Shadow

Estrat­ti / Excerpts 

Shadow

Abbas Khider

I MIRACOLI

DER FALSCHE INDER
THE INDIAN VILLAGE

ISBN 9788887847581

Shadow

Giu­ro su tut­te le crea­tu­re visi­bi­li e invi­si­bi­li: ho set­te vite. Come un gat­to. Anzi no, ne ho addi­rit­tu­ra il dop­pio. I gat­ti potreb­be­ro diven­ta­re ver­di dall’invidia. Nel­la mia vita i mira­co­li sono sem­pre acca­du­ti all’ultimo minu­to. Io ci cre­do, ai mira­co­li. A que­ste inso­li­te ecce­zio­na­li­tà per le qua­li sem­pli­ce­men­te non c’è altra defi­ni­zio­ne. Uno dei miste­ri del­la vita. Que­sti mira­co­li han­no mol­to in comu­ne con le coin­ci­den­ze, ma non pos­so nep­pu­re defi­nir­li coin­ci­den­ze per­ché que­ste ulti­me non capi­ta­no di fre­quen­te. Un caso è un caso, per bana­le che pos­sa suo­na­re. Si può par­la­re di una, mas­si­mo due gran­di casua­li­tà nel­la vita, ma non cer­to di una gran quan­ti­tà di avve­ni­men­ti for­tui­ti. Ci sono quin­di even­ti che sono mira­co­li, e non coin­ci­den­ze: così mi per­met­to di teo­riz­za­re, pur sen­za segui­re una logi­ca ari­sto­te­li­ca. Non sono una per­so­na super­sti­zio­sa, non cre­do all’ultraterreno né all’occulto. Nel cor­so del­la mia vita ho, per così dire, svi­lup­pa­to il mio per­so­na­le orien­ta­men­to reli­gio­so, adat­to a me sol­tan­to. Asso­lu­ta­men­te indi­vi­dua­le. Ad oggi, per esem­pio, io vene­ro gli pneu­ma­ti­ci. Sì, i coper­to­ni del­le auto! Per me non sono sol­tan­to i pie­di del­le mac­chi­ne, sono ange­li custo­di. Lo so, non deve suo­na­re del tut­to sen­sa­ta come affer­ma­zio­ne, dato che mol­ta gen­te ci ha lascia­to la vita, sot­to gli pneu­ma­ti­ci. Ma uno pneu­ma­ti­co può anche sal­var­ti la vita. Ed è così che ha avu­to ini­zio il pri­mo mira­co­lo.
Ero a Bagh­dad, in car­ce­re. Tro­var­si in gale­ra a Bagh­dad non è affat­to un mira­co­lo, e negli anni Novan­ta era per­fet­ta­men­te nor­ma­le. Men­tre ero lì ven­ne anche il gior­no di un viag­gio inat­te­so. Un viag­gio indi­men­ti­ca­bi­le. Le guar­die riu­ni­ro­no tut­ti i dete­nu­ti, li amma­net­ta­ro­no, li ben­da­ro­no con un pan­no nero e li sti­pa­ro­no in diver­se auto. I vei­co­li si mos­se­ro len­ta­men­te. Era tut­to buio. Avver­ti­vo sol­tan­to il respi­ro dei miei com­pa­gni di pri­gio­ne e il bat­ti­to del mio cuo­re. Sen­ti­vo il sudo­re degli altri e i loro vec­chi vesti­ti madi­di. Dopo una mez­za eter­ni­tà, nel­le mie orec­chie si insi­nuò un inces­san­te bru­sio di voci, insie­me al rom­bo di mil­le moto­ri. Final­men­te pote­vo di nuo­vo ascol­ta­re la nor­ma­le vita quo­ti­dia­na del­la mia cit­tà. Gli schia­maz­zi dei bam­bi­ni, la musi­ca ad alto volu­me dai nego­zi di dischi, le gri­da dei ven­di­to­ri ambu­lan­ti per stra­da: «Pomo­do­ri fre­schi, lat­tu­ga, frut­ta e ver­du­ra, tut­to fre­sco!». Di lì a poco, l’unica cosa che riu­sci­vo a per­ce­pi­re era il ven­to, che fru­sta­va le fian­ca­te dell’auto come per salu­tar­ci. All’improvviso uno scop­pio. La mac­chi­na si fer­mò. Le voci dei car­ce­rie­ri si fece­ro più vici­ne. Len­ta­men­te, la por­tie­ra si aprì e ci die­de­ro ordi­ne di scen­de­re. Mi mos­si come al ral­len­ta­to­re, per evi­ta­re di cade­re. Poi un nuo­vo ordi­ne: «Sede­te­vi per ter­ra!». Annu­sai l’aria. Era fred­da, pia­ce­vol­men­te fre­sca. Cono­sce­vo quell’aria! Era­va­mo nel deser­to. Ma cosa ci face­va­mo lì?
I secon­di­ni par­la­va­no tra di loro:
«Dob­bia­mo cam­bia­re al più pre­sto la male­det­ta gom­ma e rag­giun­ge­re gli altri!»
«È impos­si­bi­le. Non abbia­mo ruo­te di scor­ta. Biso­gna ripa­ra­re que­sta!»
«Quan­to tem­po ci vuo­le?»
«Mezz’ora, for­se!»
«Mer­da! Ci ucci­de­ran­no. Sbri­ga­ti!»
Per mezz’ora regnò un silen­zio di tom­ba. Le guar­die si scam­bia­ro­no solo poche paro­le. Poi un nuo­vo ordi­ne: «In pie­di, sali­te in mac­chi­na, svel­ti!»
L’auto par­tì, ma poco dopo si fer­mò di col­po. Dall’esterno, rumo­ri incom­pren­si­bi­li. Dopo cir­ca un minu­to ci rimet­tem­mo in mar­cia. Con­ti­nuai a sen­ti­re anco­ra per un po’ il for­te ven­to del deser­to, poi di nuo­vo voci uma­ne e rom­bo di moto­ri a non fini­re. For­se era­va­mo di nuo­vo in cit­tà. Qual­che minu­to dopo l’automobile tor­nò a fer­mar­si. Anco­ra una vol­ta le voci del­le guar­die si fece­ro più vici­ne. Anco­ra una vol­ta la por­tie­ra len­ta­men­te si aprì. Anco­ra una vol­ta ci fu ordi­na­to di scen­de­re. Ho rico­no­sciu­to lo stra­no odo­re del­la gale­ra, l’odore di umi­di­tà, di car­ne flac­ci­da di per­so­ne reclu­se. Era la stes­sa pri­gio­ne? Ave­va­mo sol­tan­to fat­to una gita?
Ci tol­se­ro le manet­te. Mi tro­va­vo di nuo­vo nell’ala più gran­de del nostro car­ce­re. Ades­so era­va­mo solo una ven­ti­na di dete­nu­ti. Ma dov’erano gli altri? Pri­ma c’era un sac­co di gen­te in quel­la sezio­ne, qua­si tre­cen­to ani­me. Nes­su­no sape­va nul­la.
Quel­la sera arri­vò un secon­di­no e ci guar­dò sbi­got­ti­to, a boc­ca aper­ta.
«Sie­te sta­ti gra­zia­ti, lo sape­te?»
«In che sen­so?»
«Sie­te anco­ra vivi!»
«Che vuol dire? Signi­fi­ca che gli altri…?»
«Sì, sono sta­ti giu­sti­zia­ti nel deser­to. Quel­lo pneu­ma­ti­co vi ha sal­va­ti.»
Giu­ro su tut­ti gli pneu­ma­ti­ci: il mira­co­lo suc­ces­si­vo seguì a ruo­ta. In ara­bo col­lo­quia­le ira­che­no, la pri­gio­ne è chia­ma­ta “die­tro il sole”. Io ave­vo ben chia­ro che non avrei mai più rag­giun­to la vita al di qua del sole. Con­si­de­ra­vo impos­si­bi­le per­si­no per­cor­re­re il tra­git­to dal­la zona più buia fino alla luce del­le lam­pa­di­ne elet­tri­che. E inve­ce ven­ne il gior­no in cui il gover­no con­ces­se l’amnistia a tut­ti i pri­gio­nie­ri poli­ti­ci. Dato che il mio capo d’accusa era pic­co­lo e di poca impor­tan­za, pote­vo, insie­me ad altri car­ce­ra­ti pic­co­li e di poca impor­tan­za, tor­na­re a vede­re la luce del sole. I dete­nu­ti gros­si e impor­tan­ti, inve­ce, era­no già sta­ti giu­sti­zia­ti da tem­po. Dovet­ti aspet­ta­re un mese, pri­ma di esse­re scar­ce­ra­to. Fu un mese mol­to lun­go, più lun­go di un decen­nio. Ma alla fine mi ritro­vai di nuo­vo “al di qua del sole”. Salii su un taxi e poco dopo mi ritro­vai davan­ti alla por­ta di casa dei miei geni­to­ri. Bus­sai. Il viso di mia madre fece capo­li­no.
«Sì?»
«Buon­gior­no!»
«Buon­gior­no!»
«Come stai?»
«Bene. E tu?»
«Bene. Non mi rico­no­sci?»
«No, chi sei? Cer­chi qual­cu­no dei ragaz­zi?»
«Dav­ve­ro non mi rico­no­sci?»
«No.»
«Sono Rasùl.»
Mi scru­tò, sen­za paro­le e respi­ran­do a fati­ca, poi cad­de a ter­ra pri­va di sen­si. Non mi ave­va rico­no­sciu­to. E come avreb­be potu­to, del resto? Ero anda­to via con un bel colo­ri­to scu­ro e un peso di tut­to rispet­to, 85 chi­li, e tor­na­vo con 55 chi­li di peso, pal­li­do come una fet­ta di Gou­da. Un anno e mez­zo di pane a sten­to e nien­te sole mi ave­va­no cam­bia­to fino a ren­der­mi irri­co­no­sci­bi­le.
Giu­ro sull’amnistia: a que­sto mira­co­lo ne occor­re­va un altro per poter­mi sal­va­re dav­ve­ro. Il mira­co­lo di riu­sci­re a fug­gi­re via dall’Iraq.

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Ich sch­wö­re bei allen sicht­ba­ren und unsi­cht­ba­ren Geschö­p­fen, ich habe sie­ben Leben. Wie eine Katze. Nein, nein, sogar dop­pelt so vie­le. Die Katzen könn­ten vor Neid erblas­sen. Wun­der tra­ten in mei­nem Leben immer im letz­ten Moment ein. Ich glau­be an Wun­der. An die­se sel­tsa­men Ein­ma­li­g­kei­ten, auf die ein­fach kein ande­rer Begriff pas­st. Es ist eine Art Geheim­nis des Lebens. Die­se Wun­der haben viel gemein­sam mit Zufäl­len. Aber ich kann sie auch nicht als Zufäl­le bezeich­nen, weil ein Zufall nicht mehr­mals pas­siert. Ein Zufall ist nur ein Zufall, so banal das auch klin­gen mag. Man kann von einem oder höch­stens zwei großen Zufäl­len im Leben spre­chen, aber nicht von sol­chen Men­gen an Zufäl­len. Es gibt also Erei­gnis­se, die Wun­der sind, aber kei­ne Zufäl­le – so erlau­be ich mir zu for­mu­lie­ren, ohne der ari­sto­te­li­schen Logik zu fol­gen. Ich bin kein aber­gläu­bi­scher Men­sch und glau­be nicht an Überir­di­sches und Unte­rir­di­sches. Ich habe im Lau­fe mei­nes Lebens sozu­sa­gen mei­ne eige­ne Glau­ben­sri­ch­tung ent­wic­kelt, und zwar eine, die aus­schließ­lich zu mir pas­st. Abso­lut indi­vi­duell. Bis heu­te vereh­re ich zum Bei­spiel Auto­rei­fen. Ja, Auto­rei­fen! Sie sind für mich nicht nur die Füße eines Autos, son­dern Schu­tzen­gel. Ich weiß, das klingt nicht unbe­dingt intel­li­gent, weil schon vie­le Men­schen unter Auto­rei­fen ihr Leben las­sen mus­sten. Aber ein Auto­rei­fen kann eben auch Leben ret­ten. Und so begann das erste Wun­der.
Ich saß in Bag­dad im Gefäng­nis. Es ist kein Wun­der, in Bag­dad im Gefäng­nis zu sitzen, in den Neun­zi­ge­r­jah­ren gehör­te das zur Nor­ma­li­tät. Als ich dort war, kam auch der Tag einer uner­war­te­ten Rei­se. Einer unver­ges­sli­chen Rei­se. Die Auf­se­her trie­ben alle Gefan­ge­nen zusam­men, fes­sel­ten sie an den Hän­den, ver­ban­den ihnen die Augen mit einem sch­war­zen Tuch und steck­ten sie in meh­re­re Autos. Die Fahr­zeu­ge beweg­ten sich lang­sam. Es war alles dun­kel. Ich hör­te nur den Atem mei­nes Mit­ge­fan­ge­nen und das Pochen mei­nes Her­zens. Roch nur den Sch­weiß der ande­ren und ihre alten, feu­ch­ten Klei­der. Nach einer hal­ben Ewi­g­keit drang ein unend­li­ches Stim­men­gewirr an mein Ohr und jede Men­ge Moto­ren­ge­k­nat­ter. End­lich durf­te ich wie­der ein­mal das nor­ma­le All­tag­sle­ben mei­ner Hei­ma­tstadt hören. Kin­der­ge­schrei, lau­te Musik aus den Musi­klä­den und auch das Schreien der Händ­ler in den Straßen: »Fri­sche Toma­ten, Salat, Obst und Gemü­se, alles fri­sch…« Nach einer Wei­le ver­nahm ich nur noch den Wind, der die Wän­de des Autos pei­tsch­te, als wol­le er uns begrüßen. Plö­tz­lich ein Knall. Der Wagen stand still. Stim­men der Gefäng­ni­swär­ter näher­ten sich. Lang­sam öffne­te sich die Tür mit dem Befe­hl: »Aus­stei­gen!« Ich beweg­te mich wie in Zei­tlu­pe, um nicht hin­zu­fal­len. Dann ein neuer Befe­hl: »Auf den Boden setzen!« Ich sog die Luft ein. Sie war kalt, aber ange­nehm fri­sch. Ich kann­te die­se Luft! Wir befan­den uns in der Wüste. Aber was soll­ten wir hier?
Die Gefäng­ni­swär­ter rede­ten mitei­nan­der.
»Wir­müs­sen so sch­nell wie­mö­glich den ver­damm­ten Rei­fen wech­seln. Wir müs­sen die ande­ren wie­der ein­ho­len!«
»Das ist unmö­glich! Wir haben kei­nen Ersa­tz­rei­fen. Wir müs­sen ihn repa­rie­ren!«
»Wie lang dauert das?«
»Hal­be Stun­de viel­lei­cht!«
»Scheiße! Sie wer­den uns umbrin­gen. Mach sch­nell!«
Eine hal­be Stun­de herr­sch­te Toten­stil­le. Die Auf­se­her wech­sel­ten nur weni­ge Wor­te mitei­nan­der. Dann ein neuer Befe­hl: »Auf­ste­hen und ein­stei­gen, aber flott!« Das Fahr­zeug fuhr los, blieb aber gleich darauf abrupt wie­der ste­hen. Unver­ständ­li­che Lau­te von draußen. Etwa eine Minu­te spat­ter fuh­ren wir wei­ter. Eine Wei­le noch hör­te ich den star­ken Wind der Wüste, dann wie­der Men­schen­stim­men und die Geräu­sche zahl­lo­ser Autos. Mögli­cher­wei­se waren wir wie­der in der Stadt. Es dauer­te ein paar Minu­ten, und der Wagen blieb wie­der ste­hen. Wie­der näher­ten sich die Stim­men der Gefäng­ni­swär­ter. Wie­der öffne­te sich lang­sam die Tür. Und wie­der kam der Befe­hl: »Aus­stei­gen!« Ich erkann­te den sel­tsa­men Geruch des Gefäng­nis­ses wie­der, den Geruch von Feu­ch­ti­g­keit, den Geruch abge­schlaff­ten Flei­sches gefan­ge­ner Men­schen. War es das­sel­be Gefäng­nis? Hat­ten wir nur einen Ausflug gema­cht?
Die Gefäng­ni­swär­ter nah­men uns die Fes­seln ab. Ich befand mich wie­der in der großen Abtei­lung unse­res Gefäng­nis­ses.
Wir waren nur noch zwan­zig Gefan­ge­ne. Doch wo waren die ande­ren? Die Abtei­lung war vorher voll von Men­schen, fast drei­hun­dert See­len. Kei­ner wus­ste irgen­det­was.
Am Abend kam ein Wär­ter und schau­te uns über­ra­scht und mit offe­nem Mund an.
»Wis­st ihr, dass ihr Hei­li­ge seid?«
»Wie­so?«
»Ihr lebt noch!«
»Was mei­nen Sie? Soll das heißen, die ande­ren…?«
»Ja, sie sind in der Wüste hin­ge­ri­ch­tet wor­den. Der Auto­rei­fen hat euch gerettet.«

Ich sch­wö­re bei allen Auto­rei­fen, das näch­ste Wun­der folg­te bald. In der ira­ki­schen Umgangs­spra­che nennt man das Gefäng­nis »Hin­ter der Son­ne«. Für mich war klar, dass ich das Leben »Vor der Son­ne« nie wie­der erlan­gen wür­de. Von der dun­klen Sei­te aus ins Licht der Glüh­bir­nen zu mar­schie­ren, hielt ich für ein Ding der Unmö­gli­ch­keit. Aber den­noch kam der Tag, an dem die Regie­rung eine Amne­stie für alle poli­ti­schen Gefan­ge­nen erließ. Weil mei­ne Ankla­ge so klein und unwi­ch­tig war, durf­te ich zusam­men mit ande­ren klei­nen, unwi­ch­ti­gen Gefan­ge­nen doch noch ein­mal das Licht der Son­ne sehen. Die wich­ti­gen, großen Häf­tlin­ge waren läng­st hin­ge­ri­ch­tet. Einen Monat lang war­te­te ich auf mei­ne Entlas­sung. Es war ein sehr lan­ger Monat, län­ger als ein Jahr­zehnt! Aber letz­tend­lich befand ich mich doch wie­der »Vor der Son­ne«. Ich stieg in ein Taxi und stand kur­ze Zeit spä­ter vor der Tür mei­nes Elter­n­hau­ses. Ich klo­pf­te. Das Gesi­cht mei­ner Mut­ter erschien.
»Ja?«
»Guten Tag!«
»Guten Tag!«
»Wie geht’s?«
»Gut, und dir?«
»Auch gut. Erkenn­st du mich nicht?«
»Nein, wer bist du? Will­st du einen von den Jungs?«
»Erkenn­st du mich wir­klich nicht?«
»Nein!«
»Ich bin Rasul.«
Sie starr­te mich spra­chlos an, atme­te sch­wer und sank bewus­stlos zu Boden. Sie konn­te mich nicht erken­nen. Wie auch! Braun gebrannt, mit einem stat­tli­chen Gewi­cht von 85 Kilo­gramm war ich gegan­gen, mit 55 Kilo kehr­te ich zurück, bleich wie ein Stück Gou­da. Ander­thalb Jah­re kaum Brot und kei­ne Son­ne hat­ten mich bis zur Unkenn­tli­ch­keit verän­dert.

Ich sch­wö­re bei der Amne­stie, die­ses Wun­der brau­ch­te noch ein Wun­der, um mich wir­klich zu ret­ten. Das Wun­der, aus dem Irak flie­hen zu kön­nen.

Shadow

I SWEAR ON ALL CREATURES, both visi­ble and invi­si­ble that I have nine lives. Like a cat. No, no, twi­ce as many. Cats would go green with envy. Mira­cles happen—in my life—always at the last minu­te. I belie­ve in mira­cles. In tho­se stran­ge momen­ts for which the­re is no other term. One of life’s secre­ts, as it were. The­se mira­cles have much in com­mon with coin­ci­den­ces. But I can’t call them coin­ci­den­ces becau­se a coin­ci­den­ce doesn’t hap­pen many times over. A coin­ci­den­ce is just a coin­ci­den­ce, as lame as that might sound. You can talk about one big coin­ci­den­ce in life, two at most, but not more. So the­re are even­ts that are mira­cles, not coin­ci­den­ces —that’s how I will put it, even if the logic isn’t exac­tly Ari­sto­te­lian. I’m not a super­sti­tious per­son, the super­na­tu­ral and sub­ter­re­strial are not for me. In the cour­se of my life I’ve deve­lo­ped, so to speak, my own reli­gious per­sua­sion, one made to mea­su­re for me. Abso­lu­te­ly indi­vi­dual. To this day, for instan­ce, I wor­ship tyres. Yes, car tyres! To me they’re not just a car’s feet but guar­dian angels. I know that doesn’t sound par­ti­cu­lar­ly intel­li­gent, given that many peo­ple have lost their lives to car tyres. But car tyres can also save lives. And that is how the fir­st mira­cle hap­pe­ned.
I was in jail in Bagh­dad. Being in jail in Bagh­dad is no mira­cle. In the nine­ties, it was even the norm. One day, we were taken on an unex­pec­ted jour­ney. A never to- be-for­got­ten jour­ney. The guards got all the pri­so­ners toge­ther, bound their hands, blin­d­fol­ded them with bits of black cloth and put them in seve­ral cars. The cars moved slo­w­ly. Eve­ry­thing was dark. I could hear only my fel­low pri­so­ners brea­thing and my heart thum­ping. Could smell only the others’ sweat and their old, damp clo­thes. After what see­med like half an eter­ni­ty, an end­less bab­ble of voi­ces rea­ched my ears as did the roar of engi­nes. I could hear the eve­ry­day noi­ses of my home town again. The yells of chil­dren, the loud music from the music shops and the street dea­lers shou­ting: ‘Fresh toma­toes, salad, frui­ts and vege­ta­bles, all fresh…’ After a whi­le, I could hear only the wind again­st the sides of the car. Then a sud­den bang. The car stop­ped. The pri­son guards’ voi­ces drew clo­ser. The door ope­ned slo­w­ly and we heard the order, ‘Out!’ I moved, in slow motion, in order not to fall. ‘Sit! On the ground!’ I suc­ked in the air. It was cold but fresh. I knew this air. We were in the desert. But why?
The guards were tal­king to each other.
‘We need to chan­ge the damn tyre as quic­kly as pos­si­ble. Then catch up with the others.’
‘That’s impos­si­ble. We don’t have a spa­re. We’ll have to fix it!’
‘How long will that take?’
‘Half an hour, may­be!’
‘Shit! They’ll kill us. Get on with it.’
For half an hour, the­re was a dea­thly hush. The guards spo­ke lit­tle. Then, ‘Get up and get in. Quick!’ The car began to move but sud­den­ly stop­ped again. Incom­pre­hen­si­ble sounds from outsi­de. A minu­te later, we dro­ve off again. For a whi­le I could hear the strong desert wind, then human voi­ces and the sounds of coun­tless cars. Perhaps we were back in town again. A few minu­tes later, the car stop­ped again. Again, the pri­son guards’ voi­ces drew clo­ser. Again, the door ope­ned. Again, we heard the order, ‘Out!’ I reco­gni­zed the stran­ge smell of the pri­son, the smell of damp, the smell of the sag­ging flesh of impri­so­ned peo­ple. Was it the same pri­son? Had it just been an outing?
The guards remo­ved our bonds. I was back to the lar­ge sec­tion of our pri­son. Only twen­ty of us now. Whe­re were the others? There’d been so many befo­re. Three hun­dred, almo­st.
No one knew.
That eve­ning, a guard came and gaped at us, sur­pri­sed. ‘Do you rea­li­ze God loves you?’
‘Why?’
‘You’re still ali­ve!’
‘What! Does that mean the others—?’
‘Yes, they were exe­cu­ted in the desert. That car tyre saved you.’

I SWEAR ON ALL CAR TYRES—the next mira­cle fol­lo­wed soon after. In Ira­qi slang, we refer to jail as ‘behind the sun’. It was clear to me that I’d never be allo­wed back to life on this side of the sun. Wal­king from the dark side back into the bright­ness of light­bulbs I began to con­si­der impos­si­ble. Yet the day came when the govern­ment decla­red an amne­sty for all poli­ti­cal pri­so­ners. Becau­se I’d been char­ged with minor and insi­gni­fi­cant cri­mes, I was per­mit­ted, with all the other minor and insi­gni­fi­cant pri­so­ners, to see the light of the sun again. The major and signi­fi­cant pri­so­ners had all been exe­cu­ted long ago. I wai­ted for a month to be relea­sed. It was a very long month, lon­ger than a deca­de! Even­tual­ly, thou­gh, I was ‘in front of the sun’ again. I got into a taxi. A short time later, I was home. I knoc­ked. My mother’s face appea­red.
‘Yes?’
‘Good after­noon!’
‘Good after­noon!’
‘How are you today?’
‘Fine, and you?’
‘Fine. Don’t you reco­gni­ze me?’
‘No, who are you? Is it one of the boys you want?’
‘Do you real­ly not reco­gni­ze me?’
‘No!’
‘It’s Rasul.’
She sta­red at me, spee­chless, drew her breath in shar­ply and fell uncon­scious to the floor. She couldn’t have reco­gni­zed me! How was she to? A good eighty-five kilos and burnt bro­wn when I left, I’d retur­ned fif­ty-five kilos and as pale as a pie­ce of Gou­da. Eighteen mon­ths of hard­ly any bread and no sun at all had chan­ged me beyond recognition.

I SWEAR ON THE AMNESTY—this mira­cle nee­ded ano­ther mira­cle in order to real­ly save me. The mira­cle of the chan­ce to flee Iraq.