Addio alla gioventù in Egitto11′ di lettura

 

Ho visto per la pri­ma vol­ta il mostro nel 2005, al Cai­ro, in cen­tro, davan­ti al sin­da­ca­to dei gior­na­li­sti. Si era radu­na­ta una fol­la di gio­va­ni, ragaz­zi e ragaz­ze, che scan­di­va “kifa­ya!” (basta!). Il mostro è piom­ba­to giù dagli auto­mez­zi del­la poli­zia. Era in divi­sa mili­ta­re, ma anche camuf­fa­to in abi­ti civi­li, e pic­chia­va i dimo­stran­ti. I maschi veni­va­no tra­sci­na­ti sul sel­cia­to, alle fem­mi­ne veni­va­no strap­pa­ti i vesti­ti. È sta­to mol­to trau­ma­ti­co. Pen­sa­va­mo che fos­se la cosa peg­gio­re che il mostro potes­se far­ci.
Pen­sa­va­mo che con l’amore, e inco­rag­gian­do gli altri a veni­re con noi per stra­da, sarem­mo diven­ta­ti più nume­ro­si, che dal­le poche cen­ti­na­ia che era­va­mo sarem­mo diven­ta­ti cen­ti­na­ia di miglia­ia, for­se milio­ni. È così che avrem­mo scon­fit­to il mostro. I gio­va­ni sono inge­nui, han­no buo­ni sen­ti­men­ti e un cuo­re puro.
Ave­vo incon­tra­to la stes­sa inge­nui­tà cin­que anni pri­ma. Nel 2000 ero uno stu­den­te del liceo quan­do mi unii alle mani­fe­sta­zio­ni di soli­da­rie­tà degli stu­den­ti con la secon­da inti­fa­da, che era comin­cia­ta dopo due avve­ni­men­ti: il cri­mi­na­le di guer­ra e futu­ro pri­mo mini­stro israe­lia­no Ariel Sha­ron ave­va visi­ta­to la moschea di al Aqsa sca­te­nan­do la rivol­ta dei pale­sti­ne­si, e un ragaz­zo di 12 anni, Moham­med al Dur­rah, era mor­to tra le brac­cia di suo padre sot­to i col­pi dell’esercito israe­lia­no. I nostri inse­gnan­ti ci inco­rag­gia­va­no a mani­fe­sta­re, ma loro non lo face­va­no. Sfi­la­va­mo in pic­co­li grup­pi furi­bon­di chie­den­do liber­tà per la Pale­sti­na e giu­ran­do che non avrem­mo mai dimen­ti­ca­to Al Dur­rah. Le for­ze di sicu­rez­za ci auto­riz­za­ro­no ad apri­re i can­cel­li del­le scuo­le e dei licei, e a mani­fe­sta­re in grup­pi più nume­ro­si per­cor­ren­do le stra­de di Man­sou­ra, dove ho pas­sa­to gli anni dell’adolescenza.
I ragaz­zi­ni e gli stu­den­ti che mi cir­con­da­va­no era­no paz­zi di gio­ia per­ché ave­va­no otte­nu­to il dirit­to di gri­da­re. Per la pri­ma vol­ta si sen­ti­va­no libe­ri per stra­da. Quan­do i grup­pi di stu­den­ti in cor­teo s’incontravano si sor­ri­de­va­no in manie­ra un po’ sce­ma, come dei bam­bi­ni, e c’erano salu­ti e gran­di scam­bi di abbrac­ci un po’ trop­po tea­tra­li. A Man­sou­ra, come nel resto del pae­se, le scuo­le sono sepa­ra­te per gene­re. Era straor­di­na­rio vede­re ragaz­zi e ragaz­ze che si uni­va­no in que­ste mani­fe­sta­zio­ni, inve­ce del­le soli­te sce­ne di stu­den­ti che aspet­ta­va­no le ragaz­ze davan­ti alle scuo­le per rimor­chiar­le, mole­star­le o sta­re un po’ con loro. Ma la fol­la, le urla e l’entusiasmo, anche se era­no giu­sti­fi­ca­ti, mi tene­va­no lon­ta­no dal mio stes­so grup­po di ami­ci, per non par­la­re dell’ego improv­vi­sa­men­te gigan­te­sco di qual­che esse­re insi­gni­fi­can­te che s’improvvisava tri­bu­no.

Ho sem­pre tro­va­to noio­sa la vita pub­bli­ca, come una serie di spet­ta­co­li tea­tra­li brut­ti ai qua­li sia­mo comun­que costret­ti a par­te­ci­pa­re

Cin­que anni dopo mi ero lau­rea­to, e sape­vo che al regi­me di Hosni Muba­rak quel­le mani­fe­sta­zio­ni con­tro Israe­le era­no pia­ciu­te. Le ave­va soste­nu­te e ogni tan­to le ave­va addi­rit­tu­ra isti­ga­te. Muba­rak vole­va che le tele­ca­me­re fil­mas­se­ro le fol­le infu­ria­te men­tre bru­cia­va­no la ban­die­ra israe­lia­na per poter mostra­re quel­le imma­gi­ni e rivol­ger­si alle divi­ni­tà sul­le mon­ta­gne di Oslo e nel­le val­li di Washing­ton dicen­do: “Fin­ché io sarò qui con­trol­le­rò que­sti mostri e gli impe­di­rò di bru­cia­re tut­to”. Quan­do i cit­ta­di­ni han­no comin­cia­to a scen­de­re in piaz­za per pro­te­sta­re con­tro Muba­rak, le for­ze di sicu­rez­za era­no pron­te, e sic­co­me non ave­va­no di fron­te dei mostri (non anco­ra) han­no fat­to tut­to quel che pote­va­no per far­li diven­ta­re tali: li cir­con­da­va­no, strap­pa­va­no i vesti­ti alle ragaz­ze e aggre­di­va­no ses­sual­men­te i ragaz­zi. Ma inve­ce di diven­ta­re mostri, i mani­fe­stan­ti han­no pre­fe­ri­to entra­re in una logi­ca per­den­te, abbrac­cian­do la con­di­zio­ne di vit­ti­me.
Ho sem­pre tro­va­to noio­sa la vita pub­bli­ca, come una serie di spet­ta­co­li tea­tra­li brut­ti e sem­pre ugua­li ai qua­li sia­mo comun­que costret­ti a par­te­ci­pa­re: le ele­zio­ni, i limi­ti alla liber­tà in nome del­la reli­gio­ne e tut­te le altre buf­fo­na­te che tira­no in bal­lo l’idea di nazio­ne, c’invitano all’amore per la patria e ci spie­ga­no come mostrar­lo.
Ho cono­sciu­to altre per­so­ne a cui tut­to que­sto non pia­ce­va per nien­te. Abbia­mo deci­so di fab­bri­car­ci le nostre men­zo­gne su inter­net, una real­tà vir­tua­le che era fuo­ri dal con­trol­lo del­le auto­ri­tà e in con­tra­sto con il puz­zo di chiu­so dei nostri padri e dei loro vec­chi prin­cì­pi mora­li.
L’Egitto sta­va attra­ver­san­do tem­pi gran­dio­si. In tv tut­ti par­la­va­no dell’arrivo del­la demo­cra­zia. Noi, in un ango­lo cie­co del­lo sguar­do dell’autorità, c’inventavamo pic­co­li luo­ghi d’incontro dove orga­niz­za­re del­le feste, le nostre feste, e suo­na­re musi­ca vie­ta­ta alle radio e alle tele­vi­sio­ni sia pub­bli­che sia pri­va­te per­ché non par­la­va d’amore, di lun­ghe ciglia lan­guo­ro­se o di tene­rez­za. È duran­te una di que­ste feste che Alaa Abdel Fat­tah mi ha pro­po­sto di crea­re un sito che pren­des­se in giro quel­lo uffi­cia­le del pre­si­den­te. Ero inca­ri­ca­to di scri­ve­re i con­te­nu­ti. Face­va­mo gio­chi di que­sto tipo: ci chiu­de­va­mo nel­le nostre bol­le vir­tua­li per sbef­feg­gia­re il re nudo e deri­de­re i cor­ti­gia­ni che con­ti­nua­va­no a elo­gia­re i vesti­ti.
Ho cono­sciu­to la mia pri­ma moglie in un forum onli­ne di ammi­ra­to­ri del­la musi­ca di Moha­med Mou­nir. Era­va­mo ado­le­scen­ti, non ave­va­mo anco­ra diciot­to anni, e in die­ci anni spes­so tur­bo­len­ti abbia­mo vis­su­to l’amore, il matri­mo­nio e il divor­zio, un ciclo di vita com­ple­to. Altri si sono cono­sciu­ti nei forum e nei blog dei Fra­tel­li musul­ma­ni, dei Socia­li­sti rivo­lu­zio­na­ri, del club dei feti­ci­sti del pie­de, dei guer­rie­ri di Bin Laden o su Fata­kat, un blog per le casa­lin­ghe. Inter­net ci per­met­te­va di sta­re lon­ta­ni dai capel­li eter­na­men­te neri di Muba­rak. Era una nuo­va casa dove le per­so­ne con idee simi­li pote­va­no ritro­var­si.

Il tenue ron­zio del­le discus­sio­ni di que­sti grup­pi pian pia­no sta­va cre­scen­do e i vec­chi, con l’aiuto dei loro appa­rec­chi acu­sti­ci, se ne accor­se­ro. Deci­se­ro che quel bor­bot­tio veni­va da una gio­ven­tù occi­den­ta­liz­za­ta e inso­len­te. Non pren­de­va­no sul serio quel­le voci, for­se non le capi­va­no pro­prio. Il loro mes­sag­gio, comun­que, era chia­ro: “I vec­chi cada­ve­ri dovreb­be­ro lascia­re spa­zio a quel­li nuo­vi”.

I gio­va­ni han­no mol­ti trat­ti comu­ni: la pas­sio­ne, l’ipersensibilità e la foga

Gli zom­bi era­no dap­per­tut­to. C’erano il gene­ra­le zom­bi, lo sceic­co zom­bi, il pre­si­den­te zom­bi, l’imprenditore zom­bi, il par­ti­to di gover­no zom­bi, l’opposizione zom­bi, l’islamista mode­ra­to zom­bi e l’islamista radi­ca­le zom­bi. Quan­do sei gio­va­ne ogni zom­bi ti pro­po­ne di diven­ta­re anche tu uno zom­bi e di lasciar per­de­re l’idea­lismo del­la mora­le e dei sogni. Non ave­va­mo scel­ta, era­va­mo costret­ti a vive­re con loro, par­lar­gli, mostrar­ci affet­tuo­si. A vol­te, per pre­cau­zio­ne, elo­giar­li, diven­ta­re discre­ti e cam­mi­na­re tra loro, con le gam­be rigi­de, le brac­cia tese e lo sguar­do vuo­to. Quan­do ren­de­va­mo chia­ro il nostro disac­cor­do o rifiu­ta­va­mo di ingoz­zar­ci con quel­le caro­gne mar­ce che sono le idee di patria e di reli­gio­ne, gli zom­bi ci rispon­de­va­no con la tor­tu­ra, l’isolamento for­za­to o l’emarginazione.
“Dove­te vive­re come han­no vis­su­to i vostri padri”, dice­va­no gli zom­bi. Quel­la vita descrit­ta tan­to bene dal regi­sta Sha­di Abdel Salam nel film La mum­mia, del 1969: una vita da iene, con le ragaz­ze che cam­mi­na­no per stra­da con le spal­le cur­ve in avan­ti e il capo abbas­sa­to sen­za guar­da­re da nes­su­na par­te, né a destra né a sini­stra, mai. Devo­no lasciar­si rimor­chia­re e mole­sta­re sen­za lamen­tar­si, e quan­do rifiu­ta­no di sot­to­met­ter­si agli zom­bi le accu­sa­no di usa­re il loro fasci­no per atti­ra­re i cri­mi­na­li e sedur­li.
Quan­do sono comin­cia­te le mani­fe­sta­zio­ni con­tro la bru­ta­li­tà e le tor­tu­re del­la poli­zia, c’è chi s’è alza­to per accu­sa­re i mani­fe­stan­ti di insul­ta­re le for­ze dell’ordine. Ma le pro­te­ste han­no con­ti­nua­to a cre­sce­re di dimen­sio­ni e d’intensità e alla fine han­no comin­cia­to a chie­de­re la rimo­zio­ne del lea­der degli zom­bi, il gran mae­stro del­la tin­tu­ra per capel­li. Gli zom­bi allo­ra si sono riu­ni­ti per lan­cia­re un appel­lo ai gio­va­ni: “Cari fra­tel­li, fate come se fos­se vostro padre”.
I gio­va­ni han­no mol­ti trat­ti comu­ni: la pas­sio­ne, l’ipersensibilità e la foga. L’eccesso di sen­si­bi­li­tà può fare da car­bu­ran­te alla rivo­lu­zio­ne e far bat­te­re più for­te il san­gue nel­le vene del­le fol­le infu­ria­te, ma può anche susci­ta­re dei sen­ti­men­ti di com­pren­sio­ne, pie­tà e tene­rez­za. È pro­prio per que­sta sen­si­bi­li­tà che il perio­do dopo la rivo­lu­zio­ne è sta­to gui­da­to dal desi­de­rio di ria­bi­li­ta­re le vit­ti­me del­la repres­sio­ne e ven­di­ca­re la loro mor­te. Ma per que­sta stes­sa sen­si­bi­li­tà i figli non han­no ucci­so i loro padri zom­bi.
In mol­te imma­gi­ni del libro foto­gra­fi­co di Pau­li­ne Beu­gnies, Géné­ra­tion Tah­rir (Le Bec en l’Air 2016) si vedo­no acce­se con­ver­sa­zio­ni tra figlie e madri, tra gio­va­ni e vec­chi. Le foto non pos­so­no tra­smet­ter­ci il suo­no, il rumo­re del­le discus­sio­ni, gli urli del­le opi­nio­ni con­trap­po­ste. Ma ci mostra­no con estre­ma chia­rez­za l’immensa auto­ri­tà dei padri zom­bi e fino a che pun­to la gene­ra­zio­ne dei gio­va­ni resta pri­gio­nie­ra dei sen­timenti.
Cono­sce­vo mol­ti ragaz­zi e ragaz­ze che non han­no esi­ta­to a scen­de­re in stra­da, bru­cia­re pneu­ma­ti­ci e met­ter­si in pri­ma linea nel­la bat­ta­glia con­tro gli ele­men­ti cri­mi­na­li del­le for­ze di poli­zia. Ma appe­na il loro tele­fo­no squil­la­va, si appar­ta­va­no in un posto tran­quil­lo per rispon­de­re alla madre: “Sto bene, sono lon­ta­no dagli scon­tri”. Dove­va­no pen­sa­re che la ribel­lio­ne potes­se esi­ste­re in una real­tà paral­le­la, lon­ta­na dal­la vita fami­lia­re. Ho cono­sciu­to atti­vi­sti che si bat­te­va­no per i dirit­ti degli omo­ses­sua­li e non teme­va­no di sol­le­va­re la que­stio­ne in una socie­tà con­ser­va­tri­ce come quel­la egi­zia­na, che difen­de­va­no que­sti dirit­ti nel­le aule di tri­bu­na­le e davan­ti alla poli­zia, ma non riu­sci­va­no a tro­va­re il corag­gio di dichia­rar­si omo­ses­sua­li davan­ti ai geni­to­ri. Ho del­le ami­che che han­no con­ti­nua­to a mostra­re il dito medio alla poli­zia con la testa alta men­tre gli spa­ra­va­no del­le pal­lot­to­le di gom­ma, ma che pian­ge­va­no per le pres­sio­ni dei geni­to­ri e del­la socie­tà e per la dif­fi­col­tà di imma­gi­na­re un futu­ro che non pre­ve­des­se il matri­mo­nio, la mater­ni­tà o l’integrazione nel ciclo di pro­du­zio­ne degli zom­bi.

Il gene­ra­le non era par­ti­co­lar­men­te intel­li­gen­te, ma gli sceic­chi del Gol­fo lo soste­ne­va­no con entu­sia­smo

Que­sta esi­ta­zio­ne vigliac­ca spie­ga per­ché la nostra gene­ra­zio­ne ha sem­pre cer­ca­to una via di mez­zo, e alla fine è sta­ta pri­va­ta di tut­to dai suoi padri. “Acco­glie­te l’islam mode­ra­to, vota­te per Moham­med Mor­si”, ci han­no det­to i gio­va­ni isla­mi­sti. “L’islam è que­stio­ne d’identità, una bel­la reli­gio­ne del giu­sto mez­zo che può coe­si­ste­re con la demo­cra­zia. La nostra iden­ti­tà nazio­na­le non c’entra nien­te con la lai­ci­tà”. E poi sono tor­na­ti i vec­chi zom­bi, han­no det­to che non c’era nes­su­na dif­fe­ren­za tra i mili­tan­ti del­lo Sta­to isla­mi­co e noi. Era­va­mo fra­tel­li, dove­va­mo solo rag­giun­ger­li e com­bat­te­re al loro fian­co. Così i gio­va­ni demo­cra­ti­ci dell’élite urba­na si sono pre­ci­pi­ta­ti tra le brac­cia di un gover­no civi­le gui­da­to da un gene­ra­le dell’esercito. Ci han­no spie­ga­to che Al Sisi ave­va occhi che irra­dia­va­no calo­re e affet­to, e che avreb­be sal­va­to la patria facen­do diven­ta­re l’Egitto uno sta­to lai­co. Poi il gene­ra­le ha proi­bi­to ogni dibat­ti­to, ci ha tol­to la liber­tà di paro­la e ci ha sbat­tu­to in gale­ra. Quel­li che sono rima­sti fuo­ri sono fini­ti bru­cia­ti nel­le piaz­ze o davan­ti agli sta­di.
Il gene­ra­le non era par­ti­co­lar­men­te intel­li­gen­te, ma gli sceic­chi del Gol­fo lo soste­ne­va­no con entu­sia­smo, loro, i rap­pre­sen­tan­ti del­le divi­ni­tà occi­den­ta­li nel­la regio­ne. Così gli sceic­chi, gli zom­bi e il gene­ra­le han­no deci­so di toglie­re ai gio­va­ni anche lo spa­zio vir­tua­le. E su inter­net è arri­va­ta la cen­su­ra. Oggi basta un pic­co­lo tweet per fini­re in car­ce­re. Han­no spe­so cen­ti­na­ia di milio­ni per tra­sfor­ma­re la rete in un enor­me cen­tro com­mer­cia­le, con­trol­lan­do­ne il con­te­nu­to con l’aiuto di squa­dre che inva­do­no i social net­work e impon­go­no del­le nuo­ve mode. Se emer­ge la sto­ria di un nuo­vo caso di tor­tu­ra nel­le car­ce­ri egi­zia­ne, vie­ne rapi­da­men­te sepol­ta sot­to mon­ta­gne di post e di clic sull’ultima meta­mor­fo­si del sede­re di Kim Kar­da­shian.
Qual­che set­ti­ma­na fa ho comin­cia­to ad avver­ti­re un dolo­ret­to sor­do al testi­co­lo sini­stro. Il medi­co mi ha det­to che si trat­ta di vari­co­ce­le. Mi ha con­si­glia­to di non resta­re in pie­di trop­po a lun­go, di ridur­re i rap­por­ti ses­sua­li e di aste­ner­mi dal­le ere­zio­ni pro­lun­ga­te. Quan­do gli ho chie­sto la cau­sa del pro­ble­ma, si è limi­ta­to a rispon­de­re, sen­za alza­re gli occhi dal gior­na­le: “Di soli­to è ere­di­ta­rio. Ma anche invec­chia­re non aiu­ta”.
Nien­te più ere­zio­ni pro­lun­ga­te per la nostra gene­ra­zio­ne. Sia­mo disper­si in tut­to il mon­do. Alcu­ni sono in car­ce­re, altri in esi­lio. Altri anco­ra sono pron­ti ad anne­ga­re nel Medi­ter­ra­neo, o pun­ta­no a usci­re dall’inferno e rag­giun­ge­re il para­di­so costruen­do­si una sca­la di teste taglia­te che arri­va fino a dio. Quel­li che sono rima­sti han­no prov­ve­du­to ad assi­cu­rar­si un posto tra gli zom­bi. Appa­io­no in tele­vi­sio­ne come rap­pre­sen­tan­ti dei gio­va­ni, si scat­ta­no sel­fie con gene­ra­li zom­bi e sceic­chi zom­bi, e fan­no a gara per acca­par­rar­si le bri­cio­le lascia­te cade­re dagli emi­ri e dagli sceic­chi del Gol­fo.
Ora è arri­va­to il momen­to di docu­men­ta­re, regi­stra­re e archi­via­re quel che è suc­ces­so. E poi dob­bia­mo dire addio al nostro pas­sa­to e alla gio­ven­tù.
Dicia­mo addio ai nostri dolo­ri e ai nostri affan­ni. Cer­chia­mo, da den­tro, una nuo­va stra­da e una nuo­va rivo­lu­zio­ne. Il peri­co­lo più gran­de è quel­lo di abban­do­nar­si alla nostal­gia, alle vec­chie idee e ai vec­chi prin­cì­pi, di imma­gi­na­re che nel pas­sa­to esi­sta un’età dell’oro, un momen­to di purez­za da ritro­va­re. Il peri­co­lo più gran­de è vene­ra­re un’immagine. Qua­lun­que for­ma di vene­ra­zio­ne – del­la rivo­lu­zio­ne, dei mar­ti­ri o dei valo­ri supe­rio­ri del­le gran­di ideo­lo­gie – rischia di tra­sfor­mar­ti in uno zom­bi sen­za che tu nem­me­no te ne accor­ga.

(Tra­du­zio­ne di Giu­sep­pi­na Caval­lo)

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