Il camion per Berlino6′ di lettura

| Mini­ma & Mora­lia | Lune­dì, 27 feb­bra­io 2012 |  |

Que­sto è l’incipit di un rac­con­to di Has­san Bla­sim, auto­re ira­che­no con­tem­po­ra­neo, tra­dot­to da Bar­ba­ra Tere­si per il libro «Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà» (edi­zio­ni Il Siren­te). Has­san Bla­sim, nato a Bagh­dad nel 1973, è poe­ta, regi­sta, blog­ger e auto­re di rac­con­ti bre­vi. Nel 2004, in segui­to a pro­ble­mi sca­tu­ri­ti dal­la rea­liz­za­zio­ne del film «Woun­ded Came­ra», ha dovu­to lascia­re l’Iraq e si è rifu­gia­to in Fin­lan­dia, dove vive tut­to­ra.

Trat­to da: Has­san Bla­sim, «Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà», Il Siren­te, Roma 2012

Que­sta sto­ria si è svol­ta al buio. Se potes­si scri­ver­la anco­ra una vol­ta, ripor­te­rei sol­tan­to le gri­da di ter­ro­re e gli altri oscu­ri suo­ni che accom­pa­gna­ro­no la car­ne­fi­ci­na. In effet­ti gran par­te del­la sto­ria andreb­be bene per un pro­gram­ma radio­fo­ni­co spe­ri­men­ta­le.
Di cer­to la mag­gior par­te dei let­to­ri la leg­ge­rà come una mera inven­zio­ne di un auto­re di rac­con­ti, o for­se come una mode­sta meta­fo­ra dell’orrore. Ma io tro­vo che non ci sia biso­gno di giu­ra­re per indur­vi a cre­de­re nel­la stra­nez­za di que­sto mon­do.
Ciò di cui ho biso­gno è scri­ve­re que­sta sto­ria, mac­chia di mer­da su una cami­cia da not­te. O for­se una mac­chia a for­ma di fio­re sel­va­ti­co.

Nell’estate del 2000 lavo­ra­vo in un bar nel cen­tro di Istan­bul. Il mio ingle­se sten­ta­to mi era d’aiuto nel lavo­ro, dal momen­to che i clien­ti del bar era­no turi­sti, per lo più tede­schi che par­la­va­no anche loro un ingle­se buf­fo. Io ero, allo­ra, in fuga dall’inferno degli anni dell’embargo. Non per pau­ra del­la fame, né del dit­ta­to­re. Ero, piut­to­sto, in fuga da me stes­so. E da altri mostri. In que­gli anni spie­ta­ti, la pau­ra dell’ignoto era aumen­ta­ta a dismi­su­ra, estir­pan­do dagli esse­ri uma­ni il sen­so di appar­te­nen­za alla real­tà con­sue­ta, e ripor­tan­do in super­fi­cie una bestia­li­tà che fino ad allo­ra era rima­sta sepol­ta sot­to i sem­pli­ci biso­gni quo­ti­dia­ni degli uomi­ni. In que­gli anni una cru­del­tà abiet­ta e ani­ma­le­sca, gene­ra­ta dal­la pau­ra di mori­re di fame, ave­va pre­so il soprav­ven­to. Io sen­ti­vo che sta­vo cor­ren­do il rischio di tra­sfor­mar­mi in un topo.

Gra­zie a quel lavo­ro, ave­vo mes­so da par­te dei sol­di e li ave­vo usa­ti per paga­re i traf­fi­can­ti che dall’Oriente por­ta­no bestia­me uma­no nei cam­pi dell’Occidente. Per esse­re con­trab­ban­da­ti c’erano vari modi, che dif­fe­ri­va­no nel prez­zo: si pote­va viag­gia­re in aereo con un pas­sa­por­to fal­so, cosa che però costa­va tan­tis­si­mo, o cam­mi­na­re insie­me al con­trab­ban­die­re attra­ver­so fore­ste e fiu­mi di con­fi­ne, e que­sto era il modo più eco­no­mi­co; c’era la via del mare, e quel­la dei camion. Io ave­vo pen­sa­to a quest’ultima, mal­gra­do mi pre­oc­cu­pas­se la sto­ria di quell’apparecchio che la poli­zia usa per misu­ra­re l’anidride car­bo­ni­ca den­tro i camion e indi­vi­dua­re così il respi­ro di chi si nascon­de all’interno. Ma non fu quell’apparecchio a far­mi desi­ste­re dall’idea del viag­gio in camion, ben­sì la sto­ria di Alì l’afghano e del mas­sa­cro sul camion per Ber­li­no.
L’afghano era un poz­zo magi­co di sto­rie di con­trab­ban­di. Da die­ci anni vive­va a Istan­bul da clan­de­sti­no, e per vive­re pro­du­ce­va e ven­de­va dro­ga, per poi sper­pe­ra­re tut­ti i suoi rispar­mi in pro­sti­tu­te rus­se e maz­zet­te alla poli­zia.
Qual­cu­no si è pre­so gio­co di me per­ché ho cre­du­to alla sto­ria del camion per Ber­li­no. Ma io di fat­to ho più d’un moti­vo per cre­de­re a que­sto gene­re di sto­rie. Il mon­do è, secon­do me, estre­ma­men­te fra­gi­le, spa­ven­to­so e disu­ma­no, e gli basta una lie­ve scrol­la­ta per far fuo­riu­sci­re le sue atro­ci­tà e i suoi cani­ni pri­mi­ti­vi.
Senz’altro voi cono­sce­te già mol­te simi­li tra­gi­che sto­rie riguar­do all’emigrazione e ai suoi orro­ri, gra­zie ai mass media che pun­ta­no i riflet­to­ri soprat­tut­to sugli anne­ga­men­ti dei migran­ti. Tro­vo che agli occhi del pub­bli­co que­sti anne­ga­men­ti di mas­sa appa­ia­no come un’avvincente sce­na da film, una sor­ta di nuo­vo Tita­nic. I media non tra­smet­to­no mai, ad esem­pio, cer­te noti­zie di com­me­dia nera, così come a voi non giun­go­no mai le noti­zie su ciò che gli eser­ci­ti del­la demo­cra­ti­ca Euro­pa fan­no quan­do di not­te, in una gigan­te­sca fore­sta, cat­tu­ra­no un grup­po di esse­ri uma­ni ter­ro­riz­za­ti e inzup­pa­ti di piog­gia, fame e fred­do. Ho visto con i miei occhi dei sol­da­ti bul­ga­ri col­pi­re un gio­va­ne pachi­sta­no con una pala fino a far­gli per­de­re cono­scen­za. Poi ci chie­se­ro, in quel fred­do da gela­re le ossa, di scen­de­re in un fiu­me semi­con­ge­la­to. Tut­to que­sto accad­de pri­ma che ci con­se­gnas­se­ro all’esercito tur­co.

Alì l’afghano sostie­ne che era­no tren­ta­cin­que gio­va­ni ira­che­ni. Gio­va­ni sogna­to­ri che ave­va­no pre­so accor­di con un traf­fi­can­te tur­co per esse­re tra­spor­ta­ti su un camion chiu­so che espor­ta­va frut­ta in sca­to­la viag­gian­do da Istan­bul a Ber­li­no. L’accordo era più o meno que­sto: cia­scu­no avreb­be paga­to quat­tro­mi­la dol­la­ri per un viag­gio di soli set­te gior­ni. Il camion avreb­be viag­gia­to di not­te, men­tre di gior­no avreb­be sosta­to in pic­co­le cit­tà di con­fi­ne. Chiun­que aves­se volu­to anda­re di cor­po, avreb­be dovu­to far­lo duran­te il gior­no, men­tre di not­te era con­sen­ti­to piscia­re sul camion den­tro bot­ti­glie di pla­sti­ca vuo­te. Era vie­ta­to por­ta­re in viag­gio tele­fo­ni cel­lu­la­ri. Tut­ti quan­ti era­no tenu­ti a resta­re in silen­zio e trat­te­ne­re il respi­ro duran­te le soste ai vali­chi di fron­tie­ra o ai sema­fo­ri e a far sì che non ci fos­se­ro ris­se, nel modo più asso­lu­to.
Ma quel che vera­men­te pre­oc­cu­pa­va il grup­po del camion per Ber­li­no era quel­la sto­ria pub­bli­ca­ta qual­che gior­no pri­ma dai gior­na­li tur­chi riguar­do a un grup­po di afgha­ni che ave­va­no paga­to som­me ingen­ti a un traf­fi­can­te ira­nia­no per esse­re tra­spor­ta­ti in Gre­cia all’interno di un camion. Il camion viag­giò per un’intera not­te, e pri­ma del­lo spun­tar del sole si fer­mò. Il traf­fi­can­te ordi­nò loro di scen­de­re in silen­zio, e dis­se che era­no giun­ti in una cit­ta­di­na gre­ca di con­fi­ne. Gli afgha­ni sce­se­ro strin­gen­do le loro vali­gie. Pro­van­do un misto di pau­ra e di gio­ia, si mise­ro a sede­re sot­to un gigan­te­sco albe­ro. Il con­trab­ban­die­re ave­va det­to che si tro­va­va­no in un boschet­to gre­co e che tut­to ciò che avreb­be­ro dovu­to fare era aspet­ta­re fino al mat­ti­no e – quan­do la poli­zia gre­ca sareb­be giun­ta sul posto – pre­sen­ta­re imme­dia­ta­men­te la richie­sta d’asilo.
Al mat­ti­no i gior­na­li pub­bli­ca­ro­no una foto­gra­fia degli afgha­ni sedu­ti in mez­zo a un par­co pub­bli­co al cen­tro di Istan­bul. Il camion era anda­to per tut­ta la not­te in giro per le stra­de del­la cit­tà, sen­za nep­pu­re usci­re dal­la peri­fe­ria. E come in tut­te le sto­rie di rag­gi­ri e di truf­fe, il con­trab­ban­die­re e il suo camion spa­ri­ro­no, men­tre gli afgha­ni furo­no sbat­tu­ti in pri­gio­ne in atte­sa del rim­pa­trio.

Il grup­po del camion per Ber­li­no, però, non ave­va davan­ti a sé altra scel­ta, se non ten­ta­re l’avventura. Aver pau­ra di quel­le sto­rie di truf­fe equi­va­le­va a una para­li­si, signi­fi­ca­va per­de­re la spe­ran­za e fare ritor­no in un Pae­se oppres­so dal­la fame e dall’ingiustizia…

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