Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSA­med | Mer­co­le­dì 5 dicem­bre 2012 | Lucia­na Borsatti |

”Gli Sta­ti Uni­ti e l’Europa, che han­no soste­nu­to Mor­si, devo­no ora man­dar­gli un mes­sag­gio chia­ro: che sono con­tra­ri ad un col­po di sta­to come quel­lo che sta com­pien­do”. Kha­led Al Kha­mis­si — scrit­to­re noto per il suo best-sel­ler ”Taxi”, tra­dot­to in più’ lin­gue — non usa mez­zi ter­mi­ni sul­le respon­sa­bi­li­tà dell’Occidente nel­la deri­va che l’Egitto ha pre­so in que­sti mesi, con gli ulti­mi col­pi di mano del pre­si­den­te Moha­med Mor­si sul pia­no isti­tu­zio­na­le ed i san­gui­no­si scon­tri di piaz­za tra suoi oppo­si­to­ri e sostenitori.

Gli Sta­ti Uni­ti in par­ti­co­la­re, sot­to­li­nea in un’intervista ad ANSA­med, han­no gran­di respon­sa­bi­li­tà nell’aver soste­nu­to il pre­si­den­te espres­so dai Fra­tel­li Musul­ma­ni. La sua ele­zio­ne e’ sta­ta il pun­to di arri­vo, osser­va, di una tran­si­zio­ne affi­da­ta all’esercito e rive­la­ta­si ”disa­stro­sa” per l’Egitto. Negli ulti­mi mesi Mor­si ha infat­ti por­ta­to avan­ti ”un coup d’etat”, denun­cia, con­tro gli altri pote­ri del­lo sta­to e le altre for­ze poli­ti­che. Insie­me ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, ”ha pre­so tut­ti i pote­ri nel­le sue mani e pro­vo­ca­to una vera e pro­pria bat­ta­glia nel­le stra­de del Pae­se. Il regi­me ha per­so ogni legit­ti­mi­tà e quel­la di que­sti gior­ni e’ una situa­zio­ne di vero e pro­prio scon­tro con il popo­lo egi­zia­no”. Uno scon­tro in cui vi sono sta­ti anche i mor­ti di sta­se­ra, ma anche gesti come quel­li di un atti­vi­sta dei Fra­tel­li Musul­ma­ni che — rife­ri­sce dal­la sua casa del Cai­ro, men­tre si pre­pa­ra a tor­na­re anche lui a mani­fe­sta­re — avreb­be addi­rit­tu­ra taglia­to un orec­chio ad un oppositore.

Eppu­re vi sono sta­te del­le aper­tu­re da par­te dell’entourage di Mor­si alle istan­ze dell’opposizione, come si pos­so­no valu­ta­re? ”Noi voglia­mo fat­ti, non paro­le — rispon­de al Kha­mis­si, che in Taxi rac­col­se gli umo­ri dell’uomo del­la stra­da del Cai­ro pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne -. Anche pri­ma Mor­si ave­va pro­mes­so che ci sareb­be sta­ta una nuo­va Costi­tu­zio­ne con­di­vi­sa da tut­ti, e cosi’ non e’ sta­to”. Eppu­re, Mor­si ha avu­to l’appoggio del voto popo­la­re alle ele­zio­ni. ”Dove­te ricon­si­de­ra­re que­sta idea del voto — rilan­cia — io non ho vota­to, e cosi’ mol­ti altri, perché non pote­va­mo accet­ta­re di dover sce­glie­re tra un can­di­da­to dei Fra­tel­li Musul­ma­ni ed un uomo come Sha­fik, del vec­chio regi­me di Muba­rak”. E chi ha vota­to per Mor­si lo ha fat­to pro­prio per­ché’ non vole­va Sha­fik, aggiun­ge, oppu­re per ave­re il ”dena­ro” che i Fra­tel­li Musul­ma­ni pote­va­no garan­ti­re loro.

Ma ora Euro­pa e Sta­ti Uni­ti non pos­so­no sta­re a guar­da­re e ”devo­no par­la­re chia­ro — con­clu­de lo scrit­to­re -. Deve ripar­ti­re il dia­lo­go con gli altri par­ti­ti poli­ti­ci per una tran­si­zio­ne paci­fi­ca e per una nuo­va Costi­tu­zio­ne di tutti”.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repub­bli­ca | Saba­to 16 giu­gno 2012 | Dona­tel­la Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sem­pre un prez­zo ma, avver­te Kha­led al Kha­mis­si, scrit­to­re e regi­sta cai­ro­ta che con il suo bestsel­ler Taxi (tra­dot­to in Ita­lia da “il Siren­te”) ha dato voce a pro­te­ste, sen­ti­men­ti, desi­de­ri del popo­lo egi­zia­no negli ulti­mi anni del regi­me di Hosni Muba­rak, «ormai è ini­zia­to un pro­ces­so irre­ver­si­bi­le, in Egit­to come negli altri Pae­si ara­bi. Pos­so­no anche veni­re i mili­ta­ri, può gover­na­re Sha­fiq, ma quel­la che è già una for­te tra­sfor­ma­zio­ne socia­le diven­te­rà, nell’ arco di due o tre anni, anche poli­ti­ca. È una rivo­lu­zio­ne sen­za par­ti­ti, pro­gram­mi, lea­der, ma è un per­cor­so di liber­tà. La stra­da è lun­ga, aspet­ta­te­ci: tra die­ci anni ci vedre­te». Kha­led al Kha­mis­si, si può par­la­re di un gol­pe in Egit­to? «La stam­pa occi­den­ta­le ado­ra i ter­mi­ni for­ti, ma io non la pen­so così. Se devo dire la veri­tà, non me ne impor­ta nul­la di quel­lo che acca­de sul­la cima del­la pira­mi­de, per­ché io guar­do alla base del­la pira­mi­de. Non inte­res­sa a me e non inte­res­sa alla gen­te. Che tor­ni Sha­fiq, che i mili­ta­ri pren­da­no il pote­re… sarà solo un pro­ble­ma di ver­ti­ce. I cam­bia­men­ti socia­li ormai sono irre­ver­si­bi­li». Ritor­no dei vec­chi gover­nan­ti, vit­to­ria dell’ Islam radi­ca­le un po’ dap­per­tut­to: la pri­ma­ve­ra ara­baè fini­ta? «Lo ripe­to dal gen­na­io del 2011: non c’ è nes­su­na pri­ma­ve­ra ara­ba, ma un cam­bia­men­to socia­le che con­ti­nua e por­te­rà a una vera tra­sfor­ma­zio­ne di tut­ti i nostri Pae­si entro una deci­na d’ anni. La gen­te sa che ci vuo­le tem­po, ma ha fidu­cia nel lun­go perio­do. Non teme né Sha­fiq, né i Fra­tel­li musul­ma­ni per­ché cre­de nel­la liber­tà, che gli isla­mi­sti inve­ce com­bat­to­no. Sha­fiq vuo­le veni­re? Bene, che ven­ga. Non cam­bie­rà quan­to sta acca­den­do alla base del­la socie­tà». Da quan­to lei dice sem­bra che i mili­ta­ri sia­no qua­si dei garan­ti del­la tra­sfor­ma­zio­ne: non teme inve­ce una guer­ra civi­le come ci fu in Alge­ria? «No, è pas­sa­to mol­to tem­po, la sto­ria è diver­sa, c’ è Inter­net, c’ è la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e il corag­gio di far­lo. Inol­tre, non c’ è un nuo­vo pote­re isla­mi­co, i movi­men­ti radi­ca­li, negli anni, sono sta­ti soste­nu­ti e finan­zia­ti sia da Sadat che, soprat­tut­to, da Muba­rak. E, per quan­to riguar­da il Con­si­glio supre­mo del­le For­ze arma­te, non vedo la pos­si­bi­li­tà di una sfi­da tra il ritor­no al pote­re dell’ Ancien régi­me e un nuo­vo pote­re isla­mi­co. Ci sono inte­res­si poli­ti­ci e finan­zia­ri da difen­de­re, ser­ve una sta­bi­li­tà». Pen­sa a un ruo­lo degli intel­let­tua­li in que­sto per­cor­so di cre­sci­ta demo­cra­ti­ca? «No, gli intel­let­tua­li non han­no un peso suf­fi­cien­te. È la clas­se media, e soprat­tut­to sono i gio­va­ni, per­ché il 60 per cen­to degli egi­zia­ni ha meno di 25 anni, che non inten­do­no accet­ta­re né la for­ma­li­tà del siste­ma di Muba­rak né di quel­lo dei Fra­tel­li musul­ma­ni. Si andrà pro­gres­si­va­men­te ver­so una con­cre­tiz­za­zio­ne poli­ti­ca di quan­to si sta già facen­do sot­to il pro­fi­lo socia­le». Lei, quin­di, che futu­ro vede per il suo Pae­se? «Io sono otti­mi­sta. Il cam­bia­men­to e la liber­tà saran­no al pote­re tra una deci­na d’ anni. Aspettateci».

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Riva Sud

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 28 ago­sto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vico­li, con­do­mi­ni. E il deser­to. Sono i luo­ghi del Magh­reb, quel­li che han­no tenu­to cal­de, sot­to la cene­re, le rivol­te esplo­se quest’anno. Descrit­ti da auto­ri egi­zia­ni ed alge­ri­ni, diven­te­ran­no tea­tro in uno spa­zio che si apre al pub­bli­co per la pri­ma vol­ta: il cor­ti­le del­la comu­ni­tà mino­ri­le di via del Pra­tel­lo. In quel luo­go, dove i ragaz­zi han­no crea­to un giar­di­no «segre­to» di pian­te offi­ci­na­li, ver­rà ospi­ta­to da doma­ni «Riva Sud Medi­ter­ra­neo», ras­se­gna di tea­tro, voci e musi­che che, oltre alla com­pa­gnia del Pra­tel­lo diret­ta da Pao­lo Bili, vedrà pro­ta­go­ni­ste anche altre real­tà cit­ta­di­ne. Si trat­ta di Tra un atto e l’altro, Tea­tri­no Clan­de­sti­no, Lala­ge Tea­tro e Medin­sud, che cure­rà l’accompagnamento musi­ca­le: insie­me ad atto­ri pro­fon­da­men­te diver­si ma tut­ti radi­ca­tia Bolo­gna, come Ange­la Mal­fi­ta­no, Fran­ce­sca Maz­za, Fio­ren­za Men­ni, Lucia­no Man­za­li­ni e Mau­ri­zio Car­dil­lo, met­te­ran­no in sce­na sei spet­ta­co­li per rac­con­ta­re le pri­ma­ve­re ara­be dei mesi scor­si. Ogni sera­ta, inol­tre, sarà intro­dot­ta da un inter­ven­to sul­la situa­zio­ne geo-poli­ti­ca in cor­so, con gli sto­ri­ci Gian­ni Sofri e Luca Ales­san­dri­ni, e lo scrit­to­re alge­ri­no resi­den­te a Raven­na Tahar Lamri.

«Il risul­ta­to pro­dot­to da atti­vi­tà come que­ste — spie­ga Giu­sep­pe Cen­to­ma­ni, diri­gen­te del Cen­tro di giu­sti­zia mino­ri­le dell’Emilia Roma­gna — vale il prez­zo da paga­re, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, mol­ti ragaz­zi del car­ce­re e del­la comu­ni­tà sono di ori­gi­ne magre­bi­na: è impor­tan­te con­di­vi­de­re rifles­sio­ni sul loro mon­do». Il rife­ri­men­to è a qual­che mese fa, quan­do un dete­nu­to del car­ce­re del­la Doz­za è eva­so duran­te le pro­ve di uno spet­ta­co­lo teatrale.

«I mino­ri che seguia­mo rispon­do­no bene alle mani­fe­sta­zio­ni ester­ne — osser­va Loren­zo Roc­ca­ro, diret­to­re del­la Comu­ni­tà Pub­bli­ca di via del Pra­tel­lo 38, da cui pas­sa­no alme­no 130 ragaz­zi all’anno — Ora apri­ran­no le por­te del­la loro casa al pub­bli­co: li aiu­te­rà a per­ce­pi­re la comu­ni­tà come una vera resi­den­za in cui acco­glie­re ospi­ti». Riva Sud Medi­ter­ra­neo, soste­nu­ta da Lega­coop e Uni­pol e dai con­tri­bu­ti degli osti del­la stra­da, par­ti­rà doma­ni con «Voci dai taxi del Cai­ro. Oggi». Uno spet­ta­co­lo inter­pre­ta­to dai ragaz­zi del­la com­pa­gnia del Pra­tel­lo, trat­to dal roman­zo dell’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si, che mixa mono­lo­ghi e dia­lo­ghi dei tas­si­sti del Cairo.

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Khaled Al Khamissi, Taxi

Grup­po di let­tu­ra | Mer­co­le­dì 8 giu­gno 2011 |  |

In  tem­pi di “Pri­ma­ve­ra ara­ba” per­ché non leg­ge­re qual­co­sa che ci aiu­ti a sen­ti­re più da vici­no i pro­ble­mi che da mesi spin­go­no mol­tis­si­mi nor­da­fri­ca­ni dell’area medi­ter­ra­nea e  abi­tan­ti del Medio e vici­no Orien­te  a scen­de­re in piaz­za e a lot­ta­re per con­qui­sta­re il dirit­to alla liber­tà, nel­la spe­ran­za di vive­re in pae­si di rea­le democrazia?
È sta­to bel­lo vede­re tan­ti gio­va­ni e tra loro tan­te don­ne mani­fe­sta­re in mar­ce e cor­tei, riem­pi­re piaz­za Tahir, incu­ran­ti degli atti di repres­sio­ne di quei gover­ni che voglio­no can­cel­la­re. E in Tuni­sia e in Egit­to si è già arri­va­ti ad un cam­bia­men­to, in altri si lot­ta anco­ra con esi­ti incerti.
Tahar Ben Jel­loun ha già pub­bli­ca­to pres­so Bom­pia­ni La rivo­lu­zio­ne dei gel­so­mi­ni, in cui con luci­di­tà e sem­pli­ci­tà spie­ga che cosa è acca­du­to, cosa sta acca­den­do e cosa acca­drà. “Cado­no dei muri di Berlino”-dice l’autore- e nien­te dopo que­sti fat­ti sarà più come pri­ma nel mon­do ara­bo. Que­sti pae­si stan­no sco­pren­do, han­no sco­per­to e riven­di­che­ran­no d’ora in poi, il valo­re e l’autonomia dell’individuo in quan­to cittadino”.
Ma non voglio par­la­re  di que­sto libro che non ho anco­ra let­to, ma piut­to­sto di un libro di Kha­led Al Kha­mis­si, inti­to­la­to Taxi “e che ha come sot­to­ti­to­lo “Le stra­de del Cai­ro si raccontano”.
E’ stato pub­bli­ca­to nel 2008 dal­la casa edi­tri­ce abruz­ze­se, il Siren­te, che  ha così inau­gu­ra­to  la col­la­na Altria­ra­bi, con l’intento di  favo­ri­re, al di là dei soli­ti pregiudizi, ”una cono­scen­za diret­ta tra i popo­li sen­za fil­tri, nean­che linguistici”.
La let­tu­ra di que­sto libro, che non si può defi­ni­re roman­zo,  né inchie­sta gior­na­li­sti­ca, ci aiu­ta a capi­re qua­li sono le ragio­ni che han­no por­ta­to alla  recen­te rivol­ta in Egitto.
Ori­gi­na­le è l’idea di far cono­sce­re una cit­tà come il Cai­ro attra­ver­so l’abitacolo di un taxi, anzi dei tan­ti taxi pre­sen­ti. Pare sia­no 220.000 i tas­si­sti abu­si­vi e 80.000 rego­la­ri: è vero che il Cai­ro è la cit­tà più popo­lo­sa dell’Egitto con cir­ca 8 milio­ni di abi­tan­ti e oltre 15 milio­ni dell’area metro­po­li­ta­na e del gover­na­to­ra­to omo­ni­mo È vero che è anche la più gran­de cit­tà dell’intera Afri­ca e del Vici­no Orien­te e la dodi­ce­si­ma metro­po­li in ordi­ne di popo­la­zio­ne al mon­do, ma i tas­si­sti sono comun­que tanti.
Tan­ti e mol­to diver­si tra loro: anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti o laureati,sognatori e fal­li­ti, a vol­te costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te con scar­sa remu­ne­ra­zio­ne, one­sti e inge­nui, ma anche capa­ci di truf­fa­re il clien­te, a vol­te dispe­ra­ti, qual­cu­no  idio­ta. Ed ecco­li muo­ver­si nel cao­ti­co traf­fi­co del­la capi­ta­le nel cal­do, tra la fol­la e il sot­to­fon­do assor­dan­te dei clac­son nei loro taxi , mac­chi­ne nere a stri­sce bian­che, spes­so car­cas­se  da rot­ta­ma­re, e chiac­chie­ra­re con il clien­te che è a bordo.
Da que­ste con­ver­sa­zio­ni in 220 pagi­ne  ven­go­no fuo­ri 58 bre­vi rac­con­ti, che fini­sco­no per esse­re un vero docu­men­to di vita quo­ti­dia­na , denun­cia inge­nua, ma anche iro­ni­ca e cau­sti­ca del males­se­re socia­le di un popo­lo impo­ve­ri­to e  disilluso.
In eser­go Al Kamis­si, egi­zia­no lau­rea­to in scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na, scri­ve: “rega­lo que­sto libro alla vita che abi­ta nel­le paro­le del­le per­so­ne sem­pli­ci. Nel­la spe­ran­za che ingoi il vuo­to che da anni dimo­ra den­tro di noi”.
In ogni capi­to­lo il pro­ta­go­ni­sta è quel tas­si­sta di cui cono­scia­mo par­ti­co­la­ri del­la sua vita per­so­na­le, ma anche, ai limi­ti del­la cen­su­ra,  il suo pen­sie­ro riguar­do alla poli­ti­ca, alla reli­gio­ne, alla società.

Il taxi divie­ne, dun­que,  il luo­go del con­fron­to in cui si rispec­chia la coscien­za col­let­ti­va e i tas­si­sti, come si dice nel­la coper­ti­na  del libro , “sono ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poe­sia che è l’Egitto  dei nostri gior­ni”, quel­lo che ha riem­pi­to le piaz­ze  in que­sto ini­zio del 2011 e che ha por­ta­to alla cadu­ta di Muba­rak, che dete­ne­va il pote­re da 30 anni.
Il qua­dro è quel­lo di un Egit­to sull’orlo del­la ban­ca­rot­ta, in cui la cor­ru­zio­ne è gene­ra­liz­za­ta, in cri­si mora­le dif­fu­sa, in cui ogni gior­no si lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel­la indif­fe­ren­za del­le isti­tu­zio­ni. Rac­col­go qual­che fra­se qua e là dai 58 rac­con­ti, che per la diver­si­tà dei pun­ti di vista raf­fi­gu­ra­no per­fet­ta­men­te il mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo, come sot­to­li­nea lo stes­so Al Kha­mis­si nell’introduzione.
Tan­ti i discor­si seri dei tas­si­sti, che a vol­te rac­con­ta­no anche bar­zel­let­te diver­ten­ti, ma amare.
“La cor­ru­zio­ne è al mas­si­mo” […]  ”la giun­gla è il para­di­so rispet­to a noi”… qual è la solu­zio­ne per soprav­vi­ve­re?  o vai a ruba­re o comin­ci a doman­da­re maz­zet­te o lavo­ri tut­to il gior­no… la mal­nu­tri­zio­ne è così dif­fu­sa che il 10% dei bam­bi­ni egi­zia­ni del Said sof­fro­no di ritar­do mentale.”.
Secon­do i dati del­la Ban­ca Mon­dia­le il 58 % degli egi­zia­ni vive  infat­ti con due dol­la­ri al gior­no sot­to la linea del­la pover­tà, men­tre il 5% dei 75 milio­ni  di egi­zia­ni sono ric­chis­si­mi e indif­fe­ren­ti alle con­di­zio­ni gene­ra­li del­la popolazione.
“Chi non è diven­ta­to pez­zen­te con Muba­rak non lo diven­te­rà mai” dice uno di loro.
“Il discor­so del­la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca è una bar­zel­let­ta di quel­le tri­sti, ma tri­sti davvero”…
“Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fuzio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti… alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha il  mono­po­lio, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to di emer­gen­za. E ci han­no fat­to diven­ta­re un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musulmani?”
“E poi que­sti ame­ri­ca­ni non si capi­sco­no pro­prio: aiu­ta­no Muba­rak, aiu­ta­no i Fra­tel­li Musul­ma­ni, aiu­ta­no i cop­ti espa­tria­ti che fan­no un casi­no da paz­zi. Poi sbor­sa­no i sol­di all’Arabia Sau­di­ta, che a sua vol­ta sbor­sa sol­di ai fon­da­men­ta­li­sti isl­mi­ci ‚che a loro vol­ta finan­zia­no gli atten­ta­ti con­tro, dicia­mo, gli americani”…
Un altro: “Il mon­do ormai… sono tut­ti pesci che si man­gia­no tra di  loro. Gros­so o pic­ci­ril­lo, tut­ti quan­ti si magna­no l’uno con l’altro”
Un altro anco­ra: “In Egit­to l’essere uma­no è come la pol­ve­re in un bic­chie­re cre­pa­to. Il bic­chie­re si può rom­pe­re in un nien­te e la pol­ve­re vola via. Impos­si­bi­le rac­co­glier­la e pure inu­ti­le: è solo un po’ di pol­ve­re. L’uomo in que­sto pae­se è così… non vale nien­te
Come ci ricor­da il tra­dut­to­re, Erne­sto Paga­no, “è il pri­mo libro scrit­to per tre quar­ti in dia­let­to, quin­di di non faci­le tra­du­ci­bi­li­tà. Per que­sto la par­la­ta col­lo­quia­le dei tas­si­sti è sta­ta tal­vol­ta colo­ra­ta da espres­sio­ni dia­let­ta­li meri­dio­na­li, per lo più napoletane.”

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Baldi |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vedere. 

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impegnando”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immorali?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumetti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mondo.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salottiere.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la società.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospite.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nulla.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla letteratura”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscienza.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Mubarak.

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L’attimo prima della rivolta

| Cospe Onlus | Vener­dì 4 feb­bra­io 2011 | Pame­la Cioni |

La liber­tà va chie­sta con for­za. Va pre­sa, non può esse­re con­ces­sa», dice Mag­di El Sha­fei, auto­re del pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, Metro. Che è sta­to un vero e pro­prio caso edi­to­ria­le, cen­su­ra­to in Egit­to subi­to dopo la pub­bli­ca­zio­ne con la pic­co­la casa edi­tri­ce di Muham­mad Shar­qa­wi (tra­dot­to in ingle­se e fran­ce­se, in Ita­lia è usci­to per i tipi de il Siren­te). Mag­di par­la fuman­do inin­ter­rot­ta­men­te e alzan­do la voce sopra il bru­sio di fon­do del cen­tra­le bar Grop­pi nel quar­tie­re cai­ro­ta di Down Town: è il 24 gen­na­io, un gior­no dall’aria tie­pi­da e pri­ma­ve­ri­le, e man­ca­no poche ore a quel­lo che sarà ricor­da­to nel­la sto­ria egi­zia­na come “il gior­no del­la Rab­bia”. I blin­da­ti e gli agen­ti del­la Poli­zia gover­na­ti­va, la fami­ge­ra­ta Sicu­rez­za nazio­na­le, già cir­con­da­no edi­fi­ci e pre­si­dia­no le piaz­ze, ma la vita scor­re — anco­ra — tran­quil­la, anzi fre­ne­ti­ca, come sem­pre, nel cosid­det­to quar­tie­re degli intel­let­tua­li e tea­tro degli scon­tri più duri tra mani­fe­stan­ti e gover­no. È a pochi pas­si dal bar infat­ti l’ormai famo­sa piaz­za Tah­rir, “Libe­ra­zio­ne”. Mag­di è un fiu­me in pie­na e par­la ecci­ta­to e ansio­so pen­san­do alla gran­de mani­fe­sta­zio­ne pre­vi­sta per il gior­no suc­ces­si­vo, gior­no di festa nazio­na­le, para­dos­sal­men­te pro­prio indet­ta per cele­bra­re un qual­che glo­rio­so even­to del­la poli­zia egi­zia­na. «Doma­ni scen­de­re­mo in piaz­za e chie­de­re­mo con­to del­le tan­te pro­mes­se che ci sono sta­te fat­te in que­sti anni e che non sono sta­te mai rea­liz­za­te. Le per­so­ne sono stan­che, esa­spe­ra­te. Lo sen­to tut­ti i gior­ni, per stra­da, sui mini­bus, sui taxi». Mag­di El Sha­fei, lau­rea in Far­ma­cia e fumet­ti­sta di pun­ta del­la nuo­va gene­ra­zio­ne egi­zia­na, è uno che degli umo­ri del­la stra­da se ne inten­de e li ha inter­pre­ta­ti e usa­ti per modu­la­re il lin­guag­gio, per rac­con­ta­re sogni, aspi­ra­zio­ni e vicis­si­tu­di­ni del pro­ta­go­ni­sta del suo pri­mo roman­zo a fumet­ti: Shi­hab, un gio­va­ne inge­gne­re infor­ma­ti­co che, rima­sto disoc­cu­pa­to, deci­de di com­pie­re una rapi­na, come ribel­lio­ne, come uni­co gesto di riscat­to dopo aver pro­va­to a rea­liz­za­re legal­men­te i pro­pri pro­get­ti e aver incon­tra­to nel suo umi­lian­te per­cor­so una tra­fi­la di cor­rot­ti e usu­rai. «Esse­re fuo­ri­leg­ge, può esse­re un atto di ribel­lio­ne, se stai lot­tan­do per la tua liber­tà, per i tuoi dirit­ti e se è la socie­tà a esse­re sba­glia­ta, cor­rot­ta». I veri cri­mi­na­li nel roman­zo infat­ti sono altri: sono gli alti fun­zio­na­ri, è il siste­ma del­la maz­zet­ta e il Male dei Mali è rap­pre­sen­ta­to da una socie­tà sta­gnan­te in cui man­ca un vero Sta­to socia­le, una socie­tà in cui il livel­lo di istru­zio­ne è bas­sis­si­mo, in cui gran par­te del­la popo­la­zio­ne tira a cam­pa­re con pochi dol­la­ri al mese viven­do di espe­dien­ti in quar­tie­ri pove­ris­si­mi, spor­chi e sovrappopolati.
In Metro vie­ne rap­pre­sen­ta­ta tut­ta que­sta fet­ta del­la socie­tà ma sono for­se Shi­hab e la gior­na­li­sta Dina, con cui, ine­vi­ta­bi­le, scat­ta la sto­ria d’amore, che rap­pre­sen­ta­no più da vici­no quei ragaz­zi che dal 25 gen­na­io scor­so sono in piaz­za e che riven­di­ca­no un Pae­se più giu­sto e soprat­tut­to più libe­ro. Sen­za cen­su­ra e con vera liber­tà di espres­sio­ne. Sono i ragaz­zi del­la rivo­lu­zio­ne dei social media, quel­li che fuo­ri da schie­ra­men­ti poli­ti­ci veri e pro­pri, si sono incon­tra­ti prin­ci­pal­men­te nel­le piaz­ze vir­tua­li di inter­net, su face­book e su twit­ter. Sono i gio­va­ni, che rap­pre­sen­ta­no i due ter­zi di que­sto Pae­se, che usa­no inter­net e cel­lu­la­ri tut­ti i gior­ni e che sull’onda bene­fi­ca e ispi­ra­tri­ce del­la Tuni­sia si sono dati appun­ta­men­to per pro­te­sta­re con­tro il regi­me. Sul­la pagi­na face­book più fre­quen­ta­ta, “We are all Kha­led Said” in memo­ria di uno stu­den­te di Ales­san­dria ucci­so nel giu­gno scor­so dal­la poli­zia, era­no in 90mila il gior­no pri­ma a dire che sì, ci sareb­be­ro sta­ti, lì in piaz­za a mani­fe­sta­re per cam­bia­re il pro­prio futu­ro, per­ché se è suc­ces­so in Tuni­sia può suc­ce­de­re anche qui, per­ché nien­te è immu­ta­bi­le e per­ché l’entusiasmo è con­ta­gio­so tra i gio­va­ni, che meno facil­men­te accet­ta­no un desti­no che sem­bra scrit­to una vol­ta per tut­te: «La cosa che for­se ci ha scos­so di più nell’ultimo perio­do è sta­ta l’annuncio del­la suc­ces­sio­ne al gover­no (per le pre­vi­ste ele­zio­ni del novem­bre 2011, ndr) del figlio di Muba­rak, Gamal — dice Al Sha­fei con­ti­nuan­do a fuma­re e sor­seg­gian­do un lun­go caf­fè tur­co -. Que­sta enne­si­ma impo­si­zio­ne, que­sta idea del­la discen­den­za monar­chi­ca del pote­re, ha vera­men­te dato uno schiaf­fo alle nostre coscien­ze. Altre vol­te c’erano sta­ti foco­lai di rivol­ta, nel 2005 con gli scio­pe­ri a El Mahal­la (loca­li­tà a 60 chi­lo­me­tri dal Cai­ro, ndr), nel 2008, anno in cui nac­que il “Movi­men­to del 6 apri­le” che pren­de il nome dal gior­no del­le pro­te­ste. Ma ades­so c’è qual­co­sa di più e di diver­so: c’è l’esempio del­la Tuni­sia. Ades­so sap­pia­mo che è pos­si­bi­le». L’entusiasmo del­lo scrit­to­re alla vigi­lia dell’appuntamento con la Sto­ria sem­bra dav­ve­ro incon­te­ni­bi­le: «Doma­ni — aggiun­ge pro­fe­ti­co — sarà la socie­tà civi­le a scen­de­re in piaz­za, ci sarà solo la “bra­va gen­te”, non ci saran­no par­ti­ti né grup­pi reli­gio­si a met­te­re il cap­pel­lo sul­la mani­fe­sta­zio­ne». E ave­va ragio­ne. I tan­to temu­ti Fra­tel­li musul­ma­ni, uni­co vero par­ti­to di oppo­si­zio­ne a Muba­rak, non han­no par­te­ci­pa­to all’organizzazione del­la mani­fe­sta­zio­ne né han­no ade­ri­to alle pro­te­ste fino al vener­dì 28 gen­na­io. I pri­mi quat­tro gior­ni di pro­te­ste sono sta­ti dun­que anche un test per misu­ra­re la for­za del­la socie­tà civi­le lai­ca e autoor­ga­niz­za­ta e la rispo­sta è sta­ta feno­me­na­le. Eppu­re solo la set­ti­ma­na pri­ma il radu­no indet­to a favo­re del­la Tuni­sia sot­to il Par­la­men­to ave­va rac­col­to solo alcu­ne deci­ne di “duri e puri”. E non era­no in pochi a esse­re scet­ti­ci pri­ma del­la vigi­lia del­la mani­fe­sta­zio­ne o per­lo meno più cau­ti del fumettista.

Tra que­sti, un altro scrit­to­re, una voce auto­re­vo­le tra gli intel­let­tua­li cai­ro­ti, Kha­led Al Kha­mis­si, gior­na­li­sta, sce­neg­gia­to­re e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co, anche lui resi­den­te nel­la “Rive Gau­che” del Nilo. Il suo libro Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, che in Egit­to ha avu­to 12 ristam­pe (pub­bli­ca­to anche in Ita­lia), rac­con­ta uno spac­ca­to del­la socie­tà egi­zia­na, vista dal bas­so, cioè dal­la par­te dei tas­si­sti, tra le cate­go­rie più disa­gia­te del­la metro­po­li: sono 80mila, gua­da­gna­no pochis­si­mo e fan­no una vita di infer­no fra tas­se da paga­re e ora­ri impos­si­bi­li in mez­zo al traf­fi­co più ingar­bu­glia­to del mon­do. Eppu­re nel libro di Al Kha­mis­si sono pro­prio i tas­si­sti, novel­li can­ta­sto­rie, a esse­re deten­to­ri del­la sag­gez­za popo­la­re e a rac­con­ta­re l’Egitto moder­no con le sue con­trad­di­zio­ni socia­li e cul­tu­ra­li, con le sue ten­sio­ni e anche con i suoi lati di comi­ci­tà e iro­nia tipi­ca di que­sto Pae­se. Kha­led dice che già all’epoca del­la pri­ma ste­su­ra del libro (2006) era con­vin­to che qual­co­sa stes­se esplo­den­do, che qual­co­sa doves­se suc­ce­de­re per­ché la misu­ra era già col­ma, ma poi nien­te. «Il tut­to, comin­cia­to con scio­pe­ri di lavo­ra­to­ri, ope­rai e pro­te­ste dif­fu­se, si è sgon­fia­to per­ché il regi­me di Muba­rak è sta­to più fur­bo e stri­scian­te di quel­lo tuni­si­no, offri­va spi­ra­gli e aper­tu­re che impe­di­va­no al “pallone/società” di scop­pia­re. Dava un po’ di pote­re a tut­ti, ai musul­ma­ni, ai cop­ti, si erge­va a pala­di­no del­la lai­ci­tà nei con­fron­ti dell’Occidente e allo stes­so tem­po finan­zia­va i grup­pi isla­mi­ci più estre­mi­sti. Cen­su­ra­va i gior­na­li ma ci per­met­te­va di par­la­re libe­ra­men­te per stra­da, impe­di­va alcu­ne pub­bli­ca­zio­ni ma con­ce­de­va spa­zi tele­vi­si­vi a dibat­ti­ti poli­ti­ci». E aggiun­ge: «Ora però sarà sicu­ra­men­te l’inizio di un cam­bia­men­to e un’era, quel­la del con­ser­va­to­ri­smo, dell’estremismo e del­la “brut­tez­za”, sta finen­do qui come in tut­ta Euro­pa. I gio­va­ni che pure qui sono nati sot­to que­sto regi­me e sot­to le leg­gi spe­cia­li di “emer­gen­za” (in vigo­re dagli anni Ottan­ta, ndr) sono tan­ti, sono for­ti e voglio­no liber­tà. Han­no una men­ta­li­tà com­ple­ta­men­te diver­sa dal­la nostra e gra­zie ai nuo­vi stru­men­ti e le nuo­ve tec­no­lo­gie che han­no cam­bia­to il loro modo di pen­sa­re, di vede­re il mon­do e di cono­sce­re, cam­bie­ran­no que­sto Pae­se. È solo que­stio­ne di tem­po». Il tem­po è arri­va­to, nono­stan­te gli scet­ti­ci, e la Rivo­lu­zio­ne anche.

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Luci della città

| I viag­gi del Sole | Feb­bra­io 2011 | Kha­led Al Kha­mis­si |

I taxi, impre­ve­di­bi­li e indi­sci­pli­na­ti. I quar­tie­ri cre­sciu­ti a dismi­su­ra. Le moschee e i musei a cie­lo aper­to. Sto­rie e memo­rie del­la capi­ta­le. Dall’alba al tramonto.

Non è mai faci­le par­la­re del­la rela­zio­ne di una per­so­na con la pro­pria cit­tà: è un rap­por­to com­pli­ca­to, come quel­lo tra un uomo e la pro­pria fami­glia. La cit­tà è una per­so­na­li­tà viven­te che si modi­fi­ca a ogni istan­te, ma su una base sto­ri­ca mol­to for­te. Figu­ria­mo­ci, quin­di, se si trat­ta del Cai­ro, dove sono nato nel 1962 e dove sono sem­pre vis­su­to, a par­te i quat­tro anni tra­scor­si in Fran­cia per il dot­to­ra­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na. Come potrei pen­sa­re a tut­ti i ricor­di rela­ti­vi ai miei ami­ci sen­za pen­sa­re anche, nel con­tem­po, alla mia cit­tà? È impos­si­bi­le. Mi sono inna­mo­ra­to mol­to pre­sto del Cai­ro, del­la sua geo­gra­fia e del­la sua sto­ria: un amo­re a pri­ma vista, si potreb­be dire. Cam­mi­na­vo nel­le sue stra­de, per i suoi vico­li per sco­prir­ne i segre­ti, e in quel modo leg­ge­vo e inter­pre­ta­vo le com­pli­ca­te vicen­de. Tan­to che, in una del­le mie let­tu­re pre­fe­ri­te, quan­do ave­vo 12–13 anni, era L’origine dei nomi del­le vie del Cai­ro… Dopo­di­ché usci­vo di casa e anda­vo alla ricer­ca di quel­le stra­de. Non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re, infat­ti, che il Cai­ro è una cit­tà mil­le­na­ria, in cui si sono stra­ti­fi­ca­ti tan­ti cam­bia­men­ti, tan­te cul­tu­ra e tan­te influenze.
Oggi potrei con­si­de­ra­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re qual­che perio­do all’estero; l’ha anche fat­to. Ma non sono con­vin­to di riu­sci­re psi­co­lo­gi­ca­men­te a gesti­re que­sta lon­ta­nan­za per lun­go tem­po. Né sono in gra­do di imma­gi­na­re quan­to sof­fe­ren­za com­por­te­reb­be per la mia ani­ma pro­fon­da­men­te cai­ro­ta. È anche vero che la situa­zio­ne poli­ti­ca è diven­ta­ta inso­ste­ni­bi­le: la ten­sio­ne socia­le mi pesa sui pol­mo­ni, facen­do­mi qua­si sof­fo­ca­re. Il brut­to e il degra­do vin­co­no ovun­que. Negli ulti­mi anni la mia ama­ta cit­tà è sta­ta sfi­gu­ra­ta. Innan­zi­tut­to il nume­ro degli abi­tan­ti è aumen­ta­to in manie­ra spa­ven­to­sa. Quan­do sono nato era­va­mo 3 milio­ni, per sali­re a 5 milio­ni negli Anni 70, a 8 milio­ni quan­do anda­vo all’università, men­tre ades­so ha supe­ra­to i 18 milioni!
Per non par­la­re poi del nostro pre­si­den­te Hosni Muba­rak, al pote­re dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regi­me ha fal­li­to com­ple­ta­men­te nel pro­get­to di svi­lup­po del Pae­se, e la nostra capi­ta­le è una testi­mo­nian­za ine­qui­vo­ca­bi­le di que­sto insuc­ces­so. La cre­sci­ta di movi­men­ti rea­zio­na­ri finan­zia­ti dai petrol­dol­la­ri non ha poi fat­to altro che peg­gio­ra­re la brut­tez­za del­la cit­tà. Per non par­la­re del tas­so di inqui­na­men­to, dell’aria e del­le acque, che è diven­ta­to dav­ve­ro dif­fi­ci­le da gesti­re. Per for­tu­na alcu­ne cose sono rima­ste immu­ta­te: il fasci­no del Nilo, le memo­rie, la bel­lez­za inte­rio­re, il popo­lo egi­zia­no con la sua gran­de civi­liz­za­zio­ne… Lo stress, le rivo­lu­zio­ni socia­li pos­so­no pro­vo­ca­re dei muta­men­ti nel tem­pe­ra­men­to, ma non nell’essenza del­le per­so­ne. E gli egi­zia­ni resta­no con­ta­di­ni paci­fi­ci, dol­ci, tol­le­ran­ti e anche un po’ imbro­glio­ni, qua­li­tà essen­zia­li for­se per far fron­te a dit­ta­tu­re mil­le­na­rie. Tut­te que­ste cose mes­se insie­me, in una tale cit­tà dai mil­le vol­ti, per me sono irre­si­sti­bi­li e mi attrag­go­no come una cala­mi­ta. Come il museo a cie­lo aper­to di Saq­qa­ra, un’immensa necro­po­li che risa­le a qua­si cin­que­mi­la anni fa, o il mer­ca­to del­le fave sot­to casa mia. Abbia­mo ton­nel­la­te di sim­bo­li nei qua­li ci rico­no­scia­mo. La pira­mi­de di Cheo­pe, il mou­lid (i festeg­gia­men­ti in ono­re di un san­to o di un per­so­nag­gio vene­ra­bi­le, a metà tra fie­ra e festa reli­gio­sa) di Sayy­id­na al-Hus­sein o quel­lo di Sayy­i­da Zei­nab, la gran­de Moschea-Madra­sa del Sul­ta­no Has­san, che può esse­re con­si­de­ra­ta come una sor­ta di pira­mi­de dell’architettura isla­mi­ca. E poi, per ricon­ci­liar­si con la vita, che c’è di meglio di un giro in felu­ca sul Nilo al tramonto?
Ovvia­men­te, con­si­glio anche di pren­de­re il taxi e di fare due chiac­che­re con il con­du­cen­te. Esse­re un tas­si­sta al Cai­ro non è un mestie­re come altro­ve, è un modo per cer­ca­re di lavo­ra­re o alme­no di aumen­ta­re le entra­te men­si­li. I tas­si­sti pro­ven­go­no da ogni ango­lo del pae­se e tra loro si pos­so­no tro­va­re, con la stes­sa faci­li­tà, pro­fes­so­ri, medi­ci, con­ta­bi­li o anche anal­fa­be­ti. Rap­pre­sen­ta­no la clas­se socia­le di chi ha pro­ble­mi a sbar­ca­re il luna­rio: pra­ti­ca­men­te l’80 per cen­to del­la popo­la­zio­ne egi­zia­na. Per que­sto, far­li par­la­re, in Taxi, è sta­to come dare la paro­la all’intera cit­tà, la vera pro­ta­go­ni­sta, se voglia­mo l’eroina, del libro. E anche nel più recen­te L’arca di Noè, sep­pu­re in nega­ti­vo, c’è il Cai­ro: rap­pre­sen­ta la grot­ta in cui cado­no tut­te le per­so­na­li­tà, desi­de­ro­se di scap­pa­re via, maga­ri in Ame­ri­ca, per evi­ta­re la catastrofe.

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te africano».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che giorno.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di sangue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

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Regole? Neanche il tassametro

| il Gior­na­le | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Gui­da­no come mat­ti, usa­no le mani e non i sema­fo­ri per impor­si nel fol­le traf­fi­co del Cai­ro, e non han­no il tas­sa­me­tro. Ognu­no di loro ha una sto­ria da rac­con­ta­re, come nel best sel­ler di Kha­lid Al Kha­mis­si, «Taxi», che dipin­ge la cit­tà con­le paro­le dei suoi tassisti.

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On a Journey

AlSaudiArabia.com | Vener­dì 12 dicem­bre 2008 |

Taxi is the most recent novel to crea­te a stir on the Egyp­tian lite­ra­ry sce­ne. The book was the talk of the town when it was publi­shed in Janua­ry 2007 and within a few mon­ths, it had sold some 20,000 copies, an asto­ni­shing num­ber in a coun­try whe­re novels rare­ly sell more than 3,000 copies.
Various fac­tors have undoub­ted­ly con­tri­bu­ted to its suc­cess. Fir­st, the book is writ­ten in col­lo­quial Ara­bic which the ave­ra­ge Egyp­tian can easi­ly rela­te to; second, it addres­ses bur­ning issues pla­guing Egyp­tian socie­ty and final­ly, the form of the book resem­bles a col­lec­tion of new­spa­per arti­cles. Cri­tics have dub­bed this sty­le jour­na­li­stic fic­tion. Yet, the author, Kha­led Al Kha­mis­si, insists on the lite­ra­ry aspect of his work.
Taxi is basi­cal­ly a col­lec­tion of 58 short sto­ries and each sto­ry takes the form of a fic­tio­nal dia­lo­gue with one of Cai­ros 80,000 cab dri­vers. The author, Kha­led Al Kha­mis­si, clear­ly sta­tes that he has never recor­ded any­thing and that Taxi is not repor­ta­ge or jour­na­li­sm. Yet, he has writ­ten with such gusto, sin­ce­ri­ty and rea­li­sm that rea­ders take the­se fic­tio­nal dia­lo­gues as the real thing.
A num­ber of per­ti­nent issues are brought up by the taxi dri­vers. Edu­ca­tion is men­tio­ned on seve­ral occa­sions. During one encoun­ter, a cab­bie cri­ti­ci­zes free edu­ca­tion: I tell you, he cant wri­te his own name. You call that a school? Tha­ts what free edu­ca­tion brings you. Edu­ca­tion for eve­ryo­ne, sir, is a won­der­ful dream but, like many dreams, its gone, lea­ving only an illu­sion. On paper, edu­ca­tion is like water and air, com­pul­so­ry for eve­ryo­ne, but the rea­li­ty is that rich peo­ple get edu­ca­ted and work and make money, whi­le the poor dont get edu­ca­ted and dont get jobs and dont earn anything.
Spea­king on the same sub­ject, ano­ther dri­ver also agrees that chil­dren dont learn a thing in school. He belie­ves that the only mot­to nowa­days is Get smart, make money becau­se nine­ty per­cent of peo­ple live off busi­ness and not from any­thing else.
Egyp­tians, Cai­re­nes espe­cial­ly, are kno­wn for their sen­se of humor, but the­re are times when peo­ple are so hea­vi­ly loa­ded with pro­blems that they fall apart. In an emo­tio­nal encoun­ter with a dri­ver and his bro­ther, the author sho­ws us how acu­te finan­cial pro­blems crush poor peo­ple: I was sur­pri­sed to find that the man, in front of me next to the dri­ver, was silen­tly wee­ping. He was a bro­wn-skin­ned giant with a bushy mou­sta­che. The calm was as thick as his moustache…The only sound was the inter­mit­tent and irre­gu­lar brea­thing of the giant as he wept. In our socie­ty it is a rare enou­gh occur­ren­ce to see a man cry­ing. To see a giant from sou­thern Egypt cry­ing is some­thing you could put in the Guin­ness Book of Records, wri­tes Al Kha­mis­si.
The author, who he is also a pro­du­cer, film direc­tor and jour­na­li­st, stu­died poli­ti­cal scien­ce at the Sor­bon­ne. His inte­re­st in socio­lo­gy and anth­ro­po­lo­gy is very evi­dent in Taxi. In fact, many have read it as a work of urban anth­ro­po­lo­gy. Galal Amin, an eco­no­mi­st and socio­lo­gi­st at the Ame­ri­can Uni­ver­si­ty in Cai­ro descri­bes the book as an inno­va­ti­ve work that pain­ts an extre­me­ly tru­th­ful pic­tu­re of the sta­te of Egyp­tian socie­ty today as seen by an impor­tant social sector.
Kha­led Al Kha­mis­si has cho­sen to talk to taxi dri­vers becau­se they repre­sent one of the baro­me­ters of the unru­ly Egyp­tian street. They also come from all walks of life: Some are illi­te­ra­te and others hold masters degrees. But all of them have in com­mon a job which is phy­si­cal­ly exhau­sting and under­mi­nes their ner­vous systems.
Forei­gn rea­ders unfa­mi­liar with Egyp­tian poli­cies might not under­stand some of the issues addres­sed by the taxi dri­vers. Howe­ver, after rea­ding this live­ly series of dif­fe­rent dri­vers expe­rien­ces, it is pos­si­ble to under­stand how Egyp­tian poli­cies are affec­ting the lives of the poor. Taxi dri­vers all over the world and Egypt is no excep­tion meet an end­less mix of peo­ple. The­se dai­ly con­tac­ts give them a uni­que kno­w­led­ge of the socie­ty they live in. Throu­gh the con­ver­sa­tions they hold, they reflect an amal­gam of poin­ts of view which are most repre­sen­ta­ti­ve of the poor in Egyp­tian socie­ty. It must be said that often I see in the poli­ti­cal ana­ly­sis of some dri­vers a grea­ter depth than I find among a num­ber of poli­ti­cal ana­lysts who pon­ti­fi­ca­te far and wide. For the cul­tu­re of this nation comes to light throu­gh its sim­ple peo­ple, and the Egyp­tian peo­ple real­ly are a tea­cher to anyo­ne who wishes to learn, says Al Khamissi.
Toge­ther with The Yacou­bian Buil­ding by Alaa El Aswa­ni and Being Abbas El Abd by Ahmed El Aidy, Taxi has hel­ped revi­ve the habit of rea­ding in Egypt. More than just a series of con­ver­sa­tions, the novel offers a color­ful and rea­li­stic sli­ce of con­tem­po­ra­ry Egyp­tian life.

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Taxi – Khaled Al Khamissi

Lo Sci­roc­co | Lune­dì 1 giun­go 2009 |

Taxi get­ta il let­to­re diret­ta­men­te in mez­zo alle stra­de del Cai­ro, tra il chias­so, il cal­do e la fol­la. L’Auto­re ci ripor­ta le sue mil­le con­ver­sa­zio­ni con altret­tan­ti tas­si­sti. Ne esce una rac­col­ta di mini­sto­rie (una o due pagi­ne cia­scu­na) dal lin­guag­gio popo­la­re, dia­let­ta­le, sem­pli­ce e inci­si­vo. Tas­si­sti di tut­te le età rac­con­ta­no i pro­pri pro­ble­mi quo­ti­dia­ni all’Auto­re, sten­den­do un pre­ci­so ritrat­to del­la vita in Egit­to, di usi e costu­mi visti dal bas­so. Qual­cu­no si lan­cia in apprez­za­men­ti o recri­mi­na­zio­ni sui pre­si­den­ti pas­sa­ti e pre­sen­te, sul­la poli­ti­ca loca­le, ma anche inter­na­zio­na­le. C’è il pun­to di vista degli egi­zia­ni sul­la guer­ra in Iraq, in Israe­le, e in gene­ra­le sul­la situa­zio­ne poli­ti­ca del Medio Orien­te, ma anche quel­lo che pen­sa­no degli Sta­ti Uni­ti. Allo stes­so tem­po si mani­fe­sta la situa­zio­ne del popo­lo egi­zia­no, impo­ve­ri­to, disil­lu­so e stan­co: tas­si­sti costret­ti a lavo­ra­re gior­no e not­te; don­ne che pas­sa­no il tem­po a met­te­re e a toglie­re il velo a secon­da del­la desti­na­zio­ne; le gior­na­te per­se die­tro a una buro­cra­zia infi­ni­ta e alla cor­ru­zio­ne dila­gan­te e mani­fe­sta. La sezio­ne cen­tra­le di foto a colo­ri del Cai­ro e la map­pa del­la cit­tà immer­go­no anco­ra di più il let­to­re nell’atmosfera del­la capi­ta­le. Il risul­ta­to è mol­to pia­ce­vo­le. Per chi vuo­le cono­sce­re un pun­to di vista diver­so su egi­zia­ni in par­ti­co­la­re, e ara­bi in generale.

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Al Ghitani: Oggi c’è vera democrazia

Il Dena­ro | Mar­te­dì 28 luglio 2009 | Al-Ghi­ta­ni |

”In Egit­to, alme­no sul pia­no cul­tu­ra­le esi­ste una vera demo­cra­zia. Oggi, infat­ti, chi scri­ve puo’ cri­ti­ca­re libe­ra­men­te il pote­re. Sot­to Gamal Abd el-Nas­ser o duran­te il gover­no di Anwar al-Sadat, inve­ce, ver­ga­re una sola riga con­tro il regi­me pote­va costa­re la liber­tà”. La pen­sa cosi’ lo scrit­to­re egi­zia­no Gamal Al-Ghi­ta­ni, fon­da­to­re e diret­to­re dal 1993 del set­ti­ma­na­le Akh­bar al-Adab (Noti­zie let­te­ra­rie), una del­le rivi­ste let­te­ra­rie piu’ auto­re­vo­li del mon­do ara­bo, che ha lan­cia­to auto­ri noti anche in Occi­den­te come Ala Al-Aswa­ni (Palaz­zo Yacou­bian, 2006, Fel­tri­nel­li). Clas­se 1945, per­so­nag­gio polie­dri­co, Al-Ghi­ta­ni ini­zia come dise­gna­to­re di tap­pe­ti (oggi e’ con­si­de­ra­to uno dei mas­si­mi esper­ti), per poi diven­ta­re gior­na­li­sta del quo­ti­dia­no Akh­bar al-Yawm e segui­re come cor­ri­spon­den­te di guer­ra i con­flit­ti ara­bo-israe­lia­no (dal ’68 al ’73), liba­ne­se e ira­che­no-ira­nia­no. ”Il pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no di que­sti anni — affer­ma — e’ mol­to cam­bia­to. Negli anni ’60 veni­va­mo arre­sta­ti, come lo fui io, tra il ’66 e il ’67, per ave­re cri­ti­ca­to il regi­me nas­se­ria­no”. I gio­va­ni auto­ri di oggi, pro­se­gue, han­no corag­gio, sono pro­li­fi­ci e han­no intro­dot­to nuo­vi sti­li. La let­te­ra­tu­ra, dice Al-Ghi­ta­ni, ha fat­to un bal­zo in avan­ti. ”Si par­la di ses­so e del­la situa­zio­ne socia­le in cui ver­sa il Pae­se, si rac­con­ta la peri­fe­ria e la vita nel­le cam­pa­gne”. Quel che man­ca, pero’, e’ la cri­ti­ca let­te­ra­ria, ”per­che’ il livel­lo cul­tu­ra­le del Pae­se e’ bas­so”. Al pari di Naghib Mah­fuz, che lo inco­rag­gio’ a intra­pren­de­re la stra­da del­la scrit­tu­ra, anche Gamal Al-Ghi­ta­ni e’ un ‘cro­ni­sta del Cai­ro’. A lui si deve l’introduzione del roman­zo sto­ri­co, di cui il libro-denun­cia con­tro la tiran­nia e l’oppressione ‘Zay­ni Bara­kat. Sto­ria del gran cen­so­re del­la cit­ta’ del Cai­ro’, e’ un esem­pio (1997, Giun­ti edi­to­re). Figu­ra pre­do­mi­nan­te nel pano­ra­ma let­te­ra­rio egi­zia­no, nes­sun auto­re egi­zia­no sem­bra pote­re supe­ra­re il para­go­ne con il pre­mio Nobel Mah­fouz. ”Scrit­to­ri come lui non ve ne sono, ma ne esi­sto­no di mol­to bra­vi”, fa nota­re Al-Ghi­ta­ni. ”Sono com­par­si — dice pero’ — tan­ti auto­ri leg­ge­ri, i cui libri, sup­por­ta­ti da una gran­de distri­bu­zio­ne, ma pri­vi di alcun valo­re let­te­ra­rio, diven­ta­no best-sel­ler”. Testi, sostie­ne, ”che dura­no quan­to un Klee­nex: come ‘Taxi’ di Kha­led Al Kha­mis­si (2008, Il Siren­te) o a ‘La pro­va del mie­le’ (2008, Fel­tri­nel­li) del­la siria­na Sal­wa al-Nei­mi”. Scrit­ti che ven­do­no mol­to bene anche in Occi­den­te. ”Al-Nei­mi — rimar­ca sar­ca­sti­co — ha avu­to una distri­bu­zio­ne piu’ impor­tan­te di Mah­fouz, ma que­sto non signi­fi­ca cer­to che scri­va come lui”.

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Per conoscere un Paese straniero, è necessario prendere il taxi

Popo­li | Agosto/Settembre 2009 | Fon­da­zio­ne Cul­tu­ra­le San Fedele |

Un vec­chio gior­na­li­sta ita­lia­no che ave­va gira­to il mon­do come invia­to spe­cia­le ama­va ripe­te­re: «Per cono­sce­re un Pae­se stra­nie­ro, è neces­sa­rio pren­de­re il taxi. I taxi­sti han­no il pol­so del­la socie­tà in cui vivo­no, cono­sco­no tut­ti e tut­to». Come il cro­ni­sta, l’A. di que­sto sag­gio ha scel­to le voci dei taxi­sti per rico­strui­re le fit­te tra­me del­la socie­tà del Cai­ro (Egit­to). Nel suo libro ha rac­col­to 58 sto­rie bre­vi dal­le qua­li emer­go­no i sogni, le pas­sio­ni, i ricor­di, le avven­tu­re dei cit­ta­di­ni del­la capi­ta­le egi­zia­na. Una sor­ta di affre­sco rea­liz­za­to con il taglio gior­na­li­sti­co di un repor­ta­ge. Il libro è uno dei più ven­du­ti non solo in Egit­to, ma nell’intero mon­do arabo.

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Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano”

Cro­na­che da Thu­le | Mer­co­le­dì 29 luglio 2009 | Luca Rota |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro. Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro cor­pi. Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

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Il prossimo faraone

Euro­pa | Lune­dì 24 luglio 2009 | Azzu­ra Meringolo |

C’è traf­fi­co al Cai­ro, sem­pre e ovun­que. I tas­si­sti, per intrat­te­ne­re i clien­ti spa­zien­ti­ti, rac­con­ta­no bar­zel­let­te. Sono tal­men­te tan­te che c’è chi, come Kha­led al Kha­mis­si, le ha rac­col­te e c’ha fat­to un libro.
Il tito­lo non pote­va esse­re che Taxi. Uno dei per­so­nag­gi più get­to­na­ti, nei rac­con­ti degli auti­sti, è la madre del pre­si­den­te egi­zia­no Hosni Muba­rak, mor­ta in un inci­den­te stra­da­le alla vene­ran­da età di 104 anni.
San­gue lon­ge­vo quel­lo che scor­re nel­le vene dell’ottantunenne lea­der egi­zia­no, che nel 2011, data nel­la qua­le sca­drà il suo enne­si­mo man­da­to, avrà taglia­to il tra­guar­do dei trent’anni al ver­ti­ce del­lo stato.
Nes­su­na leg­ge gli vie­te­reb­be di can­di­dar­si per la sesta vol­ta, ma Hosni pare comun­que affa­ti­ca­to. Tal­men­te affa­ti­ca­to che non è riu­sci­to nean­che ad anda­re ad acco­glie­re il pre­si­den­te Barack Oba­ma all’aeroporto del Cai­ro, quan­do l’inquilino del­la Casa Bian­ca ha visi­ta­to l’Egitto, lo scor­so giugno.
Secon­do indi­scre­zio­ni tra­pe­la­te dai media egi­zia­ni in que­sti gior­ni, Muba­rak, poi, si sareb­be sot­to­po­sto a un inter­ven­to alla schie­na, nel cor­so del­la recen­te visi­ta in Fran­cia. Una sor­ti­ta chi­rur­gi­ca camuf­fa­ta da visi­ta di sta­to, insomma.
La stan­chez­za e gli acciac­chi non han­no fat­to che rin­no­va­re il dibat­ti­to sul­la salu­te del capo del­lo sta­to, già scat­ta­to dopo la recen­te mor­te di suo nipo­te, il gio­va­ne figlio del pri­mo­ge­ni­to Alaa. Dopo il lut­to, il raìs era spro­fon­da­to nel­la tri­stez­za più cupa, sospen­den­do ogni atti­vi­tà per una ven­ti­na di gior­ni e por­tan­do in mol­ti a par­la­re del­la que­stio­ne del­la successione.
Da allo­ra le ipo­te­si si rin­cor­ro­no e c’è chi teme che qua­lo­ra la prov­vi­den­za pri­vas­se l’Egitto del­la sua sto­ri­ca gui­da, si cree­reb­be un vuo­to pericoloso.
Il dos­sier sul­la suc­ces­sio­ne a Muba­rak è sta­to a lun­go un tabù. È per que­sto moti­vo che sor­pren­de che sull’argomento, da poco, sia sta­to rea­liz­za­to anche un son­dag­gio. Se gli egi­zia­ni fos­se­ro chia­ma­ti a sce­glie­re il suc­ces­so­re del raìs, la sfi­da prin­ci­pa­le – così si pro­nun­cia­no i cit­ta­di­ni – sareb­be tra suo figlio Gamal (a lui il 21 per cen­to del­le pre­fe­ren­ze) e Ayman Nour, il noto dis­si­den­te libe­ra­le usci­to di recen­te dal car­ce­re (24 per cento).
Non c’è dub­bio che nel­le inten­zio­ni del clan Muba­rak, Gamal, attual­men­te ter­zo uomo più impor­tan­te del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co (la for­ma­zio­ne pre­si­den­zia­le), sia il can­di­da­to per eccel­len­za e da anni gli è sta­ta spia­na­ta la stra­da per poter giun­ge­re alla presidenza.
Ma ciò non signi­fi­ca che la pol­tro­na di Gamal sia scon­ta­ta. Secon­do Miche­le Dun­ne, esper­ta dell’Arab Reform Bul­let­tin, ci sareb­be­ro alme­no tre fat­to­ri a impe­di­re l’avvicendamento padre-figlio. Innan­zi­tut­to gli egi­zia­ni non accet­te­reb­be­ro volen­tie­ri l’idea stes­sa dell’ereditarietà. Cosa più pre­oc­cu­pan­te è che il ram­pol­lo non godreb­be del sup­por­to dei mili­ta­ri. Sareb­be infat­ti il pri­mo pre­si­den­te dell’Egitto post-monar­chi­co non usci­to dal­le fila dell’esercito e alcu­ni alti uffi­cia­li riter­reb­be­ro che Gamal non riu­sci­rà a sal­va­guar­da­re i loro inte­res­si e che non sia un lea­der abba­stan­za for­te da man­te­ne­re l’Egitto sta­bi­le e sicuro.
Sto­ria diver­sa quel­la di Ayman Nour, che nel 2004 ha fon­da­to il par­ti­to al Ghad (il doma­ni), una for­ma­zio­ne libe­ra­le e rifor­mi­sta atten­ta a con­ci­lia­re la sicu­rez­za con i dirit­ti uma­ni. Il regi­me si accor­ge pre­sto di lui e già nel 2005 lo sbat­te in car­ce­re, pri­ma di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li dove ottie­ne un lusin­ghie­ro (per gli stan­dard egi­zia­ni) set­te per cen­to. Nel giro di qual­che set­ti­ma­na Nour vie­ne nuo­va­men­te incar­ce­ra­to con l’accusa di fro­de, ma non si arren­de e la scor­sa esta­te scri­ve a Barack Oba­ma, all’epoca can­di­da­to demo­cra­ti­co alla Casa Bian­ca, che pren­de a cuo­re la sua sto­ria. Quan­do gra­zie alle pres­sio­ni sta­tu­ni­ten­si vie­ne rila­scia­to, annun­cia la sua can­di­da­tu­ra alle pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. Ma ciò gli costa una serie di per­se­cu­zio­ni e aggres­sio­ni da par­te del regi­me, che teme l’appeal che la sua sto­ria eser­ci­ta nel con­te­sto internazionale.
Ayman Nour, tut­ta­via, non spa­ven­ta trop­po il gio­va­ne Muba­rak, che deve piut­to­sto pre­oc­cu­par­si di Omar Sulei­man, capo dei ser­vi­zi di sicu­rez­za egi­zia­ni, descrit­to da Forei­gn Poli­cy come il più poten­te capo dell’intelligence nel con­te­sto medio­rien­ta­le. La sua popo­la­ri­tà non è comun­que alla stel­le, eppu­re Dalia Zia­da, cono­sciu­ta atti­vi­sta e blog­ger egi­zia­na, sot­to­li­nea che se il suo nome com­pa­re tra le ipo­te­si è per­ché la vera doman­da, irri­sol­ta, è la posi­zio­ne che le for­ze arma­te assu­me­ran­no sul­la successione.
E Sulei­man, dall’alto del­la sua cari­ca, potreb­be cala­re buo­ne car­te. In più può con­ta­re sul­la fidu­cia di Muba­rak (ha aiu­ta­to il pre­si­den­te a repri­me­re l’opposizione isla­mi­sta) e sul fat­to che è sta­to un media­to­re essen­zia­le nell’attivare cana­li di dia­lo­go tra Israe­le e Hamas, non­ché sul rispet­to che gli accor­da­no mol­ti mem­bri del par­ti­to di gover­no e altri espo­nen­ti del­le élite nazionali.
Tec­ni­ca­men­te però la sua posi­zio­ne non è semplice.
Qua­lo­ra Muba­rak libe­ras­se la pol­tro­na, ogni par­ti­to potreb­be pre­sen­ta­re alle pre­si­den­zia­li un solo can­di­da­to e visto che Gamal è il più papa­bi­le tra i ran­ghi del Par­ti­to nazio­na­le demo­cra­ti­co, Omar Sulei­man dovreb­be, se voles­se aspi­ra­re alla pre­si­den­za, cor­re­re come indipendente.
C’è infi­ne una quar­ta ipo­te­si, a com­pli­ca­re il qua­dro del­la suc­ces­sio­ne. Un’ipotesi che riguar­da la fra­tel­lan­za musul­ma­na (Ikh­wan). Il 17 per cen­to degli egi­zia­ni, infat­ti, si schie­ra a favo­re di Isam Arayn, espo­nen­te del movi­men­to isla­mi­co. Seb­be­ne la costi­tu­zio­ne vigen­te pre­clu­da la for­ma­zio­ne di qual­sia­si par­ti­to che si basi sul­la reli­gio­ne e quin­di impe­di­sca alla fra­tel­lan­za di com­pe­te­re a livel­lo elet­to­ra­le, le auto­ri­tà han­no alza­to la guar­dia e, come ha lascia­to inten­de­re il set­ti­ma­na­le Ahrah Heb­do, l’intensificazione del­la pres­sio­ne sui fra­tel­li musul­ma­ni – lo scor­so giu­gno alcu­ni degli uomi­ni più cono­sciu­ti dell’Ikhwan sono sta­ti arre­sta­ti – indur­reb­be a pen­sa­re che il regi­me vede in loro una temi­bi­le mina vagante.

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Taxi al Cairo, un libro di incontri speciali

Il Dena­ro n. 109 | Vener­dì 8 giu­gno 2007 |

Anal­fa­be­ti e diplo­ma­ti, sogna­to­ri e fal­li­ti, taci­tur­ni e loqua­ci, chi rac­con­ta bar­zel­let­te e chi com­men­ta la situa­zio­ne in Iraq. E’ la varie­ga­ta gal­le­ria di tipi e per­so­nag­gi in cui capi­ta di imbat­ter­si salen­do su un taxi al Cai­ro, e le cui voci ven­go­no ora rac­col­te in un libro pub­bli­ca­to da poco in Egit­to e diven­ta­to pre­sto un suc­ces­so,“Taxi” (Con­ver­sa­zio­ni in tra­git­to), del gior­na­li­sta e regi­sta Kha­led al Kha­mis­si. Il libro rac­co­glie in 220 pagi­ne 58 rac­con­ti-mono­lo­go che han­no la voce degli auti­sti di taxi del Cai­ro: sto­rie trat­te dal­la real­tà, ma roman­za­te, e rac­con­ta­te in un lin­guag­gio col­lo­quia­le, che dif­fe­ri­sce mol­to dal­la lin­gua let­te­ra­ria usa­ta dal­la mag­gior par­te degli scrit­to­ri egi­zia­ni, e che for­se costi­tui­sce il segre­to del suc­ces­so di que­sto libro.
Il volu­me, pub­bli­ca­to a ini­zio gen­na­io, dopo tre mesi ave­va già ven­du­to 20mila copie e ora è già sta­to ristam­pa­to tre vol­te. I tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti di que­sto libro sono assai dif­fe­ren­ti, sogna­to­ri e filo­so­fi, miso­gi­ni e fana­ti­ci, con­trab­ban­die­ri e fal­li­ti, misti­ci e comi­ci con quell’ironia così par­ti­co­la­re dei cai­ro­ti magi­stral­men­te descrit­ta dal­lo scrit­to­re Albert Cos­se­ry, ma acco­mu­na­ti da uno stes­so desti­no: quel­lo di dover lot­ta­re quo­ti­dia­na­men­te per far­si stra­da, nel sen­so let­te­ra­le del­la paro­la, in un mon­do rumo­ro­so e cao­ti­co. Nei con­fron­ti di que­sta cate­go­ria spes­so poco ama­ta e stig­ma­tiz­za­ta dagli abi­tan­ti del Cai­ro, l’autore non nascon­de di nutri­re una par­ti­co­la­re sim­pa­tia: nell’introduzione alle conversazioni,infatti, al Kha­mis­si ricor­da quel­lo che spes­so i clien­ti di un taxi al Cai­ro dimen­ti­ca­no, ovve­ro che i tas­si­sti appar­ten­go­no per lo più a cate­go­rie socia­li tra le più bistrat­ta­te eco­no­mi­ca­men­te, i loro ner­vi sono mes­si alla pro­va dal caos del­le stra­de del Cai­ro, una metro­po­li bel­lis­si­ma ma inqui­na­ta e pol­ve­ro­sa for­mi­co­lan­te di oltre 16 milio­ni di abi­tan­ti, attra­ver­sa­ta ogni gior­no in tota­le da 22 milio­ni di per­so­ne, in mac­chi­na, auto­bus e metro­po­li­ta­na ma anche su car­ret­ti trai­na­ti da asi­ni e vespo­ni Piag­gio. Con un sot­to­fon­do peren­ne di clac­son e una sor­pren­den­te com­mi­stio­ne tra cit­tà, cam­pa­gna e deser­to. Lo descri­ve bene, l’autore, il loro infer­no: “E’ un mestie­re sfian­can­te, lo sta­re sem­pre sedu­ti in auto­mo­bi­li poco con­for­te­vo­li distrug­ge le loro colon­ne ver­te­bra­li, l’incessante rumo­re del­le stra­de del Cai­ro demo­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so, i peren­ni imbot­ti­glia­men­ti li sfi­ni­sco­no ner­vo­sa­men­te e il cor­re­re die­tro il loro sosten­ta­men­to — cor­re­re nel sen­so let­te­ra­le del ter­mi­ne — elet­triz­za i loro corpi.
Aggiun­ge­te a que­sto le trat­ta­ti­ve e le liti­ga­te con i clien­ti per il prez­zo da paga­re in assen­za di tachi­me­tri, e il tor­men­to dei poli­ziot­ti che li inse­guo­no…”. L’autore si sof­fer­ma anche sul­le loro rifles­sio­ni sul pro­prio Pae­se, i giu­di­zi sui diri­gen­ti, le cri­ti­che alla cor­ru­zio­ne dei poli­ziot­ti, le mol­te paro­le che qua­si tut­ti spen­do­no sul­la situa­zio­ne in Iraq e sull’America: ne risul­ta una sor­ta di docu­men­to sul­la vita quo­ti­dia­na del Cai­ro, com­po­sto da por­zio­ni di rea­le che non cor­ri­spon­do­no nè all’immagine mostra­ta ai turi­sti, nè a quel­la for­ni­ta dal­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria o cinematografica.

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L’Iran si sta laicizzando?

Il cuo­re del mon­do | Vener­dì 19 giu­gno 2009 | Ambro­gio |

L’Iran si sta laicizzando?
Non cre­do. Esi­ste una nuo­va gene­ra­zio­ne di musul­ma­ni che cre­sce e che alla mor­te di Kho­mei­ni (1989-ulti­ma fat­wa con­tro Sal­man Rush­die, auto­re dei Ver­si Sata­ni­ci) ave­va­no pochi anni o addi­rit­tu­ra non era­no nem­me­no nati.
A Kho­mei­ni, da qual­sia­si pun­to lo si voglia con­si­de­ra­re, non si può toglie­re che è sta­to con la sua vita il per­no cen­tra­le del­la radi­ca­li­tà dell’Islam in quel pae­se. Un per­so­nag­gio a suo modo irripetibile.
Per que­sto non leg­go nei fer­men­ti di que­sti gior­ni post-elet­to­ra­li in Iran una voglia di laicità.
Vedo sol­tan­to una voglia di Islam meno radicale.
Buo­no che ci sia.
Meno noti­zie in que­sto sen­so ci ven­go­no dal mon­do arabo/sunnita. Nei mesi scor­si una don­na era entra­ta per la pri­ma vol­ta come sot­to­se­gre­ta­rio all’istruzione(non ricor­do se in Ara­bia Sau­di­ta o negli Emi­ra­ti Ara­bi, ma mi sem­bra sia la pri­ma), segno mini­mo e cre­do solo di facciata.
Più peri­co­lo­so per il mon­do Occi­den­ta­le il gra­ni­ti­co mon­do Ara­bo Sunnita.
Ma non cre­do l’esultanza dei gio­ca­to­ri rivol­gen­do­si alla mec­ca influen­ze­rà il rap­por­to tra occi­den­te e L’Islam in generale.
Insom­ma era­no gio­ca­to­ri di pal­lo­ni, non sceicchi(al sol­do straniero)che inci­ta­no alla guer­ra santa.
L’Egitto?
Per chi voglia capi­re come fun­zio­na in Egit­to, tra Musul­ma­ni, Cop­ti ed altro, e dove noi andia­mo a rin­chiu­der­ci in quei recin­ti di vacan­za che è Sharm el Sheik, con­si­glio di leg­ge­re il libro di Kha­led Al Kha­mis­si, Taxi a cui alle­go un bre­ve copia e incol­la: “Si trat­ta di un arti­co­la­ta e diver­ten­te… cri­ti­ca” del­la socie­tà e del­la poli­ti­ca in Egit­to, dice al Cai­ro Press, Mark Linz, diret­to­re dell’Università Ame­ri­ca­na, che pub­bli­ca ora una serie di libri di let­te­ra­tu­ra ara­ba in lin­gua ingle­se. ” è uni­co per­ché uti­liz­za l’umorismo. Per del­le que­stio­ni che gli egi­zia­ni ten­do­no a pren­de­re mol­to sul serio”.
Kha­mis­si dice di non esse­re un’analista, ma mol­ti dico­no che la popo­la­ri­tà del libro vie­ne dal fat­to che “ognu­no si ritro­va nel libro [quan­do han­no let­to il libro.] Ogni let­to­re ci leg­ge la pro­pria esperienza.
L’autore è lo stes­so di cui par­la­vo nel tema pre­ce­den­te da Lei pro­po­sto e che ave­va para­go­na­to il discor­so di Oba­ma a Il Cai­ro qua­si fos­se un discor­so fat­to dal Papa.

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Prima di addormentarmi ho finito di leggere “Taxi” di Khaled Al Khamissi

Lizzie’s cof­fe­shop | Mar­te­dì 21 luglio 2009 | auc­klan­der­girl |

pri­ma di addor­men­tar­mi ho fini­to di leg­ge­re “Taxi” di Kha­led Al Kha­mis­si, una rac­col­ta di bre­vi sto­rie ambien­ta­te al Cai­ro da tas­si­sti, che rac­con­ta­no delu­sio­ni, spe­ran­ze, amo­ri, intri­ghi sul Pae­se e che rap­pre­sen­ta­no un vero e pro­prio trat­ta­to di socio­lo­gia urba­na . Pec­ca­to che per moti­vi di sicu­rez­za l’autore si sia auto cen­su­ra­to e pec­ca­to pure non esse­re sta­ta in gra­do di leg­ge­re la ver­sio­ne ori­gi­na­le del libro in ara­bo (anche se le ver­sio­ni ingle­si ed ita­lia­na han­no reso bene il concetto..uno spac­ca­to di vita quo­ti­dia­na in un Pae­se dove sem­bra sia pos­si­bi­le tro­va­re sod­di­sfa­zio­ni nel­la sfe­ra pri­va­ta, visto che le isti­tu­zio­ni son indif­fe­ren­ti a qual­sia­si cosa).
In alcu­ni pun­ti tra­gi­co, in altre comi­co, ma sen­za dubbio…intrigante 🙂

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DIARIO EGIZIANO/2 — ”Lo sapete? Hanno preso gli studenti”

La Stam­pa | Gio­ve­dì 4 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

Un ami­co mi ha tele­fo­na­to l’altro gior­no dicen­do che men­tre sta­va guar­dan­do la tv ha sen­ti­to bat­te­re vio­len­te­men­te alla por­ta. «Chi e’? », chie­de. «Poli­zia — fa una voce impe­rio­sa — voglia­mo i docu­men­ti di tut­ti quel­li che abi­ta­no in que­sta casa». Sia­mo alla vigi­lia del­la visi­ta di Oba­ma e il mio ami­co vive vici­no all’Universita’ del Cai­ro dove il Pre­si­den­te par­le­ra’. Eppu­re quell’appartamento non da’ sui luo­ghi cru­cia­li, da li’ e’ impos­si­bi­le com­pie­re alcun atten­ta­to. La stes­sa cosa e’ acca­du­ta ai suoi vici­ni. Men­tre mi rac­con­ta­va­no quel­la sto­ria, sta­vo gui­dan­do ver­so l’aeroporto del Cai­ro per anda­re a pren­de­re un mio cugi­no. Appe­na arri­vo, la poli­zia mi fer­ma e mi chie­de la car­ta d’identita’. E’ la pri­ma vol­ta in vita mia, dopo tan­ti su e giu’ all’aeroporto. Non so per­che’ gli agen­ti sia­no cosi’ osses­sio­na­ti dal con­trol­lo dei docu­men­ti. Il gior­no dopo, sono sedu­to al caf­fe’ in un vico­lo stret­to del cen­tro. Le sedie arri­va­no fino in mez­zo alla stra­da. Ordi­no un car­ca­de’. Vici­no a me, si discu­te ani­ma­ta­men­te sul­la visi­ta del Pre­si­den­te ame­ri­ca­no. «Ave­te sen­ti­to? — chie­de un tale — han­no arre­sta­to due­cen­to stu­den­ti dell’Universita’ teo­lo­gi­ca di Al Azhar. Qua­si tut­ti dell’Asia cen­tra­le o rus­si. Nes­su­no sa dove li abbia­no por­ta­ti. E que­sto solo per­che’ Oba­ma visi­te­ra’ la loro facol­ta’». Qual­cu­no spie­ga che l’ospite ha aggiun­to al suo pro­gram­ma una tap­pa in Ara­bia Sau­di­ta. Il vici­no fa una bat­tu­ta: «Sup­pon­go che il gover­no egi­zia­no abbia rifiu­ta­to di paga­re i costi del viag­gio, cosi’ l’Arabia Sau­di­ta come al soli­to ha dovu­to met­te­re mano al por­ta­fo­glio». Poi il discor­so si fa serio. Uno dice che i sau­di­ti da quan­do non ci sono piu’ i Bush, padre e figlio, si sen­to­no orfa­ni. «Riad e’ furio­sa, per­che’ Oba­ma rivol­ge il suo mes­sag­gio al mon­do isla­mi­co dal Cai­ro, cosi’ han­no fat­to pres­sio­ni per ave­re il Pre­si­den­te anche a casa loro». Un gio­va­ne che sta fuman­do il nar­ghi­le’ dice di esse­re orgo­glio­so che Oba­ma abbia scel­to l’Egitto. «E’ chia­ro — dice — che il nostro pre­sti­gio e’ alle stel­le, sia­mo il piu’ impor­tan­te pae­se musul­ma­no». Un vec­chio scuo­te la testa: «Esse­re il miglio­re o il peg­gio­re dipen­de dal­le con­di­zio­ni rea­li e non dal giu­di­zio degli altri. Sia­mo ormai un Pae­se fuo­ri gara, come lo era la Cina all’inizio del seco­lo scor­so. La visi­ta non rimet­te­ra’ in moto la nostra sgan­ghe­ra­ta mac­chi­na: dob­bia­mo far­lo da soli». Inter­vie­ne una don­na sedu­ta al mio fian­co che sta aspi­ran­do il fumo dal­la pipa ad acqua: «Oba­ma e’ sol­tan­to un abi­le chi­rur­go pla­sti­co. Va in giro per miglio­ra­re il vol­to bru­ta­le dell’America nel mon­do che Bush ha detur­pa­to. Eh si’, e’ pro­prio un abi­le chi­rur­go pla­sti­co». Anche il came­rie­re, che ha appe­na por­ta­to una taz­za di te’, vuo­le dire la sua: «Chie­do una sola cosa a Oba­ma: che risol­va una vol­ta per tut­te la cri­si medio­rien­ta­le. Se lo faces­se diven­te­reb­be il miglio­re Pre­si­den­te nel­la sto­ria ame­ri­ca­na. Pec­ca­to che non ho mai visto un poli­ti­co man­te­ne­re la paro­la». Poi si lan­cia: «E’ vero che in cam­pa­gna elet­to­ra­le ave­va pro­mes­so di fare a meno del petro­lio nel giro di die­ci anni? Se lo faces­se Israe­le per­de­reb­be la sua impor­tan­za stra­te­gi­ca e l’intero Medio Orien­te diven­te­reb­be una sca­to­la vuo­ta. Non si sacri­fi­che­ra’ mai piu’ un popo­lo per il petro­lio, come e’ suc­ces­so agli Ira­che­ni. Ci lasce­ran­no final­men­te in pace». La ragaz­za che fuma il nar­ghi­le’ sbot­ta: «Viva Oba­ma il chi­rur­go pla­sti­co. Il piu’ bell’uomo d’America». Ma se il Pre­si­den­te ame­ri­ca­no inten­de dav­ve­ro inven­ta­re un’alternativa al petro­lio, potreb­be tro­va­re anche un’alternativa alla visi­ta al Cai­ro. Maga­ri par­lan­do al mon­do isla­mi­co dagli Sta­ti Uni­ti. Intan­to non cam­bie­reb­be nien­te e noi ci evi­te­rem­mo tut­ti que­sti fasti­dio­si con­trol­li di poli­zia. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

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DIARIO EGIZIANO/1 — Almeno dove passa lui puliscono

La Stam­pa | Mer­co­le­dì 3 giu­gno 2009 | Kha­led Al Kha­mis­si |

La visi­ta di Oba­ma ci por­te­ra’ qual­che bene­fi­cio? Per­so­nal­men­te non cre­do. I van­tag­gi, in teo­ria, dovreb­be­ro esse­re due. Pri­mo, risol­ve­re la que­stio­ne pale­sti­ne­se, e in que­sto caso cre­do che mia zia Bahia, abi­lis­si­ma in cuci­na, sia mol­to piu’ bra­va del pre­si­den­te. Secon­do, Oba­ma potreb­be donar­ci un po’ del­la ric­chez­za dell’America per ren­de­re la nostra vita meno gra­ma. Anche in que­sto caso cre­do che fal­li­ra’, per il sem­pli­ce fat­to che sia­mo gia’ un pae­se ric­co seb­be­ne meta’ di noi viva­no sot­to il livel­lo di pover­ta’. Se l’America donas­se tut­ti i suoi sol­di all’Egitto i ric­chi del nostro pae­se diver­reb­be­ro piu’ ric­chi e i pove­ri piu’ pove­ri, quin­di non ci sara’ nes­sun miglio­ra­men­to. Que­sta e’ anche la con­se­guen­za del­la poli­ti­ca impo­sta da Washing­ton all’Egitto dal 1974, dopo l’alleanza volu­ta da Sadat. All’Universita’ del Cai­ro han­no cosi’ luci­da­to la cupo­la dell’aula magna da far­la diven­ta­re piu’ bril­lan­te di un piat­to di por­cel­la­na nuo­vo di fab­bri­ca. La’ il pre­si­den­te Oba­ma ter­ra’ il suo discor­so il 4 giu­gno. Tut­ti gli egi­zia­ni sogna­no che il cor­teo dell’illustre ospi­te pas­si per le stra­de del loro rio­ne, in modo che le auto­ri­ta’ puli­sca­no anche il loro quar­tie­re come acca­de in mol­te zone, per evi­ta­re che l’ospite non cada in depres­sio­ne alla vista di tan­ta spor­ci­zia per le stra­de. A par­te i bene­fi­ci del­la puli­zia, ci sono alcu­ni incon­ve­nien­ti dovu­ti ai pre­pa­ra­ti­vi del­la visi­ta. L’Universita’, per esem­pio, e’ sta­ta tra­sfor­ma­ta in una for­tez­za. Oba­ma arri­va pro­prio duran­te il perio­do degli esa­mi di fine anno. Alcu­ne facol­ta’ han­no dovu­to rin­viar­li. Gli stu­den­ti di Let­te­re han­no chie­sto il mas­si­mo dei voti in nome del prin­ci­pio di reci­pro­ci­ta’. Sosten­go­no che, in cir­co­stan­ze nor­ma­li, se aves­se­ro man­ca­to l’appello del 4 giu­gno, sareb­be­ro sta­ti boc­cia­ti. Ma visto che e’ lo Sta­to a man­da­re a mon­te gli esa­mi, tut­ti dovreb­be­ro esse­re pro­mos­si auto­ma­ti­ca­men­te. Un let­to­re di un gior­na­le loca­le ha sug­ge­ri­to agli appa­ra­ti di sicu­rez­za di dare il via pro­prio quel gior­no a gran­di sal­di (con scon­ti fino al 90 per cen­to). In tal caso i com­mer­cian­ti dovreb­be­ro esse­re risar­ci­ti dal mini­ste­ro dell’Interno per le per­di­te subi­te. Cosi’, ha spie­ga­to il let­to­re, il gover­no sara’ sicu­ro che il popo­lo non orga­niz­ze­ra’ pro­te­ste. La gen­te si chie­de se il pro­to­col­lo esen­te­ra’ Oba­ma (e il suo nutri­to segui­to) dal­le misu­re di con­trol­lo sani­ta­rio all’aeroporto: gli stra­nie­ri che arri­va­no in Egit­to sono sot­to­po­sti a un test sull’influenza sui­na. Si dice che una per­so­na del segui­to abbia con­trat­to il mor­bo del H1N1 quan­do era con lui a Cit­ta’ del Mes­si­co, lo scor­so apri­le. Oba­ma avra’ una dele­ga­zio­ne di un miglia­io di per­so­ne, lo sostie­ne il tam tam dei caf­fe’ del Cai­ro. Per­che’ ha por­ta­to con se’ cosi’ tan­to per­so­na­le? Affron­te­ra’ nel suo discor­so argo­men­ti come i dirit­ti uma­ni, la demo­cra­zia, i dirit­ti del­la mino­ran­za cop­ta? In ogni caso, sap­pia­mo che sono sol­tan­to espe­dien­ti reto­ri­ci. Dav­ve­ro la cosa piu’ impor­tan­te e’ che il cor­teo di Oba­ma pas­si per la mia stra­da. *Scrit­to­re del Cai­ro, auto­re di «Taxi» (Edi­to in Ita­lia da il Siren­te)

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Gli scrittori

La Repub­bli­ca | Vener­dì 5 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Moh­sin Hamid: “Un uomo sin­ce­ro” QUELLO che mi ha dav­ve­ro impres­sio­na­to nel discor­so di Oba­ma è sta­ta la sin­ce­ri­tà che ho visto quan­do dice­va di vole­re rela­zio­ni diver­se da quel­le che ci sono sta­te fino­ra fra gli Sta­ti Uni­ti e i musul­ma­ni. La ten­sio­ne fon­da­men­ta­le che vedo in Oba­ma è quel­la fra un uomo sin­ce­ro, quan­do dice di voler cam­bia­re le cose, e il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti, che inve­ce ha la respon­sa­bi­li­tà di difen­de­re gli inte­res­si ame­ri­ca­ni. Cer­ca un equi­li­brio fra que­ste due for­ze: se riu­sci­rà a tro­var­lo ce lo dirà sol­tan­to il tem­po. Mari­na Nemat: “Basta estre­mi­smi” HO APPREZZATO soprat­tut­to il pas­sag­gio in cui Oba­ma ha det­to che dob­bia­mo affron­ta­re l’ estre­mi­smo in ogni sua for­ma. Inol­tre è sta­to mol­to impor­tan­te il fat­to che abbia ammes­so che la rea­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti all’ 11 set­tem­bre è sta­ta illo­gi­ca e che li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dai pro­pri idea­li e dal­la pro­te­zio­ne dei dirit­ti uma­ni. E infi­ne mi è pia­ciu­to che abbia mes­so l’ accen­to sul­la liber­tà di reli­gio­ne, sui dirit­ti del­le don­ne e sull’ impor­tan­za del­la non pro­li­fe­ra­zio­ne nuclea­re: nes­sun pae­se dovreb­be ave­re armi nuclea­ri. Fati­ma Mer­nis­si: “Una rivo­lu­zio­ne” IL SUO discor­so è una rivo­lu­zio­ne per­ché ha iden­ti­fi­ca­to la reli­gio­ne con la pace, e ha invi­ta­to a rispet­ta­re gli altri anche se non li cono­sci. Sem­pli­ce­men­te incre­di­bi­le fino a poco tem­po fa. È bel­lo sen­ti­re un pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti che non par­la solo in ter­mi­ni di mer­ci: oggi mi pare che nes­su­no si curi più di pro­dur­re amo­re, inve­ce che odio. Eppu­re è un bene pre­zio­so, che ci vuo­le mol­to a far cre­sce­re. Se la socie­tà smet­tes­se di con­cen­trar­si sul­la pau­ra e pen­sas­se a tra­smet­te­re amo­re, sta­rem­mo tut­ti meglio. Kha­led Al Kha­mis­si: “Trop­pa reli­gio­ne” SONO mol­to delu­so: Oba­ma ha scel­to di usa­re lo stes­so lin­guag­gio reli­gio­so di Bush. Non sa che l’ uni­ver­si­tà del Cai­ro è sta­ta fon­da­ta da scrit­to­ri e intel­let­tua­li lai­ci? Ha par­la­to a me come musul­ma­no: ma io sono pri­ma di tut­to un egi­zia­no, un lai­co, un ara­bo. E poi ha par­la­to in modo mol­to irrea­li­sti­co, il bene e il male. Lavo­ra­re insie­me è bene. Il ter­ro­ri­smo è male. Ma que­ste divi­sio­ni non esi­sto­no nel­la real­tà: in ognu­no di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammet­to: il mio giu­di­zio glo­ba­le è nega­ti­vo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in bas­so, il discor­so di Oba­ma segui­to in tele­vi­sio­ne a Tira­na, a Gaza City da alcu­ni mili­tan­ti di Hamas e da una fami­glia di Calcutta.

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Khaled al-Kamissi (1962), TAXI

| L’Indice dei libri del mese | Mag­gio 2009, n. 5 | Eli­sa­bet­ta Bar­tu­li |

A pat­to di non con­si­der­lar­lo un roman­zo, Taxi è un libro magni­fi­co. Kha­led al-Kamis­si (gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re cine­ma­to­gra­fi­co) vi ha rac­col­to cin­quan­tot­to sbo­bi­na­tu­re fit­ti­zie di altret­tan­ti dia­lo­ghi e mono­lo­ghi con/di tas­si­sti egi­zia­ni, rac­col­ti tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006. A fare da cor­ni­ce alle voci che si rac­con­ta­no, alcu­ne bre­vi con­si­de­ra­zio­ni dell’autore stes­so, infa­ti­ca­bi­le frui­to­re, come tut­ti gli egi­zia­ni, del­le vec­chie, scal­ca­gna­te auto bian­che e nere che per­cor­ro­no le vie del Cai­ro ven­ti­quat­tro­re su ven­ti­quat­tro. Gio­va­nis­si­mi o mol­to anzia­ni, istrui­ti o qua­si anal­fa­be­ti, qua­si tut­ti con un pas­sa­to di migra­zio­ne alle spal­le, tut­ti obe­ra­ti di debi­ti e sfrut­ta­ti da qual­cu­no (gover­no, pro­prie­ta­rio dell’auto o poli­ziot­to di tur­no), i taxi­sti offro­no uno spac­ca­to rea­li­sti­co di una cit­tà che, si dice, ha ormai supe­ra­to i ven­ti milio­ni di abi­tan­ti. Chiun­que abbia visi­ta­to Il Cai­ro non può non rico­no­sce­re l’inarrestabile loque­la di una clas­se lavo­ra­tri­ce che non cono­sce ora­ri o tur­ni, la curio­si­tà, la saga­cia, la rab­bia e, tal­vol­ta, la male­du­ca­zio­ne, di uomi­ni che vivo­no la mag­gior par­te del­la loro vita den­tro un’automobile e han­no come uni­co sva­go il rap­por­to con il clien­te. Dal momen­to del­la sua pub­bli­ca­zio­ne in ori­gi­na­le, al Cai­ro il libro non ha mai ces­sa­to di esse­re ven­du­to e dibat­tu­to, segno incon­fu­ta­bi­le di un vero inte­res­se egi­zia­no per “quel­lo che tut­ti san­no e nes­su­no dice”, gra­zie anche e soprat­tut­to alla par­ti­co­la­re gra­de­vo­lez­za di una scrit­tu­ra che ripor­ta fedel­men­te dia­let­to e accen­ti del­la lin­gua par­la­ta. Ope­ra­zio­ne, quest’ultima, che non risul­ta appie­no nel­la ver­sio­ne ita­lia­na come, del resto, in quel­la inglese.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repub­bli­ca | Vener­dì 22 mag­gio 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

La bat­ta­glia per le stra­de del Cai­ro è comin­cia­ta. E pro­met­te di esse­re lun­ga, rumo­ro­sa, tra­sgres­si­va. Non è la soli­ta lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel traf­fi­co di una del­le metro­po­li più cao­ti­che del mon­do, né tan­to­me­no il quo­ti­dia­no brac­cio di fer­ro fra chi infran­ge le rego­le del­la stra­da e chi cer­ca di far­le rispet­ta­re. L’ ulti­ma guer­ra che si è sca­te­na­ta sui via­li e nei vico­li del­la capi­ta­le egi­zia­na l’ han­no dichia­ra­ta i tas­si­sti al gover­no: ogget­to del con­ten­de­re la diret­ti­va con la qua­le le auto­ri­tà han­no sta­bi­li­to che entro tre anni tut­ti i taxi egi­zia­ni più vec­chi di 25 anni dovran­no obbli­ga­to­ria­men­te esse­re rim­piaz­za­ti con auto più nuo­ve. «Ridur­re l’ inqui­na­men­to e il nume­ro di inci­den­ti sono prio­ri­tà non più riman­da­bi­li», è la linea del mini­ste­ro dell’ Inter­no, che pro­met­te di ripu­li­re le stra­de egi­zia­ne entro il 2011da Dacia 1300 rome­ne, Fiat 1300, Peu­geot 504 e Sha­hins tur­che. Il prov­ve­di­men­to riguar­da miglia­ia di taxi (40mila nel­la sola Cai­ro), ma per il momen­to solo cin­que­mi­la tas­si­sti han­no dimo­stra­to inte­res­se a cam­bia­re macchina.A chi rot­ta­me­rà il vec­chio mezzo,i pro­dut­to­ri garan­ti­ran­no uno scon­to fra le 2000 e le 5000 ster­li­ne egi­zia­ne (fra 270 e i 670 euro cir­ca) sull’ acqui­sto di un’ auto nuo­va, le ban­che mutui a tas­si favo­re­vo­li e il mini­ste­ro dei tra­spor­ti un finan­zia­men­to men­si­le e l’ asse­gna­zio­ne di una cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria da espor­re sul­le por­tie­re: i pro­ven­ti andran­no diret­ta­men­te al pro­prie­ta­rio del­la mac­chi­na. Qual­che set­ti­ma­na fa le pri­me auto nuo­ve sono arri­va­te, i tas­si­sti han­no capi­to che la leg­ge, alme­no in que­sta pri­ma fase, non sareb­be rima­sta sul­la car­ta e per que­sto han­no comin­cia­to a pro­te­sta­re. Walid, impie­ga­to pub­bli­co e — come secon­do lavo­ro — tas­si­staè sta­to frai pri­mia par­la­re con i gior­na­li­sti: «Gua­da­gno 1000 ster­li­ne al mese gui­dan­do ed è il dop­pio di quan­to pren­do in uffi­cio. Non cam­bie­rò la mia mac­chi­na a meno che non mi for­zi­no». «Lo sta­to dell’ auto dipen­de dal pro­prie­ta­rio e dall’ auti­sta, non dall’ anno di pro­du­zio­ne. La mia è degli anni ’ 70 ma è in un con­di­zio­ni miglio­ri di mol­te vet­tu­re nuo­ve», ha insi­sti­to con i cro­ni­sti del set­ti­ma­na­le Al Ahram un altro tas­si­sta, Ahmed Sayed. A pri­ma vista il gover­no non sem­bra inten­zio­na­to a fer­mar­si. «I fre­ni sono qua­si distrut­ti. Le ruo­te pos­so­no stac­car­si. Que­ste auto pro­vo­ca­no un gros­so nume­ro di inci­den­ti», ha det­to com­men­tan­do le pole­mi­che Sha­rif Gomaa, del mini­ste­ro dell’ Inter­no. Ma un esper­to del­la vita dei taxi cai­ro­ti come Kha­led al Kha­mis­si ritie­ne che anco­ra una vol­ta la rifor­ma non pas­se­rà. «Non per­ché non sia una buo­na idea — spie­ga — ma per­ché, come spes­so acca­de, l’ appli­ca­zio­ne è pes­si­ma. Le auto fra cui i tas­si­sti pos­so­no sce­glie­re per acce­de­re ai finan­zia­men­ti sono model­li cari e vec­chi, come la Lada rus­sa. Tut­ti san­no che nel giro di due anni que­sta mac­chi­na sarà rot­ta e inqui­ne­rà tan­to quan­to le quel­le che han­no 30 anni». Al Kha­mis­si sa di cosa par­la: nel 2007 il suo pri­mo libro — “Taxi, le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, sto­rie ed aned­do­ti sul­la vita quo­ti­dia­na nel­la capi­ta­le egi­zia­na vista attra­ver­so i fine­stri­ni — ven­det­te cen­ti­na­ia di miglia­ia di copie e fu ristam­pa­to set­te vol­te. «È come pro­va­re a met­te­re il truc­co sul viso di un mor­to per far­lo sem­bra­re più bel­lo — iro­niz­za l’ auto­re — il gover­no vuo­le miglio­ra­re l’ aspet­to del Cai­ro. E cosa fa? Pro­po­ne model­li sca­den­ti e costo­si. E come pen­sa­no che i tas­si­sti pos­sa­no pagar­le? Non pos­so­no cer­to aumen­ta­re i costi del­le cor­se, che sono già trop­po care per gli egi­zia­ni». Cosa fare allo­ra? Al Kha­mis­si non ha la sfe­ra per vede­re il futu­ro, ma vive al Cai­ro da anni ed è cer­to che que­sta rifor­ma, come tan­te di quel­le che l’ han­no pre­ce­du­ta, affon­de­rà pre­sto: «Que­sto è l’ Egit­to — con­clu­de — le rego­le che val­go­no per altri pae­si qui non fun­zio­na­no mai».

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Dissidente per principio

il mani­fe­sto | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Giu­lia­no Bat­ti­ston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.

Pri­ma anco­ra che nel 1944, a soli tre­di­ci anni, scri­ves­se il suo roman­zo d’esordio, Memo­rie di una bam­bi­na di nome Soad, pub­bli­ca­to mol­ti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saa­da­wi era soli­ta indi­riz­za­re del­le let­te­re a Dio, chie­den­do­gli che con­ce­des­se a suo fra­tel­lo il dop­pio dei dirit­ti, rispet­to a lei, «sol­tan­to per­ché lui era maschio». Fu in que­gli anni — rac­con­ta oggi — che la futu­ra autri­ce di Fir­daus (Giun­ti, nuo­va edi­zio­ne 2007) diven­ne fem­mi­ni­sta, e che il suo fem­mi­ni­smo si com­bi­nò con la rilut­tan­za ad accet­ta­re i pre­cet­ti di un Dio che «mi ave­va crea­to esse­re uma­no sol­tan­to a metà», come spie­ga in uno dei suoi testi auto­bio­gra­fi­ci, Una figlia di Isi­de (Nutri­men­ti, 2002).
Pro­prio com­bi­nan­do il fem­mi­ni­smo, inte­so come «rifiu­to di ogni for­ma di ingiu­sti­zia, in cie­lo e in ter­ra, nel­la fami­glia o nel­lo Sta­to», e una disob­be­dien­za pre­co­ce­men­te matu­ra­ta («ero mol­to disob­be­dien­te, lo sono sta­ta fin da quan­do ero una bam­bi­na», rac­con­ta in Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, Spi­ra­li, 2008), è nato il per­cor­so di una del­le intel­let­tua­li del mon­do ara­bo più influen­ti e ascol­ta­te. Ma anche una del­le più temu­te da quan­ti — gover­ni e auto­ri­tà reli­gio­se di ogni cre­do — mal sop­por­ta­no il corag­gio di una don­na, medi­co, psi­chia­tra, scrit­tri­ce e atti­vi­sta, che alle denun­ce con­tro le muti­la­zio­ni geni­ta­li con­ti­nua ad affian­ca­re la cri­ti­ca alla «cli­to­ri­dec­to­mia pisco­lo­gi­ca impo­sta dal siste­ma patriar­ca­le e clas­si­sta» per­ché, sostie­ne, «ampu­ta­re l’immaginazione non è meno peri­co­lo­so che ampu­ta­re par­ti del corpo».
Un siste­ma che ha sem­pre cer­ca­to di osta­co­lar­la, cen­su­ran­do i suoi libri, chiu­den­do le rivi­ste da lei fon­da­te, incar­ce­ran­do­la, inclu­den­do il suo nome nel­le liste di mor­te dei fon­da­men­ta­li­sti, por­tan­do­la in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. Fino­ra i ten­ta­ti­vi del­le auto­ri­tà poli­ti­co-reli­gio­se, cie­ca­men­te obbe­dien­ti alla leg­ge divi­na o ter­re­stre, non han­no però fat­to altro che accre­sce­re l’autorevolezza di que­sta don­na tena­ce, obbe­dien­te sol­tan­to all’istinto del­la bam­bi­na che era un tem­po, quan­do comin­ciò a disobbedire.
Abbia­mo incon­tra­to Nawal Al Saa­da­wi alla Fie­ra del libro di Tori­no, dove oggi alle 15 ter­rà una lezio­ne su Crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za, affian­ca­ta da Isa­bel­la Came­ra d’Afflitto.
Nel suo ulti­mo roman­zo tra­dot­to in ita­lia­no, L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te, 2009), il Re sta­bi­li­sce che «ogni don­na sor­pre­sa in pos­ses­so di car­ta e pen­na ver­rà pro­ces­sa­ta». Lei usa car­ta e pen­na da quan­do era bam­bi­na, e sin da allo­ra vie­ne “pro­ces­sa­ta”. Qual è sta­ta la sua “col­pa” prin­ci­pa­le? Disob­be­di­re a quan­ti riven­di­ca­no il pos­ses­so di una veri­tà esclu­si­va e inalterabile?
Non mi è mai pia­ciu­to il ver­bo obbe­di­re, e ciò che esso signi­fi­ca. L’obbedienza infat­ti riman­da imme­dia­ta­men­te ai pre­cet­ti poli­ti­ci o reli­gio­si: si deve obbe­di­re alle auto­ri­tà, a chi detie­ne il pote­re, al siste­ma poli­ti­co nel suo com­ples­so, a Dio. Inol­tre, l’obbedienza con­trad­di­ce ine­vi­ta­bil­men­te la crea­ti­vi­tà, per­ché esse­re crea­ti­vi signi­fi­ca innan­zi­tut­to disob­be­di­re ed eser­ci­ta­re le armi del­la cri­ti­ca. Come lei saprà, dal 1993 ten­go negli Sta­ti Uni­ti e non solo dei cor­si uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ti a “Dis­si­den­za e crea­ti­vi­tà”, nei qua­li cer­co di sol­le­ci­ta­re i miei stu­den­ti a svi­lup­pa­re una men­ta­li­tà cri­ti­ca, un atteg­gia­men­to sospet­to­so ver­so ogni auto­ri­tà, che sia Dio, il capo di Sta­to o chiun­que altro pre­su­ma di pos­se­de­re una veri­tà inal­te­ra­bi­le. L’analisi cri­ti­ca è il pri­mo pas­so ver­so la dis­si­den­za e la crea­ti­vi­tà, che sono due fac­ce del­la stes­sa medaglia.
Lei sostie­ne che la crea­ti­vi­tà sia lega­ta alla «capa­ci­tà di disfa­re ciò che l’educazione for­ma­le e infor­ma­le ci ha fat­to a par­ti­re dal­la fan­ciul­lez­za». Vuol dire che non ci può esse­re vera crea­ti­vi­tà — e dis­si­den­za — se non si supe­ra quel­la che defi­ni­sce come «fram­men­ta­zio­ne del­la conoscenza»?
Le por­to il mio esem­pio: ho stu­dia­to medi­ci­na, ma una medi­ci­na imper­mea­bi­le al resto del­le disci­pli­ne, sepa­ra­ta dal­la filo­so­fia, dal­la reli­gio­ne, dal­la poli­ti­ca, dall’economia. Così, sono diven­ta­ta un medi­co igno­ran­te di ciò che mi acca­de­va intor­no, pro­prio per­ché edu­ca­ta secon­do i cri­te­ri del­la fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za. La crea­ti­vi­tà, inve­ce, è lo sfor­zo vol­to a disfa­re que­sta fram­men­ta­zio­ne e a ricon­net­te­re tut­ti gli ambi­ti sepa­ra­ti. Che ci sia biso­gno di far­lo lo dimo­stra­no i fat­ti: mol­te del­le malat­tie deri­va­no dal­la pover­tà, e la pover­tà è una que­stio­ne essen­zial­men­te poli­ti­ca, per­ché nasce dal­le scel­te poli­ti­che che ren­do­no alcu­ni pove­ri e altri ric­chi. Per poter esse­re dei buo­ni dot­to­ri, per­ciò, occor­re “met­te­re insie­me” le disci­pli­ne in gene­re distin­te; e per poter esse­re degli scrit­to­ri crea­ti­vi occor­re supe­ra­re la fal­sa distin­zio­ne tra fic­tion e non fic­tion, tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca o autobiografia.
La cor­ni­ce tema­ti­ca del­la Fie­ra del Libro di quest’anno è il rap­por­to “Io, gli altri”. In un sag­gio del 2001, lei scri­ve che la crea­ti­vi­tà «è la capa­ci­tà di esse­re se stes­si a dispet­to di ogni pres­sio­ne», ma anche «di riu­sci­re a guar­da­re se stes­si in rela­zio­ne agli altri». Inten­de dire che non si può otte­ne­re liber­tà per­so­na­le e fidu­cia in se stes­si sen­za respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri, sen­za una rela­zio­ne sé/altri che non sia com­pro­mes­sa dal­la ten­ta­zio­ne di domi­na­re l’altro?
Infat­ti, è pro­prio così. Sono sem­pre sta­ta con­vin­ta che liber­tà e respon­sa­bi­li­tà sia­no lega­te in modo indis­so­lu­bi­le, che l’una non si pos­sa dare sen­za l’altra. Io, per esem­pio, scri­vo per me stes­sa, per il pia­ce­re che ne rica­vo, per il biso­gno di affer­ma­re la mia liber­tà e per dare for­ma alla mia crea­ti­vi­tà, ma ten­go sem­pre in men­te la respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, ten­go in con­tro gli altri, i miei even­tua­li inter­lo­cu­to­ri, colo­ro ai qua­li desti­no ideal­men­te il mio lavo­ro. Non si trat­ta di una scrit­tu­ra chiu­sa in se stes­sa, ma di una scrit­tu­ra che si apre, costi­tu­ti­va­men­te, agli altri. La crea­ti­vi­tà abo­li­sce la divi­sio­ne tra sé e gli altri, e insie­me tut­te le dico­to­mie che abbia­mo ere­di­ta­to dal perio­do schia­vi­sti­co e che il siste­ma patriar­ca­le clas­si­sta ripro­du­ce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Gra­zie alla scrit­tu­ra, que­ste dico­to­mie ven­go­no ricom­po­ste nell’individuo, che a sua vol­ta vie­ne ricol­lo­ca­to all’interno del­la socie­tà, nel­la rela­zio­ne con gli altri. Da qui nasce la dop­pia respon­sa­bi­li­tà di chi scri­ve: ver­so sé e ver­so gli altri.
«Sono diven­ta­ta una fem­mi­ni­sta quand’ero bam­bi­na, all’età di set­te anni», ha rac­con­ta­to una vol­ta. Ci spie­ga cosa inten­de quan­do sostie­ne che oggi le don­ne deb­ba­no affron­ta­re «un dop­pio assal­to», quel­lo del «con­su­mi­smo del libe­ro mer­ca­to» da una par­te e quel­lo del «fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e poli­ti­co» dall’altra?
Dicen­do che sono diven­ta­ta fem­mi­ni­sta a otto anni inten­do dire che ogni bam­bi­no è natu­ral­men­te crea­ti­vo, ed è con­sa­pe­vo­le del­le ingiu­sti­zie che pati­sce. Quan­do sono oppres­si o limi­ta­ti, i bam­bi­ni si rivol­ta­no, disob­be­di­sco­no, oppu­re, sem­pli­ce­men­te, han­no pau­ra. Ecco, per me fem­mi­ni­smo signi­fi­ca rifiu­ta­re di ave­re pau­ra, rifiu­ta­re ogni for­ma di ingiu­sti­zia, poli­ti­ca, reli­gio­sa, di clas­se, di gene­re. Per quan­to riguar­da il “dop­pio assal­to”, basta pen­sa­re alle don­ne ira­che­ne, a quel­le afgha­ne, alle pale­sti­ne­si, che oggi com­bat­to­no due bat­ta­glie: con­tro l’occupazione ame­ri­ca­na (o israe­lia­na), lega­ta al con­su­mi­smo degli Sta­ti Uni­ti e allo sfrut­ta­men­to del petro­lio, e quel­la con­tro il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so, inco­rag­gia­to pro­prio dagli ame­ri­ca­ni. Il siste­ma capi­ta­li­sta patriar­ca­le, clas­si­sta e raz­zi­sta, non solo si basa sull’ingiustizia, ripro­du­cen­do­la, ma ha biso­gno di Dio e del­la reli­gio­ne per legit­ti­mar­la. Suc­ce­de in Iraq, ma suc­ce­de in Egit­to, un pae­se eco­no­mi­ca­men­te colo­niz­za­to, in Afgha­ni­stan e in Pale­sti­na. Per que­sto, con­te­sto chi par­la di post-colo­nia­li­smo: vivia­mo inve­ce in un perio­do di neocolonialismo.
In un sag­gio del 2002 su Esi­lio e resi­sten­za scri­ve: «Da quan­do sono nata ho sen­ti­to di esse­re in esi­lio». Per poi aggiun­ge­re: «la scrit­tu­ra mi ha aiu­ta­ta a com­bat­te­re l’esilio e la sen­sa­zio­ne di esse­re “alie­na”». Cre­de che la scrit­tu­ra sia uno stru­men­to con cui pos­sia­mo abi­ta­re la nostra “casa esi­sten­zia­le”, anche se sia­mo lon­ta­ni da quel­la “mate­ria­le”?
Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sen­tia­mo pro­pria­men­te a casa? Non cer­to in una par­ti­co­la­re por­zio­ne di ter­ra, non, neces­sa­ria­men­te, nel luo­go in cui sia­mo nati. Sia­mo a casa quan­do sia­mo nel posto in cui tro­via­mo giu­sti­zia, uma­ni­tà, liber­tà e amo­re, e dove tro­via­mo per­so­ne che sen­to­no il biso­gno di que­ste cose e che si bat­to­no per ottenerle.
Se sia­mo sul “suo­lo patrio”, ma sia­mo minac­cia­ti, oppres­si, impri­gio­na­ti per­ché ci espri­mia­mo libe­ra­men­te, sia­mo for­se a casa? Men­tre se sia­mo lon­ta­ni dal luo­go dove sia­mo nati, ma ci sen­tia­mo in sin­to­nia con le per­so­ne intor­no a noi, come mi capi­ta con i miei stu­den­ti ame­ri­ca­ni, allo­ra pos­sia­mo dir­ci a casa. La crea­ti­vi­tà ha il pote­re straor­di­na­rio di sospen­de­re l’esilio, per­fi­no di abo­lir­lo. Ricor­do che quan­do ero in pri­gio­ne e riu­sci­vo a scri­ve­re, sen­ti­vo di esse­re altro­ve. Gra­zie alla scrit­tu­ra ero libe­ra. Nono­stan­te fos­si tra quat­tro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Clai­re | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Clau­dia Spadoni |

Un pae­se ospi­te (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cin­que gior­ni (14–18 mag­gio), più di mil­le case edi­tri­ci e tan­ti ospi­ti inter­na­zio­na­li: l’edizione nume­ro ven­ti­due del­la Fie­ra del Libro di Tori­no ha un car­tel­lo­ne ric­chis­si­mo. Leg­gi che ti pas­sa (la cri­si)? Chis­sà. Noi, intan­to, vi dia­mo qual­che consiglio.
Le sue lot­te per l’emancipazione fem­mi­ni­le l’hanno costret­ta in car­ce­re e in esi­lio (negli Sta­ti Uni­ti, dove fa la docen­te uni­ver­si­ta­ria). In patria Nawal Al Saa­da­wi è sta­ta spes­so cen­su­ra­ta, in Ita­lia Giun­ti ha pub­bli­ca­to il suo famo­so Woman at point zero (tra­dot­to come Fir­daus), men­tre nei tito­li de il Siren­te tro­va­te il roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio: sto­rie duris­si­me con pro­ta­go­ni­ste che cer­ca­no la liber­tà. A Tori­no la scrit­tri­ce par­le­rà di crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za. Dipen­den­ze necessarie?
Saba­to 16 mag­gio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tem­po | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Anto­nel­la Melilli |

Ini­zia con un piglio velo­ce, non pri­vo di vena­tu­re d’ironia che tra­spa­io­no dal­le con­get­tu­re cer­vel­lo­ti­che di uno psi­co­lo­go a pro­po­si­to del­la fuga di un’archeologa, deci­sa a sfi­da­re la puni­zio­ne del­la mor­te abban­do­nan­do casa e mari­to per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che idee. 
«L’amore ai tem­pi del petro­lio», ulti­ma ope­ra del­la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Naval al’Sadawi, (Edi­tri­ce il Siren­te, pag.140) nel­la tra­du­zio­ne dall’arabo di Mari­ka Mac­co. Una scrit­tri­ce già insi­gni­ta di nume­ro­si pre­mi e nota per la deter­mi­na­zio­ne di un impe­gno poli­ti­co e uma­ni­ta­rio che l’ha vista nel 2004 can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni del suo pae­se e che l’ha por­ta­ta dal 2007 alla Pre­si­den­za del Par­la­men­to Euro­peo. Un impe­gno che si coglie con for­za anche nel­le pagi­ne di que­sto bre­ve roman­zo, espres­sio­ne inci­si­va e poten­te dell’arretratezza di un Pae­se impre­ci­sa­to, impa­nia­to però nel­le tra­di­zio­ni di un fon­da­men­ta­li­smo ance­stra­le. Dove la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, rego­la­ta da con­vin­zio­ni arcai­che e fero­ci, sem­bra con­su­stan­ziar­si nel pae­sag­gio stes­so in cui la pro­ta­go­ni­sta appro­da, popo­la­to di don­ne schiac­cia­te sot­to il peso di bari­li pan­ciu­ti di petro­lio e con­dan­na­te a una fati­ca di buoi cie­chi sen­za voce né diritti.

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repub­bli­ca | Saba­to 9 mag­gio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egi­zia­na ospi­te alla Fie­ra del Libro di Tori­no non è solo Naguib Mah­fuz, il magni­fi­co Nobel scom­par­so nel 2006 e di cui comun­que a Tori­no sarà pre­sen­ta­to il roman­zo ine­di­to Autun­no egi­zia­no pub­bli­ca­to dal­la New­ton Comp­ton. ’ Ala Al-Aswa­ni, che inter­vi­stia­mo qui accan­to, ha avu­to in Ita­liae nel mon­do un suc­ces­so spe­cia­le, 4 milio­ni di copie ven­du­te nel mon­do. Gamal al-Ghi­ta­ni, Sunal­lah Ibra­him, Baha Taher, la gene­ra­zio­ne degli anni Ses­san­ta, con­ti­nua­no a esse­re pro­dut­ti­vi, e, così come Muham­mad al-Busa­ti o Sulay­man Fayyad, rac­con­ta­no la socie­tà, tan­to quel­la sofi­sti­ca­ta del Cai­ro quan­to quel­la dell’ entro­ter­ra rura­le. La nar­ra­ti­va lascia pochi aspet­ti sco­per­ti, e guar­da anche all’ estre­mi­smo, come del resto fa lo stes­so Al-Aswa­ni. Se Edward al-Khar­rat riper­cor­re la bel­le époque cosmo­po­li­ta di un tem­po, una pat­tu­glia di don­ne, come Sal­wa Bakr, Ahdaf Soueif, Lati­fa Zayyat, Nawal Saa­da­wi o la più gio­va­ne Miral Taha­wi, si sono dedi­ca­te e si dedi­ca­no a per­so­nag­gi che affron­ta­no con corag­gio la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le. Ci sono anche scrit­to­ri con­si­de­ra­ti mini­ma­li­sti, Ahmed Ala­j­di fra tut­ti, con il suo disa­gio ver­so l’ incom­ben­za dei miti ame­ri­ca­ni o come Kha­led Al Kha­mis­si, che con Taxi, attra­ver­so la vita quo­ti­dia­na di un tas­si­sta, leg­ge con iro­nia i males­se­ri di oggi.

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TGR Mediterraneo presenta TAXI

TGR Medi­ter­ra­neo | Saba­to 4 feb­bra­io 2009 | Ade­lai­de Costa |

Il taxi come luo­go socia­le, momen­to di con­fron­to, spec­chio del­la coscien­za col­let­ti­va. Nel­la capi­ta­le egi­zia­na ci sono ottan­ta­mi­la taxi, mol­ti risen­to­no del tem­po, altri del­le tas­se, tut­ti del­la cri­si. Gli auti­sti del­le auto pub­bli­che sono anche dei novel­li can­ta­sto­rie per­ché nel giro di una cor­sa rie­sco­no a rac­con­ta­re e sin­te­tiz­za­re sto­rie per­so­nag­gi, curio­si­tà, para­bo­le di vita. Alcu­ne di que­ste le ha rac­col­te Kha­led Al Kha­mis­si nel libro best sel­ler Taxi. Le stra­de si rac­con­ta­no, edi­to in Ita­lia da il Siren­te. Cin­quan­tot­to pic­co­li epi­so­di che costrui­sco­no uno spac­ca­to auten­ti­co del­la socie­tà egi­zia­na con le sue atte­se, lamen­te­le, i suoi sogni, l’amore, le pro­te­ste nei con­fron­ti di gover­no e gover­nan­ti ad ogni livel­lo. Kha­led Al Kha­mis­si è nato al Cai­ro, è gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re. Taxi è il suo pri­mo libro, uno dei più ven­du­ti in Egit­to e nel mon­do arabo.

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Cairo Cabbies Gab About Back

BLOOMBERG — 11/09/2008
Inter­view by Daniel Williams

Even casual tra­ve­lers to Cai­ro soon learn one thing about the city: Its taxi dri­vers delight in gab­bing about poli­tics, reli­gion, the wea­ther, their fami­ly, your fami­ly, their inco­me, your sala­ry — wha­te­ver — whi­le you are cap­ti­ve in their cabs.

Kha­led Al Kha­mis­si, an Egyp­tian public-rela­tions agent and author, recoun­ts dozens of con­ver­sa­tions he’s had with chat­ty dri­vers in a book cal­led “Taxi,” a rol­ling por­trait of con­tem­po­ra­ry Cai­ro. For him, cab­bies are the city’s town criers.

Taxi dri­vers are always in the street, day and night,” Al Kha­mis­si says in an inter­view in his third-floor offi­ce loo­king onto a Cai­ro pla­za jam­med with cars and people.

They are the blood­stream of Cai­ro and express the who­le suf­fe­ring of socie­ty and the deter­mi­na­tion to over­co­me the pro­blems of sur­vi­val in Egypt.”

Fir­st publi­shed in Ara­bic last year and now avai­la­ble in English, “Taxi” recon­struc­ts from memo­ry 58 con­ver­sa­tions Al Kha­mis­si had with various drivers.

One cab­by from sou­thern Egypt talks about fleeing a fai­led govern­ment irri­ga­tion pro­ject. Ano­ther descri­bes how a vei­led woman strip­ped in his back seat, pee­ling off her mode­st garb on the way to her wai­tres­sing job. A third dreams of dri­ving to South Afri­ca for soccer’s 2010 World Cup.

One dri­ver talks to Al Khamissi’s daughter about por­no­gra­phy. And one young cab­by, enra­ged at his own pover­ty, sym­pa­thi­zes with sui­ci­de bom­bers and threa­tens to crash his car at the next intersection.

Moon­lighters

In their own way, the dri­vers express a matu­re under­stan­ding of Egypt. They live it eve­ry­day,” says Al Kha­mis­si, who reports that the Ara­bic edi­tion of his book has sold 60,000 copies, a bestsel­ler by Egyp­tian standards.

Moon­lighting cab­bies are com­mon, making the dri­vers a cross-sec­tion of socie­ty, he says. Owners sublea­se their cars to all comers: reti­rees, unem­ployed stu­den­ts, engi­neers and even, on rare occa­sions, women.

I have never met a dri­ver with a doc­to­ra­te, but I have met plen­ty who hold masters degrees,” the author says.

The book rings true. Thou­gh Al Kha­mis­si is a cri­tic of the govern­ment of Pre­si­dent Hosni Muba­rak, some of his dri­vers favor the 80-year-old lea­der. Com­plain­ts about bureau­cra­cy and cor­rup­tion are commonplace.

Al Khamissi’s timing was good: Taxis have come under offi­cial scru­ti­ny this year. The govern­ment orde­red the with­dra­wal of licen­ses from cabs older than 20 years under a rule that went into effect Aug. 1, thou­gh owners have three years to dump their old cars.

Orna­men­tal Meters

New regu­la­tions also make man­da­to­ry the use of meters, which Al Kha­mis­si descri­bes as inert orna­men­ts desi­gned “to tear the trou­sers of custo­mers who sit next to the dri­ver.” If my own expe­rien­ce is any gui­de, the meter rule has been igno­red. Nego­tia­tions, as always, are the norm.

The rules are meant to eli­mi­na­te cars with faul­ty bra­kes, bald tires and fuming exhausts, and the sta­te is offe­ring sub­si­di­zed loans to buy new vehi­cles. That sho­ws just how out of touch the govern­ment is, Al Kha­mis­si says.

Even with a sub­si­dy, he asks, “who can afford a new car?”

Taxi” has just a cou­ple of wea­k­nes­ses. For one thing, it could have used ful­ler descrip­tions of Cai­ro cabs, 80,000 of which roam the city of 17 mil­lion peo­ple, accor­ding to the Trans­por­ta­tion Ministry.

From outsi­de, most of the cars look ali­ke: two-toned black- and-whi­te Ladas or Fia­ts poc­ked with den­ts and mis­sing some or all of their fen­ders. Insi­de, the cars are feasts of idio­syn­cra­sies: Amu­le­ts, wor­ry beads and trin­ke­ts dan­gle from rear-view mir­rors abo­ve fur-cove­red dashboards.

Loud Prayers

Loud radios and CD players are ubi­qui­tous, with some Muslim dri­vers play­ing recor­ded Isla­mic prayers. In cabs ope­ra­ted by Cop­tic Chri­stians, pla­stic icons of sain­ts deco­ra­te the dash. At night, blin­king blue insi­de lights give the cabs a disco glow.

Ano­ther ele­ment mis­sing from Al Khamissi’s col­lec­tion is a typi­cal con­ver­sa­tion bet­ween a cab­bie and a forei­gn tou­ri­st, begin­ning with the que­stion, “Whe­re are you from?”

If the answer is the U.S., the con­ver­sa­tion will turn to prai­se for the friend­li­ness of Ame­ri­cans cou­pled with cri­ti­ci­sm of Pre­si­dent Geor­ge W. Bush’s forei­gn poli­cy and a que­ry about get­ting a U.S. visa and the ran­ge of salaries.

Being an Ame­ri­can who taxies around Cai­ro a lot, I’m fed up with discus­sing Iraq and U.S. tax laws whi­le stuck in Nile- length traf­fic jams. So I’ve taken to say­ing I’m from Bolivia.

That usual­ly works, thou­gh almo­st nothing can stop a Cai­ro cabby’s urge to chat if he’s deter­mi­ned. When I said “Boli­via” the other day, the dri­ver pau­sed for a beat and replied:

Ah, Bava­ria. Won­der­ful peo­ple. My bro­ther works in Munich. What are the chan­ces for a visa?”

None, I said. And can you plea­se turn down the prayers?

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Chiarastella Campanelli, “Altriarabi” (9 marzo 2008)

TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO di Khaled Al Khamissi

Prendere un taxi al Cairo

di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li, “Altria­ra­bi” (9 mar­zo 2008)

Prendere un taxi al CairoEcco un pic­co­lo pron­tua­rio da tene­re alla mano se inten­de­te avven­tu­rar­vi in un viag­gio in Egit­to fai da te… Tra i vari mez­zi di tra­spor­to mes­si a dispo­si­zio­ne dal­la gran­de metro­po­li egi­zia­na, il taxi è sicu­ra­men­te il mez­zo più sem­pli­ce. In qual­sia­si gior­no del­la set­ti­ma­na a qual­sia­si ora del­la gior­na­ta, dovun­que voi vi tro­via­te ci sarà sem­pre un taxi che vi pas­se­rà davan­ti pron­to a fer­mar­si appe­na gli fare­te un mini­mo gesto del­la mano… a meno che non sia­te estre­ma­men­te sfor­tu­na­ti. La pri­ma cosa da fare appe­na un taxi si fer­ma, dopo un bre­ve salu­to che potreb­be suo­na­re “Assa­la­mu alei­kum” (che la pace sia con te) che agli egi­zia­ni fa sem­pre pia­ce­re, sen­za trop­pi pre­am­bo­li (posi­zio­nan­do­vi se sie­te una don­na sola nel sedi­le retro­stan­te e se sie­te un uomo nel sedi­le accan­to al con­du­cen­te), comu­ni­ca­te­gli la meta che inten­de­te rag­giun­ge­re. In Egit­to non esi­ste un vero e pro­prio tarif­fa­rio da segui­re per il paga­men­to del­la cor­sa. In gene­re le per­so­ne si basa­no su dei prez­zi con­ven­zio­na­li non scrit­ti che si appren­do­no dopo un lun­go perio­do di per­ma­nen­za e che varia­no a secon­da del­le con­di­zio­ni del traf­fi­co e sicu­ra­men­te a secon­da di che tipo di clien­te si sie­de nel taxi, i turi­sti han­no sem­pre dei prez­zi mag­gio­ra­ti, è per que­sto che con­vie­ne non sfog­gia­re gui­de, occhia­li da sole e mac­chi­ne foto­gra­fi­che, ma adat­tar­si agli usi del posto..contando sul fat­to che nel 50% del­le vol­te un ita­lia­no, spe­cial­men­te se meri­dio­na­le, potreb­be esse­re con­fu­so con un abi­tan­te del luo­go. Pos­sia­mo orien­ta­ti­va­men­te dire che la trat­ta aero­por­to – cen­tro cit­tà costa dai 40 ai 50 pound, par­ten­do dall’aeroporto con­vie­ne sem­pre pri­ma del­la cor­sa accor­dar­si con l’autista sul prez­zo del­la trat­ta, agli egi­zia­ni, come alla gran­de mag­gio­ran­za degli ara­bi pia­ce mol­to con­trat­ta­re e mol­te vol­te se il clien­te non trat­ta vie­ne con­si­de­ra­ta per­so­na di poco con­to, più sare­te tena­ci e più riu­sci­re­te a far­vi fare un prez­zo ragio­ne­vo­le, o alme­no il prez­zo giu­sto per la cor­sa. In cit­tà una pic­co­la trat­ta di 4/5 km, per esem­pio dall’isola di Zama­lek al Midan Tah­rir (Museo egi­zio), costa non più di 5 pound. Non lascia­te­vi inti­mi­di­re da discor­si tesi ad impie­to­sir­vi, se sape­te di aver paga­to il prez­zo giu­sto scen­de­te sicu­ri di voi stes­si chiu­de­te la por­tie­ra e salu­ta­te anche se maga­ri da alcu­ni tas­si­sti arri­ve­ran­no una valan­ga di maledizioni….pensate però che la pro­fes­sio­ne del tas­si­sta al Cai­ro è stan­can­te è dif­fi­ci­le e se pote­te per­met­ter­vi qual­che lira in più che per voi sono pochi cen­te­si­mi al tas­si­sta cam­bie­rà la gior­na­ta. Pren­de­re un taxi al Cai­ro è sem­pre un’avventura che potreb­be esse­re asso­lu­ta­men­te diver­ten­te, inte­res­san­te, pia­ce­vo­le o il vostro più brut­to ricor­do. La gam­ma degli auti­sti è mol­to varia, spa­zia­no da col­ti lau­rea­ti ad anal­fa­be­ti. Alcu­ni san­no bene l’inglese, altri qual­che paro­la, con altri anco­ra se non cono­sce­te qual­che paro­la di ara­bo sarà asso­lu­ta­men­te impos­si­bi­le comu­ni­ca­re. Gli egi­zia­ni sono dei gran­di intrat­te­ni­to­ri, can­ta­sto­rie for­mi­da­bi­li, ma se sie­te nel­la gior­na­ta no in cui non vi va di par­la­re, ma solo con­tem­pla­re il pae­sag­gio dell’affascinante Cai­ro il con­du­cen­te capi­rà all’istante e alze­rà di buon gra­do l’audio del­la radio per far­vi assa­po­ra­re il Cai­ro al rit­mo di musi­ca araba….o pre­di­che reli­gio­se se sie­te meno for­tu­na­ti. Se sie­te inve­ce voglio­si di con­ver­sa­re, sicu­ra­men­te la pri­ma doman­da sarà: “da dove vie­ne?” E a quel pun­to rispon­de­re che sie­te ita­lia­ni andrà a vostro favo­re, gli egi­zia­ni han­no un’estrema sim­pa­tia per gli ita­lia­ni che con­si­de­ra­no mol­to simi­li, vi diran­no “Ahsan an-nna­suu” (la gen­te miglio­re) e ini­zie­ran­no a par­la­re di qual­che cal­cia­to­re, se non vi inten­de­te di cal­cio fate fin­ta di esse­re buo­ni inten­di­to­ri per non toglie­re il tono alle­gro del­la con­ver­sa­zio­ne. Se malau­gu­ra­ta­men­te il tas­si­sta vi chie­de di che reli­gio­ne sie­te ave­te due opzio­ni: cri­stia­ni o musul­ma­ni, se non vole­te esse­re vit­ti­me di pre­di­che su para­di­so e fine del mon­do è meglio non dire che sie­te ebrei o atei per­ché ten­te­ran­no in tut­ti i modi di con­vin­cer­vi che l’Islam è l’unica reli­gio­ne, chia­ra­men­te se il tas­si­sta è musul­ma­no, difat­ti al Cai­ro c’è una buo­na mino­ran­za di cri­stia­ni coop­ti ortodossi….ve ne accor­ge­re­te guar­da­no il pol­so dell’autista, se ha una pic­co­la cro­ce tatua­ta è sicu­ra­men­te un cri­stia­no. Buon viag­gio! e quan­do scen­de­te non dimen­ti­ca­te­vi di rin­gra­zia­re “Shuu­kran” e di fare qual­che buon augu­rio al tas­si­sta, come “rab­bi­na maak” (Egi­zia­no col­lo­quia­le “che Dio sia con te”).

Taxi. Le strade del Cairo si raccontano : Kaled Al KhamissiL’ultimo con­si­glio, che vi do di cuo­re, pri­ma di par­ti­re o appe­na tor­na­ti leg­ge­te “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no” di Kha­led Al Kha­mis­si (Edi­tri­ce il Siren­te, 2008)… vi cata­pul­te­rà di col­po nel fasci­no­so caos del­la gran­de metro­po­li, rega­lan­do­vi otti­mi spun­ti per il pros­si­mo viag­gio o offren­do­vi qual­che ricor­do che pen­sa­va­te dimen­ti­ca­to del vostro ulti­mo viag­gio al Cairo.

Diven­ta­to ormai un clas­si­co del­la let­te­ra­tu­ra Egi­zia­na con­tem­po­ra­nea, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no” è viag­gio nel­la socio­lo­gia urba­na del­la capi­ta­le egi­zia­na attra­ver­so le voci dei tas­si­sti. Una rac­col­ta di sto­rie bre­vi che rac­con­ta­no sogni, avven­tu­re filo­so­fi­che, amo­ri, bugie, ricor­di e poli­ti­ca. I tas­si­sti egi­zia­ni sono degli ama­bi­li can­ta­sto­rie che, con disin­vol­tu­ra, con­du­co­no il let­to­re in un deda­lo di real­tà e poesia. Autentico ritrat­to di un pae­se a ridos­so del crol­lo di un’epoca, “Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no” è sta­to scrit­to nel 2007, con­si­de­ra­to il pri­mo libro di suc­ces­so scrit­to in dia­let­to egi­zia­no ha lan­cia­to una nuo­va ten­den­za let­te­ra­ria. A oggi è tra­dot­to in die­ci lingue.

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