Amore e morte a Johannesburg4′ di lettura

Il Mani­fe­sto | Mar­te­dì 1 novem­bre 2011 | Maria Pao­la Guarducci |

Pha­swa­ne Mpe, «Ben­ve­nu­ti a Hill­brow». Duro, imper­fet­to e appas­sio­na­to, il roman­zo di Mpe uni­sce uno sti­le visio­na­rio e a trat­ti can­zo­na­to­rio alle ambien­ta­zio­ni da rea­li­smo socia­le tipi­che del­la let­te­ra­tu­ra sudafricana

Scom­par­so nel 2004 a soli 34 anni, Pha­swa­ne Mpe era un pro­met­ten­te scrit­to­re suda­fri­ca­no che, al pari del coe­ta­neo Sel­lo Dui­ker, mor­to sui­ci­da appe­na un mese dopo Mpe, è diven­ta­to emble­ma tra­gi­co del­le dif­fi­col­tà nel­le qua­li dimo­ra­no le nuo­ve gene­ra­zio­ni del pae­se. Mpe e Dui­ker (ma anche Yvon­ne Vera, scom­par­sa qua­ran­ten­ne nel 2005 nel con­fi­nan­te Zim­ba­b­we) sono sta­ti scon­fit­ti da mali noti, Aids e depres­sio­ne, ai qua­li il Suda­fri­ca non ha offer­to sino­ra rispo­ste con­cre­te e stra­de per­cor­ri­bi­li, pre­fe­ren­do ad esse la via imme­dia­ta del pre­giu­di­zio e dell’isolamento. Que­sti auto­ri lascia­no in ere­di­tà poche ope­re, ma fol­go­ran­ti e luci­de, in cui espon­go­no, talo­ra per­si­no con iro­nia, quel­la stes­sa sof­fe­ren­za che ha segna­to il loro vissuto.

Poe­ta, gior­na­li­sta, auto­re di rac­con­ti usci­ti su rivi­ste e ora rac­col­ti e pub­bli­ca­ti in volu­me in Suda­fri­ca, Mpe inse­gna­va Let­te­ra­tu­ra afri­ca­na all’Università di Wit­wa­ter­srand (a Johan­ne­sburg), dove si era lau­rea­to nel 1996, l’anno pri­ma di con­se­gui­re un Master in edi­to­ria in Inghil­ter­ra (alla Oxford Broo­kes). Ben­ve­nu­ti a Hill­brow (trad. it. di Enri­co Monier, Il Siren­te, 2011, pp. 138, euro 15) è l’unico roman­zo di Mpe: un roman­zo duro, imper­fet­to ma anche appas­sio­na­to, che uni­sce uno sti­le visio­na­rio e a trat­ti can­zo­na­to­rio alle ambien­ta­zio­ni da rea­li­smo socia­le tipi­che del­la tra­di­zio­ne let­te­ra­ria suda­fri­ca­na. La sto­ria nar­ra­ta si radi­ca e si ani­ma nel­la topo­gra­fia del quar­tie­re più inte­res­san­te e più in cri­si di Johan­ne­sburg, Hill­brow; un tem­po zona di soli bian­chi, oggi luo­go ibri­do, meta degli immi­gra­ti dal resto dell’Africa, sovrap­po­po­la­to, labi­rin­ti­co, degra­da­to, bru­li­can­te di vita ma anche segna­to dal­la mor­te e dal­la vio­len­za. La rap­pre­sen­ta­zio­ne di Hill­brow è for­se il pun­to di for­za di que­sto roman­zo, e nel reti­co­la­to fit­to del­le stra­de di que­sto quar­tie­re respin­gen­te per mol­ti e acco­glien­te per altri ven­go­no trac­cia­ti i vizi e le vir­tù del­la cit­tà post­co­lo­nia­le attra­ver­so una cam­pio­na­tu­ra di per­so­nag­gi ete­ro­ge­nei che ricor­da le gal­le­rie di carat­te­ri dickensiane.
Come già nel bel Si può mori­re in tan­ti modi! di Zakes Mda (Edi­zio­ni e/o, 2008), con­na­zio­na­le di Pha­swa­ne Mpe, per il qua­le costi­tui­sce un pun­to di rife­ri­men­to dichia­ra­to, ad acco­glie­re il let­to­re di Ben­ve­nu­ti a Hill­brow c’è una sor­ta di noi-nar­ran­te (il tito­lo ori­gi­na­le del roman­zo sareb­be Ben­ve­nu­ti nel­la nostra Hill­brow), onni­scien­te sul pas­sa­to e anche sul futu­ro dei per­so­nag­gi del­la sto­ria, ai qua­li si rivol­ge fami­liar­men­te con un incon­sue­to «tu». Que­sta voce, già di per sé pecu­lia­re, rac­con­ta le vicen­de di un grup­po di gio­va­ni appro­da­ti ad Hill­brow dal­la pro­vin­cia e da altre par­ti dell’Africa da un pun­to di vista altret­tan­to curio­so: l’aldilà, un non-luo­go che con­sen­te di vede­re le vicen­de ter­re­ne con un distac­co obbli­ga­to che in real­tà ne rive­la le fata­li inter­con­nes­sio­ni. All’apertura del roman­zo, capia­mo che il pro­ta­go­ni­sta, il gio­va­ne e malin­co­ni­co Refen­tse, è già mor­to; gran par­te del­la nar­ra­zio­ne, dun­que, rico­strui­sce in retro­spet­ti­va gli even­ti del­la sua vita fino al sui­ci­dio, nel­la fog­gia del­la cro­na­ca di mor­te annun­cia­ta, intrec­cian­do­li in una tra­ma di eros e tha­na­tos con le sto­rie di altri per­so­nag­gi desti­na­ti a ricon­giun­ger­si a lui in Paradiso.
Dro­ga, vio­len­za, pover­tà, omo­fo­bia, xeno­fo­bia, miso­gi­nia, super­sti­zio­ne, dila­ga­re irre­fre­na­bi­le di Hiv/Aids, con­tra­sto tra la «tra­di­zio­ne» dei vil­lag­gi e i nuo­vi sti­li di vita del­la metro­po­li costi­tui­sco­no il tes­su­to quo­ti­dia­no che pro­vo­ca il costan­te e ine­lut­ta­bi­le spae­sa­men­to di cui sono atto­ri e vit­ti­me le gio­va­ni gene­ra­zio­ni rap­pre­sen­ta­te in que­sto romanzo.
Ben­ve­nu­ti a Hill­brow ha alcu­ni limi­ti, soprat­tut­to nel­la par­te fina­le e nell’invenzione di un para­di­so che si con­no­ta come il solo luo­go in cui sia con­sen­ti­to riflet­te­re e con­fron­tar­si (trop­po tar­di, quin­di, sem­bra voler dire Mpe); ciò nono­stan­te il roman­zo in Suda­fri­ca è già un «clas­si­co». In modo postu­mo, come i suoi per­so­nag­gi, anche Mpe ha aper­to infat­ti la stra­da a un approc­cio rifles­si­vo e cri­ti­co, si spe­ra non intem­pe­sti­vo, ver­so il pro­ces­so di rico­stru­zio­ne del­la nazio­ne, che a qua­si vent’anni dal­la fine del regi­me appa­re sem­pre più tara­to sull’arricchimento di pochi sul­la pel­le di mol­ti. Le paro­le di que­sto scrit­to­re han­no l’effetto di una doc­cia fred­da sul calo­ro­so, legit­ti­mo ma anche acce­can­te entu­sia­smo del dopo-apar­theid. In par­ti­co­la­re, l’attenzione rivol­ta alla discri­mi­na­zio­ne e al disprez­zo che mol­ti suda­fri­ca­ni disa­gia­ti, spes­so neri, rivol­go­no ai migran­ti del resto dell’Africa, mol­to illu­mi­na su dina­mi­che note anche alle nostre latitudini.
Quest’opera di Mpe esce nel­la col­la­na «Comu­ni­tà alter­na­ti­ve» del­la casa edi­tri­ce il Siren­te. Se lode­vo­le è l’iniziativa di spo­sta­re il cen­tro del mon­do dan­do giu­sta­men­te rilie­vo alle let­te­ra­tu­re dei pae­si extra-euro­pei, pro­get­to illu­stra­to dal cura­to­re Bep­pi Chiup­pa­ni in una nota d’apertura, dove­ro­so è però segna­la­re la scar­sa qua­li­tà del­la tra­du­zio­ne, che risen­te di nume­ro­si cal­chi dall’inglese ai limi­ti di quan­to l’italiano sia in gra­do di tol­le­ra­re (so-and-so quan­do è sog­get­to è «tal dei tali», non «così e così») e che in gene­ra­le pro­du­ce una serie di espres­sio­ni rug­gi­no­se che non fan­no ono­re al lin­guag­gio fre­sco dell’originale. Espres­sio­ni come «ses­sual­men­te rila­scia­te» (sexual­ly loo­se), «il segre­to affa­re» (the secret affai­re), «giu­sto» (just) anche quan­do il ter­mi­ne signi­fi­ca «pro­prio», «qual è l’uso?» anzi­ché «a che ser­ve?» (what is the use?), per non par­la­re del­la costan­te tra­du­zio­ne di Afri­can lan­gua­ges come «lin­guag­gi afri­ca­ni», quan­do si trat­ta chia­ra­men­te di «lin­gue», rive­la­no una man­can­za di accor­tez­za e di cura che se non è pro­pria del tra­dut­to­re dovreb­be alme­no esse­re respon­sa­bi­li­tà dell’editore.
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