La cattiva abitudine di spogliarsi” di Hassan Blasim

Trat­to dal­la rac­col­ta  di rac­con­ti “Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà” di Has­san Bla­sim, tra­du­zio­ne dall’arabo di Bar­ba­ra Tere­si

La cat­ti­va abi­tu­di­ne di spo­gliar­si”

Come sape­te, anche la pau­ra ha un odo­re… Men­tre mi rac­con­ta­va la sua sto­ria, quell’uomo ema­na­va un odo­re di pesce affu­mi­ca­to. Mi ren­de­vo con­to che era sin­ce­ro, one­sto, ma la sua cal­ma mi sem­bra­va affet­ta­ta. Non capi­ta spes­so la for­tu­na di incon­tra­re una per­so­na con una sto­ria inte­res­san­te e avvin­cen­te come quel­la di quest’uomo ori­gi­na­le. Già, meglio dire “ori­gi­na­le” che “fol­le”. Per­ché l’originalità con­si­ste nel par­la­re agli altri dei pro­pri incu­bi, mal­gra­do la pau­ra e il dolo­re.

Accad­de l’inverno scor­so. Rin­ca­sa­vo dopo il mio soli­to giro in cen­tro, un giro a zon­zo, il cui uni­co sco­po è raci­mo­la­re qual­co­sa. In gene­re rac­cat­ta­vo quel che si può tro­va­re nei bar mal­fa­ma­ti: quat­tro chiac­chie­re, una fica, una bir­ra gra­tis, uno spi­nel­lo, del­le cao­ti­che discus­sio­ni su que­stio­ni poli­ti- che, una ris­sa con un altro ubria­co, oppu­re sem­pli­ce­men­te la pos­si­bi­li­tà di mole­sta­re gli altri, così, per diver­ti­men­to, con la scu­sa di esse­re ubria­co. Lo sai, l’importante è che la gior­na­ta tra­scor­ra e che in essa ci sia un qual­che con­tat­to uma­no, per quan­to pic­co­lo. Il gior­no in cui è appar­so il lupo ho cono­sciu­to una ragaz­za stra­na… un gufo, un uccel­lo del malau­gu­rio. Tu ci cre­di nel­le fac­ce che por­ta­no sfi­ga? A vol­te si in- con­tra­no fac­ce che non sem­bra­no nep­pu­re rea­li, somi­glia­no piut­to­sto alle cose che si vedo­no nei sogni. Tu sei un arti­sta, puoi figu­rar­ti facil­men­te quel che inten­do dire, no? Voi arti­sti col­ti­va­te i sogni… Eh, sì! Io cre­do nei sogni più di quan­to non cre­da in Dio. I sogni ti entra­no den­tro e poi van­no via, per tor­na­re con nuo­vi frut­ti. Dio, inve­ce, è sol­tan­to un deser­to scon­fi­na­to, nient’altro. Rie­sci a imma­gi­na­re che un pit­to­re india­no, a Delhi, in que­sto momen­to sta lavo­ran­do a un qual­che sog­get­to che è lo stes­so di cui si com­po­ne il sogno di un uomo che sta dor­men­do in una cit­tà del Texas? ok, fan­cu­lo tut­to e tut­ti… Ma di cer­to sarai d’accordo con me sul fat­to che tut­te le arti si incon­tra­no in que­sto modo. E for­se anche l’amore e l’infelicità. Se, ad esem­pio, un poe­ta fin­lan­de­se scri­ve una poe­sia sul­la soli­tu­di­ne, que­sta poe­sia sarà il sogno di un’altra per­so­na che dor­me in un altro an- golo del mon­do. Se ci fos­se un moto­re di ricer­ca spe­cia­le per i sogni, come Goo­gle, allo­ra tut­ti i sogna­to­ri potreb­be- ro rin­trac­cia­re i loro sogni nel­le ope­re d’arte. Al sogna­to­re baste­reb­be inse­ri­re una paro­la o una bre­ve sequen­za di paro­le trat­te dal pro­prio sogno per veder com­pa­ri­re miglia­ia di risul­ta­ti nel moto­re di ricer­ca. Per­fe­zio­nan­do la ricer­ca giun­ge­reb­be al suo sogno e così ver­reb­be a sape­re cos’è sta­to in ori­gi­ne: un dipin­to, un pez­zo musi­ca­le o una bat­tu­ta di un’opera tea­tra­le. Inol­tre potreb­be sco­pri­re da qua­le Pae­se pro­vie­ne il suo sogno. Sì… Lo sai… la vita for­se… ok, fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

Quel­la ragaz­za ave­va una fac­cia incre­di­bi­le, era come se l’ago di una mac­chi­na per cuci­re l’avesse tra­fit­ta per ore e ore. La sua pel­le era pun­tel­la­ta da doz­zi­ne di pic­co­li fori ton­di. Pri­ma mi ha det­to di esse­re spa­gno­la e poi, dopo cin­que minu­ti, ha affer­ma­to che sua madre è egi­zia­na e suo padre fin­lan­de­se. Cono­sce­va giu­sto quat­tro paro­le in ara­bo, e tut­te ave­va­no a che fare con gli orga­ni ses­sua­li, oppu­re era- no bestem­mie, sem­pre con­te­nen­ti la paro­la mer­da. Quel­la tro­ia! Si è sco­la­ta tre boc­ca­li di bir­ra a mie spe­se e poi si è mes­sa ad aspet­ta­re in un ango­lo buio. Cosa aspet­ta­va secon­do te? Di cer­to un altro caz­zo, dispo­sto a sbor­sa­re di più. Io ave­vo per­so 20 euro alla mac­chi­net­ta del poker. Mi sen­ti­vo esau­sto e affa­ma­to. Allo­ra, facen­do un cen­no alla tipa dal viso malau­gu­ro­so, con gesto tea­tra­le e iro­ni­co, uscii gri­dan­do come se mi stes­si rivol­gen­do a un vasto pub­bli­co: “Viva la vita!”

Sul­la via di casa, non riu­sci­vo a toglier­mi dal­la testa il vol­to di quel­la ragaz­za. Mi sem­bra­va di aver­la già vista, tan­to tem­po fa, in qual­che mer­ca­to popo­la­re, al mio Pae­se. Non so per­ché, ma me la figu­ra­vo sedu­ta a ven­de­re pepe­ro­ni ver- di e ros­si, avvol­ta in un lun­go man­tel­lo nero.

Sono sicu­ro che quel gior­no tre o quat­tro cose insie­me abbia­no con­tri­bui­to a por­tar­mi sfor­tu­na e cac­ciar­mi in quel pastic­cio. Sta’ a sen­ti­re… Non cre­de­rai alle tue orec­chie! Come al soli­to, quan­do sono arri­va­to a casa mi sono spo­glia- to e sono rima­sto com­ple­ta­men­te nudo. Sta­vo andan­do in bagno, quan­do l’ho visto sbu­ca­re fuo­ri dal sog­gior­no e cor­re­re ver­so di me. Con un bal­zo mi sono fion­da­to in bagno e ho chiu­so a chia­ve la por­ta. Ero come uno che aves­se appe­na visto l’angelo del­la mor­te. Era un lupo, giu­ro! Un lupo, an- che se tu dirai che for­se era un cane…

All’inizio, quan­do ho guar­da­to dal buco del­la ser­ra­tu­ra, non c’era. Tre­ma­vo. Per degli inter­mi­na­bi­li minu­ti regnò un silen­zio ter­ri­fi­can­te. Dopo aver guar­da­to diver­se vol­te dal buco del­la ser­ra­tu­ra, fui cer­to che era un lupo. Pri­ma lo sen­tii ansi­ma­re, poi lo vidi: sta­va annu­san­do i miei pan­ta­lo­ni e le mie mutan­de davan­ti alla por­ta di casa. Poi si accoc­co­lò, gli occhi pun­ta­ti tri­ste­men­te sul­la por­ta del bagno.

Un lupo in car­ne e ossa, in cit­tà, in un con­do­mi­nio, e pro­prio nel mio appar­ta­men­to! Sedu­to sul water, comin­ciai a pen­sa­re: “Nes­su­no, a par­te me, ha le chia­vi di casa; io abi­to al quar­to pia­no, e anche ipo­tiz­zan­do che… ok… che sia riu­sci­to a vola­re… e ad arri­va­re in bal­co­ne, ebbe­ne la por­ta­fi­ne­stra del bal­co­ne, in sog­gior­no, sta sem­pre chiu­sa!” Mi scap­pò la pipì sen­za che me ne ren­des­si con­to. Ero come para­liz­za­to, nudo sul­la taz­za del ces­so e con un lupo in casa. Che scher­zo era quel­lo?

Comin­ciai a rim­pro­ve­ra­re me stes­so, a insul­tar­mi anche: “Per­ché ogni vol­ta che entro in casa mi spo­glio come una put­ta­na? Se aves­si avu­to con me il cel­lu­la­re avrei chia­ma­to la poli­zia e tut­to sareb­be fini­to! Sono pro­prio un buo­no a nul­la! Ubria­co­ne, disoc­cu­pa­to, sto tut­to il tem­po in giro per i bar del­la cit­tà cer­can­do di pro­cu­rar­mi di che vive­re, ma da chi, poi? Da altri disgra­zia­ti che non fan­no meno schi­fo di me! Da gen­te cui il mon­do nuo­vo e scin­til­lan­te ha tira­to via il tap­pe­to da sot­to i pie­di! Pren­di per esem­pio una gras­so­na di qua­si quarant’anni in cer­ca di un rap­por­to occa­sio­na­le con un immi­gra­to ormai del tut­to arrug­gi­ni­to. Noi non abbia­mo il culo sodo e appe­ti­to­so, abbia­mo sol­tan­to un buco per la mer­da! Fan­cu­lo tut­to e tut­ti! Per­si­no la ragaz­za che ho incon­tra­to oggi, quel­la col viso but­te­ra­to, non si è accon­ten­ta­ta del mio invi­to. Si è spo­sta­ta in un altro tavo­li­no e si è mes­sa ad aspet­ta­re uno stron­zo miglio­re. Se aves­se accet­ta­to di sco­pa­re con me, sareb­be venu­ta qui nel mio appar­ta­men­to e sareb­be fug­gi­ta a chia­ma­re la poli­zia o i vici­ni. o for­se il lupo l’avrebbe sbra­na­ta. Ma qua­le lupo? Non è pos­si­bi­le, devo esser­mi sba­glia­to, for­se è sol­tan­to un’allucinazione…” Così dice­vo alla mia imma­gi­ne rifles­sa nel­lo spec­chio.

Tor­nai a guar­da­re dal buco del­la ser­ra­tu­ra. Era sem­pre accuc­cia­to al suo posto. ormai man­ca­va­no poche ore all’alba. Pen­sai che il gior­no dopo for­se qual­cu­no si sareb­be pre­oc­cu­pa­to per la mia assen­za. Era senz’altro un’idea ridi­co­la, una con­so­la­zio­ne fit­ti­zia, dato che da anni vivo da solo e non cono­sco nes­su­no, a par­te que­gli spa­ven­ta­pas­se­ri dei bar. Quel­li sono come me: soli, in cer­ca di qual­co­sa in giro per i bar. E se non tro­va­no nien­te, allo­ra se ne tor­na­no nei loro spor­chi let­ti a far­si divo­ra­re dal­la tri­stez­za e dal­la not­te. Gli uni­ci che potreb­be­ro bus­sa­re alla mia por­ta sono i testi­mo­ni di Geo­va. Ma anche quel­li sono spa­ri­ti da un pez­zo. For­se li ho ridot­ti alla dispe­ra­zio­ne a for­za di far­mi con­ti­nua­men­te bef­fe del loro Dio. Mi som­mer­ge­va­no con le loro rivi- ste, anche se per diver­tir­mi basta­va una sola fra­se di quel­le mon­ta­gne di libri e gior­na­li. La cosa diver­ten­te nel­le loro rivi­ste era­no quei ten­ta­ti­vi dispe­ra­ti di col­le­ga­re le sco­per­te scien­ti­fi­che con le sto­rie del­la Bib­bia. Quel­le che veni­va­no a far­mi visi­ta era­no due bel­le ragaz­ze. La mia fan­ta­sia mala­ta mi spin­ge­va ad acco­glier­le con entu­sia­smo. Cre­de­vo che, se aves­si instau­ra­to con loro un vero rap­por­to d’amicizia, ma- gari poi il tut­to sareb­be cul­mi­na­to in un foco­so amples­so. Te lo imma­gi­ni? Due ragaz­ze testi­mo­ni di Geo­va, nude, nel mio let­to… Una mi suc­chia il caz­zo e l’altra offre il suo cli­to­ri­de alla mia lin­gua men­tre reci­ta pas­si del­la Bib­bia…

Par­la­va­mo di mol­te cose. L’argomento che mi ha impres­sio­na­to di più è che i testi­mo­ni di Geo­va rifiu­ta­no, come gli ebrei, le tra­sfu­sio­ni di san­gue. Io scher­za­vo con loro, dice­vo che il san­gue è deli­zio­so, è la bevan­da dei vam­pi­ri. Par­la­vo dell’importanza del san­gue. “Il diret­to­re del cen­tro di bio­e­ti­ca dell’Università del­la Penn­syl­va­nia affer­ma con gran fred­dez­za scien­ti­fi­ca: “Il san­gue sta alla salu­te come il petro­lio sta ai tra­spor­ti”. Pen­sa­te: men­tre ogni anno miliar­di di bari­li di petro­lio ven­go­no estrat­ti dal sot­to­suo­lo per sod­di­sfa­re il fab­bi­so­gno mon­dia­le di car­bu­ran­te, dal cor­po uma­no ven­go­no pre­le­va­te cir­ca novan­ta milio­ni di uni­tà di san­gue nel­la spe­ran­za di aiu­ta­re chi sta male. Que­sta cifra impres­sio­nan­te rap­pre­sen­ta il volu­me di san­gue di cir­ca otto milio­ni di per­so­ne. Cio­no­no­stan­te, pro­prio come il petro­lio, a quan­to pare anche il san­gue scar­seg­gia. La comu­ni­tà me- dica mon­dia­le avver­te di que­sta caren­za.” Que­sto cock­tail di infor­ma­zio­ni scien­ti­fi­che o, per esse­re più pre­ci­si, le mie chiac­chie­re serie, ave­va­no lo sco­po di far capi­re alle due bel­le testi­mo­ni di Geo­va che io ero una per­so­na dav­ve­ro impor- tan­te nel mio Pae­se. Ave­vo det­to di cono­sce­re per­fet­ta­men­te l’ebraico e di aver tra­dot­to alcu­ni fasci­co­li segre­ti per il Mini­ste­ro del­la Dife­sa e per i ser­vi­zi di intel­li­gen­ce del mio Pae­se, aggiun­gen­do qual­che det­ta­glio poli­zie­sco e qual­che avven­tu­ra lega­ta alla mia pro­fes­sio­ne. Con loro bla­te­ra­vo a lun­go e, tra il serio e il face­to, nel cor­so di quel­le con­ver­sa­zio­ni tira­vo in bal­lo tut­to ciò che mi pas­sa­va per la testa. Face­vo anche doman­de, e mi rispon­de­vo da solo, men­tre le ragaz­ze se ne sta­va­no sedu­te, due colom­be del­la pace, sor- riden­do come se fos­se­ro appe­na sce­se dal cie­lo. “Ma cosa acca­dreb­be se un’epidemia leta­le si dif­fon­des­se in tut­to il mon­do, e tut­ti quan­ti aves­se­ro biso­gno di nuo­vo san­gue?” E, pri­ma anco­ra che la più gran­de del­le due aves­se il tem­po di rispon­de­re, io dichia­ra­vo con l’aria di un esper­to che par­li di gene­ti­ca: “Di cer­to scop­pie­reb­be una nuo­va guer­ra mon­dia­le.”

Ma non c’è ragio­ne di teme­re: se si farà una guer­ra per il san­gue, sarà una guer­ra puli­ta; sarà proi­bi­to l’uso di armi con­ven­zio­na­li o di ulti­ma gene­ra­zio­ne, non si potrà nep­pu­re usa­re un col­tel­lo da cuci­na. La guer­ra sarà una sor­ta di tor­neo di foot­ball ame­ri­ca­no e i sol­da­ti indos­se­ran­no abi­ti spor­ti­vi, leg­ge­ri. È ovvio che una guer­ra in cui il san­gue scor­re inu­til­men­te non ser­vi­reb­be a nul­la in un momen­to in cui il mon­do ne ha un estre­mo biso­gno, per­ciò, se un sol­da­to faces­se uso di armi, non ci sareb­be alcu­na pie­tà nei suoi con­fron­ti. Ma che guer­ra sareb­be? Fan­cu­lo tut­to e tut­ti! L’obiettivo degli eser­ci­ti sareb­be quel­lo di cat­tu­ra­re il mag­gior nume- ro pos­si­bi­le di sol­da­ti nemi­ci. I sol­da­ti com­bat­te­reb­be­ro tra loro e ogni fazio­ne cer­che­reb­be di cat­tu­ra­re nemi­ci, per poi tra­spor­tar­li nei fur­go­ni in atte­sa nel­le retro­vie. Sareb­be l’ultima guer­ra e fini­reb­be con il pre­lie­vo del san­gue dell’ul- timo uomo. I fur­go­ni, cari­chi di sol­da­ti pri­gio­nie­ri, chiu­si in gab­bia, par­ti­reb­be­ro alla vol­ta dei labo­ra­to­ri per i pre­lie­vi, dopo­di­ché il san­gue ver­reb­be equa­men­te distri­bui­to tra i cit­ta­di­ni. Ma lascia­mo per­de­re que­sta sto­ria, altri­men­ti le mie chiac­chie­re ti faran­no veni­re il mal di testa. Fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

ok… par­la­vo tra me e me, tre­man­do: “Un lupo! oh mio Dio! Un lupo!” Quel­lo non si muo­ve­va dal suo posto, non anda­va nep­pu­re in cuci­na a cer­ca­re qual­co­sa da man­gia­re. Il suo uni­co movi­men­to, men­tre sta­va come pie­tri­fi­ca­to da- van­ti alla por­ta del bagno, con­si­ste­va nell’annusare le mie mutan­de e poi guar­da­re la por­ta con occhi assas­si­ni.

Di cer­to quel­la mia idea di lascia­re la fore­sta per tor­na- re a vive­re in cit­tà era sta­ta un’idea mer­do­sa… Ma era sta­ta col­pa del­le zan­za­re, quei male­det­ti vam­pi­ri! Lo sai che è solo la zan­za­ra fem­mi­na a nutrir­si di san­gue uma­no? Il maschio si nutre sola­men­te di lin­fa vege­ta­le e net­ta­re di fio­ri. Ho tra­scor­so più di cin­que mesi nel­la fore­sta. Duran­te il gior­no pesca­vo nel laghet­to vici­no, e di sera tra­du­ce­vo un libro mol­to inte­res­san­te sul­le ori­gi­ni del­la lin­gua ebrai­ca. Ero mol­to feli­ce del­la mia soli­tu­di­ne e del dono che la fore­sta mi ave­va elar­gi­to: dimen­ti­ca­re il mon­do degli uomi­ni. Beve­vo vino ros­so, ma con mode­ra­zio­ne. Il gua­io però era che tut­ti gli unguen­ti con cui mi spal­ma­vo il viso e il cor­po non riu­sci­va­no a fer­ma­re gli attac­chi del­le zan­za­re. E come pote­vo sen­tir­mi in pace men­tre un nugo­lo di zan­za­re mi aleg­gia- va intor­no alla testa per tut­to il gior­no, come l’aureola di Cri­sto nei qua­dri anti­chi? Di not­te le fem­mi­ne di zan­za­ra pene­tra­va­no sot­to le len­zuo­la come una coraz­za­ta e mi suc­chia­va­no il san­gue con ardo­re e avi­di­tà. Il padro­ne di casa, quan­do gli par­lai del­le zan­za­re, si pre­se gio­co di me, dis­se che le zan­za­re mi ama­va­no mol­to. Alla fine i miei sfor­zi nel com­bat­te­re le zan­za­re furo­no coro­na­ti da vio­len­te coli­che addo­mi­na­li. Il medi­co mi dis­se che si trat­ta­va sem­pli­ce­men­te di disor­di­ni ali­men­ta­ri, e che avrei dovu­to man­gia­re mol­ta ver­du­ra. E aggiun­se che avrei fat­to meglio a tor­nar­me­ne in cit­tà e vive­re in mez­zo alla gen­te, per­ché ovvia­men­te lo sto­ma­co risen­ti­va anche del mio sta­to di iso­la­men­to. Da lui capii anche che par­la­vo di me stes­so in modo stra­no. In bre­ve, vole­va dire che ave­vo biso­gno di uno psi­chia­tra. ok. Io sono qua­si sem­pre un otti­mo ascol­ta­to­re, e so apprez­za­re i con­si­gli. Deci­si di atte­ner­mi sol­tan­to al pri­mo con­si­glio del dot­to­re, e così tor­nai in cit­tà e mi mesco­lai con i rifiu­ti del­la socie­tà, quel­li dei bar mal­fa­ma­ti. Al di fuo­ri di una bot­ti­glia d’alcol il mon­do, per esse­re affron­ta­to, sem­bra aver biso­gno di un tore­ro; den­tro una bot­ti­glia d’alcol, inve­ce, il mon­do è una com­me­dia e ha biso­gno solo di più pagliac­ci… e fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

In bagno c’erano solo un asciu­ga­ma­ni e un muc­chio di cal­zi­ni e mutan­de spor­chi. Io ero esau­sto e infred­do­li­to. Con­trol­lai per esser sicu­ro che il mio ospi­te fos­se anco­ra al suo posto, poi feci una doc­cia cal­da e tor­nai a riflet­te­re sul- la fac­cen­da. Se aves­si avu­to dei nemi­ci, sareb­be sta­to logi­co pen­sa­re che uno di loro aves­se por­ta­to il lupo in casa mia. Ma come si può por­ta­re un lupo in casa di qual­cun altro? Il pre­sun­to nemi­co avreb­be avu­to biso­gno dell’aiuto di qual­cu­no che lavo­ra allo zoo, e di una mac­chi­na. For­se era un lupo dome­sti­co, come un cane… o for­se io ero impaz­zi­to e mi sta­vo imma­gi­nan­do tut­to. È mai pos­si­bi­le che una per- sona sana di men­te cre­da a quel­lo che ti sto rac­con­tan­do? No, non dire che tu mi cre­di, ma… lo giu­ro su Geo­va e sui suoi ange­li… era un vero lupo! Chis­sà, for­se il dot­to­re ave­va ragio­ne…

Mi coprii con l’asciugamani e piom­bai in un son­no pro- fon­do, diste­so su cal­zi­ni e mutan­de. Mi sve­gliai in pre­da a una for­te emi­cra­nia che mi cri­vel­la­va la testa, simi­le a un assor­dan­te erpi­ce. Dove­va esse­re mez­zo­gior­no. La cosa assur­da, incre­di­bi­le, è che il lupo era anco­ra lì! Mer­da… Ma non ave­va fame? Per­ché sta­va lì, immo­bi­le come la Sfin­ge? L’idea del­la fame stri­sciò nel­la mia men­te come una ser­pe. Ero in pre­da al pani­co e mi misi a gri­da­re. Sarei rima­sto chiu­so in bagno fino a mori­re di fame? Ma in que­sto caso anche il lupo sareb­be mor­to di fame! Ma no, è risa­pu­to che i lupi sop­por­ta­no la fame meglio degli uomi­ni. Io però in bagno ave­vo l’acqua, men­tre a lui il rubi­net­to del­la cuci­na non sareb­be ser­vi­to a nien­te. Ma allo­ra io sarei mor­to di fame e lui di sete… No, no… in cuci­na, sul tavo­lo, c’era una sco­del­la di zup­pa. Chis­sà se gli sareb­be pia­ciu­ta la zup­pa del­la sera pri- ma. Comun­que sul tavo­lo c’era anche del pane, se lo aves­se volu­to…

Di col­po una tre­men­da iste­ria si impa­dro­nì di me. Mi misi a col­pi­re con for­za la por­ta e a gri­da­re chie­den­do aiu­to. Di tan­to in tan­to spia­vo dal buco del­la ser­ra­tu­ra le rea­zio­ni di quel male­det­to lupo. Dov’erano i vici­ni? Anche da loro era­no entra­ti i lupi? No, no… non pote­vo mori­re lì, in bagno. Pen­sai che sareb­be sta­to meglio far­mi sbra­na­re piut­to­sto che mori­re in quel modo orri­bi­le. E poi per­ché avreb­be dovu­to man­giar­mi? Sem­pre davan­ti allo spec­chio, cer­ca­vo di scac­cia­re le mie pau­re. Maga­ri lo avrei affron­ta­to, lot­tan­do con­tro di lui e riu­scen­do a scap­pa­re. For­se si sareb­be accon­ten­ta­to di ferir­mi. E se anche mi aves­se ampu­ta­to un brac­cio, sareb­be pur sem­pre sta­to meglio che mar­ci­re lì in bagno. Mi bagnai la fac­cia e poi rima­si per più d’un quar­to d’ora a lavar­mi i den­ti e scru­ta­re con atten­zio­ne il mio viso allo spec­chio. Col­pen­do le pare­ti, urla­vo e impre­ca­vo. Poi mi ven­ne un’idea: per­ché non apri­re la por­ta, get­tar via l’asciugamani e vede­re cosa sareb­be suc­ces­so? Ma non ave­vo il corag­gio di fare una cosa simi­le. E se il lupo mi fos­se bal­za­to addos­so, rapi­do, impe­den­do­mi di fug­gi­re? Allo­ra rico­min­ciai a gri­da­re e dar col­pi alle pare­ti, usan­do tut­ti i fla­co­ni di sham­poo fin­ché non si rom­pe­va­no. Sfi­ni­to, tor­nai a seder­mi sul water. Bev­vi dal lavan­di­no cur­van­do le mani a mo’ di taz­za, poi scop­piai in sin­ghioz­zi.

Mi diste­si sul­le fred­de mat­to­nel­le del bagno, rag­go­mi­to­lan­do­mi su me stes­so, come uno che abbia smes­so di cre­de­re e desi­de­ri sol­tan­to spa­ri­re da que­sto mon­do.

A not­te fon­da – la secon­da not­te – deci­si di por­re fine a quel­la pagliac­cia­ta. Che mi man­gias­se, o che io man­gias­si lui! Mi sen­ti­vo addos­so un’energia for­mi­da­bi­le, una sete di ven­det­ta che si agi­ta­va den­tro di me. Avrei fat­to a pez­zi quel lupo inu­ti­le e vigliac­co, e avrei arro­sti­to la sua car­ne e per­si­no la sua testa! Fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

Aprii len­ta­men­te la por­ta del bagno. Il lupo si alzò in pie­di e io, cor­ren­do con tut­ta la for­za che mi era rima­sta, gli bal­zai con­tro. L’ultima cosa che ricor­do è l’istante in cui il lupo mi sal­tò addos­so…

C’era un buio fred­do, tetro. Un buio sor­do. Ad aiu­tar- mi in quel­le tene­bre c’era sol­tan­to il ricor­do di quel che era acca­du­to in que­gli ulti­mi istan­ti, seb­be­ne il ter­ro­re di non esi­ste­re più fisi­ca­men­te mi para­liz­zas­se nei miei ten­ta­ti- vi di esse­re pazien­te e aspet­ta­re la mise­ri­cor­dia di Dio in quell’oscurità. Quel che so è che, con­tra­ria­men­te a quan­to mi sta­va acca­den­do, quan­do muo­ri non rima­ne più nes­sun ricor­do, né alcu­na con­sa­pe­vo­lez­za del­la vita vis­su­ta, anche se la mor­te inte­sa come anni­chi­li­men­to tota­le è sol­tan­to una sup­po­si­zio­ne, nul­la di più. Avrei volu­to gri­da­re per chie­de­re aiu­to, ma non sape­vo dove fos­se la boc­ca, né come fare a lan­cia­re un gri­do. Qual era il mec­ca­ni­smo, il movi­men­to che biso­gna­va com­pie­re per riu­sci­re a gri­da­re? Come pote­vo far­mi da capo un’idea di dove fos­se­ro i pie­di o di come tro­va­re i capel­li per poter­li poi toc­ca­re?

Ero vera­men­te mor­to? Il vero dilem­ma in quell’oscurità non riguar­da­va la mia capa­ci­tà di muo­ver­mi o di fare qua­lun­que altra cosa; il gua­io era che gli stru­men­ti era­no spa­ri­ti, per­si in un mare di tene­bre. Uno sa come guar­da­re sen­za però cono­sce­re il meto­do o gli stru­men­ti per far­lo. Ma io sen­ti­vo, allo stes­so tem­po, di esi­ste­re anco­ra, sep­pu­re come un minu­sco­lo pun­to coscien­te, da qual­che par­te nel mon­do. Non so quan­to tem­po sia dura­to. Il pun­to minu­sco­lo comin­ciò ad allar­gar­si e io per­ce­pi­vo che la mia pel­le riac­qui­sta­va il suo calo­re e il mio respi­ro, dap­pri­ma mol­to len­to, si face­va gra­dual­men­te più velo­ce.

A quan­to pare, ave­vo sbat­tu­to la testa con­tro lo spi­go­lo del como­di­no e ave­vo per­so cono­scen­za. Mi era anche usci- to un po’ di san­gue. In casa non c’era nes­sun lupo. Era spa- rito, come eva­po­ra­to. La por­ta di casa era chiu­sa, solo quel­la del bagno era spa­lan­ca­ta. Indos­sai una cami­cia e pre­si il tele­fo­ni­no dal­la tasca dei pan­ta­lo­ni but­ta­ti per ter­ra, nel pun­to in cui c’era sta­to quel lupo che si era poi dis­sol­to nel nul­la. Mi misi a gira­re per casa con cir­co­spe­zio­ne, ma non c’era nes­su­no a par­te me. Mi sedet­ti sul diva­no e acce­si la tele­vi­sio­ne. C’era la repli­ca del­la ceri­mo­nia degli oscar e l’attore Brad Pitt, cin­gen­do la vita di Ange­li­na Jolie, par­la­va del­le sue chan­ce di vin­ce­re l’oscar.

Ho deci­so di tor­na­re nel­la fore­sta: meglio affron­ta­re le zan­za­re piut­to­sto che rischia­re che mi appa­ia, che so, un coc­co­dril­lo… Fan­cu­lo tut­to e tut­ti! Que­sto è l’ultimo bic­chie­re che bevo con te… Sei pro­prio un uomo stra­no, e for­se mi somi­gli un po’: hai un’incredibile capa­ci­tà di ascol­ta­re gli altri… Secon­do me tu… ok, for­se mi fac­cio un altro bic­chie­re con te pri­ma di andar­me­ne. Fan­cu­lo tut­to e tut­ti. Non so nean­che come ti chia­mi! Io sono Sal­màn…

–Has­san Bla­sim, pia­ce­re.

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La riforma della scuola in Egitto (Italia?)

Estrat­to da 
TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO
di KHALED AL KHAMISSI

Il tema dell’istruzione e del­le lezio­ni pri­va­te fa da ver­ti­ce alla pira­mi­de del­le pre­oc­cu­pa­zio­ni del cit­ta­di­no egi­zia­no. Nes­sun altro pro­ble­ma – eccet­to la manie­ra di sbar­ca­re il luna­rio – ne con­di­vi­de la vet­ta.
Le due que­stio­ni rap­pre­sen­ta­no il ful­cro dei pen­sie­ri del­la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­le per­so­ne, per­ché quel­la egi­zia­na è la socie­tà del­la fami­glia per eccel­len­za e i bam­bi­ni riem­pio­no la fami­glia con schia­maz­zi, amo­re, spe­ran­za, pre­oc­cu­pa­zio­ne e, sen­za dub­bio, col pro­ble­ma dell’istruzione e del­le lezio­ni pri­va­te.
A com­ple­ta­re il qua­dro astra­le, c’è il fat­to che ogni egi­zia­no cor­re die­tro al gua­da­gno per poi andar­lo a ripor­re nel­le mani dei pro­fes­so­ri pri­va­ti; e di lezio­ni pri­va­te ce ne sono quan­te le mar­che dei vesti­ti. Lezio­ni di ogni gene­re, con una gam­ma di prez­zi adat­ta­bi­li a ogni livel­lo e clas­se socia­le.
Per­tan­to, una lezio­ne di mate­ma­ti­ca può costa­re 10 lire, così come può costar­ne cen­to; e se non puoi per­met­ter­ti di spen­der­ne nean­che die­ci, ci sono le clas­si di raf­for­za­men­to, le lezio­ni col­let­ti­ve, i cen­tri dopo­scuo­la… insom­ma, in fin dei con­ti è un busi­ness come un altro.
Ti baste­rà toc­ca­re il tasto dell’istruzione con qual­sia­si tas­si­sta padre di figli in età sco­la­re per veder­lo decol­la­re come un mis­si­le inar­re­sta­bi­le, nean­che pro­vas­se­ro a fer­mar­lo gli inge­gne­ri del­la NASA in per­so­na.
Quel gior­no di set­tem­bre del 2005 ave­vo appe­na paga­to le ret­te sco­la­sti­che dei miei tre figli (le mani mi scot­ta­va­no anco­ra per quel salas­so) e, al solo seder­mi nel taxi, pre­met­ti on sul tasto istru­zio­ne… ed ecco che il tas­si­sta par­ti­va:

TASSISTA  I miei figli mi faran­no veni­re un infar­to… l’unico maschio fa la sesta ele­men­ta­re e quan­to è vero Iddio man­co sa scri­ve­re il suo nome. A fine anno lo aiu­te­ran­no a copia­re e così pas­se­rà all’anno dopo, per­ché altri­men­ti la scuo­la va a fini­re nei casi­ni e quel­li del mini­ste­ro gli faran­no il ter­zo gra­do.
Poi c’ho due fem­mi­ne che van­no alle supe­rio­ri. Una fa la ter­za e un’altra la secon­da.
Rin­gra­zian­do Dio le fem­mi­ne sono sve­glie… ma mi stan­no lascian­do in mutan­de con le lezio­ni pri­va­te. Pago per ognu­na 120 lire al mese… te lo imma­gi­ni? Ognu­na pren­de ripe­ti­zio­ni di tre mate­rie e ogni lezio­ne vie­ne 40 lire al mese. All’inferno con rac­co­man­da­ta espres­so devo­no anda­re! E quan­do cre­sce quell’altro genio di mio figlio Alber­ti­no, con le cer­vel­la da melo­ne che si ritro­va, di ripe­ti­zio­ni cen­to glie­ne dovrò paga­re.
Lo sai come fun­zio­na a casa nostra? Eve­li­na, la più gran­de, dà le lezio­ni pri­va­te ad Alber­ti­no e si pren­de da me i sol­di per pagar­si le lezio­ni sue… e, secon­do te, non le devo inse­gna­re a gua­da­gnar­si la pagnot­ta coi suoi sfor­zi?
(riden­do) Ma, ovvia­men­te, a inse­gnar­gli non ci rie­sce per nien­te e da me si pren­de i sol­di, e basta.

IO  E in tut­to que­sto la scuo­la dove sta?

TASSISTA  La scuo­la? Vi dico che man­co il nome suo sa scri­ve­re e mi veni­te a dire la scuo­la? Ecco­la qua l’istruzione gra­tui­ta signo­re mio: non paghi? Non hai nien­te… il bel­lo è che pure il nien­te lo paghia­mo. Alle ele­men­ta­ri spen­dia­mo 40 lire per i libri e alle medie e supe­rio­ri ottan­ta. Se non paghi, nien­te libri. Que­sto è il siste­ma.
Pro­fes­sò, l’istruzione per tut­ti era uno di quei bei sogni anda­ti, che han­no lascia­to solo la for­ma e l’apparenza. Sul­la car­ta l’istruzione è come l’acqua e l’aria: un dirit­to per tut­ti quan­ti. Ma la veri­tà è che i ric­chi impa­ra­no, lavo­ra­no e gua­da­gna­no, men­tre i pove­ri non impa­ra­no, non lavo­ra­no e non gua­da­gna­no nien­te: but­ta­ti per stra­da come mon­dez­za… te li farò vede­re: nien­te lavo­ro né bot­te­ga.
Natu­ral­men­te con l’eccezione dei geni e, sicu­ra­men­te, il mio Alber­ti­no non rien­tra nel­la cate­go­ria.
Però che ci vole­te fare, io ci pro­vo lo stes­so. Pago le lezio­ni pri­va­te pure se sono un dispe­ra­to. Che pos­so fare di più?
E poi non si sa mai, va a fini­re che Nostro Signo­re fa il mira­co­lo e Alber­ti­no mi diven­ta un altro Zawil… che ne puoi sape­re?

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L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi

Quel gior­no di Set­tem­bre la noti­zia uscì sui gior­na­li.
Le tipo­gra­fie ave­va­no stam­pa­to metà riga a let­te­re sfuo­ca­te: “Una don­na è usci­ta in vacan­za e non è tor­na­ta”.
La scom­par­sa di per­so­ne era un fat­to nor­ma­le.
Come ogni gior­no spun­ta il sole, così esco­no i gior­na­li, nel­la cui pagi­na inter­na si tro­va l’angolo del­le noti­zie riguar­dan­ti le per­so­ne.  La paro­la “per­so­ne” può esse­re rimos­sa o sosti­tui­ta con un’altra paro­la, sen­za che asso­lu­ta­men­te nul­la cam­bi. Le per­so­ne. Il popo­lo. La nazio­ne. Le mas­se. Paro­le che signi­fi­ca­no tut­to e nien­te con­tem­po­ra­nea­men­te.
In pri­ma pagi­na vi era una foto a colo­ri e a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, dal tito­lo gran­de: “Il festeg­gia­men­to per il com­plean­no del re”.
La gen­te sfre­gò gli occhi, dagli ango­li del­le pal­pe­bre infiam­ma­ti, e girò pagi­na dopo pagi­na, sba­di­glian­do fino a far schioc­ca­re le ossa del­le mascel­le.
La noti­zia com­par­ve nel­la pagi­na inter­na, si vede­va a mala pena ad occhio nudo.
“Una don­na è usci­ta in vacan­za e non è ritor­na­ta”.
Le don­ne non era­no soli­te pren­der gior­ni libe­ri. Se una don­na usci­va, lo face­va per assol­ve­re ad incom­ben­ze urgen­ti e per poter usci­re era asso­lu­ta­men­te neces­sa­rio otte­ne­re il per­mes­so scrit­to del mari­to o tim­bra­to dal suo dato­re di lavo­ro. (p.5)

Non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni, e solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di sepa­rar­si da lui.
Gli uomi­ni del­la poli­zia si mobi­li­ta­ro­no nel­la sua ricer­ca, si stam­pa­ro­no volan­ti­ni ed annun­ci sui gior­na­li chie­den­do il suo ritro­va­men­to, viva o mor­ta, ed annun­cian­do una gene­ro­sa ricom­pen­sa da par­te di Sua Mae­stà il Re.
“Che lega­me c’è tra Sua Mae­stà e la scom­par­sa di una don­na comu­ne?”.
Era risa­pu­to che nul­la al mon­do pote­va acca­de­re sen­za l’ordine, scrit­to o non scrit­to, di sua Mae­stà.
Sua Mae­stà, infat­ti, non sape­va né leg­ge­re né scri­ve­re, e que­sto era un segno di distin­zio­ne. Qua­le era infat­ti il van­tag­gio di leg­ge­re e scri­ve­re?
I pro­fe­ti non sape­va­no né leg­ge­re né scri­ve­re, era quin­di pos­si­bi­le che il Re fos­se miglio­re di loro?
Vi era anche la mac­chi­na da scri­ve­re, che fun­zio­na­va ad elet­tri­ci­tà.
Una nuo­va mac­chi­na da scri­ve­re inve­ce fun­zio­na­va a petro­lio e scri­ve­va in tut­te le lin­gue.
Die­tro la mac­chi­na per scri­ve­re si tro­va­va una sedia gire­vo­le di pel­le, su cui sede­va il com­mis­sa­rio di poli­zia, e die­tro la sua testa pen­de­va dal­la pare­te un’immagine ingran­di­ta di sua Mae­stà, in una cor­ni­ce d’oro, dai bor­di deco­ra­ti con le let­te­re del testo sacro.
“Era già suc­ces­so che sua moglie fos­se anda­ta in vacan­za?”. (p.6)

Suo mari­to ser­rò le lab­bra in silen­zio, i suoi occhi si spa­lan­ca­ro­no come chi all’improvviso si sve­glia dal son­no. Indos­sa­va il pigia­ma, i musco­li del suo viso era­no flo­sci, con la pun­ta del­le dita sfre­gò gli occhi e sba­di­gliò.
Sede­va su una sedia di legno, fis­sa­ta al pavi­men­to.
“No”
“Ave­te liti­ga­to?”
“No”
“Ha mai lascia­to la casa coniu­ga­le?” (Nota: ”sot­to­mis­sio­ne” e “ubbi­dien­za” han­no lo stes­so signi­fi­ca­to di tet­to coniu­ga­le e casa del mari­to)
“No”
L’indagine si svol­ge­va in una stan­za chiu­sa, una lam­pa­da ros­sa era appe­sa alla por­ta. Nul­la pote­va usci­re ai gior­na­li. I rap­por­ti veni­va­no con­ser­va­ti den­tro una car­tel­la segre­ta, dal­la coper­ti­na nera, su cui era scrit­to: “Don­na che esce in vacan­za”
Il com­mis­sa­rio di poli­zia era sedu­to sul­la sedia gire­vo­le, su cui girò e si tro­vò con la schie­na ver­so la pare­te e l’immagine di Sua Mae­stà. Di fron­te a lui si tro­va­va l’altra sedia, fis­sa­ta al pavi­men­to, su cui sede­va un altro uomo, non suo mari­to ma il suo dato­re di lavo­ro.
“Era una di quel­le don­ne ribel­li e disub­bi­dien­ti all’ordine?”
Il dato­re di lavo­ro ave­va acca­val­la­to le gam­be, tra le sue lab­bra ave­va una pipa nera, che si cur­va­va in avan­ti come il cor­no di una muc­ca. I suoi occhi era­no fis­si ver­so l’alto. (p.7)

No, era una don­na asso­lu­ta­men­te ubbi­dien­te”
“E’ pos­si­bi­le che sia sta­ta rapi­ta o vio­len­ta­ta?”
“No. Era una don­na nor­ma­le che non pro­vo­ca­va in nes­su­no il desi­de­rio di vio­len­tar­la”
“Che cosa signi­fi­ca?”
“Inten­do dire che era una don­na sot­to­mes­sa, che non pro­vo­ca­va il desi­de­rio di nes­su­no”
Il com­mis­sa­rio di poli­zia annuì con il capo in segno di com­pren­sio­ne. Girò sul­la sedia e la sua schie­na si tro­vò di fron­te al dato­re di lavo­ro ed ini­ziò a bat­te­re sul­la mac­chi­na per scri­ve­re. Si dif­fu­se uno stra­no odo­re di gas bru­cia­to. Allun­gò il brac­cio ed acce­se il ven­ti­la­to­re, poi girò di nuo­vo sul­la sedia.
“Cre­de che sia fug­gi­ta?”
“Per­ché fug­gi­re?”
Nes­su­no sape­va per­ché una don­na pote­va fug­gi­re. Se fos­se fug­gi­ta, dove sareb­be anda­ta? Sareb­be fug­gi­ta da sola?
“Pen­sa che pos­sa esse­re fug­gi­ta con un altro uomo?”
“Un altro uomo?”
“Sì”
“Non è pos­si­bi­le. Era una don­na asso­lu­ta­men­te rispet­ta­bi­le, non le inte­res­sa­va altro che il lavo­ro e la ricer­ca”
“La ricer­ca?” (p.8)

Lavo­ra­va nell’unità di Ricer­ca, pres­so il Dipar­ti­men­to di Archeo­lo­gia”
“Archeo­lo­gia. Che cosa signi­fi­ca?”
“Sono i monu­men­ti anti­chi che ven­go­no sco­per­ti sca­van­do la ter­ra”
“Ad esem­pio?”
“Sta­tue di divi­ni­tà anti­che come Amoun e Akhe­na­ton, o di dee anti­che come Nefer­ti­ti e Sekh­met”
“Sekh­mat? Chi è ?”
“L’antica dea del­la mor­te”
“Dio ci pro­teg­ga!”
Arri­vò la noti­zia dal capo di una del­le lon­ta­ne sta­zio­ni di poli­zia: era sta­ta avvi­sta­ta una don­na che si sta­va imbar­can­do su un bat­tel­lo.
La don­na por­ta­va sul­le spal­le una bor­sa di pel­le dal­la lun­ga tra­col­la, sem­bra­va una stu­den­tes­sa o una ricer­ca­tri­ce uni­ver­si­ta­ria, era com­ple­ta­men­te sola, sen­za alcun uomo. Dal­la bor­sa spun­ta­va qual­co­sa dall’estremità di fer­ro appun­ti­ta, sem­bra­va uno scal­pel­lo.
Il com­mis­sa­rio di poli­zia s’irrigidì e sul­la sua fron­te com­par­ve­ro del­le goc­ce di sudo­re. Pre­met­te sul pul­san­te nero e la velo­ci­tà del ven­ti­la­to­re aumen­tò, la base del ven­ti­la­to­re gira­va su se stes­sa e l’aria del­la stan­za era asfis­sian­te.
“Era una don­na nor­ma­le?” (p.9)

Sul­la sedia di legno fis­sa­ta al pavi­men­to sede­va uno psi­co­lo­go. La sua boc­ca si pie­ga­va a sini­stra men­tre la pipa dal cor­no pie­ga­to pen­de­va a destra, men­tre gli occhi era­no fis­si ver­so l’alto, un po’ più in alto del­la pare­te, dove si tro­va­va l’immagine rin­chiu­sa den­tro la cor­ni­ce d’oro.
Sof­fiò il fumo inten­sa­men­te sul­la fac­cia di Sua Mae­stà, poi avver­tì l’ansia e girò la testa in dire­zio­ne del ven­ti­la­to­re ed abbas­sò le pal­pe­bre.
“Non cre­do che fos­se una don­na nor­ma­le”
“Si rife­ri­sce al suo inte­res­se per la ricer­ca?”
“Sì, spes­so ciò che por­ta la don­na ad inte­res­si che esu­la­no dal­la casa, è una malat­tia psi­co­lo­gi­ca”
“Che cosa inten­de?”
“Una gio­va­ne don­na che si dedi­ca ad un lavo­ro inu­ti­le, come col­le­zio­na­re sta­tue anti­che!? Non è for­se un segno di malat­tia, o alme­no di devia­zio­ne?”
“Devia­zio­ne?”
“Que­sto scal­pel­lo rive­la ogni cosa”
“Come?”
“La don­na per com­pen­sa­re i suoi desi­de­ri che non sono sta­ti sod­di­sfat­ti, pro­va pia­ce­re nell’affondare la testa del­lo scal­pel­lo nel­la ter­ra, come se fos­se il pene dell’uomo”
Il com­mis­sa­rio di poli­zia sus­sul­tò sul­la sedia e girò diver­se vol­te su se stes­so, come il ven­ti­la­to­re. (p10)

Le sue dita s’irrigidirono sul­la mac­chi­na per scri­ve­re men­tre bat­te­va la paro­la “pene dell’uomo”. Smi­se di scri­ve­re e si girò con un movi­men­to velo­ce.
“La que­stio­ne diven­ta seria”
“Sì, lo è. Ho alcu­ni stu­di su que­sta malat­tia. La don­na, dal­la sua infan­zia cer­ca inu­til­men­te que­sto “pene”, e per la dispe­ra­zio­ne tra­sfor­ma que­sto desi­de­rio in un altro”
“Un altro desi­de­rio? Qua­le ad esem­pio?”
“Ad esem­pio quel­lo di guar­dar­si allo spec­chio, è una sor­ta di amo­re fol­le ver­so se stes­sa”
“Dio me ne scam­pi!”
“La don­na è incli­ne all’isolamento e al silen­zio, e a vol­te pro­va il desi­de­rio di ruba­re”
“Ruba­re?”
“Fur­to di ogget­ti rari e sta­tue anti­che, spe­cial­men­te sta­tue di dee fem­mi­ni­li, è atti­ra­ta da per­so­ne del suo stes­so ses­so e non quel­lo oppo­sto…”
“Dio ce ne scam­pi!”
“Vie­ne col­ta da un urgen­te desi­de­rio di spa­ri­re”
“Spa­ri­re!?”
“In un altro sen­so, una for­te attra­zio­ne ver­so il sui­ci­dio o la mor­te”
“Dio ci pro­teg­ga!” (p.11)

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Il compleanno di Bakunin

da L’Anarchico e il Dia­vo­lo fan­no caba­ret di Nor­man Naw­roc­ki (pp. 232–233) 

Festeg­gia­mo il cen­tot­tan­ta­tree­si­mo com­plean­no di Michael Baku­nin a Mila­no, nel lus­suo­so Cen­tro Anar­chi­co Pon­te del­la Ghi­sol­fa, col pavi­men­to in mar­mo. Chi ha det­to che gli anar­chi­ci rus­si non vivo­no per sem­pre?

In que­sto con­cer­to tiria­mo giù il tet­to. Men­tre suo­nia­mo, dei pez­zi di into­na­co vec­chi di due seco­li cado­no addos­so a noi e alla fol­la sfre­na­ta. È un segna­le dal para­di­so degli anar­chi­ci. Con l’appoggio del coro dei cen­to anar­chi­ci ubria­chi pre­sen­ti, can­tia­mo Buon Com­plean­no al vec­chio Michael, in ita­lia­no. Ognu­no di loro innal­za una bot­ti­glia di vino. La festa pri­ma del con­cer­to è sta­to un rifor­ni­men­to sen­za limi­ti di vino e pasta: pasta con pisel­li e aglio, pasta coi pepe­ron­ci­ni pic­can­ti, pasta coi fagio­li ros­si, pasta con le oli­ve. Dopo lo spet­ta­co­lo pro­se­guia­mo la festa di com­plean­no con bot­ti­glie di grap­pa che si auto­ri­pro­du­co­no.

Chi ha det­to che gli anar­chi­ci non san­no come far festa? Tra un brin­di­si e l’altro, inter­vi­sto una fem­mi­ni­sta anar­chi­ca stu­dio­sa di sto­ria, e regi­stro le can­zo­ni tra­di­zio­na­li del seco­lo scor­so che lei can­ta per me – can­zo­ni di lavo­ra­tri­ci ita­lia­ne, zop­pi­can­ti per le lun­ghe ore in cui sta­va­no in pie­di nell’acqua fred­da del­le risa­ie alla­ga­te, che rien­tra­va­no a casa stan­che mor­te e sot­to­pa­ga­te, come al soli­to. E le rac­co­gli­tri­ci di riso odier­ne?

A mez­za­not­te, rin­for­za­to dal­la grap­pa e dal­lo spi­ri­to di Baku­nin, mi ritro­vo sedu­to die­tro una Moto Guz­zi. È una gros­sa moto ita­lia­na, ma mi ten­go aggrap­pa­to per­ché la vita mi è cara. Non mi è d’aiuto sape­re che quel­lo che gui­da è ubria­co mar­cio, non aiu­ta il casco che mi sta male e che a ogni bloc­co di acciot­to­la­to mi rim­bal­za cin­quan­ta vol­te sul­la testa. Per far­mi for­za, can­tic­chio una can­zo­ne che mi ha inse­gna­to la stu­dio­sa di sto­ria. Arri­via­mo ille­si, e tut­ti e due can­tia­mo gli augu­ri di com­plean­no per Baku­nin, bar­col­lan­do den­tro un tran­quil­lo appar­ta­men­to ita­lia­no. Una vol­ta den­tro, ci acco­glie l’assonnata moglie del mio ami­co e i brin­di­si con­ti­nua­no: a Emma Gold­man, a Enri­co Mala­te­sta, a Bue­na­ven­tu­ra Dur­ru­ti, a Peter Kro­po­t­kin, a Noam Chom­sky e a tut­ti gli altri anar­chi­ci che ci ven­go­no in men­te, vivi o mor­ti.

I loro spi­ri­ti mi rag­giun­go­no per discu­te­re, men­tre vagheg­gio: cosa può fare un grup­po rock’n’roll anar­chi­co per crea­re un mon­do nuo­vo, libe­ro, mera­vi­glio­so? Una musi­ca da bal­lo? Una musi­ca per occu­pa­re e pren­der­si le ban­che, i muni­ci­pi, le fab­bri­che, le scuo­le, gli auto­la­vag­gi? Una musi­ca per aiu­ta­re a tro­va­re le alter­na­ti­ve? Una musi­ca che ser­va a pre­pa­ra­re la gran­de festa del dopo-rivo­lu­zio­ne? Non c’è un accor­do. Mi giro e mi rigi­ro, sen­za tro­va­re ripo­so.

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Poznan, Polonia, Agosto 1937

da L’Anarchico e il Dia­vo­lo fan­no caba­ret di Nor­man Naw­roc­ki (p. 32) 

Caro Fra­nek,

ho parec­chie noti­zie da rac­con­tar­ti. Da quan­do sei par­ti­to, il nostro pae­se non è più lo stes­so. I gior­na­li par­la­no di una Polo­nia che ‘vive nel­la pau­ra’. È vero.

Pre­go che il Cana­da sia più paci­fi­co che non qui. Abbia­mo pau­ra di Hitler sì, ma anche dei suoi sica­ri fasci­sti del posto – del­la nostra stes­sa gen­te. Ter­ro­riz­za­no quel­li che odia­no. Spac­ca­no le fine­stre dei nego­zi ebrei. Aggre­di­sco­no gli omo­ses­sua­li per stra­da. Non sap­pia­mo chi sia omo­ses­sua­le. I sica­ri li chia­ma­no così e li pic­chia­no. Pic­chia­no anche gli zin­ga­ri. È ter­ri­bi­le. Ades­so denun­cia­no chiun­que chia­mi­no ‘radi­ca­le’. Ricor­di lo Zio Janousz? È l’organizzatore del sin­da­ca­to anar­chi­co a Poz­nan. È un radi­ca­le. Lot­ta per la gen­te e sta­va par­lan­do ai comi­zi pub­bli­ci con­tro il fasci­smo. Una not­te non è tor­na­to a casa, è scom­par­so. Zia Leno­wa non ha sue noti­zie. Pre­ghia­mo e spe­ria­mo che sia da qual­che par­te al sicu­ro.

Non sono un uomo da poli­ti­ca, ma la vio­len­za di que­sti sica­ri nel­le stra­de, que­sto lin­guag­gio di odio, da mer­can­ti di pau­ra, que­sta lin­gua del vele­no nazi­sta mi sta facen­do dav­ve­ro infu­ria­re. Mam­ma dice che dovrei sta­re atten­to e che devo rima­ne­re cal­mo. Ma come fac­cio, quan­do vedo l’ingiustizia e sen­to intor­no a me le men­zo­gne?

Tut­ti par­la­no del fat­to che quel­la cana­glia di Hitler sta inva­den­do la Polo­nia. Se dob­bia­mo lo com­bat­te­re­mo, so che lo farei. Ma pos­sia­mo vin­ce­re? Hitler ha un gran­de eser­ci­to, con spie e lec­ca­pie­di, qui, che tra­di­reb­be­ro le loro stes­se madri se lui glie­lo chie­des­se. Il solo pen­sie­ro mi fa star male. Mam­ma va in chie­sa tre vol­te al gior­no a pre­ga­re che tut­to que­sto fini­sca.

È una for­tu­na che tu non sia qui. Avrei volu­to veni­re con te. Par­li ingle­se, ades­so? Hai com­pra­to un’automobile cana­de­se? Non abbia­mo rice­vu­to nes­su­na let­te­ra da te. Devi scri­ve­re. Mam­ma è mol­to in ansia per te. Le pru­gne sull’albero stan­no ini­zian­do a matu­ra­re. Spe­ro che mam­ma farà la mar­mel­la­ta. For­se pos­sia­mo man­dar­te­ne un po’. Vole­va man­dar­ti le frit­tel­le, ma le ho det­to di no: con tut­to il tem­po che ci met­te­reb­be­ro per arri­va­re in Cana­da diven­te­reb­be­ro pie­tre. Vi ser­vo­no altre pie­tre in Cana­da? Fam­mi sape­re. Ha, ha.
Pre­ga per noi, Fra­nek, per favo­re. Ci man­chi e ti man­dia­mo il nostro amo­re.

Har­ry

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Indispensabile premessa

(dall’introduzione di Taxi)

Da lun­ghi anni sono un clien­te di prim’ordine dei taxi. Con loro ho gira­to dap­per­tut­to per le stra­de e i vico­li del Cai­ro, tan­to da impa­ra­re i discor­si e i vari truc­chi del mestie­re meglio di qual­sia­si tas­si­sta (non me ne voglia­te se mi van­to un poco!).
Amo le sto­rie dei tas­si­sti per­ché rap­pre­sen­ta­no a pie­no dirit­to un ter­mo­me­tro dell’umore del­le indo­ma­bi­li stra­de egi­zia­ne.
In que­sto libro vi sono alcu­ne sto­rie che ho vis­su­to e ascol­ta­to, tra l’aprile del 2005 e il mar­zo del 2006.
Par­lo di alcu­ne sto­rie, e non di tut­te, per­ché diver­si ami­ci avvo­ca­ti mi han­no det­to che la loro pub­bli­ca­zio­ne sareb­be basta­ta a far­mi sbat­te­re in gale­ra con l’accusa di calun­nia e dif­fa­ma­zio­ne; e che la pub­bli­ca­zio­ne di cer­ti nomi con­te­nu­ti in deter­mi­na­te sto­rie e bar­zel­let­te, di cui sono pie­ni gli occhi e le orec­chie del­le stra­de egi­zia­ne, è un affa­re peri­co­lo­so… dav­ve­ro peri­co­lo­so, ami­ci miei.
La cosa mi ha rat­tri­sta­to mol­to per­ché i rac­con­ti popo­la­ri e le bar­zel­let­te, pri­va­ti di una memo­ria, andran­no per­du­ti.
Ho ten­ta­to di ripor­tar­li qui, così come sono, nar­ra­ti nel­la lin­gua del­la stra­da. Una lin­gua spe­cia­le, rude, vita­le, schiet­ta. Estre­ma­men­te diver­sa dal­la lin­gua cui ci han­no abi­tua­to i con­ve­gni e i salot­ti buo­ni.
Di cer­to il mio ruo­lo in que­sta sede non sta nel rive­de­re l’accuratezza del­le infor­ma­zio­ni che ho regi­stra­to e tra­scrit­to. Per­ché l’importante sta in quel­lo che un indi­vi­duo dice nel­la sua socie­tà, in un par­ti­co­la­re momen­to sto­ri­co, attor­no a una deter­mi­na­ta que­stio­ne: nel­la sca­la di prio­ri­tà di que­sto libro, l’intento socio­lo­gi­co vie­ne pri­ma di quel­lo descrit­ti­vo.
La mag­gior par­te dei tas­si­sti appar­tie­ne a una clas­se socia­le schiac­cia­ta dal pun­to di vista eco­no­mi­co e ves­sa­ta da un lavo­ro fisi­ca­men­te deva­stan­te. La peren­ne posi­zio­ne sedu­ta in auto sgan­ghe­ra­te spez­za loro la schie­na. Il traf­fi­co e il caos per­ma­nen­te del­le stra­de cai­ro­te anni­chi­li­sce il loro siste­ma ner­vo­so e li con­du­ce all’esaurimento. La cor­sa – in sen­so let­te­ra­le – die­tro il gua­da­gno, ten­de i loro ner­vi fino al limi­te estre­mo… a que­sto si aggiun­ga il con­ti­nuo tira e mol­la coi clien­ti, a cau­sa dell’assenza di una tarif­fa sta­bi­li­ta, e coi poli­ziot­ti, che li sot­to­pon­go­no a una quan­ti­tà di ves­sa­zio­ni che fareb­be­ro sta­re quie­to nel­la tom­ba anche il defun­to Mar­che­se de Sade.
Inol­tre, se cal­co­las­si­mo in ter­mi­ni mate­ma­ti­ci il ritor­no eco­no­mi­co del taxi, con­si­de­ran­do le spe­se lega­te all’usura, le per­cen­tua­li dovu­te all’autista, le tas­se, le mul­te, ecc., ci ren­de­rem­mo con­to che si trat­ta di un’attività a per­de­re in tut­to e per tut­to. Al con­tra­rio, que­sti impren­di­to­ri, non met­ten­do in con­to la quan­ti­tà di spe­se impre­vi­ste, imma­gi­na­no che pos­sa frut­ta­re gua­da­gno. Ne risul­ta­no auto logo­re, sfa­scia­te e sudi­ce, con a bor­do auti­sti che lavo­ra­no come schia­vi.
Una serie di prov­ve­di­men­ti del gover­no ha por­ta­to l’impresa taxi a un incre­men­to sen­za pre­ce­den­ti, facen­do arri­va­re il loro nume­ro alla cifra di ottan­ta­mi­la sol­tan­to al Cai­ro.
Con una leg­ge ema­na­ta nel­la secon­da metà degli anni ’90, il gover­no ha con­sen­ti­to la con­ver­sio­ne di tut­te le vec­chie auto in taxi, insie­me all’ingresso del­le ban­che nel mer­ca­to dei finan­zia­men­ti di auto pub­bli­che e pri­va­te. In que­sto modo, fol­le di disoc­cu­pa­ti si sono river­sa­te nel­la clas­se dei tas­si­sti, entran­do in una spi­ra­le di sof­fe­ren­za mos­sa dal­la cor­sa al paga­men­to del­le rate ban­ca­rie; dove lo sfor­zo atro­ce di quei dan­na­ti si tra­sfor­ma in ulte­rio­re gua­da­gno per ban­che, azien­de auto­mo­bi­li­sti­che e impor­ta­to­ri di pez­zi di ricam­bio.
Di con­se­guen­za diven­ta pos­si­bi­le tro­va­re tas­si­sti con ogni tipo di com­pe­ten­za e livel­lo d’istruzione, a par­ti­re dall’analfabeta, fino a giun­ge­re al lau­rea­to (ma non ho mai incon­tra­to tas­si­sti col dot­to­ra­to, fino­ra…).
Costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te, sul­la stra­da. Ogni gior­no entra­no in con­tat­to con una varie­tà impres­sio­nan­te di uomi­ni. Attra­ver­so le con­ver­sa­zio­ni si som­ma­no nel­le loro coscien­ze pun­ti di vista che pene­tra­no inten­sa­men­te la con­di­zio­ne del­la clas­se dei mise­ra­bi­li d’Egitto, tant’è vero che, mol­to spes­so, ritro­vo nel­le ana­li­si poli­ti­che dei tas­si­sti una pro­fon­di­tà supe­rio­re a quel­la di tan­ti com­men­ta­to­ri poli­ti­ci che riem­pio­no di chiac­chie­re il mon­do. Per­ché la cul­tu­ra di que­sto popo­lo si rive­la nel­le sue ani­me più sem­pli­ci.
Un popo­lo gran­dio­so e ammi­re­vo­le, il vero mae­stro di chiun­que voglia impa­ra­re.

Kha­led Al Kha­mis­si, 21 Mar­zo 2006
(tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no)

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da “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret” di Norman Nawrocki (pp. 3–5)

I saw myself, held myself, hand to hand
Head­less, I, too, wal­ked in this stran­ge new land.

In gene­re, avrei nasco­sto il mio dia­rio sot­to il let­to, spe­ran­do che nes­su­no osas­se guar­dar­lo. Ades­so, inve­ce, vi chie­do di dar­ci un’occhiata. Scor­re­te rapi­da­men­te le pagi­ne. Leg­ge­te cosa suc­ce­de quan­do quel­li del mio grup­po e io deci­dia­mo di iniet­ta­re un po’ di rock’n’roll cana­de­se, anar­chi­co, impor­ta­to, nel­le brac­cia aper­te dell’Europa. Dal vivo, come Rhy­thm Acti­vi­sm, met­tia­mo in sce­na un caba­ret poli­ti­co di alto livel­lo che assi­cu­ra di scuo­te­re, tur­ba­re e met­te­re in discus­sio­ne. Come? Pren­dia­mo il meglio del caba­ret tra­di­zio­na­le euro­peo, lo com­bi­nia­mo con il peg­gio del­la tv ame­ri­ca­na, vi get­tia­mo den­tro una musi­ca tra­di­zio­na­le e all’avanguardia pie­na di sor­pre­se, aggiun­gia­mo un po’ di far­sa, costu­mi e masche­re e rin­for­zia­mo il tut­to con un mes­sag­gio socia­le impe­gna­to. Fac­cia­mo anche bal­la­re la gen­te, da Ber­li­no a New York. Sul­la car­ta, è dura ripro­dur­re l’energia e il puz­zo di quat­tro ragaz­zi che suo­na­no come se ogni show fos­se l’ultimo, come se ogni paro­la, ogni movi­men­to del­le dita e del­le mani con­tas­se quan­to un bat­ti­to del cuo­re o un respi­ro. Sul pal­co, il mon­do rea­le arre­tra, e si fer­ma. Il mal di testa scom­pa­re. Il cibo unto e nau­sean­te pri­ma del­lo show non c’è mai sta­to. Se non fa par­te del­la sca­let­ta, dimen­ti­ca­lo. Quel­lo schiz­zo di san­gue? Met­ti­lo in sce­na. Il micro­fo­no incli­na­to, l’amplificatore fuman­te, la cor­da sfa­sa­ta, i cal­zi­ni umi­di e suda­tic­ci, i cavi: fot­tu­ti cavi eco­no­mi­ci in scon­to, mai che fun­zio­nas­se­ro bene, male­det­ti – que­sto mon­do con­ta. Sono cru­cia­li le qua­li­tà di ese­cu­zio­ne del­la pla­sti­ca, del­la gom­ma, del metal­lo, del legno, del­le cor­de voca­li, dei musco­li e del­le ossa – que­sto è impor­tan­te. Una sto­na­tu­ra fa male. Tre­cen­to paia di orec­chie pos­so­no non far­ci caso, ma le tue sì. Fai un casi­no, e i com­pa­gni del­la band san­no esse­re impla­ca­bi­li. Dai di più del­la not­te pre­ce­den­te e for­se nes­su­no se ne accor­ge. Per­ché sul pal­co­sce­ni­co, per quell’ora o due di que­sta sera, con­ta la veri­tà del tuo La vibran­te, con­ta la resa, la sostan­za di ciò che stia­mo cer­can­do di dire, con­ta ogni emo­zio­ne gui­da­ta dall’istinto. Non esi­ste nient’altro. O alme­no, que­sto è ciò che ci con­vin­cia­mo a cre­de­re. Ma la musi­ca, il tea­tro, lo slan­cio ad esi­bir­si sono solo una par­te di que­sta sto­ria a vol­te tri­ste, a vol­te esi­la­ran­te, di uno spe­cia­le tour euro­peo visto attra­ver­so i miei occhi iniet­ta­ti di san­gue. Il resto – i momen­ti che stan­no in mez­zo – ha poco a che fare con il mon­do del­la musi­ca, del­la sce­no­tec­ni­ca e del­la cul­tu­ra d’avanguardia del­la band. Il resto sono ‘fia­be urba­ne’. Par­la­no del­la nuo­va sot­to­clas­se mul­tiet­ni­ca euro­pea: i pove­ri che lavo­ra­no, gli immi­gra­ti, i gio­va­ni emar­gi­na­ti e i vec­chi che vivo­no nell’ombra. Per loro non ha impor­tan­za la nostra musi­ca, non con­ta la nostra capa­ci­tà d’interessare il pub­bli­co, né il nostro ten­ta­ti­vo di con­tri­bui­re a pro­muo­ve­re la ‘resi­sten­za cul­tu­ra­le’. L’Europa ama gli arti­sti che la visi­ta­no, e ci trat­ta bene. Ma quan­do mai l’Europa è sta­ta gene­ro­sa con i rifu­gia­ti, con i Rom, con i lavo­ra­to­ri immi­gra­ti, con i sem­pre fede­li Sla­vi, con le don­ne che lavo­ra­no per le stra­de e i men­di­can­ti che ten­go­no i mar­cia­pie­di sgom­bri da moz­zi­co­ni di siga­ret­te e tor­so­li di mele? In un mon­do di fan­ta­sia glo­ba­liz­za­ta, que­ste per­so­ne rap­pre­sen­ta­no il nuo­vo vol­to sfre­gia­to dell’Europa: incer­to e insi­cu­ro, cari­co di un disin­can­to cre­scen­te. Riflet­to­no un’Europa in movi­men­to, segna­ta da ten­sio­ni poli­ti­che e raz­zia­li nel momen­to in cui est e ove­st, vec­chio e nuo­vo, com­pe­to­no per il futu­ro ricor­dan­do il pas­sa­to. Que­sto libro è sta­to scrit­to tra un soun­d­check e l’altro, cari­can­do e sca­ri­can­do l’attrezzatura del­la band, sor­seg­gian­do bir­ra. Ho tra­scor­so il mio tem­po con deci­ne di ragaz­zi­ni di stra­da, pro­sti­tu­te, bar­bo­ni e sen­za­tet­to che incon­tra­vo sul­le pan­chi­ne dei par­chi, nei caf­fè alle sta­zio­ni degli auto­bus e nei vico­li puz­zo­len­ti die­tro ai loca­li in cui suo­na­va­mo. Tra cibo e bevan­de con­di­vi­se, ascol­ta­vo. Que­ste con­ver­sa­zio­ni diven­ta­va­no sto­rie vere e rac­con­ti incre­di­bi­li – la real­tà di gen­te a cui nes­su­no di soli­to dava ascol­to. Ben­ché non pos­sa rive­de­re que­ste per­so­ne, potreb­be­ro esse­re i miei vici­ni o i vostri, la don­na licen­zia­ta la scor­sa set­ti­ma­na o il tipo che invec­chia sul­la pan­chi­na alla fer­ma­ta dell’autobus. Potreb­be­ro sta­re fra il pub­bli­co del nostro pros­si­mo tour o sul­la pri­ma pagi­na di un gior­na­le a chie­de­re a gran voce Lavo­ro, Cibo, Pace e Giu­sti­zia.
In que­sto libro ho cam­bia­to i nomi e le carat­te­riz­za­zio­ni dei mem­bri del­la band. Tra le pagi­ne del dia­rio ci sono let­te­re di uno zio a mio padre. Pen­sa­vo che que­ste let­te­re fos­se­ro scom­par­se, ma sono rie­mer­se in tem­po per esse­re inclu­se nel libro. Vede­te, que­sto non è sta­to un tour nor­ma­le. Mio padre mala­to mi ha chie­sto di rin­trac­cia­re suo fra­tel­lo di cui non ave­va noti­zie da anni. Gli ho det­to che avrei pro­va­to. Sia­mo un grup­po, e la nostra musi­ca vive di video, di CD e di Inter­net. Ogni tan­to impa­re­re­mo che la nostra musi­ca ispi­ra gli ascol­ta­to­ri, li tra­sfor­ma in soste­ni­to­ri e li aiu­ta a raf­for­za­re o a dar vita alle loro visio­ni di un mon­do nuo­vo, più libe­ro e più one­sto. Vor­rei pen­sa­re che que­ste sto­rie daran­no pure vita a visio­ni diver­se, anche se per un solo momen­to – quel momen­to in cui veri­tà e fin­zio­ne, real­tà e sogno diven­ta­no indi­stin­ti, in cui i sogni degli stra­nie­ri, i sogni di quel­li del mio grup­po, i sogni dei miei ami­ci e i vostri sogni, cari let­to­ri, ven­go­no libe­ra­ti, met­to­no radi­ci e cre­sco­no. Uni­te­vi a me e al Dia­vo­lo e lascia­te che que­sto caba­ret abbia ini­zio.

Nor­man Naw­roc­ki,
Mon­tréal, 2002

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