«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Maz­za

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in pri­gio­ne.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la cen­su­ra.

Per­ché è sta­to arre­sta­to?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egit­to?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va suc­ce­der­ti».

Per­ché a lei è anda­ta diver­sa­men­te?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bam­bi­ni».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trat­ta­to?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto col­pi­to».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si trat­ta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del pro­gres­so».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve pro­te­ste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migran­ti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cai­ro?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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Ahmed Nagi: il cammello contro Internet nei giorni della protesta egiziana

| Fram­men­ti voca­li in MO:Israele e Pale­sti­na | Saba­to 12 feb­bra­io 2011 |

Ahmed Nagi, egi­zia­no, clas­se 1985, è scrit­to­re e blog­ger. Lavo­ra come redat­to­re per il set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio Akh­bàr el Adab. Ha scrit­to recen­te­men­te Bolgs From Post to Tweet, un reso­con­to del pano­ra­ma Inter­net in Egit­to e Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal sole (il Siren­te, 2010). Il suo blog si chia­ma Wasa Kha­ia­lak. In que­sto con­tri­bu­to Nagi rac­con­ta i pri­mi gior­ni del­le mani­fe­sta­zio­ni egi­zia­ne, viste cam­mi­nan­do per le stra­de de Il Cai­ro in pro­te­sta. [Men­tre que­sto pez­zo veni­va scrit­to Omar Sou­lei­man ha annun­cia­to che il Pre­si­den­te egi­zia­no Muba­rak ha lascia­to il pote­re ed è par­ti­to da Il Cai­ro in dire­zio­ne di Sharm el Sheik. Il pote­re è tem­po­ra­nea­men­te nel­le mani dell’esercito.]

Per­so­nal­men­te non ero né a favo­re né con­tra­rio, e quan­do su Face­book mi arri­vò l’invito a par­te­ci­pa­re alle mani­fe­sta­zio­ni del 25 gen­na­io, ave­vo clic­ca­to “for­se”. Le mani­fe­sta­zio­ni tut­to som­ma­to fan­no sem­pre bene: sono bel­le occa­sio­ni per riu­nir­si, e ulti­ma­men­te, in Egit­to spun­ta­va­no come fun­ghi. Pas­seg­gian­do in una qual­sia­si mat­ti­na­ta cai­ro­ta da via Qasr el-Aini a via Abd al-Kha­liq Thar­wat era impos­si­bi­le non imbat­ter­si in alme­no set­te tra mani­fe­sta­zio­ni e sit-in: ognu­no con le sue richie­ste spe­ci­fi­che. Nes­su­na ha mai por­ta­to risul­ta­ti e que­sto riem­pi­va il cuo­re di delu­sio­ne e di dispe­ra­zio­ne­Fin dal­la mat­ti­na il 25 gen­na­io sem­bra­va un gior­no diver­so. Segui­vo dall’ufficio le noti­zie sull’affluenza alle mani­fe­sta­zio­ni: ne sta­va­no scop­pian­do in diver­si gover­na­to­ra­ti diver­si e in varie zone del Cai­ro, al di là di ogni aspet­ta­ti­va. La sera, rag­giun­gen­do Piaz­za Tah­rir, mi tro­vai davan­ti una sce­na com­ple­ta­men­te diver­sa da tut­to quel­lo che ave­vo visto nel­la mia vita: nono­stan­te i lacri­mo­ge­ni e i pro­iet­ti­li di gom­ma, sem­bra­va che in quel­la piaz­za la gen­te stes­se viven­do i momen­ti più feli­ci del­la sua vita: c’erano ener­gie posi­ti­ve. In un gior­no sol­tan­to la spe­ran­za era cre­sciu­ta, si era radi­ca­ta come un albe­ro la cui cre­sci­ta non pote­va esse­re più fer­ma­ta. Mi imbat­tei in un gio­va­ne che vaga­va per le stra­de del cen­tro: «Scu­si, come pos­so arri­va­re a Piaz­za Tah­rir?». Era­va­mo a via Hoda Sha­ra­wi. Men­tre gli indi­ca­vo la piaz­za mi inter­rup­pe: «Ma ci sono anco­ra le mani­fe­sta­zio­ni o è fini­to tut­to?», «No no, ci sono anco­ra». Mi rispo­se di get­to: «È che non cono­sco nes­su­no… Ho rice­vu­to un invi­to su Face­book ed ecco­mi qui…»Sembrava che fos­se­ro deci­ne di miglia­ia di per­so­ne che ave­va­no rice­vu­to quell’invito, che tan­tis­si­mi aves­se­ro clic­ca­to “sì”, ma anche tut­ti quel­li che ave­va­no clic­ca­to “for­se” ave­va­no poi deci­so di scen­de­re in piaz­za.
Le mani­fe­sta­zio­ni si sus­se­gui­va­no, le for­ze dell’ordine arri­va­va­no da tut­ti i lati e, già dal gio­ve­dì not­te, l’aria de Il Cai­ro era satu­ra di lacri­mo­ge­ni “made in USA” (un rega­lo gene­ro­so da par­te degli Sta­ti Uni­ti, che gli egi­zia­ni non dimen­ti­che­ran­no mai). Ma i linea­men­ti del­la gen­te e lo spie­ga­men­to del­le for­ze dell’ordine ren­de­va­no chia­ro che l’indomani, vener­dì 28 gen­na­io, sareb­be sta­to dav­ve­ro “il gior­no del­la rabbia”Quando mi alzai il vener­dì mat­ti­na sco­prii che la rete dei tele­fo­ni cel­lu­la­ri era inter­rot­ta e che Inter­net era sta­to bloc­ca­to in tut­to l’Egitto. Il mes­sag­gio era chia­ro: il Gover­no sta­va per com­pie­re una stra­ge.
Da via al-Saha­fa uscii ver­so via al-Galaa, in cui avan­za­va un cor­teo gigan­te­sco, pie­no di don­ne e bam­bi­ni. I dipen­den­ti dell’ospedale di al-Galaa lan­cia­va­no le masche­re ai mani­fe­stan­ti per aiu­tar­li a resi­ste­re ai lacri­mo­ge­ni.
Appe­na rag­giun­gem­mo la fine del­la stra­da ini­ziò la cari­ca: ho visto coi miei occhi un uffi­cia­le che avan­za­va tra le file dei sol­da­ti per lan­cia­re da solo più di quin­di­ci lacri­mo­ge­ni.
Ho visto coi miei occhi don­ne fug­gi­re coi loro figli.
Ho visto coi miei occhi bam­bi­ni rischia­re di sof­fo­ca­re.
Ho visto coi miei occhi un lacri­mo­ge­no col­pi­re il viso di una don­na sui trent’anni. Por­ta­va il velo ed è mor­ta sul col­po.
Fug­gim­mo dal gas, mi sen­ti­vo sof­fo­ca­re, sta­vo per per­de­re i sen­si. Mi get­tai nel­le stra­di­ne late­ra­li di Bulaq: accet­tai l’invito di mastro Hisham ed entrai nel­la sua offi­ci­na. A Bulaq ho visto il com­mis­sa­rio rila­scia­re ban­di­ti e per­so­ne con pre­ce­den­ti pena­li sol­tan­to per inti­mi­di­re gli abi­tan­ti del quar­tie­re. Ma ho visto anche la gen­te di Bulaq che li arre­sta­va, li pic­chia­va, li costrin­ge­va a indos­sa­re cami­cie da don­na e a gira­re per le stra­de coper­ti dall’onta di aver tra­di­to la gen­te del loro stes­so quar­tie­re. Sono rima­sto bloc­ca­to a Bulaq per cir­ca cin­que ore, men­tre il fra­cas­so del­le gra­na­te lacri­mo­ge­ne e dei pro­iet­ti­li si era fat­to mono­to­no. I rumo­ri si cal­ma­ro­no leg­ger­men­te alla noti­zia del copri­fuo­co e con l’arrivo dei pri­mi car­ri arma­ti. Usci­to da Bulaq, mi dires­si ver­so il cen­tro e poi ver­so piaz­za Tah­rir. Per la pri­ma vol­ta l’aria del Cai­ro ave­va un sapo­re diver­so. I car­ri arma­ti dell’esercito ini­zia­ro­no a dispie­gar­si al palaz­zo del­la radio e del­la tv egi­zia­na, cer­can­do di far­si stra­da ver­so Piaz­za Tah­rir, in cui era­no rima­sti gli ulti­mi uomi­ni del­le for­ze di poli­zia che spa­ra­va­no anco­ra con­tro i mani­fe­stan­ti pro­iet­ti­li, metal­li­ci di gom­ma, e lacri­mo­ge­ni. I nego­zi del­le vie secon­da­rie era­no qua­si tut­ti chiu­si e sui vol­ti del­la gen­te c’era la sor­pre­sa e un sor­ri­so feli­ce. Le stra­de del Cai­ro era­no per la pri­ma vol­ta libe­re, appar­te­ne­va­no a tut­ti. Il cel­lu­la­re non pren­de­va più, nes­sun tele­fo­no squil­la­va, nes­su­no chia­ma­va, ma tut­ti cor­re­va­no, fra­ter­niz­za­va­no e si soste­ne­va­no. Si allun­ga­va­no mani con bot­ti­glie di ace­to, bibi­te gas­sa­te e fet­te di cipol­la. Un momen­to sto­ri­co­Fac­cio anco­ra fati­ca a met­te­re ordi­ne nel­le vicen­de suc­ces­si­ve. Mi sem­bra che tut­to sia suc­ces­so in un gior­no sol­tan­to. I discor­si del Pre­si­den­te sono sem­pre ugua­li, si sus­se­guo­no noti­zie di dimis­sio­ni e nuo­vi inca­ri­chi, sem­pre ugua­li: fac­ce che spa­ri­sco­no per fare posto ad altre masche­re del­le stes­se per­so­ne, fol­le di mani­fe­stan­ti che afflui­sco­no a Piaz­za Tah­rir e in altri gover­na­to­ra­ti. Il regi­me sta gio­can­do le sue ulti­me car­te. Il Pre­si­den­te si affac­cia e per la pri­ma vol­ta: lo sen­tia­mo abban­do­na­re la sua super­bia e rife­rir­si a se stes­so dicen­do «Io» inve­ce di «Noi».
Si trat­ta del­lo stes­so Muba­rak che qual­che set­ti­ma­na fa, quan­do qual­cu­no dell’opposizione ave­vo chie­sto un pare­re a pro­po­si­to di pro­get­ti di rifor­ma, ave­va rispo­sto «lascia­te­li diver­ti­re». Ora, sep­pur par­li con un tono qua­si sup­pli­che­vo­le, con­ti­nua a soste­ne­re che «mori­rà su que­sta ter­ra», cioè che non inten­de dimet­ter­si. Ogni vol­ta che tor­ne­rà in tele­vi­sio­ne l’ira del­la gen­te aumen­te­rà, e si tor­ne­rà a mani­fe­sta­re.
Qual­che ora dopo il pri­mo discor­so del Pre­si­den­te, i suoi soste­ni­to­ri e gli uomi­ni del­le for­ze dell’ordine han­no cer­ca­to di entra­re nel­la piaz­za con la for­za, attac­can­do i mani­fe­stan­ti in sel­la a caval­li, cam­mel­li e muli. Non si trat­ta più di una bat­ta­glia poli­ti­ca: in gio­co c’è la dife­sa del­la civil­tà. L’immagine è chia­ra: sia­mo davan­ti a un regi­me dal­la men­ta­li­tà medie­va­le, che gover­na in nome di un capo­tri­bù. La disob­be­dien­za vie­ne con­si­de­ra­ta una for­ma di male­du­ca­zio­ne e i suoi soste­ni­to­ri caval­ca­no per le stra­de del­la cit­tà caval­li e cam­mel­li. Dall’altro lato ci sono inve­ce i gio­va­ni del nuo­vo Egit­to, espo­nen­ti di tut­to l’arcobaleno poli­ti­co, dai Fra­tel­li Musul­ma­ni alla sini­stra radi­ca­le, uni­ti da Inter­net e dai social net­work. Il cam­mel­lo e il caval­lo con­tro Inter­net e i cel­lu­la­ri, e in mez­zo l’esercito egi­zia­no, con­fu­so, ma comun­que insod­di­sfat­to dei com­por­ta­men­ti del regi­me, sen­za tut­ta­via poter dis­sen­ti­re col suo capo supre­mo, il Pre­si­den­teI miei geni­to­ri si sono incon­tra­ti, si sono inna­mo­ra­ti, si sono spo­sa­ti e poi mi han­no dato alla luce. Sono nato, ho impa­ra­to a cam­mi­na­re, mi sono spun­ta­ti la bar­ba e i baf­fi, mi sono lau­rea­to, i miei capel­li han­no comin­cia­to a cade­re, mi sono spo­sa­to e in tut­to ciò i capel­li di Muba­rak sono anco­ra neri!Il pro­di­gio mag­gio­re di Muba­rak, secon­do la pro­pa­gan­da del suo par­ti­to, è la “sta­bi­li­tà”. Sono sta­to testi­mo­ne, come tan­ti altri scrit­to­ri e intel­let­tua­li, di come il regi­me abbia dato pie­no soste­gno a valo­ri e idee anti­che, e di come abbia eser­ci­ta­to la cen­su­ra con­tro la crea­ti­vi­tà e le pub­bli­ca­zio­ni ori­gi­na­li, con la scu­sa del­la reli­gio­ne o del­la sal­va­guar­dia del­la sicu­rez­za nazio­na­le. Ero accan­to agli ami­ci che han­no per­so il lavo­ro per le loro posi­zio­ni, ero accan­to a Mag­dy el-Sha­fee quan­do il Gover­no ha cen­su­ra­to la pri­ma gra­phic novel in ara­bo, Metro, per i suoi rife­ri­men­ti alle figu­re del par­ti­to cor­rot­to di Muba­ra­kLa cor­ru­zio­ne del regi­me di Muba­rak non si è limi­ta­ta sol­tan­to alla dit­ta­tu­ra e all’economia, ma con l’aiuto del­la mostruo­sa mac­chi­na di pro­pa­gan­da che dif­fon­de­va deci­ne di men­zo­gne e di leg­gen­de ha col­pi­to l’infrastruttura cul­tu­ra­le e socia­le egi­zia­na. Quel­lo che più stu­pi­sce è che ades­so vedia­mo ripe­te­re le stes­se men­zo­gne sui media euro­pei, le ascol­tia­mo sul­la boc­ca di poli­ti­ci di rilie­vo, come la can­cel­lie­ra Mer­kel o Ber­lu­sco­ni, l’amico inti­mo di Muba­rak. Qua­li sono que­ste men­zo­gne?

L’Egitto, come altri pae­si, deve rima­ne­re sot­to un regi­me dit­ta­to­ria­le per garan­ti­re che gli isla­mi­sti non arri­vi­no al pote­re.
È il con­tra­rio: la dit­ta­tu­ra è uno dei moti­vi alla base del­la dif­fu­sio­ne dei movi­men­ti ter­ro­ri­sti­ci e del ricor­so alla vio­len­za. Que­sto regi­me non è mai sta­to lai­co: sot­to Nas­ser gli isla­mi­sti sono sta­ti tor­tu­ra­ti nel­le pri­gio­ni; Sadat poi li ha usa­ti per ster­mi­na­re i movi­men­ti di sini­stra e i grup­pi libe­ra­li. Com­piu­ta que­sta mis­sio­ne, li ha man­da­ti in Afgha­ni­stan a com­bat­te­re con­tro l’Unione Sovie­ti­ca. Quan­do sono tor­na­ti li ha incar­ce­ra­ti, li ha tor­tu­ra­ti, sen­za avvia­re alcun ten­ta­ti­vo di dia­lo­go. Que­sto li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dal­le loro linee di pen­sie­ro e a fidar­si di pagliac­ci del cali­bro di Bin Laden o al-Zar­qa­wi. L’esistenza di un siste­ma demo­cra­ti­co è un dirit­to in qual­sia­si socie­tà ed è l’unico modo per­ché si avvii un dia­lo­go vero tra i diver­si grup­pi socia­li. La demo­cra­zia auten­ti­ca garan­ti­sce il pro­ces­so di inte­gra­zio­ne dei movi­men­ti isla­mi­sti all’interno di uno sta­to civi­le e moder­no. Tro­van­do cana­li veri di par­te­ci­pa­zio­ne al dia­lo­go socia­le e poli­ti­co nes­su­no avrà biso­gno di far­si esplo­de­re per­ché suo padre è sta­to ucci­so sot­to tor­tu­ra o per­ché suo fra­tel­lo è sta­to licen­zia­to.
 
Il rapi­do pas­sag­gio da un siste­ma dit­ta­to­ria­le a uno demo­cra­ti­co può por­ta­re al caos.
Ho sen­ti­to la Mer­kel ripe­te­re que­sta favo­la. Mi ha stu­pi­to il fat­to che fos­se anche lo stes­so pre­te­sto usa­to da Muba­rak per rifiu­ta­re le dimis­sio­ni imme­dia­te. In real­tà quan­do il 28 gen­na­io la poli­zia ha abban­do­na­to le posi­zio­ni e si è riti­ra­ta, in poche ore gli egi­zia­ni si sono orga­niz­za­ti e in ogni quar­tie­re sono nati dei comi­ta­ti popo­la­ri. Negli ulti­mi gior­ni abbia­mo visto che il popo­lo egi­zia­no è sce­so per stra­da per sal­va­guar­da­re le sue pro­prie­tà, per diri­ge­re il traf­fi­co e per rac­co­glie­re la spaz­za­tu­ra, men­tre Muba­rak e il suo nuo­vo Pri­mo Mini­stro non sono capa­ci di nomi­na­re un Gover­no. Abbia­mo visto i musul­ma­ni fare da guar­dia alle chie­se, non c’è sta­ta alcu­na mole­stia ses­sua­le, abbia­mo visto disoc­cu­pa­ti fare la guar­dia a ban­che in cui si sono accu­mu­la­te le for­tu­ne di uomi­ni d’affari cor­rot­ti. Tut­to que­sto è avve­nu­to per­ché gli egi­zia­ni rifiu­ta­no il van­da­li­smo e il caos: sono un popo­lo attac­ca­to e alle isti­tu­zio­ni. La sen­si­bi­li­tà che ha mostra­to la socie­tà egi­zia­na è sta­ta una sor­pre­sa per tan­ti, me com­pre­so, e ci ha mostra­to che que­sta socie­tà è in gra­do di gestir­si sen­za biso­gno del­la custo­dia di un vec­chio gene­ra­le o dei con­si­gli dei lea­der poli­ti­ci euro­pei.
La pre­sen­za di Muba­rak ras­si­cu­ra Israe­le e por­ta avan­ti il pro­ces­so di pace, garan­ten­do quin­di la sta­bi­li­tà in Medio Orien­te.
La veri­tà è che in più di due set­ti­ma­ne di mani­fe­sta­zio­ni in tut­te le stra­de e le piaz­ze dell’Egitto non si è sen­ti­to nep­pu­re uno slo­gan reli­gio­so o osti­le a un qual­che pae­se del mon­do. Il regi­me di Muba­rak, che in pub­bli­co dichia­ra di soste­ne­re la pace, in real­tà soste­ne­va le poli­ti­che e le idee dell’odio nei con­fron­ti dell’altro, per poi dipin­ger­si come l’affidabile custo­de dei con­fi­ni e del­la sicu­rez­za del Pae­se. Il regi­me di Muba­rak ha tut­to l’interesse a man­te­ne­re inso­lu­ta la que­stio­ne pale­sti­ne­se, per­ché si trat­ta di una car­ta che può usa­re con ame­ri­ca­ni e euro­pei. Il popo­lo egi­zia­no, per le vite che ha paga­to, aspi­ra sol­tan­to alla pace: nes­su­no met­te in dub­bio l’esigenza di tro­va­re una solu­zio­ne alla cau­sa pale­sti­ne­se basa­ta sul­la legit­ti­mi­tà inter­na­zio­na­leIe­ri sera ha pio­vu­to sui mani­fe­stan­ti di Piaz­za Tah­rir. C’era un ragaz­zo che suo­na­va la chi­tar­ra e can­ta­va entu­sia­sta in mez­zo alla fol­la. Un altro pre­ga­va ver­so l’esterno del­la piaz­za. Una casa­lin­ga era sedu­ta sul mar­cia­pie­de e rac­con­ta­va una sto­ria ai suoi figli. Alcu­ne ragaz­ze si face­va­no le foto accan­to ai car­ri arma­ti. Un gio­va­ne medi­co cura­va le feri­te di un mani­fe­stan­te col­pi­to duran­te un attac­co dei delin­quen­ti di Muba­rak. C’erano gio­va­ni che par­la­va­no di crea­re un sito per docu­men­ta­re gli avve­ni­men­ti di Piaz­za Tah­rir. C’era la festa di matri­mo­nio di due ragaz­zi che han­no deci­so di spo­sar­si in piaz­za, in mez­zo ai mani­fe­stan­ti. C’era un pre­te che si pre­pa­ra­va a cele­bra­re la Mes­sa per l’anima dei mar­ti­ri del­la rivo­lu­zio­ne. C’erano alcu­ni arti­sti che dipin­ge­va­no sul mar­cia­pie­de. C’era un vec­chio che cam­mi­na­va gri­dan­do: «Io sono il popo­lo. E il popo­lo vuo­le la cadu­ta del regi­me».

Ma il Pre­si­den­te rifiu­ta di dimet­ter­si e i suoi capel­li sono anco­ra neri e luci­di.
A te la scel­ta. Sostie­ni la rivo­lu­zio­ne.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mer­co­le­dì 9 feb­bra­io 2011 | Mat­teo Bal­di |

Le noti­zie che arri­va­no dal Cai­ro in que­sti gior­ni, vio­len­te e con­fu­se, par­la­no di un popo­lo che sta pro­van­do a cam­bia­re le cose, a dispet­to dell’acquiescenza del resto del mon­do. Ma che ruo­lo han­no gli intel­let­tua­li, in una situa­zio­ne come quel­la attua­le? E qua­le voce? Ci sono spa­zi per espri­me­re dis­sen­so, in un pae­se come l’Egitto? E i libri, rac­con­ta­no (o han­no pre­vi­sto) quel che sta acca­den­do? Andia­mo a vede­re.

Il mon­do inte­ro dovreb­be esse­re orgo­glio­so dell’inerzia con cui ha assi­sti­to alla libe­ra­zio­ne del popo­lo egi­zia­no. Il regi­me di Muba­rak era soli­to nomi­na­re mala­vi­to­si e adot­ta­re un regi­me di poli­zia sel­vag­gio per soste­ne­re i mem­bri del suo par­la­men­to e sop­pri­me­re la nostra ani­ma più auten­ti­ca, l’anima del­la liber­tà. Ma noi ci stia­mo impe­gnan­do”.
Ci scri­ve dal suo blac­k­ber­ry, con ama­ris­si­ma iro­nia,  Mag­dy El Sha­fee, fumet­ti­sta con­dan­na­to l’anno scor­so in segui­to al pro­ces­so per osce­ni­tà che gli era sta­to inten­ta­to dal­lo Sta­to egi­zia­no. La sua gra­phic novel “Metro”, infat­ti (pub­bli­ca­ta in Ita­lia dal­le edi­zio­ni Il Siren­te), all’interno di una vicen­da di spio­nag­gio, mostra un uomo e una don­na inten­ti in un rap­por­to sessuale.I dise­gni sono sta­ti con­si­de­ra­ti por­no­gra­fi­ci, e quin­di offen­si­vi. Tut­te le copie distri­bui­te al Cai­ro sono sta­te riti­ra­te e distrut­te, e Mag­dy ha dovu­to paga­re un’ammenda sala­ta. Ma sarà dav­ve­ro sola­men­te una que­stio­ne di dise­gni immo­ra­li?
Que­sto libro con­tie­ne imma­gi­ni immo­ra­li e per­so­nag­gi che somi­glia­no a uomi­ni poli­ti­ci real­men­te esi­sten­ti”, reci­ta la sen­ten­za emes­sa dal Trbu­na­le, e allo­ra si capi­sce for­se meglio cosa pos­sa aver dato tan­to fasti­dio alle auto­ri­tà, in un pae­se (e una cul­tu­ra) in cui il ses­so for­se non vie­ne osten­ta­to pub­bli­ca­men­te ma cer­to non è tabù nel­le con­ver­sa­zio­ni e non può esse­re l’unica ragio­ne per met­te­re all’indice un libro a fumet­ti.
El Sha­fee, però, non è l’unica vit­ti­ma di un regi­me che mostra un vol­to pre­sen­ta­bi­le sola­men­te al resto del mon­do, e cen­su­ra il dis­sen­so impo­nen­do un con­trol­lo rigi­do anche sul web.
Nei pri­mi gior­ni degli scon­tri, la rete in Egit­to ha subi­to un vero e pro­prio blac­kout, per impe­di­re che le noti­zie di quel che sta­va acca­den­do fil­tras­se­ro ver­so gli altri Pae­si, ma anche per far sen­ti­re più iso­la­ti i blog­ger e tut­ti que­gli egi­zia­ni che tro­va­no in inter­net una fine­stra sul mon­do.
Ala ‘Al Aswa­ni, cele­bra­to auto­re di Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li edi­zio­ni), pro­muo­ve da anni un salot­to let­te­ra­rio al Cai­ro, cit­tà nel­la qua­le svol­ge la pro­fes­sio­ne di den­ti­sta ed è un intel­let­tua­le cono­sciu­to e rispet­ta­to. L’espressione “salot­to let­te­ra­rio”, però evo­ca imme­dia­ta­men­te imma­gi­ni di con­ci­lian­ti sedu­te che si svol­go­no fra ape­ri­ti­vi e mol­lez­ze – appun­to – salot­tie­re.
Nul­la di più lon­ta­no dal vero, però, nei pae­si in cui la liber­tà di stam­pa è limi­ta­ta, i dirit­ti del­le don­ne sono un argo­men­to pura­men­te acca­de­mi­co e tut­ti i gior­ni la cor­ru­zio­ne che per­mea l’apparato poli­ti­co e ammi­ni­stra­ti­vo del Pae­se vin­co­la ogni serio ten­ta­ti­vo di miglio­ra­re le con­di­zio­ni del­la socie­tà.
Ten­go anco­ra i miei semi­na­ri per discu­te­re di que­stio­ni cul­tu­ra­li. Li ten­go dal 1996.
L’ho fat­to anche nei caf­fè, pub­bli­ca­men­te. Nel 2004 il gover­no ha minac­cia­to il pro­prie­ta­rio del caf­fè all’interno del qua­le li tene­va­mo, e allo­ra ci sia­mo spo­sta­ti nel palaz­zo dove ha sede “Kifa­ya” (“Abba­stan­za”), movi­men­to poli­ti­co che rac­co­glie intel­let­tua­li di diver­sa estra­zio­ne”, spie­ga­va Al Aswa­ni in un’intervista rac­col­ta a mar­gi­ne del­la sua par­te­ci­pa­zio­ne alla scor­sa edi­zio­ne del Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, dove l’Egitto era il Pae­se ospi­te.

Altri scrit­to­ri sono Nawal Al Saa­da­wi, auto­re de L’amore ai tem­pi del petro­lio, Ahmed Nagy, auto­re di Rogers e Kha­led Al Kamis­si, auto­re di Taxi.
I tre libri, oltre al fat­to di esse­re pub­bli­ca­ti in Ita­lia dal­lo stes­so edi­to­re (Il siren­te), han­no in comu­ne la capa­ci­tà di descri­ve­re la socie­tà civi­le egi­zia­na coglien­do­ne al tem­po stes­so la vita­li­tà e le scle­ro­si. Nel caso di Al Kamis­si, ad esem­pio, il Cai­ro è un bru­li­chio inin­ter­rot­to di vita col­to dal fine­stri­no del taxi, e i taxi­sti stes­si sono un pre­ci­pi­ta­to d’Egitto, con il loro lamen­tar­si del­le isti­tu­zio­ni e del­la cor­ru­zio­ne che però non por­ta a nul­la.
Rogers”, inve­ce, è ope­ra di un blog­ger segui­tis­si­mo, un’opera ispi­ra­ta addi­rit­tu­ra a “The wall” di Roger Waters. Dal­la sche­da dedi­ca­ta a Ahmed Nagy sul sito de Il siren­te: “… in Egit­to è mol­to noto come blog­ger, ma soprat­tut­to per esse­re uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bàr el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamàl al-Ghi­tà­ni. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Il suo blog Wasa kha­ia­lak (Allar­ga la tua imma­gi­na­zio­ne), ini­zia­to nel 2005, par­la di socio­lo­gia, pop art, dirit­ti uma­ni e cul­tu­ra: “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gi per avvi­ci­na­re la gen­te alla let­te­ra­tu­ra”.

Nawal Al Saa­da­wi, infi­ne, è una pio­nie­ra del fem­mi­ni­smo nel mon­do ara­bo. Scrit­tri­ce e psi­chia­tra, ha sor­ti­to gran­de influen­za sul­le gene­ra­zio­ni più gio­va­ni, pro­prio gra­zie ai suoi libri. Can­di­da­ta­si alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li nel 2004, ha anche pas­sa­to un perio­do in gale­ra duran­te la pre­si­den­za di Sadat, ed è sta­ta iscrit­ta nel­la lista degli obiet­ti­vi di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta. L’amore ai tem­pi del petro­lio, sot­to le spo­glie di un roman­zo gial­lo, com­pie un’indagine sul­la con­di­zio­ne del­le don­ne nei pae­si arabi, muovendo i suoi let­to­ri a una pre­sa di coscien­za.
Altra scrit­tri­ce egi­zia­na è Gha­da Abdel Aal, autri­ce di un libro e un blog mol­to segui­to inti­to­la­ti Che il velo sia da spo­sa (pub­bli­ca­to in Ita­lia da Epo­ché). In Egit­to il libro ha cono­sciu­to tale e tan­ta noto­rie­tà che la tele­vi­sio­ne ne ha trat­to uno sce­neg­gia­to, inter­pre­ta­to nel ruo­lo del­la pro­ta­go­ni­sta da una del­le attri­ci più cele­bri del mon­do ara­bo. Ma la sto­ria di Bri­de, gio­va­ne don­na in cer­ca di un mari­to da spo­sa­re per amo­re, è anche la gal­le­ria di una serie di “tipi” che rias­su­mo­no mol­to bene carat­te­ri­sti­che e difet­ti degli uomi­ni cui una don­na “in età da mari­to” può ambi­re in Egit­to, e que­sta è la ragion per cui Gha­da, con il suo alter ego roman­ze­sco, si è gua­da­gna­ta il sopran­no­me di “Brid­get Jones” ara­ba (sopran­no­me che — va det­to — all’autrice non pia­ce per nul­la)… noi abbia­mo inter­vi­sta­to Gha­da Abdel Aal nei dif­fi­ci­li gior­ni del­le pro­te­ste e del­le mani­fe­sta­zio­ni per cac­cia­re il Pre­si­den­te Muba­rak.

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Il blogger e scrittore ahmed nagi: nessuna forza politica controlla la rivolta egiziana

Nena News | Vener­dì 28 gen­na­io 2011 | Azzur­ra Meri­gno­lo |

Mol­ti movi­men­ti poli­ti­ci tra­di­zio­na­li stan­no ora cer­can­do di par­la­re a nome di que­sti dimo­stran­ti, ma non è affat­to giu­sto per­ché non li rap­pre­sen­ta­no.

Entu­sia­sti del par­zia­le suc­ces­so otte­nu­to nei gior­ni pre­ce­den­ti anche oggi miglia­ia di egi­zia­ni mani­fe­ste­ran­no in tut­to il pae­se,  gri­dan­do le loro richie­ste a un regi­me che imper­ter­ri­to non rispon­de.  “Il gover­no accen­de e spe­gne  a pia­ci­men­to l’accesso a Face­book  e le con­nes­sio­ni inter­net, spe­ran­do così di con­te­ne­re il pro­pa­gar­si  di una rivol­ta, nata e orga­niz­za­ta nel­la sfe­ra vir­tua­le” dice Ahmed Nagi, -  cele­bre blog­gers sin dai tem­pi di Kifa­ya, gior­na­li­sta, scrit­to­re di “Rogers”, ora tra­dot­to anche in ita­lia­no, e gio­va­ne redat­to­re di Akbar el Adab, il pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le let­te­ra­rio diret­to da Gamal al- Ghi­ta­ni.  

Il gior­no del­la col­le­ra é sfo­cia­to in una som­mos­sa popo­la­re, cosa suc­ce­de­rà nei pros­si­mi gior­ni sul­le spon­de del Nilo?
Sin­ce­ra­men­te, non lo so, vor­rei poter­lo pre­di­re, ma nes­su­no può dire con esat­tez­za quel­lo che acca­drà nei pros­si­mi gior­ni. Le mani­fe­sta­zio­ni che sono ini­zia­te non sono con­trol­la­te da nes­su­na for­za poli­ti­ca. E’ anche que­sto quel­lo che ren­de que­sta som­mos­sa tan­to par­ti­co­la­re e, for­se, inci­si­va. Le per­so­ne che sono sce­se in stra­da in tut­to il pae­se sono cit­ta­di­ni ordi­na­ri, qua­lun­que. Que­sto non vuo­le però dire che non ci tro­via­mo davan­ti a un movi­men­to che è al cen­to per cen­to poli­ti­ca, ha riven­di­ca­zio­ni socio-poli­ti­che e lot­ta per la crea­zio­ne di un nuo­vo siste­ma poli­ti­co.

Cosa faran­no i movi­men­ti poli­ti­ci che han­no dato soste­gno ai dimo­stran­ti, ma non han­no par­te­ci­pa­to diret­ta­men­te alle mani­fe­sta­zio­ni?
Mol­ti lea­der di que­sti movi­men­ti han­no di fat­to par­te­ci­pa­to alle dimo­stra­zio­ni, sono sce­si in stra­da per oppor­si al regi­me. Mol­ti movi­men­ti, i Fra­tel­li musul­ma­ni e il Tagam­mu (il par­ti­to comunista)per esem­pio, stan­no ora cer­can­do di par­la­re a nome di que­sti dimo­stran­ti, ma non è affat­to giu­sto per­ché non li rap­pre­sen­ta­no pie­na­men­te.  Anche se voles­se­ro pren­de­re il con­trol­lo sui mani­fe­stan­ti, non potreb­be­ro mai e poi mai riu­scir­ci.

Come sta rea­gen­do il regi­me  a que­sto mon­ta­re di col­le­ra popo­la­re?
Tut­to quel­lo che il gover­no sta facen­do per neu­tra­liz­za­re e disar­ma­re la sfe­ra vir­tua­le e’ un chia­ro indi­ca­to­re del­la pau­ra che i lea­der del regi­me stan­no pro­van­do. Anche le for­ze di poli­zia han­no pau­ra e si leg­ge il timo­re nei loro occhi. Il regi­me si tro­va a dover rispon­de­re a una situa­zio­ne che gli è sfug­gi­ta di mano e non ci è abi­tua­to.  La que­stio­ne si sta facen­do gros­sa. Io non ero anco­ra nato, ma chi è poco più gran­de di me mi rac­con­ta che sce­ne simi­li non si vede­va­no dal 1972.

Mol­tis­si­me per­so­ne, egi­zia­ne e non, in tut­to il mon­do han­no dato ori­gi­ni a mani­fe­sta­zio­ni  in soste­gno alla gior­na­ta del­la col­le­ra, que­sto sup­por­to può esse­re inci­si­vo?
Tut­ti i media stan­no copren­do in manie­ra non ogget­ti­va gli avve­ni­men­ti che stan­no acca­den­do nel l pae­se. Facen­do così non fan­no che soste­ne­re indi­ret­ta­men­te il regi­me. Il gover­no è ter­ro­riz­za­to dall’evolversi degli even­ti, per que­sto ha deci­so imme­dia­ta­men­te di oscu­ra­re i social net­works attra­ver­so i qua­li gli atti­vi­sti sta­va­no por­tan­do avan­ti la loro ribel­lio­ne. Pri­ma ha spen­to twet­ter e poi il rais ha stac­ca­to la spi­na  a Face­book. In alcu­ni quar­tie­ri, Shu­bra per esem­pio, é sta­ta del tut­to taglia­ta la con­nes­sio­ne ad inter­net. Per que­sto moti­vo tut­to il soste­gno che pos­sia­mo rice­ve­re dall’esterno è mol­to uti­le alla nostra cau­sa e al pro­se­gui­men­to del­la som­mos­sa.

Mar­te­dì sera Hila­ry Clin­ton  chie­sto al gover­no e ai mani­fe­stan­ti di usa­re mode­ra­zio­ne dicen­do­si con­vin­ta del­la sta­bi­li­tà del regi­me di Muba­rak e del­le sue inten­zio­ni di rispon­de­re alle richie­ste avan­za­te dal­la popo­la­zio­ne. Come sono sta­te inter­pre­ta­te le paro­le del segre­ta­rio di sta­to ame­ri­ca­no?
Tut­ti quel­li che era­no a Midan al Tah­rir  -piaz­za cen­tra­le del Cai­ro (ndr)- e han­no sapu­to cosa ave­va det­to il segre­ta­rio di sta­to ame­ri­ca­no han­no avu­to l’ennesima  con­fer­ma che gli Sta­ti Uni­ti sono dal­la par­te de regi­me  e voglio­no con­ti­nua­re a soste­ner­lo.  La poli­zia col­pi­va i mani­fe­stan­ti bom­bar­dan­do­li con lacri­mo­ge­ni e gli Sta­ti Uni­ti dico­no che il regi­me cer­ca di rispon­de­re alle nostre doman­de? E’ come se a lan­cia­re quei lacri­mo­ge­ni ci fos­se­ro sta­ti loro. Hila­ry Clin­ton può ora dire quel­lo che vuo­le, ma per gli egi­zia­ni il mes­sag­gio è mol­to chia­ro: ci sta­te bom­bar­dan­do.

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Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

| Nigri­zia | Dicem­bre 2010 |

«Bat­to con­tro il muro ma nes­su­no rispon­de. Urlo: “Ehi, c’è qual­cu­no?!”. Ma non ci sono por­te né fine­stre. “Ehi­là?!”». Se qual­cu­no annu­sas­se in que­ste righe odo­re di The Wall dei Pink Floyd, ebbe­ne, avreb­be visto giu­sto. È l’autore stes­so che ne «rac­co­man­da viva­men­te l’ascolto, nel cor­so del­la let­tu­ra». Il tito­lo stes­so vuo­le pro­ba­bil­men­te rie­cheg­gia­re il nome dell’autore dei testi del­la band, Roger Waters. Cita­zio­ni let­te­ra­li di The Wall ricor­ro­no da cima a fon­do in que­sto roman­zo che l’autore pre­fe­ri­sce chia­ma­re «gio­co». È, infat­ti, una sor­ta di qua­der­no di memo­rie, sen­za trop­po rispet­to per la cro­no­lo­gia, che potreb­be­ro esse­re rimon­ta­te, sen­za dan­no, in altro ordi­ne. Un «gio­co», for­se, anche per la sua ori­gi­ne: nato da un blog. I gio­va­ni blog­ger egi­zia­ni si sono rita­glia­ti una loro (con­tro­ver­sa) auto­re­vo­lez­za: da chi si fa con­dan­na­re per vio­la­zio­ne del­la cen­su­ra a chi – come è sta­to il caso anche per Gha­da Abdel Aal (Che il velo sia da spo­sa!, Epo­ché) – appro­da alla car­ta stam­pa­ta e scuo­te il mon­do let­te­ra­rio tra­di­zio­na­le. Impres­sio­ne per­so­na­le: Rogers appa­re come un gra­phic novel, para­dos­sal­men­te sen­za imma­gi­ni.

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Chiamatelo XXX Factor

D La Repub­bli­ca del­le don­ne n. 663 | Saba­to 19 set­tem­bre 2009 | Eli­sa Pie­ran­drei |

Ahmed Nàgi. Blog­ger, 29 anni, Egit­to. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. È uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bar el Adab, pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le di cul­tu­ra. Sul suo blog, wasa kha­ia­lak (allar­ga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gio, che mesco­la ara­bo col­lo­quia­le e clas­si­co per avvi­ci­na­re la gen­te alla let­te­ra­tu­ra”. Figlio di un pro­fes­sio­ni­sta di spic­co nel movi­men­to isla­mi­co dei Fra­tel­li Musul­ma­ni, è riu­sci­to a met­te­re da par­te le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che con il geni­to­re per un nuo­vo dia­lo­go. “Pen­sa­vo di lascia­re l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei ami­ci là diven­ta­re mac­chi­ne. Lavo­ro, pale­stra, bere e ses­so nel week-end. Io voglio scri­ve­re”. In usci­ta a novem­bre in Ita­lia per il Siren­te c’è il suo roman­zo Rogers, viag­gio gio­vi­nez­za-vec­chia­ia con abban­do­no alla let­tu­ra, ascol­tan­do The Wall dei Pink Floyd.

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