L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scomparsa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onnipresente.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Baldi |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vedere. 

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impegnando”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immorali?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumetti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mondo.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salottiere.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la società.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospite.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nulla.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla letteratura”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscienza.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Mubarak.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lune­dì 31 gen­na­io 2011 | Lub­na Ammou­ne |

Visco­so e nero come il petro­lio. Sem­bre­reb­be que­sta la carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re di un amo­re pre­sen­ta­to nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, cono­sciu­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le per la sua bat­ta­glia in nome dei dirit­ti del­le don­ne e del­la demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. In que­sto suo roman­zo, L’amore ai tem­pi del petro­lio, l’autrice per­cor­re una sto­ria den­sa di miste­ro di una don­na di cui non cono­scia­mo il nome. La pro­ta­go­ni­sta è un’archeologa che scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. Il suo viag­gio, rea­le e allo stes­so tem­po visio­na­rio, si rive­la come il per­cor­so del­la men­te e del­la coscien­za di una don­na che vive in un regno auto­ri­ta­rio in cui tut­to ciò che por­ta il gene­re fem­mi­ni­le a inte­res­si che esu­la­no dal­la casa è sin­to­mo di una malat­tia psi­co­lo­gi­ca. È un mon­do in cui lumi­na­ri del­la Ter­ra non pos­so­no che esse­re uomi­ni, e dun­que è risa­pu­to, anche se taciu­to, il fat­to che ci sia­no sta­te fal­si­fi­ca­zio­ni sto­ri­che ine­ren­ti alla tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, come quan­do Abu al Haul pre­se con la for­za il tro­no e ordi­nò che fos­se­ro rimos­si i seni da una sta­tua fem­mi­ni­le per­ché venis­se aggiun­ta la bar­ba. La ricer­ca­tri­ce scom­pa­re e dall’indomani si leg­ge la noti­zia sui gior­na­li, per­ché nes­su­na don­na ha mai osa­to abban­do­na­re casa e mari­to, disob­be­den­do alle rego­le, tan­to che la poli­zia si chie­de se sia una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le. Men­tre il com­mis­sa­rio inter­ro­ga il mari­to del­la don­na scom­par­sa per far luce sul­le ragio­ni del­la fuga, l’archeologa ripen­sa al suo inna­mo­ra­men­to. Si chie­de se suo mari­to sia vera­men­te suo mari­to. Per­va­sa da que­sto dub­bio arri­va a cre­de­re che l’avesse spo­sa­ta for­se in sua assen­za, men­tre il con­trat­to era sta­to pre­pa­ra­to sen­za di lei, per­ché la don­na non è soli­ta par­te­ci­pa­re al pro­prio matri­mo­nio. L’universo maschi­le si allar­ga e com­pa­io­no altre figu­re, tra cui il dato­re di lavo­ro del­la pro­ta­go­ni­sta e l’uomo con cui deci­de di sta­re quan­do riap­pa­re e per il qua­le lascia il mari­to. Sem­bra­no qua­si mac­chie da cui la don­na si sen­te però inspie­ga­bil­men­te e istan­ta­nea­men­te attrat­ta, respin­ta e distac­ca­ta. La sua fuga potreb­be por­tar­la a ritro­va­re il suo orgo­glio, le sue aspi­ra­zio­ni e la sua dignità. Questo scat­to di auto­co­scien­za e di for­mi­da­bi­le intro­spe­zio­ne si riflet­te e si allar­ga ad altre figu­re fem­mi­ni­li che solo in quel momen­to capi­sco­no che “non sono meri­te­vo­li di un dirit­to che pren­do­no da mani che non sono loro” e che “han­no per­mes­so a loro stes­se del­le con­di­zio­ni che nem­me­no gli ani­ma­li accetterebbero”. Eppure l’archeologa con­ti­nua a strug­ger­si d’amore e non tro­va anco­ra un sen­so da con­fe­ri­re alla sua vita. Così, nel­la luce fio­ca di alcu­ne not­ti in cui il pro­get­to di scap­pa­re appa­re com­piu­to v’è qual­co­sa d’intralcio. Per­ché “fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta notte…”.

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te africano».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che giorno.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di sangue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

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Sul senso del tradimento

The Arab | Dome­ni­ca 24 mag­gio 2009 | Elea­nor Kilroy |

Con­ver­sa­zio­ne di Elea­nor Kil­roy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è sta­ta accu­sa­ta in Egit­to di aver tra­di­to il suo Pae­se, la sua reli­gio­ne e il suo sesso.
Nel libro “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, il suo lavo­ro auto­bio­gra­fi­co, la scrit­tri­ce nar­ra il trau­ma che col­pì il suo pri­mo mari­to, di ritor­no dal­la guer­ra del Cana­le di Suez nel 1956. Un trau­ma che, secon­do Nawal, ebbe ori­gi­ne nel sen­so di tra­di­men­to vis­su­to dall’uomo nel suo rap­por­to con la “san­ta tri­ni­tà”: Nazio­ne, Dio, Fede.
Ave­va fede nel gover­no egi­zia­no, quan­do que­sti ini­ziò ad arruo­la­re gli stu­den­ti naïfs ed idea­li­sti come lui, quan­do dice­va loro “Anda­te sul cana­le e com­bat­te­te”… I ragaz­zi anda­ro­no, fece­ro la guer­ra, quel­li che tor­na­ro­no furo­no arre­sta­ti ed esi­lia­ti. Mio mari­to ebbe un crol­lo psi­co­lo­gi­co, comin­ciò a pren­de­re dro­ga, diven­ne un drogato.”.
Nel­la sua ope­ra ricor­re con­ti­nua­men­te la nozio­ne di tra­di­men­to”, le ho det­to incon­tran­do­la, avan­zan­do l’ipotesi che la pri­ma cosa da respin­ge­re è innan­zi­tut­to l’idea che per “sen­tir­si tra­di­ti” si deb­ba pos­se­de­re una fede irra­zio­na­le. Sa’dawi mi ha cor­ret­ta: “Tal­vol­ta si trat­ta di inganno.”.
Chi ci leg­ge potreb­be tro­va­re nuo­ve liber­tà nel­la vul­ne­ra­bi­li­tà cono­sciu­ta di Nawal Sa’dawi; una vul­ne­ra­bi­li­tà pre­sen­te in tut­ta la sua scrit­tu­ra, tra­ver­sa­ta allo stes­so modo da pas­sio­ne e rab­bia, ma che può esse­re facil­men­te dimen­ti­ca­ta quan­do ci si tro­va di fron­te ad una per­so­na dura, e forte.
Sta­va lì, in pie­di, con le spal­le leg­ger­men­te cur­va­te, la sua pel­le color mar­ro­ne come il limo por­ta­to giù dal Nilo, i suoi capel­li color bian­co neve, fol­ti, lun­go tut­ta la testa…”, così Nawal scri­ve di se stes­sa nel capi­to­lo che apre “Cam­mi­na­re nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrit­tri­ce era scap­pa­ta dal­la sua cit­tà nata­le, Cai­ro, dopo che il suo nome era com­par­so sul­la lista del­la mor­te di un movi­men­to fondamentalista.
Ades­so, 16 anni dopo, Nawal sta di fron­te a me, ed appa­re solo un po’ più curva.
L’autrice di mol­te ope­re, tra fic­tion e non, ha accet­ta­to un’intervista con il gior­na­le The Arab nel­la Libre­ria Hou­smans (a Lon­dra, ndt), spe­cia­liz­za­ta in “libri e perio­di­ci di idee radi­ca­li e poli­ti­ca progressista”.
Sul­la stam­pa, la scrit­tri­ce egi­zia­na è nor­mal­men­te defi­ni­ta “la più con­tro­ver­sa autri­ce fem­mi­ni­sta egi­zia­na”, ma io, inve­ce di per­cor­re­re que­sto trac­cia­to, ini­zio con il doman­dar­le cosa ren­de così radi­ca­li le sue idee e le sue azioni.
Atea, apo­sta­ta, paz­za, don­na che odia gli uomi­ni: gli ara­bi e tut­ti colo­ro che la cri­ti­ca­no non usa­no infat­ti mez­ze paro­le, e uti­liz­za­no qua­lun­que insul­to a dispo­si­zio­ne (anche “don­na che va con­tro il suo pro­prio ses­so”, in un libro omo­ni­mo di Geor­ges Tarabishi).
Lei rima­ne fer­ma e immo­bi­le, come davan­ti ai suoi per­so­nag­gi assas­si­ni, il dot­to­re, lo psi­chia­tra, lo scrit­to­re…, ben con­sa­pe­vo­le dei limi­ti che il cor­po e la men­te pos­so­no sopportare.
Nel capi­to­lo tito­la­to “Quel­lo che è sop­pres­so ritor­na sem­pre” di “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, Nawal nar­ra come una gio­va­ne dot­to­res­sa di un vil­lag­gio, lei stes­sa, pro­vò ad impe­di­re che una pazien­te di 17 anni, Masou­da, venis­se riaf­fi­da­ta al mari­to, un uomo mol­to più anzia­no, che l’aveva vio­len­ta­ta per cin­que anni. Un ope­ra­to­re social’e del vil­lag­gio ordi­nò inve­ce alla ragaz­za di ritor­na­re a casa, denun­cian­do la Saa­da­wi alle Auto­ri­tà loca­li per­ché ave­va com­mes­so “un’azione di man­can­za di rispet­to per i valo­ri mora­li ed i costu­mi del­la nostra socie­tà” e per aver inci­ta­to “le don­ne a ribel­lar­si alla Leg­ge divi­na dell’Islam”.
Una set­ti­ma­na dopo Masou­da si lasciò soffocare.
Ci sono mol­te for­me di cru­del­tà — la stes­sa Sa’dawi par­la altro­ve di “stu­pro eco­no­mi­co” -, ma l’idea che la fedel­tà a ciò che è cono­sciu­to come inno­cua cre­den­za spi­ri­tua­le pre­val­ga sul­le nostre respon­sa­bi­li­tà ver­so la salu­te del cor­po e del­la men­te, è una del­le idee più peri­co­lo­se del gior­no d’oggi.
“Vivia­mo tut­ti sot­to una sola reli­gio­ne e una sola cul­tu­ra”, dice Nawal ai qua­ran­ta ascol­ta­to­ri arri­va­ti alla libre­ria per ascol­tar­la, “il Patriar­ca­to Capitalista”.
Poi vie­ne la doman­da che ho temu­to sin dall’inizio. Chie­de una gio­va­ne don­na: “Non pen­sa che la sua scrit­tu­ra inco­rag­gi chi è con­tro l’Islam, e sof­fi sul fuo­co dell’intolleranza con­tro gli immigrati?”.
Mol­ti intel­let­tua­li di sini­stra potreb­be­ro irri­tar­si per un’accusa impli­ci­ta come que­sta, ma non la Sa’dawi che rispon­de edu­ca­ta­men­te “Sono con­tro la paro­la tra­di­men­to. Abbia­mo per­so la capa­ci­tà di cri­ti­ca per­ché abbia­mo pau­ra di esse­re accu­sa­ti di tradimento.”.
La ragaz­za insi­ste, “guar­di il modo in cui le don­ne musul­ma­ne sono trat­ta­te in Fran­cia, si proi­bi­sce loro di indos­sa­re il velo.”.
Sa’dawi spie­ga, “…si può sfi­da­re il colo­nia­li­smo affi­dan­do­si solo al velo? Non sareb­be più impor­tan­te orga­niz­za­re i grup­pi degli immi­gra­ti e con­tra­sta­re le poli­ti­che gover­na­ti­ve discri­mi­na­to­rie? È chia­ro che non si può cri­ti­ca­re solo l’Islam, quan­do ciò avvie­ne sia­mo di fron­te ad un movi­men­to solo poli­ti­co…”., tut­te le reli­gio­ni o le ideo­lo­gie, per­si­no l’anti-imperialismo in alcu­ne del­le sue sfac­cet­ta­tu­re, chie­do­no sacri­fi­ci, sino al san­gue.
Non è comu­ne che una comu­ni­tà di appar­te­nen­za par­li di scrit­tri­ci che l’hanno descrit­ta in modo poco lusin­ghie­ro: pau­ro­sa di tra­di­re un’identità etni­ca o reli­gio­sa, si sen­te sot­to accu­sa a tal pun­to da sot­to­por­re la scrit­tri­ce alle cri­ti­che più ven­di­ca­ti­ve, ritraen­do­la come una traditrice.
Que­stio­ne di malin­te­si o di per­di­ta di vista del moti­vo per cui com­bat­to­no, la bra­va gen­te rima­ne così invo­lon­ta­ria­men­te imbri­glia­ta nel­le brut­te que­stio­ni poli­ti­che dell’identità.
In “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, appa­re chia­ro che la stes­sa Sa’dawi è fede­le ad un’idea: che il sin­go­lo indi­vi­duo, sia egli uomo o don­na, deb­ba pren­de­re coscien­za del suo cor­po e del­la sua vita. Una con­sa­pe­vo­lez­za mol­to più impor­tan­te di qual­sia­si que­stio­ne etni­ca, reli­gio­sa, di iden­ti­tà di gene­re e di affi­lia­zio­ne poli­ti­ca, per­ché l’unica cosa che ci uni­sce è il fat­to di essere.
“Sia­mo cre­sciu­ti in modo distor­to, men­tal­men­te e fisi­ca­men­te; loro non ci han­no solo taglia­to i nostri geni­ta­li, la socie­tà ha cir­con­ci­so i nostri cer­vel­li con la reli­gio­ne, la scien­za e la poli­ti­ca, in que­sto modo abbia­mo per­so la nostra abi­li­tà ad esse­re crea­ti­ve, ad ave­re un’ampia visio­ne di noi stes­se e del mondo..
In tut­ti i miei libri emer­ge chia­ra­men­te che sono una dot­to­res­sa, par­lo di pro­ble­mi fisi­ci, ma non solo; par­lo anche di eco­no­mia, reli­gio­ne, sto­ria, antro­po­lo­gia e poli­ti­ca. Sono una psi­chia­tra e par­lo di malat­tia mentale.
Tut­ti noi rice­via­mo cono­scen­ze fram­men­ta­te sul fisi­co e la men­te come enti­tà sepa­ra­te, ed anche que­sta è un’idea reli­gio­sa, la frat­tu­ra tra il cor­po e la men­te è una cosa total­men­te inna­tu­ra­le. Quan­do scri­vo, io scri­vo con entram­bi, il cor­po e la mente”..
È que­sta sen­si­bi­li­tà del fisi­co intrec­cia­ta alla vul­ne­ra­bi­li­tà del­la men­te che la spin­ge a cri­ti­ca­re aper­ta­men­te le accu­se dei col­le­ghi, le san­zio­ni del gover­no e le minac­ce di mor­te degli estre­mi­sti islamici.
Sem­pre in “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, penul­ti­mo capi­to­lo “Una rivo­lu­zio­ne abor­ti­ta”, la scrit­tri­ce rac­con­ta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto vie­ne scon­fit­to da Israe­le nel­la guer­ra del 1967, lei deci­da di far par­te di un grup­po di medi­ci volon­ta­ri invia­ti nei cam­pi dei pro­fu­ghi pale­sti­ne­si in Gior­da­nia. Una vol­ta lì, si spo­sta in ambu­lan­za per aiu­ta­re i feriti.
Una not­te l’ambulanza sal­va un com­bat­ten­te del­la guer­ri­glia seria­men­te feri­to. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede cam­mi­na­re su una sedia a rotelle.
Ave­va per­so entram­be le gam­be ed un brac­cio, era solo un tron­co”.
Duran­te la sua ulti­ma not­te nel cam­po, va ad incon­tra­re il com­bat­ten­te, di nome Ghas­san, che la aspet­ta sul­la sua sedia a rotel­le, fuo­ri la ten­da. È mori­bon­do, par­la aper­ta­men­te alla “dot­to­res­sa”, le rac­con­ta i suoi desi­de­ri, vie­ne fuo­ri la sua con­sa­pe­vo­lez­za su come la socie­tà trat­ta i più deboli:
Tut­ti quei cor­pi lascia­ti nel­le ten­de, sono pove­ri ragaz­zi come me. Non han­no nul­la, solo i loro cor­pi. Ma in real­tà non pos­seg­go­no nean­che quel­li, i loro cor­pi appar­ten­go­no ai capi, feto­re di mor­te compreso.
Un gior­no la diri­gen­za ha deci­so di apri­re un fasci­co­lo su me, ero ormai con­si­de­ra­to un vete­ra­no han­di­cap­pa­to gra­ve, una sor­ta di men­di­can­te o non so cosa, dal momen­to che ho dovu­to rac­co­glie­re quel­lo che gli altri but­ta­va­no via per nutrir­mi. Solo se veni­va un’importante per­so­na­li­tà a far­ci visi­ta, ci radu­na­va­no tut­ti insie­me in un luo­go spaz­za­to e puli­to, con le ban­die­re e gli stri­scio­ni. Inve­ce di esse­re l’orgoglio del­la nostra Nazione…sono diven­ta­to un moti­vo di ver­go­gna, una mac­chia sul­la nostra repu­ta­zio­ne che dove­va esse­re occul­ta­ta o nasco­sta
.”.
Ghas­san rac­con­ta la sua sto­ria rivol­gen­do­si in pri­ma per­so­na all’ascoltatrice “don­na”:
la pri­ma paro­la d’insulto che hai ascol­ta­to nel­la tua vita è o non é sta­ta “mara”?… I miei nemi­ci han­no fat­to a pez­zi il mio cor­po, ma per me è sta­to meno dolo­ro­so di que­sto insul­to che gli altri mi han­no spu­ta­to addosso”.
La paro­la “mara” in ara­bo col­lo­quia­le signi­fi­ca “don­na” ma, a dif­fe­ren­za del ter­mi­ne clas­si­co “mara’a”, vie­ne uti­liz­za­ta in sen­so dispre­gia­ti­vo per defi­ni­re una don­na con­si­de­ra­ta inu­ti­le, un peso per la società.
Nel­la sua nar­ra­ti­va, Sa’dawi osser­va e regi­stra scru­po­lo­sa­men­te le feri­te fisi­che così come le diver­se mani­fe­sta­zio­ni del tor­men­to men­ta­le, assol­ve poche per­so­ne ma ne accu­sa tan­te: il Pote­re e colo­ro che, per igno­ran­za e ser­vi­li­smo, si sono resi com­pli­ci del­la sof­fe­ren­za del­le fasce più fra­gi­li del­le loro società.
Nel­la sua rela­zio­ne medi­ca su Masou­da, scri­ve che la sua gio­va­ne pazien­te ave­va ripor­ta­to gra­vi lesio­ni ana­li a cau­sa del­lo stu­pro ripe­tu­to da par­te di un uomo adul­to. Aggiun­ge che “la ragaz­za non ha tro­va­to alcu­na via d’uscita se non la malat­tia men­ta­le.”.
Chie­do alla scrit­tri­ce: come si può per­do­na­re chi, come nel caso di Masou­da, si appel­la alle leg­gi divi­ne per giu­sti­fi­ca­re la resti­tu­zio­ne del­la vit­ti­ma al suo aggressore?
Repli­ca,: “la mia rab­bia è sem­pre inca­na­la­ta nel­la scrit­tu­ra crea­ti­va, non sono una per­so­na adi­ra­ta tout court.”. “Sono una don­na sorridente,felice; mol­te per­so­ne quan­do mi incon­tra­no riman­go­no stu­pi­te per­ché pen­sa­va­no di tro­va­re una “fem­mi­ni­sta arrab­bia­ta”! Tut­te le mie rab­bie si river­sa­no nel mio lavo­ro, sono pub­bli­che, ed è un segno ester­no impor­tan­te per­ché mol­te don­ne han­no pau­ra di mostrar­le, que­ste rab­bie. Alcu­ne le diri­go­no ver­so se stes­se, svi­lup­pa­no depres­sio­ne e nevrosi.
La rab­bia è inve­ce un’emozione mol­to posi­ti­va, anche gli ani­ma­li si arrab­bia­no se stan­no lot­tan­do; alla ste­sa sana manie­ra, gli esse­ri uma­ni si arrab­bia­no quan­do ven­go­no pic­chia­ti, quan­do sono espo­sti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il pun­to è come le don­ne usa­no la loro rab­bia, con­tro se stes­se? Con­tro il mari­to? Voglio­no ucci­der­lo inve­ce che divor­zia­re? Ma per­ché? Pri­ma divor­zio, e poi recla­mo la mia vita! Io sono con­tro l’omicidio, a meno che tu non ucci­da come il per­so­nag­gio Fir­daus. La don­na a Pun­to Zero, che difen­de la sua vita.
I miei scrit­ti sono una pro­te­sta con­tro Dio, la reli­gio­ne e la spi­ri­tua­li­tà, che non libe­ra le don­ne ma aumen­ta sol­tan­to la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricor­da che quan­do era una bam­bi­na che anda­va a scuo­la, nell’Egitto a caval­lo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due miglio­ri ami­che era­no una bam­bi­na ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le sepa­rò per l’educazione reli­gio­sa, e in clas­se ven­ne det­to a cia­scu­na di stu­dia­re sul pro­prio Libro sacro; lei, inol­tre, ven­ne ammo­ni­ta a non toc­ca­re il cibo “spor­co” del­le altre. Nawal ricor­da di esse­re rima­sta scon­vol­ta, inca­pa­ce di capi­re il moti­vo per cui era sta­ta sepa­ra­ta dal­le sue ami­che. Da adul­ta, rac­con­ta ades­so, “ho pas­sa­to die­ci anni a stu­dia­re i Testi del­le prin­ci­pa­li reli­gio­ni, i libri che mala­men­te stru­men­ta­liz­za­ti pos­so­no por­ta­re gli uni ad odia­re gli altri, pie­ni di con­trad­di­zio­ni basa­te sull’idea del peccato…”.
“Abbia­mo rice­vu­to una cat­ti­va edu­ca­zio­ne a scuo­la e all’università, diven­tia­mo buo­ni stu­den­ti igno­ran­ti del mon­do; occor­re che cia­scu­no rimet­ta in discus­sio­ne il far­del­lo di istru­zio­ne che si por­ta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci spro­na a fare più col­le­ga­men­ti: tra poli­ti­ca, clas­se, reli­gio­ne, vio­len­za ses­sua­le e dipen­den­za eco­no­mi­ca del­le don­ne; tra leg­gi che lega­liz­za­no lo stu­pro e guer­re neo-colo­nia­li; tra patriar­ca­to, mono­ga­mia, nome del padre e muti­la­zio­ni geni­ta­li femminili.
La sua ulti­ma novel­la, Zay­nab, è dedi­ca­ta e por­ta il nome del­la madre, ne rac­con­ta la vita, ma gli edi­to­ri ara­bi han­no avu­to trop­po pau­ra di pub­bli­car­lo: “Abbia­mo per­so il nostro sen­so comu­ne”, com­men­ta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recen­te­men­te ripub­bli­ca­to quat­tro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Wal­king Throu­gh Fire”, “A Daughter of Isis”, “Cir­cling Song” e “Sear­ching”.

* Inter­vi­sta ori­gi­na­le pub­bli­ca­ta su “The Arab”, ripre­sa e invia­ta da “Women lin­ving under muslim laws”, tra­du­zio­ne per women a cura del­la redazione

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Vener­dì 13 novem­bre 2009 | Moni­ca Bian­chi La Foresti |

Il petro­lio “dono e male­di­zio­ne” è il pro­ta­go­ni­sta asso­lu­to di que­sto roman­zo. “Dono” per­ché ric­chez­za natu­ra­le ‘male­di­zio­ne’ per le con­se­guen­ze sul mon­do degli uomi­ni che vi ruo­ta intorno.
Le figu­re che si muo­vo su que­sto sfon­do si muo­vo­no come ombre stre­ma­te, abbru­ti­te dal­la situa­zio­ne di oppres­sio­ne e fati­ca. Inca­pa­ci di ragio­na­re sul­la assur­di­tà del­la pro­pria con­di­zio­ne. Solo una pic­co­la, sem­pli­ce don­na, impie­ga­ta di un uffi­cio archeo­lo­gi­co, chie­de una vacan­za dal suo lavo­ro, per “sod­di­sfa­re una sua curio­si­tà” (cosa che ver­rà poi defi­ni­ta dagli altri un “pas­sa­tem­po” cioè una cosa inutile).
Que­sta don­na par­te alla ricer­ca di even­tua­li resti archeo­lo­gi­ci del­la staua di una anti­ca dea por­tan­do uno scal­pel­lo nel­lo zai­no. Per­cor­re que­sto sce­na­rio cupo e deso­la­to, sof­fo­can­te, ma riu­sci­rà nell’intento!
La tra­ma è altret­tan­to oscu­ra e alla fine non si capi­sce esat­ta­men­te se que­sta dona fa ritor­no a casa, se vie­ne rag­giun­ta dal­le per­so­ne che la cer­ca­no o se incor­re in un altro desti­no. La gerar­chia del­la strut­tu­ra del roman­zo in que­sto pun­to sem­bra vacil­la­re (mari­to-poli­ziot­to­psi­co­lo­co-capo uffi­cio) ma soprat­tut­to la tra­ma si intrec­cia con le let­te­re di altre don­ne che ugual­men­te lascia­no a casa il fogliet­to “sono anda­ta in vacan­za”. Ecco pro­prio que­sto: anda­re in vacan­za, par­ti­re da don­ne sole, per per­cor­re­re un viag­gio di cono­scen­za, cre­sci­ta del­la pro­pria per­so­na met­te in moto le ener­gie di que­sto romanzo.
Lo sfon­do e i pre­sup­po­sti sono quel­li del­la socie­tà isla­mi­ca, ma mol­to si può rico­no­sce­re anche del­la nostra “libe­ra” socie­tà occidentale.
La let­tu­ra di que­sto libro è impe­gna­ti­va: un per­cor­so aspro in cui sogno e real­tà si con­fon­do­no in un mosai­co cata­stro­fi­co, livi­do, angosciante.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tutto.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti dominanti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do arabo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po presente.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeologa.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do morente”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribelli.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Medi­ter­ra­nea Onli­ne | Lune­dì 1 giu­gno 2009 | Cri­sti­na Giu­di­ce |

Un pae­se gover­na­to dagli uomi­ni, un’atmosfera den­sa, nera e sof­fo­can­te in cui resta­re invi­schia­ti come nel petro­lio. Il nuo­vo roman­zo del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal el-Sa’dawy.

Visio­na­rio, schi­zo­fre­ni­co, oni­ri­co. Sono alcu­ni degli agget­ti­vi che si pos­so­no usa­re per descri­ve­re l’ultimo roman­zo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tem­pi del petro­lio, una nar­ra­zio­ne buia, liqui­da e visco­sa pro­prio come que­sto liqui­do, pre­sen­ta­ta a Roma dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” come secon­do tito­lo del­la nuo­va e inte­res­san­te col­la­na “Altri arabi”.
La scrit­tri­ce egi­zia­na affron­ta in que­sto libro i temi che da sem­pre le sono cari, ma qui più che mai assu­me una pro­spet­ti­va pret­ta­men­te psi­chia­tri­ca che fa emer­ge­re la sua figu­ra di medi­co e di esper­ta degli intri­ca­ti mec­ca­ni­smi del­la men­te uma­na. In que­sto caso una men­te mala­ta, in pre­da ad una sor­ta di deli­rio cau­sa­to da con­di­zio­ni di vita socia­le e affet­ti­va che costrin­go­no la pro­ta­go­ni­sta ad una fuga dal­la real­tà in un’atmosfera allu­ci­na­ta di costan­te alter­nan­za fra sogno e veglia, i cui con­tor­ni si sfu­ma­no e si mesco­la­no tan­to da esse­re indistinguibili.
For­se pro­prio il back­ground da medi­co per­met­te alla el-Sa’dawy, come ad altri scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, di ave­re uno sguar­do qua­si cli­ni­co nei con­fron­ti del­la real­tà, come ha nota­to il gior­na­li­sta Pino Bla­so­ne, inter­ve­nu­to alla pre­sen­ta­zio­ne del libro: «Già Mah­fuz, con la sua for­te cri­ti­ca ver­so la socie­tà, era sta­to un vero mae­stro del nuo­vo rea­li­smo egi­zia­no, un filo­ne por­ta­to avan­ti dal­le ulti­me gene­ra­zio­ni di scrit­to­ri, soprat­tut­to dopo gli even­ti dell’11 set­tem­bre 2001».
Il rea­li­smo del­la el-Sa’dawy, teo­riz­za­to nel libro-inter­vi­sta Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, tro­va pie­na rea­liz­za­zio­ne nel­le pagi­ne di que­sto roman­zo: la con­di­zio­ne del­la don­na e il suo rap­por­to con l’uomo, la rela­zio­ne fra cul­tu­ra e liber­tà, il desi­de­rio di abbat­te­re le bar­rie­re e i tabù impo­sti dal­la socie­tà e dal­la reli­gio­ne. Tut­to que­sto sen­za dimen­ti­ca­re le pro­prie radi­ci: in un con­te­sto in cui tut­to è ano­ni­mo, dai per­so­nag­gi ai luo­ghi, il richia­mo all’antica civil­tà egi­zia­na e alle sue divi­ni­tà è l’unico pun­to fer­mo, qua­si il faro ver­so cui diri­ger­si quan­do si è per­sa la rot­ta per ritro­va­re il pro­prio pas­sa­to ed esse­re così capa­ci di affron­ta­re il presente.
La pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è un’archeologa che scap­pa dal­la trap­po­la del­la vita coniu­ga­le per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li in una socie­tà domi­na­ta dagli uomi­ni e dove anche il solo pen­sa­re che esi­sta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li è con­si­de­ra­to un tabù. L’uomo è padro­ne indi­scus­so di tut­to e depo­si­ta­rio del sape­re asso­lu­to e la don­na vive il rap­por­to con lui come uno scon­tro con­ti­nuo. Come ha nota­to Lau­ra Pisa­no, docen­te di sto­ria del gior­na­li­smo all’università di Caglia­ri, «il mari­to appa­re qua­si sem­pre sot­to for­ma di una voce che dà ordi­ni, nasco­sto die­tro le pagi­ne di un gior­na­le, qua­si come se la stam­pa fos­se vis­su­ta come vero stru­men­to di pote­re». Il para­dos­so però è che colui che ha il pote­re incon­tra­sta­to nel pae­se, il re, è anal­fa­be­ta, men­tre la don­na, pur non essen­do padro­na nep­pu­re del pro­prio desti­no, è una ricer­ca­tri­ce. «Chie­de­re cul­tu­ra da par­te del­la don­na – secon­do la Pisa­no – signi­fi­ca infran­ge­re il mono­po­lio del pote­re e l’idea che la cul­tu­ra fos­se una col­pa, una tra­sgres­sio­ne e una devia­zio­ne, era pre­sen­te anche in Euro­pa, dove la don­na ha avu­to acces­so all’istruzione di alto livel­lo solo mol­to tardi».
«Il pro­ble­ma del libe­ro acces­so alla cul­tu­ra e alla libe­ra espres­sio­ne del­le idee in Egit­to è anco­ra pre­sen­te – ha ricor­da­to Pao­la Gar­giu­lo, del grup­po par­la­men­ta­re don­ne al Sena­to – for­se anche per que­sto le nuo­ve gene­ra­zio­ni, che nel pae­se costi­tui­sco­no la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne, cer­ca­no nuo­ve vie, in par­ti­co­la­re quel­la vir­tua­le. Mol­ti blog­ger sono però fini­ti in car­ce­re e anche la ragaz­za che su Face­book die­de ini­zio al tam tam del movi­men­to del 6 apri­le (per la pro­cla­ma­zio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, fini­to pur­trop­po in un fia­sco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è fini­ta in car­ce­re. Anche il roman­zo a fumet­ti “Metro”, che cono­sce un enor­me suc­ces­so vir­tua­le sul­la rete, è sta­to seque­stra­to dal­le librerie.
Un esem­pio posi­ti­vo del rap­por­to fra scrit­tu­ra e pote­re – ha con­ti­nua­to la Gar­giu­lo – è inve­ce quel­lo del­la maroc­chi­na Rita el-Kha­yat che nel 1999 fu la pri­ma don­na nel mon­do ara­bo a scri­ve­re una let­te­ra al re del Maroc­co riguar­do la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, il docu­men­to for­se più auda­ce, corag­gio­so e scon­ve­nien­te del seco­lo scor­so e che richia­mò l’attenzione del sovra­no su pro­ble­mi non pri­ma pre­si nel­la giu­sta considerazione».
Nel suo ten­ta­ti­vo di ribel­lar­si con­tro que­sto tipo di socie­tà però la pro­ta­go­ni­sta tro­va un osta­co­lo anche nel­le altre don­ne e qui sem­bra che si pos­sa intra­ve­de­re una sor­ta di cri­ti­ca, che non sareb­be nep­pu­re ingiu­sti­fi­ca­ta, nei con­fron­ti del­le don­ne ara­be, spes­so inca­pa­ci esse stes­se, a vol­te per pigri­zia e altre per pau­ra, di abbat­te­re quel­le bar­rie­re con­tro cui la el-Sa’dawy lot­ta da tempo.
«Per riu­sci­re ad infran­ge­re le bar­rie­re – ha det­to la Pisa­no – è neces­sa­rio il dia­lo­go fra le cul­tu­re, sia di tipo reli­gio­so che arti­sti­co, let­te­ra­rio e cul­tu­ra­le, con­tra­stan­do tut­to ciò che crea osta­co­li e sepa­ra­zio­ni. In que­sto sen­so le reli­gio­ni, usa­te in modo poli­ti­co, sono viste dal­la el-Sa’dawy come ele­men­to di sepa­ra­zio­ne nel loro crea­re odi, divi­sio­ni e ingiustizie».
L’autrice stes­sa, in un con­ve­gno a Roma qual­che set­ti­ma­na fa, dis­se: «Biso­gna rele­ga­re la reli­gio­ne nel­la sfe­ra pri­va­ta del­la vita e non dar­le spa­zio in quel­la pub­bli­ca. Per que­sto ben ven­ga­no ini­zia­ti­ve come quel­la del gover­no fran­ce­se, che ha proi­bi­to qual­sia­si esi­bi­zio­ne di segni reli­gio­si negli ambien­ti pub­bli­ci. La reli­gio­ne per mol­ti ver­si è diven­ta­ta un fat­to socia­le come in Egit­to, dove le ragaz­ze indos­sa­no il velo con jeans e magliet­te stret­tis­si­mi. La reli­gio­ne non è mora­li­tà, ma poli­ti­ca. Stu­dian­do le reli­gio­ni mi sono tro­va­ta di fron­te a due tipi di mora­le, una per gli uomi­ni e una per le don­ne, una per i ric­chi e una per i pove­ri e ho nota­to che la reli­gio­ne crea solo divi­sio­ni. Abbia­mo biso­gno di vive­re in un mon­do sen­za reli­gio­ne, sen­za che ciò signi­fi­chi vive­re sen­za mora­le. Al con­tra­rio, sarem­mo più uma­ni e, quin­di, più uni­ti fra di noi».
Il pro­ble­ma fem­mi­ni­le secon­do la scrit­tri­ce è, oltre che reli­gio­so, poli­ti­co: «Le don­ne sono sot­to­po­ste a for­ti pres­sio­ni in tut­to il mon­do, sia di tipo socia­le, che eco­no­mi­co e poli­ti­co, e sono ovun­que vit­ti­me dei siste­mi: in Afgha­ni­stan, dove il regi­me tale­ba­no è sta­to crea­to dai Bush, come in Ame­ri­ca, dove domi­na il fon­da­men­ta­li­smo cri­stia­no, come in Euro­pa, dove sono schia­ve del­le con­ven­zio­ni sociali».
Non aven­do dun­que nes­su­no a cui rivol­ger­si nel mon­do rea­le, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo si rifu­gia sia nel ricor­do del­la sua infan­zia, dove domi­na la figu­ra del­la zia devo­ta all’Immacolata, figu­ra pre­sen­te nel­la tra­di­zio­ne cri­stia­na come in quel­la musul­ma­na, sia nel mon­do ance­stra­le e for­te­men­te sim­bo­li­co del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li, dove anche la sfin­ge, il cui nome in ara­bo, Abu el-Hol (padre del ter­ro­re), è maschi­le assu­me iden­ti­tà fem­mi­ni­le diven­tan­do Um el-Hol (madre del ter­ro­re). È così che in un libro in cui nes­sun per­so­nag­gio è iden­ti­fi­ca­to da un nome, solo le divi­ni­tà sono defi­ni­te, esat­ta­men­te come suc­ce­de­va in alcu­ni rac­con­ti di epo­ca farao­ni­ca, come ha ricor­da­to Ema­nue­le Ciam­pi­ni, esper­to di egit­to­lo­gia dell’università “Ca’ Fosca­ri” di Vene­zia. Sekh­met, dea leo­nes­sa, prin­ci­pio divi­no ter­ri­bi­le e por­ta­tri­ce di mor­te, diven­ta qua­si alter ego del­la pro­ta­go­ni­sta. Pro­prio come lei, infat­ti, era fug­gi­ta dall’Egitto dan­do ini­zio a stra­gi ter­ri­bi­li oltre i con­fi­ni del pae­se. Lo stes­so dio sole inter­ven­ne per argi­na­re la sua ira sen­za fre­ni e la dea fu ripor­ta­ta in Egit­to con l’inganno, da un grup­po di divi­ni­tà fra cui il “bra­vo compagno”.
Il rap­por­to con l’uomo insom­ma, se pur con­flit­tua­le, risul­ta qua­si neces­sa­rio e com­ple­men­ta­re alla figu­ra fem­mi­ni­le, come sem­bra sot­tin­ten­de­re anche la el-Sa’dawy nel­le ulti­me righe del romanzo:
«Ma quan­do lo sen­tì ride­re, rise anche lei.
La vita sem­brò miglio­re di quel­lo che era sta­ta in precedenza.
Fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta not­te. Con­ti­nue­rà a dor­mi­re e doma­ni ci pro­ve­rà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Mar­te­dì 2 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Giorgi |

Una don­na mori­ge­ra­ta, sem­pre ligia al pro­prio dove­re e rispet­to­sa del­le leg­gi; un’archeologa, spe­cia­liz­za­ta nel­la ricer­ca di sta­tue raf­fi­gu­ran­ti divi­ni­tà fem­mi­ni­li dell’antico Egit­to. Che un gior­no deci­de di fug­gi­re, di “pren­der­si una vacan­za” dal mari­to e dal lavo­ro, e fini­sce per spa­ri­re, facen­do per­de­re le pro­prie trac­ce agli altri e a se stes­sa. Da qui si dipa­na L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te 2009, Euro 15,00), l’ultima fati­ca let­te­ra­ria del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi, fra le pro­ta­go­ni­ste indi­scus­se del fem­mi­ni­smo ara­bo contemporaneo.

Medi­co e psi­chia­tra, al-Sa’dawi si bat­te da mol­ti anni nel suo pae­se e in tut­to il mon­do con­tro la dise­gua­glian­za di gene­re e con­tro la pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li, di cui da bam­bi­na fu vit­ti­ma lei stes­sa. Per le sue pre­se di posi­zio­ne è sta­ta con­si­de­ra­ta a lun­go una per­so­na con­tro­ver­sa e peri­co­lo­sa dal gover­no egi­zia­no, incar­ce­ra­ta nel 1981, costret­ta a rinun­cia­re alla can­di­da­tu­ra alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2005. Dopo mol­ti roman­zi, sag­gi e rac­col­te di novel­le tra­dot­ti in 20 lin­gue, che le han­no fat­to vin­ce­re nume­ro­si pre­mi, L’amore ai tem­pi del petro­lio fu pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2001 e subi­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa del pae­se. In linea con la natu­ra bat­ta­glie­ra dell’autrice, il libro è infat­ti a tut­ti gli effet­ti una denun­cia con­tro la socie­tà patriar­ca­le, la segre­ga­zio­ne fem­mi­ni­le, la vio­len­za per­pe­tra­ta quo­ti­dia­na­men­te ai dan­ni del­le don­ne, la nega­zio­ne per loro di ogni dirit­to uma­no. E, seb­be­ne l’ambientazione del­la sto­ria sia vaga, i riman­di al pae­se nata­le dell’autrice sono mol­te­pli­ci, tali per­lo­me­no da por­ta­re alla censura.
Dopo la fuga, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo – che non vie­ne mai chia­ma­ta per nome, a imper­so­na­re per­fet­ta­men­te l’intero uni­ver­so fem­mi­ni­le – si ritro­va improv­vi­sa­men­te in un oscu­ro “Regno del petro­lio” dove si stan­no pre­pa­ran­do i festeg­gia­men­ti per il com­plean­no del Re. La don­na vie­ne per­ciò seque­stra­ta, con­se­gna­ta nel­le mani di un uomo e costret­ta a lavo­ra­re all’estrazione del liqui­do, che impre­gna di sé e invi­schia tut­to il mon­do cir­co­stan­te. Nel­la fab­bri­ca le don­ne han­no il com­pi­to di tra­spor­ta­re i bari­li sul­la testa, sen­za dirit­to al risto­ro né al sala­rio. La don­na si tro­va così ulte­rior­men­te schia­viz­za­ta, a dover soste­ne­re il con­fron­to con le altre don­ne, che spes­so rido­no del­le sue dif­fi­col­tà nell’adattarsi alla nuo­va condizione.
Ma la fati­ca più gran­de è il rap­por­to con l’uomo che ha rice­vu­to il com­pi­to di tener­la pres­so di sé. La pro­ta­go­ni­sta non è mai sta­ta abi­tua­ta in pas­sa­to ad adem­pie­re alle man­sio­ni con­si­de­ra­te nor­mal­men­te fem­mi­ni­li, come la cuci­na, né a sod­di­sfa­re indi­scu­ti­bil­men­te le richie­ste maschi­li. Il rap­por­to con l’uomo – anche in que­sto caso sen­za nome – rap­pre­sen­ta per lei una ulte­rio­re regres­sio­ne, che la por­ta in un cer­to sen­so a per­de­re il sen­so del suo per­cor­so. Ave­va scel­to di fug­gi­re per rom­pe­re con un matri­mo­nio e una vita socia­le infe­li­ci, e inve­ce di miglio­ra­re la pro­pria situa­zio­ne si ritro­va anco­ra più degra­da­ta. Ma fra i due si crea poco a poco un lega­me, che la pro­ta­go­ni­sta non sa iden­ti­fi­ca­re se non con l’amore, ma che in real­tà è sem­pli­ce­men­te il rico­no­sci­men­to del­la reci­pro­ca digni­tà. E’ que­sto che l’autrice auspi­ca si crei fra tut­ti gli uomi­ni e tut­te le don­ne: che si smet­ta di con­si­de­ra­re gli altri esse­ri uma­ni come del­le pro­prie­tà, come mer­ce di scam­bio, o come ogget­to di pote­re. Che final­men­te ci si rico­no­sca ognu­no nel­la pro­pria per­so­na­le identità.
L’amore ai tem­pi del petro­lio è un per­cor­so del tut­to oni­ri­co all’interno di una vicen­da dai con­tor­ni sfu­ma­ti, in cui l’inizio e la fine si con­fon­do­no qua­si a dise­gna­re una cir­co­la­ri­tà degli even­ti. La scrit­tu­ra ricor­da il flus­so di coscien­za, in cui il tem­po per­de valo­re rispet­to all’urgenza dell’espressione dei pen­sie­ri. Ma il riman­do alla real­tà, ango­scio­so e cruen­to, non per­met­te mai al let­to­re di sol­le­va­re i pie­di da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorel­la Vezza |

Mol­to inte­res­san­te e coin­vol­gen­te la sera­ta di lune­dì 18 a Tori­no al Cir­co­lo dei Let­to­ri dove ho avu­to il pia­ce­re di cono­sce­re per­so­nal­men­te Nawal El Saa­da­wi. Sera­ta nel­la qua­le ha par­te­ci­pa­to la con­si­glie­ra regio­na­le del Pie­mon­te Maria­cri­sti­na Spi­no­sa, la coor­di­na­tri­ce del pro­get­to Auro­ra Sai­da Ahmed Ali e la socia fon­da­tri­ce di Uni­fem Ita­lia Maria Magna­ni Noya. Nata a Il Cai­ro, rap­pre­sen­ta l’Egitto ed è una del­la tan­te vit­ti­me di un Pae­se dove non è faci­le supe­ra­re pre­giu­di­zi e tabù lega­ti al gene­re fem­mi­ni­le. Dopo gli stu­di uni­ver­si­ta­ri, Nawal affian­ca la car­rie­ra di medi­co, psi­chia­tra, all’ atti­vi­smo poli­ti­co e alla “bat­ta­glia fem­mi­ni­sta”. Le sue bat­ta­glie la pro­cu­re­ran­no la con­dan­na al car­ce­re nel 1981 sot­to il regi­me di Sadat. Nume­ro­se sono le accu­se, anche recen­ti, di apo­sta­sia da par­te di isti­tu­zio­ni isla­mi­che come Al-Azhar, a cau­sa del con­te­nu­to pro­vo­ca­to­rio dei suoi scrit­ti: ses­sua­li­tà, discri­mi­na­zio­ne del­la don­na ara­ba e la sua subor­di­na­zio­ne alla socie­tà patriar­ca­le. Psi­chia­tra e scrit­tri­ce, attual­men­te vive negli Sta­ti Uni­ti dove inse­gna pres­so la Duke Uni­ver­si­ty, North Caro­li­na. Ha scrit­to nume­ro­si libri sul­la con­di­zio­ne del­la don­na nell’Islam, dedi­can­do par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li. Nawal El Saa­da­wi è una fem­mi­ni­sta (costret­ta a vive­re fuo­ri dall’Egitto), che mostra la sua com­bat­ti­vi­tà sin da quan­do era bam­bi­na e che usa le paro­le e la memo­ria “per ribel­lar­si ad una socie­tà in cui la nasci­ta di una fem­mi­na equi­va­le ad una sven­tu­ra”. Scrit­tri­ce pro­li­fi­ca – in que­sti gior­ni ha pre­sen­ta­to alla Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro il suo ulti­mo scrit­to “L’amore ai tem­pi del petro­lio” – ha vin­to nume­ro­si pre­mi, tra cui, nel 2004, il Pre­mio Nord-Sud con­fe­ri­to­le dal Con­si­glio d’Europa per il corag­gio, l’intraprendenza e la fidu­cia nel futu­ro dei dirit­ti uma­ni. Da mol­tis­si­mi anni si bat­te per il rispet­to dei dirit­ti uma­ni e con­tro ogni for­ma di vio­len­za sul­le don­ne. Una don­na ecce­zio­na­le sem­pli­ce e cari­sma­ti­ca nel­lo stes­so tem­po. Gli occhi espri­mo­no la vita­li­tà di una ragaz­zi­na seb­be­ne abbia avu­to espe­rien­ze sicu­ra­men­te trau­ma­ti­che Ascol­tar­la è un pia­ce­re par­la con cal­ma e deter­mi­na­zio­ne le sue idee sono chia­ris­si­me. Spie­ga che in nes­su­na par­te del mon­do le don­ne sono vera­men­te libe­re, cre­do­no di esser­lo, ma anche nei pae­si più indu­stria­liz­za­ti del mon­do subi­sco­no del­le discri­mi­na­zio­ni e sono schia­ve del­la socie­tà. Fa un’analisi appro­fon­di­ta dei vari tipi di muti­la­zio­ni: sia fem­mi­ni­li che maschi­li, ma anche psi­co­lo­gi­che. Que­ste ulti­me mol­to più peri­co­lo­se e dif­fu­se. Ecco per­ché lei è, per esem­pio, com­ple­ta­men­te con­tra­ria al truc­co che vede come un velo post moder­no usa­to dal­le don­ne in manie­ra orgo­glio­sa per sot­to­li­nea­re il loro esse­re, sen­za capi­re però, che l’unica arma che han­no dav­ve­ro è il loro cer­vel­lo. Non rispar­mia nes­su­no con le sue invet­ti­ve, non le reli­gio­ni che secon­do lei non per­met­to­no la nasci­ta di una vera demo­cra­zia, non le don­ne al pote­re ma nem­me­no il suo Pae­se. Con­di­vi­do pie­na­men­te che l’intelligenza è l’arma più impor­tan­te che una don­na pos­sie­de per far­si vale e rispet­ta­re. Una don­na deter­mi­na­ta, intel­li­gen­te dif­fi­cil­men­te può esse­re igno­ra­ta. La cura dell’aspetto e il truc­co fan­no ormai par­te del nostro tem­po, l’importante è non esser­ne schia­ve e pun­ta­re esclu­si­va­men­te su que­sto. Nawal El Saa­da­wi: una don­na for­te, deter­mi­na­ta, pie­na di ener­gia un esem­pio per tut­te noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigri­zia | Mag­gio 2009 |

Un roman­zo dall’atmosfera sur­rea­le, con il petro­lio che le don­ne por­ta­no a bari­li sul­la testa inve­ce dell’acqua, con il petro­lio che esce dai loro seni inve­ce del lat­te per i loro pic­co­li… Una don­na, un’archeologa, è scom­par­sa di casa: nul­la di simi­le si è mai visto in que­sto pae­se inno­mi­na­to dove «Sua Mae­stà» è anal­fa­be­ta e que­sto è per lui «segno di distin­zio­ne»… Un sur­rea­li­smo però ben rea­li­sta nel­la sua poten­tew den­nun­cia del­la con­di­zio­ne del­la don­na, di cui si fa com­pli­ce la don­na stes­se, da par­te di una sto­ri­ca e radi­ca­le fem­mi­ni­sta egi­zia­na (la cui pre­sen­za è pre­vi­sta all’imminente Fie­ra del Libro di Tori­no, con l’Egitto pae­se ospi­te). L’introduzione, non di cir­co­stan­za, è di Lui­sa Mor­gan­ti­ni. il Siren­te, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Daze­bao | Mer­co­le­dì 13 mag­gio 2009 | Gior­gia Mecca |

TORINO — Doma­ni al Lin­got­to  di  Tori­no si apri­rà la ven­ti­due­si­ma edi­zio­ne del­la Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro, la più impor­tan­te mani­fe­sta­zio­ne ita­lia­na lega­ta alla cul­tu­ra e all’editoria.  Quest’anno saran­no pre­sen­ti ben 1400 edi­to­ri. “L’Io e gli altri”, ovve­ro la nostra indi­vi­dua­li­tà e il rap­por­to con gli altri, è il tema prin­ci­pa­le di que­sta atte­sa edizione.
Non è un caso che la scel­ta sia rica­du­ta in un argo­men­to così attua­le che si lega par­ti­co­lar­men­te alla cri­si d’identita a cui assi­stia­mo in que­sti anni, la fol­le iper­tro­fia dell’Io che ha can­cel­la­to la pre­sen­za degli altri. Il nostro Io è mala­to, disgre­ga­to e soprat­tut­to inca­pa­ce di rap­por­tar­si con gli altri. Gli altri sono sem­pre piu per­ce­pi­ti come diver­si e quin­di sim­bo­lo del Male.  Abbia­mo per­so il sen­so del­la comu­ni­tà e sia­mo inca­pa­ci di rico­no­scer­ci in un pro­get­to comune. Con que­sto mes­sag­gio la fie­ra del libro vuo­le esse­re un’occasione uni­ca per rico­no­sce­re l’altro e per usci­re dal­la nostra indi­vi­dua­li­tà mala­ta. Un Io mala­to por­ta neces­sa­ria­men­te a una sco­ie­tà malata.

Lucia­no Can­fo­ra, il cele­bre sto­ri­co dell’antichità che ter­rà una lec­tio magi­stra­lis sul cesa­ri­smo, affer­ma pro­prio que­sto: “la socie­tà è diven­ta­ta una som­ma di ato­mi, una mas­sa iner­te in ado­ra­zio­ne di un lea­der cari­sma­ti­co”. La Fie­ra del Libro diven­ta cos’ un’opportunità per usci­re dal guscio, come reci­ta lo slo­gan, e per ricrea­re una socie­tà basa­ta sull’aggregazione solidale.  
La rifles­sio­ne di quest’anno non par­ti­rà dal­la let­te­ra­tu­ra ben­sì dal­le neu­ro­scien­ze. I due impor­tan­ti bio­lo­gi  Edoar­do Boci­nel­li e Gia­co­mo Riz­zo­lat­ti spie­ghe­ràn­no come fun­zio­na il nostro cer­vel­lo, la sede depu­ta­ta dell’identità, poi si par­le­rà di psi­coa­na­li­si e del­la gran­di scuo­le del ven­te­si­mo seco­lo, da Freud Jung a Lacan.
Accan­to all’Io e alla sua cri­si la Fie­ra del libro trat­te­rà anche argo­men­ti di attua­li­tà attra­ver­so i nume­ro­si dibat­ti­ti che sono pre­vi­sti in que­sti gior­ni: Emma Boni­no e il figlio del­la gior­na­li­sta rus­sa Anna Poli­t­ko­v­ska­ja par­le­ran­no di dirit­ti uma­ni, Fau­sto Ber­ti­not­ti e Anto­nio di Pie­tro discu­te­ran­no sul­la cri­si del­la sini­stra ita­lia­na, Mario Dea­glio inve­ce par­le­rà del­la cri­si mon­dia­le e del­le pos­si­bi­li vie d’uscita.

Nono­stan­te la cri­si e i tagli alla cul­tu­ra la Fie­ra non ha rinun­cia­to a fare le cose in gran­de per dar lustro a que­sto appun­ta­men­to. L’elenco degli ospi­ti è lun­ghis­si­mo, saran­no pre­sen­ti i nomi piu noti del­la let­te­ra­tu­ra nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, David Gross­man, Bjorn Lars­son, Umber­to Eco, Gior­gio Falet­ti, che pro­prio alla Fie­ra pre­sen­te­rà il suo  nuo­vo libro “Io sono Dio”, Mag­di Allam, Gian­ri­co Caro­fi­glio e mol­ti altri. Ma i piu atte­si sono il pre­mio Nobel tur­co Orhan Pamuk, che ritor­na alla Fie­ra del Libro dopo un’assenza duran­ta ben otto anni e Rita Levi Mon­tal­ci­ni. Il pae­se ospi­te di que­sta edi­zio­ne è L’Egitto, uno sta­to lega­to da uno straor­di­na­rio lega­me con il capo­luo­go piemontese.
In que­sti gior­ni, infat­ti, sono pre­sen­ti due mostre sull’Antico Egit­to, oltre alle espo­si­zio­ni per­ma­nen­ti al Museo Egi­zio e Tori­no ospi­te­rà 20 scrit­to­ri egi­zia­ni tra cui Nawal Al Saa­da­wi che ha scrit­to quest’anno “L’amore ai tem­pi del Petro­lio”.
In que­sto perio­do in cui l’attenzione è rivol­ta alla cri­si di un mon­do dove la sfre­na­ta glo­ba­liz­za­zio­ne rischia l’implosione su se stes­sa, la Fie­ra del Libro pre­fe­ri­sce foca­liz­za­re “in pri­mis” l’attenzione sul­le sin­go­le indi­vi­dua­li­tà che si cela­no den­tro ogni esse­re uma­no. Un pun­to di  par­ten­za fon­da­men­ta­le per ini­zia­re a com­pren­de­re qua­le futu­ro ci aspet­ta, ma soprat­tut­to qua­li stra­de inten­dia­mo per­cor­re­re, evi­tan­do le soli­tu­di­ni sociali.

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repub­bli­ca | Saba­to 9 mag­gio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egi­zia­na ospi­te alla Fie­ra del Libro di Tori­no non è solo Naguib Mah­fuz, il magni­fi­co Nobel scom­par­so nel 2006 e di cui comun­que a Tori­no sarà pre­sen­ta­to il roman­zo ine­di­to Autun­no egi­zia­no pub­bli­ca­to dal­la New­ton Comp­ton. ’ Ala Al-Aswa­ni, che inter­vi­stia­mo qui accan­to, ha avu­to in Ita­liae nel mon­do un suc­ces­so spe­cia­le, 4 milio­ni di copie ven­du­te nel mon­do. Gamal al-Ghi­ta­ni, Sunal­lah Ibra­him, Baha Taher, la gene­ra­zio­ne degli anni Ses­san­ta, con­ti­nua­no a esse­re pro­dut­ti­vi, e, così come Muham­mad al-Busa­ti o Sulay­man Fayyad, rac­con­ta­no la socie­tà, tan­to quel­la sofi­sti­ca­ta del Cai­ro quan­to quel­la dell’ entro­ter­ra rura­le. La nar­ra­ti­va lascia pochi aspet­ti sco­per­ti, e guar­da anche all’ estre­mi­smo, come del resto fa lo stes­so Al-Aswa­ni. Se Edward al-Khar­rat riper­cor­re la bel­le époque cosmo­po­li­ta di un tem­po, una pat­tu­glia di don­ne, come Sal­wa Bakr, Ahdaf Soueif, Lati­fa Zayyat, Nawal Saa­da­wi o la più gio­va­ne Miral Taha­wi, si sono dedi­ca­te e si dedi­ca­no a per­so­nag­gi che affron­ta­no con corag­gio la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le. Ci sono anche scrit­to­ri con­si­de­ra­ti mini­ma­li­sti, Ahmed Ala­j­di fra tut­ti, con il suo disa­gio ver­so l’ incom­ben­za dei miti ame­ri­ca­ni o come Kha­led Al Kha­mis­si, che con Taxi, attra­ver­so la vita quo­ti­dia­na di un tas­si­sta, leg­ge con iro­nia i males­se­ri di oggi.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Cor­rie­re del­la Sera | Gio­ve­dì 14 mag­gio 2009 | Car­lot­ta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI — I tre auto­ri-regi­sti, Esme­ral­da Cala­bria, Andra D’Ambrosio e Pep­pe Rug­gie­ro, saran­no pre­sen­ti gio­ve­dì 14 alle 20.30 alla pre­sen­ta­zio­ne di Biu­ti­ful caun­tri, un viag­gio tra le 1.200 disca­ri­che abu­si­ve di rifiu­ti tos­si­ci nasco­ste sot­to la ter­ra di Napo­li e din­tor­ni. Il docu­men­ta­rio (pre­mia­to come miglior docu­men­ta­rio usci­to in sala ai Nastri d’Argento del­lo scor­so anno) rac­con­ta le sto­rie di alle­va­to­ri che vedo­no mori­re le pro­prie peco­re per la dios­si­na e quel­la di un edu­ca­to­re che lot­ta con­tro i cri­mi­ni ambien­ta­li. Sul­lo sfon­do una camor­ra impren­di­tri­ce che usa camion e pale mec­ca­ni­che al posto del­le pisto­le. Dopo la pro­ie­zio­ne, ci sarà spa­zio anche per par­la­re dei pro­ble­mi del Lazio: in pro­gram­ma, infat­ti, l’incontro con Pao­lo Mon­da­ni, gior­na­li­sta auto­re dell’inchiesta sul­la disca­ri­ca di Mala­grot­ta “L’Oro di Roma” anda­ta in onda nel­la tra­smis­sio­ne Report.

NAWAL AL-SADAWI — Vener­dì 15 alle 20.30, il cine­ma di via Con­te Ver­de ospi­te­rà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne. La al-Sa’dawi, intel­let­tua­le lai­ca tra le più influen­ti del mon­do ara­bo, sarà in diret­ta video dal­la fie­ra del libro di Tori­no dove pre­sen­te­rà il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio che rac­con­ta una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio. Un regno del petro­lio dove un’archeologa rom­pe un tabù, abban­do­nan­do il mari­to e ricom­pa­ren­do al fian­co di un altro uomo. Attra­ver­so i suoi nume­ro­si roman­zi, la scrit­tri­ce ha lan­cia­to aper­te pro­vo­ca­zio­ni alla socie­tà patriar­ca­le ara­ba e per que­sto ha paga­to con restri­zio­ni alla sua liber­tà per­so­na­le. Non a caso, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to tra­dot­to in 20 lin­gue, ma ha subi­to la cen­su­ra in Egit­to. All’intervista, segui­ran­no rea­ding, musi­ca e il dibat­ti­to con Rena­ta Pepi­cel­li (uni­ver­si­tà di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Mina­re­ti | Mar­te­dì 12 mag­gio 2009 | Ima­ne Barmaki |

La scom­par­sa di per­so­ne era un fat­to nor­ma­le” ma non se si trat­ta­va di una don­na. In un regno del petro­lio un’archeologa scom­pa­re. La poli­zia che inda­ga si chie­de se fos­se una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le, in un pae­se in cui nes­su­na don­na può pen­sa­re di abban­do­na­re il mari­to. Nes­su­no pero’ si fa cari­co di pen­sa­re alle sue sof­fe­ren­ze da don­na e al suo esse­re sof­fo­ca­ta dal­la per­so­na che le sta accan­to da anni.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal Al Sa’dawi (edi­zio­ni il Siren­te, 2009) è una sto­ria pie­na di intri­gi e miste­ri in cui nel­la men­te del­la pro­ta­go­ni­sta si con­fon­do­no e si fon­do­no figu­re maschi­li diver­se.  Quan­do lei riap­pa­re é con un altro uomo, figu­ra ver­so la qua­le pro­va un sen­so di attra­zio­ne ma allo stes­so momen­to repul­sio­ne, un uomo che la oppri­me usan­do pro­prio il petro­lio, il liqui­do nero del qua­le rima­ne pre­gio­nie­ra e al qua­le non rie­sce a fug­gi­re: «come una trap­po­la che bloc­ca tut­te le dire­zio­ni, bloc­ca l’uscita del­la ter­ra, se non quan­do é smos­sa a cau­sa del ter­re­mo­to, di un vul­ca­no in eru­zio­ne, o di una bom­ba duran­te la guerra.»
É un viag­gio nel­la men­te di una don­na ara­ba in un pae­se auto­ri­ta­rio in cui la pro­ta­go­ni­sta “Par­te alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le piú cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­va­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”.
Un libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta, oppres­sa dall’uomo che ha cer­ca­to di nega­re con gli anni il valo­re sto­ri­co del­la don­na. Un libro scioc­can­te in cui la don­na, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, può esse­re tran­quil­la­men­te sosti­tui­ta da una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scrivere…
Sem­bra rispon­de­re per­fet­ta­men­te al gri­do di Badriyya Al Bishr, la gior­na­li­sta sau­di­ta che ave­va scrit­to su “Asharq Al Awsat” del  9 otto­bre 2005: “…Imma­gi­na di esse­re una don­na e di ave­re biso­gno dell’assenso del tuo guar­dia­no per tut­to. Non solo, come riten­go­no i dot­to­ri del­la leg­ge, per spo­sar­ti, ver­gi­ne ovvia­men­te, ma per tut­te le que­stio­ni che riguar­da­no la tua vita. Non puoi stu­dia­re sen­za il con­sen­so del tuo guar­dia­no, nem­me­no se sei arri­va­ta al dot­to­ra­to. Non puoi ave­re un impie­go, nè man­gia­re un boc­co­ne di pane sen­za il con­sen­so del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi par­la di don­ne in gene­ra­le e in par­ti­co­la­re di don­ne ara­be. “La con­tra­rie­tà alle don­ne è uni­ver­sa­le e non riguar­da solo il mon­do ara­bo. Pen­so al fron­te cri­stia­no, ai cosid­det­ti ‘valo­ri del­la fami­glia’ con dop­pio stan­dard; e poi il radi­ca­men­to dell’idea di ver­gi­ni­tà obbli­ga­to­ria, i cosid­det­ti ‘delit­ti d’onore’, le misti­fi­ca­zio­ni cul­tu­ra­li, le vio­len­ze fisi­che e psi­co­lo­gi­che…”, come ha det­to l’autrice in un’intervista al “Cor­rie­re del­la Sera” nel 2008.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta al Cai­ro nel 2001, l’opera, insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Al Sa‘dawi, è sta­ta cen­su­ra­ta dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egi­zia­ne. Ripub­bli­ca­ta poi a Lon­dra nel­lo stes­so anno. Al Sa’dawi é vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri. In Ita­lia ha pub­bli­ca­to “Dio muo­re sul­le rive del Nilo”, “Fir­daus. Sto­ria di una don­na egi­zia­na” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicem­bre 2004 si é  pre­sen­ta­ta come can­di­da­ta alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Egitto.

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Nawal Al Saadawi a Torino il 18 maggio 2009, Palazzo Badini

TITOLO EVENTO: Incon­tro con l’intellettuale lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi
QUANDO: Lune­dì 18 mag­gio 2009
DOVEPalaz­zo Badi­ni / Aula Magna / Facol­tà di Lin­gue e Let­te­ra­tu­re Stra­nie­re / Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no / Via Giu­sep­pe Verdi, 10 / 10124 Torino
ORE: 10:00
INGRESSO: Libe­ro
CONTATTISimo­ne Ben­ve­nu­ti /   32… / il@sirente.it
MAGGIORI INFORMAZIONI: www.sirente.it

L’uni­ver­si­tà degli stu­di di Tori­no in col­la­bo­ra­zio­ne con l’edi­tri­ce il Siren­te vi invi­ta­no lune­dì 18 mag­gio alle 10,00 all’incontro con intel­let­tua­le lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi. Ver­rà pre­sen­ta­to il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio. Segui­rà dibat­ti­to con Fran­ce­sca Bel­li­no (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Clau­dia Maria Tres­so (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Eli­sa­bet­ta Doni­ni (Alma Mater). Ingres­so libero.

Par­tì alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le più cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”

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L’amore ai tempi del petrolio” — L’ultimo romanzo dell’intellettuale laica più influente del mondo arabo: Nawal al-Sa’dawi

TGR Medi­ter­ra­neo | Saba­to 2 mag­gio 2009 | Ade­lai­de Costa |

La scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi è sem­pre sta­ta una ribel­le. Da soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne, da anni rac­con­ta il mon­do fem­mi­ni­le ara­bo sen­za lascia­re nul­la al caso, par­la del­le vio­len­ze subi­te, del­la oppres­sio­ne, del­la dif­fi­ci­le ricer­ca di una sta­bi­le dimen­sio­ne democratica.
Ne «L’amore ai tem­pi del petro­lio», edi­to in Ita­lia da «Il Siren­te», Nawal nar­ra una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio, un regno del petro­lio, dove una archeo­lo­ga, deci­de improv­vi­sa­men­te di rom­pe­re un tabù.
La don­na infat­ti lascia il mari­to, scap­pa, fa per­de­re ogni sua trac­cia e ricom­pa­re solo per annun­cia­re di ave­re un altro uomo. Una sto­ria d’amore pie­na di miste­ro nel­la qua­le riap­pa­io­no con for­za il rap­por­to con­flit­tua­le fra i ses­si, la socie­tà patriar­ca­le, il fer­reo obbli­go di rispet­ta­re rego­le che sono sem­pre a sfa­vo­re del­la don­na, la voglia di liber­tà fisi­ca, socia­le e intellettuale.
Nawal al-Sa’dawi ha pub­bli­ca­to nume­ro­si libri che le han­no pro­vo­ca­to for­ti riper­cus­sio­ni sul­la sua liber­tà per­so­na­le. «L’amore ai tem­pi del petro­lio», tra­dot­to in 20 lin­gue, è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to per dispo­si­zio­ne del­le mas­si­me auto­ri­tà religiose.

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