Così l’angelo nero di Buñuel a Roma scrisse le sue prigioni5′ di lettura

Quarta di copertina 

di Mar­co Cica­la (da Il Vener­dì di Repub­bli­ca, 21/12/2007) 

Oltre che con il regi­sta spa­gno­lo, Pier­re Clé­men­ti ave­va lavo­ra­to con Ber­to­luc­ci e Paso­li­ni. Vive­va in Ita­lia da anti­di­vo. Ma un gior­no, come rac­con­tò in un libro ora ripub­bli­ca­to, finì a Regi­na Coe­li per dro­ga. Uscì un anno e mez­zo dopo. Ma mai davvero.
 SPESSO LE ROGNE arri­va­no la mat­ti­na pre­sto. Come gli uffi­ci giu­di­zia­ri. O quel­li del recu­pe­ro cre­di­ti. O gli sbir­ri. Che il 24 luglio del 1971 irrom­pe­va­no nell’abitazione roma­na dell’attore Pier­re Clé­men­ti e, dopo per­qui­si­zio­ne, se lo por­ta­va­no via in manet­te. Insie­me a pochi gram­mi di cocai­na e qual­che bri­cio­la di hashish tro­va­ti, pare, nell’appartamento. È il pri­mo atto di una vicen­da non meta­fo­ri­ca­men­te kaf­kia­na che dure­rà diciot­to mesi. Tan­ti ne pas­sò in gale­ra l’attore-icona del­la con­tro­cul­tu­ra, fac­cia d’angelo ribel­le che con­qui­stò Buñuel, Ber­to­luc­ci, Pasolini.

Due anni dopo la scar­ce­ra­zio­ne e il ritor­no coat­to in Fran­cia, Pier­re Clé­men­ti rac­con­tò quell’esperienza in un pic­co­lo libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, che ades­so vie­ne ripub­bli­ca­to in ita­lia­no col tito­lo Pen­sie­ri dal car­ce­re. Lace­ran­te reso­con­to auto­bio­gra­fi­co-esi­sten­zia­le, rifles­sio­ne sul siste­ma peni­ten­zia­rio, ma anche invo­lon­ta­rio spac­ca­to di un’Italia, quel­la dei pri­mis­si­mi 70, for­mi­co­lan­te di beat­niks e neo­fa­sci­sti, livo­ri pro­le­ta­ri e para­no­ie per­be­ni­ste, vec­chi mala­vi­to­si arti­gia­na­li e nuo­vi fac­cen­die­ri all’avanguardia.

Nel ’71 vie­ne sve­la­to il ten­ta­to gol­pe Bor­ghe­se, s’infiammano i tumul­ti mis­si­ni a Reg­gio Cala­bria, nasce il quo­ti­dia­no il mani­fe­sto, scop­pia lo scan­da­lo degli appal­ti Anas (una paleo tan­gen­to­po­li), Cefis espu­gna i ver­ti­ci del­la Mon­te­di­son, entra in vigo­re l’Iva, Gio­van­ni Leo­ne è elet­to pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca anche gra­zie ai voti del Msi. Anno­ta Clé­men­ti, can­di­da­men­te: «Ave­vo let­to da qual­che par­te che Gio­van­ni Leo­ne, il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca ita­lia­na, era sta­to avvo­ca­to, e mi dice­vo: ecco uno che ha pote­re e cono­sce la real­tà del­le car­ce­ri. Farà qual­co­sa…». E inve­ce, impu­ta­to si alzi: «Ai sen­si del­la leg­ge nume­ro… lei è accu­sa­to di deten­zio­ne e uso di stu­pe­fa­cen­ti, aven­do il rap­por­to di poli­zia sta­bi­li­to…». Due anni di reclusione.

Clé­men­ti ama l’Italia «paso­li­nia­na» dei bul­let­ti fra­gi­li e spa­val­di, del­le mam­me arcai­che, dei ter­ro­ni inur­ba­ti, del­le mogli gene­ro­se ma ven­di­ca­ti­ve («San­no bene che qual­che vol­ta l’uomo va con una put­ta­na. Ma poi tor­na. E, se non tor­na, strap­pa­no ciò che difen­de­va­no. Impaz­zi­sco­no. Nel­le car­ce­ri ita­lia­ne ci sono cen­ti­na­ia di Medee». Ama quan­to resta del­la savia e scol­lac­cia­ta ple­be capi­to­li­na, quel­la che per seco­li ha can­ta­to il car­ce­ra­to come un eroe a metà tra Vir­gi­lio e Gioac­chi­no Bel­li («Dal cor­ti­le del­la pri­gio­ne si scor­ge una ter­raz­za del­la cit­tà dove ogni saba­to le mogli, le fidan­za­te e le put­ta­ne dei dete­nu­ti ven­go­no a mostrar­si nude, por­tan­do loro un po’ di con­so­la­zio­ne»). Ama que­ste sco­rie di un’umanità in via di spa­ri­zio­ne. E, da die­tro le sbar­re, gli piac­cio­no anco­ra di più. Regi­na Coe­li è Roma: «Per quan­to spes­se ne sia­no le mura… Essa è attra­ver­sa­ta dal­la vita del­la cit­tà, dai suoi rumo­ri, dai suoi odo­ri e per­si­no dal­le sue visioni».

Ma più toc­can­te è for­se la rie­vo­ca­zio­ne dell’universo giu­di­zia­rio di que­gli anni. Imma­gi­na­te­vi una spe­cie di Rim­baud-hip­pie fini­to da Pari­gi den­tro un’aula di tri­bu­na­le roma­no nel ’71: un suk toga­to fat­to di avvo­ca­tic­ci para­cu­li col ghi­gno di Vit­to­rio Gass­man, giu­di­ci col cipi­glio di Gino Cer­vi rima­sti lì dal Ven­ten­nio, cara­bi­nie­ri coi baf­fi di Tibe­rio Mur­gia o Vit­to­rio De Sica.

De Sica che, insie­me a Fel­li­ni, andò a depor­re in dife­sa di Clé­men­ti. Ma nien­te da fare. Per­ché il bel Pier­re è un tipo stra­no, trop­po stra­no per un posto come Roma che, mal­gra­do l’atavica non­cu­ran­za, resta pur sem­pre un pae­so­ne. Dove la gen­te mor­mo­ra. I vici­ni pro­te­sta­no. Nel­la casa in cui abi­ta Clé­men­ti fa festa fino all’alba. Si incro­cia­no ragaz­ze nude sul pia­ne­rot­to­lo. Gri­da d’amore risuo­na­no. Poco impor­ta se l’imputato si pro­cla­mi inno­cen­te, occa­sio­na­le fuma­to­re di hashish ma con­tra­rio alle dro­ghe («Non sono un viag­gio ma una pri­gio­ne»): Clé­men­ti Pier­re, «nato il 28 set­tem­bre 1942 a Pari­gi, XIV arron­dis­se­ment, alle sei del mat­ti­no» da padre igno­to e madre por­tie­ra, ha capel­li lun­ghi e bar­ba, per­so­na­li­tà e con­dot­ta che «dimo­stra­no una pre­di­spo­si­zio­ne fisi­ca e psi­co­lo­gi­ca alla deten­zio­ne e al con­su­mo di stupefacenti».

Ha lavo­ra­to con regi­sti di fama, ma in film che all’epoca si chia­ma­va­no d’essai, per­ciò non ha un sol­do. Il che lo ren­de mas­si­ma­men­te sospet­to. In car­ce­re si arro­vel­la, imba­sti­sce teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste («L’anarchico Val­pre­da si tro­va­va in gale­ra, da tem­po si era cer­ti del­la sua inno­cen­za e la stam­pa dava gran­de rial­to a que­sto scan­da­lo… L’apparato di Sta­to ita­lia­no ave­va biso­gno di un diver­si­vo»), spe­ra, pro­te­sta, si tor­men­ta («Il regi­me peni­ten­zia­rio è la nega­zio­ne dell’essere uma­no… Signi­fi­ca far tor­na­re l’uomo allo sta­to di feto, per­ché si ricon­ver­ta in mac­chi­na ben­pen­san­te… L’individuo che esce di pri­gio­ne è minu­zio­sa­men­te fab­bri­ca­to per far­vi ritor­no»). Con­si­de­ra­zio­ni che rie­cheg­gia­no il dibat­ti­to di que­gli anni sul car­ce­re, l’istituzione tota­le, Gof­f­man, Focault… E che, le si con­di­vi­da o no, ci ricor­da­no quan­to oggi la rifles­sio­ne sul­la pri­gio­ne sia spa­ven­to­sa­men­te latitante.

Per Buñuel, Clé­men­ti fu il dia­vo­lo-ange­lo del­la Via lat­tea e lo sprez­zan­te aman­te tut­to cuo­io del­la Deneu­ve in Bel­la di gior­no. Per Ber­to­luc­ci lo sdop­pia­to rivo­lu­zio­na­rio di Part­ner e lo chauf­feur omo­sex del Con­for­mi­sta. Per Paso­li­ni il can­ni­ba­le di Por­ci­le. In Ita­lia ini­ziò col Gat­to­par­do di Viscon­ti, rac­co­man­da­to da Alain Delon. Dis­se no a Fel­li­ni per Saty­ri­con. Lavo­rò con la Cava­ni, Glau­ber Rocha, Janc­sò, Maka­ve­jev, Ivo­ry… Alla fine uscì dal car­ce­re per insuf­fi­cien­za di pro­ve. Ma in fon­do non ne ven­ne più fuo­ri. Nem­me­no con quel libro, quel­lo sfo­go tera­peu­ti­co. È mor­to a Pari­gi nel ’99 per un tumo­re al fegato.

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