Downtown Cairo2′ di lettura

Al Cai­ro c’è sem­pre traf­fi­co, sem­pre rumo­re, le per­so­ne sono sem­pre in movi­men­to. Con que­sto suo carat­te­re dina­mi­co il Cai­ro sem­bra distac­car­si da mol­te altre cit­tà del mon­do ara­bo, rilas­sa­te e con­tem­pla­ti­ve, che sen­za fret­ta vivo­no i loro gior­ni. Que­sta mega­lo­po­li così affol­la­ta è un con­ti­nuo miscu­glio di vec­chio e nuo­vo, una fon­te ine­sau­ri­bi­le di con­trad­di­zio­ni, con­ta­mi­na­zio­ni, siner­gie, sor­gen­ti ine­stin­gui­bi­li di ispi­ra­zio­ni. Per la sua stra­na con­for­ma­zio­ne il Cai­ro ti diso­rien­ta, il Nilo divi­de la cit­tà in modo asim­me­tri­co e scor­re ver­so nord e que­sto a vol­te rap­pre­sen­ta un ele­men­to di con­fu­sio­ne, cam­mi­nan­do per il cen­tro – Down town – o come lo chia­ma­no gli egi­zia­ni Wist el-Balad, è faci­le per­der­si. Attra­ver­san­do Wist el-Balad si incon­tra­no una serie di piaz­ze cir­co­la­ri, tut­te simi­li e tut­te con al cen­tro una sta­tua di un gran­de per­so­nag­gio impor­tan­te per la sto­ria dell’Egitto. Que­ste piaz­ze cir­co­la­ri e l’asimetria del per­cor­so del Nilo fan­no sì che le stra­de al Cai­ro non sia­no mai paral­le­le, seb­be­ne si abbia sem­pre l’impressione con­tra­ria. Wist el-Balad è il cuo­re dina­mi­co e gio­va­ne del Cai­ro, ed è anche il nome di un grup­po musi­ca­le mol­to cono­sciu­to che si rispec­chia con la vita di que­sto quar­tie­re. La loro musi­ca Jazz è un con­ti­nuo incon­trar­si di sono­ri­tà occi­den­ta­li (vaga­men­te spa­gno­le) e rit­mi orien­ta­li, così come Wist el-Balad è un luo­go vita­le e pro­dut­ti­vo di incon­tro tra arti­sti e crea­ti­vi di ogni gene­re egi­zia­ni e occi­den­ta­li voglio­si di comu­ni­ca­re e capi­re un mon­do diver­so. Que­sto mélan­ge ara­bo-occi­den­ta­le si ritro­va al caf­fè Hur­reia (Liber­tà). Il caf­fè Hur­reia è uno dei pochi loca­li al Cai­ro, come dice lo stes­so nome, dove ven­go­no ser­vi­te, libe­ra­men­te e con disin­vol­tu­ra bevan­de alco­li­che (soprat­tut­to la bir­ra Stel­la prin­ci­pa­le mar­ca loca­le), anche a clien­ti egi­zia­ni. Un anti­co e spa­zio­so caf­fè con sedie e tavo­li­ni in legno e una serie infi­ni­ta di spec­chi che riflet­to­no con­ti­nua­men­te i visi di que­ste per­so­ne; gli atti­mi di que­sti incon­tri e le idee che si muo­vo­no e si scam­bia­no tra due mon­di e due cul­tu­re, fra una bir­ra e un tè. Gli arti­sti egi­zia­ni (docu­men­ta­ri­sti, atto­ri, coreo­gra­fi, pit­to­ri.. ecc), si lamen­ta­no del­la poca con­si­de­ra­zio­ne che han­no all’interno del­la socie­tà. Il pub­bli­co non li capi­sce, e il gover­no non li aiu­ta, finan­zian­do solo i pro­dot­ti arti­sti­ci alta­men­te com­mer­cia­li. La cul­tu­ra è deci­sa­men­te l’ultima ruo­ta del car­ro per il rais egi­zia­no e il suo staff. La mag­gior par­te di que­sti arti­sti, segue uno sti­le indi­pen­den­te, spe­ri­men­ta­le. Han­no una linea flui­da, disin­can­ta­ta e anco­ra­ta al pre­sen­te, i loro lavo­ri che ho avu­to la pos­si­bi­li­tà di apprez­za­re: sono mol­to inte­res­san­ti. Mi augu­ro che tut­te que­ste idee, que­sto vive­re e sen­ti­re egi­zia­no, così ben rap­pre­sen­ta­to da que­ste ope­re non riman­ga solo un rifles­so nei vec­chi spec­chi del caf­fè Hur­reia, ma che rie­sca ad espa­tria­re e ad ave­re un’eco al di fuo­ri di que­sti confini.

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