l’acqua e l’elettricità cominciano a scarseggiare, il frigorifero si svuota, per strada compaiono cadaveri scomposti e Adam vede viola, lo stesso viola che aveva visto emanare dalla bara della mamma. I dimostranti dilagano, i fratelli e la sorella sono dei loro, gli slogan ripetono «Abbasso il regime», si spara, esplodono le bombe e si lasciano dietro macerie su macerie, il viola si mescola al rosso del sangue.

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Giuseppe Iannozzi, 6 dicembre 2016

La distopia di Ahmed Nàgi fra George Orwell e Jonathan Lethem

Il 16 maggio 2016 PEN ha assegnato ad Ahmed Nàgi il PEN/Barbey Freedom to Write Award, riconoscendo la sua lotta di fronte alle avversità per il diritto alla libertà di espressione.

Checché se ne dica, 1984 di George Orwell, si sia d’accordo o no, ha dato il là a un nuovo modo di fare e di intendere la Letteratura, la distopia socio-politica è così entrata a far parte dell’immaginario collettivo e, soprattutto, ha fornito a tanti e tanti scrittori il coraggio di dirsi contro i regimi totalitari denunciando l’invivibile precarietà del proprio tempo storico.

Ahmed Nàgi scrive Vita: istruzioni per l’uso, è questo il titolo italiano del romanzo Istikhdam al-Hayat illustrato da Ayman al-Zorkany e pubblicato in Italia da Il Sirente nella collana Altriarabi. Il romanzo si presenta al lettore come una vera e propria distopia in perfetto stile orwelliano: una catastrofe naturale ha sovvertito l’ordine del Cairo, la vita non è più quella dei tempi passati, lungo le strade si trascinano disperati più morti che vivi, le malattie imperversano e mietono vittime a iosa. La tecnologia, anch’essa, è sol più un ricordo. Il cielo che copre il Cairo è vuoto e all’orizzonte nessuna speranza. Ciononostante Bassan tiene vivo un sogno, un sogno grande: la ricostruzione del Cairo. Si adopera insieme alla Società degli Urbanisti perché il sogno possa un giorno essere realtà tangibile. Bassan fa la conoscenza di Ihab Hassan, che ha un’idea per restaurare la bellezza e il fulgore che sembrano esser stati per sempre perduti nelle sabbie del tempo.
Il Cairo è di fatto un inferno, una cloaca sotto un cielo plumbeo, così lo immagina lo scrittore e giornalista egiziano Ahmed Nàgi condannato a due anni di carcere per aver scritto e dato alle stampe questo lavoro distopico. Al pari di Orwell, Ahmed Nàgi descrive una società ridotta ai minimi termini: i sentimenti sono vietati, provare emozioni non è possibile perché l’ordine della repressione vuole che tutti gli individui siano allineati, vuoti e nell’anima e nella psiche.

Il lavoro di Nàgi è stato subito bollato come “offesa alla pubblica morale”: perché? L’autore descrive, per sommi capi in verità, una scena di sesso in una società dove i sentimenti sono stati aboliti. Nel corso del sesto capitolo un gruppetto di giovani sognano e sognano forte: rollano canne, ingollano birra e soprattutto si leccano le pupille sognando l’amore. Non ci si lasci però ingannare: la scena non contiene nessun elemento realmente scabroso, è difatti essa poi solo un espediente letterario vecchio come il cucco per ridare all’amore l’amore, null’altro che questo.

La vita: istruzione per l’uso
 di Ahmed Nàgi non è un romanzo feticista che parla a spron battuto di sesso pur non mancando di ritrarre personaggi quantomeno bizzarri, da vero e proprio burlesque, questo è bene sottolinearlo, è invece fotografia di una società sceverata di vivere la libertà, di operare, senza costrizioni e pressioni esterne, le sue proprie scelte: la città possiede uomini e donne, nessuno è padrone di niente e nessuno deve permettersi di credere nel libero arbitrio.

Ahmed Nàgi non fa alcun accenno ai fatti occorsi prima e dopo la rivoluzione (2011), ma non è una dimenticanza la sua, è invece una scelta precisa come a voler sottolineare che nulla è cambiato veramente dopo la destituzione del trentennale regime del Presidente Hosni Mubarak. Affinché il Cairo possa essere una città viva per la vita, per i sentimenti e la carnalità anche, c’è una sola possibilità e questa è rappresentata da La Società degli Urbanisti retta dalla maga Paprika. Il progetto di Paprika, forte della sua magia, è quello di creare un nuovo centro urbano ipertecnologico: distruggere il Cairo affinché risorga diverso, completamente nuovo. Nàgi dà così inizio a una vera e propria distopia dai contorni inquietanti e non poco realistici.

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nàgi è un perfetto romanzo distopico, perfetto perché, con estrema sapienza, l’autore fa sua la lezione di George Orwell e quella di Jonathan Lethem.

06/12/2016  Giuseppe Iannozzi

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Passando per Aleppo

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Editrice Il Sirente ha pubblicato Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, di Sumia Sukkar (traduzione di Barbara Benini). Non si tratta di una serie di racconti ma di un romanzo che della forma breve ha lo stile essenziale.

È un libro diretto, senza fronzoli, che racconta in modo originale il dramma siriano attraverso lo sguardo di un giovane affetto dalla sindrome di Asperger. Adam e la sua famiglia vivono le profonde sofferenze di un intero popolo, sofferenze descritte in modo empatico sotto forma di reportage letterario (una sorta di candido new journalism), da chi la guerra non la capisce e attraverso la propria creatività e la propria innocenza tenta inconsapevolmente di dare speranza a chi lo circonda. Scritto quando l’autrice aveva solo ventuno anni, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, è un romanzo dal linguaggio semplice e leggero, capace di narrare profonde ingiustizie e dinamiche familiari e sociali devastate da un conflitto che sembra non avere fine. Un testo utile, a mio avviso, per i lettori più giovani, spesso disinteressati a forme di saggistica pomposa e arzigogolata.

Dall’articolo Appunti da un bordello turco (passando per New Orleans, Aleppo e Bucarest) di Lorenzo Mazzoni pubblicato il 29 novembre 2016 su il Fatto Quotidiano

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Un esperimento ben riuscito

“Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi e Ayman al Zorqani

/SPAZIO AI LETTORI

14468503_949408731837457_4502732547258521044_oL’ultimo romanzo di Ahmed Nàgi arriva finalmente in Italia, fra processi allo stesso autore per presunta violazione al decoro e tanti interrogativi per arabisti alle prime armi come il sottoscritto: che tipo di libro sarà? Fantascientifico o più affine al “realismo magico” visto in Frankenstein a Baghdad di Ahmed Saadawi? Sarà davvero così esplicito da farlo incarcerare? E molti altri, fra cui possiamo includere anche il dubbio riguardante la scelta di creare un’opera ibrida fra testo scritto e graphic novel attraverso le illustrazioni di Ayman Al Zorqani. Nel romanzo inizialmente ci viene presentata una Cairo totalmente trasformata in seguito a delle violente tempeste di sabbia che hanno costretto i superstiti a trasferirsi in una nuova città poco distante dalla prima. Subito dopo viene introdotto il protagonista supremo del libro ossia Bassam Baghat, un documentarista alle prime armi, che per caso viene a conoscenza dell’esistenza della “società degli urbanisti”, misteriosa organizzazione che progetta di migliorare il mondo partendo da una nuova pianificazione metropolitana. A capo della sezione cairota vi sono Ilhab Hassan e Paprika che nutrono idee opposte riguardo alla direzione da prendere riguardo al futuro della società e che a causa di ciò entrano in conflitto, coinvolgendo Bassam e la sua compagnia. Paradossalmente il punto debole di questo romanzo risulta essere la trama stessa, troppo confusa e a tratti ingiustificatamente complessa; l’obbiettivo di Nagi non è però quello di portarci una storia “classica” quanto piuttosto quello di farci immergere appieno nella mente di Bassam, continuamente immersa nei fumi dell’alcool e dell’hashish e connessi anche con un malessere interiore. Per chi ha provato tali sensazioni saranno allora chiare le scelte dell’autore da un punto di vista narrativo, le illustrazioni di Al Zorqani, ad esempio, stilisticamente perfette con i toni del romanzo, avranno il compito di disorientarci e divertirci, comparendo spesso in punti inaspettati del romanzo e portando avanti nel lettore il senso di smarrimento. Altra domanda che questo lavoro di Nagi si portava dietro era la presunta “eccessiva crudezza” nelle descrizioni di droghe e dei rapporti sessuali che i vari personaggi intrattengono: a parer mio, pur essendo molto esplicito nel rappresentare tali scene, lo scrittore non porta nulla tanto sconvolgente da giustificare, anche in un paese come l’Egitto, tali reazioni nel pubblico. Ciò fa aumentare il sospetto, presente fin dall’inizio, che la condanna sia stata un pretesto per incarcerare chi indubbiamente poteva essere scomodo per il regime, seppur in maniera lieve. Questo libro si colloca senza dubbio fra i più coraggiosi esperimenti letterari del romanzo arabo, sperimentando soluzioni narrative coraggiose ed innovative per la realtà medio-orientale. Purtroppo la sua trama, complicata per ammissione stessa dell’autore (il quale ci scherza anche su), lo fanno un romanzo non adatto a tutti e che potrebbe essere arduo da comprendere a chi tali sensazioni non le ha mai sperimentate; dovrebbe in compenso colpire, al contrario, chi in tali situazioni si è trovato ed in generale i più appassionati di letteratura araba e sperimentale, rendendolo un libro fondamentale per la propria raccolta.

dalla penna di un nostro lettore/ Tommaso Khâlid Valisi

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Shlonak Sumia Sukkar?

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Sumia Sukkar su Interferenze Radio 3 Mondo

La guerra in Siria attraverso le parole di Sumia Sukkar, autrice di “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, ieri su Radio 3 Mondo. Di che colore sarebbero oggi i due protagonisti del tuo romanzo Adam e Yasmine?

“Ci alziamo tutti, io vado in camera mia, prendo subito il mio set per dipingere e comincio immediatamente a disegnare la scena sotto la pioggia. Sembriamo una famiglia felice, solo che dietro di noi ci sono palazzi crollati e il cielo sembra più scuro che mai, persino di notte. non so come spiegare quanto è nero il cielo. In questo cielo blu marino non c’è traccia della luna, solo un fumo nero che lo ricopre. Un giorno, quando sarà finita la guerra, avrò i miei quadri per mostrare alla gente cosa stava realmente succedendo. I miei quadri non mentono.” da ‘il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra‘ capitolo Verde

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DISEGNARE LA NUOVA EUROPA | incontro con Jérôme Ruillier

Jérôme Ruillier a Milano per presentare ‘Se ti chiami Mohamed’

Jérôme Ruillier autore del graphic-novel ‘Se ti chiami Mohamed’ presenterà il suo libro il 18 Novembre alle ore 18,30 presso l’Institut Français di Milano (Corso Magenta, 63). Jérôme Ruillier ne parlerà con Ilaria Vitali (traduttrice del libro ‘Se ti chiami Mohamed‘, ricercatrice presso l’Università di Bologna, specialista di scritture migranti di lingua francese). Il 19 Novembre finissage, esposizione di alcune tavole insieme ad altri autori. Un’iniziativa di Institut français Milano e Eunic Milan, in collaborazione con WOW Spazio Fumetto – Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata.

ruillerUn graphic novel originale, che con semplicità e chiarezza ricostruisce la storia dell’immigrazione maghrebina. Ispirandosi al giornalismo investigativo, Jérôme Ruillier racconta di vite precarie, di frequenti umiliazioni, di una complessa tessitura di rapporti che i tanti Mohamed hanno mantenuto con il paese d’origine e con quello d’accoglienza. Racconti autentici, lontani dai cliché, che abbracciano vari temi, dalla ricerca identitaria all’integrazione, dall’esclusione sociale al razzismo. Se ti chiami Mohamed ha ottenuto nel 2012 il dBD Award per il miglior fumetto reportage e il patrocinio di Amnesty International Italia.

Titolo aprente la collana Altriarabi Migrante, finanziata con il progetto ‘Creative Europe’ dell’U.E., raccoglie le opere di giovani autori europei di origini arabe. Descrive i lineamenti della nuova geografia culturale europea, tratteggia il nuovo tessuto sociale multiculturale, multietnico e plurireligioso di cui sono composte le nostre città. Invita a combattere xenofobie e islamofobie. Invita a comprendere e a ritrovarsi.

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Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Un libro reportage dall’interno della guerra siriana, l’atrocità della guerra raccontata con la spontaneità di un bambino senza pelle, affetto dalla sindrome di Asperger, che rende questo singolare romanzo: ad un tempo, poetico, tenero, a tratti noir, con accenti perfino pulp e un’anima surreale. La resistenza strenua dell’io che non crolla verso all’orrore che deforma l’essere umano. Dio e l’amore per gli altri come salvezza, attraverso un mondo visto a colori, popolato in forma di sineddoche

di Ilaria Guidantoni, “Saltinaria” (13 novembre 2016)

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarIl panorama della letteratura siriana contemporanea – per quel poco che conosco quasi interamente attraverso la casa editrice Il Sirente – è interamente occupata dal dramma della guerra e della tortura. Tutti gli autori presentano una crudezza senza pari che indugia paradossalmente come in una terapia catartica sui particolari delle violenze, spesso subite direttamente dagli autori che le raccontano. La guerra sembra suggerire l’immaginazione e invaderla, occuparla tutta. Questo romanzo di Sumia Sukkar – scrittrice britannica di padre siriano e madre algerina, nata a Londra nel 1992 – è profondamente originale perché contiene solo un nucleo legato alla prospettiva orrorifica del conflitto, spietata, senza nulla che addolcisca la pillola. L’avvio è decisamente singolare, poetico pur nella tristezza e sgomento di una famiglia che vive e respira all’unisono la tensione di uno stato dittatoriale e si risveglia nel mezzo della guerra. Il conflitto esplode e riempie deformando la quotidianità, sconvolgendo l’ordine esteriore e interiore della vita, come una creatura mostruosa che siamo abituati a considerare partorita solo dalla fantasia nei racconti e che invece diventa realtà. La cronaca è raccontata dagli occhi di un bambino che vuole fare il pittore e la dichiarazione, anche se la passione per dipingere attraversa tutte le pagine, arriva verso la fine, con l’arrivo a Damasco tra mille sofferenze e una marcia estenuante che diventa un pellegrinaggio, in fuga da Aleppo. “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, frase pronunciata come il risveglio dell’autocoscienza da Adam, detta il titolo. La visione che il romanzo presenta è doppiamente originale perché la narrazione è “a colori” che diventano la materia per il tutto, dando vita alla rappresentazione di un mondo in forma di sineddoche. Adam è affetto dalla sindrome di Asperger, un disturbo che per certi versi ha i caratteri dell’autismo anche se il ragazzo ha una forte relazionalità affettiva con gli altri e soprattutto l’amata Yasmine che sacrificando tutta se stessa regge le fila della famiglia dopo la morte della mamma, chiamata semplicemente mama. Questa particolare angolazione rende il racconto poetico, tenero e struggente a tratti, perfino ironico quando non pulp, come a dire che la fantasia e l’immaginazione possono salvare il mondo, talora proteggerci dall’esterno, farci trovare una via alternativa con altre porte e finestre rispetto a quelle fisiche. Le persone stesse attraverso la vibrazione delle nostre emozioni diventano colori, dal rosso rubino, il preferito del protagonista al grigio della guerra, che copre tutto come una spessa coltre di polvere che rischia di soffocare l’umanità che è in noi. Il libro è un inno alla vita, non di meno, perché la forza degli affetti più forti e la fede incrollabile in Dio diventano strumenti ai quali appoggiarsi come le stampelle per chi ha un arto rotto. E’ incredibile per una società che commercializza tutto come la nostra sentire un bambino che prega con tanto trasporto e che ringrazia Dio per quello per cui la maggior parte dell’umanità lo maledirebbe ed è proprio per questo e solo a tale condizione che la fede diventa slancio di vita. Un libro che merita una lettura sia per lo stile e l’originalità del racconto invitandoci a riflettere sul diritto di ognuno di noi ad esprimere sentimenti e ad essere “diverso” e sulla “banalità del male”, sempre in agguato nella storia.

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AHMED NÀGI – VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

A maggio 2016, durante il salone del libro di Torino, sono passato davanti allo stand delle edizioni “Il sirente”. Ho fatto quattro chiacchiere con la persona che in quel momento era allo stand (non farò nomi e cognomi ne tantomeno dirò la sua mansione). Tra una parola e l’altra mi chiede se mi poteva interessare un piccolo libricino. Era un estratto da un libro. L’estratto era importante perché riproduceva la parte incriminata del libro, la parte che aveva portato alla condanna dell’autore. Sono passati alcuni mesi, il libro è uscito, io l’ho letto e ho una cosa da dire: non leggete i libri perché gli autori sono stati imprigionati, leggeteli perché vi potrete rendere conto della prigione che sta diventando il mondo.

Il libro in questione è “Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi. Nell’edizioni Il Sirente ci sono delle illustrazioni di Ayman Al Zorqani che fanno da complemento al libro e spesso si intrecciano con la narrazione.

Siamo in Egitto, verrebbe quasi da dire che stiamo visitando una realtà distopica, se non fosse che il nostro rapporto con l’Egitto tutto piramidi e sfingi è cambiato irreparabilmente con la morte di Giulio Regeni. Non si tratta più di una meta turistica per famiglie annoiate, si tratta di altro, di qualcosa che sale oscuro dalla sabbia. La maledizione di Tutankamen è ricaduta sugli abitanti stessi.

Ahmed Nàgi ci racconta, con una scrittura diretta che non si abbandona ai compromessi, un Egitto frammentato, malato e cinico. Racconta una città, Il Cairo, dove le passioni sono marcite, l’amore è un piccolo puntino lontano, il potere e la politica hanno sovrastato tutto come una colata di cemento. All’interno di questa cornice veniamo ad incontrare personaggi che fatichiamo a riconoscere come reali, ma che sfortunatamente (il più delle volte) lo sono. Bassàm Bahgat protagonista del romanzo e regista di documentari che hanno lo scopo di raccontare la città e sono sponsorizzati dalla “Società degli Urbanisti.” Ihàb Hassan, un intellettuale membro di questa fantomatica società che per nutrirsi spreme polli seminudi. Mona Mei, il lato sentimentale amoroso ed erotico e altri personaggi che fanno da corollario al protagonista.

Anche se, a dirla tutta, la protagonista principale è la città di Il Cairo. Una città distrutta da una catastrofe. Una città moralmente in declino, dai costumi scostumati che riflettono l’abbandono delle persone alla mediocrità e al disprezzo per il prossimo.

Il libro di Ahmed Nàgi non va letto perché l’autore è rinchiuso in un carcere perché ad un cretino qualsiasi con un po’ di potere è venuto mezzo infarto leggendo una scena di sesso esplicito, questo libro va letto per rendersi conto di dove ci può portare la strada che abbiamo intrapreso. Una strada in cui nulla sembra avere più davvero importanza.

Notevole la traduzione di Elisabetta Rossi e Fernanda Fischione.

Un plauso alla casa editrice. Da quando ho conosciuto “Il Sirente” una lacuna letteraria si sta lentamente riempiendo. C’è ancora tanta strada da fare, ma un po’ alla volta, seguendoli, conto di riuscire a colmarla del tutto.

Ahmed Nàgi è uno scrittore e giornalista egiziano, collabora con numerose testate nazionali internazionali. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Arrestato nel Marzo 2016 e condannato a due anni di prigione dal tribunale di Bulaq (Egitto) per “offesa alla pubblica morale” a causa del suo ultimo libro “Istikhdam al-Hayat” (“Vita: istruzioni per l’uso”). Per le nostre edizioni ha pubblicato “Rogers e la via del drago divorato dal sole” (il Sirente, 2010).

Senzaudio, Gianluigi Bodi 10/11/2016

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Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Pisa Book Fest apre finestra su Siria con Hamadi e Sukkar

di Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

Dall’11 al 13 novembre torna il Pisa Book Festival, il salone nazionale del libro dedicato alle case editrici indipendenti italiane. Ospitata al Palazzo dei Congressi, la maIl ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkarnifestazione – che dal 2003 riunisce editori, scrittori, traduttori, illustratori e artisti italiani e stranieri – aprirà una finestra sulla tragedia siriana con un doppio appuntamento: quello con Shady Hamadi, che presenterà il suo ultimo libro, ‘Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza’ (Add Editore, 2016) e Sumia Sukkar, con il suo ultimo romanzo, ‘Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra‘ (il Sirente, 2016). Due giovani autori – il primo nato a Milano nel 1988 madre italiana e padre siriano; la seconda, nata a Londra nel 1992, da padre siriano e madre algerina – che raccontano il dramma e la sofferenza del popolo siriano. Hamadi, attraverso il suo personale esilio (fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo), affronta temi quali identità, integralismo, rapporto tra le religioni, libertà e lotta contro la dittatura. Sukkar invece sceglie di farlo attraverso gli occhi di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, che vuole capire il conflitto siriano e i suoi effetti dipingendo le sue emozioni.

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Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra (Maria Tortora, “Lankenauta”, 2 novembre 2016)

Ho terminato la lettura de “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” qualche giorno fa. Nel frattempo ho letto un altro libro: “Il cervello autistico” di Temple Grandin con Richard Panek (Adelphi). Due letture apparentemente distanti ma che, in realtà, si intersecano perfettamente considerando che Adam, il ragazzino quattordicenne protagonista oltre che voce narrante del libro della Sukkar, è affetto dalla sindrome di Asperger che, per chi non lo sapesse, viene spesso assimilata all’autismo. Temple Grandin, una donna autistica statunitense, biologa e scrittrice, ne “Il cervello autistico” si sofferma spesso, ed inevitabilmente, sulle problematiche legate ai malati di Asperger. Adam mi è venuto in mente ripetutamente durante la lettura del libro della Grandin. Adam che pone le stesse domande, Adam che conta i passi che servono per raggiungere la sua stanza, Adam che ha paura dei posti che non conosce, Adam che deve compiere sempre gli stessi movimenti, Adam che ripete numeri per rassicurarsi, Adam che sente tutti i colori del mondo, Adam che osserva la guerra in Siria e deve metterla dentro ai suoi quadri.

L’idea di Sumia Sukkar è convincente e diversa: raccontare la guerra siriana attraverso gli occhi ingenui, disincantati ed inconsueti di un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger. Perché magari a pochi viene in mente che anche in Siria esistono bambini con problematiche di tal genere. Bambini che, come Adam, vedono il loro piccolo rassicurante mondo familiare e domestico andare in frantumi per colpa di un conflitto che non riescono a comprendere, per colpa di milizie del Governo che invece di proteggere il popolo siriano lo massacrano. Dentro le infinite domande di Adam c’è sconcerto e incapacità di capire. Come spiegare quel che accade ad un bambino come Adam? A lui piace andare a scuola, piace mangiare i dolci, piace giocare, piace disegnare e riempire i fogli di colori ed immagini. Cose semplici e sempre uguali. Le bombe, i morti, il sangue, le mutilazioni, le esplosioni, i proiettili. Tutto è troppo diverso e troppo difficile per lui. Per fortuna Adam trova in sua sorella Yasmine un rifugio, lei è il suo appoggio e la sua salvezza.

La madre di Adam è morta da qualche tempo. Era malata ma lui è riuscito almeno a salutarla e a capire che sarebbe andata via. La guerra, invece, porta via le persone senza che Adam riesca neppure a dire loro un semplice “ciao”. La guerra fa crollare le case e riempie gli occhi e la bocca di polvere. La guerra ha tolto l’acqua e la corrente. Non ci si può lavare e non si può guardare la TV. Yasmine non può comprare nulla e il frigo è sempre vuoto. Gli altri fratelli di Adam escono quasi ogni giorno per partecipare a cortei di protesta ma anche quello diviene pericoloso perché c’è chi spara e chi muore. Adam vede sangue, vomita e sviene. Non sopporta l’odore del sangue, non regge il contatto con quel liquido vischioso ma è comunque costretto a guardare tanto sangue nella sua Aleppo. Chiunque, attorno a lui, perde il proprio colore. Anche il rosso rubino di Yasmine si scolora: la guerra trasforma tutto in grigio o viola, il colore del dolore.

Ogni capitolo del libro rappresenta un colore diverso e, di conseguenza, una percezione diversa. Ci sono l’arancione, il bianco, il blu, il granata, il nero, il verde, il magenta e altri ancora. Ci sono però tre capitoli che interrompono la narrazione colorata di Adam. In questi capitoli la parola passa a Yasmine, presa e segregata chissà dove da uomini che non si erano mai visti. Yasmine rapita davanti ad un negozio e portata altrove mentre era con Adam. Viene torturata, insultata e stuprata proprio come avviene a molte altre donne in un Paese in guerra. E così la Sukkar riesce ad innestare nel racconto di Adam la vicenda tutta femminile e molto dolorosa della giovane donna. Il riflettore, quindi, viene spostato, su quello che una donna rischia quotidianamente in Siria.

Entrare nel cuore di un conflitto come quello che da diversi anni sta devastando la Siria non è affatto semplice. Sumia Sukkar, però, è riuscita in tale intento grazie all’invenzione di un personaggio autentico, puro e sensibile come Adam. La guerra rimane la mostruosità che è ma la voce e lo sguardo di Adam, coi suoi immancabili colori e la sua luminosa innocenza, hanno il potere di mutare le prospettive e di ricalcolare la realtà perché riescono a trasmettere sfumature e dettagli che ai “normali” solitamente sfuggono. Sovrapporre un conflitto mortale alla candida delicatezza e al talento prezioso di un ragazzino affetto dalla sindrome di Asperger è sicuramente un’idea intelligente sviluppata, in questo romanzo, attraverso una narrazione empatica, attenta ed intensa. “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” è uscito per la prima volta, nel Regno Unito, nel 2013 quando l’esordiente Sumia Sukkar aveva appena 22 anni. Un’opera prima che lascia ben sperare.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sumia Sukkar è nata a Londra nel 1992, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha sempre amato scrivere e, proprio per questo, ha frequentato il corso di laurea in Scrittura Creativa alla Kingston University di Londra. Qui ha conosciuto Todd Swift, poeta britannico-canadese oltre che direttore della Casa Editrice Eyewear. Il professore, colpito dal talento della Sukkar, le ha offerto un contratto di pubblicazione. Il primo romanzo di Sumia Sukkar, “The boy from Aleppo who painted the war”, è uscito nel 2013. Un anno più tardi, nel 1014, a BBC ne ha tratto un riadattamento radiofonico nel corso del programma “Saturday Drama”. Il romanzo “The boy from Aleppo who painted the war” è stato tradotto in italiano e pubblicato dall’Editrice il Sirente nel 2016.

Sumia Sukkar, “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra“, Editrice il Sirente, Fagnano Alto, 2016. Traduzione dall’inglese di Barbara Benini. Titolo originale: “The boy from Aleppo who painted the war“, 2013.

Pagine Internet su Sumia Sukkar: Twitter / Scheda Eyewear Publishing / Linkedin / Intervista

 Lankenauta, Maria Tortora, 2 Novembre 2016
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MUTAZIONE EGIZIANA Un romanzo, due giovani autori

Vita: istruzioni per l’uso di Ahmed Nagi e Ayman al Zorqani

Scrittura e disegno in un’opera di denuncia della restaurazione-metamorfosi in atto al Cairo. Ahmed Nàgi, il romanziere, è in carcere. Ayman al-Zorqani, l’illustratore, spiega perché: «Vogliono cittadini senz’anima e senza impegno politico e sociale».

A suo favore ci sono una forte campagna internazionale con tanto di petizione sulla piattaforma Change.org e il premio Barbey Freedom to Write che gli scrittori di Pen International assegnano ogni anno a un collega che si è distinto per aver difeso il diritto di espressione. La gloria però non l’ha salvato e lo scrittore egiziano Ahmed Nàgi resta ancora in prigione, dove sta scontando due anni di carcere a causa di alcu- ne scene di sesso descritte nel suo ultimo libro e ritenute contrarie alla pubblica morale.

Opera a cavallo tra il romanzo tradizionale e quello grafico, Istikhdam al-Hayat (tradotto in italiano da il Sirente, come Vita: Istruzioni per l’uso) è il secondo libro di uno dei più rappresentativi scrittori egiziani della nuova generazione. Quella di Nàgi (che in italiano ha già pubblicato, nel 2010, Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole) è non solo una delle voci più originali dello scenario letterario cairota dei nostri giorni, ma anche una delle più critiche del regime egiziano. Non solo durante l’epoca di Hosni Mubarak, ma anche dopo la restaurazione dei militari, coronata dall’elezione alla presi- denza dell’ex generale Abdel Fattah al-Sisi.

È anche per questo, oltre che per le complesse vicissitudini in cui si trova Nàgi a causa della sua opera, che a mobilitarsi – contribuendo alla pubblicazione della versione in italiano – è stata anche Amnesty International, particolarmente pre- occupata della deriva autoritaria egiziana. Un vortice che ha portato, tra il gennaio e il febbraio 2016, alla scomparsa, alla tortura e alla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni.

«La tragedia di Giulio è solo la punta dell’iceberg di un meccanismo repressivo che non guarda in faccia nessuno e cerca giustificazioni in primis securitarie. Dietro l’arresto di Naji si nascondono motivazioni ben diverse rispetto a quelle pubblicamente dichiarate. È sempre stata una persona invisa ai potenti. Colpendo lui, si vuole mandare un messaggio a tutti coloro che esercitano il loro diritto di espressione senza farsi intimorire dalle minacce del regime», dice a Nigrizia Ayman al-Zorqani, coautore, con le sue illustrazioni, del libro di Nàgi. «Processi come questi si tenevano già prima del 2011 e la ripresa di questa pratica mostra lo stato di salute della democrazia egiziana», aggiunge Ayman, secondo il quale il nome di Ahmed è solo l’ultimo nella lista degli scrittori che hanno pagato a causa di ciò che narrano attraverso i protagonisti dei loro romanzi.

Il libro si apre con un’improvvisa catastrofe naturale che cambia per sempre l’aspetto del Cairo. La scena ricorda una tempesta di sabbia che ha realmente sconvolto la capitale nel dicembre 2010 e l’intero romanzo s’intreccia con la storia dell’Egitto degli ultimi cinque anni. C’è un legame con la rivoluzione egiziana?

Ahmed ha iniziato a scrivere questo libro proprio nel periodo della tempesta che lo aveva impressionato perché gli ricordava le descrizioni sulla fine del mondo. Certamente c’è un legame con quanto accaduto nel 2011, anno che ha marcato l’orizzonte temporale egiziano. C’è un prima e un dopo. La politica non è cambiata, ma tutti noi cittadini sì. La rivoluzione più importante è stata quella sociale, alla quale ha contribuito il cambiamento avvenuto all’interno di ognuno di noi. E Nàgi questo cambiamento l’ha ben rappresentato nel protagonista del libro, Bassem. Quando gli viene chiesto di realizzare il progetto della nuova metropoli, Bassem cambia prospettiva e inizia a lavorare su un progetto che mette al centro le esigenze della popolazione.

Il Cairo descritto in questo libro è una città triste, sporca, povera e violenta che non attrae i turisti che il governo spera possano tornare numerosi lungo il Nilo. Questo sordido realismo ha infastidito qualcuno?

Ha infastidito parecchie persone. L’arte e la libertà di espressione non possono però essere a servizio degli slogan. C’è chi dall’alto vuole imporre un’unica narrazione della realtà. E Nàgi è stato punito proprio perché questa visione l’ha contrastata, preferendo usare altre chiavi di lettura.

Nelle viscere del Cairo che voi descrivete, bollono cose che cercano di essere tappate da quanti vivono nei piani alti. Che umanità le frequenta?

Sotto l’immagine Cairo patinata che il governo vuole mostrare al mondo intero ribolle un’umanità molto diversa. La struttura sociale del Cairo è stratificata. Per quanto vi sia la tendenza a uniformarsi a un’immagine che viene spesso imposta dall’esterno, sono molte le istanze anticonformiste. Negli anni che hanno condotto alla rivoluzione del 2011, le viscere del Cairo sono state terreno fertile per la nascita di quel movimento rivoluzionario che è stato capace di affrontare un regime pluridecennale.

Ora però nei sotterranei del Cairo rassegnazione e timore sembrano predominare. È così o c’è dell’altro?

Questi sono certamente i sentimenti dominanti, ma non sono gli unici. Anzi, la vicenda di Nàgi mostra che non tutti cedono alla paura. C’è chi cerca di difendere i propri valori per evitare che gli vengano sottratti del tutto. Non è facile, ma se vogliamo rimanere umani dobbiamo aggrapparci a questa lotta. Altrimenti diventeremo altra cosa, animali, come quelli che hanno voluto la restaurazione, uniformandosi alla narrazione dominante.

Questa metamorfosi è parte portante del libro. E la descrizione di esseri umani in forma animale è quella che attrae maggiormente anche la sua curiosità grafica. Perché?

Ahmed mi ha lasciato ampia libertà di lavorare sul testo, ma mi sono soffermato particolarmente sui passaggi dedicati agli animali del Cairo, ovvero gli abitanti che affollano la capitale egiziana dei nostri giorni. Parliamo di persone che sono state forgiate dall’architettura, dalla storia, dal traffico della città nella quale vivono, anzi sopravvivono. Nel libro, Nàgi spiega come tutti questi fattori, ai quali si somma la pressione del regime, rischia- no di rendere gli esseri umani figure più vicine agli animali, perché senz’anima e senza impegno politico e sociale. Ho voluto dare a molti di loro un volto spaventoso, perché così sono. La speranza è che non tutti, in Egitto, diventiamo così.

Nigrizia – Novembre 2016 – Azzurra Meringolo

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Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

NARRATIVA EGIZIANA. AHMED NÀGI

Un giovane dal vorace appetito sessuale svela odi, frustrazioni, famiglie incestuose

La prima domanda è retorica: è ancora possibile nel 2016 andare in galera per un libro? La seconda è terra terra: cosa ci sarà mai tra le pagine di ‘Vita: istruzioni per l’uso’ se è bastata la pubblicazione del suo VI capitolo sul periodico egiziano Akhbar al Adab perché otto mesi fa l’autore Ahmed Nàgi fosse arrestato e condannato a due anni di carcere con l’accusa di oltraggio al pudore? La risposta a questo interrogativo ci porta al vero motivo per cui leggere il romanzo appena tradotto in italiano dall’intraprendente editore il Sirente. Perchè al netto del sostegno dovuto ai letterati imbavagliati, che a marzo ha visto il PEN attribuire a Nàgi il prestigioso premio Barbery Freedom to Write, c’è la letteratura.

La storia raccontata da Nàgi è come una serie di scatole cinesi il cui valore cresce via via che la dimensione diminuisce. Il primo livello riguarda le vicende di Bassam Bahgat, giovane documentarista dal vorace appetito sessuale che all’indomani di un esiziale terremoto viene assunto dalla misteriosa Società degli Urbanisti per riprogettare, e in realtà distruggere, l’anima contradditoria, ma proprio per questo indomita, della capitale egiziana. Oltre Bassam però, c’è l’Egitto contemporaneo.

Descrivendo i miasmi, gli umori, le cicatrici esterne e quelle intime di una Cairo enorme eppure claustrofobica, Nàgi ci suggerisce cos’è che, al netto dei coiti, masturbazioni e full immersion alcoliche tra nebulose di marijuana, ha davvero scatenato l’ira del regime contro di lui.

“La musica è morta negli anni’70” dice a un tratto Rim, l’amante di Bassam che finirà per curare la propria depressione votandosi a una nuova annichilente illusione in cui sdoppiarsi, con e senza hijab. “cazzate-replica lui – Dov’è la tomba della musica?” e lei “Guarda il letamaio che hai intorno”.

Chi ha ucciso la musica al Cairo lasciando gli abitanti in un silenzio sinistro che è sintomo di afasia, infantilismo politico, disperato onanismo fisico e intellettuale? La risposta è nelle infinite allusioni di cui è fin troppo infarcito il romanzo.

C’è l’anima nera della città, epicentro della rivoluzione del 2011 ma anche tanfo di sterco e piramidi di rifiuti, donne pingui ricoperte da strati di stoffe nere e uomini in perenne quanto improduttiva eccitazione sessuale, squallidi micro-bus all’arrembaggio degli incroci fatali, odio, frustrazione, voglia di rivalsa sulla Storia, folli di Dio, trans, artisti, bambini di strada, poliziotti con gli occhiali neri, uomini d’affari obesi, stranieri in motorino in quartieri selezionati tipo Maadi, famiglie incestuose, interi distretti che vivono con la corrente prelevata abusivamente dai lampioni.

C’è il Generale, carica in cui è riassunta l’identità stessa del potere, che “da quando è al timoneha precluso ai giovani l’accesso alla politica”. Ma ci sono anche loro, i “giovani agitati tra folle preconfezionate”, l’ombra di quanto furono i temerari ragazzi di Tahrir, poveri illusi alla deriva laddove non c’è più spazio per la ribellione e “perfino il caos si agita in aree circoscritte o entra nella catena di produzione di un enorme ingranaggio che opera per mantenere l’equilibrio”.

Ci sono i fanatici religiosi, la cui presenza aleggia sull’intero romanzo nelle forme più diverse: il colore verde (come la natura ma anche come l’Islam) che “non comparve alla vigilia della tragedia ma molto prima”, la grande manipolatrice paprika intenzionata a deviare il corso del Nilo che “ti aiuterà a vedere ciò che non si vede e a vedere ciò che non esiste”, la stessa Società degli Urbanisti il cui segreto più importante è “la modalità con cui trasmette il senso di sicurezza , l’avresti avvertito mentre uno di loro ti stringeva la mano sollevandoti il peso dalle spalle, come un bambino piccolo che trona nel grembo materno”. E poi c’è la società civile, alleata con la politica e la religione per impedire “che venga a galla quanto avviene nelle viscere” del Cairo.

Non risparmia nessuno Nàgi nel romanzo illustrato dai feroci disegni di Ayman al Zorqani. E quando arrivi al capitolo VI, il cuore pornografico del libro per cui ufficialmente l’autore è in cella, appare chiaro che lì, come nelle pagine precedenti, la nudità intollerabile per il regime non è quella di Bassam e le sue amanti ma quella dell’Egitto contemporaneo, la religione eterno oppio dei popoli, il regime militare stesso. Il bambino dei vestiti nuovi dell’imperatore non avrebbe oggi alcuna chance al Cairo.

La Stampa/ Tutto Libri di Francesca Paci 22/10/2016

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“Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

L’INTERVISTA  Ayman al-Zurqany – Il disegnatore in Italia per presentare un libro messo all’indice

di Francesca Bellino

Quando lo scrittore e blogger egiziano Ahmed Nàgi ha scritto “Vita: istruzioni per l’uso” non poteva immaginare quanto gli avrebbe condizionato la vita. L’ha scritto prima delle rivolte del 2011 con la speranza di vedere migliorare la condizione dei giovani del Cairo, ma la sua schiettezza e il suo talento narrativo sono stati ripagati con una condanna del Tribunale di Bulaq a due anni di carcere per “offesa alla pubblica morale” per i riferimenti espliciti a droga, sesso e alcool.

Insignito del Premio Barbey Freedom to Write da Pen International e ora pubblicato in Italia da il Sirente (traduzione dall’arabo di Elisabetta Rossi e Fernanda Fischione), il romanzo è arricchito dalle illustrazioni del disegnatore Ayman al Zorqani venuto in Italia a presentare il libro in assenza dello scrittore.

Ayman, come sta Ahmed Nàgi?

Non posso andare a trovarlo. Possono entrare in carcere solo i parenti più stretti e gli avvocati. Ci scriviamo lettere e riesco a vederlo durante i processi, da lontano. Fisicamente non sta male, ma psicologicamente sì. I carcerieri non gli consegnano i libri. Non vogliono dargli speranza.

Perché è stato arrestato?

E’ la prima volta che in Egitto uno scrittore viene arrestato per un suo testo. Un cittadino lo ha denunciato dopo aver letto sul periodico letterario Akbar el Adab un estratto del romanzo uscito due anni fa, sostenendo che il testo gli aveva dato “un estremo senso di malessere”, divenuto malessere di Stato montato da un funzionario di polizia che probabilmente voleva sfruttare la situazione. E così ha ingrandito la vicenda. Ma al fondo della vicenda c’è un meccanismo innescatosi con l’arrivo di Al Sisi che ha causato anche la morte di Giulio Regeni.

Ovvero?

Con Mubarak nessun piccolo funzionario avrebbe mai potuto prendere una tale iniziativa. Si aspettava sempre un suo ordine. Con Al Sisi, invece, si è avviato un nuovo fenomeno che è quello delle iniziative dal basso, come è accaduto con la denuncia di Nàgi. Ai tempi di Mubarak nessuno straniero sarebbe stato ucciso e nessuno scrittore arrestato senza il suo volere.

Quali sono le novità sul caso Regeni?

La versione che viene raccontata è che una spia del regime aveva chiesto allo studente di aiutarlo ad avere un passaporto per l’Italia, ma in seguito a divergenze l’informatore avrebbe accusato Regeni di essere una spia e lo avrebbe denunciato a poliziotti di basso rango che, di loro iniziativa, lo avrebbero torturato a morte.

Che clima c’è in Egitto?

Di grande paura. Anche chi non ha fatto nulla ed è allineato ai costumi tradizionali e conservatori cairoti, quando incontra per strada un poliziotto teme gli possa accadere qualcosa.

E gli artisti come vivono?

Nel constante contrasto fra il desiderio di esprimerci e la voglia di dedicare tempo alla nostra arte e il bisogno di opporci alla visione conservatrice.  Con Mubarak c’era una libertà di espressione di facciata e dei limiti precisi da non superare, quindi molta autocensura. In “Vita: istruzioni per l’uso” Nàgi mostra le varie città contenute nel Cairo, quella di superficie e quelle sotterranee, la distruzione della metropoli e il vuoto che ne rimane. Ma né io, né lui abbiamo mai avuto l’intenzione di dire come deve essere la Cairo del futuro.

Il Fatto Quotidiano 12/10/2016

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After our hard work, that of workers and machines

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Esce in Italia Vita: istruzioni per l’uso Ma lo scrittore è in carcere in Egitto

Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria, ma non era mai successo in Egitto che un autore venisse condannato a due anni di prigione per un romanzo

di Viviana Mazza per il Corriere della Sera

Il romanzo esce giovedì 6 ottobre in Italia. Ma l’autore, il trentunenne egiziano Ahmed Nagi, al lancio (nei giorni precedenti a Roma) non c’era: è in prigione. Il 20 febbraio scorso è stato condannato a due anni di carcere per «oltraggio al pudore» a causa del «contenuto sessuale osceno». Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria in Egitto, ma è il primo caso di uno scrittore arrestato per il proprio libro.

Si intitola Istikhdam al-Hayat, tradotto come Vita: istruzioni per l’uso dalla casa editrice Il Sirente. Racconta la realtà sociale del Cairo, immaginando un futuro distopico in cui la metropoli è stata colpita da una terribile catastrofe naturale e una «Società degli Urbanisti» vuole distruggerne l’architettura millenaria per creare un centro futuristico, governato dalle macchine e dalla tecnologia. Il capitolo che ha messo nei guai lo scrittore è il sesto. Vi si racconta di una serata in cui il protagonista ventitreenne Bassam beve alcol, fuma hashish e fa sesso. «Cosa fanno i giovani di vent’anni al Cairo? — scrive l’autore in un passaggio — Leccano pupille, leccano fiche, succhiano cazzi, sniffano polvere, inalano hashishmisto a sonniferi? Fino a quando questo genere di feticismo continuerà a essere eccitante, innovativo e stimolante? Chi ora siede in questa stanza, da giovane ha provato molte droghe, sia ai tempi dell’università che dopo. Ma guardali, sono come atolli separati, incapaci di dare un senso ai loro giorni senza stare assieme».

«Triste mentre Ahmed è in carcere»

In Italia è venuto il coautore di Vita: istruzioni per l’uso. «È triste essere qui mentre Ahmed è in prigione», dice al Corriere Ayman Al Zorqani, che ha realizzato illustrazioni che si alternano ai capitoli del romanzo. Aveva incontrato Ahmed Nagi prima della rivoluzione del 2011, ed era rimasto colpito dal suo stile. «Parlava di politica in modo sarcastico, e per questo era più efficace, faceva arrabbiare le autorità perché si faceva beffe di loro», spiega. Nagi si stava anche facendo un nome: Vita, istruzioni per l’uso è il suo secondo romanzo pubblicato in Italia, dopo l’esordio con Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole (Il Sirente, 2010). I due avevano deciso subito di collaborare, ma dopo l’inizio della rivoluzione sospesero ogni cosa, per poi riprendere a lavorare al romanzo nel 2012.

La rivista di sinistra e il manager della Fratellanza

L’arresto di Nagi è in parte il frutto di conservatorismo sociale ma anche di inettitudine e vendette personali. La storia ce la racconta Al Zorqani, in una lunga conversazione. Nagi lavorava per il periodico culturale Akhbar Al Adab. Nel 2013, durante l’era della Fratellanza Musulmana, erano stati piazzati a capo dei giornali uomini fedeli ai nuovi governanti. «I giornalisti di Akhbar Al Adab sono di sinistra e atei, mentre il nuovo manager, tale Magdi Afifi, conservatore e religioso tentava di controllare quello che scrivevano». È stato in questo periodo che uno dei caporedattori ha pensato di pubblicare un estratto del romanzo al quale Nagi stava lavorando. «Ahmed gli ha consegnato tre capitoli tra cui scegliere e poi è partito per un viaggio già previsto negli Stati Uniti — continua Al Zorqani —. Nel frattempo, a metà del 2013 i Fratelli Musulmani sono stati rovesciati, poi Al Sisi è diventato presidente e ha sostituito tutti manager dei giornali con uomini a lui fedeli. Ma si è dimenticato di Akhbar Al Adab. E così questa è stata l’età dell’oro per il periodico». Infatti, «il manager nominato dai Fratelli Musulmani non voleva essere epurato e perdere il lavoro e così restava zitto, non interferiva con il giornale. Ma quando il capitolo sesto di Nagi è stato pubblicato, c’è stato chi l’ha trovato offensivo, anche se il suo contenuto non è senza precedenti. E’ stato allora che le autorità hanno scoperto che Afifi era il manager e l’hanno licenziato in tronco».

La furia di Afifi

E allora Afifi si è arrabbiato. «Aveva sopportato per quattro mesi un giornale pieno di parolacce e contenuti immorali e senza Dio. Pensava almeno di poter riuscire a conservare il posto – ci dice Al Zorqani —. A questo punto non poteva opporsi alla decisione di Al Sisi, ma almeno poteva vendicarsi di quei miscredenti. Così deve aver visto nel capitolo del libro di Nagi una specie di dono divino: gli permetteva di colpevolizzare la redazione e anche di spingere il governo a essere più conservatore. Così è andato presso l’ordine dei giornalisti, ha denunciato Akhbar Al Adab affermando che pubblicava pornografia, contenuti volgari e contrari all’Islam. Le autorità hanno cercato di evitare che scoppiasse un caso, non volevano che Afifi apparisse come un eroe, ma odiavano anche Ahmed e il suo lavoro. Quando è tornato dagli Stati Uniti lo hanno sospeso, anche se non licenziato. A lui non importava. Nel frattempo, abbiamo completato la grafica e fatto stampare il libro in Libano, poi la polizia doganale egiziana ha dato l’autorizzazione all’ingresso delle mille copie e il romanzo stava avendo un discreto successo, ne avevamo vendute 900».

La nuova denuncia

Era passato un anno, insomma, quando è arrivata una nuova denuncia, stavolta da parte di un privato cittadino, di nome Ghani Salah, che si è detto turbato dai riferimenti al sesso contenuti nello stralcio pubblicato dalla rivista. Al Zorqani sospetta che l’istigatore fosse il solito Afifi. Quel che è certo è che nessuno si aspettava che lo scrittore potesse essere arrestato. «Non è la prima volta che la letteratura egiziana contemporanea presenta personaggi poco edificanti — scrive l’arabista Elisabetta Rossi —: basti pensare per esempio a ‘Abdallah, protagonista del romanzo di Ahmad al-‘Aydi Essere ‘Abbas al-‘Abd… che beve alcolici, fuma hashish e intrattiene relazioni libere con le ragazze; la sua schizofrenia lo porta a uno stadio di alienazione che lo dirotta verso un rapporto conflittuale con la società e la città in cui vive, Il Cairo». Certo, ci sono stati libri proibiti in passato in Egitto, sottolinea Al Zorqani, sin da «L’Islam e le fondamenta del potere politico» di Ali Abdel Raziq nel 1925 (che era in realtà un libro contro il re Fuad) fino al graphic novel di Magdi Shafiei bandito nel 2007 per una scena d’amore (in realtà dava fastidio il fatto che criticasse il presidente Mubarak perché voleva trasmettere il potere al figlio). «Ma non c’erano precedenti per l’arresto di Ahmed Nagi. E così lui aspettava al massimo una multa, non certo il carcere».

La condanna

Le autorità di polizia e poi il giudice in appello hanno voluto fare bella figura, secondo il disegnatore. Dopo il proscioglimento in primo grado, «la pubblica accusa ha deciso di trasformare l’indignazione del privato cittadino in indignazione dello Stato», ha detto all’Ansa Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia che ha patrocinato il libro. A nulla sono valse le proteste di 700 intellettuali egiziani e il Premio «Barbey Freedom to Write» conferito da «Pen» al giovane scrittore. «Ahmed all’inizio pensava che i media potessero aiutarlo», spiega Al Zorqani. «C’era stato un forte movimento in suo favore. Anche i conservatori cui non piace questo libro e che credono debba essere proibito non pensano che lui debba andare in prigione».

Prigioniero politico

Secondo Al Zorqani, a un certo punto, Nagi è stato visto come un oppositore politico e ciò rende difficile anche una riduzione della pena. «Ci sono state celebrità che in tv hanno detto che questo non è l’Egitto in cui credono, hanno presentato questo caso come una questione personale contro Al Sisi. E anche le autorità lo stanno trattando come un prigioniero politico. Due settimane fa, sono stati graziati alcuni criminali comuni, ma lui no, è rimasto dentro». Anche Amnesty International sospetta che la colpa di Nagi non siano stati tanto i dettagli su sesso e droga sparsi nel libro, quanto il realismo con cui descrive «una Cairo triste, violenta, putrida e cattiva». «Per tutto il tempo che vivi o ti muovi dentro al Cairo, sei costantemente denigrato. Sei destinato a incazzarti. Anche se impieghi tutte le forze della Terra non puoi cambiare questo destino. Sei soggetto in ogni momento ai pettegolezzi che ti arrivano da sopra e da sotto, da destra e da sinistra», riflette il protagonista Bassam. «La ricostruzione del Cairo e l’attenzione alla sua architettura sono dunque tematiche centrali del romanzo», nota Elisabetta Rossi che ha intervistato l’autore prima dell’arresto. «L’intento della “Società degli Urbanisti” non sembra così distante dalla realtà: pare quasi rispondere all’attuale e ambizioso progetto di Al Sisi di costruire, coi finanziamenti sauditi, una moderna capitale egiziana nel cuore del deserto».

«Il processo» di Kafka (a fumetti)

Al Zorqani ci dice di aver visto l’amico un mese e mezzo fa, l’ultima volta. Era dentro la gabbia in cui vengono tenuti gli imputati in tribunale. «Non aveva un brutto aspetto, non sta male fisicamente, ma è in uno stato di panico. So dalla sua fidanzata che non riesce a dormire. E’ in cella con altre 40 persone e vorrebbe restare solo. La buona notizia è che è un carcere per uomini d’affari corrotti perciò non ci sono scontri e zuffe, ma non può nemmeno andare in bagno senza un guardiano». Al Zorqani gli ha mandato «Il processo» di Kafka in arabo e «Hush», il fumetto di Jim Lee. «Quando vedono i disegni, le guardie non fanno problemi. Pensano che i fumetti siano per bambini».

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Libri: in italiano ultimo libro Nàgi, ma lui è in carcere

(di Luciana Borsatti) (ANSAmed) – ROMA, 3 OTT – Una sedia vuota per uno scrittore che non c’è e che in Egitto detiene anche il primato di primo autore finito in carcere per il proprio libro. Era quella riservata ad Ahmed Nagi, autore di “Vita: istruzioni per l’uso” (Il Sirente, pp. 270, 18 euro), in un incontro ieri a Roma cui ha potuto partecipare solo il grafico Ayman Al Zorqani, che ha co-firmato il libro per le sue provocatorie illustrazioni.

Il 20 febbraio scorso Nàgi è stato condannato a due anni di carcere per ‘oltraggio al pudore’, dopo che un capitolo del libro – già dato alle stampe – era stato pubblicato su un periodico letterario. Il processo era nato dalla denuncia di un privato cittadino che si era sentito turbato dai riferimenti al sesso frequenti in un racconto pur primariamente incentrato sulla realtà sociale del Cairo – metropoli che, dopo una terribile catastrofe naturale, una “Società degli Urbanisti”, vuole ricostruire cambiandola radicalmente.

Ma dopo il proscioglimento in primo grado, “la pubblica accusa ha deciso di trasformare l’indignazione del privato cittadino in indignazione dello Stato – afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia che ha patrocinato il libro – facendo scattare la condanna”. Contro la quale a nulla sono valse le proteste di 700 intellettuali egiziani e il Premio Barbey Freedom to Write conferito da Pen al giovane scrittore. Tanto da far pensare, sottolinea ancora Noury, che la colpa di Nagi non siano stati tanto i dettagli su sesso e droga sparsi nel libro, quanto il realismo con cui descrive “una Cairo triste, violenza, putrida e cattiva”: l’aver mostrato cioè “l’immostrabile”. “E’ triste essere qui con Ahmed in prigione”, ha detto Al Zorqani. Pare che Nàgi stia fisicamente bene, ha aggiunto, ma sia costretto a subire “molte pressioni psicologiche”.

Il libro – scritto prima della rivoluzione del 2011 – “è una discesa tra le mille stratificazioni del Cairo”, racconta il grafico, dove a lui è andato tra l’altro il compito di descrivere con tratti impietosi “gli animali” della metropoli, stereotipi di personaggi che “cercano di rendersi accettabili”. Nagy, noto anche per essere stato uno dei primi blogger egiziani, non è l’unico autore che ha visto la propria opera censurata, me è stato appunto il primo a subire una condanna in carcere gli stessi motivi. In questo modo le istituzioni dell’era del presidente Sisi hanno voluto dare “un messaggio” anche agli altri, sostiene il giovane disegnatore, e per questo difficilmente potrà avere sconti di pena. Quanto al consenso sociale di cui l’ex generale gode, valuta Al Zorqani, è diminuito rispetto all’epoca del suo insediamento, certamente tra i giovani e anche per aver mancato di incontrare le aspettative di varie classi sociali in campo economico. Ma da qui a dire che non sarebbe ora in grado di vincere nuove elezioni ce ne passa: dipende da chi altro correrebbe per la carica, lascia capire il grafico, e resta forte tra gli egiziani il bisogno di stabilità che Sisi ha incarnato.

Ma sul fronte dei media il panorama descritto da Al Zorqani è quasi desertificato: o sono schierati con Sisi o sono la voce dei Fratelli musulmani (estromessi dal potere nel 2013, ndr).

Ampliato inolte lo spazio di manovra e di arbitrio di cui il singolo appartenente agli apparati di sicurezza può ora valersi rispetto al passato: come a dire, spiega, che un caso come quello di Giulio Regeni, torturato e ucciso da mani ancora ignote, ai tempi dell’ex presidente Mubarak non sarebbe potuto accadere senza che i vertici lo sapessero. (ANSAmed).

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Un romanzo visionario che con coraggio sfugge agli schemi letterari egiziani

Un romanzo visionario che con coraggio  sfugge agli schemi letterari egiziani

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Recensione di “Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi di Francesca Bellino del 22 settembre 2016

“Benvenuti nell’infernale Cairo, dove la vita è una continua attesa e l’odore di immondizia e sterco di animali di qualunque sorta è in ogni dove” scrive lo scrittore e blogger egiziano Ahmad Nàgy in uno dei tanti passaggi del suo romanzo Vita: istruzioni per l’uso, (Il Sirente, traduzione dall’arabo di Elisabetta Rossi e Fernando Fischione), in cui descrive la capitale egiziana come una soffocante “realtà da incubo”, un luogo dove anche il fiume Nilo si intristisce quando lo attraversa.
É senza dubbio Il Cairo, con il suo declino e la sua auspicata e necessaria “riedificazione”, la protagonista del romanzo che per Nàgi ha significato una condanna dal tribunale di Bulaq lo scorso 20 febbraio a due anni di carcere per “offesa alla pubblica morale” seguita alla pubblicazione sul periodico letterario Akhbar el Adab di un estratto del romanzo pubblicato in Egitto nel 2014 con il titolo Istkhdam al-Hayat. Il “reato” si riferisce in particolare all’esplicita scena di sesso con cui si chiude il sesto capitolo che racconta una serata tra ventenni trascorsa rollando canne, bevendo birra, discutendo sulle ultime mode come il feticismo sessuale di leccare le pupille e sognando l’amore.

Insieme a una fotografia critica del Cairo, il romanzo offre al lettore anche una dettagliata e disperata descrizione della contemporanea gioventù egiziana, spaesata, frustrata, impossibilitata a manifestare e vivere i sentimenti, alla continua ricerca di libertà e benessere in una società triste e repressa che improntata le relazioni sull’apparenza e il giudizio altrui.
“Qui dicono: Fa’ come vuoi, ma esprimi i tuoi sentimenti come vogliono gli altri” scrive Nàgi evidenziando che “quando vivi o ti muovi dentro il Cairo, vieni costantemente offeso. Anche mettendo insieme tutte le forze della terra, non potresti cambiare questo destino”.
Tutto il romanzo che si presenta in una forma narrativa sperimentale, arricchito dalle illustrazioni dell’artista cairota Ayman al-Zurqany, è attraversato da questo sentimento di rassegnazione e da un senso di sconfitta e d’impossibilità di cambiare il destino individuale e della nazione. “Non sei padrone di te stesso, non sei padrone di niente in questa città. È lei che ti possiede” scrive l’autore per marcare l’impotenza dei giovani egiziani e la loro sofferenza di vivere in una città capace solo di addestrare alla speranza.

Nàgi non fa cenni al prima o dopo rivoluzione 2011. Per lui i problemi strutturali delle relazioni sentimentali e carnali della società egiziana restano sempre uguali: tesi e difficili. “I fortunati che in questa città superano la fase della repressione sessuale – spiega -, finiscono per trovarsi in un’area in cui il sesso non è che un ramo secondario dell’amicizia. Altrimenti, diventa un chiodo fisso”.
L’atmosfera catastrofica si respira sin dalle prime pagine in cui l’autore propone una distopia, un fenomeno spaventoso, “lo Tsunami del deserto”, per cui gli abitanti del Cairo si risvegliarono sepolti sotto tonnellate di sabbia e polvere. Per parlare del presente, dunque, Nàgi ipotizza un futuro in cui nasce “La Società degli Urbanisti”, un’organizzazione retta dalla potente maga Paprika, che vuole distruggere il Cairo delle contraddizioni per creare un nuovo centro urbano futuristico in cui a far da padrona è la tecnologia. In questo modo Nàgi introduce nella narrativa araba con derive fantascientifiche, la catastrophic fiction, un genere che gira intorno alla distruzione del pianeta terra con catastrofi naturali, proprio come avviene nell’incipit del libro. Ricostruire il Cairo dopo la sua necessaria distruzione (intesa come evento purificatore), diventa il cuore della storia.

Nàgi, già conosciuto in Italia per il suo esordio, Rogers e la via del Drago divorato dal Sole (Il Sirente, 2010), dimostra anche questa volta la sua abilità descrittiva nell’offrire al lettore una radiografia dei “raggruppamenti umani invisibili” che abitano la città millenaria: dai fanatici religiosi che si muovono in gruppi di fratelli e sorelle agli omosessuali, dai bambini di strada immersi nei fumi della colla tra le baraccopoli agli spacciatori di hashish, dagli uomini d’affari obesi agli scambisti e ai sadomasochisti.
A queste pagine va aggiunta l’esilarante carrellata degli “animali del Cairo”, una serie di caratteri che si posso incontrare per le strade della capitale egiziana: dal cane randagio all’artista pesce-gatto, dalla fanciulla velata al rinoceronte selvatico, dallo scarafaggio ai dervisci, dal verme allo sheykh-tigre, al taxi biologico al topo nero.
Nàgi, al quale PEN International ha assegnato il Premio Barbey Freedom to Write, non è l’unico caso di voce critica zittita nell’era Al-Sisi. Del libro e di libertà d’espressione violata si parlerà al Festival della Letteratura Mediterranea a Lucera il 25 settembre alla presenza, tra gli altri, dell’autore delle illustrazioni Ayman al-Zurqany nel focus “Tutti i segni della dissidenza”.

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“Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” di Sumia Sukkar

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

In libreria “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”, terzo e imperdibile titolo della collana Altriarabi Migrante.

Ogni capitolo ha il nome di un colore in questo libro denso e profondo che ci racconta la guerra siriana e la distruzione di Aleppo dall’interno di una famiglia, che raccoglie tutte le sue forze per cercare di sopravvivere intimamente e fisicamente alla devastazione della propria città.

…orribile e bello allo stesso tempo…” dove l’arte diventa una forma di resistenza

Adam ha quattordici anni e soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo che non provoca ritardi significativi nello sviluppo del linguaggio o delle capacità cognitive. Adam ha ereditato dalla madre il talento nella pittura e infatti trascorre la maggior parte del suo tempo libero, dipingendo i suoi familiari, gli eventi che segnano la sua vita, il mondo che lo circonda. Adam associa un colore a ogni stato d’animo e persona o situazione e Yasmin, sua sorella, sorridente e paziente, sempre pronta a rispondere alle sue mille domande, è il rosso rubino, il colore della gioia, del sorriso. È il 26 di gennaio gli scontri e le manifestazioni si diffondono per Aleppo, ma per Adam non può essere una guerra civile, come la definiscono alla TV, perché nella guerra ad affrontarsi sono gli uomini in divisa, gli eserciti e lui vede solo cittadini normali, dalla sua finestra. Pian piano, però, la guerra entrerà nella vita di Adam attraverso il deterioramento lento ed inesorabile della sua routine quotidiana: la scarsità di cibo, la mancanza di acqua ed elettricità, la chiusura della scuola, il bombardamento di casa sua, la morte dei vicini e degli amici di famiglia e poi dei suoi stessi familiari, che nel lungo cammino che da Aleppo lo porterà a Damasco, lo lasceranno uno a uno. Un ritratto vivido di una città martoriata e dei suoi abitanti, raccontato attraverso gli occhi innocenti del protagonista.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra è il romanzo debutto della giovanissima e brillante Sumia Sukkar, autrice inglese di origine siriana-algerina, notata e incoraggiata dal suo professore di scrittura creativa all’università, che, estremamente impressionato dai suoi scritti, ancora sotto forma di work in progress all’epoca, l’ha incentivata a perseverare offrendole un contratto di pubblicazione. Trasmesso dalla BBC nel corso del famoso programma “Saturday Drama”.

Sumia Sukkar  Sumia Sukkar sarà in Italia per presentare “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” domenica 25 settembre ore 19,00 XIV edizione del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera

 

 

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“Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi dal 6 ottobre in Libreria

Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi e Ayman al Zorqani. Il libro che è costato all’autore due anni di prigione

 

Un libro ibrido, dove le parole sono in equilibrio tra testo (Nàgi) e grafica (Al Zorqani). Un libro che è costato a Nàgi due anni di reclusione nelle prigioni egiziane con l’accusa di “oltraggio al pudore”. Ufficialmente, il processo era nato dalla denuncia di un privato cittadino che, leggendo il testo di Nàgi aveva provato “palpitazioni, un estremo senso di malessere e un improvviso calo della pressione sanguigna”.

Un libro visionario ambientato in una Cairo futuribile, devastata da terremoti, tempeste di sabbia, virus e malattie e in cui per sopravvivere le persone mutano in esseri quasi antropomorfi, a metà tra la figura umana e un agire animale, dissociato da ragione e sentimento. Una Cairo in cui l’unica soluzione possibile sembrerebbe la distruzione dell’antica metropoli e la costruzione di una nuova. In questo panorama che ha del fantascientifico, Nàgi descrive in realtà la società egiziana facendone una profonda analisi socio-culturale, dove vivere in un costante stato di repressione possa produrre dei mostri.

Premio PEN/Barbey Freedom to write Award

 

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Esce in Italia con il patrocinio di Amnesty International Italia e una prefazione di Riccardo Noury (portavoce Amnesty Int. Italia), come simbolo di tutti quei creativi a cui in tanti paesi del mondo viene vietato di esprimere la propria creatività.

(Traduzione dall’arabo di Elisabetta Rossi e Fernanda Fischione, a cura di Barbara Benini)

Presentazioni con la partecipazione di Ayman al Zorqani:

  • XIV edizione del Festival della Letteratura Mediterranea di Lucera domenica 25 settembre ore 19.00 Rampa Cassitto,Focus letterario/Scrivere mi è necessario “Tutti i segni della dissidenza”.Con Paola Caridi e Sumaya Abdel Qader. Intervengono Ayman Al Zorqani (Il Cairo, illustratore di “Vita: istruzioni per l’uso” di Ahmed Nàgi) e Sumia Sukkar (Londra, autrice di “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra”).
  • Libreria Griot (Via di Santa Cecilia, 1/a Trastevere, Roma) domenica 2 ottobre ore 18,30                               Presentazione del libro “Vita: istruzioni per l’uso” con la partecipazione di Ayman al Zorqani e Riccardo Noury (portavoce Amnesty International Italia)

 

 

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Quando la lingua diventa un passaporto. Conversazione con Rodaan Al Galidi, l’iracheno che scrive in olandese

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare l’autore de L’autistico e il piccione viaggiatore, tradotto in italiano e appena pubblicato da il Sirente (collana altriarabi), a Roma presso la libreria Griot di Trastevere, prima di una delle sue presentazioni romane.

Ingegnere elettronico di formazione Rodaan fugge dall’Iraq e, dopo una serie di peripezie arriva in Olanda dove si stabilisce. La sua vita è piuttosto avventurosa perché per scappare dalla guerra finisce, dopo una serie di viaggi, in Thailandia dove ottiene un passaporto falso olandese e tenta di raggiungere l’Australia che era il suo sogno. Viene però fermato perché senza visto e quindi “rientra in patria”, ovvero approda in Olanda dove resta nove anni in un campo profughi prima di riuscire a inserirsi nel Paese.

Qual è il tuo rapporto con la terra natale e quello con il paese adottivo? Entrambi infatti, a diverso titolo hanno per te un gusto un po’ amaro, conflittuale l’uno tanto da decidere di abbandonarlo, matrigna all’inizio l’altro.
«L’Iraq non è un Paese per vivere ma per morire che offre solo la guerra. Dopo la laurea per non entrare nell’esercito di Saddam Hussein me ne sono andato. Quando sono arrivato in Olanda ho avuto subito la sensazione di una terra difficile riguardo all’accoglienza perché il Paese ha poco spazio, ha conquistato la terra metro per metro a fatica essendo sotto il livello del mare e non può permettersi il lusso di ospitare rifugiati. D’altronde gli stessi olandesi aspettano anni per trovare una casa. Il problema dello spazio è determinante. Non sono stato accolto, è vero, ma lo capisco.»

Dal punto di vista letterario e culturale che cosa hai portato con te del tuo essere iracheno?
«La paura per l’Iraq è un Paese senza libertà. Non ho portato qualcosa alla cultura olandese, anzi ho cercato di liberarmi da questo senso di oppressione; non ho aggiunto nulla. E’ invece la letteratura olandese ad avermi arricchito dandomi soprattutto il senso di cosa significhi convivere nella diversità, pur rimanendo legati alle proprie origini.»

So che hai imparato l’olandese tanto da scrivere in questa lingua. Senti di appartenere alla cultura di questo Paese europeo?
«Appartengo ad un gruppo di scrittori che non sono nativi dell’Olanda ma hanno deciso di scrivere in olandese perché è un modo di entrare nella vita del Paese. E’ un modo di ringraziare chi mi ha dato un permesso di soggiorno e il mio primo libro in olandese è stato il nuovo passaporto. In effetti c’è una ragione antica. Fin da piccolo volevo scrivere in una lingua europea per conquistare la libertà e sono cresciuto con la letteratura europea. Per Dante Alighieri ho avuto una vera folgorazione. Nell’arabo, al contrario, c’è sempre questo senso di contenimento.»

Ma deriva dalla lingua, dal riferimento all’arabo classico come modello o dai governi dei paesi arabi?
«Sicuramente dalle politiche nazionali e dalle circostanze religiose. La lingua come la musica sono pure.»

Ti definiresti un autore “arabo” o mediorientale, sempre che abbia senso quest’etichetta?
«No, olandese anche perché parlo della vita quotidiana olandese e di tutte le tipicità di questo paese. Sento di appartenere grazie alla lingua a questa nuova nazionalità e sento in tal modo di restituire una certa ospitalità. Scrivere in olandese è come pagare le tasse al Paese dove vivi.»

Qual è il messaggio centrale del libro?
«La morale è che l’arte può aprire delle porte verso il mondo anche per chi non è in grado di camminare da solo e in questo senso la metafora dell’autismo è emblematica, nel senso che siamo spesso imprigionati in noi stessi, da noi stessi mentre dobbiamo renderci conto che siamo creati per condividere.»

Esiste un lettore “ideale” al quale hai pensato scrivendo questo testo?
«Per me il lettore “ideale” è chiunque abbia tempo e voglia di leggere.»

Com’è il tuo olandese, non in termini di qualità ma di timbro. Cosa è arrivato con il vento del deserto?
«Quando leggo l’olandese mi sento olandese ma quando parlo mi accorgo di tante lacune, soprattutto al telefono anche perché gli olandesi sono dei perfezionisti eppure sono molto accoglienti e tolleranti e si sono prestati con grande disponibilità nella revisione dei miei testi. Credo che per gli olandesi il mio olandese offra una potenzialità nuova alla lingua, in particolare quando leggo i miei testi ad alta voce, in special modo le poesie, perché qualcuno dice che ha qualche difficoltà a comprendermi…sembra arabo. E’ la musicalità, l’intonazione che mi porto dentro, della lingua materna, che conferisce alla lingua adottiva una sua peculiarità.»

Intervista di Ilaria Guidantoni

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Lo scrittore Rodaan al Galidi dal 16 al 20 marzo in Italia

Lo scrittore olandese Rodaan al Galidi, vincitore dello European Union Prize for Literature, dal 16 al 20 marzo sarà in Italia per presentare il suo libro “L’autistico e il piccione viaggiatore”

Secondo titolo della collana Altriarabi Migrante sostenuta dall’Unione Europea,  “L’autistico e il piccione viaggiatore” narra la storia di Geert, un bambino geniale dalla mente infaticabile, che tuttavia instaura un legame più profondo con gli oggetti del negozio dell’usato dove lavora sua madre, che con il mondo esterno. Geert passa le serate smontando gli oggetti e ricombinandoli tra loro, finché al negozio non arriva un vecchio Stradivari: è l’inizio di una strana epopea che vedrà Geert diventare un celeberrimo costruttore di violini. Tra i personaggi di questa storia, un papà a forma di cannuccia, un maiale di nome Sinatra, una ragazza perennemente bagnata come le strade olandesi e un ostinatissimo piccione viaggiatore che aiuterà Geert a uscire dal suo guscio.

Vincitore con questo titolo del European Union Prize for LiteratureRodaan al Galidi ha una biografia particolare. Nato in Iraq è fuggito dal suo paese natale ed è arrivato in Europa come clandestino, quindi richiedente asilo, l’Olanda gli aveva negato l’accesso ai corsi ufficiali di lingua che ha quindi appreso come autodidatta diventando un autore noto e vincitore di vari premi.

Incontri con l’autore:

Mercoledì 16 Marzo 2016 ore 18 – Reale Istituto Neerlandese – Via Omero 12, Roma Intervengono: l’autore, il direttore del KNIR prof. Harald Hendrix, il traduttore del libro Stefano Musilli, l’editore, modera Francesca Bellino. Letture dal libro in italiano e olandese a cura dell’autore. A seguire buffet offerto dal Knir.

Giovedì 17 Marzo 2016 ore 19Libreria Griot – Via di Santa Cecilia, 1a Roma Intervengono: l’autore, il traduttore del libro Stefano Musilli, l’editore, modera Chiara Comito. Letture dal libro in italiano a cura di Donatella Vincenti.

Venerdì 18 Marzo 2016 ore 18CIES onlus – Via delle Carine, 4 Roma  Intervengono: l’autore, Maria Cristina Fernandez (responsabile CIES), il traduttore del libro Stefano Musilli e l’editore. Letture dal libro in italiano.

Sabato 19 Marzo 2016 ore 18,30Libreria Les Mots –  Via Carmagnola, 4, Milano Intervengono: l’autore e l’editore, modera Shady Hamady (Il Fatto Quotidiano). Letture dal libro in italiano.

Domenica 20 Marzo 2016 ore 18,00Bellissima Fiera di Libri e cultura indipendente Sala S2 – Palazzo del Ghiaccio, via di Piranesi, 10  Milano Intervengono: l’autore e l’editore, modera prof. Jolanda Guardi (esperta di Letteratura araba). Letture dal libro in italiano.

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ARRESTATO LO SCRITTORE EGIZIANO AHMED Nàgi

ARRESTATO LO SCRITTORE EGIZIANO AHMED Nàgi

da Editoriaraba 21 gennaio 2016 

Ahmed Nàgi

Lo scrittore egiziano Ahmed Nàgi ieri è stato condannato a due anni di prigione dal Tribunale penale di Bulaq, che lo ha trovato colpevole di “offesa alla morale pubblica” a causa del contenuto di un capitolo del suo ultimo libro, Istikhdam al-Hayat (L’uso della vita).

Il capitolo incriminato era stato pubblicato lo scorso anno come estratto su un numero della rinomata rivista letteraria Akhbar al-Adab, il cui editore, Tarek al-Taher, ieri è stato condannato a una multa di 10mila lire egiziane. Su editoriaraba avevo pubblicato la traduzione in italiano del capitolo, tradotto da Elisabetta Rossi con Fernanda Fischione. 

Era stato un certo Hani Saleh Tawfiq, un uomo di 65 anni, ad accusare nell’agosto del 2014 l’autore e il suo editore di aver pubblicato quello che a suo dire era un articolo di natura “sessuale” che danneggiava non solo la sua salute e la sua morale, ma quelle di tutto l’Egitto.

Naji e al-Taher erano quindi già andati a processo ed erano stati prosciolti lo scorso gennaio, con la motivazione che il Codice penale egiziano era “troppo rigido per poter essere applicato a questioni che riguardavano la libertà di espressione personale”, ma l’accusa ha poi fatto appello.

L’avvocato di Naji ha riferito a Mada Masr Ahmed Nàgiche il giovane autore è stato arrestato subito dopo che il verdetto è stato emesso. L’intera comunità intellettuale e la società civile egiziana sono sotto shock.

The Tahrir Institute for Middle East Policy (TIMEP) ha lanciato una petizione su change.org in cui accusa apertamente il regime di al-Sisi di voler schiacciare il dissenso interno e di attentare alla libertà di espressione e alle libertà civili delle persone con l’obiettivo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai fallimenti in politica interna e in politica economica.

 

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Europa Creativa

The Project “Altriarabi Migrante” consists of eight volumes. The selection includes works published between 2003-2014 by Authors of Arab origin (1°-2° generation) of both sexes, born from 1971 to 1992, from France, United Kingdom, Germany, Netherlands and Sweden (countries with the highest percentage of Arab immigrants). The books have a high quality, which has allowed them to win prizes. The works are characterized by an analysis of the sense of belonging and national identity, torn between the land of origin, modernity and Europe and the discomfort this conflict brings. Strong themes of cultural hybridization emerge: in some works it arises from a language mixed with Arabic words and hybrid structures between new and original language. There is a constant reformulation of power relations between real and symbolic centres and fringes.
In summary, serious political issues are featured, such as the problems inherent to suburbs, gender, war and how to cope with it in a positive way, refugees and disabilities (e.g., some forms of autism). This model is extremely current and the translation helps these themes to be transnational and to reflect and develop ideas among European citi-zens.
The collection and the choice of these volumes aim to build a platform of European authors with Arab origins, who together will be able to create a debate aimed at overcoming barriers and examining in depth ideas for intercultural integration. The project’s audience includes, in addition to traditional readers, migrants with various ethnic origins, religions and beliefs; disadvantaged groups; women and disabled people. To give to the product high accessibility, the cover price will be kept low and will be designed as e-books.
This series aims to fight Islamophobia, allowing readers to understand people of Arab origin living in Europe. The idea includes – at the end of the translation project – an event where the 8 authors meet in person to discuss inter-cultural integration in Europe.

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Ondjaki @ Firenze 08/11/2015

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Beppi Chiuppani presenta “Medio Occidente”

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“E SE FOSSI MORTO?” di Muhammad Dibo – NOVITA’ COLLANA ALTRIARABI

In uscita a Novembre per la collana Altriarabi dell’editrice il Sirente

E se fossi morto?” dell’autore siriano Muhammad Dibo

(trad. dall’arabo di Federica Pistono)

«Se vivi in Siria, la morte può colpirti in ogni momento: puoi essere arrestato, essere colpito da una bomba, sparire in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti, considerati tra le prigioni più infami del mondo…»

Un mattino l’autore-protagonista viene svegliato da una strana telefonata, un’amica gli comunica che un giovane dal nome Mohammed Dibo è stato ucciso nella città di Duma, lo strano caso di omonimia lo costringe ad indagare e a ripercorrere i dolorosi anni siriani dal 2011 a oggi, costruendo un’opera di stretta attualità.

Mohammed Dibo, in un libro che è a metà strada tra il romanzo e un trattato politico ci offre una visione “dall’interno” della situazione siriana, il punto di vista di un testimone attore, in grado di avvicinare il lettore al modo di sentire del rivoluzionario e alle contraddizioni insite nella rivoluzione stessa.

Mohammed Dibo è un giornalista, scrittore e poeta siriano, nato nel 1977. Laureato nel 2005 presso la Facoltà di Economia dell’Università di Damasco. Ha partecipato fin dal marzo 2011, alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad. Arrestato e torturato in carcere, è stato successivamente rilasciato. Si trova attualmente in esilio a Beirut. Collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale, ed è l’editor in chief di Syria-untold, testata che si occupa di attivismo civile. “E se fossi morto?” (pubblicato in Siria nel 2014) è il suo ultimo libro.

L’autore presenterà il suo libro venerdì 13 Novembre al Festival NUES di Cagliari “NUVOLE DAL FRONTE”. La VI edizione di questo peculiare Festival internazionale dedicato ai cartoni e ai fumetti nel mediterraneo è dedicata quest’anno alla guerra e ai conflitti nei suoi molteplici scenari.

Sempre nella giornata del 13 Novembre all’interno della programmazione del Festival NUES sarà presente anche  Jérôme Ruillier, autore della graphic novel “Se ti chiami Mohamed“, titolo aprente della neonata sottocollana Altriarabi migrante.

A seguire Muhammad Dibo sarà a Roma Sabato 14 Novembre presso la Libreria Griot (Trastevere), dove interverranno oltre all’autore, Federica Pistono (traduttrice del libro), Donatella Della Ratta (moderatrice), e Fouad Rouheia (interprete).

Domenica 15 Novembre sarà invece tra gli ospiti della kermesse letteraria Librinfestival presso La Casa della Pace di Monterotondo.

 

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Marco Sgarbi legge Hassan Blasim

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Fresco di stampa “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

In libreria “Cani sciolti” dell’autore egiziano Muhammed Aladdin trad. dall’arabo di Barbara Benini

“Una storia illuminante sullo stato di salute

dell’attuale società egiziana”

Per guadagnarsi da vivere, Ahmed fa lo scrittore di racconti pornografici. Ahmed ha due cari amici: El-Loul, regista televisivo e Abdallah, il suo amico d’infanzia, menefreghista nei confronti della vita. Seguendo le vite di questi tre personaggi nelle intricate e vocianti strade cairote, nei locali notturni, 
nelle desert-roads lontane dalla grande metropoli, il lettore ha uno sguardo su una parte della popolazione egiziana:
i cosiddetti “cani sciolti”, giovani lontani dalla morale tradizionalista, liberi da ogni costrizione di natura sociale e abituati a cavarsela in ogni situazione. Sono i giovani venti-trentenni che hanno dato vita alle proteste di piazza e anche quelli che erano in piazza al soldo dei governi, come teppisti e picchiatori. Un ritratto realistico e trasversale dell’attuale società egiziana.

One of the six egyptian writers you don’t know, but you should

The Millions.com

 

Muhammad Aladdin (Il Cairo, 7 ottobre 1979) è un autore egiziano di romanzi, racconti e sceneggiature. Considerato tra i più brillanti esponenti della nuova generazione di scrittori egiziani emergenti, ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2003 e ad oggi è autore di quattro romanzi – Il Vangelo di Adamo, Il trentaduesimo giorno, L’idolo, Il piede – e tre raccolte di racconti – L’altra riva, La vita segreta del Cittadino M. e Giovane amante, Nuovo amante – sofisticati affreschi, spesso dai toni noir, di una società invischiata in segreti e reticenze. “Cani sciolti” è il suo ultimo romanzo.

Cover designed by Magdy El Shafee autore di Metro ed. il Sirente/collana Altriarabi

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Medio Occidente (Beppi Chiuppani), recensione di Luca Menichetti per Lankelot

Lankelot – Medio Occidente (Beppi Chiuppani), recensione di Luca Menichetti

Luca Menichetti | Lankelot | 20 luglio 2015

Lankelot“Quel viaggio era incredibile, si disse Agata: non aveva incontrato un illuminista a Damasco!? E tanto più Faruq dimostrava la peculiarità della sua vita, tanto più lei si sentiva attratta da lui; no, Faruq non aveva niente a che fare con gli stereotipi della diversità” (pp.75); “Finalmente avrebbe potuto vivere dentro a quell’orizzonte della modernità di cui fino adesso aveva potuto solo sognare” (pp.84). Questi brani tratti da “Medio Occidente” contengono alcune parole chiave che poi il lettore ritroverà nelle pagine ambientate in veneto e che hanno fatto scrivere a Raffaello Palumbo Mosca, autore della postfazione, di un “romanzo di idee”. Racconto che ha inizio poco prima l’inizio della guerra civile siriana e che appunto si concretizza in un doppio viaggio. Prima è la sensibile e disincantata Agata, figlia di un rampante e cinico imprenditore edile veneto, a recarsi in quel di Damasco per una vacanza – studio, pretesto per terminare una tesi di laurea e probabilmente per mettere alla prova i suoi sogni di indipendenza. Poi è la volta di Faruq, discendente di una vecchia famiglia damascena ormai impoverita, a recarsi in quel di Padova, invitato e aiutato proprio da Agata, sia per tentare di sbarcare il lunario e così aiutare la sua famiglia, sia finalmente per vivere la quotidianità in una civiltà liberale, democratica e quindi immunizzata da quella corruzione e oppressione che invece è fondamento del regime di Bashar al-Assad: “doveva essere l’occasione di mettere a fuoco i principi di una vita diversa proprio per poter ripensare la conformazione della sua società d’origine” (pp.89).

Faruq è laureato, ha intrapreso il dottorato, di fatto è più istruito della stessa Agata, ma in Italia deve accontentarsi di un posto di aiuto manovale: inizialmente è un pedaggio che il giovane arabo si sente di pagare, non fosse altro che con la sua amica italiana inizia una relazione; poi le cose precipitano quando viene a sapere delle irregolarità presenti nel cantiere e che il suo datore di lavoro è proprio il padre di Agata, ancora all’oscuro delle frequentazioni della figlia.
Sono la provincia veneta, i suoi capannoni, l’ambiente della buona borghesia, che però inizia a conoscere momenti di grave crisi imprenditoriale, a diventare elementi fondamentali di un racconto che Palumbo Mosca intende come “atto d’amore per una civiltà umanistica vagheggiata e perduta, così in Siria come in Italia” e in cui “ovunque i valori della modernità secolare e illuminata sembrano irrecuperabili, negati e vilipesi” (pp.291). Il “Medio Occidente” del titolo allora diventa comprensibile. Scopriamo un Veneto – più in generale un’Italia del guadagno facile e dell’altrettanto facile declino – sorprendentemente affine alla Siria di Faruq, dove le antiche vestigia della Serenissima appaiono quasi più orientali del suq al-Hamidiyyeh di Damasco e dell’esclusivoquartiere Abu Roumaneh; e lo stesso territorio ricorda il Medio Oriente (o, nel nostro caso, al Medio Occidente): “il paesaggio veneto assomigliava proprio al sogno di una Siria verde” (pp.234).

Opera complessa ma non difficile, il romanzo di Chiuppani sfiora e, talvolta, introduce diverse tematiche, per lo più da considerarsi in rapporto al tema dell’identità europea e della conseguente decadenza dell’etica e della civiltà umanistica; in tutta evidenza anche nel raccontare la relazione semi-clandestina tra l’ostinato Faruq e la fragile Agata, discendente della Padova bene. Potremmo quindi considerare il Veneto di Medio Occidente come simbolo di qualcosa che investe l’intera Italia e gran parte del cosiddetto mondo civile, ormai avvelenati dal pregiudizio e soprattutto da un’idea distorta di modernità: “era pieno di immobili inutilizzati ma si continuava a costruire, pure chi come lui lavorava nel settore doveva riconoscere l’assurdità di quella situazione” (pp.167). Pagine che oltretutto rispondono efficacemente alla definizione, già ricordata, di “romanzo di idee”: “Quello che gli italiani avevano era il liberalismo all’incontrario, qui i sedicenti liberali erano i veri populisti: avrebbero scavalcato qualsiasi regola e violato qualsiasi libertà pur di arrivare dove volevano” (pp.277). Peculiarità che investe anche il lato stilistico del romanzo. A fronte di una letteratura recente che è spesso caratterizzata da frasi brevi, con abbondanza di dialoghi, un procedere “asciutto” ma sostanzialmente poco personale, quelli che potrebbero essere considerati difetti della prosa di Chiuppani – a volte forse frasi fin troppo lunghe e apparentemente più consone ad un testo di saggistica –  rendono “Medio Occidente” opera tutt’altro che banale e degna di una rinnovata considerazione. Tanto che il numero limitato dei dialoghi, sostituiti da un persistente e limpido flusso di coscienza da parte di Agata e di Faruq, ci consente di parlare anche di una sorta di “romanzo di pensieri”. La conclusione del racconto, giustamente aperta e coincidente con l’inizio della guerra civile siriana, appare malinconica e nel contempo non nega la speranza e un lieto fine.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE:

Beppi Chiuppani,cresciuto a Bassano del Grappa, si è dedicato alla cultura umanistica europea a Padova, Parigi e Lisbona, e ha indagato le tradizioni letterarie del Medio Oriente al Cairo (American University) e a Damasco (Institut Français d’Études Arabes). Ha quindi ottenuto il dottorato in Letteratura Comparata presso la University of Chicago, dove è stato per anni osservatore della società nordamericana. È narratore e saggista, e “Medio Occidente” è il suo primo romanzo.

Beppi Chiuppani,“Medio Occidente”, Il Sirente (collana Comunità alternative), Fagnano Alto 2014, pp. 160. Postfazione di Raffaello Palumbo Mosca.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2015

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alter’N’eco 2009 : Concerti, incontri, dibattiti per lo sviluppo sostenibile

Comune di Montefalcone nel Sannio
Provincia di Campobasso

alter’N’eco

CONCERTI, INCONTRI, DIBATTITI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

QUANDO
Il 31 luglio e 1 agosto 2009, dalle 17.00 fino a notte fonda

DOVE
Al Lago Grande di Montefalcone nel Sannio – CB

COME
alter’N’eco propone due giorni di conferenze, dibattiti e tavole rotonde e due sere di concerti e dj set, promosso dall’Associazione Culturale Aria Nuova e con il patrocinio del Comune di Montefalcone nel Sannio e della provincia di Campobasso

CHI/CHE COSA
alter’N’eco è una manifestazione poliedrica in cui la riflessione sull’ambiente, sullo sviluppo sostenibile e sulle energie rinnovabili viene affiancata alla fruizione di musica rock del panorama indipendente italiano

PERCHÉ
alter’N’eco ha lo scopo di divulgare le informazioni necessarie sulle tematiche ambientali ed energetiche in ambito locale, affiancando l’attività di sensibilizzazione ambientale alla promozione di musica rock indipendente

PROGRAMMA
31 luglio 2009
17.00 – 20.00 Interventi sul tema “Per un piano energetico locale comune: quali proposte, quale futuro”
22.30 – 01.00 WET VENUS e DADAMATTO in concerto
01.00 – 03.00 Dj set
1 agosto 2009
17.00 – 20.00 Interventi sul tema “Ecologia ed economia. Cosa sono le energie alternative?”
22.30 – 01.00 SOLI D’AGOSTO e ZEN CIRCUS in concerto
01.00 – 03.00 Dj set

INFO: Giampiero Cordisco, tel.349 6704924 e-mail:alterneco2009@gmail.com
UFFICIO STAMPA: Maruska Pisciella, tel.320 4047149 e-mail:maruskapisciella@yahoo.it

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Khaled Al Khamissi in Italia il 13 settembre 2008

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Il caso editoriale egiziano ora in Italia. L’autore presenterà il libro il 13 settembre nello splendido contesto del Festivalalguer.

Un libro dedicato «alla vita che abita nelle parole della povera gente.»

Agenzia Promozione Editoriale Manca in collaborazione con l’Editrice il Sirente presentano “Taxi” di Khaled Al Khamissi il 13 settembre alle ore 21,30 all’interno della rassegna Porto Mediterraneo Festivalalguer (Alghero, Sardegna).

IL LIBRO. Taxi è un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana attraverso le voci dei tassisti. Una raccolta di storie brevi che raccontano sogni, avventure filosofiche, amori, bugie, ricordi e politica. I tassisti egiziani, a cui da voce il promettente Khaled Al Khamissi, sono degli amabili cantastorie che con disinvoltura conducono il lettore in un dedalo di realtà e poesia che è l’Egitto dei nostri giorni. «“Taxi” è un articolata e divertente critica alla società e alla politica egiziana» dice Mark Linz, direttore dell’Università Americana al Cairo, «è unico nel suo genere perché usa una buona dose di humor per trattare argomenti a cui solitamente gli egiziani riservano un’estrema serietà.»

Primo libro di Khaled Al Khamissi “Taxi” in Egitto è diventato un best-seller, ristampato 7 volte nell’arco di un anno, oltre 35.000 copie vendute in Egitto, paese in cui 3000 copie sono considerate un successo.

58 storie brevi che l’autore ha collezionato conversando con i tassisti della megalopoli egiziana tra il 2005 e il 2006.  Il diluvio di parole che emettono gli autisti è spontaneo e disordinato e sommerge il lettore regalandogli varie prospettive da cui guardare l’Egitto. L’essere umano è alla base di questo libro, ‘l’uomo della strada’ con parole semplici e chiare esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.

L’AUTORE. Giornalista, regista e produttore oltre che scrittore, Khaled è nato nel novembre del 1962. Figlio d’arte, Al Khamissi è un artista poliedrico, si è laureato in Scienze politiche alla Sorbona di Parigi. Ha lavorato per l’Istituto Egiziano per gli studi sociali. Ha scritto sceneggiature per vari film egiziani quali Karnak, Iside a Philae, Giza e altri. Scrive periodicamente articoli e analisi critiche su politica e società in diversi giornali e settimanali egiziani.

FESTIVALALGUER ‘PORTO MEDITERRANEO’. La grossa novità di quest’anno sarà una rassegna di tre giorni, dal 12 al 14 settembre, in  cui Alghero si proporrà come una capitale del Mediterraneo capace di trascendere i confini politici e geografici per svelare l’intimità di alcuni angoli profondi delle tradizioni dei popoli che si affacciano sul ‘Mare Nostrum’. Una rassegna dedicata alla cultura del mediterraneo, declinata nelle sue componenti di letteratura, musica, poesia, artigianato, gastronomia. Un pot-pourri di suoni, colori, odori, sapori, profumi e atmosfere provenienti dall’Egitto, Israele, Sardegna, Spagna, Francia, Italia.

Il libro, in presenza dell’autore, verrà inoltre presentato presso:
– Istituto Italiano di cultura de Il Cairo (Il Cairo, ottobre)
– Università degli Studi di Roma La Sapienza (Roma, dicembre)
– Università degli studi di Napoli L’Orientale (Napoli, dicembre)
– Fiera del Libro di Roma ‘Più libri più liberi’ (Roma, dicembre)
– Università degli studi di Roma Tre (Roma, dicembre)

PER APPROFONDIRE:
http://www.festivalguer.com/pub/184/show.jsp?id=199&iso=-2&is=184
http://www.sirente.it/9788887847147/taxi-khaled-el-khamissi.html

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Norman Nawrocki in Italia dal 16 al 30 luglio 2008

BEATS, STRINGS & BRAINFOOD
Norman Nawrocki: solo spoken word/live music show

Dal 16 al 30 luglio 2008 Norman Nawrocki torna in Italia con un nuovo tour incandescente

Artista, autore, musicista, cabarettista di lunga data, attivo a Montréal,Norman Nawrocki è noto al livello internazionale non solo per i suoi libri, i suoi gruppi musicali (Rhythm Activism, DaZoque!, Bakunin’s Bum, etc.), per i venti album, per i vent’anni prolifici di attività, per le sue sex comedies e le sue letture, ma anche per i suoi ipnotizzanti reading musicali.

Norman mescola racconti brevi e poesia con una musica originale, creando sonorità d’ambiente ipnotiche e talvolta violente con il suo violino amplificato modificato, campionato, loopato. A tutto ciò aggiunge ritmi e voci preregistrate, i suoi racconti incredibili e i suoi commenti sui avvenimenti nel mondo e i sogni su come le cose potrebbero essere differenti. Il risultato sono degli attacchi sonori musicalmente avventurosi, pieni di ritmo e lirici allo stesso tempo contro le forze dell’ignoranza, dell’ingordigia, della guerra e della xenofobia.

“Violini loopati divinamente, calde percussioni e letture dense di significati” (Urbnet); “Perspicace, incitante, istruttivo e gioioso” (Uptown, Winnipeg); “Un musicista attraente e originale” (Montreal Mirror); “A volte divertente, Nawrocki, che stimola sempre l’interesse, è descritto dal quotidiano nazionale canadese The Globe & Mail come uno showman nato che non lascia mai il suo pubblico passare una serata noiosa”.

Sul palcoscenico, Nawrocki loopa, campiona, strimpella, tormenta il suo violino, aggiungendo un tocco della tradizionale musica da divorzio dell’Est Europa. Attore e comico esperto, recita diversi personaggi con voci differenti.

Per il suo tour italiano del luglio 2008, Nawrocki metterà in scena alcuni estratti dal suo libro recentemente pubblicato in Italia, “L’anarchico e il diavolo fanno cabaret”, brani selezionati dai suoi ultimi due album, “Duck work” e “Letters from Poland”, e qualcosa dalla sua nuova e ancora incompleto romanzo “Cazzarola! Anarchy, Mussolini, the Roma & Italy today” (Nawrocki ne ha già messo in scena alcuni estratti al recente Montreal International Anarchist Theatre Festival).

Le date:

Giovedì 17 luglio, Roma, Garbatella, Casetta Rossa – ore 19,30

Domenica 20 luglio, Corsano – ore 20,30

PER APPROFONDIRE:

http://www.sirente.it/9788887847116/l’anarchico-e-il-diavolo-fanno-cabaret-norman-nawrocki.html

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Prossimo episodio di Hubert Aquin

Jean Éthier Blais
Edizione del 13 novembre 1965

Hubert Aquin appartiene a una nuova generazione di Canadesi francesi. Hanno studiato a Parigi dopo la guerra, si sono perduti nella grande città, hanno conosciuto, grazie ad essa, l’Europa e sono tornati in Canada, fieri di essere quel che sono, senza pregiudizi, senza complessi di inferiorità. Siamo lontani dai giovani intellettuali di oggi, pieni di complessi perché sono Canadesi francesi, che si rifiutano di andare in Francia e che reagiscono con la boria e l’incoltura. Hubert Aquin, al contrario, rappresenta la cultura tradizionale, ma assimilata, vissuta, parte integrante di cio che egli è. Hertel diceva un tempo di certi giovani che essi avevano “letto molto, digerito molto, ma assimilato poco”. Non è questo il caso di M. Hubert Aquin, il quale è, nel nostro ambiente, l’esempio stesso di un magnifico fenomeno culturale. Lo conosco da molto tempo; come fare per astrarsi allorché si tratta di parlare di lui? […] Hubert Aquin, cosa ancora più significativa, è un scrittore nato. Il suo mezzo espressivo è la scrittura. Egli potrà tentare con passione di sfuggire a questa morsa che è il vocabolario concordato, la successione delle idee e dei sentimenti, egli non vi riuscirà mai. Lui stesso lo confessa; egli ha tentato tutto, è divenuto uomo d’affari; tutto, ma invano. La scrittura era lì, ed essa gli avrebbe un giorno forzato la mano e avrebbe vinto su tutto il resto. Cosa dire dello stato della nostra società se un uomo così dotato come Hubert Aquin ha dovuto dedicarsi a dei mestieri prima di accerttare di entrare nel mondo della scrittura, come si entra in quello della religione!
Parlerò anzitutto della poesia che si trova nell’Ultimo episodio. E’ una poesia che sorge dalla geografia mentale di un uomo civilizzato. […] Attraverso tutto il suo libro, Hubert Aquin si dà alla meditazione poetica del raccoglimento e della memoria. Non è invano che egli ha scelto di situare il suo romanzo in Svizzera; è che il lato statico del suo libro è del Quebec e, più specificamente, di Montreal (il finale sarà ambientato a Montreal), e il lato dinamico è europeo, svizzero, romancio, ed esso si situa nell’orbita di Mme de Stael e di Benjamin Constant. E’ che la Svizzera, con i suoi difetti e la lentezza che le si addebita sempre, simbolizza per noi il plesso de l’Europa; è in ultima analisi che ciò che cerca l’eroe di Hubert Aquin (che è lui stesso) allorché vuole perdersi nel cuore della foresta, in mezzo ad alberi preistorici. Questo eroe è un uomo braccato: Egli crede di essere perseguito dalle furie poliziesche, mentre è un uomo alla ricerca del suo passato. In un certo senso egli è il tipico eroe canadese-francese. Il suo dramma è il seguente: perché un uomo alla ricerca del suo passato s’immagina di tradire, di essere colpevole? Ecco la questione fondamentale, nella psicologia dei Canadesi francesi. Tutti i personaggi  del romanzo, tutti gli “uomini di qui” volano alla ricerca di quello che sono stati, nel passato immediato, nella nostra storia. Essi non trovano mai niente. Hubert Aquin diventa, grazie alla dote creatrice, il Canadese francese trascendentale poiché in H. de Heutz egli trova la sua controfigura, il suo fratello civilizzato, nel paesaggio più antico del nostro universo. Egli si trova, ma è solo per distruggersi.
I due uomini, il Canadese francese che rifiuta se stesso, in preda alla nevrosi poliziesca, e quello che si accetta, H. de Heutz, il Canadese francese reso alla sua prima umanità, si cercano in un vasto movimento di accerchiamento, per uccidersi. Le due maschere si affrontano. Si completano. Heutz, è Aquin che conosce se stesso e, conoscendosi, si supera fino alla morte. Entrambi vogliono scomparire secondo i riti più implacabili della civilizzazione. “I due guerrieri, tesi l’uno verso l’altro in posture complementari, sono immobilizzati da una sorta di stretta crudele, duello a morte che serve da rivestimento luminoso al mobile scuro”. […] Prossimo Episodio è dedicato alla voluttà di incontrare e uccidere l’immagine ideale di se stesso. Ma come uccidere questa immagine ideale che è quella dell’agente segreto perfetto? Si ucciderà dunque la prossima volta. […]
Prossimo Episodio vuole apparire un romanzo di avventure, di spionaggio, di morte, di arresto. Il narratore è rinchiuso in un Istituto, imprigionato animo e corpo. Racconta gli avvenimenti che, dalla Svizzera, lo hanno condotto, con il terrorismo, fino a questa prigione modello. Perché ha intrapreso questa battaglia? Fino alla fine egli sosterrà che questa lotta è giusta, che è stata condotta secondo le norme più efficaci. Il solo inconveniente è che degli sbirri hanno scovato il nostro eroe in una chiesa, vicino a un confessionale. Sottile vendetta dello Stato clericale a tendenze fasciste! Tutto, in questo mondo, è al rovescio! Nelle Chiese si arrestano le persone; esse sono circondate di macchine, pretesto di parcheggio, e la stessa macchina è diventata simbolo dell’immobilità. E’ questa la ragione per cui bisogna fuggire da questo universo che è menzogna. Hubert Aquin è un uomo che accetta che il mondo nel quale vive sia quello della letteratura. L’altro, quello in cui crediamo di muoverci, solo una brutta copia di questo universo vero. Finchè i nostri scrittori non avranno accettato questa legge fondamentale dell’Arte, essi faranno delle copie, non dei libri. Per fortuna, Aquin, infine si afferma. Non abbiamo più da cercare. Ce l’abbiamo il nostro grande scrittore. Grazie a Dio.

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Intervista a Gaëtan Brulotte di Sara Fredaigue

L’auteur canadien Gaëtan Brulotte sera présent à Rome, mercredi 4 juin, pour présenter la traduction italienne de son livre l’Emprise, best seller à sa sortie en 1979. Essayiste, romancier, il revient sur les auteurs qui l’ont inspiré et la défense de la langue française

Gaëtan Nrulotte (photo Oscar Chavez)Gaëtan Nrulotte (photo Oscar Chavez)

L’emprise, publié en 1979 a été très bien accueilli par la critique francophone. Pourtant, il vient juste d’être traduit en italien et sera présenté mercredi 4 juin à Rome. Regrettez-vous qu’il faille près de 30 ans pour porter votre littérature au public italien ?
C’est un certain regret, d’autant que je suis le descendant d’une famille italienne lombarde par ma mère. Ce sont les aléas de l’édition. Les éditeurs canadiens ne sont généralement pas très dynamiques pour promouvoir leurs auteurs à l’étranger. C’est dommage, car ce livre a été un best seller au Canada. Je suis donc très heureux que les lecteurs italiens puissent désormais me découvrir.

Quels sont les auteurs italiens que vous appréciez ? Avez-vous des auteurs français fétiches ?
J’aime beaucoup Calvino. J’ai pratiquement tout lu de lui en traduction française. Je m’en sens très proche. J’aime particulièrement ces nouvelles ainsi que celles de Buzzati. J’aime particulièrement l’ironie chez Calvino et l’absurde social chez Buzzati. J’apprécie leur volonté de transformer les formes narratives reçues, leurs nouvelles façons de raconter des histoires. J’aime également lire les oeuvres de Pavese, Camon et Umberto Eco.
En ce qui concerne les auteurs français, la critique m’a souvent rapproché de Beckett. Je reconnais que j’ai subi son influence. Néanmoins, en littérature française, c’est surtout les classiques qui m’ont marqué. Proust est mon auteur favori. Je trouve un peu déprimante la littérature actuelle. J’ai d’ailleurs écrit un essai sur la littérature française contemporaine Les cahiers de Limentinus. Lectures fin de siècle.

Vous êtes très engagé dans la Francophonie, en quoi la défense de la langue française vous paraît importante ?
C’est ma langue maternelle. Bien que j’enseigne aux Etats-Unis depuis 25 ans, je continue néanmoins d’écrire en français et d’enseigner dans cette langue quand je le peux. La défense de la langue française est un combat intéressant car c’est celui de la diversité culturelle, de la palette du monde. La francophonie permet de conserver les couleurs du monde. En France, on constate de plus en plus d’anglicisme dans les mots. C’est désespérant. Là–dessus les Québécois font plus d’efforts. Les Français importent trop facilement l’anglais. En France, on ne sent pas la menace.
Propos recueillis par Sara Fredaigue. (www.lepetitjournal.com – Rome) mardi 3 juin 2008.

Québécois d’origine, Gaëtan Brulotte partage son temps entre le Canada, la France et les Etats-Unis où il enseigne. Auteur aux multiples talents, il a publié une douzaine de romans, essais, nouvelles et pièces de théâtre. Son premier roman “L’Emprise” a été salué par la critique à sa sortie. Il est également l’auteur de la première étude d’ensemble sur la littérature érotique (Oeuvres de chair. Figures du discours érotique). Il a reçu tout au long de sa carrière différents prix littéraires.

Pour en savoir plus : www.gbrulotte.com

Mercredi 4 juin, au Baffo della Gioconda (Via degli Aurunci, 40 – S. Lorenzo), à 19h, l’éditeur Sirente et le conseil des Arts du Canada vous invitent à la présentation du livre de Gaëtan Brulotte l’Emprise à l’occasion de sa sortie en italien Doppia esposizione (ed. Sirente) en présence de l’auteur. Pour plus d’informations : doppia-esposizione-gaetan-brulotte.pdf

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(…) è ciò che di meglio vi possa capitare stasera!

Links: sito ufficiale | official site

L’ultima lettera prima di lasciare Napoli ovvero l’Italia.
L’ultimo degli orsi che non sanno più dove nascondersi e che resistono.

Lunga vita agli orsi!
Lunga vita alle persone delle caverne!

Buon 25 aprile 2008.

[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=dCh5oy7lvQs]

Sui monti Tatra, Zakopane, Polonia, 1944

Caro Franek,
l’altra notte ho ucciso altri tre nazisti a mani nude. Ho tagliato loro la gola mentre dormivano e ho trascinato i loro corpi in un burrone. Non sono un omicida, ma loro mi hanno trasformato in un assassino, per difendere la nostra gente, per difendere me stesso. Se devo, li ucciderò uno dopo l’altro. Come i miei compagni, io sono la Resistenza. Noi tutti siamo la Resistenza. È questa la verità. Caro fratello, stai attento ai bugiardi, agli imbroglioni, ai ladri che pretendono di essere i tuoi salvatori. Siamo noi stessi i nostri salvatori. Nessun altro. Non c’è nessun Dio. C’è una fratellanza di uomini e donne, e poi ci sono quelli che, ubriachi di potere, vogliono eliminare tutto ciò che è umano.
Potresti pensare che sono pazzo. Comunque sia, capirai che è questa guerra la follia . Mi ha trasformato in un disperato, disperato perché questa guerra deve finire. Ma finché continuiamo a combattere guerre come questa, e non a combattere la stessa idea di Guerra, non avremo mai pace su questa terra. Io non ho pace.
Vivo in una caverna su un alto torrente sopra Zakopane. L’aria è fredda. Posso vedere per chilometri oltre i Tatra e le loro cime innevate. Un tempo qui vivevano gli orsi. Nessuno sa dove vivono adesso, durante questa guerra. Come gli orsi, sono stato guidato sempre più in alto e sempre più all’interno delle profondità delle montagne. La mia caverna è profonda più o meno venti metri. Il suolo è ricoperto di ossa di animali. Io sono l’animale più recente, l’orso più recente. E nessuno sa che vivo qui. Mangio bacche. Metto trappole per le lepri. Ho rubato il cibo ai tedeschi, le loro coperte e pistole. Scrivo questa lettera sulla loro carta con la loro penna. Stanotte fumerò il loro tabacco.
Non crederai a quello che sto per dirti. I tedeschi stavano trasportando gioielli. Da dove li avessero rubati non lo so, ma adesso sono miei. E sono splendidi. Devono essere diamanti, grandissimi e brillanti. Mai in vita mia ho visto un simile tesoro. Li nasconderò e poi, quando finisce questa guerra, la nostra famiglia avrà i soldi per comprare una bella casa e una fattoria. Non ho novità per la mamma o per i fratelli. Non preoccupatevi per me. Mi prendo cura di me.
Morte ai fascisti! Morte ai guerrafondai! Lunga vita agli orsi e alla gente delle caverne di tutto il mondo! Lunga vita alla nostra famiglia. Carissimo fratello. Ti voglio bene e mi manchi.

Harry

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Paul Barnes & Charles Block STANNO ARRIVANDO

Links: Pagina ufficiale | Comunicato stampa | Flyer

 

“FAMOSO SCRITTORE CANADESE INCONTRA IL SUO DOPPIO”
APERITIVO E LETTURE MUSICALI DAL CANADA, INGRESSO LIBERO

il Sirente presenta, mercoledì 4 giugno, presso l’Associazione Culturale “Baffo della Gioconda”, in via degli Aurunci n° 40 (S. Lorenzo) a Roma, alle ore 19.00, “Doppia esposizione” (‘…sensazionale…’ Jean Prasteau, Le Figaro), primo romanzo dello scrittore, sceneggiatore e saggista canadese Gaëtan Brulotte, con la collaborazione del Conseil des Arts del Canada

Letture di Rahel Francesca Genre

Atto 1
Presentazione di Barnes e della situazione
Presentazione di Block
Arresto
Atto 2
Riapparizione di Barnes con due valige
Block scopre che anche Barnes scrive su di lui
Furto delle cose di Barnes
Atto 3
Fuga di Barnes, il suo romanzo si svela
Gesto che esclude definitivamente Barnes dal mondo

(sfondo musicale a cura di OP)

 

Doppia esposizione di Gaëtan Brulotte

ISBN 9788887847130 © il Sirente

Titolo Originale: L’emprise
Traduzione dal francese di Rahel Francesca Genre
Copertina: foto di Chiarastella Campanelli
Foliazione: 148 pp.
Prezzo di copertina: € 12,50
ISBN-13: 978-88-87847-13-0

« C’è sempre un momento in cui il panico ci assale. Camminiamo su fogli di carta assorbente, mentre la terra fonde sotto i nostri passi. Non sappiamo più a cosa aggrapparci. Le unghie trattengono solo qualche frammento di realtà. In un frastuono di zampe e mandibole, pensiamo solo a fuggire. Queste cose capitano probabilmente a tutti. » [Gaëtan Brulotte]

IL ROMANZO. Uno scrittore di romanzi (Charles Block) si interessa a un uomo un po’ strano (Paul Barnes), che passa le sue giornate per strada ad aspettare e a osservare la gente e le macchine. Presto lo scrittore vorrà sapere tutto di quest’uomo e cercherà di farlo con qualunque mezzo. Nel corso dell’inchiesta scopre fatti sconvolgenti: il suo soggetto incarna infatti la sofferenza umana in tutto ciò che essa può avere di più patetico e, arrestato per esibizionismo, finisce rinchiuso in una struttura psichiatrica da cui uscirà castrato.
Tra i numerosi problemi sollevati da questo romanzo è il posto della marginalità nel mondo moderno, quello della libertà individuale di fronte alle costrizioni della società, quello delle sessualità non conformi.
Il romanzo è stato riadattato per la televisione e per il cinema ed è stato tradotto in inglese, serbo e spagnolo. Rientra nella selezione dei migliori 100 romanzi del Québec. In Canada, ha vinto il Prix Robert-Cliché nel 1979.

LA CRITICA. L’originalità della sua opera concerne principalmente lo sguardo distante e ironico sui comportamenti umani, dai più ordinari a quelli più marginali. La scrittura di Brulotte sconvolge i generi letterari, prendendo spesso forme di discorso della vita quotidiana per ridare loro forza e umanità.
Alla scrittura di Brulotte è stata dedicata un’importante monografia – Gaëtan Brulotte: une nouvelle écriture, New York, Mellen, 1992 – che ha vinto il Premio internazionale di studi francofoni. La critica ha situato l’insieme della sua pratica artistica nella tradizione di Cechov, Kafka, Becket e Calvino, mentre per la produzione saggistica ha evocato Jean-Pierre Richard e Roland Barthes: come è stato detto, “la sua scrittura si appoggia su un sistema rigoroso che ricorda l’apparato testuale di Aquin, di Ducharme, di Borges e di Calvino (Réjean Beaudoin, Autoportrait d’un écrivain dans le miroir in Fisher, Claudine, 1992.)
L’autore è ormai saldamente entrato nel repertorio dei nuovi scrittori della letteratura postmoderna. Un primo romanzo è spesso rivelatore non soltanto dello stile di uno scrittore, ma anche delle influenze intellettuali della sua epoca. In Doppia esposizione, Brulotte copre la gamma delle filosofie letterarie moderne, dal realismo al decostruzionismo, e le sintetizza in una nuova filosofia postmoderna, l’aptismo. […] Ci si accorge poco a poco che è un romanzo a più livelli che trascina tutti in un abisso vertiginoso: lo scrittore stesso, il suo personaggio principale, il personaggio sul quale Block scrive, ma anche il lettore che finalmente subisce anch’egli l’influenza del sistema linguistico. […] Sottilmente, Doppia esposizione introduce un elemento paranoico che fa in modo che il lettore si interroghi sulla propria condizione umana e sui rapporti di forza che intrattiene con gli altri, con la Natura e con se stesso.

‘L’autore, al suo esordio, si afferma come uno degli scrittori importanti della sua generazione.’ Louis-Guiy Lumieux, Le Soleil

‘Quel che resta e che importa è la padronanza e la nettezza con cui Doppia esposizione sviluppa il soggetto della marginalità, e l’interesse che il suo lavoro di elaborazione formale riesce a mantenere presso il lettore.’ Louise Milot, Dictionnaire des oeuvres litté-raires du Québec VI, 1994, p.275

L’AUTORE. Nato in Québec, Gaëtan Brulotte ha studiato Lettere moderne presso l’Università di Laval e, sotto la direzione di Roland Barthes, presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales. Ha insegnato letteratura in Canada e negli Stati Uniti, dove è attualmente professore presso la University of South Florida. Divide il proprio tempo tra la Francia, il Canada e gli Stati Uniti. È autore di romanzi e racconti, autore teatrale e saggista. Tradotto in diverse lingue, è vincitore di numerosi premi letterari e le sue opere figurano in antologie e manuali di letteratura. Molte di esse sono state adattate per il cinema, la televisione e la radio. È inoltre autore di Oeuvres de chair. Figures du discours érotique, considerato dalla critica come il primo studio d’insieme sulla letteratura erotica, sino a quel momento ai margini della storia e dell’ambito accademico, e ha codiretto il vasto progetto della Encyclopedia of Erotic Literature, pubblicato in due volumi nel 2006 da Routledge.

IL TRADUTTORE. Nata a Zurigo (Svizzera), Rahel Francesca Genre ha studiato Storia Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha vissuto in Piemonte, Sicilia, Montpellier e Roma, dove attualmente vive e lavora. È autrice di traduzioni dal francese e tedesco, tra cui recentemente il romanzo Tout sur nous di Stéphane Ribeiro per Castelvecchi e Dans la Cité. Réflexions d’un croyant di André Gounelle per l’Editrice Claudiana.

 

Per saperne di più su Doppia esposizione e Gaëtan Brulotte e conoscere le date delle presentazioni: http://www.sirente.it/9788887847130/doppia-esposizione-gaetan-brulotte.html

COMUNICATO STAMPA | Editrice il Sirente | www.sirente.it | il@sirente.it
Ufficio stampa: Chiarastella Campanelli | chiaraetoile@hotmail.com | mob. +39 339 3806185

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Agenda Articoli

l’Altrolibro 2008

l’Altrolibro 2008
percorsi di resistenza e liberazione
a cura delle librerie Jamm & Perditempo

5ª rassegna della piccola e media editoria
dal 28 aprile al 1° maggio
Croce di Lucca, p.tta Miraglia – Napoli

programma

sono presenti le case editrici:
415, AC editoriale, A.C.R.A.T.I., Agenzia X, Alet, Annexia, Arcana, Archivio Primo Moroni, Arkiviu T. Serra, Avagliano, Becco Giallo, Besa, Bevivino, Black Velvet, Canicola, Cargo, Castelvecchi, Chersi – L’Affranchi, Coconino press, Colibrì, Colonnese, Coniglio, Cooper, Costa & Nolan, Cox 18, Cronopio, Cut up, Datanews, DeriveApprodi, Drago, Duepunti:, E/O, Editions du Dromadaire, Editoria&Spettacolo, Edizioni BD, Edizioni Anarchismo, Edizioni Lavoro, Edizioni Quinlan, Edizioni Re Nudo, Edizioni Socrates, Effigie, EGA, Eleuthera, Epoché, Ermitage, Fahrenheit 451, Fandango, Fanucci, Fbe Edizioni, Fernandel, Fratelli Frilli, Gallucci, Galzerano, Gorée, Gratis, Grifo, Grrrzetic, Ignazio Maria Gallino, Il Principe Costante, Il Sirente, Imagaenaria, Immaginapoli, Instar Libri, Iperborea, Isbn Edizioni, Jaca Book, Jamm, Jouvence, Kaos, Kappa Vu, L’Ancora del Mediterraneo, La Fiaccola, La Nuova Frontiera, Leconte, Le Nubi, Lindau, Magmata, Malatempora, Manifestolibri, Manni, Marcos y Marcos, Marlin, Mc editrice, Meridiano Zero, Mesogea, Mimesis, Nautilus, NMM, NN, No Reply, Non luoghi, ObarraO, Odradek, Ombre corte, Orecchio acerbo, Perdisa, PonSinMor, Porfido, Profondo Rosso, Prospettiva editrice, Punto Rosso, Quodlibet, Rarovideo – Minerva Pictures, Robin – Biblioteca del Vascello, Sacrosantopiacere, Sankara, Sensibili alle foglie, Shake, SE, Sicilia.L, Sossella, Sugarco, Terre di mezzo, Venerea, Via del vento, Voland, Zona.

lunedì 28 aprile

ore 18.30
Incontro con l’autore
L’acrostico più lungo del mondo
di Vincenzo Mazzitelli – Meridiano zero

Una sfida con se stessi, prima di tutto. L’impresa epica di un uomo che narra la sua discesa all’inferno. Una sfida degna dei piu’ arditi giocolieri della parola. E che si misura direttamente con la Divina Commedia, infatti riproduce in acrostico il primo canto dell’Inferno:
Non avea piu’ del Cristo morto etade/ E della mia citta’ si’ perigliosa/Languidamente bazzicavo strade/ Malato di libido e ogn’altra cosa/ Ero per la tribu’ gia’ troppo anziano/ Zingaro vecchio dall’ardita prosa/ Zotico spesso e trucido villano/ Ormai poeta di poesia distorta/ Drogata da un cattivo cortigiano/ E cieca e oscura e criptica e contorta…

 

 
 
ore 20.00

 

 

 

 

 

 

Incontro con l’autore

 

 

 
Manuale dell’arte bimba

 

 

 

 
di Filippo Scozzari – Coniglio Editore

 

 

 
In Manuale dell’arte Bimba (il fumetto) Scozzari ripercorre gli anni della sua infanzia, tenero e stupefatto esploratore della Bologna e dell’Italia negli anni 50 e 60. In un’ideale “Prima Puntata”, che termina esattamente dove iniziava il fortunato Prima pagare, poi ricordare Scozzari indaga, sbrana e resuscita i punti nodali della propria educazione: la scuola, la famiglia, la passione per il disegno, l’amore lancinante per i fumetti, ma anche gli interrogativi feroci di un Bimbo che, in eterno duello col Babbo Mannaro, avverte in se’ i primi pungoli di quella follia creativa che, zappata a sconfitte e concimata a scoperte, lo trasformera’ in uno degli autori simbolo dell’ultimo scorcio del ‘900.

 

 

 
Prima pagare, poi ricordare

 

 

 
di Filippo Scozzari – Coniglio Editore

 

 

 
Il racconto, vissuto in prima persona da uno dei suoi storici protagonisti, della grande stagione che ha dato vita al nuovo fumetto italiano, alla nuova satira politica, alla parte migliore della creativita’ degli anni ‘70, a riviste storiche e fondamentali come Cannibale, Frigidaire, Il Male. Un gruppo di coraggiosi, stupidi e indecenti geni della comunicazione rifondano “il gusto e l’immaginario di una nazione abituata ad agitarsi nei salotti e sulle terze pagine solo per puttanate della galassia centrale”.

 

 

 
l’Altrolibro 2008

martedì 29 aprile
 

 

 
 

 
 
ore 19.00

 

 

 

 

 

 

Presentazione collettiva

 

 

 
Fugitive days – memorie dai Weather Underground

 

 

 

 
di Bill Ayers – Cox 18 books

 

 

 
Aspetta un attimo. Questo non puo’ accadere adesso. Aspetta. La miccia e’ gia’ accesa, piccole scintille brillano in una danza disperata e mortale. Le lancette metalliche del grosso orologio avanzano inesorabilmente, mentre il mondo gira veloce e fuori controllo. La mia stessa vita sta per esplodere.

Nel 1970, dopo le mobilitazioni contro la guerra del Vietnam e i riot urbani, i Weathermen scelgono la clandestinita’, e dichiarano guerra agli Stati Uniti. Si chiameranno Weather Underground, da una canzone di Bob Dylan. I ricordi di Bill Ayers riportano quegli eventi a una memoria collettiva, fondamentale per riconoscere l’esistenza di storie, di uomini che vecchie e nuove pratiche disciplinari vorrebbero azzerare.

 

 
 
Con il sangue agli occhi

 

 

 

 

 

 

.

Lettere e scritti dal carcere

 

 

 
di George L. Jackson – Agenzia X

Prefazione di Emilio Quadrelli

Biografia illustrata di Paper Resistance e u_net

 

 

 

 
“La carcerazione e’ per principio un aspetto della lotta di classe. E’ stata creata da una societa’ chiusa per tentare di isolare gli individui che non rispettano le regole di un sistema ipocrita e quelli che lanciano una sfida a livello di massa contro questo sistema”.

Con il sangue agli occhi raccoglie le lettere e i saggi di teoria politica che l’autore scrisse dopo la morte del fratello Jonathan, ucciso mentre tentava di liberare tre detenuti. George L. Jackson fece uscire clandestinamente dal penitenziario di San Quentin questo manoscritto pochi giorni prima di essere assassinato dai secondini, il 21 agosto 1971.

 

 

 
l’Altrolibro 2008

mercoledì 30 aprile
 

 

 
ore 18.00
 

 
 
 

 

 

 

 

 

incontro con l’autore

Donne nella guerriglia.
 

 
 
 

 

 

 

 

 

Vita e lotte di Barbara Kistler e Andrea Wolf

a cura di Maurizio Ferrari
 

 

 

 

 

 

 
Barbara Kistler e Andrea Wolf, due compagne che hanno partecipato ai movimenti antagonisti dei loro paesi. La loro non fu una scelta che si spense o si riassorbi’ localmente, continuo’ fuori dai loro paesi e termino’ in Kurdistan. Lottare e pensare locale e’ anche agire globale, seguendo la ’filiera repressiva’, entrambe, con percorsi autonomi, sono andate a combattere nella parte turca del Kurdistan a fianco delle popolazioni che subiscono ovunque sfruttamento e oppressione.

ore 19.30
 

 
 
 

 

 

 

 

 

ascolto collettivo

Il diario di Salam Pax
 

 

 
di Anna Maria Giordano / Audiodoc
 

 

 

 

 

 

 
Salam Pax e’ lo pseudonimo di un giovane architetto di Baghdad che ha offerto il resoconto di guerra piu’ fresco e stimolante uscito dalle porte del paese. Il suo divertimento virtuale da un appartamento di periferia e’ diventato il web diary di guerra piu’ letto del mondo. Le sue ´Pax news´, come chiama i suoi post, sono secondo la BBC un vero antidoto alla versione televisiva della guerra. Reporter embedded sui generis, corre tutti i suoi rischi, sopravvive alla censura, affina il suo talento di narratore e diventa una voce dall´Iraq, forte e chiara, tutta da ascoltare.

ore 19.30
 

 
 
 

 

 

 

 

 

incontro con l’autore

Cani sciolti
 

 

 
di Domenico Mungo
Boogaloo Publishing
 

 

 

 

 

 

 
I racconti di questo libro li ho rubati: alla mia vita, raccontando quello che ho fatto e visto con le mie mani…I racconti di questo libro li ho rubati alla memoria di altri, che me li hanno raccontati… ed io li ho appuntati nella mia testa per non farli uscire mai piu’ dai miei ricordi.

I racconti di questo libro li ho rubati nei vagoni di treni disperati, negli abitacoli di macchinate cieche che sfrecciano sugli asfalti bagnati, li ho ereditati dai racconti di vecchi ai giovani, dagli articoli di giornale, dalla mia immaginazione obliqua.

 

 

 
all’incontro partecipa la redazione di Napoli Monitor che presenta il numero: ‘Fino all’ultimo stadio: dove sono gli ultras’

 

 

 
l’Altrolibro 2008

giovedì 1 maggio
 

 

 
ore 18.30
 

 
 
 

 

 

 

 

 

incontro con l’autore

Los Amigos de Ludd. Bollettino d’informazione anti-industriale
 

 

 
A.c.r.a.t.i
 

 

 

 

 

 

 
Gli autori intendono stendere un salutare discredito nei confronti della societa’ industriale. Una volta identificata l’industria come il dominio tecnificato del capitale per i fini del capitale, la critica del capitalismo e la critica dell’industria diventano sinonimi giacche’ l’industria non e’ semplicemente un mezzo, bensi’ il mezzo oggettivo del capitale con il quale esso giunge ad intensificare la produzione.

Los Amigos de Ludd ripercorrono i passaggi della resistenza, passata e attuale, all’imposizione del macchinismo e dell’industria (sabotaggi, scioperi, rivolte) facendo riemergere i modi di vita e di produzione pre-industriali, non per invitare ad un improponibile ritorno al passato ma per sostenere la necessita’ della riappropriazione di quel saper fare del quale siamo stati spossessati. Attraverso le loro analisi, gli studi storici, la proposizione di altri contributi e le recensioni criticano senza sosta l’industrialismo e tutte le illusioni progressiste, cercando contemporaneamente i mezzi pratici per liberarsi della gigantesca rete di bisogni fittizi che l’industria ha generato.

ore 20.00
 

 
 
 

 

 

 

 

 

ascolto collettivo

Il passaggio della linea.
 

 
 
 

 

 

 

 

 

Viaggio nei treni dell’Italia notturna

di e con Marcello Anselmo / Audiodoc
 

 

 

 

 

 

 
I protagonisti del viaggio narrano della vita, del lavoro, dei desideri e dei vizi di un moderno popolo degli abissi segnato da un’esistenza complessa e vorticosa. All´ormai stabile precariato lavorativo infatti, si sovrappone oggi un precariato esistenziale acuito dal pendolarismo settimanale o mensile tra il Nord e il Sud dell’Italia. Il viaggio dei migranti moderni continua ad essere faticoso e lento negli Espresso Notte che attraversano la penisola italiana distesi in un lungo viaggio notturno.

Le storie dell´Italia notturna sono racconti di lavoro nero, lavoro edilizio, microcriminalita’ spontanea, di carcere, di ingiustizie vere e presunte, ma sono anche i semi di una guerra tra poveri e migranti. Sono inoltre le contraddizioni del paese raccontate in una lingua intensa, marcata da inflessioni, cadenze e dialetti che formano la sonorita’ del viaggio. Ai dialetti dei contadini di qualche decennio fa seguito un italiano storpiato tanto dalla lingua della televisione quanto dalle secrezioni dialettali.

 

 

 
l’Altrolibro 2008

giovedì 1 maggio
 

 

 
a seguire
 

 

 
Lavora-produci-consuma-crepa
 
Concerto di poesia per voce sola di e con Vozla
 
su testi di g.corso c.bukowski p.ciampi h.m.enzensberger
 
ingannate moltitudini in vaste cospirazioni [da g.corso]

-consapevolezza coscienza critica lavoro liberta’-diritti inconfutabili,,ed e’ un diritto poter avere la possibilita’ di germinarli. le disperanti preoccupazioni messe in atto dall esigenza di sopravvivere nell oggi quotidiano, fanno ombra sulla possibilita’ di acquisire conoscenza- coscienza ,, ci si riduce ad automi in cerca del mezzo che possa garantire una -si pure- precaria manifestazione dell istinto conservativo. si e’ dentatura d ingranaggio nel sistema -vigente sul pianeta terra- che canta stridulo ,,produci consuma crepa,,produci consuma crepa,, attuato da organi di potere che tra loro tramano cospirazioni ad allargare la rete delle ingannate moltitudini.

.livka vozla.

siamo gli uomini vuoti siamo gli uomoni impagliati che appoggiano la testa l un l altro piena di paglia .ahimme’. – t.eliot dalla .terra desolata.

in chiusura…dalle ore 23.00 in poi…
l’Altrobicchiere: interpretazioni musicali e alcoliche
dei temi sviluppati nella rassegna
>>>Perditempo – via S. Pietro a Maiella, 8

per info e contatti:
Associazione l’Altrolibro
altrolibro.napoli@virgilio.it
PERDITEMPO – Libri vini e vinili
via S. Pietro a Maiella, 8 – Napoli
tel. 081.444958 _ info@perditempo.org
JAMM – Libri per viaggiare
Via S. Giovanni Maggiore a Pignatelli, 32 – Napoli
tel. 081.5526399 _ jammnapoli@libero.it

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Colletta per gli agenti imputati

inviato da apollinaire il 11 marzo 2008 alle 19:19

vorrei acquistare 44 copie del libro di Pierre Clémenti da regalare a ogni imputato, impareranno sicuramente qualcosa… Pubblicato per la prima volta nel 1973 e apparso nuovamente nel 2007 presso le edizioni il Sirente, il libro di Pierre Clémenti ripercorre attraverso riflessioni e flash narrativi l’esperienza carceraria dell’attore e regista: l’arresto, l’arrivo nel carcere di Rebibbia e poi in quello di Regina Coeli, l’incontro con l’umanità repressa e dimenticata, la cruda realtà delle rivolte e delle rappresaglie, l’annullamento spirituale ancor prima che fisico, l’ipocrisia del ceto dirigente italiano, il processo fino all’assoluzione definitiva che suonerà paradossalmente come una condanna. «O ti vendi e ti svuoti molto rapidamente, o resti ai margini e ti batti per le tue idee». Il suo libro è una testimonianza contro il codice penale italiano risalente al fascismo, contro il regime carcerario e la società repressiva, perché nelle celle ci sia più luce e umanità.

http://genova.repubblica.it/dettaglio-inviato?idarticolo=repgenova_1432712&idmessaggio=254647

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Touring Italy con ‘Il diavolo’ e un violino

da Les Pages Noires News 

Devil’s Tour @ Napoli

Nawrocki ha definito ‘his most amazing tour – ever!’ la sua recente esibizione per 9 spettacoli in 11 giorni e 6 città in tutta Italia per promuovere la nuova traduzione italiana del suo libro: ‘L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret’.

L’incredibile ospitalità a Roma dell’editore, il Sirente, e tutti i loro amici, familiari e collaboratori, che gli hanno riservato il miglior cibo, il vino, il sostegno e un’amicizia inimmaginabile.

Nawrocki, accompagnato da se stesso e il suo violino loopato, ha eseguito estratti dal libro con l’apprezzamento di nuovi lettori da tutta Italia. Un breve film documentario sul tour sarà pubblicato al più presto. Le foto del tour:
http://www.sirente.it/9788887847116/index.html

Tour highlights: la magnifica città universitaria de L’Aquila in cima a un’altipiano, dove Nawrocki suona con una tripla fisarmonica da vecchi tempi, insieme a un gruppo di musica folkloristica; una graziosa accoglienza presso il centro anarchico ‘Camillo Di Sciullo’ di Chieti; Roma, il suo debutto nella libreria radical chic ‘Bibli’; ha inaugurato il nuovo Info Shop anarchico di Modena, suonando in un compresso e freddissimo locale; ‘Modo Info Shop’ a Bologna; il lancio ufficiale alla prestigiosa Fiera del Libro di Roma e il colossale ‘Palazzo dei Congressi’; un’improvvisazione dal vivo con la celebrata ‘noise band’ Obsolescenza Programmata, nella hippy libreria/bar/negozio ‘Perditempo’ di Napoli.

Nawrocki sta attualmente lavorando a un libro ispirato alla sua grande avventura italiana: ‘Cazzarola!’ – L’Italia di ieri e di oggi, i Rom e Roma.

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Norman Nawrocki presenta “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret”

Norman Nawrocki alla terza serata del suo Devil’s Tour in Italia, è il 30 Novembre 2007. Qui trovate una breve descrizione dei contenuti del suo libro L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret, grazie alla preziosa collaborazione di Maria Antonietta Fontana. Le riprese sono di Marco Pelosio, Elements Studio di Roma. Lunga vita allo Zio Harry.

[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=BrnppwK0jKw]

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Articoli Recensioni

Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici

(da Baheyya: Art Commentary Media)

“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”, ha detto il libraio a proposito di Taxi di Khaled al-Khamisy. Ha ragione su una cosa: è impossibile lasciarlo un attimo (ma i miei amici dovranno acquistare le loro copie da soli). Si tratta di una semplice, ma profonda idea graziosamente composta artificiosamente messa in atto. In un primo momento, non mi convinceva il potenziale di cliché, che la raccolta di storie di tassisti del Cairo avrebbe condensato. L’idea è geniale, il prodotto potrebbe essere disastroso. Mi aspettavo pagine paternalistiche, un trito e ritrito di “analisi”, o prediche di morale, o una superficiale esposizione il cui unico scopo è quello di mostrare la brillantezza dell‘autore. Ma dalle prime pagine, lo sceneggiatore, scrittore e scienziato politico Khaled al-Khamisy rende perfettamente chiaro che è un ottimo ascoltatore e un fedele trascrittore, con un fine orecchio per la comicità, e un orecchio acuto per le storie tragiche dei taxi Driver. In altre parole, l’autore fortunatamente ci fa il favore di trattenere la sua sentenza e si astiene da conferenze, ci trasmette le conversazioni senza giudizi, ricche di humour, pathos, e sorprendente intuizione.

Il libro include le conversazioni con gli autisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, anno in cui l’autore si basava quasi esclusivamente sui taxi per muoversi in giro per la città. Questo lo ha esposto allo scenario umano incredibilmente variegato che costituisce i tassisti della capitale. Chiunque usi i taxi e presta la minima attenzione sa che non esiste più un prototipo di taxi driver (se mai c’è stato). L’elevato tasso di disoccupazione e sottoccupazione, l’aumento del costo della vita, e la legge del 1990 che consente ad un veicolo di qualsiasi anno di essere trasformato in un taxi hanno cospirato facendo aumentare drammaticamente il numero e la diversità dei taxi e dei loro autisti (80000 taxi considerando solo il Cairo, senza la sua periferia, dice al-Khamisy). I tassisti ora sono i colletti bianchi dei dipendenti statali, i professionisti dai colletti blu-nero, e gli  studenti universitari. Sono di varie fasce di età, da un conducente che ha appena ottenuto la patente a uno che guida dal 1940. Una buona porzione di tassisti  hanno svolto studi universitari, e tutti hanno storie da raccontare.

Dopo una breve e agile introduzione, al-Khamisy procede a raccontare 58 incontri con i tassisti di tutti i ceti sociali (compresa una disputa fin troppo credibile tra un taxi driver e la figlia dell’autore di 14 anni che prendeva il taxi da sola per la prima volta). Le storie sono testuali, atmosferiche, e molto diverse, vanno dalle descrizioni delle aspre lotte per ottenere un qualche soldo guidando un taxi in condizioni estremamente negative, fino ai suggestivi ricordi e alle storie personali dei tassisti (particolarmente toccante è il film “buff” che per 20 anni non era riuscito ad entrare in una sala cinematografica), alla critica sociale e alle analisi (specialmente interessanti  sono i tassisti che criticano la funzione degli spot televisivi, e il conducente che fa una penetrante analisi della diminuzione delle proteste in Egitto dal 1977) , Alle speranze e alle aspirazioni dei tassisti (il tassista che sogna ad occhi aperti un viaggio intorno al continente africano).

Una delle più notevoli, divertenti e penetranti serie di storie sono quelle dedicate alla politica, in particolare quelle conversazioni che si occupano di Hosni Mubarak, e delle sue elezioni presidenziali. E qui va il grande credito a ‘al-Khamisy che trascrive fedelmente sia quelle opinioni a favore sia quelle contro il perenne presidente, e così facendo indica un punto sottile: è sbagliato generalizzare l’opinione pubblica egiziana rifacendosi a poche decine di esempi, o trattando i tassisti come “autentiche” voci di “strada”. Per fortuna, questo tipo di esistenzialismo e finto-populismo è completamente assente dal libro. Per qualiasi corrispondente e “analista” estero  che ritiene che il “polso della strada egiziana” si percepisca attraverso il semplice scambio di poche parole con un tassista, Il libro di al-Khamisy è un potente rimprovero. Infatti, una delle sue grandi virtù è di salvare i pareri dei taxi-driver da analisi profonde e salvare gli stessi taxi-driver dall’onere di rappresentare alcune scontante, confortanti, ma inesistenti definizioni di “uomo qualunque”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Le peripezie di un passeggero in un taxi cairota

ISBN 9788887847147 © il Sirente

di Soheir Fahmi (da Al-Ahram Hebdo)

Attraverso una serie di conversazioni con i tassisti del Cairo, Khaled el Khamisi ci immerge in un mondo nel quale è possibile toccare con mano le preoccupazioni della gente semplice, la loro saggezza, il loro humor e il loro sguardo sul mondo della politica. Un testo che la dice lunga sullo stato della società egiziana e del mondo che la circonda.

I taxi del mondo sono tutti diversi. I tassisti del mondo sono tutti diversi. Essi rappresentano indubbiamente il luogo dove si svolgono i loro via vai continui. Essere un tassista in una metropoli come il Cairo è una professione unica. Irritante ed entusiasmante allo stesso tempo. All’interno di queste vetture, spesso in cattive condizioni a causa degli infiniti ingorghi e delle interminabili attese, inizia la conversazione tra il tassista e il suo cliente. Conversazione, che può toccare tutti gli aspetti della vita, ma che spesso ruota attorno alla politica e alle questioni sociali che vive l’Egitto. Khaled el Khamisi, con sobrietà e moderazione, ma anche con umorismo, va a caccia del mondo interiore e del pensiero di questi uomini, che sono i portavoce di un significativo strato di egiziani. A piccoli tocchi costruisce un quadro sfumato di questi uomini che subiscono l’inquinamento e il caos della strada egiziana. Parlare di ciò che li preoccupa gli da modo di trascendere un quotidiano che li violenta. Il diluvio di parole che emettono è spontaneo e disordinato. Tuttavia, suggerisce una sapienza di vita e uno sguardo originale sulla realtà. Khaled el Khamisi si mette all’ascolto di questi emarginati dalla vita politica, che in modo semplice e in poche frasi svelano le preoccupazioni di tutti i giorni. Si pongono domande, ma per la maggior parte dichiarano avere delle posizioni ferme. Contro o per Mubarak contro gli Stati Uniti e dalla parte dei palestinesi e degli iracheni, contro la corruzione e a favore dei non abbienti di cui fanno parte, contro il potere e la polizia, contro i proprietari di auto e dalla parte degli altri taxi Driver e delle partite di calcio. Sotto la penna di Khamisi, finiscono per realizzare un affresco in cui, come in un puzzle, i vari pezzi sono stati messi al loro posto. Ciononostante, il cliente, in questo caso, Khaled Khamisi, non è un semplice passeggero impersonale e imperturbabile. Attraverso vari quartieri del Cairo, come tutti i passeggeri in un taxi Cairota, tesse un certo legame con l’autista. Legame, che forse ha l’obiettivo di superare un soffocante “qui e ora”, contro il quale sono indifesi. Una saggezza che gli egiziani, attraverso le loro lunghe peripezie con le autorità hanno imparato a conoscere.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Taxi: A pieni fari sull’Egitto di oggi

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Dora Abdelrazik (da L’équipe d’Alif, 25/02/2007)

Taxi, l’ultimo libro di Khaled Al Khamissi, vi accompagna nell’Egitto di oggi. Attaccate le cinture.

Lasciatevi trasportare a bordo del taxi di Khaled el Khamissi. 58 viaggi attraverso i quali il narratore, e il conducente del taxi (un tassista diverso per ogni viaggio), vi racconteranno l’Egitto di oggi.
All’orogine di questo lavoro sulle conversazioni tra l’autore e i tassisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, ci sono degli aneddoti che testimoniano e riflettono la società egiziana. Appena un mese dopo la sua pubblicazione, è diventato un Best Seller e il libro è già alla sua terza edizione. L’autore si augura che Taxi sia presto tradotto in inglese e magari più avanti in francese.

Dedicato alla “vita” come le pagine, i viaggi si susseguono e sono tutti diversi. Essi sono pieni di dolcezza, di dolore, di sogni e delle paure del popolo egiziano. Man mano che questo mezzo di locomozione, così intimo e così pubblico, avanza si svelano i segreti. Questo libro dedicato “Alla vita che abita nelle parole della povera gente” è innanzitutto un’opera letteraria che vuole essere umana.
L’essere umano è la base di questo libro, con parole semplici, chiare, “l’uomo della strada” esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.
L’autore Khaled Al Khamissi, un uomo dai diversi talenti, giornalista, regista, produttore e scrittore, dall’infanzia appassionato del mondo delle parole.

Figlio del famoso scrittore Abdel Rahman Al Khamissi, ha voluto esprimere attraverso il ‘popolo’ le cose più semplici. Naturalmente e spontaneamente, attraverso queste persone che, come voi e me, pensano, riflettono, ma che in fondo al loro cuore  chiedono solo un orecchio attento che li ascolti.

Per l’amante di una prostituta questo orecchio è quello di Khaled al quale il tassista si confida e si confessa facilmente perché, alla fine, non rivedrà mai più il suo  cliente, e può quindi lasciarsi andare liberamente. Da un autista amante di una prostituta, a quello che critica le elezioni presidenziali, come dice l’autore, “le loro parole sono luminose” portano con sé la bontà dell’uomo egiziano.
Scritti con facilità, questi racconti ci portano alla confessione di una società che sta vivendo una vera e propria crisi di identità e si sente violentata.
Di fronte a questo successo, ci si chiede perché ha impiegato così tanto tempo a donarci queste storie? A questa domanda risponde con onestà e semplicità  “per il timore di non essere all’altezza dei miei pari”.
Oggi, senza tabù o censura si  riscopre il vero volto della terra dei faraoni attraverso un viaggio semplicemente “umano”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

 

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Taxi su Al-Ahram Hebdo, Service Courrier, rue Galaa, Le Caire

ISBN 9788887847147 © il Sirente

di Amina Hassan (da Al-Ahram Hebdo)

Il libro, composto per la maggior parte da estratti di conversazioni che l’autore ha intavolato con i taxi driver del Cairo durante i suoi numerosi viaggi in giro per la città, esprime con forza le loro testimonianze sulla quotidianità, l’attualità politica ed economica le loro diatribe contro il potere e la loro sfiducia nei confronti di tutte le autorità. Talvolta narratori che partono dall’esaltazione verbale per poi passare alla malinconia, le loro storie sono una grande sfilata di idiomi e di “parlate” di tutti i tipi, impregnate dalle difficoltà quotidiane. La loro voce nomade vagabonda, si presta alternativamente ad ogni monologo interiore. E’una voce discorsiva, che cerca di smascherare la realtà per capirne il senso. Dalla confessione di uno degli autisti: “Per tanto tempo ci siamo lasciati trascinare dalla ricerca del pane quotidiano che abbiamo così abbandonato ogni tentativo di reclamo o contestazione”.

Armati di una punta d’ironia, portati dalla loro presenza temporanea alle confidenze, il loro punto di vista è frontale, di coloro che non si imbarazzano, i Taxi driver autorizzano l’autore a descrivere con passione il più piccolo fatto fino adesso taciuto. Egli riparte un po’ più “iniziato” ad un Egitto dove sa intavolare argomenti politici, filosofici e sociali, di una rara e precisa eleganza, con un piglio riflessivo, invocato per scuotere qualsiasi conformismo.

L’autore disegna in positivo quello che questa casta di conducenti, ha di più attraente. Scritto in dialetto egiziano, questa letteratura dall’accento divertente,  ci trasporta in una categoria di immaginario contemporaneo di combattimento, dibattiti, preoccupazioni battagliere che prefigurano un Egitto verso un futuro di cambiamento e resistenza. L’opera completa resta aperta su una breccia dove si profila già più di un libro, più di una confessione.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

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Articoli Estratti

Indispensabile premessa

(dall’introduzione di Taxi)

Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.

Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
(traduzione di Ernesto Pagano)

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Articoli Recensioni

Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore

di Franco Capacchione (da Rolling Stone, marzo 2008)

Nel 1971 Pierre Clémenti, icona perfetta del cinema mitico, firmato Roche, Pasolini, Garrel, Bertolucci, Buñuel, è arrestato a Roma per droga. Viene rilasciato per insufficienza di prove, ma riceve anche un folgio di via. Tornato in Francia scrive questo diario. Magnifici flashback svelano i suoi inizi in teatro a Parigi, ancora goffo nel porgersi allo sguardo dello spettatore. Poi, gli incontri italiani: Visconti che gli dà una piccola parte in Il Gattopardo e quando lo vede per la prima volta gli dice: «Per un giubbotto nero, hai mani da principe…»; Buñuel, con un «volto favoloso, lavorato dalla vita, pesante e scavato»: per lui, Pierre è davanti alla macchina da presa in Bella di giorno e La via lattea. Infine, Fellini: lo vuole nel Satyricon, ma lui rifiuta: «Era come la Fiat, centinaia di attori, migliaia di operai, di figuranti, di artigiani all’opera per mesi, una città intera da costruire e da abitare…». Clémenti, che fu anche regista, è morto nel 1999. Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore.