Bambini e topi (Matteo Maculotti, 12 giugno 2018)6′ di lettura

GOLEM XIV di Stanisław Lem

Bam­bi­ni e topi (Mat­teo Macu­lot­ti, 12 giu­gno 2018)

La fantascienza apocrifa di Stanisław Lem (Appendice)

Un paio di set­ti­ma­ne fa è appar­so su Dop­pio­ze­ro un mio arti­co­lo dedi­ca­to al filo­ne “apo­cri­fo” e spe­ri­men­ta­le del­la nar­ra­ti­va di Sta­ni­sław Lem – scrit­to­re polac­co noto soprat­tut­to per il roman­zo di fan­ta­scien­za Sola­ris (1961) –, a par­ti­re da un’opera pub­bli­ca­ta da poco in Ita­lia e inte­ra­men­te incen­tra­ta sul tema dell’intelligenza arti­fi­cia­le, GOLEM XIV (il Siren­te, 2017). In un’ulteriore rifles­sio­ne che non ha tro­va­to spa­zio nell’articolo defi­ni­ti­vo, ma che qui pro­pon­go come una sor­ta di appen­di­ce, ho cer­ca­to di amplia­re il discor­so da un pun­to di vista nar­ra­to­lo­gi­co con esem­pi trat­ti sia da GOLEM XIV che da un altro apo­cri­fo di Lem, ovve­ro il testo Non ser­viam con­te­nu­to nel­la rac­col­ta di recen­sio­ni imma­gi­na­rie Vuo­to asso­lu­to (Voland, 2010). Pri­ma di leg­ge­re que­sta appen­di­ce, per chi non aves­se anco­ra let­to l’articolo ori­gi­na­le, riman­do alla rela­ti­va pagi­na su Dop­pio­ze­ro.


Gli apo­cri­fi di Sta­ni­sław Lem

Appen­di­ce

Michail Bach­tin defi­nì il roman­zo come un gene­re poli­fo­ni­co, nel qua­le pos­so­no inte­ra­gi­re una mol­ti­tu­di­ne di voci e pun­ti di vista appar­te­nen­ti a diver­si per­so­nag­gi, pren­den­do a model­lo l’opera di Dostoe­v­skij. Lem, la cui posi­zio­ne somi­glia a quel­la che attri­bui­sce a GOLEM XIV quan­do osser­va che rispet­to alle anti­no­mie roman­ze­sche “può esse­re inte­res­sa­to alle strut­tu­re, ma non al pit­to­re­sco tor­men­to che tan­to affa­sci­na i gran­di scrit­to­ri”, fa dire al pro­to­ti­po che è pos­si­bi­le ridur­re l’intera ope­ra dell’autore dei Fra­tel­li Kara­ma­zov “a due anel­li di alge­bra di strut­tu­re in con­flit­to”. Di tut­te le ope­re di Lem, GOLEM XIV è il solo apo­cri­fo bre­ve che ha potu­to svi­lup­par­si fino a diven­ta­re il libro auto­no­mo di cui ini­zial­men­te era la sola pre­fa­zio­ne, ed è per que­sto moti­vo un apo­cri­fo all’ennesima poten­za che esi­bi­sce in for­ma cri­stal­li­na due pecu­lia­ri­tà con­giun­te del­la scrit­tu­ra spe­ri­men­ta­le dell’autore: da un lato, il defi­ni­ti­vo supe­ra­men­to di qual­sia­si for­ma di nar­ra­zio­ne diret­ta; dall’altro, l’elaborazione di un nuo­vo gene­re di poli­fo­nia al net­to dell’intreccio roman­ze­sco.
È evi­den­te che tale poli­fo­nia ha la sua sede pri­vi­le­gia­ta nel para­te­sto, o in ciò che Genet­te chia­ma la soglia del testo; in GOLEM XIV si con­ta­no così una pre­fa­zio­ne, un’introduzione, una serie di istru­zio­ni “per le per­so­ne che par­te­ci­pa­no per la pri­ma vol­ta alle con­ver­sa­zio­ni con il GOLEM” e una post­fa­zio­ne, ma una natu­ra limi­na­le è pro­pria anche del­le due con­fe­ren­ze cen­tra­li, che sono rispet­ti­va­men­te la pri­ma e l’ultima con­ces­se all’uomo dall’intelligenza arti­fi­cia­le. L’effetto poli­fo­ni­co è otte­nu­to dap­pri­ma attra­ver­so la pre­sen­ta­zio­ne di testi appar­te­nen­ti a per­so­ne diver­se e che vei­co­la­no opi­nio­ni diver­se, come nel caso di GOLEM XIV le due pre­fa­zio­ni che dan­no con­to del­le diver­gen­ze tra MIT e Pen­ta­go­no, o nel caso del­le recen­sio­ni l’opposizione tra un volu­me di cui si par­la e la sua cri­ti­ca, e in secon­do luo­go per il fat­to che tali testi non si limi­ta­no a pre­sen­ta­re le opi­nio­ni dell’autore, ma rica­pi­to­la­no a loro vol­ta nume­ro­si altri dibat­ti­ti, secon­do un pro­ce­di­men­to che ricor­da quel­lo del­le sca­to­le cine­si. Si potreb­be obiet­ta­re che la poli­fo­nia otte­nu­ta in que­sto modo riguar­da docu­men­ti e opi­nio­ni astrat­te cui è estra­neo il mini­mo impul­so vita­le, oltre a esse­re pro­dot­ta in assen­za di per­so­nag­gi di spes­so­re o al più in pre­sen­za di figu­re degne del­la Fla­tland di Edwin A. Abbott. Del resto, se il model­lo a cui tale pro­ce­di­men­to si rifà anche in for­ma espli­ci­ta­men­te paro­di­ca è senz’altro il dibat­ti­to scien­ti­fi­co con la sua par­cel­liz­za­zio­ne dei sape­ri e il suo ecces­si­vo gra­do di spe­cia­liz­za­zio­ne, i mes­sag­gi e gli inter­ro­ga­ti­vi più o meno impli­ci­ti che è sem­pre pos­si­bi­le rin­trac­cia­re al di là di tut­te le opi­nio­ni sono di por­ta­ta ben più ampia, per non dire uni­ver­sa­le.
Un pas­so del­la secon­da intro­du­zio­ne con­te­nu­ta in GOLEM XIV, ano­ni­ma nell’edizione ita­lia­na ma accre­di­ta­ta in altre edi­zio­ni a Tho­mas B. Ful­ler II, gene­ra­le dell’esercito sta­tu­ni­ten­se, esem­pli­fi­ca mol­to bene la tec­ni­ca ado­pe­ra­ta da Lem: al rife­ri­men­to spe­cia­li­sti­co e qua­si buro­cra­ti­co, dato dall’opinione altrui cita­ta indi­can­do addi­rit­tu­ra il nume­ro del­la riga in cui si tro­va, segue una cita­zio­ne che pro­iet­ta la vicen­da su un oriz­zon­te miti­co, por­tan­do a sua vol­ta il let­to­re a inter­ro­gar­si sul rap­por­to tra GOLEM e l’umanità da un nuo­vo pun­to di vista.

Cari let­to­ri, vi ho pre­ven­ti­va­men­te avver­ti­to che dif­fa­me­rò il GOLEM. Non ho altra scel­ta, dal momen­to che lui ha infa­ma­to i suoi “geni­to­ri”, poi­ché non ha infor­ma­to nes­su­no cir­ca il suo pas­sag­gio da ogget­to a sog­get­to […]. Non si trat­ta di accu­se o di insi­nua­zio­ni, poi­ché nel cor­so dei lavo­ri del­la Com­mis­sio­ne Spe­cia­le del Con­gres­so e del Sena­to, il GOLEM ave­va dichia­ra­to che (cito let­te­ral­men­te dai ver­ba­li del­le sedu­te del­la Com­mis­sio­ne che si tro­va­no nel­la Biblio­te­ca del Con­gres­so, tomo CCLIX, fasci­co­lo 719, volu­me 11, pagi­na 926, riga 20 dall’alto): “seguen­do la tra­di­zio­ne non ho infor­ma­to nes­su­no, per­ché anche Deda­lo non infor­mò Minos­se riguar­do ad alcu­ne pro­prie­tà del­la piu­ma e del­la cera”.

Un ulti­mo esem­pio può esse­re trat­to da Non ser­viam, recen­sio­ne con­te­nu­ta in Vuo­to asso­lu­to (e poi ripro­po­sta nell’antologia L’io del­la men­te cura­ta da Dou­glas R. Hof­stad­ter e Daniel C. Den­nett) che è pro­ba­bil­men­te il capo­la­vo­ro apo­cri­fo di Lem. L’espediente del­la cri­ti­ca fit­ti­zia è qui impie­ga­to per discu­te­re la pra­ti­ca del­la per­so­ne­ti­ca, disci­pli­na che riguar­da la pro­du­zio­ne arti­fi­cia­le di esse­ri intel­li­gen­ti e di uni­ver­si mate­ma­ti­ci mul­ti­di­men­sio­na­li gene­ra­ti all’interno di un com­pu­ter. Riper­cor­ren­do le ori­gi­ni e i più recen­ti svi­lup­pi del­la disci­pli­na, “defi­ni­ta dal filo­so­fo fin­lan­de­se Eino Kaik­ki come la più cru­de­le tra le scien­ze idea­te dall’uomo”, la recen­sio­ne met­te pro­gres­si­va­men­te in cam­po que­stio­ni come la pos­si­bi­li­tà di imma­gi­na­re dimen­sio­ni ulte­rio­ri rispet­to alle tre che l’uomo può spe­ri­men­ta­re, la natu­ra del­la coscien­za, il sen­so dell’evoluzione di una cul­tu­ra nel tem­po e il rap­por­to tra un’intelligenza arti­fi­cia­le e il suo crea­to­re. Se da un lato emer­ge una chia­ra equi­va­len­za tra lo scien­zia­to e Dio, dall’altra sono gli stes­si abi­tan­ti arti­fi­cia­li degli uni­ver­si mate­ma­ti­ci, i cosid­det­ti per­so­noi­di, a evo­ca­re la con­di­zio­ne dell’uomo che si inter­ro­ga sul sen­so del­la vita e sull’esistenza di una sfe­ra divi­na. La ver­ti­gi­ne intel­let­tua­le che ne risul­ta, ovve­ro l’idea di una plu­ra­li­tà infi­ni­ta di mon­di che a loro vol­ta ne con­ten­go­no altri in minia­tu­ra, è ana­lo­ga a quel­la che diver­si decen­ni più tar­di avreb­be­ro dato cer­ti epi­so­di di Rick and Mor­ty e Black Mir­ror, ma è ampli­fi­ca­ta sul­la pagi­na dal­la cor­ri­spon­den­za tra il con­te­nu­to e il pro­ce­di­men­to for­ma­le “a sca­to­le cine­si”.
Per poter descri­ve­re l’impensabile, si sareb­be ten­ta­ti di dire, lo scrit­to­re non pote­va che ser­vir­si di una for­ma quan­to più estre­ma pos­si­bi­le rispet­to alle con­ven­zio­ni let­te­ra­rie, e il fat­to che ciò non gli abbia impe­di­to di recu­pe­ra­re un effet­to roman­ze­sco come quel­lo poli­fo­ni­co, o per meglio dire inven­tar­ne ex novo un’inedita for­ma al di fuo­ri del domi­nio del roman­zo, testi­mo­nia del­la gran­dez­za rara e per mol­ti ver­si uni­ca di Lem. Ora il XXI seco­lo cui appar­te­ne­va­no nel­la fin­zio­ne i suoi apo­cri­fi è arri­va­to, ma a ripro­va del­la loro effi­ca­cia il let­to­re odier­no può anco­ra salu­ta­re tali scrit­ti come inso­li­ti lavo­ri di spe­ri­men­ta­zio­ne. Men­tre si ini­zia­no a con­ta­re le pro­fe­zie con­te­nu­te nel­le sue ope­re, allo­ra, il tri­bu­to più sin­ce­ro non dovreb­be tan­to defi­ni­re Lem un veg­gen­te, quan­to uno scrit­to­re del futu­ro del qua­le anco­ra non si cono­sco­no ere­di.
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