Shadow

Estrat­ti / Excerpts 

Shadow

Sumia Sukkar

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA

THE BOY FROM ALEPPO WHO PAINTED THE WAR

ISBN 9788887847574

Shadow

Il sole è appe­na sor­to. Mi sve­glio sem­pre a quest’ora, sem­pli­ce­men­te per­ché non rie­sco a dor­mi­re se fuo­ri c’è la luce e non mi pia­ce chiu­de­re le ten­de, per­ché mi fa sen­ti­re in trap­po­la. Una vol­ta sta­vo gio­can­do a nascon­di­no con Kha­led e mi sono nasco­sto sot­to il let­to, lui non riu­sci­va a tro­var­mi. Poi mama l’ha chia­ma­to e si è dimen­ti­ca­to di me. L’ho aspet­ta­to per ore. Da quel­la vol­ta lì ho comin­cia­to a odia­re i posti pic­co­li e bui. Mi fan­no pau­ra.
Quan­do mi sie­do sul let­to, pos­so guar­da­re fuo­ri dal­la fine­stra. La stra­da è deser­ta e anche più pol­ve­ro­sa di pri­ma. Il caf­fè è anco­ra chiu­so, si vedo­no i mani­fe­sti sui muri. Deve senz’altro esse­re una tem­pe­sta di sab­bia, o for­se una guer­ra, come ha det­to Yasmin. Fac­cio un sal­to ver­so la fine­stra per leg­ge­re cosa dico­no i mani­fe­sti, ma non ci rie­sco da que­sta distan­za. Guar­do l’orologio. È saba­to. Non ho scuo­la oggi, per­ciò non pos­so usci­re. Vado fuo­ri solo quan­do c’è la scuo­la, altri­men­ti non ho nessun’altra ragio­ne per far­lo. Dovrò aspet­ta­re, pri­ma di leg­ge­re ciò che dico­no i mani­fe­sti.
Sen­to l’odore di caf­fè pro­ve­ni­re dal­la cuci­na. Il gusto mi fa schi­fo, ma mi pia­ce sve­gliar­mi con quel pro­fu­mo. Dal salot­to mi arri­va il suo­no del­la TV. Di soli­to nes­su­no si sve­glia così pre­sto di saba­to, tran­ne me e Yasmin. Con un sal­to tor­no sul let­to e poi alla por­ta, per vede­re chi stia guar­dan­do la tele­vi­sio­ne. Voglio guar­da­re il mio pro­gram­ma mat­tu­ti­no sull’arte moder­na, ma mi sa che oggi non ci riu­sci­rò. Fac­cio cin­que pas­si, poi uno a destra, met­to giù l’altro pie­de e ne con­to altri tre ver­so il salot­to.
Il salot­to sem­bra un qua­dro di arte astrat­ta dai toni bril­lan­ti. Striz­zo gli occhi. Ci sono trop­pi colo­ri, per esse­re di mat­ti­na. La fami­glia al com­ple­to è sedu­ta davan­ti alla TV. Han­no tut­ti il piu­mo­ne addos­so. Mi doman­do da quan­to tem­po stia­no lì. La cola­zio­ne è anco­ra intat­ta: sul tavo­lo ci sono cin­que caf­fè, un piat­to con pepe­ro­ni ros­si e gial­li affet­ta­ti e del for­mag­gio lab­na in una cio­to­la. Mi man­ca il lab­na di mama, il suo era il miglio­re.
Nes­su­no si gira ver­so di me quan­do entro. Mi doman­do cosa stia suc­ce­den­do. Imma­gi­no sia per la tem­pe­sta di sab­bia, non può esse­re vera­men­te una guer­ra. Nes­su­no indos­sa abi­ti mili­ta­ri. Sul­lo scher­mo si vedo­no le stra­de affol­la­te da enor­mi grup­pi di per­so­ne che pro­te­sta­no con stri­scio­ni che da qui non rie­sco a leg­ge­re.
“La rivo­lu­zio­ne nel mon­do ara­bo sta con­ti­nuan­do ormai da nove mesi e ora la Siria sta affron­tan­do una rivol­ta,” dice la voce del­la com­men­ta­tri­ce con un tono come se una raf­fi­ca di pun­ti­ne metal­li­che le stes­se sal­tan­do fuo­ri dal­la boc­ca. Non rie­sco più a guar­da­re.
Yasmin si alza per anda­re in cuci­na e mi vede lì in pie­di.
“Adam, vai a lavar­ti che intan­to ti pre­pa­ro la cola­zio­ne.”
“Cosa sta suc­ce­den­do Yasmin? Anche noi stia­mo pro­te­stan­do? Pen­sa­vo ci fos­se una tem­pe­sta di sab­bia.”
“Una tem­pe­sta di sab­bia? Dai, Adam, vai a lavar­ti, su.”
“Yasmin, per­ché non vuoi dir­me­lo?”
“Adam, non c’è nes­su­na tem­pe­sta di sab­bia. Ci sarà una guer­ra. Una guer­ra vera e pro­pria e noi doma­ni andre­mo alle mani­fe­sta­zio­ni.”
“Io ho la scuo­la doma­ni, Yasmin, non pos­so anda­re alle mani­fe­sta­zio­ni.”
“Non puoi anda­re a scuo­la, habi­bi, sta­rai a casa con Isa.”
“Ma io devo anda­re a scuo­la, non pos­so per­de­re nes­su­na lezio­ne.”
“Oh Adam… habi­bi a cau­sa del­la guer­ra non c’è scuo­la. Sono tut­ti fuo­ri a pro­te­sta­re. La scuo­la rico­min­ce­rà pre­sto, te lo pro­met­to.”
“Okay, io e Isa sta­re­mo a casa, Signo­ri­na,” le dico cor­ren­do attra­ver­so la cuci­na, atten­to a evi­ta­re le mat­to­nel­le nere e poi, a tre pas­si di distan­za, spic­co un sal­to den­tro il bagno. Mi lavo i den­ti con una quan­ti­tà di den­ti­fri­cio ugua­le a un pisel­lo. Nel mio arma­diet­to ne ten­go sem­pre uno come misu­ra. Stro­fi­no i den­ti tre vol­te a destra, tre a sini­stra, tre vol­te su e tre giù, poi spu­to nel cen­tro del lavan­di­no.
Sot­to la doc­cia pen­so alla scuo­la. C’è solo un ragaz­zo che mi sta sim­pa­ti­co, Nabil. È l’unico a esse­re gen­ti­le e a non pren­der­mi in giro. Qual­che vol­ta mi com­pra pure la meren­da, anche se di soli­to è sen­za sol­di. Non mi dispia­ce divi­de­re il cibo con lui, ma non gli lascio toc­ca­re la par­te che man­ge­rò io.
“Ho una sor­pre­sa per te” mi ha det­to una vol­ta, men­tre si pre­ci­pi­ta­va in clas­se per seder­si vici­no a me.
Ho spo­sta­to un po’ la sedia per­ché mi era trop­po vici­no e mi ali­ta­va in fac­cia. Sape­va di caf­fè e gom­ma da masti­ca­re. Io ado­ro il pro­fu­mo del caf­fè, ma non nell’alito di una per­so­na.
“Ehi, Signo­ri­no. Come stai oggi?”
“Bene Adam, indo­vi­na un po’? Ho Guild Wars!”
“Nooo, vera­men­te? Fan­ta­sti­co! Pos­so gio­car­ci con te?”
“Cer­to, per quel­lo sono venu­to subi­to da te. Vuoi veni­re da me a gio­ca­re?”
“Da te dove?”
“Vuoi veni­re a casa mia?”
“Non so dove sia casa tua, Signo­ri­no.”
Lo sham­poo sta per entrar­mi negli occhi, ma le mie super­di­ta lo bloc­ca­no appe­na in tem­po. Se non ci fos­si riu­sci­to, oggi non avrei rivol­to la paro­la a nes­su­no. Por­ta sfor­tu­na par­la­re con qual­cu­no, quan­do mi capi­ta. Ho solo die­ci minu­ti per lavar­mi e cam­biar­mi, per­ché ci man­ca­va tan­to così che lo sham­poo mi entras­se negli occhi: ecco fat­to, in die­ci minu­ti esat­ti sono pron­to.
“Yasmin ho fini­to.”
“Sì habi­bi, lo vedo. Hai un buo­nis­si­mo pro­fu­mo.” E mi lan­cia un bacio.
“Sono affa­ma­to come un leo­ne!”.
“Que­sta l’hai impa­ra­ta a scuo­la?”
“No, sta­vo guar­dan­do un docu­men­ta­rio alla TV. E l’uomo dice­va che i leo­ni han­no un gran appe­ti­to.”
Yasmin si met­te a ride­re e così fac­cio anch’io. La sua risa­ta è diver­ten­te: è come sbuc­cia­re una mela su una super­fi­cie bagna­ta e splen­den­te.
“Cosa vuoi per cola­zio­ne Signo­ri­no Lin­gua­lun­ga?”
“Tè e lab­na, per favo­re, Signo­ri­na Bel­la.”
“Adam, come si dice tè in giap­po­ne­se?”
“Per­ché lo vuoi sape­re? Non mi chie­de mai nes­su­no del mio giap­po­ne­se.”
“Be’ qui nes­su­no par­la giap­po­ne­se. Allo­ra dim­mi, come si dice tè?”
Ocha.”
Ota?” E si met­te a ride­re con la fac­cia rivol­ta ver­so l’alto. Non so per­ché in que­sti casi la gen­te incli­ni indie­tro la testa. For­se la larin­ge ha biso­gno di uno spa­zio mag­gio­re per ride­re così tan­to.
Ota, come ‘gat­to’ in dia­let­to egi­zia­no? Ti pia­ce­reb­be bere un gat­to?”
La sua risa­ta è vera­men­te stri­du­la.
“No Yasmin! O-CH-A!”
Ocha? Oh, così non fa più ride­re, vuoi un po’ di OTA?” Miman­do­la len­ta­men­te con le lab­bra per pun­zec­chiar­mi.
Ocha oppu­re hito­tsu kuda­sai!”
E scap­po via come un ful­mi­ne men­tre rido di Yasmin. Io la ado­ro, per­ché mi ren­de feli­ce. Quan­do gio­chia­mo così, diven­ta del mio colo­re pre­fe­ri­to, il più vibran­te di tut­ti, il ros­so rubi­no.
“Cosa? Vie­ni subi­to qui! Cosa signi­fi­ca? Vie­ni subi­to qui Signo­ri­no Lin­gua­lun­ga o ti tiro una cia­bat­ta!”
Con­ti­nuo a cor­re­re evi­tan­do i dise­gni gial­li del tap­pe­to e quan­do rag­giun­go il salot­to, mi nascon­do die­tro baba.
“Scccc Adam, stia­mo guar­dan­do il tele­gior­na­le!”
Non dico più una paro­la e cer­co di trat­te­ne­re in gola la mia risa­ta. Sem­bra­no tut­ti così stan­chi e tur­ba­ti. For­se per­ché sen­to­no la man­can­za di mama. Non può esse­re per via del­la guer­ra. Una guer­ra è uno sta­to di con­flit­to arma­to tra diver­se nazio­ni, o sta­ti, o grup­pi all’interno del­la stes­sa nazio­ne. Non c’è alcun con­flit­to in Siria da giu­sti­fi­ca­re una guer­ra. Il dizio­na­rio non men­te, per­ciò se dice così, io ci cre­do.
La gior­na­ta pro­ce­de len­ta­men­te. Fini­sco la cola­zio­ne e lascio il salot­to. Mi anno­io trop­po a star­me­ne sedu­to a guar­da­re il tele­gior­na­le e ascol­ta­re la mia fami­glia che discu­te di poli­ti­ca. Vado in came­ra mia a pen­sa­re a qua­le libro pos­so leg­ge­re oggi. Ho appe­na pre­so in pre­sti­to dal­la biblio­te­ca Mor­te a Vene­zia di Tho­mass Mann. Pen­so che comin­ce­rò con quel­lo.
Il nome del per­so­nag­gio prin­ci­pa­le ha un’aria gri­gia, signi­fi­ca che non mi pia­ce­rà: Gusta­ve Aschen­bach è un nome di colo­re mol­to scu­ro; deve esse­re cat­ti­vo. Non voglio fini­re que­sto libro per non rima­ner­ci male. Se ci pen­so, nel­la men­te mi si for­ma­no degli esa­go­ni e vedo del­le api che ci gira­no intor­no per pun­ge­re. È sicu­ra­men­te un per­so­nag­gio cat­ti­vo. Solo l’idea di anda­re avan­ti a leg­ge­re mi spa­ven­ta.
L’immagine scu­ra che ho in testa, dopo appe­na una pagi­na del libro, mi fa venir voglia di dipin­ge­re. Vado ver­so l’angolo di came­ra mia, apro tut­ti i coper­chi dei colo­ri sul tavo­lo e mi met­to a sede­re. Il mio pen­nel­lo sfrec­cia ver­so il gri­gio. Ho un’idea miglio­re però. Pren­do la bot­ti­gliet­ta e la rove­scio sul­la car­ta bian­ca. Il colo­re scor­re ver­so il bas­so e pri­ma che si sec­chi immer­go il pen­nel­lo nell’arancione. Dise­gno il sot­ti­le con­tor­no di due occhi che guar­da­no stan­chi e una fiam­ma rifles­sa nel­le pupil­le. Cer­co di esse­re il più deli­ca­to pos­si­bi­le in modo tale che i det­ta­gli sia­no fini ed evi­den­ti. Ora pren­do un pen­nel­lo più sot­ti­le e lo immer­go in un blu not­te, voglio trac­cia­re un’esile linea intor­no alle pupil­le, così l’arancione e il blu all’unisono espri­me­ran­no il ter­ro­re di que­gli occhi. Il gri­gio sul­lo sfon­do si è mesco­la­to con l’arancione e ora si è sec­ca­to. Tutt’insieme sem­bra l’indomani di una guer­ra.
Spo­sto indie­tro la sedia per vede­re che effet­to mi fa da lon­ta­no. Sen­to che vuo­le comu­ni­car­mi qual­co­sa, sen­to che vuo­le dir­mi che man­ca qual­co­sa. Ricon­si­de­ro i tre colo­ri. Lo scon­tro ina­spet­ta­to tra il gri­gio e l’arancione mostra le buie con­se­guen­ze di una guer­ra, ma riflet­te anche un sot­ti­le bar­lu­me di spe­ran­za. Il blu not­te intor­no alle pupil­le mi par­la, mi dice degli orro­ri cui è sta­to testi­mo­ne. Ci man­ca un colo­re più chia­ro: il bian­co. Il cie­lo dovreb­be esse­re dipin­to di bian­co per pren­der­si gio­co del­la pre­sun­ta fine del­la guer­ra e mostra­re l’ingenuità che resta.
Pren­do il colo­re bian­co e con atten­zio­ne lo rove­scio sul­la par­te alta del qua­dro. Sot­to ci met­to un foglio così da crea­re una linea per­fet­ta ed evi­ta­re che si mesco­li con gli altri colo­ri. Poi aspet­to cin­que minu­ti, fin­ché si asciu­ga e tol­go la car­ta.
Improv­vi­sa­men­te sen­to degli stra­ni rumo­ri veni­re da fuo­ri. Sem­bra­no il latra­to di un bran­co di lupi affa­ma­ti. Non sape­vo ci fos­se­ro i lupi ad Alep­po. È ecci­tan­te sen­tir­li, ma ho pau­ra. Per­ché mai i lupi dovreb­be­ro ulu­la­re in que­sto modo? Cor­ro fuo­ri dal­la mia stan­za come un ful­mi­ne in cer­ca di Yasmin.
“Yasmin! Sen­to i lupi! Yasmin!”
“Vie­ni den­tro Adam, cos’è che non va, habi­bi?”
“Yasmin, non sen­ti i lupi là fuo­ri? Vie­ni che ti fac­cio vede­re!”
Con­du­co Yasmin ver­so il lato del­la casa che dà sul­la stra­da fis­san­do­la in viso. I suoi occhi sem­bra­no così pic­co­li. Pen­so abbia pau­ra. Le ave­vo visto gli occhi così pic­co­li, solo al fune­ra­le di mama. O ha pau­ra o è pre­oc­cu­pa­ta, ma poi per­ché pre­oc­cu­par­si così tan­to per via dei lupi?
“Yasmin, che c’è che non va?”
“Teso­ro sono comin­cia­te le pro­te­ste e stan­no arri­van­do nel­la nostra via.”
“È que­sto che inten­de­vi quan­do hai det­to che è ini­zia­ta la guer­ra?”
“Sì, io e i ragaz­zi dob­bia­mo unir­ci alla fol­la. Adam, tu sta­rai a casa con Isa.”
“Pen­sa­vo andas­si doma­ni. Non puoi anda­re oggi, non è anco­ra ora.”
“Anch’io pen­sa­vo che sarem­mo anda­ti doma­ni, ma devo anda­re oggi.”
Yasmin cor­re in salot­to a chia­ma­re Kha­led e Tareq e a dir­gli di vestir­si e pre­pa­rar­si. Oggi non mi sen­to trop­po bene, for­se per­ché ho pau­ra. E se gli suc­ce­de qual­co­sa? Capi­ta­no sem­pre del­le disgra­zie duran­te la guer­ra. C’è sem­pre del san­gue nei dipin­ti sul­la guer­ra, in tut­ti quan­ti. E se tor­na­no a casa rico­per­ti di sangue?

Shadow

The sun just came out. I always wake up as soon as there’s light. I just can’t sleep with light outsi­de and I don’t like clo­sing the cur­tains becau­se I feel trap­ped. I was once play­ing hide—and—seek with Kha­lid and I hid under the bed and he couldn’t find me. Mama then cal­led him and he for­got about the game. I wai­ted for hours. After that I hated small and dark spa­ces. They’re sca­ry.
I can look outsi­de my win­dow when I sit up on my bed. The street outsi­de is still emp­ty and now even dustier. The cafe is still not open and I can see posters all over the walls. It must real­ly be a sand­storm or may­be a war like Yasmi­ne said. I jump up to the win­dow to read What the posters say but I can’t read them from this far. I look at my watch. It’s Satur­day. I don’t have school today so I can’t go outsi­de. I only go out when I have school. I don’t have any other rea­son to go outsi­de other­wi­se. I will have to wait to read what the posters say. I can smell cof­fee from the kit­chen. I hate the taste but I love waking up to the smell. I can hear the sound of the tele­vi­sion from the sit­ting room. No one is usual­ly up this ear­ly on Satur­day apart from Yasmi­ne and me. I jump back on my bed and then to my door to see who is wat­ching tele­vi­sion. I want to watch my mor­ning show about modern art but I guess today I won’t be able to. I walk five steps then turn one foot to the right and put the other foot down and count three steps to the sit­ting room.
The sit­ting room looks like a mes­sy art can­vas with bright colours. My eyes squint. It’s too colour­ful for me in the mor­ning. The Who­le fami­ly is sit­ting around the tele­vi­sion. Eve­ryo­ne has their duve­ts on them. I won­der how long they have been the­re for. The break­fa­st is still on the table: red and yel­low pep­pers cut up on a pla­te and five cof­fees with lab­na in a bowl. I miss mama’s lab­na, she made the best.
Nobo­dy turns around to see me come into the sit­ting room. I won­der what is going on. I guess it is becau­se of the sand­storm. It can’t real­ly be a war. No one is dres­sed in army clo­thes. On the screen, the­re are huge groups of peo­ple on the stree­ts pro­te­sting with ban­ners but I can’t read them from here.
‘The revo­lu­tion in the Arab world has been going on for near­ly nine mon­ths and now Syria is facing uphea­val,’ says the voice—over in a tone almo­st as if a vicious array of metal­lic pins were rushing out of her mouth. I can’t watch any more.
Yasmi­ne gets up to go to the kit­chen and sees me stan­ding the­re.
‘Adam, go Wash up and I’ll make you break­fa­st.’
‘What’s going on Yasmi­ne? Are we pro­te­sting as well? I thought the­re was a sand­storm.’
‘Sand­storm? Oh Adam, just go wash up.’
‘Yasmi­ne, why don’t you tell me?’
‘Adam, the­re is no sand­storm. The­re is going to be a War. A real war, we are going to go and pro­te­st tomor­row.’
‘I have school tomor­row Yasmi­ne, I can’t go pro­te­sting.’
‘You can’t go to school Habi­bi, you can stay home with Isa.’
‘But I have to go to school, I can’t miss any clas­ses.’
‘Oh Adam… Habi­bi becau­se of the war, the­re is no school. Eve­ryo­ne is out pro­te­sting. School will start again soon, I pro­mi­se.’
‘Okay Isa and I will stay home Miss,’ I say and run towards the bath­room, throu­gh the kit­chen, without step­ping on any black tiles and then jump into the bath­room from three steps back. I brush my teeth with a per­fect pea-sized amount of too­th­pa­ste. I have a pea I keep in my cup­board to com­pa­re the size. I brush three stro­kes to the right, then three stro­kes to the left. I then brush three stro­kes up and down and spit in the midd­le of the sink.
In the sho­wer I think about school. The­re is only one boy I like in class, Nabil. He is the only one who is nice and doesn’t make fun of me. He even buys me lunch some­ti­mes, but he is usual­ly out of money. I don’t mind sha­ring my lunch with him, but I don’t let him touch the part I am going to eat.
‘I have a sur­pri­se for you,’ he once said as he rushed into the room and sat next to me.
I moved my chair a lit­tle away from him, he was too clo­se and his breath was in my face. It smel­led of cof­fee and chewing gum. I love the smell of cof­fee, but not on someone’s breath.
‘Hel­lo Mister. How are you today?’
‘Fine Adam, guess what? I got the “Guild Wars”!’
‘Real­ly Mister! That is fan­ta­stic! Can I play with you?’
‘Of cour­se, that’s why I came to you. Do you want to come over and play with me?’
‘Come over whe­re?’
‘Do you want to come to my hou­se?‘
‘I don’t know whe­re your hou­se is Mister.’
The sham­poo is about to get into my eyes. But my superfingers stop it just in time. If they hadn‘t I wouldn’t have spo­ken to anyo­ne today. It’s bad luck to speak when it hap­pens. I have ten minu­tes to wash up and chan­ge becau­se it was so clo­se to get­ting into my eyes. I finish in exac­tly ten minu­tes.
‘Yasmi­ne, I’ve finished.‘
‘Yes Habi­bi, I can see. You smell love­ly.’ She blo­ws me a kiss.
‘I’m as hun­gry as a lion!’
‘Did you learn that at school?’
‘No, I was wat­ching a docu­men­ta­ry on TV about lions. The man said that lions get very hun­gry.’
Yasmi­ne lau­ghs so I start to lau­gh too. Her lau­gh is fun­ny; it’s like scra­ping an apple on a shi­ny wet sur­fa­ce.
‘What would you like for break­fa­st Mr. Chee­ky?’
‘Tea and lab­na plea­se Miss Pret­ty.’
‘How do you say tea in Japa­ne­se Adam?’
‘Why do you want to know? Nobo­dy ever asks me about my Japa­ne­se.’
‘Well nobo­dy speaks Japa­ne­se here. So tell me how do you say tea?’
Ocha.’
Ota?’ She lau­ghs with her head facing upwards. I don’t know why peo­ple tilt their head back when they lau­gh loud­ly. I think the pha­ry­nx needs more spa­ce for so much laughter.
Ota? Like a cat in Egyp­tian? Would you like to drink a cat?’
Her laughter is so squea­ky.
‘No Yasmi­ne! O-CH-A!’
Ocha? Oh, it’s not fun­ny any more, would you like some OTA?’ she slo­w­ly mou­ths to tea­se me.
Ocha o hito­tsu kuda­sai!’
I quic­kly run off whi­le lau­ghing at Yasmi­ne. I love Yasmi­ne, she makes me hap­py. When we play like this, she beco­mes my favou­ri­te and most vibrant colour, my colour ruby.
‘What? Come back here! What does that mean? Come back you chee­ky boy! I’ll throw my slip­per at you!’
I keep run­ning without step­ping on any yel­low desi­gn on the car­pet. When I reach the sit­ting room I hide behind Baba.
‘Shh Adam, we are wat­ching the news!’
I don’t say ano­ther word and try to keep my laughter insi­de. Eve­ryo­ne looks so tired and upset. May­be it’s becau­se they miss mama. It can’t be becau­se of the war. A war is a sta­te of armed conflict bet­ween dif­fe­rent nations or sta­tes or dif­fe­rent groups within a nation or sta­te. The­re is no conflict in Syria for the­re to be a war. The dic­tio­na­ry doesn’t lie, so if that’s what it says, that’s what I belie­ve.
The day is going by slo­w­ly. I finish break­fa­st and lea­ve the sit­ting room. It is too boring to sit around, watch the news and listen to the fami­ly talk about poli­tics. I walk to my room and think about what book to read today. I have just bor­ro­wed Death in Veni­ce by Tho­mas Mann from the libra­ry. I think I will start rea­ding it.
The main character’s name looks grey, which means I won’t like him. Gusta­ve Aschen­bach is a very dark name; he must be bad. I don’t want to finish the book in case it upse­ts me. Thin­king about it forms hexa­gons in my mind with bees roa­ming around the sha­pe, stin­ging. He cer­tain­ly is a bad cha­rac­ter then. Just the thought of rea­ding on sca­res me.
The dark ima­ge I have in my head from just the first page of the book makes me want to paint. I walk over to the cor­ner of my room and open all the lids of the colours on the table as I sit up on the chair. My paint­brush darts for the grey colour. I have a bet­ter idea thou­gh. I pick up the bot­tle of grey paint and splash it on the whi­te paper. The paint runs down and befo­re it dries I dip my paint­brush in oran­ge. I draw a thin outli­ne of tired loo­king eyes that reflects a flame in the pupils. I draw as deli­ca­te­ly as pos­si­ble so the details are fine and noti­cea­ble. I pick up a thin­ner brush and dip it into a mid­night blue colour and tra­ce a fine line around the pupils so the oran­ge and blue simul­ta­neou­sly show the fear in the eyes. The grey in the back­ground has mixed with oran­ge and dried now. All toge­ther it looks like the after­math of a war.
I move my chair back to see the pic­tu­re from afar. I feel it reach out to talk to me, tel­ling me some­thing is mis­sing. I ree­va­lua­te the three colours. The unex­pec­ted clash of grey and oran­ge sho­ws the dark resul­ts of the war but also reflects a thin glim­mer of hope. The mid­night blue around the pupils speaks to me and tells me of the hor­rors it has wit­nes­sed. A lighter colour is mis­sing: whi­te. The sky should be pain­ted whi­te to mock the sup­po­sed ending of the war and show the nai­ve­ty that still remains.
I pick up my whi­te paint and care­ful­ly spill it at the top of the can­vas. I put a pie­ce of paper under it so the­re is a per­fect line and so it doesn’t inter­fe­re with the other colours. I then wait five minu­tes for it to dry befo­re remo­ving the paper.
I can hear weird sounds coming from outsi­de all of a sud­den. They sound like the howls of angry wol­ves. I never knew we had wol­ves in Alep­po. It is exci­ting to hear them but I am sca­red. Why would wol­ves be how­ling like this? I run out of my room quic­kly and look for Yasmi­ne.
‘Yasmi­ne! I can hear wol­ves! Yasmi­ne!’
‘Come in Adam, what’s wrong Habi­bi?’
‘Yasmi­ne, can you hear the wol­ves outsi­de? Come, I’ll show you!’
I lead Yasmi­ne to the front of the hou­se and keep my eyes on her face. Her eyes look so small. I think she is sca­red. I have never seen her eyes this small apart from at mama’s fune­ral. She must be sca­red or upset, but why should she be upset becau­se of the wol­ves?
‘Yasmi­ne what’s wrong?’
‘The pro­tests have star­ted dar­ling, they’re coming down our street.’
‘Is this what you meant by the start of the war?’
‘Yes, the boys and I have to join the cro­wd Adam, you stay home with Isa.’
‘I thought you were going tomor­row? You can’t go today, it’s not time yet.’
‘I thought we would be going tomor­row too but I have to go today.’
Yasmi­ne runs to the sit­ting room and calls out to Kha­lid and Tariq to get dres­sed and rea­dy. I don’t feel too good, may­be it’s becau­se I am sca­red. What if some­thing hap­pens to them? Things always hap­pen in wars. There’s always blood in war pain­tings, all of them. What if they come home cove­red in blood?