Il compleanno di Bakunin2′ di lettura

da L’Anarchico e il Dia­vo­lo fan­no caba­ret di Nor­man Naw­roc­ki (pp. 232–233) 

Festeg­gia­mo il cen­tot­tan­ta­tree­si­mo com­plean­no di Michael Baku­nin a Mila­no, nel lus­suo­so Cen­tro Anar­chi­co Pon­te del­la Ghi­sol­fa, col pavi­men­to in mar­mo. Chi ha det­to che gli anar­chi­ci rus­si non vivo­no per sempre?

In que­sto con­cer­to tiria­mo giù il tet­to. Men­tre suo­nia­mo, dei pez­zi di into­na­co vec­chi di due seco­li cado­no addos­so a noi e alla fol­la sfre­na­ta. È un segna­le dal para­di­so degli anar­chi­ci. Con l’appoggio del coro dei cen­to anar­chi­ci ubria­chi pre­sen­ti, can­tia­mo Buon Com­plean­no al vec­chio Michael, in ita­lia­no. Ognu­no di loro innal­za una bot­ti­glia di vino. La festa pri­ma del con­cer­to è sta­to un rifor­ni­men­to sen­za limi­ti di vino e pasta: pasta con pisel­li e aglio, pasta coi pepe­ron­ci­ni pic­can­ti, pasta coi fagio­li ros­si, pasta con le oli­ve. Dopo lo spet­ta­co­lo pro­se­guia­mo la festa di com­plean­no con bot­ti­glie di grap­pa che si autoriproducono.

Chi ha det­to che gli anar­chi­ci non san­no come far festa? Tra un brin­di­si e l’altro, inter­vi­sto una fem­mi­ni­sta anar­chi­ca stu­dio­sa di sto­ria, e regi­stro le can­zo­ni tra­di­zio­na­li del seco­lo scor­so che lei can­ta per me – can­zo­ni di lavo­ra­tri­ci ita­lia­ne, zop­pi­can­ti per le lun­ghe ore in cui sta­va­no in pie­di nell’acqua fred­da del­le risa­ie alla­ga­te, che rien­tra­va­no a casa stan­che mor­te e sot­to­pa­ga­te, come al soli­to. E le rac­co­gli­tri­ci di riso odierne?

A mez­za­not­te, rin­for­za­to dal­la grap­pa e dal­lo spi­ri­to di Baku­nin, mi ritro­vo sedu­to die­tro una Moto Guz­zi. È una gros­sa moto ita­lia­na, ma mi ten­go aggrap­pa­to per­ché la vita mi è cara. Non mi è d’aiuto sape­re che quel­lo che gui­da è ubria­co mar­cio, non aiu­ta il casco che mi sta male e che a ogni bloc­co di acciot­to­la­to mi rim­bal­za cin­quan­ta vol­te sul­la testa. Per far­mi for­za, can­tic­chio una can­zo­ne che mi ha inse­gna­to la stu­dio­sa di sto­ria. Arri­via­mo ille­si, e tut­ti e due can­tia­mo gli augu­ri di com­plean­no per Baku­nin, bar­col­lan­do den­tro un tran­quil­lo appar­ta­men­to ita­lia­no. Una vol­ta den­tro, ci acco­glie l’assonnata moglie del mio ami­co e i brin­di­si con­ti­nua­no: a Emma Gold­man, a Enri­co Mala­te­sta, a Bue­na­ven­tu­ra Dur­ru­ti, a Peter Kro­po­t­kin, a Noam Chom­sky e a tut­ti gli altri anar­chi­ci che ci ven­go­no in men­te, vivi o morti.

I loro spi­ri­ti mi rag­giun­go­no per discu­te­re, men­tre vagheg­gio: cosa può fare un grup­po rock’n’roll anar­chi­co per crea­re un mon­do nuo­vo, libe­ro, mera­vi­glio­so? Una musi­ca da bal­lo? Una musi­ca per occu­pa­re e pren­der­si le ban­che, i muni­ci­pi, le fab­bri­che, le scuo­le, gli auto­la­vag­gi? Una musi­ca per aiu­ta­re a tro­va­re le alter­na­ti­ve? Una musi­ca che ser­va a pre­pa­ra­re la gran­de festa del dopo-rivo­lu­zio­ne? Non c’è un accor­do. Mi giro e mi rigi­ro, sen­za tro­va­re riposo.

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