Il Cairo in movimento9′ di lettura

IL SOTTOSCRITTO — 24/09/2008

di Sil­via Lutzoni

«Non è uno stu­dio socio­lo­gi­co o antro­po­lo­gi­co, né tan­to­me­no un repor­ta­ge gior­na­li­sti­co», ha dichia­ra­to Kha­led el-Kha­mis­si, gior­na­li­sta, regi­sta e pro­dut­to­re (diri­ge la Nile Pro­duc­tion Com­pa­ny), a pro­po­si­to di Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no, suo libro d’esordio che, dal­la sua usci­ta al Cai­ro a gen­na­io 2007, è ormai arri­va­to alla dodi­ce­si­ma ristam­pa ed è già sta­to tra­dot­to in ingle­se e fran­ce­se. Resta comun­que dif­fi­ci­le ten­ta­re di col­lo­car­lo all’interno di un gene­re let­te­ra­rio ben defi­ni­to quan­do è vero che è costi­tui­to da cin­quan­tot­to dia­lo­ghi – scrit­ti in ara­bo dia­let­ta­le – tra un gior­na­li­sta e una serie di tas­si­sti cai­ro­ti che foto­gra­fa­no così l’Egitto con tut­ti i suoi pro­ble­mi, sen­za lesi­na­re attac­chi al Pote­re, ma non rinun­cian­do mai a una dose mas­sic­cia di iro­nia. Ed è pro­prio la scel­ta dell’arabo col­lo­quia­le che deve aver posto non poche incer­tez­ze al tra­dut­to­re, Erne­sto Paga­no, fino a con­dur­lo alla scel­ta di appog­giar­si al suo retro­ter­ra cul­tu­ra­le: i dia­lo­ghi sono sta­ti infat­ti resi con l’uso di locu­zio­ni tipi­ca­men­te cam­pa­ne (ma uno dei rac­con­ti, Filo­so­fia del tas­si­na­ro, è in roma­ne­sco) che, se da un lato potreb­be­ro ave­re l’effetto di decon­te­stua­liz­za­re il rac­con­to, fino a diso­rien­ta­re il let­to­re, dall’altro assi­cu­ra­no agli scam­bi la viva­ci­tà urba­na che l’uso dell’italiano avreb­be for­se pena­liz­za­to. Il libro, pub­bli­ca­to dall’editore dell’Aquila il Siren­te, inau­gu­ra la col­la­na «Altria­ra­bi»,  che si pro­po­ne di pre­sen­ta­re al let­to­re ita­lia­no que­gli auto­ri ara­bi  che non si con­for­ma­no al nostro ste­reo­ti­po di orien­ta­le, e che ten­ta­no di rap­pre­sen­ta­no i loro Pae­si disco­stan­do­si da quel­lo che spes­so è un imma­gi­na­rio colonizzato. 

Come è nata l’idea di scri­ve­re un libro come Taxi?

E’ dif­fi­ci­le par­la­re di un ini­zio. Que­sto libro è nato come il frut­to di un insie­me di cir­co­stan­ze e di idee. Nel­la mia casa si respi­ra­va cul­tu­ra e pos­so affer­ma­re che let­te­ra­tu­ra fos­se nei miei geni: sono nato e cre­sciu­to in una fami­glia di scrit­to­ri, lo era mio padre, mio non­no, e anche i miei zii sono scrit­to­ri. Ho stu­dia­to scien­ze poli­ti­che  alla Sor­bon­ne a Pari­gi, dove i miei pro­fes­so­ri mi han­no abi­tua­to ad inda­gi­ni com­pli­ca­te e alta­men­te peda­go­gi­che sul­la socie­tà e sui feno­me­ni poli­ti­ci. Ma sono sem­pre sta­to affa­sci­na­to dal­la sem­pli­ci­tà del­le ana­li­si del­la gen­te comu­ne – e gli egi­zia­ni in que­ste sono impa­reg­gia­bi­li – che con stru­men­ti dispa­ra­ti sono in gra­do di for­ni­re ana­li­si eco­no­mi­che e socio­lo­gi­che mol­to più esau­sti­ve di quan­to non rie­sca a fare un acca­de­mi­co.  Ho pen­sa­to che sareb­be sta­to inte­res­san­te par­la­re di sto­rie nor­ma­li, ecco, del­la vita vera. Ma non sono effet­ti­va­men­te mai sali­to su un taxi pen­san­do di inter­vi­sta­re il tas­si­sta, né avrei mai pen­sa­to che dal­le chiac­chie­re scam­bia­te per pas­sa­re il tem­po, per cor­te­sia, avrei mai trat­to un libro. L’idea è venu­ta dopo.

Nel­la «Pre­mes­sa indi­spen­sa­bi­le» al libro lei dichia­ra di aver esclu­so dal libro alcu­ni dia­lo­ghi per­ché rite­nu­ti inopportuni.

E’ sta­to un avvo­ca­to a sug­ge­rir­mi di eli­mi­na­re dal libro alcu­ni dei dia­lo­ghi, ma per evi­ta­re di incap­pa­re in pro­ce­di­men­ti lega­li, non per pau­ra del­la cen­su­ra. Mol­te sto­rie par­la­no di fat­ti che tut­ti cono­sco­no, di cui tut­ti par­la­no, ma di cui non esi­ste cer­tez­za per­ché nes­su­no di que­sti per­so­nag­gi è mai sta­to uffi­cial­men­te pro­ces­sa­to. Allo­ra par­lar­ne è leci­to, scri­ver­ne è un altro discorso.

E’ sta­ta dun­que una sor­ta di auto­cen­su­ra in un Pae­se in cui la cen­su­ra uffi­cial­men­te non esiste.

Non è uffi­cia­le, cer­to, ma è pre­sen­te, e la stra­da è l’unico luo­go dove la gen­te può par­la­re libe­ra­men­te. Il popo­lo egi­zia­no ha avu­to una sto­ria di oppres­sio­ne tra le più lun­ghe in asso­lu­to, per cui cre­do che abbia­mo svi­lup­pa­to una spe­cie di gene che testi­mo­nia del­la nostra pau­ra del Pote­re. Per soprav­vi­ve­re non fac­cia­mo altro che pro­dur­re bar­zel­let­te sul Gover­no e sul­le isti­tu­zio­ni. L’ironia resta la nostra uni­ca arma di difesa.

Taxi è sta­to pub­bli­ca­to a pochi anni di distan­za da un altro bestsel­ler, Palaz­zo Yacou­bian (Fel­tri­nel­li, 2006), di Alaa Al-Aswa­ni, un roman­zo che, sep­pur diver­so nel­la for­ma e nei temi trat­ta­ti, è carat­te­riz­za­to da un cer­to impe­gno civi­le. Entram­bi han­no ven­du­to oltre cen­to­mi­la copie, un feno­me­no piut­to­sto incon­sue­to, se con­si­de­ria­mo che il mer­ca­to libra­rio ara­bo, per quan­to in for­te espan­sio­ne, non anno­ve­ra più di ven­ti, tren­ta­mi­la tito­li l’anno. E’ sta­to l’impegno civi­le il segre­to del suc­ces­so di que­sti libri?

 Sono mol­ti i libri impe­gna­ti civil­men­te che ven­go­no pub­bli­ca­ti ogni anno in Egit­to, ma nes­su­no di que­sti diven­ta un bestsel­ler. Non so che cosa sia neces­sa­rio per assi­cu­ra­re a un libro il suc­ces­so di ven­di­te, e noi scrit­to­ri non abbia­mo una ricet­ta. Il mio e il libro di Alaa al-Aswa­ni non sono sta­ti con­ce­pi­ti per diven­ta­re bestsel­ler, ma per espri­me­re qual­co­sa che sen­ti­va­mo la neces­si­tà di met­te­re per iscritto.

Quel­lo sul­la diglos­sia nei Pae­si ara­bi è un dibat­ti­to tan­to anti­co quan­to enor­me. Lei ha scel­to di scri­ve­re la mag­gior par­te del libro in dia­let­to egi­zia­no. Una scel­ta discu­ti­bi­le se si con­si­de­ra quan­to di recen­te affer­ma­to da Alaa Al Aswa­ni, e cioè che sono gli orien­ta­li­sti a soste­ner­ne l’uso.

Scri­vo in l’arabo stan­dard nel­le par­ti in cui è il nar­ra­to­re a rac­con­ta­re, men­tre mi ser­vo del dia­let­to egi­zia­no nei dia­lo­ghi: il pun­to è che i dia­lo­ghi costi­tui­sco­no l’ottanta per cen­to del libro. Non mi pare di aver ope­ra­to una scel­ta inno­va­ti­va: basti pen­sa­re sol­tan­to a un libro come Il ritor­no del­lo spi­ri­to del gran­de dram­ma­tur­go e nar­ra­to­re egi­zia­no Taw­fìq al Hakìm, un libro pub­bli­ca­to negli anni Ven­ti  del seco­lo scor­so in cui tut­ti i dia­lo­ghi sono scrit­ti in ver­na­co­lo. E’ dun­que una carat­te­ri­sti­ca che entra­ta da tem­po nel­la nostra let­te­ra­tu­ra. Inol­tre, per me era ovvio che nel momen­to in cui ave­vo scel­to di ambien­ta­re i miei rac­con­ti nel­la stra­da, la lin­gua del­la stra­da fos­se di con­se­guen­za l’unica atten­di­bi­le.  Pos­so accet­ta­re solo in par­te ciò che sostie­ne Al Aswa­ni quan­to agli orien­ta­li­sti. Ho mol­to rispet­to per il dia­let­to egi­zia­no: è la lin­gua che effet­ti­va­men­te par­lia­mo: è una lin­gua vera e viva. Rispet­to anche la fushà, l’arabo stan­dard, per­ché rap­pre­sen­ta la nostra sto­ria, ed è la lin­gua che ci per­met­te  di man­te­ne­re una cer­ta  rela­zio­ne tra i Pae­si ara­bi. Cre­do che non si trat­ti di una com­pe­ti­zio­ne, però, per cui io pos­so dire di sta­re con una o con l’altra squa­dra. Non è così faci­le: pos­so par­la­re e scri­ve­re in entram­bi, sono due ele­men­ti che non pos­so­no fare a meno di con­vi­ve­re nel­la mia cultura.

Uno dei tas­si­sti pro­ta­go­ni­sti del libro affer­ma: «Vor­rei vede­re con tut­to il cuo­re i Fra­tel­li Musul­ma­ni sali­re al pote­re [… ] E per­ché no?! Abbia­mo già pro­va­to  tut­to. Pro­vam­mo il re e non fun­zio­na­va, pro­vam­mo il socia­li­smo con Nas­ser e nel pie­no del socia­li­smo ci sta­va­no i gran pascià dell’esercito e dei ser­vi­zi segre­ti […] e allo­ra per­ché non pro­via­mo pure i Fra­tel­li Musul­ma­ni? Chi lo sa, va a fini­re che funzionano».

Ho sen­ti­to que­sta fra­se det­ta da cen­ti­na­ia di per­so­ne, e per­so­ne di diver­si livel­li socia­li. Ho un ami­co che lavo­ra al Mar­riott hotel che è del­la stes­sa opi­nio­ne: dall’età di sedi­ci anni stu­dia e lavo­ra nel cam­po del turi­smo e quan­do ho obiet­ta­to che con i Fra­tel­li Musul­ma­ni al pote­re, mol­to pro­ba­bil­men­te, il Mar­riott non avreb­be più modo di esi­ste­re e lui di con­se­guen­za per­de­reb­be il lavo­ro, mi ha rispo­sto che la cosa non lo interessava.

 Qual è il ruo­lo del­la cul­tu­ra oggi in Egitto?

Il gover­no ha fat­to di tut­to negli ulti­mi vent’anni per affer­mar­si come l’unico pro­dut­to­re di cul­tu­ra. E ciò vale per quan­to riguar­da la let­te­ra­tu­ra, la tele­vi­sio­ne, il cine­ma. Negli ulti­mi tre, quat­tro anni, però, i pro­dut­to­ri pri­va­ti stan­no aumen­tan­do, e così sono aumen­ta­ti i roman­zi pub­bli­ca­ti, le pro­du­zio­ni tea­tra­li e tele­vi­si­ve. Ades­so pos­sia­mo vera­men­te ave­re la spe­ran­za di poter fare qual­co­sa di nuo­vo e vali­do nel futu­ro. La mac­chi­na del­la cul­tu­ra è in movi­men­to, insomma.

Una gestio­ne pri­va­ta in que­sto sen­so gio­ve­reb­be alla cultura? 

Non pos­so dire se una gestio­ne pri­va­ta pos­sa costi­tui­re una solu­zio­ne. C’è tut­to un siste­ma orga­niz­za­ti­vo che deve neces­sa­ria­men­te esse­re rifor­ma­to. Pen­sia­mo a un even­to come la Fie­ra del libro del Cai­ro: il Gover­no dovreb­be smet­te­re di occu­par­se­ne, su que­sto non c’è dub­bio, per lascia­re spa­zio a chi la cul­tu­ra e la let­te­ra­tu­ra effet­ti­va­men­te pro­du­ce, ma que­sto non acca­drà facil­men­te. Ho pas­sa­to tut­ta la mia vita a ten­ta­re di pro­dur­re cul­tu­ra e nel rap­por­to con le isti­tu­zio­ni – par­lo di fun­zio­na­ri, non del­le alte isti­tu­zio­ni — ho sem­pre avu­to del­le dif­fi­col­tà, mi sono sta­ti impo­sti dei limi­ti. Di cer­to con una gestio­ne pri­va­ta non acca­dreb­be­ro epi­so­di incre­scio­si come quel­lo acca­du­to pro­prio nel 2007 alla Fie­ra del Libro. Per quel­la occa­sio­ne invi­tai a par­la­re del mio libro due tra i più emi­nen­ti intel­let­tua­li egi­zia­ni, Galal Amin e Abd el-Wahab el-Mes­si­ry. Quest’ultimo, dece­du­to lo scor­so luglio, ave­va dei pro­ble­mi di salu­te, così chie­si che potes­se ave­re la pos­si­bi­li­tà di arri­va­re all’ingresso del­la sala con­fe­ren­ze con la sua auto. Mi fu data l’autorizzazione, ma all’ingresso la sua auto fu bloc­ca­ta da un uffi­cia­le che cedet­te alle nostre richie­sta sol­tan­to per­ché il diret­to­re del­la fie­ra, Nas­ser al-Ansa­ri, in quel momen­to si tro­va­va a pas­sa­re accan­to a noi. Così l’auto var­cò i can­cel­li, ma due­cen­to metri dopo fu fer­ma­ta da un altro uffi­cia­le: que­sta vol­ta, sen­za l’aiuto di al-Ansa­ri, non poté pro­se­gui­re. Ora, un uomo come Nas­ser al-Ansa­ri è il diret­to­re del­la fie­ra, e una del­le men­ti miglio­ri del nostro Pae­se non può acce­der­vi per i capric­ci di un bas­so fun­zio­na­rio. Sem­bra uno scher­zo, un brut­to scher­zo, ma que­sta è la real­tà dei fat­ti nel mio Paese. 

Bahaa Taher, uno fra i più impor­tan­ti scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, in «Amo­re in esi­lio»,  roman­zo scrit­to nel 1995 e appe­na tra­dot­to da Ilis­so, face­va pro­nun­cia­re al pro­ta­go­ni­sta que­ste paro­le: «Tut­ti gli ara­bi han­no smes­so di crescere».

Sono pas­sa­ti tre­di­ci anni dal­la pub­bli­ca­zio­ne di quel libro: è chia­ro che Bahaa Taher si rife­ris­se con quel­le paro­le a una situa­zio­ne sto­ri­ca che con il tem­po non ha potu­to che modi­fi­car­si. Cre­do di poter soste­ne­re, sen­za incer­tez­ze, che stia­mo dav­ve­ro comin­cian­do una nuo­va era del­la nostra sto­ria cul­tu­ra­le. E’ vero, tut­ta­via, che abbia­mo dei pro­ble­mi. I Pae­si ara­bi, ognu­no a suo modo, stan­no attra­ver­san­do il perio­do più buio degli ulti­mi cen­to anni. Sia­mo total­men­te occu­pa­ti dagli Sta­ti Uni­ti:  fisi­ca­men­te come avvie­ne in Iraq o vir­tual­men­te come acca­de in Egit­to. I nostro gover­ni dipen­do­no in tut­to e per tut­to da quel­lo ame­ri­ca­no. Ma ciò che è peg­gio è che mol­ti Pae­si euro­pei stan­no seguen­do e con­cor­da­no con quel gene­re di poli­ti­ca e vi con­tri­bui­sco­no. Dob­bia­mo ammet­te­re che i nostri sono Pae­si occupati.

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