«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Mazza

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in prigione.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la censura.

Per­ché è sta­to arrestato?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egitto?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va succederti».

Per­ché a lei è anda­ta diversamente?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bambini».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trattato?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto colpito».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si tratta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del progresso».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve proteste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migranti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cairo?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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Novità Editoriali: “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

(in Arab Press, di Clau­dia Negri­ni, 30 ago­sto 2015) | Il 7 set­tem­bre appa­ri­rà tra gli scaf­fa­li del­le libre­rie ita­lia­ne “Cani sciol­ti” di Muham­mad Alad­din. Il tito­lo fa rife­ri­men­to ai gio­va­ni nati negli anni ’90, abi­tua­ti a cavar­se­la in qual­sia­si situa­zio­ne la vita pre­sen­ti loro, cam­pan­do di espe­dien­ti e sot­ter­fu­gi, sle­ga­ti dal­la mora­le tra­di­zio­na­le. I tre pro­ta­go­ni­sti appar­ten­go­no pro­prio a que­sta gene­ra­zio­ne: Ahmed, scrit­to­re di rac­con­ti por­no­gra­fi­ci per un sito inter­net, è accom­pa­gna­to da El-Loul che dopo aver fal­li­to come regi­sta tele­vi­si­vo si arra­bat­ta come mana­ger per dan­za­tri­ci del ven­tre di scar­se capa­ci­tà e infi­ne da Abdal­lah l’amico d’infanzia di buo­na fami­glia, assue­fat­to dal­le dro­ghe. Attra­ver­so di loro pren­de vita la capi­ta­le egi­zia­na di Muham­mad Alad­din, scrit­to­re di roman­zi, rac­con­ti e sce­neg­gia­tu­re nato al Cai­ro nel 1979. “Cani sciol­ti”, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, è pub­bli­ca­to da il Siren­te per la col­la­na Altria­ra­bi.

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Passaggi: Taxi di Khaled al-Khamissi

Arab­Press | Vener­dì 8 mag­gio 2015 | Clau­dia Negri­ni | Pas­sag­gi: “Taxi” di Kha­led al-Khamissi

Dal blog Mil­le e una pagi­na di Clau­dia Negrini

Que­sto pas­sag­gio è trat­to da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si ed è sta­to pub­bli­ca­to in lin­gua ori­gi­na­le nel 2007, ben pri­ma del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba e dell’avvento e cadu­ta dei Fra­tel­li Mus­sul­ma­ni, eppu­re mi ha affa­sci­na­to vede­re quan­to que­sto dia­lo­go sia sta­to profetico.

TASSISTA: Che Dio mi per­do­ni se non pre­go e non vado in moschea…non ho tempo:lavoro tut­to il gior­no! Pure il digiu­no duran­te in Rama­dan, un gior­no lo fac­cio e due no: non ci rie­sco a lavo­ra­re sen­za siga­ret­te! Eppu­re, vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al potere…e per­ché no? Dopo le par­la­men­ta­ri si è visto che la gen­te li vuole.

IO: Ma se pren­do­no il pote­re e ven­go­no a sape­re che tu non pre­ghi ti appen­de­ran­no per i piedi.

TASSISTA: Mac­ché, allo­ra in andrò a pre­ga­re in moschea, davan­ti a tut­ti quanti.

IO: Per­ché li vuoi al potere?

TASSISTA: E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti. Poi pro­vam­mo una via di mez­zo e alla fine sia­mo arri­va­ti al capi­ta­li­smo che però ha i mono­po­li, il set­to­re pub­bli­co che scop­pia, la dit­ta­tu­ra e lo sta­to d’emergenza. E ci han­no fat­to diven­ta­re pure un poco ame­ri­ca­ni e tra poco pure israe­lia­ni; e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano.

IO: In fin dei con­ti vuoi fare solo una pro­va… al mas­si­mo puoi pro­va­re un pan­ta­lo­ne lar­go con una cami­cia stret­ta, ma pro­va­re col futu­ro del paese…

da “Taxi” di Kha­led al-Kha­mis­si, Edi­tri­ce il Siren­te, 2008

Taxi

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La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivi­sta di Ara­blit | 1 feb­bra­io 2011 | Ada Bar­ba­ro

 

Izzat al-Qamḥāwī, Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhi­rah 1997; secon­da edi­zio­ne Dār al-‘ayn, al-Qāhi­rah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Que­sto libro appar­tie­ne ad una scrit­tu­ra nuo­va e ad una visio­ne anco­ra più inno­va­ti­va, dove ori­gi­na­li­tà si mesco­la a moder­ni­tà, cul­tu­ra cela­ta dei sen­ti­men­ti a lin­gua moder­na e tra­boc­can­te; que­sto roman­zo rap­pre­sen­ta una voce for­te e ben distin­ta, che si accom­pa­gna ad altre voci nel pano­ra­ma let­te­ra­rio con­tem­po­ra­neo, fon­da­to su una scrit­tu­ra nuo­va e su pro­spet­ti­ve capa­ci di con­te­ne­re le ansie dell‟uomo e del rea­le, espres­se in modi dif­fe­ren­ti»(1).

Que­sto il giu­di­zio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più auto­re­vo­li del­la let­te­ra­tu­ra ara­ba con­tem­po­ra­nea, quan­do il roman­zo è appar­so la pri­ma vol­ta nel 1997, pub­bli­ca­to dal­la casa edi­tri­ce cai­ro­ta Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giun­to ad una secon­da ristam­pa nel 2009 ed è con­si­de­ra­to oggi una del­le espres­sio­ni più par­ti­co­la­ri del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrit­to­re e gior­na­li­sta: nel­la sua vasta pro­du­zio­ne let­te­ra­ria Madī­nat al-laḏḏah (La cit­tà del pia­ce­re) spic­ca per ori­gi­na­li­tà tan­to nel­lo sti­le che nel­le tema­ti­che affron­ta­te, per ricer­ca­tez­za lin­gui­sti­ca ed espres­si­vi­tà let­te­ra­ria. Il let­to­re ne rima­ne amma­lia­to e avvin­to, vit­ti­ma di quel­lo che, con una for­se non trop­po casua­le asso­nan­za dei temi, il cri­ti­co let­te­ra­rio fran­ce­se Roland Bar­thes ave­va teo­riz­za­to come “il pia­ce­re del testo”(2).

Pro­ta­go­ni­sta di que­sto roman­zo è una cit­tà fuo­ri dal tem­po e dal­lo spa­zio, moder­na rea­liz­za­zio­ne di una sor­ta di uto­pia, pla­sma­ta in fret­ta e furia da un abi­le archi­tet­to. Con­sa­cra­ta alla Dea del Pia­ce­re che qui ave­va costrui­to la sua roc­ca­for­te, que­sta loca­li­tà può, con le sue sem­bian­ze e il suo can­do­re, ingan­na­re i visi­ta­to­ri che si appre­sta­no a lasciar­si con­dur­re nei suoi sen­tie­ri. Non vi sono per­so­nag­gi par­ti­co­la­ri che resta­no impres­si nel­la men­te del let­to­re: gli abi­tan­ti sono del­le ombre, cat­tu­ra­te nel­la loro inti­ma essen­za. Vi è una feli­ci­tà mista a malin­co­nia che alber­ga nei cuo­ri di que­sti uomi­ni, dedi­ti alla pra­ti­ca del pia­ce­re, impri­gio­na­ti in cor­pi leg­ge­ri fat­ti di luce abbagliante.

L‟autore indul­ge in descri­zio­ni che sfio­ra­no la poe­sia per ren­de­re per­ce­pi­bi­li le sfu­ma­tu­re del­la vita di que­sto luo­go, dove non vi è tem­po per la tri­stez­za, poi­ché gli occhi non potran­no pian­ge­re, acce­ca­ti dai colo­ri dell‟arcobaleno che si riflet­to­no nei cri­stal­li del­le vetrine.

Ecco dun­que al-Qamḥāwī dispo­sto a rico­strui­re la sto­ria di que­sta cit­tà, tes­su­ta attra­ver­so riman­di ai rac­con­ti di anzia­ni, all‟intrecciarsi di miti, leg­gen­de e ver­si d‟ispirazione cora­ni­ca, che ren­do­no il testo quan­to mai sug­ge­sti­vo. Gli anzia­ni assi­cu­ra­no che la cit­tà del pia­ce­re fu costrui­ta dai ginn, la cui essen­za si mani­fe­sta nel­la razio­na­li­tà del­le costru­zio­ni. Nei libri di sto­ria si atte­sta che la cit­tà rima­se vuo­ta per set­tan­ta­mi­la anni, fino a quan­do la Dea del Pia­ce­re non vi sce­se per infon­de­re la sua bel­lez­za, pre­an­nun­cian­do una sua nuo­va appa­ri­zio­ne dopo un identico
arco tem­po­ra­le, quan­do il desi­de­rio sareb­be sta­to sul pun­to di dis­sol­ver­si tra gli abi­tan­ti. Sic­ché que­sti ulti­mi, amma­lia­ti dal­la bel­lez­za del­la dea, ne diven­ne­ro schiavi.

al-Qamḥāwī pro­va poi a ricer­ca­re le cau­se del­la gra­dua­le rovi­na di que­sta remo­ta loca­li­tà pie­na di sim­bo­li: in essa l‟autore recu­pe­ra la dimen­sio­ne mito­lo­gi­ca del labi­rin­to, sul­la cui costru­zio­ne si fon­do­no sto­rie diver­se. Secon­do la tra­di­zio­ne, un indo­vi­no pre­dis­se al sovra­no l‟imminente crol­lo del suo regno dovu­to ad un uomo e una don­na, dedi­ti ai pia­ce­ri dell‟amore. Fu allo­ra che il re, inti­mo­ri­to, ordi­nò la rea­liz­za­zio­ne di un deda­lo in cui rin­chiu­de­re i due aman­ti. Ma le leg­gen­de ripor­ta­te dall‟autore sono a tal pro­po­si­to con­tra­stan­ti. Alcu­ni ricor­da­no che fu un mini­stro, impie­to­si­to dal­la vicen­da dei due aman­ti, a far eri­ge­re il labi­rin­to, di modo che, lì rin­chiu­si, i due potes­se­ro vive­re sen­za pro­ble­mi; per altri anco­ra furo­no pro­prio i due aman­ti a rea­liz­za­re il labi­rin­to, per ser­ba­re la loro ani­ma; per
altri, infi­ne, fu la Dea del Pia­ce­re ad edi­fi­car­lo, quan­do si accor­se che la pro­pria bel­lez­za sca­te­na­va l‟invidia altrui. Que­sto intri­ca­to deda­lo di stra­de sem­bre­reb­be ave­re le stes­se carat­te­ri­sti­che del­la cit­tà: lì gli aman­ti con­ti­nue­reb­be­ro a vaga­re anco­ra oggi nel regno del pia­ce­re che in esso alber­ga. Intor­no a que­sta imma­gi­ne al-Qamḥāwī intrec­cia la sua sto­ria, dimen­ti­can­do la mito­lo­gi­ca pre­sen­za del labi­rin­to per buo­na par­te del­la nar­ra­zio­ne fino a quan­do, sul fini­re del libro, la voce nar­ran­te incon­tra un anzia­no uomo ormai impaz­zi­to a cau­sa del­le isti­tu­zio­ni di que­sto luo­go: sarà pro­prio l‟uomo a sve­la­re l‟ultimo lato nasco­sto di que­sta remo­ta loca­li­tà. E così la cit­tà, un tem­po impe­ne­tra­bi­le, è pron­ta ad esse­re con­ta­mi­na­ta dal fasci­no di due fol­li inven­zio­ni: le pata­ti­ne frit­te e la pepsi-cola.
Il roman­zo di al-Qamḥāwī si pone dun­que come una sor­ta di spe­ri­men­ta­zio­ne nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con­tem­po­ra­nea: la dimen­sio­ne socia­le del testo è appa­ren­te­men­te cela­ta eppu­re, con una nar­ra­zio­ne che a trat­ti ha qua­si il sapo­re di una fia­ba, l‟autore affron­ta que­stio­ni piut­to­sto scot­tan­ti, lascian­do dive­ni­re que­sta cit­tà un luo­go in cui si con­den­sa­no i difet­ti e gli erro­ri dell‟uomo moderno.

Ada Bar­ba­ro

NOTE
1 Si veda a tal pro­po­si­to la pre­sen­ta­zio­ne fat­ta al testo di al-Qamḥāwī dal­la casa edi­tri­ce Dār
al-„Ayn quan­do l‟opera è sta­ta ristam­pa­ta nel 2009. Si riman­da al link www.elainpublishing.com
2 Roland Bar­thes, Varia­zio­ni sul­la scrit­tu­ra. Il pia­ce­re del testo, Einau­di, Tori­no 1999.

Paro­le chia­ve: Cit­tà del pia­ce­re — Let­te­ra­tu­ra araba -

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