Giuseppe Acconcia, “Nazione Indiana” (12 agosto 2017)5′ di lettura

VITA: ISTRUZIONI PER L’USO di Ahmed Nàgi

Nagi, Vita: Istruzioni per l’uso. La natura cruda e sentimentale del Cairo

di Giu­sep­pe Accon­cia, “Nazio­ne India­na” (12 ago­sto 2017)

Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed NàgiAhmed Nagi nel libro “Vita: Istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, 266 pag., 18 euro) rac­con­ta il Cai­ro come pochi auto­ri egi­zia­ni han­no sapu­to fare negli ulti­mi decen­ni. Lo scrit­to­re, auto­re tra le altre ope­re di “Rogers” (2010), è sta­to con­dan­na­to a due anni, e in segui­to rila­scia­to, per il lin­guag­gio “osce­no” dei suoi roman­zi. Un testo post-moder­no che sfi­da qual­sia­si pre­con­cet­to sul Cai­ro, ne resti­tui­sce atmo­sfe­re sur­rea­li al limi­te del­la nou­vel­le vague, sul­la scia di pel­li­co­le di suc­ces­so, come in “The last days of the city” di Tamer el-Sayed che rac­con­ta con gli occhi di un grup­po di gio­va­ni il cen­tro nove­cen­te­sco del­la capi­ta­le egi­zia­na. “Nel­la mia infan­zia, tut­ti i miei ami­ci era­no affa­sci­na­ti dal mito di un mon­do glo­ba­liz­za­to. Ma ho cer­ca­to di supe­ra­re gli ste­reo­ti­pi, intro­dur­re la liber­tà di scel­ta nel­la nuo­va socie­tà glo­ba­liz­za­ta. E così, mostro la com­ples­si­tà del­la nostra moder­ni­tà andan­do da Toni Negri ai fast food”, mi ave­va spie­ga­to Ahmed Nagi in uno dei nostri ulti­mi incon­tri in occa­sio­ne di un’intervista che ave­vo rea­liz­za­to per il quo­ti­dia­no egi­zia­no al-Ahram.

La vicen­da di Bas­sam Bah­gat, docu­men­ta­ri­sta ingag­gia­to per rac­con­ta­re i muta­men­ti urba­ni­sti­ci strut­tu­ra­li del­la capi­ta­le egi­zia­na, è rac­con­ta­ta in fram­men­ti, inter­val­la­ti dal­le illu­stra­zio­ni di Ayman al-Zor­qa­ni. Il dia­rio sen­ti­men­ta­le del pro­ta­go­ni­sta, che mol­to ha a che fare con l’esperienza quo­ti­dia­na dell’autore tra la cit­tà satel­li­te di 6 Otto­bre e il cen­tro del Cai­ro, descri­ve incan­te­vo­li don­ne, Papri­ka, Mona Mei e Rim, e le pia­ce­vo­li e incan­ta­te gior­na­te di ses­so (o un’amicizia sug­gel­la­ta da “san­gue mestrua­le e sper­ma sec­co”), tra­scor­se con gran­de natu­ra­lez­za, men­tre il Cai­ro ine­so­ra­bil­men­te è sot­to­po­sta ai muta­men­ti più radi­ca­li. “Se per gli indi­vi­dui maschi del Cai­ro la vita è un incu­bo, per le don­ne è una real­tà infer­na­le cui è impos­si­bi­le sfug­gi­re”. La cit­tà vie­ne descrit­ta nei suoi aspet­ti più cru­di e fan­ta­sti­ci: un luo­go dove alcu­ni si sono dimen­ti­ca­ti cosa sia un “sor­ri­so”, un “ricet­ta­co­lo d’odio, la mate­ria pri­ma dell’odio e del­la mise­ria”. Eppu­re chi ha pen­sa­to tut­to que­sto (il Cai­ro) non pote­va che esse­re un “pastic­cie­re”.

Lo sco­po del rac­con­to è met­ter­si alle spal­le que­sta dispe­ra­zio­ne, for­se è anche il segre­to del­le rivol­te del 2011, per ren­de­re la vita “più pia­ce­vo­le e meno mise­ra”. Eppu­re il nasco­sto e il non det­to è sem­pre più for­te di quel­lo che emer­ge in super­fi­cie. Que­sto sot­to­suo­lo resta invi­si­bi­le per una sor­ta di inte­sa tra “poli­ti­ca, reli­gio­ne e socie­tà civi­le” che impe­di­sco­no che que­sto vol­to segre­to del­la cit­tà ven­ga a gal­la. L’osservatore non può fer­mar­si alla visio­ne di mise­ra­bi­li che “attra­ver­sa­no stra­de affol­la­te da don­ne rico­per­te da stra­ti di abi­ti e stof­fe”. Ognu­no deve impa­ra­re a sue spe­se a deci­fra­re que­sti luo­ghi: a otte­ne­re la pro­pria “chia­ve per­so­na­le”. E il Cai­ro è una cit­tà così varie­ga­ta da tene­re insie­me i grup­pi più dispa­ra­ti di per­so­ne: da fana­ti­ci reli­gio­si a omo­ses­sua­li, da gio­va­ni arti­sti agli scam­bi­sti di Imba­ba, dai bam­bi­ni di stra­da ai fana­ti­ci del­la for­ma fisi­ca, dagli uomi­ni d’affari obe­si ai can­tan­ti popo­la­ri.

L’esperienza sen­so­ria­le al Cai­ro è con­ti­nua, tota­liz­zan­te e tesa. “Quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti”. Una cit­tà dove il nego­zia­to tra pos­si­bi­le e impos­si­bi­le non si fer­ma mai. “Vedem­mo inte­ri quar­tie­ri vive­re gra­zie alla cor­ren­te elet­tri­ca pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lam­pio­ni del­la stra­da prin­ci­pa­le”.

Eppu­re il vero inten­to del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” di cui Bah­gat è solo un mero ese­cu­to­re è quel­lo di distrug­ge­re defi­ni­ti­va­men­te il Cai­ro e crea­re una nuo­va cit­tà dal­la for­ma futu­ri­sta e com­mer­cia­le: pro­get­to non lon­ta­no dagli annun­ci post-moder­ni del san­gui­na­rio pre­si­den­te egi­zia­no al-Sisi. Se fos­se per Bah­gat e per il suo ami­co Ihab Has­san il vero cam­bia­men­to che la cit­tà dovreb­be subi­re sareb­be la ten­sio­ne ver­so l’eliminazione del degra­do e del­la mar­gi­na­liz­za­zio­ne a cui sono costret­ti alcu­ni suoi abi­tan­ti, a par­ti­re dal cam­bia­men­to del cor­so del Nilo e del­la sua for­ma. Ma que­sti aspet­ti solo in par­te risal­ta­no dal­le pagi­ne del libro. Ahmed Nagi con­ti­nua inve­ce a indu­gia­re in rac­con­ti sem­pre sor­pren­den­ti sul­la mega­lo­po­li, sui suoi abi­tan­ti e le loro abi­tu­di­ni amo­ro­se. “La pri­ma vol­ta, la feci veni­re suc­chian­do­la sen­za mai fer­mar­mi, poi entram­mo in came­ra da let­to e facem­mo l’amore con len­tez­za”. Ma anche di odo­ri nau­sea­bon­di nei bar di Moqat­tam, come la puz­za di “fega­to frit­to in olio da moto­re che si dif­fon­de­va nell’atmosfera come una nube cari­ca di piog­gia”. O di rela­zio­ni ine­di­te che richia­ma­no una vita pari­gi­na: “Sen­tii per la pri­ma vol­ta che que­sto tipo di rela­zio­ne, in cui il ter­zo ele­men­to è appe­so a un filo che tie­ne lega­te real­tà e illu­sio­ne, era ciò che mi avreb­be appa­ga­to”.

Eppu­re que­sta ten­sio­ne così irra­zio­na­le di una cit­tà e dei suoi abi­tan­ti avreb­be di là a poco con­ces­so tut­to ad una neces­si­tà mol­to più uma­na e pigra: quel­la del­la “sicu­rez­za”. E se al Cai­ro “non pote­va capi­tar­le nul­la di peg­gio del­lo sta­to in cui ver­sa­va”, un biso­gno pri­ma­rio in tem­pi pre­ca­ri ma anche una leva per giu­sti­fi­ca­re qual­sia­si cosa agli occhi del pro­fa­no l’avrebbe di lì a poco tra­sfor­ma­ta di nuo­vo. E così l’unico rife­ri­men­to vero alle pro­te­ste del 2011 appa­re in rela­zio­ne alla cam­pa­gna “No”, con­tro la dichia­ra­zio­ne costi­tu­zio­na­le, volu­ta dal­la giun­ta mili­ta­re ma con­te­sta­ta dai gio­va­ni rivo­lu­zio­na­ri.

Nono­stan­te ciò, è sem­pre il Cai­ro a det­ta­re modi e tem­pi del cam­bia­men­to. “Tu eri schia­vo del­la cit­tà e pri­ma che lei ti si con­ce­des­se, dove­vi ven­der­ti l’anima con un pat­to fir­ma­to col san­gue e col cuo­re”. E tra le prio­ri­tà di Nagi c’è sem­pre il ten­ta­ti­vo di richia­ma­re un cer­to disprez­zo ver­so gli isla­mi­sti che poi avreb­be­ro pre­so solo figu­ra­ti­va­men­te le redi­ni del pote­re: “Sca­ra­fag­gi nel­le fogne del Cai­ro e sul loro rap­por­to coi sor­ci di New York, e sull’effetto di tale rela­zio­ne sul­la nasci­ta di movi­men­ti isla­mi­sti in Medio Orien­te”.

Fino agli incon­tri che ren­do­no la vita così affa­sci­nan­te come quel­lo tra due pesca­to­ri, uno dei qua­li in bol­let­ta pro­prio il gior­no del­la nasci­ta del­la sua pri­ma figlia. “Get­ta l’amo e te ne ver­rà del bene”. Bastò que­sta fra­se per ritro­var­si in tasca 300 ghi­nee (cir­ca 40 euro): per­ché in alcu­ni gior­ni al Cai­ro è pos­si­bi­le dav­ve­ro qual­sia­si cosa! Eppu­re il Cai­ro è sem­pre rima­sta “indif­fe­ren­te alle vite dei suoi abi­tan­ti”. Ed è pro­prio que­sto pro­fon­do sen­so di soli­tu­di­ne ad aver for­se ispi­ra­to l’autore a rac­con­ta­re in modo così auten­ti­co e disil­lu­so la sua cit­tà per­ché in fon­do è il “dolo­re” sem­pre il più “poten­te moto­re per la scrit­tu­ra”.

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