Shadow
Estratti / Excerpts
Shadow

Selma Dabbagh

FUORI DA GAZA

OUT OF IT

ISBN 9788887847567

Shadow

Erano tempi terribili, ma quell’e-mail cambiò tutto.
I bagliori erano iniziati la sera prima, verso le 8.00, Rashid ne era certo, preceduti soltanto da insistenti e distruttivi colpi d’arma da fuoco, da qualche parte, nell’oscurità. Il suo grado di percezione, a quell’ora, era abbastanza alterato dalle foglie di Gloria cosicché, quando erano cominciati i bagliori, lui era ormai fatto, l’aria secca intrisa di fumo tossico e quelle luci cadenti, seppur svanite da un bel po’, continuavano a girargli intorno agli occhi. Quando presero a martellarli con la roba pesante (Baadoom! Baadoom!), era ormai strafatto, in uno stato in cui, talvolta, dopo tutti quei balbuzienti colpi d’arma da fuoco, si trovava a desiderare che le esplosioni prorompessero dal fondo del suo stomaco: Dai, fatelo e basta, perché non lo fate? Dai su, uscite fuori! Poi c’era stato un missile, con una luce così splendente da illuminare l’intera Striscia, fino su alla recinzione. Il fumo si era levato verso il cielo e diffuso lungo il suolo vicino alle luci.
L’attacco all’ospedale fu probabilmente mezz’ora dopo i bagliori, forse di più. Era come se gli avesse strappato fuori le budella e poteva essere successo, proprio quando se l’era perso. Aveva un’immagine nitida di quel momento, del luogo in cui si era permesso di andare. Un istante di contatto con l’anima, che gli si era impresso nella mente. Si era ritrovato ad arrampicarsi sul tetto fino alle cisterne dell’acqua, per deridere le teste di locusta degli elicotteri: Hey voi! Potete vedermi? Qui sul tetto! Mi vedete?
Quello era stato il momento. Dopo non ricordava più nulla. Solo quello. Poi il vuoto. Fatto, era totalmente fatto. La densità del suo sballo era ancora lì come muffa sotto la fronte.
Si era risvegliato sotto il letto a gambe divaricate, come colpito a morte, con la faccia e le piastrelle del pavimento sigillate insieme da una membrana di saliva. Riprese i sensi con un forte mal di testa che gli diceva che doveva soffrire, lui che non era altro che una disgrazia, un dannato buono a nulla e via dicendo.
Tutto questo apparteneva all’istante in cui si era svegliato, ma ora, quindici minuti più tardi, era un uomo nuovo e da qualche parte diverso. Non gli interessava più l’umiliazione di aver perso i sensi sotto il letto. Questo era prima di avere effettuato il log in ed averla scaricata. Era prima di averla trovata lì. Di averla qui.
L’e-mail aveva cambiato tutto.
Era stato trasformato.
Ora se ne stava in piedi di fronte allo specchio del bagno, nudo fino alla cintola, il viso bagnato, le braccia aperte. Supremo.
Eccolo qui, a riflettere su se stesso: l’uomo eterno in un corpo da giovane. Gli avambracci, il viso e il collo erano più scuri del resto, ma Rashid ignorò la pelle giallognola che, sul torace, tagliandogli le braccia, dava forma al fantasma di una maglietta; tralasciò anche i muscoli flaccidi. C’erano giorni in cui avrebbe pensato alla parola sciupato, emaciato, quasi percependo il restringersi della propria carne sottopelle. Questa mattina vedeva solo le clavicole che la incorniciavano, la discesa in picchiata di bicipiti e tricipiti sulle braccia, lo stomaco ben definito senza alcun allenamento e la macchia di peli scuri dall’ombelico fino ai jeans. “Il sentiero per il paradiso”, aveva detto Lisa seguendone le tracce con il polpastrello, “il sentiero per il paradiso”.
E al pensiero di lei, della sua risata, Lisa! tutto gli esplose di nuovo da dentro e poté sentirsi volare, su, su, fuori da tutto questo. Poté vedere se stesso volare via, un tuffatore olimpionico al contrario, Icaro nel cielo, Gesù su una collina – la visione era confusa – volava in alto, fuori, al di sopra di tutto.
Tutto cosa?
Tutta questa ossatura. Sapeva che aspetto avesse la Terra da lassù: come un corallo essiccato, increspato, compartimentato e sabbioso. Lo sapeva, dato che aveva seguito con il dito le immagini satellitari quando sognava di scappare. Da lassù centinaia e migliaia di abitazioni erano ridotte a dei graffi su un osso. Da quell’altezza la linea che li recintava, sarebbe stata a malapena visibile, tantomeno i checkpoint, non da lassù, ma anche da una distanza stratosferica, il contrasto con l’altra parte sarebbe estremo. Dall’altra parte, quella parte, il luogo da cui provenivano, che era stato loro, quello che non gli era più permesso nemmeno visitare, non c’erano ossa, ma una coperta: un’elaborata coperta dal design modernista. Una fantasia di linee, cerchi e strisce, ogni forma perfettamente colorata come se riempita con la punta di un cursore, premendo un tasto. Terra marrone qui, un pizzico di verde militare là, un po’ di linee color ruggine per definire il confine. Quella parte scintillava. Pannelli solari e piscine luccicavano al sole.
Vadano al diavolo.
Vadano al diavolo.
Lui ne era fuori.
Un balzo, un altro e poi un altro ancora, e visto che non vola, ora sta saltando sopra il mare, il Mare Bianco, al Bahr al Abyad, il Mediterraneo. Così blu e vivo, con pesci e delfini che saltano, che si lanciano come lui: su, in alto nel cielo, fuori da tutto quanto e lontano da lì.
Proprio dannatamente fuori da lì.
Fuori da qui.
Per sempre.
Be’, almeno per un anno.

Shadow

These were terrible times, but the email changed everything.
The night before the flares had started at around eight, Rashid was sure of that much. Before them, there had just been the insistent tattering of gunfire somewhere in the background. His perception was cushioned and brightened by Gloria’s leaves by then, so that when the flares actually kicked off, he had been stoned making the dry air fill with toxic smoke and the falling lights squirm around on his eyeballs long after they had faded.
By the time the heavy stuff (Baadoom! Baadoom!) had pounded in on them he had been well and truly blitzed and in that state he sometimes found himself almost willing those bottom-of the-stomach explosions to burst forth after all that stuttering gunfire: just do it, why don’t you? Go on, come out with it! There had been a missile with a light so bright it lit up the whole strip, right up to the fence. Smoke had blown back at the sky and seeped along the ground close to the lights.
The strike on the hospital was possibly half an hour after the flares, maybe more. It felt as though it had taken out his guts with it. That could have been when he had really lost it. There was a vivid point of being where he had let himself go. It was imprinted on his mind, an instant of reaching in his soul, when he had found himself leaping up on the roof next to the water tanks, teasing the locust heads of the helicopters. Hey you! Can you see me? Here on the roof! Can you see me?
That was the moment. He could not remember anything after that. That was it. Blank. Stoned, utterly stoned. The thickness of it was still there like a fungus under his forehead.
He had awoken with his legs splayed out under his bed in imitation of a shot man, face and floor tiles sealed together by a membrane of spittle. He came to with a headache, that told him that he should suffer as he was a disgrace, was good for so damn little and so on and so forth.
This had been when he woke up.
But now, fifteen minutes later, he was something new and somewhere different. He no longer cared about any of the indignity that could be associated with passing out under his bed. All that was before he had logged on and downloaded. Before finding it there. Having it here.
The email had changed everything.
He had been transformed.
Now he stood in front of the bathroom mirror, bare to the waist, face wet, arms spread. Supreme.
Here he was, reflected back at himself: the eternal man in a body of youth. His forearms, face and neck were darker than the rest of him, but Rashid ignored the sallow skin that created the ghost of a T-shirt over his chest, the one that cut across his arms. He disregarded the underdeveloped muscle tone and there were days when he would think the word wasted, wasted, and feel his flesh shrinking under the surface of his skin. This was a morning when he saw only his collarbones that framed it all, the swoop of biceps and triceps on his arms, the stomach definition that needed no work for it to stay like that and the scrub of dark hair from his navel down to his jeans. ‘Pathway to heaven,’ Lisa had said tracing along it with her fingertip, ‘path way to heaven.’
And at the thought of her, her laugh, Lisa! It exploded within him again and he could feel himself fly, up, up, out of all of this.
See himself fly, an Olympic diver in reverse, Icarus in the sky, Jesus on a hill — it was all confused — fly up, out, over all this.
All this what?
All this bonery. He knew how the earth would look from up there: like dried-out coral, ridged, chambered and sandy. He knew as he had traced his finger over the satellite pictures of it when dreaming of escape. From up there it was hundreds and thousands of habitations reduced to scratches on a bone. At that height, the line that fenced them in would barely be made out, nor would the checkpoints, not from up there, but even from that stratospheric distance, the contrast with the other side would be stark. On the other side, that side, the place they came from, that had been theirs, the one that they weren’t allowed to even visit any more, it wasn’t bones, but a blanket: an elaborate blanket of modernist design. It was patterned with rows, circles and stripes, each shape coloured absolutely as though painted with the tip of a cursor and the press of a button. Mud brown here, a dash of hunting green there, some rust coloured lines for border definition. That side glinted. Solar panels and swimming pools twinkled in the sun.
To hell with them.
To hell with them.
He was out of there.
Flip, flip, flip for he doesn’t fly, he is flipping now over the sea, the White Sea, al bahr al abyad, the Mediterranean, and it’s so blue and alive with fish and dolphins leaping, leaping like him: over, up, out of it all, into the sky and away.
Right the hell out of there.
Out of here.
For ever.
Well, at least for a year.