Kaouther Adimi e l’eterno paradosso dell’Algeria

Intervista all’autrice di “le ballerine di Papicha”  di Francesca Del Vecchio

Tabù, silenzi e solitudine

Il pri­mo roman­zo di Kaou­ther Adi­mi, gio­va­ne autri­ce alge­ri­na, si inti­to­la Le bal­le­ri­ne di papi­cha. Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2011, è arri­va­to in Ita­lia solo quest’anno, edi­to da Il Siren­te. Oggi, men­tre in Fran­cia esce il suo ulti­mo lavo­ro, Nos Riches­se, s’intravede nel suo per­cor­so nar­ra­ti­vo una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla soli­tu­di­ne del­le ani­me, ai tabù e ai silen­zi tra gene­ra­zio­ni a con­fron­to. Anche in Le bal­le­ri­ne di papi­cha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Haji Yous­sef, Ham­za, com­pon­go­no uno stra­va­gan­te album foto­gra­fi­co fami­lia­re, esi­sten­ze intrec­cia­te eppu­re indi­pen­den­ti; per­so­ne che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to ma che non par­la­no mai dav­ve­ro tra loro. Que­sto roman­zo inti­mo è tale non solo per via dei lega­mi di paren­te­la che inter­cor­ro­no tra i per­so­nag­gi, ma anche per­ché le sto­rie dei sin­go­li sono la meta­fo­ra dell’Algeria: ognu­no con la pro­pria vita, e non esi­sto­no pro­get­ti comu­ni.

Che pae­se è oggi il suo?

È una doman­da piut­to­sto dif­fi­ci­le; ho la mia visio­ne del­le cose, e la mia voce non può cer­to esse­re acco­sta­ta a tut­ti gli alge­ri­ni. Ma que­sto è un pae­se com­pli­ca­to, un con­ti­nuo para­dos­so. Sia­mo il risul­ta­to di una sto­ria, scos­sa trop­pe vol­te, tra Orien­te e Occi­den­te, all’incrocio tra Euro­pa e Afri­ca. In Alge­ria, ognu­no pen­sa a se stes­so, cia­scu­no è inca­stra­to nel­la pro­pria sto­ria per­so­na­le.

Un po’ come i pro­ta­go­ni­sti del suo roman­zo?

Cre­do che que­sta fami­glia sia la meta­fo­ra stes­sa dell’Algeria: quel­le di cui par­lo, sono tre gene­ra­zio­ni che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to, in un palaz­zo del quar­tie­re popo­la­re di Alge­ri. Cia­scun per­so­nag­gio ha il suo “ritrat­to” per­so­na­le. E que­sto mi è ser­vi­to per trat­teg­gia­re gli intrec­ci fami­lia­ri di cui si com­po­ne il roman­zo: madri e figli che comu­ni­ca­no tra loro, sen­za mai par­la­re vera­men­te.

Ogni per­so­nag­gio è dota­to di una spic­ca­ta dimen­sio­ne psi­co­lo­gi­ca e que­sto è indi­ce di una buo­na riu­sci­ta. Si è ispi­ra­ta a qual­cu­no?

Sono per­so­nag­gi inven­ta­ti, ma come ogni roman­zie­re, ho attin­to dal­la real­tà alcu­ne carat­te­ri­sti­che, che ho poi distri­bui­to qua e là tra i miei per­so­nag­gi: all’epoca del­la scrit­tu­ra del libro, nel 2009, vive­vo anco­ra ad Alge­ri. Era­va­mo appe­na venu­ti fuo­ri dagli anni del ter­ro­ri­smo, abbia­mo vis­su­to un momen­to che sem­bra­va eufo­ria. In real­tà si face­va la con­ta dei mor­ti e sta­va­mo all’erta, in atte­sa di un nuo­vo ordi­ne di copri­fuo­co. Una gene­ra­zio­ne, la mia, cre­sciu­ta all’ombra di qual­co­sa di spa­ven­to­so; per que­sto mol­te del­le carat­te­ri­sti­che dei miei per­so­nag­gi sono tipi­che del­la gen­te che vive il Pae­se.

Tut­ti i tuoi per­so­nag­gi sono pro­ble­ma­ti­ci e irri­sol­ti. Tran­ne uno: Mou­na. È un auspi­cio?

Mou­na è il per­so­nag­gio su cui vole­vo foca­liz­za­re l’intero libro. Il tito­lo alge­ri­no è un rife­ri­men­to a que­sto per­so­nag­gio – “papi­cha”, in alge­ri­no vuol dire “ragaz­za gra­zio­sa” – che è gio­va­ne, alle­gra, friz­zan­te. A Mou­na non impor­ta cosa pen­sa­no gli altri. E que­sta è la spe­ran­za miglio­re per tut­to il pae­se.

L’edizione fran­ce­se e quel­la alge­ri­na han­no tito­li diver­si. Come mai?

Il tito­lo ori­gi­na­le in ara­bo, Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, non ha con­vin­to l’editore fran­ce­se per­ché “papi­cha” è una paro­la del ger­go alge­ri­no (in par­ti­co­la­re di Alge­ri e del­la sua regio­ne) di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne per il let­to­re fran­co­fo­no. Così abbia­mo deci­so di inven­ta­re un nuo­vo tito­lo: L’envers des autres. Quan­do sia­mo pas­sa­ti all’italiano, abbia­mo deci­so di tor­na­re alla ver­sio­ne ori­gi­na­le.

Il suo libro ha riscon­tra­to un gran­de suc­ces­so di pub­bli­co in Fran­cia. Cosa si aspet­ta dal quel­lo ita­lia­no?

Sono mol­to curio­sa di sape­re come rea­gi­rà al mio roman­zo. Uno dei miei libri pre­fe­ri­ti è ita­lo-alge­ri­no: Scon­tro di civil­tà per un ascen­so­re a Piaz­za Vit­to­rio, di Ama­ra Lakhous. Sono, quin­di, mol­to feli­ce per la tra­du­zio­ne e la pub­bli­ca­zio­ne.

Il suo ulti­mo libro, Nos riches­ses, rac­con­ta anco­ra di una gene­ra­zio­ne “inter­rot­ta”?

In Nos riches­ses, par­lo del perio­do colo­nia­le alge­ri­no attra­ver­so il dia­rio imma­gi­na­rio di Edmond Char­lot, il pri­mo edi­to­re di Albert Camus. Ma è anche la sto­ria di un quar­tie­re di oggi, 2017, in cui c’è anco­ra la stes­sa libre­ria aper­ta da Char­lot.

L’Indice on-line

Fran­ce­sca Del Vec­chio è gior­na­li­sta. Scri­ve pre­va­len­te­men­te di Este­ri e cul­tu­ra ara­bo-isla­mi­ca

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Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

Il mon­do di Alge­ri è un pic­co­lo mon­do, una taz­zi­na di caf­fè.” Ama­ro aggiun­ge­rei.

Alge­ri come un mon­do chiu­so, come la descri­zio­ne di una qual­sia­si nostra pro­vin­cia in cui tut­ti si cono­sco­no, o cre­do­no di cono­scer­si, si salu­ta­no e spes­so si disprez­za­no. A met­te­re in luce que­sto stra­no sen­ti­men­to di comu­ni­tà è una fami­glia mol­to chiac­chie­ra­ta nel quar­tie­re per i com­por­ta­men­ti di alcu­ni dei mem­bri, e altri per­so­nag­gi alla fami­glia in qual­che modo lega­ti. Cono­scia­mo Adel, il figlio bel­lo e male­det­to, odia­to dai suoi coe­ta­ni, e la bel­la Yasmi­ne: due per­so­nag­gi che ricor­da­no un po’ quel­li di Mapo­cho, come se la loro sof­fe­ren­za sia dovu­ta alle gran­di con­trad­di­zio­ni del­la città. Della madre non cono­scia­mo il nome, il padre è mor­to già da diver­si anni e poi c’è la figlia mag­gio­re, una bel­lis­si­ma don­na che ama la pit­tu­ra e che è costret­ta a bada­re il mari­to usci­to fuor di sen­no. Fac­cia­mo la cono­scen­za di Mou­na, la bam­bi­na con le bal­le­ri­ne di papi­cha, l’unica che anco­ra non cono­sce le avver­si­tà del­la vita e che vol­teg­gia sere­na e spen­sie­ra­ta nel­le sue scar­pet­te rosa. E poi ci sono gio­va­ni che si riem­pio­no la boc­ca di gran­di discor­si sul cam­bia­re il pae­se o anda­re via, mostran­do una vio­len­za inau­di­ta che mostra quan­to sia radi­ca­to nel­la socie­tà un cer­to idea­le e un con­for­mi­smo sen­za egua­li.

Chiu­do gli occhi per non vede­re la cit­tà sfi­la­re davan­ti a me, per non vede­re più le stra­de di Alge­ri la Bian­ca. Sol­tan­to gli stra­nie­ri pos­so­no rima­ne­re esta­sia­ti davan­ti al suo bian­co­re. Io, che sono nata qui, che sono sem­pre vis­su­ta in que­sta cit­tà, in cui cer­ta­men­te mori­rò, non ne vedo più il can­do­re, la bel­lez­za o la gio­ia di vive­re, ma sol­tan­to le buche che mi fan­no sob­bal­za­re sul sedi­le, i pic­cio­ni che mi lan­cia­no gli escre­men­ti sul­la testa e i gio­va­ni disoc­cu­pa­ti che che cer­ca­no di rimor­chiar­mi quan­do pas­so. Ah, dimen­ti­ca­vo: le vec­chie! Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no la mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta o di rosa che ti si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no.
Schi­fez­za di vec­chie. Schi­fez­za di cit­tà!”

Leg­ge­re que­sto libro è come pro­fa­na­re un dia­rio segre­to o ascol­ta­re di nasco­sto con­fes­sio­ni costret­te a rima­ne­re nel cuo­re e nel­la men­te. Signi­fi­ca sco­pri­re i segre­ti di una fami­glia e le gran­di dif­fi­col­tà di una cit­tà che tan­ta guer­ra ha dovu­to subi­re, con­ti­nua­men­te con­te­sa tra volon­tà di eman­ci­pa­zio­ne e un pas­sa­to di vio­len­za e pre­giu­di­zi. Sono pro­prio que­sti temi a pren­de­re vita con tan­ta for­za nel­le paro­le di Yasmi­ne, nel suo desi­de­rio di esse­re libe­ra di vive­re la sua gio­vi­nez­za sen­za impo­si­zio­ni di alcun tipo da par­te non solo del pote­re, ma del­la stes­sa popo­la­zio­ne ormai com­ple­ta­men­te in balia del­le altrui deci­sio­ni, in una cit­tà che di bian­co ha solo il colo­re dei palaz­zi, ma non ha nes­sun signi­fi­ca­to di purez­za.

Ma a col­pi­re for­te è anche la madre, la cui assen­za di nome pro­prio mi dà l’idea di un volu­to distac­co nei con­fron­ti del sen­ti­men­to di fami­glia che dovreb­be esser­ci, in un mono­lo­go furio­so e sprez­zan­te. Ritro­via­mo qui la volon­tà di omo­lo­ga­zio­ne che qua­lun­que gover­no non demo­cra­ti­co vor­reb­be per i pro­pri cit­ta­di­ni, un sen­ti­men­to così gran­de e pro­fon­do di ver­go­gna nei con­fron­ti dei figli così diver­si dagli altri, tan­to da por­tar­la a fare il test del DNA per ben due vol­te per assi­cu­rar­si che non ci sia­no sta­ti erro­ri, da far­ne pro­va­re altret­tan­ta a me di ver­go­gna nei suoi con­fron­ti e in ciò che cau­se­rà.

Sono pro­prio figli miei. Tut­ti e tre. Nutri­vo la segre­ta spe­ran­za che uno di loro fos­se sta­to malau­gu­ra­ta­men­te scam­bia­to in cul­la, ma non è così.”

da Emo­zio­ni in font di Vivia­na Cala­bria

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Luca Menichetti, “Lankenauta” (12 agosto 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha

di Luca Meni­chet­ti, “Lan­ke­nau­ta” (12 ago­sto 2017)

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Hajj You­sef, la madre, Ham­za, sono alcu­ni dei per­so­nag­gi pre­sen­ti in “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha”, ed anche i tito­li dei capi­to­li con i qua­li  si svi­lup­pa il roman­zo bre­ve di Kaou­ther Adi­mi. La cri­ti­ca let­te­ra­ria – ormai sono tra­scor­si sei anni  dal­la pri­ma edi­zio­ne di “L’envers des autres Actes” – ha infat­ti più vol­te scrit­to di una “nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca”: in altri ter­mi­ni la mode­sta fami­glia che abi­ta nel “vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, si rive­la di pagi­na in pagi­na gra­zie agli sguar­di impie­to­si dei suoi stes­si com­po­nen­ti e di colo­ro che han­no a che fare con Yasmi­ne o con Mou­na. Capi­to­li che sono nar­ra­zio­ni in pri­ma per­so­na, in cui la feli­ci­tà del­la gio­va­nis­si­ma Mou­na nel cal­za­re le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, rap­pre­sen­ta l’unico e auten­ti­co con­tral­ta­re a tut­to lo scon­for­to, rab­bia, pre­giu­di­zio, para­no­ia che inve­ce leg­gia­mo nei mono­lo­ghi dei più adul­ti. Così Yasmi­ne (“bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te”), l’universitaria che non vor­reb­be esse­re sog­gio­ga­ta dal­le tra­di­zio­ni più retri­ve: “Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no per mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta e di rosa che si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no” (pp.25). Una rab­bia mani­fe­sta­ta con moda­li­tà maga­ri diver­se dagli abi­tan­ti del quar­tie­re, ma comun­que per­va­si­va e pre­sen­te in quan­ti­tà nel­la fami­glia di Yasmi­ne, luo­go in cui non ci si par­la più e che da tem­po è al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Il fra­tel­lo Adel è infat­ti inson­ne, tor­men­ta­to da qual­co­sa che poi nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne si può intui­re ma che mai è rive­la­to in manie­ra del tut­to chia­ra. Inol­tre nell’appartamento è arri­va­ta anche Sarah, la sorel­la mag­gio­re, una pit­tri­ce che ha una figlia e un mari­to, Ham­za, che sem­bra aver per­so il lume dell’intelletto. Accan­to a loro una madre tra­di­zio­na­li­sta, che nel suo mono­lo­go ecce­de in cini­smo e disprez­zo nei con­fron­ti dei figli appa­ren­te­men­te eman­ci­pa­ti; e tut­ta una fau­na di tep­pi­stel­li dro­ga­ti, di mode­sti lavo­ra­to­ri, di uni­ver­si­ta­ri con­fu­si che mostra­no la socie­tà alge­ri­na, o alme­no quel pez­zo di socie­tà, alla stre­gua di una com­bi­na­zio­ne scon­clu­sio­na­ta di soli­tu­di­ni. Si com­pren­de per­ciò la scel­ta di Kaou­ther Adi­mi  di costrui­re il roman­zo assem­blan­do i diver­si pun­ti di vista e diver­si “flus­si di coscien­za” nei qua­li, secon­do noi giu­sta­men­te, la para­tas­si è ai mini­mi ter­mi­ni, facen­do emer­ge­re sem­mai dei cre­di­bi­li dia­lo­ghi inte­rio­ri.

Se poi vol­gia­mo lo sguar­do oltre la fami­glia “del vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, se pren­dia­mo atto che  dia­lo­ga­re civil­men­te diven­ta un pro­ble­ma o addi­rit­tu­ra è qual­co­sa di incon­sue­to, nel leg­ge­re di gio­va­ni incer­ti se rima­ne­re in patria o se cer­ca­re for­tu­na altro­ve, di per­so­nag­gi stor­di­ti dagli stu­pe­fa­cen­ti, pie­ni di pre­giu­di­zi maschi­li­sti, allo­ra è legit­ti­mo pen­sa­re che “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha” rap­pre­sen­ti dav­ve­ro una cri­ti­ca spie­ta­ta alla socie­tà alge­ri­na nel suo com­ples­so, che si agi­ta – o for­se meglio: che si è para­liz­za­ta –  tra pro­fon­di e anti­chi males­se­ri. E’ vero che Kaou­ther Adi­mi non sem­bra aver ricor­da­to espli­ci­ta­men­te quan­to acca­du­to duran­te la cosid­det­ta Pri­ma­ve­ra ara­ba, che pure ha coin­vol­to l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infat­ti, sul­la scia di spe­ran­ze pre­sto infran­te, anche in diver­se cit­tà dell’area Magh­reb si svi­lup­pa­ro­no pro­te­ste impo­nen­ti con­tro il regi­me esi­sten­te: ne sono sca­tu­ri­ti scon­tri pesan­ti tra atti­vi­sti dei par­ti­ti d’opposizione, sin­da­ca­li­sti e la poli­zia, la richie­sta di cam­bio di regi­me, di demo­cra­zia. Atti di corag­gio e di disob­be­dien­za civi­le che però non sono sta­ti pre­mia­ti: il pre­si­den­te Abde­la­ziz  Bou­te­fli­ka, in cari­ca dal 1999 gra­zie ai mili­ta­ri, è sem­pre un raʾīs e nel 2014, pro­prio a tre anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne di “L’envers des autres Actes”, anco­ra una vol­ta si è reso respon­sa­bi­le di una modi­fi­ca (“ad per­so­nam”) del­la Costi­tu­zio­ne ed è sta­to è sta­to rie­let­to con l’81% dei voti.

Insom­ma, un con­te­sto in cui alle dif­fi­col­tà mate­ria­li di una nazio­ne dal­lo svi­lup­po incer­to, che anco­ra vede nel­la migra­zio­ne uno stru­men­to per risol­ve­re i pro­ble­mi eco­no­mi­ci, si som­ma­no gra­vi limi­ti cul­tu­ra­li e poli­ti­ci: potrem­mo dire che la con­trap­po­si­zio­ne tra una tra­di­zio­ne vis­su­ta con tut­to il suo cari­co di pre­giu­di­zi, repres­sio­ne e visio­ne limi­ta­ta del mon­do, ovve­ro il cli­ma idea­le per i tan­ti Bou­te­fli­ka al pote­re, e il desi­de­rio di eman­ci­pa­zio­ne, lo tro­via­mo non sol­tan­to nel­le cro­na­che degli esper­ti di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, ma, con uno sguar­do più atten­to al pic­co­lo mon­do di una del­le tan­te pos­si­bi­li fami­glie alge­ri­ne, anche nel­le pagi­ne di Kaou­ther Adi­mi. Le quat­tro righe dell’epilogo (“L’indomani mat­ti­na appa­re in qual­che quo­ti­dia­no…..”) rap­pre­sen­ta­no appun­to uno dei più tra­gi­ci effet­ti del con­for­mi­smo esi­sten­te che – que­sto sem­bra voler­ci dire Kaou­ther Adi­mi – anche le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, nel sen­so di inter­pre­ta­re posi­ti­va­men­te lo spi­ri­to che incar­na­no (“quan­do si è una papi­cha, lo si è per tut­ta la vita”), potran­no con­tra­sta­re, archi­vian­do il cini­smo e la gret­tez­za del­le gene­ra­zio­ni pre­ce­den­ti.

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