Mohamed Dibo e Faïza Guène al Lingotto

Doppio appuntamento con gli autori de il Sirente alla XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

Mohamed Dibo autore di “E se fossi morto?” e Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenteranno i loro libri all’interno della programmazione ufficiale della fiera, nella sezione Anime Arabe, curata da Paola Caridi e Lucia Sorbera.

Venerdì 19 maggio alle 15,30 Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” presenterà il suo libro dialogando con Carla Peirolero (Suq Festival di Genova) nello Spazio Babel.

Tradotta in 26 lingue Faïza Guène si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea. Dopo l’esordio a soli 18 anni “Un uomo non piange mai” è il suo ultimo libro, dove con uno stile più maturo si cimenta nella difficile impresa di descrivere il cammino di ricerca di un’identità per le seconde generazioni nate in Europa.

Sabato 20 maggio ore 15,30 Muhammad Dibo autore di “E se fossi morto?” dialoga con Jenny Erpenbeck tra letture e musica, presso l’Arena Piemonte. Modera Paola Caridi (curatrice della sezione Anime Arabe).

Il tema dell’esilio attraversa la storia della letteratura e del pensiero mondiali. Al Salone autori e intellettuali leggono brani scelti dalla letteratura europea e araba insieme a Muhammad Dibo, scrittore siriano rifugiato a Berlino, e Jenny Erpenbeck, scrittrice tedesca che dedica un’attenzione particolare alle migrazioni e al modo in cui stanno cambiando il suo paese.

Muhammad Dibo è uno scrittore siriano, oggi in esilio in Germania, nel suo libro autobiografico “E se fossi morto?” affronta il dramma della guerra.

Tutto il catalogo dell’editore sarà presente allo stand P 129 / Padiglione 3

 

 

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La ribellione di Fairouz fra le banlieue parigine

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Francesca Bellino il Mattino

Per motivi storici legati al colonialismo, la Francia è il paese europeo abitato dal maggior numero di migranti maghrebini e questa presenza massiccia ha fatto nascere, sin dagli Anni ’80, una narrativa francese targata G2. Un esempio significativo tra le varie voci letterarie della seconda generazione sono i libri di Saphia Azzeddine, nata in Marocco e trasferitasi in Francia all’età di 9 anni, della quale Il Sirente ha appena pubblicato il romanzo La Mecca-Phuket (traduzione di Ilaria Vitali).
La storia è ambientata in una banlieue parigina disagiata e racconta la lotta per l’emancipazione della giovane “musulmana laica” Fairouz Moufakhrou, nata in Francia da genitori marocchini, considerata “sfrontata” dai pettegoli del quartiere solo per il suo sentirsi una donna libera di scegliere. Fairouz, infatti, pur rispettando alcuni precetti della sua religione di appartenenza, come fare il ramadan e non bere alcool, prende le distanze dell’identità familiare e porta avanti la sua battaglia quotidiana da “indomita”. Nonostante si senta completamente diversa dai genitori, li ama e li rispetta e, per renderli felici, decide di regalare loro un viaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam che va compiuto almeno una volta della vita. Comincia così a raccogliere i soldi necessari per il progetto insieme alla sorella mentre la sua vita scorre tra studio, amiche e sogni in un quartiere grigio spesso preso d’assalto da “giornalisti in cerca di scoop circondati da guardie del corpo per rendere conto della minaccia islamico-integralista-estremista-oscurantista-salafita-wahabita”.

Per riflettere la separazione tra la seconda generazione e chi l’ha preceduta, l’autrice fa un uso della lingua a più livelli: da un lato il modo di esprimersi “giovanile” della protagonista che narra in prima persona, dall’altro il linguaggio “spezzato” dei genitori, un francese approssimativo tipico di chi non ha mai maturato una buona padronanza della lingua. La maggior parte dei personaggi del romanzo che si presenta snello e vivo, parla il cosiddetto “argot des cités”, un lessico infarcito di prestiti, soprattutto dalle lingue arabe e africane, che spazia fino al verlan, antica pratica che rovescia le parole, invertendo non solo le lettere dell’alfabeto ma l’intero sistema di valori trasmesso.
La protagonista denuncia così l’esclusione sociale di chi vive nei casermoni delle banlieue di Parigi dove i pregiudizi e le discriminazioni possono nascere anche solo dal nome: “Fairouz Moufakhrou… Ecco che cosa suggerisce il mio nome, una sfigata che abita in un appartamento dove non cambiano mai l’aria e che è stata cullata per tutta l’infanzia dal rumore della pentola a pressione!”.

23 Marzo 2017

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Intervista alla scrittrice parigina Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai”

Una campagna elettorale all’insegna del sospetto

di Guido Caldiron, “Il Manifesto”, 7 aprile 2017

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneQuando, nel 2004, a soli 19 anni esordì con “Kif kif domani”, diario semiserio di un’adolescente della banlieue parigina, Faïza Guène fu subito ribattezzata dalla stampa francese come la «Sagan des cités», in riferimento all’autrice di “Bonjour Tristesse”. Tredici anni più tardi, alcuni altri romanzi alle spalle che hanno contribuito a renderla una delle interpreti della nuova letteratura transalpina, nata sempre più spesso proprio tra i palazzoni di periferia, la scrittrice, cresciuta nella cité dei Courtillières, nella banlieue parigina di Pantin, pubblica il suo libro più maturo, “Un uomo non piange mai”, il Sirente (pp. 240, euro 15).

Una riflessione, in parte autobiografica, sul tema del confronto tra le generazioni e le culture osservata attraverso le vicende della famiglia di origine algerina degli Chennoun, che l’autrice presenta in questi giorni a Prato nell’ambito del Festival Mediterraneo Downtown.

Oggi la Francia va al voto, come ha vissuto questa campagna elettorale?
Sono molto confusa, nel senso che ho l’impressione che la campagna non sia stata affatto all’altezza delle sfide e dei problemi che dobbiamo affrontare. L’ho trovata cinica e pessima, pressoché priva di dignità, con un buon numero di candidati che si sono presentati malgrado avessero dei problemi seri con la giustizia.

Voterà lo stesso? E con quale spirito, specie di fronte alla minaccia rappresentata da Marine Le Pen?
Si, ed è chiaro che non voterò per Madame Le Pen. Appartengo alla generazione che ha vissuto il 2002 – quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro Chirac -, come uno shock e ricordo benissimo le manifestazioni e il sussulto democratico che scosse il paese. Oggi, invece, di fronte al fatto che l’estrema destra è arrivata di nuovo al secondo turno, la reazione di un tempo non si è più prodotta. Quasi le persone si fossero abituate o rassegnate a questa eventualità. La possibilità che il Fn possa guidare la Francia è diventata per certi versi normale, e perciò possibile.

Anche se ha sempre rifiutato di essere considerata un simbolo dei giovani delle banlieue, crede che la campagna per l’Eliseo abbia parlato anche agli abitanti dei quartieri popolari?
In effetti è sempre difficile pensare di parlare a nome degli altri, però posso dire che ho la sensazione che si considerino queste “minoranze” del paese solo per additarle come un problema, per presentarle come i responsabili maggiori delle difficoltà che attraversa la nostra società. E la campagna per le presidenziali ha confermato questa tendenza. Solo che questa volta è stato soprattutto l’Islam a finire nel mirino di molti politici. Anche se non si tratta di qualcosa di nuovo, negli ultimi mesi tutto ciò si è fatto sentire con ancora maggiore violenza. L’intera comunità musulmana è ormai guardata con sospetto.

Nel 2007, dopo la rivolta delle banlieue e l’ascesa di Sarkozy, ha contribuito al volume collettivo «Qui fait la France?» che intendeva reagire proprio al montante clima identitario. Quale il bilancio ad oggi?
Mi dispiace molto, perché mi piacerebbe dire che le cose sono migliorate, ma purtroppo non è andata così. E, guardando al clima che monta nel Paese, credo che non faranno che peggiorare ulteriormente. Dieci anni fa in quel libro ci interrogavamo proprio sulla possibilità che un maggiore accesso alla cultura e al sapere dei giovani cresciuti nelle banlieue e nelle famiglie popolari potesse produrre un cambiamento reale, riavvicinare le persone e rendere più giusta la società francese. Nutrivamo ancora grandi speranze. Oggi invece faccio davvero fatica a capire dove sono finite tutte quelle energie e quella voglia di rinnovamento. All’epoca era certo già percepibile una deriva demagogica e xenofoba, solo che poi quei discorsi si sono fatti via via più spudorati e un numero crescente di persone hanno cominciato a considerarli come qualcosa di «normale».

Lo scorso anno, dopo che il suo compagno, in Francia da 9 anni ma privo di permesso di soggiorno, era stato fermato e recluso con la minaccia dell’espulsione, lei ha scritto un breve testo intitolato «Le bruit des avions» dedicato al modo in cui sono trattati i cosiddetti «clandestini».
Si, è stato un momento talmente difficile sul piano personale che faccio perfino fatica a ritornare sulla vicenda. Ci tengo però a dire che dietro la definizione tutt’altro che neutra di «clandestino» o di «sans-papiers» si nasconde il tentativo di negare l’umanità e la vita stessa di moltissime persone. Tutto rientra poi nella diffusa ipocrisia che fa sì che queste persone che si vuole mantenere nell’«invisibilità», contribuiscano però in realtà ogni anno per milioni di euro all’economia francese. Possono essere sfruttati dai datori di lavoro anche se non hanno i documenti in tasca, ma se poi chiedono i loro diritti, allora scoppia il problema. Una situazione disgustosa.

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Faïza Guène il 6 maggio a Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 Maggio sarà a Prato in occasione del Festival Mediterraneo Downtown

Scrittura Migrante‘ Le identità e le scritture meticce di due donne che parlano dell’Europa contemporanea Sabato 6 maggio – ore 16.30  Bibilioteca Lazzerini – Sala Conferenze – Primo Piano. Incontro con Faïza Guène, autrice di “Un uomo non piange mai” e Alketa Vako, modera l’incontro  Marina Lalovic (Radio Rai 3 Mondo).

Settanta ospiti internazionali, cento volontari, trentacinque ore di programmazione tra talk show, incontri, presentazioni di libri e spettacoli: è tutto pronto per la prima edizione di “Mediterraneo Downtown”, il primo festival interamente dedicato alla scena contemporanea dell’area mediterranea.
Un’occasione unica per vivere una città come Prato, la più multiculturale della nostra regione, e anche per avere uno sguardo nuovo, originale e non stereotipato su un’area geografica, culturale, storica ed economica a cui apparteniamo.
La manifestazione coinvolgerà i luoghi principali della città: Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, il complesso della Ex Campolmi (Museo del Tessuto e Biblioteca Lazzerini), il teatro Cicognini all’interno del prestigioso e omonimo Liceo e piazza delle carceri.
I promotori del Festival 2017 sono: COSPE onlus, Comune di Prato, Regione Toscana, Libera, Amnesty International e Legambiente.

Faïza Guène nasce nel 1985 a Bobigny, in Francia, da genitori di origine algerina, e cresce a Pantin, nella banlieue “incendiaria” a nord-est di Parigi, dove conosce la realtà del sottobosco urbano che spinge poveri e immigrati all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del professore di Francese che la segue al liceo, Faïza pubblica il suo primo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diventa, così, la portavoce di un disagio tutto francese, quello dei “banlieusards”.

«Tradotta in 26 lingue, Faiza Guene si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea.»

Il Libro Una cronaca sensibile e divertente, un sottile ritratto di un’epoca, in cui tutti i parametri di riferimento sono in frantumi.“Un uomo non piange mai” racconta con garbo e sensibilità la storia di una famiglia algerina emigrata in Francia. Nato a Nizza da genitori algerini, Mourad Chennoun vorrebbe costruirsi un destino. Il suo peggior incubo: diventare un vecchio ragazzo obeso con i capelli sale e pepe, nutrito da sua madre a base di olio di frittura. Per evitare questo, dovrà emanciparsi da una pesante storia familiare. Ma è veramente nella rottura che diventerà pienamente se stesso? Senza giudizio e senza durezza, Faïza Guène si interroga sulla tradizione familiare e sulla questione della libertà.

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Ebe Pierini, “ItalNews”, 25 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

L’indomita Fairouz in bilico tra tradizione ed emancipazione nella banlieue francese

di Ebe Pierini, “ItalNews”, 25 aprile 2017

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)Nel quartiere la definiscono sfrontata. Lei si definisce fiera e indomita.

Non ero fiera di essere musulmana, ma semmai musulmana e fiera in generale.

Non è un’eroina moderna la protagonista del romanzo di Saphia AzzedineLa Mecca Phuket” (Il Sirente). Fairouz è una ragazza normale, figlia di immigrati marocchini che vive in una banlieue francese. Una di quelle che da almeno un paio d’anni a questa parte sono divenute famose perchè da lì provenivano alcuni terroristi islamici e perchè è lì che maggiormente si incancrenisce la mancata integrazione che a volte partorisce l’estremismo.

La sua è una lotta quotidiana contro la docilità, quella che le imporrebbe la sua cultura. In bilico tra la voglia di emanciparsi e l’amore per la sua famiglia. Quello stesso amore che nutre verso i suoi genitori che la spinge a mettere da parte dei soldi, con la complicità della sorella Kalsoum per regalare loro l’hajj, il pellegrinaggio islamico a La Mecca perchè possano finalmente vedere e toccare la Ka’ba e non essere più additati dai vicini in quanto ancora non hanno ottemperato ad uno dei pilastri dell’Islam.

Da un lato il senso del dovere e del rispetto e quel salvadanaio che si riempie. Dall’altro la voglia di evadere, di regalarsi un sogno. Nel mezzo c’è l’odore dei piatti tipici marocchini, c’è l’atmosfera delle banlieue, c’è la difficoltà degli immigrati di integrarsi.

Geniale l’idea dell’autrice di scegliere di attribuire ai genitori un linguaggio che è volutamente un ibrido tra il loro idioma originario e quello del Paese che li ospita. Così come è schietto, diretto, sfrontato, in alcuni momenti anche volgare il modo di esprimersi della protagonista. Ma è esso stesso ribellione ad uno schema, è esso stesso una forma di indocilità.

Un romanzo che ci costringe ad interrogarci sulla condizione delle donne che vivono in determinati contesti famigliari e religiosi. “Sono passate dalla corda per saltare al fasciatoio, senza passare dalla casella baci rubati” sentenzia con amarezza Fairouz parlando di tante ragazze provenienti da famiglie di immigrati. Lei che scandaglia a fondo anche il rapporto tra uomo e donna. “Siamo l’una la metà dell’altro, ce la giochiamo a metà e ci godiamo il risultato a metà. Nelle religioni, le donne subivano sempre di tutto, come se Dio ce l’avesse personalmente con loro per qualcosa. Ma la mela e quella storiella che ne è derivata, può convincere all’inizio. Ma poi Walt Disney ha fatto un sacco di capolavori che trasformano quella storia in una boiata. Che cosa abbiamo mai fatto che non abbiano fatto anche gli uomini, a parte generali in quande quantità?” si chiede.

Una storia che ruota attorno a questa colletta per regalare l’hajj ai genitori che si chiude con un finale inatteso. Uno stile fluido e piacevole quello della Azzadine che dimostra in questo romanzo di saper trascinare il lettore dalla prima all’ultima pagina senza annoiare mai.

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Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

La guerra raccontata attraverso i colori da un ragazzo di Aleppo

di Ebe Pierini, “ItalNews”, 12 aprile 2017

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarImprimere la guerra su tela.
Dipingerla anche col sangue vero delle vittime.
É quello che fa Adam, un ragazzino siriano di 14 anni, malato della sindrome di Asperger, orfano di madre. La sua camera piena zeppa di tele dipinte è il suo rifugio. É così che lui esorcizza il dolore, trasponendolo in un dipinto. E quando il cibo scarseggia e i morsi della fame si fanno sentire schiaccia un tubetto di colore e lo mangia.
É lui il protagonista del romanzo “Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” (il Sirente) di Sumia Sukkar, scrittrice britannica di origini siriane.
I colori e il conflitto.
Potrebbe apparire un connubio impossibile e invece diventa una chiave di lettura alternativa. Ogni sentimento, ogni stato d’animo viene associato ad una tinta e la guerra assume le sfumature del nero, del grigio, del marrone, del viola, del rosso. Adam affronta il dramma che affligge Aleppo e tutta la Siria grazie all’amore della sua famiglia, di suo padre, della sorella Yasmine, suo vero unico punto di riferimento e dei suoi tre fratelli e alla vicinanza di una gatta randagia che decide di chiamare Liquirizia. Il dolore sfiorerà più volte i membri della sua famiglia e la morte entrerà nella sua casa. A fare da cornice la descrizione di una Aleppo violata dai bombardamenti. La scuole chiuse, le case distrutte, i morti per strada, il cibo che manca, l’acqua centellinata. In questo romanzo ritroviamo la Siria che ci appare ormai dagli schermi televisivi, nei servizi dei telegiornali, nei reportage dei giornalisti.
In Adam rivivono tutti i bambini che hanno vissuto e continuano a vivere questa terribile esperienza. Lui ci ricorda anche tutte le vittime della guerra in Siria non da ultimi i bimbi morti ad Idlib per i gas delle armi chimiche. Proprio per questo il romanzo è quasi un reportage per l’attualità delle vicende che narra e per la veridicità delle vite che contiene.

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